L’Africa in guerra: c’è chi cerca la pace anche con un gol

Al centro del campo di battaglia, dopo vent’anni di guerra, adesso hanno messo un pallone di cuoio bianco e nero. Il conflitto durato vent’anni tra Asmara e Adis Abeba finirà davvero quando inizierà questa partita di calcio, per cui non è stata ancora fissata la data precisa, ma che dovrebbe esser giocata prima di settembre. Le nazionali di Eritrea ed Etiopia non si sono mai potute affrontare evitandosi sul campo da gioco per scontrarsi solo su quello di battaglia. Ma ora è siglata la pace: i due leader – il presidente eritreo Isaias Afwerki e il primo ministro etiope Abiy Ahmed – si sono incontrati il mese scorso ad Asmara per far terminare con un abbraccio due decenni di fucili spianati, servizio di leva decennale obbligatorio e morte. Sotto i cieli africani di questo agosto la riconciliazione avverrà con una notte magica lungo la linea bianca del campo, lontana da quella rosso sangue al confine: porterà con qualche gol, si spera, all’ammorbidimento del regime di Afwerki, padrone assoluto di quella che chiamano “la Nord Corea d’Africa”.

Puntando i binocoli ancora più a sud, da un’Africa all’altra, dal Corno fino al Sahara, dalle coste del nord verso i deserti percorsi dai migranti, la mappa che si scorge diventa sempre più mortale. Uomini e donne scappano perché di Africa si muore. Fame, povertà e violenza sono ovunque e non solo in guerra: anche ad ogni elezione africana, si sanguina. Sono almeno sei i morti alle proteste ad Harare, Zimbabwue, dove ha vinto, con poco più del 50 per cento dei voti, Emmerson Mnangagwa, il “Coccodrillo”, braccio destro del vecchio e storico leader Robert Mugabe, rimasto quasi 40 anni al potere. Dopo le urne, ci sono state le bare di chi aveva manifestato, tacciando il governo di frode. È stato accusato di aver fomentato le proteste Tendai Biti, oppositore di Mnangagwa, arrestato mentre tentava di scappare in Zambia.

Le prossime elezioni africane saranno a dicembre in Congo: Joseph Kabila, dal 2001 al potere, non si ricandiderà. Al suo posto correrà Emmanuel Ramazani Shadaruy, suo ex ministro dell’Interno, già soggetto di sanzioni dell’Unione europea per violazione dei diritti umani. Tornando al Corno d’Africa – in faccia a quello Yemen non più Africa ma sempre sfregiato – l’ultimo attentato a Mogadiscio, in Somalia, risale all’inizio di agosto: due esplosioni, 17 morti si aggiungono all’elenco di luglio, quando un altro attacco jihadista è avvenuto nei pressi del palazzo presidenziale. .

Africa è anche dove la jihad religiosa si insinua dal Medio Oriente: dal 2010 al 2017 gli scontri con gli estremisti islamici nel continente sono cresciuti del 300% (dati Economist). Se in Somalia c’è al Shabab, in Nigeria c’è Boko Haram e in Mali Jama’t Nustra Islam wal Muslimin. In comune hanno la bandiera nera e una roccaforte incontrollabile: il Sahara, dove vigono le leggi delle dune, degli islamisti e del loro mercato mortale. Dove tutto si uccide, si vende o si compra. Armi, droga, uomini, i loro destini compresi.

Continente nero, morte bianca. Le ultime e più celebri sono quelle avvenute nella Repubblica Centrafricana: tre giornalisti di Mosca che indagavano sulla presenza nel paese di mercenari russi del gruppo Wagner sono stati uccisi in quella che è stata ufficialmente bollata come una “rapina”. Dopo che l’embargo sulle armi è stato ammorbidito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel paese sarebbero arrivati insieme alle granate del Cremlino, 170 istruttori russi per addestrare l’esercito del presidente Faustin-Archange Touadera a sedare il conflitto scoppiato tra musulmani e cristiani.

Il ballo del Sud Sudan in bilico sul petrolio

Un vecchio proverbio africano dice che “quando combattono gli elefanti, è sempre l’erba a rimanere schiacciata”. E quando combattevano gli elefanti in Sud Sudan era sempre l’ultima ora di qualcuno. Ora i due pachidermi, il presidente in carica Salva Kiir e il suo ex vice, poi nemico mortale, Riek Machar, si sono seduti di nuovo allo stesso tavolo per trovare un accordo di pace nello Stato più giovane del mondo. Ha solo sette anni, il Sud Sudan, e da cinque è dissanguato dalla guerra civile, esattamente quando i due signori della guerra hanno smesso di essere amici. Adesso Stato Radio Juba dice: “Il presidente Salva Kiir, con decreto presidenziale, ha concesso l’amnistia a Riek Machar e i gruppi in armi contro il governo”. È accaduto sei giorni fa, grazie al cessate il fuoco raggiunto tra i soldati ribelli di Machar e l’esercito di Kiir lo scorso giugno. Fino ad oggi le zone di controllo e confine tra le due fazioni etniche erano a geometria variabile, definite ogni giorno nel deserto africano a colpi di kalashnikov, stupri etnici e devastazione. In uno Stato più africano degli altri adesso all’orizzonte non ci sono solo le donne con ceste in equilibrio sulla testa, ma anche una tregua.

