Al centro del campo di battaglia, dopo vent’anni di guerra, adesso hanno messo un pallone di cuoio bianco e nero. Il conflitto durato vent’anni tra Asmara e Adis Abeba finirà davvero quando inizierà questa partita di calcio, per cui non è stata ancora fissata la data precisa, ma che dovrebbe esser giocata prima di settembre. Le nazionali di Eritrea ed Etiopia non si sono mai potute affrontare evitandosi sul campo da gioco per scontrarsi solo su quello di battaglia. Ma ora è siglata la pace: i due leader – il presidente eritreo Isaias Afwerki e il primo ministro etiope Abiy Ahmed – si sono incontrati il mese scorso ad Asmara per far terminare con un abbraccio due decenni di fucili spianati, servizio di leva decennale obbligatorio e morte. Sotto i cieli africani di questo agosto la riconciliazione avverrà con una notte magica lungo la linea bianca del campo, lontana da quella rosso sangue al confine: porterà con qualche gol, si spera, all’ammorbidimento del regime di Afwerki, padrone assoluto di quella che chiamano “la Nord Corea d’Africa”.
Puntando i binocoli ancora più a sud, da un’Africa all’altra, dal Corno fino al Sahara, dalle coste del nord verso i deserti percorsi dai migranti, la mappa che si scorge diventa sempre più mortale. Uomini e donne scappano perché di Africa si muore. Fame, povertà e violenza sono ovunque e non solo in guerra: anche ad ogni elezione africana, si sanguina. Sono almeno sei i morti alle proteste ad Harare, Zimbabwue, dove ha vinto, con poco più del 50 per cento dei voti, Emmerson Mnangagwa, il “Coccodrillo”, braccio destro del vecchio e storico leader Robert Mugabe, rimasto quasi 40 anni al potere. Dopo le urne, ci sono state le bare di chi aveva manifestato, tacciando il governo di frode. È stato accusato di aver fomentato le proteste Tendai Biti, oppositore di Mnangagwa, arrestato mentre tentava di scappare in Zambia.
Le prossime elezioni africane saranno a dicembre in Congo: Joseph Kabila, dal 2001 al potere, non si ricandiderà. Al suo posto correrà Emmanuel Ramazani Shadaruy, suo ex ministro dell’Interno, già soggetto di sanzioni dell’Unione europea per violazione dei diritti umani. Tornando al Corno d’Africa – in faccia a quello Yemen non più Africa ma sempre sfregiato – l’ultimo attentato a Mogadiscio, in Somalia, risale all’inizio di agosto: due esplosioni, 17 morti si aggiungono all’elenco di luglio, quando un altro attacco jihadista è avvenuto nei pressi del palazzo presidenziale. .
Africa è anche dove la jihad religiosa si insinua dal Medio Oriente: dal 2010 al 2017 gli scontri con gli estremisti islamici nel continente sono cresciuti del 300% (dati Economist). Se in Somalia c’è al Shabab, in Nigeria c’è Boko Haram e in Mali Jama’t Nustra Islam wal Muslimin. In comune hanno la bandiera nera e una roccaforte incontrollabile: il Sahara, dove vigono le leggi delle dune, degli islamisti e del loro mercato mortale. Dove tutto si uccide, si vende o si compra. Armi, droga, uomini, i loro destini compresi.
Continente nero, morte bianca. Le ultime e più celebri sono quelle avvenute nella Repubblica Centrafricana: tre giornalisti di Mosca che indagavano sulla presenza nel paese di mercenari russi del gruppo Wagner sono stati uccisi in quella che è stata ufficialmente bollata come una “rapina”. Dopo che l’embargo sulle armi è stato ammorbidito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel paese sarebbero arrivati insieme alle granate del Cremlino, 170 istruttori russi per addestrare l’esercito del presidente Faustin-Archange Touadera a sedare il conflitto scoppiato tra musulmani e cristiani.