Dopo fosse comuni, scontri tribali, cannibalismo forzato da Jongelei fino a Unity, undici prove di cessate il fuoco susseguitesi in questi anni, questo è il secondo accordo di divisione dei poteri firmato da Kiir, di etnia Dinka, e Machar, di etnia Nuer. Da quando nel 2013 sono scesi in guerra, le loro truppe li hanno seguiti, lasciando sotto gli stivali dei soldati decine di migliaia di morti, cinque milioni di sfollati, il Paese sull’orlo della carestia. La firma di questo accordo è un’argine che può fermare la violenza, mettere fine alla guerra, alla fuga degli sfollati, a stupri di massa, violenze etniche, in un Paese dove gli aiuti alimentari evitano la morte a 5 milioni di persone, che vivono grazie alle donazioni delle organizzazioni internazionali. Inghiottiti dalla polvere della cronaca e ora liberati, sono migliaia i bambini soldato che erano stati costretti a stringere il fucile e combattere per i gruppi armati del territorio che ora potranno tornare a casa.

Ma già molte volte nella terra dei neri – questo vuol dire Sud Sudan – i rintocchi della Storia hanno suonato con campane di festa e poi di nuovo a morto: dopo il conflitto con il Sudan e l’indipendenza raggiunta nel 2011, la guerra civile è scoppiata nel 2013. I primi negoziati tra Kiir e Machar sono falliti nel 2014, il primo accordo di pace invece nel 2015, ma il presidente Kiir è convinto che questo sarà l’ultimo, il definitivo, il migliore: l’accordo della regolarizzazione perpetua delle tensioni. È stato siglato a Khartoum, capitale del Sudan (del nord), dopo un mese di discussioni: la soluzione condivisa prevede la formazione di un governo di transizione. Tornerà in patria Machar, in carica come vicepresidente, stesso incarico che aveva quando nel 2016 è dovuto scappare dalla capitale Giuba. Al potere rimarrà per tre anni, con mandato nel governo d’unità fino al 2021, anno delle prossime elezioni.

Con decine di migliaia di morti alle spalle, un terzo della popolazione lontana da casa, negli Stati confinanti o rifugiata nelle zone franche, la guerra potrebbe finalmente finire adesso perché interessa ad entrambi gli “elefanti”. Ma in Sud Sudan la giustizia è nera come il continente. E dello stesso colore pece è questa pace, che galleggia tutta sul petrolio: sia Kiir che Machar possiedono proprietà multimilionarie nelle risorse del Paese, da far fruttare. La tregua ora conviene. Nessuno di loro due pagherà per le violazioni dei diritti umani o per lo stillicidio economico compiuto ai danni delle risorse dei loro cittadini. Insieme alle potenze regionali, l’Uganda su tutti, e agli Usa, anche il Sudan ha insistito per tenere incollati alle trattative il primo uomo dei Dinka e il primo dei Nuer: per il petrolio che è a sud, e per gli impianti di raffinazione dell’oro nero che sono invece a nord, bisogna andare tutti d’accordo.

La storia del Paese è stata un montaggio alternato di catastrofi che si ripetevano simili sotto titoli e date diverse negli anni. A volte al rallentatore, a volte accelerata da risvegli improvvisi, dopo il lungo sonno africano. Quando si sparava, laggiù nel bush, al tramonto, il deserto di cespugli avanzava e ululavano quelli che erano forse cani. Come in una sinfonia nel buio, rispondevano col pianto i bambini. Seguiva quello delle madri, se uno di loro moriva. Poche luci accese, molte le scintille dei falò.

Il ritmo era quello del rumore del generatore dell’elettricità, il metronomo della vita che scandisce l’ordine del giorno in Africa. La colla di suoni della radio poi si diffondeva nella provincia di Lui: erano le voci che trasmettevano da Giuba notizie che tutti corrono ad ascoltare per sentire se tra i nomi dei morti ci sono quelli di nemici o amici, feriti nella loro tribù o fra gli altri. Se c’è progresso nella pace o nella guerra. Poi il silenzio faceva avanzare di nuovo il buio. Se ce n’erano, il lutto per il bollettino durava pochi secondi, quelli che puoi permetterti nella terra dei neri, perché c’è spazio per tutto in Africa, ma tempo per niente.

Le ore non le puoi usare se non per provvedere alla sopravvivenza: la tua, di tuo figlio, della famiglia. Quando ritornava il buio, avanzava il silenzio. Poi si ritornava in capanna. Di fame, di guerra: moriamo. Lo ripeteva chi era scampato ai combattimenti dei soldati delle due fazioni opposte, in lotta: “Sono nato in guerra, invecchierò in guerra, se mi va bene”. I proiettili hanno bersagli, non nemici: colpivano i civili che si ritrovano intrappolati in mezzo al fuoco delle due etnie, nei giorni più furiosi della guerra etnica. Quasi mai resistono o esistono altri dettagli quando questo succede in Africa, dove tutto è luce o buio, sì o no, vita o morte, bianco o nero. La pace o la guerra.

Molta parte dell’enorme Africa si regge sull’equilibrio di questi due contrasti, una metà che tiene in piedi l’altra. Nel distretto di Lui, Equatoria Ovest, ti ripetevano soprattutto una parola, kawaja: la prima parola che l’Africa ti insegna per ricordarti a che tribù appartieni tu, uomo bianco.

Il presidente che trascina le folle degli onesti

“La lotta alla corruzione è dolorosa: porta alla luce la faccia più brutta della nostra società”. Ma non vuol dire che bisogna smettere di farla. Le spalle sono larghe, come gli occhi chiari e quasi trasparenti, l’aggettivo che pronuncia più spesso quando parla di politica. Il presidente Iohannis Klaus sa che lottare contro il sistema di tangenti in Romania “crea molti nemici tra i politici, ma è quello che io e i rumeni vogliamo”.

Parlava così nel febbraio 2017 alle telecamere dell’Afp, con mezzo milione di ragazzi in piazza a protestare. Klaus allora aveva solo un desiderio: che il popolo tornasse a credere nello Stato. Sono parole che non si è portate via il vento: sono ancora a Bucarest, come quei giovani, più di un anno dopo. “Credi nella notte e nei weekend”, era il detto di piazza Viktorei. E di nuovo di notte, di nuovo nel fine settimana, decine di migliaia di romeni sono scesi in piazza. Lavoro e corruzione: il primo lo vogliono nel loro paese, soprattutto la diaspora romaneasca che torna in patria per l’estate. La corruzione la vogliono fuori dai palazzi del potere.

Quando Klaus nacque in Transilvania nel 1959, all’anagrafe si rifiutarono di scrivere il suo nome con la J, come faceva da cinquecento anni la sua famiglia tedesca. La tradizione sassone fu scissa, finì la storia di un figlio dell’enclave germanica, iniziò quella di un ragazzo rumeno. Insegnante di fisica, poi ispettore scolastico, il tedesco diventò sindaco di Sibiu nel 2000. Fu rieletto nel 2004, nel 2008 e nel 2012 , di nuovo. Il suo segreto contro le tangenti in città erano le donne: i ruoli chiave in municipio li destinava a loro, perché meno corruttibili rispetto ai colleghi maschi. Il germanico che i rumeni amano nel 2014 è diventato presidente, sconfiggendo Viktor Ponta, delfino di Liviu Dragnea. Se Klaus è simbolo della giustizia Dragnea, il leader del partito Psd, è l’esatto, simmetrico, opposto: pluricondannato e autore di depenalizzazioni ad personam.

Klaus è un politico contro i politici: “voi distruggete la giustizia”, ha detto a deputati e senatori che ora vogliono distruggere lui. Alla maggioranza che ora lo minaccia con un’accusa di alto tradimento, ha appena risposto che si ricandiderà anche l’anno prossimo.

Il futuro è l’Unione, ma “non credo che De Gasperi, Schumann, Adenauer, Spinelli avrebbero amato un’Europa a più velocità o cerchi concentrici”. Il tris di drappi che ha alle spalle nel suo ufficio colorano gli aforismi secchi che pronuncia spesso: sono la bandiera della Nato, quella europea e poi il tricolore del paese di cui è capo. Dopo che Laura Kovesi, a capo della Dna, Direttorato anticorruzione nazionale, è stata licenziata, il sindaco, come ancora qualcuno lo chiama, è rimasto l’unico simbolo politico di un’intera nazione che lo guarda.

La Romania che non ha niente di cui vergognarsi e che lo ama rimane per strada. Lui ricambia il suo popolo: “siamo una democrazia giovane rispetto ad altri paesi europei, ma da noi la gente è scesa in piazza per difendere diritto, giustizia, equità”.

Roma occupata dai clan: 300 case popolari ai boss

I clan criminali di Roma occupano le case popolari: i cognomi Casamonica, Di Silvio e Spada si possono leggere su almeno trenta campanelli, ma si tratta degli appartamenti controllati “direttamente”, poi ci sono quelli comunque gestiti dai boss, con le loro “assegnazioni”. E, secondo stime approssimative, dovrebbero aggirarsi almeno intorno ai 60 alloggi per i soli Casamonica, intorno, almeno, ai 300 considerando le altre “famiglie”: un fenomeno grave ma di difficile “misurazione”.

Perché oggi a Roma il controllo delle case popolari è uno dei tratti distintivi delle organizzazioni criminali, così si garantiscono presidi territoriali per attività illegali e consenso sociale. A Roma tra gli enti che si occupano di case popolari c’è l’Ater, ente regionale, che gestisce circa 48 mila unità immobiliari per 150 mila persone, una città nella città. Attualmente sono addirittura 6.497 gli alloggi occupati abusivamente, abitati da persone che non hanno alcun titolo, circa il 13,5% del totale. Nel dato, bisogna precisare, rientrano diversi profili: chi ha perso i requisiti, chi non è in regola, chi è oppresso dalla burocrazia, ma anche gli interessi della malavita. Le famiglie criminali, infatti, sono da anni entrate in questo fiorente mercato. Proprio nei giorni scorsi i carabinieri di Frascati hanno riconsegnato a Ernesto Sanità il suo appartamento occupato abusivamente per anni da Giuseppe Casamonica, ora detenuto. Sanità ha dormito anche per strada, a volte ospitato dagli amici, mentre la sua casa era entrata nella disponibilità del clan che gli faceva scontare un presunto debito del figlio adottivo, vicenda con la quale Sanità non c’entrava assolutamente nulla. Il figlio è morto per un infarto dopo un acceso diverbio, nel 2007, vicenda sulla quale ora la Procura di Roma, ha riaperto le indagini. Sanità, dopo anni di sofferenze e attese, ha riavuto il suo appartamento dove, per anni, risultava abitare Concetta Casamonica, detta Sonia, che lì aveva anche ottenuto da Roma Capitale la residenza. In realtà la donna non abitava lì, ma era un alloggio nella disponibilità del clan. Oltre dieci anni nei quali le cose di Sanità sono state distrutte e buttate via, con l’appartamento di 70 metri quadrati trasformato in un’alcova tra capitelli, quadri dorati e orpelli della casata.

Inizialmente Sanità era rientrato e aveva cambiato la serratura, una decisione che suscitò la reazione del clan. Giuseppe Casamonica lo raggiunse e, minacciandolo, gli intimò di consegnargli le chiavi. Uno dei gorilla di Casamonica gli disse: “Al paese mio quelli come ti li sgozziamo”. La storia di Sanità è emersa dall’inchiesta della Procura di Roma, pm Giovanni Musarò, che a metà luglio ha portato in carcere 37 persone del clan. Resta da chiarire che fine abbia fatto la denuncia che Sanità aveva presentato al commissariato di Sant’Ippolito, e che è sparita misteriosamente.

Per Andrea Napoletano, nuovo direttore dell’Ater, “è un piccolo tassello di un percorso complesso”. Nel 2017 sono stati recuperati 270 alloggi. I Casamonica, i Di Silvio, gli Spada, infatti, continuano a controllare decine di unità immobiliari. Nel 2016 l’ex commissario Ater Giovanni Tamburino parlò di 40 alloggi ai quali andavano aggiunti quelli sotto il controllo di famiglie come i Di Silvio e gli Spada. Le stime più prudenti parlano in tutto di una trentina di case, ma ci si riferisce solo a quelle dove all’interno vivono soggetti con quei cognomi. In ampie zone periferiche della città a decidere chi entra e chi esce sono i clan: tutto deve passare dal loro controllo, per l’organizzazione dello spaccio.

Nella relazione annuale della commissione regionale sulle infiltrazioni mafiose, presieduta da Baldassare Favara emerge uno spaccato inquietante. A partire dalle gambizzazioni, almeno tre registrate nei pressi di palazzine Ater, tra il 2015 e il 2016, e per motivi ancora da chiarire. Non solo, ci sono poi i danneggiamenti per la gestione delle piazze di spaccio. In alcuni casi gli ascensori vengono rotti e fermati in mezzo a due piani per depositare all’interno droga rendendo impossibile, in caso di blitz delle forze di polizia, identificare i responsabili. “Succede così – spiega Tamburino – anche nelle cantine occupate dove conservano droga e armi”. Così il consenso sociale “si crea attraverso la gestione illegale degli edifici o parti di essi – riflette l’ex commissario –, un dominio territoriale, una extraterritorialità dove la legge dello Stato fa sempre più fatica ad entrare”. In quei pezzi di Roma sprofondati nella Suburra i poteri riconosciuti sono quelli criminali e lo Stato non si vede.

Migranti annegati: l’ipotesi è “omissione di soccorso”

La Procura di Agrigento, che sta indagando sui quattro migranti morti il 14 luglio a poche miglia da Linosa, sta acquisendo i giornali di bordo e tutte le comunicazioni intercorse tra guardia costiera, Marina militare e Guardia di finanza dalla notte del 13 luglio fino al soccorso del giorno dopo. I quattro migranti, secondo le ricostruzioni e le testimonianze raccolte dalla squadra mobile di Ragusa, annegarono dopo essersi tuffati dal barcone, sul quale viaggiavano con circa 450 persone, quando videro la motovedetta della Finanza avvicinarsi per il soccorso. Il punto è che la Procura di Agrigento, con l’analisi dei documenti richiesti a Marina, Guardia costiera e Fiamme Gialle, vuole valutare se in questa vicenda si sia concretizzato un reato di omissione di soccorso. Reato che finora non compare nel fascicolo – al momento contro ignoti – aperto dai pm agrigentini. Il Fatto è in grado di rivelare un altro retroscena.

Nel tardo pomeriggio del 13 luglio, mentre il barcone con 450 persone è ancora nelle acque Sar maltesi (il tratto di mare in cui la competenza per i soccorsi spetta a Malta), è in corso una riunione a Palazzo Chigi per stabilire la strategia da tenere, in ambito europeo, con la Libia e altri Paesi del Mediterraneo, sul fronte sbarchi e immigrazione irregolare. Vi partecipano altissimi esponenti della Presidenza del Consiglio, del Viminale, dei ministeri delle Infrastrutture e della Difesa, più gli stati maggiori delle Forze armate al completo. Mentre si discute, qualcuno mette sul tavolo un argomento più immediato, che richiede soluzione e risposta rapide: “E con il barcone che sta entrando nelle acque italiane, oggi, che si fa?”. La risposta è quella che ci si aspetta da un consesso istituzionale: “Si rispettano le regole”. Argomento chiuso.

Quali sono le regole? Semplice: un barcone di venti metri, con 450 persone a bordo, va soccorso, punto e basta. E senza attendere che chieda aiuto. Un’imbarcazione che viaggia in quelle condizioni è in pericolo, potrebbe ribaltarsi da un momento all’altro: andarle incontro per il salvataggio è un obbligo, non un’opzione. Sciolto il consesso, però, gli sviluppi sono ben diversi. E hanno dell’incredibile. L’imbarcazione entra in acque Sar italiane, ma nessuno le va incontro. Per ore e ore. Eppure le comunicazioni con Malta e l’avvistamento del barcone, avvenuto con un aereo della missione militare europea Sophia, avvengono intorno alle 4.25 del mattino del 13 luglio. L’ingresso nella Sar italiana avviene intorno alle 18.30 dello stesso giorno e, come abbiamo già spiegato, nella riunione a Palazzo Chigi era stato stabilito di rispettare le regole, ovvero di avviare il soccorso. Prima che qualcuno intercetti l’imbarcazione, però, passano circa 2 ore. Durante le quali, incredibilmente, il barcone riesce ad arrivare a sole 5 miglia dall’isola di Linosa “bucando” la presenza in mare delle motovedette della Guardia costiera, della Marina militare, della missione Sophia e della Guardia di finanza. È alle 20.30 che la motovedetta delle Fiamme gialle, legittimata a intervenire per il fermo in mare, affianca il barcone. Come mai? Il Fatto già in quei giorni spiegò che, piuttosto che rispettare le regole, si attivò il gioco del cerino. Pochi giorni prima il vicepremier Salvini aveva accusato la Guardia costiera, che dipende dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, di eccessivo interventismo. E l’equipaggio del pattugliatore Diciotti, intervenuto nei salvataggi l’11 luglio, era rimasto bloccato per ore al largo di Trapani, con 67 migranti a bordo, perché il Viminale aveva chiuso il porto, fino all’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del premier Giuseppe Conte. In altre parole, anche il 14 luglio, mentre Salvini ripete che l’Italia deve mantenere la linea dura, nessuno vuole scatenare l’ira del Viminale e rischiare di restare fermo per ore dinanzi a un porto. E così – fatta eccezione per l’intervento della Gdf – il barcone rischia di arrivare da solo, con tutti i rischi per i migranti, fin dentro il porto di Linosa. Alle 20.30 interviene la motovedetta della Gdf, pochi minuti dopo altre tre della Guardia costiera. Nel frattempo quattro migranti si tuffano e muoiono annegati. Ma la Procura di Agrigento chiede di acquisire tutti i documenti, dalle 4.25 del 13 luglio fino all’annegamento, per comprendere come mai, in tutte quelle ore, per ben 19 miglia, i migranti siano riusciti a “schivare” i nostri soccorsi. O se invece siano stati i nostri soccorsi a schivare loro.

Famiglia Renzi, i 38 mila euro per l’Africa ancora in cassa

La signora Laura Bovoli, mamma di Matteo Renzi, è una persona cortese. Quando la contattiamo per capire che fine abbiano fatto i soldi versati nella società di famiglia nel 2011 da Alessandro Conticini (indagato dai pm insieme al fratello, Andrea Conticini, il marito della figlia Matilde Renzi e all’altro fratello, Luca) la signora non ci prende a male parole, come pure era lecito attendersi, ma ci risponde. La domanda era un po’ rude: signora Renzi, perché la società di famiglia non regala all’Unicef i soldi incassati nel 2011 da Alessandro Conticini, visto che i pm sostengono che li avrebbe distolti dai fini previsti, insomma ‘rubati’ all’Unicef stessa e ad altre organizzazioni?

Per i pm, Alessandro Conticini, 42 anni, come titolare della Play Therapy Africa Ltd e poi dell’Ida S.a. e dell’Ida Ltd, avrebbe incassato 10 milioni di dollari in gran parte da Unicef (3 milioni e 882 mila euro) e dalla Fondazione Ceil and Michael E. Pulitzer (5,5 milioni di dollari) per portare il sorriso sulla bocca dei poveri bambini africani. Invece di fare la terapia del gioco, secondo i pm, Conticini avrebbe fatto passare i soldi sui suoi conti di Bologna e Capo Verde.

Secondo i pm l’appropriazione indebita sarebbe pari a 6 milioni e 600 mila euro. Il rivolo più velenoso del fiume di soldi è rappresentato dai 133 mila e 900 euro finiti nel periodo 21 febbraio-7 marzo 2011 alla società Eventi6, di cui Matteo Renzi è stato un dirigente in aspettativa fino al 2014, mentre la mamma e le sorelle di Matteo sono socie. Nel 2011, quando Eventi6 non se la passava bene, Conticini fece un finanziamento per 130 mila euro e un aumento di capitale con sovraprezzo per 50 mila euro.

La mamma di Matteo Renzi replica sul punto: “La nostra società ha restituito totalmente ad Alessandro Conticini il finanziamento infruttifero ricevuto l’otto marzo 2011”. Poi prosegue: “La prima e la seconda rata, ciascuna di 26 mila euro, tramite Unicredit Banca il giorno 11 marzo del 2013. La terza rata di 28 mila, con la stessa modalità il giorno 26 giugno 2013. La quarta rata di 10 mila euro il 4 luglio 2013. La quinta rata sempre di 10 mila euro il 12 novembre 2013. Il giorno 24 marzo del 2014, con l’ultimo bonifico di 30 mila euro, il finanziamento è stato azzerato”.

Un mese dopo il giuramento di Matteo Renzi la famiglia del premier aveva chiuso i conti con il finanziamento contestato dalla Procura di Firenze ad Alessandro Conticini e Andrea, il marito di Matilde Renzi. Andrea – quale procuratore del fratello – è accusato di avere impiegato parte del provento criminoso nella società dei Renzi. I pm contestano solo il finanziamento soci per 133.900 euro.

Al Fatto, però, risulta che Conticini entra nella società dei Renzi partecipando a un aumento di capitale e versa il 21 febbraio 2011 altri 50 mila euro per comprare una quota che ha un valore nominale di 12 mila euro, con il meccanismo del sovraprezzo. In pratica il capitale passa da 10 mila a 60 mila euro ma a pagare per l’aumento è solo un socio: Conticini. Alla fine lui avrà solo il 20 per cento della società, mentre le sorelle, senza tirar fuori un euro, avranno il 36 per cento a testa (di un capitale di 60 mila) e la mamma di Matteo l’8 per cento. Quando Conticini esce nel 2013 però retrocede a Matilde Renzi la sua quota al prezzo nominale di 12 mila euro. Quindi nel capitale della società restano i 38 mila euro di differenza. Alla signora Bovoli abbiamo chiesto: “Perché non donate i 38 mila euro rimasti all’Unicef?”. Inizialmente ha tentato di sostenere che non c’era la differenza. Dopo avere ricevuto via Whatsapp la foto dell’atto, ha corretto il tiro: “Grazie del consiglio ma scelgo da sola (…) domani con l’aiuto del commercialista risolvo il resto”.

Il Fatto intanto ha seguito la pista portoghese. I pm indagano Alessandro e l’altro fratello, Luca Conticini, perché sostengono che un milione e 965 mila euro dal novembre 2015 all’aprile del 2017 è stati distolto dalle iniziative a favore dell’Africa per finire in “un investimento immobiliare in Portogallo”. Ieri La Verità ha scoperto la società immobiliare Cosmikocean Ltd, creata nel gennaio del 2017 di cui è stato gestore Alessandro Conticini a Lisbona. Ora il gestore è Alessandro Radici, un dirigente della Safilo in Portogallo. La società ha sede in rua Santa Marta 66, in un vecchio palazzo in ristrutturazione. Nel giugno scorso la società ha presentato una domanda urbanistica al comune. Sui siti di agenzie immobiliari di lusso come Sotheby’s si scopre che nel palazzo di rua Santa Marta 66 sono in in vendita almeno quattro appartamenti. Si va da un prezzo di 980 mila euro fino a un milione 390 mila euro. Sui siti ci sono le foto degli interni. Sono le stesse pubblicate da un operatore specializzato in disegni architettonici e foto che attribuisce le case fotografate a “Conticini/Radici”. Contattato dal Fatto, l’autore dice di avere conosciuto Conticini per il lavoro anche se ha ricevuto l’incarico da un’agenzia. Abbiamo chiesto ieri inutilmente ad Andrea Conticini, di rintracciare Alessandro per chiedergli delucidazioni. Andrea ha declinato.

Sfida Lega-M5S, il pareggio sulle nomine

La vicenda Rai è ancora lontana dalla conclusione, dopo la bocciatura in Parlamento di Marcello Foa come presidente, ma è tempo di un primo bilancio sulle nomine fatte dal governo gialloverde. Una premessa: la Lega è in Parlamento dal 1987, governa le due Regioni più ricche d’Italia, Lombardia e Veneto, i Cinque Stelle sono alla seconda legislatura e alla prima esperienza di maggioranza. Esiste quindi da decenni un ceto di sottogoverno leghista a cui attingere per i consigli di amministrazione (vedi Flavio Nogara in Ferrovie dello Stato, per esempio), mentre il bacino pentastellato è praticamente vuoto. Col risultato che le scelte vengono fatte sperando che la sorte aiuti. A volte non funziona, vedi il caso di Luca Lanzalone messo alla presidenza dell’Acea a Roma e poi indagato per lo Stadio della Roma. Altre volte produce risultati altrimenti impossibili: Fabrizio Salini è diventato amministratore delegato della tv pubblica con qualche sms, un paio di colloqui informali e tanta fiducia.

I Cinque Stelle sembrano voler privilegiare la terzietà sull’appartenenza, non hanno molte persone di “area” tra cui pescare e quindi spingono sempre per nomi che considerano di garanzia, anche se si tratta di scelte basate su poco più del curriculum letto in rete. La Lega punta invece sull’usato sicuro e si muove con una maggiore determinazione che deriva dall’esperienza (a gestire le nomine sul fronte leghista c’è un veterano come il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, per i Cinque Stelle il debuttante Stefano Buffagni, deputato).

Ovviamente ci sono le eccezioni a questa regola di massima. Sulla Cassa depositi e prestiti i Cinque Stelle hanno combattutto una battaglia che a molti è parsa incomprensibile per avere Fabrizio Palermo amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti che gestisce i risparmi postali degli italiani. Palermo era il capo della finanza nella Cdp di targa renziana guidata da Claudio Costamagna e Fabio Gallia, per la sua ascesa faceva il tifo tutto un sistema di sottopotere romano che è quanto di più lontano esista dallo spirito dei Cinque Stelle. Luigi Di Maio e i suoi hanno fatto un punto di principio di femare la candidatura di Dario Scannapieco, vicepresidente della Banca europea degli investimenti, troppo tecnico, troppo europeo. Ma era un nome indipendente che avrebbe dato un segnale rassicurante a tutti, Quirinale incluso. L’effetto a catena della imposizione di Palermo è stato che il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha ottenuto come direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera, il funzionario che aveva gestito le crisi bancarie 2015-2017 nel modo tanto contestato sia da Lega che da M5S.

Tra gli altri episodi discutibili di questa stagione di nomine ne vanno segnalati un paio di altri. All’Arera, l’Autorità per l’energia, i rifiuti e l’ambiente, il governo Conte ha indicato Stefano Besseghini: competenza granitica, guida dal 2010 il Rse, una specie di centro di ricerca interno al Gse, il gestore del servizio elettrico che tra l’altro amministra gli incentivi alle rinnovabili. Sarà sicuramente meglio di Guido Bortoni che ha passato il suo mandato a dimostrarsi troppo indulgente coi soggetti vigilati e che prima di tornare a fare il dipendente dell’autorità che guidava ha ottenuto scatti di anzianità extra in una mossa non elegante. Peccato che Lega e Cinque Stelle abbiano anche messo in cda dell’Arera Stefano Saglia e Andrea Guerrini. Il privo è un ex deputato di An, molto competente ma che fino a ieri stava nel cda di Terna, una società vigilata dall’Arera. Idem Guerrini che tuttora risulta presidente dell’Asa, la società dei rifiuti del Comune di Livorno (pentastellato), quindi di un altro soggetto toccato dalle decisioni dell’Arera.

Ha sollevato qualche perplessità anche il nome di Benedetto Mineo all’Agenzia delle Dogane: l’ex funzionario di Equitalia è stato vicecapo di gabinetto del governatore della Sicilia Totò Cuffaro, simbola di una politica detestata tanto dalla Lega che dai Cinque Stelle. Ma a parte questo punto del curriculum non pare abbia altre criticità. La nomina di maggior peso tra le agenzie del Tesoro è quella al Fisco: lì è andato un generale della guardia di Finanza, Antonino Maggiore, pare scelto dai Cinque Stelle sulla base del suo approccio di concentrarsi sui grandi evasori. Il suo banco di prova sarà la gestione della “pace fiscale” – che, da quel poco che si sa, continua a sembrare un vero condono – ma almeno non risulta che il generale Maggiore abbia dato prova di fedeltà preliminare alla maggioranza come invece fece il suo predecessore, Ernesto Maria Ruffini, giovane e brillante avvocato ma anche frequentatore della Leopolda di Matteo Renzi.

A parte che sul nome di Foa, dove si è scaricata una tensione latente tutta politica tra Forza Italia e Lega, nessuna delle nomine di governo ha sollevato rivolte. Non ci sono veri impresentabili e questa è una novità. Ma è stata rispettata la tradizione su un altro punto: infinite discussioni su chi occupa le poltrone, neanche un minuto per indicare a questi manager che cosa l’azionista – cioè il governo, cioè lo Stato, cioè noi – si aspetta da loro e quindi su quali risultati sarà misurato il loro lavoro.

Un coro di no per Salvini sulla leva obbligatoria. Trenta: “Idea romantica”

Reazioni di prevalente scetticismo all’idea del vice premier Matteo Salvini di reintrodurre la leva militare obbligatoria. “Un’idea romantica, ma i nostri militari sono e debbono essere dei professionisti”, ha detto ieri la collega della Difesa, Elisabetta Trenta. Più caustico l’ex presidente del Senato e senatore di Leu, Piero Grasso: “Cambiamo le regole del gioco: commentiamo le sparate di Salvini solo quando si traducono in disegni di legge, senza abboccare alle provocazioni continue. Lo voglio vedere votare per la leva obbligatoria: noi saremo contro, come la maggioranza del Paese”, ha scritto su Twitter. Forza Italia prende posizione col senatore Maurizio Gasparri: “Giusto proporre ai giovani valori e buoni esempi, assurdo riproporre leva obbligatoria”. Il servizio di leva obbligatorio era stato abolito con una legge del 2004, proprio dal governo Berlusconi II.

Ma mi faccia il piacere

Alta stupidità. “La grave esplosione di Borgo Panigale è stata causata dal mancato stop di un’autocisterna, come si vede dal video. Ecco a cosa serve la Tav, a far viaggiare più merci su rotaia e ridurre il numero di camion in strada, a ridurre il rischio che una distrazione provochi una strage” (Michele Anzaldi, deputato Pd, Twitter, 6.8). Così, se si distrae o si addormenta il macchinista, non si schianta solo l’autocisterna: si schianta tutto il treno.

Il profeta. “Il Tribunale fallimentare di Roma ha emesso in data odierna il Decreto di ammissione di Atac al concordato in continuità” (Ansa, 27.7.2018). “Voglio vederlo un giudice a Roma che ammette Atac al concordato in continuità… Penso che lo chiedano sapendo benissimo che gli verrà negato. Così Atac è morta definitivamente” (Stefano Esposito, ex senatore Pd, Twitter, 25.8.2017). Fassino, è lei?

Autopompa. “Rimuovermi non premia il merito. I risultati della lotta all’evasione sono stati evidenti” (Ernesto maria Ruffini, direttore uscente di Equitalia e di Agenzia delle Entrate, nominato da Renzi e Gentiloni, Repubblica, 10.8). Oste, è buono il vino?

La watussa nana. “Sono per l’obbligo vaccinale flessibile” (Giulia Grillo, ministra M5S della Salute, 9.8). E per l’acqua asciutta no?

Bei tempi. “Ebbrezza al potere… Mentre prima si sceglieva con estrema circospezione, ora lo si fa con una sorta di ebbrezza…” (Marco Follini, ex Dc, ex Ccd, ex Udc, ex Pd, ex vicepremier del secondo governo Berlusconi, neo-editorialista dell’Espresso, 5.8). Voi, per dire, non avete idea di quale circospezione ci volle ai bei tempi per far eleggere Cuffaro governatore della Sicilia, Dell’Utri senatore, Previti e Cosentino deputati.

Svegliare il can che dorme. “Renzi evoca la via giudiziaria: torneremo” (Corriere della sera, 9.8). “Il cognato di Renzi indagato a Firenze per riciclaggio di 6 milioni dell’Unicef destinati ai bambini africani” (Corriere della sera, 9.8). Quindi evocare la via giudiziaria funziona.

Severa autocritica. “Ho sbagliato a dire che avrei lasciato la politica se avessimo perso il referendum” (Maria Elena Boschi, senatrice Pd, Agorà, Rai3, 7.8). No, cocca, hai proprio sbagliato a non andartene.

Che Maroni. “Lezioni di politica molto bipartisan a Pavia. Letta e Gentiloni, Appendino a D’Alema, Bersani e Letizia Moratti, Gianni Letta e Irene Pivetti, Attilio Fontana e Giulio Tremonti prof nel corso universitario di Maroni” (La Stampa, 11.8). A parte Appendino e Fontana, sono tutti titolari della libera docenza “Come riuscire a perdere le elezioni e vivere felici”.

Noi siamo scienza, non fantascienza. “Scienziati intelligenti contro politici ignoranti? Quando si è deciso che la scienza fosse più importante della politici?” (Davide Barillari, consigliere dei 5Stelle alla regione Lazio, 5.8). Dev’essere stato quando, sentendo parlare Davide Barillari, qualcuno ha letto qualcosa di Albert Einstein. Notando la lievissima differenza.

Ha parlato Shopenhauer. “Viviamo un tempo in cui vince chi insulta e rifiuta di approfondire. Ci si ferma al post, al grido scandalizzato: occorre una battaglia educativa e culturale. E allora non farò il conduttore televisivo, ma racconterò la storia di Firenze, città della quale sono perdutamente innamorato. La Firenze della cultura, del commercio internazionale, dell’innovazione. Parleremo delle città di ieri per riflettere sul mondo di oggi… Combatto una battaglia culturale dalla parte della bellezza, contro la rabbia, la paura, l’odio” (Matteo Renzi, ex premier, ex segretario Pd, ora senatore, Messaggero, 5.8). Dev’essersi finalmente guardato allo specchio.

Che ossessione. “Indagare sulle banche, l’eterna ossessione grillina” (Repubblica, 8.8). In effetti, non si vede proprio che cosa ci sia indagare in quelle proverbiali oasi di trasparenza e legalità.

Il titolo della settimana/1. “La Raggi non piace ai leghisti di Roma: ‘Troppo marxista’” (Repubblica, 31.7). Uahahahahahah.

Il titolo della settimana/2. “Di Maio: Tav, troppi 10 miliardi, Ma l’Italia paga meno di un terzo” (Repubblica, 7.8). Siore e siori, praticamente è regalata!