Cari lettori del mio cuore sensibile, se non mi piglio una vacanzella mi friggono i neuroni superstiti. Ma come ogni anno non vi abbandono, riproponendo una “Antologica d’agosto” delle strip da voi più apprezzate, a giudicare dai social implacabili. Questa andò particolarmente forte, proponendo con drammatica evidenza una problematica diciamo intima e viscerale che affliggeva, anzi affligge, i bravi ragazzi del PD.
Tutti ai piedi di Van Gogh: più che un pittore, un brand
Il diavolo veste Van Gogh: mancava solo di indossarlo sulla giacchetta o di metterlo ai piedi stampato sulle pantofole, ma a questo ci ha già pensato Vans, marchio di moda tra i Millennials e pure tra i quarantenni e oltre. Perché, diciamocelo, un capo Vincent veste benissimo.
L’iniziativa “Vans per Van Gogh Museum” suggella il matrimonio – il mercimonio, secondo i puristi – tra l’azienda americana e il museo di Amsterdam: dal 3 agosto chiunque può entrare in possesso di camicie, cappelli, zaini, felpe, scarpe, magliette, giacche griffate dal pittore, o meglio con le immagini riprodotte dei suoi quadri più celebri – Girasoli, Autoritratto, Teschio, Ramo di mandorlo in fiore… –, ma anche con stralci di lettere al fratello Theo.
Il Vincent prêt-à-porter non è solo una becera operazione commerciale; l’obiettivo del museo, infatti, è portare l’arte per strada, ma anche negli armadi e in lavatrice, monetizzando al contempo: parte degli incassi delle vendite – online o nei negozi tradizionali – rimpinguerà il portafogli museale, contribuendo così alla tutela del patrimonio e della collezione d’arte. Nonostante sia uno dei più frequentati d’Europa (nel 2017 i visitatori hanno superato quota 2,2 milioni: un record), il Van Gogh si sostiene con lo sbigliettamento solo per l’87%; il resto viene da introiti, sponsorizzazioni e iniziative private, come quella di Vans, appunto, che pare stia funzionando benissimo. Infatti, nonostante i prezzi poco convenienti – da 80 euro per un paio di scarpe di tela a 150 per un bomber in poliestere –, i prodotti sono andati esauriti nel giro di pochi giorni: basta fare un giro sul sito dell’azienda per accorgersi che non ci sono più articoli disponibili; tocca andarseli a comprare direttamente al bookshop di Amsterdam.
Altro recente, e lodevole, progetto del museo è l’allestimento della galleria virtuale con tutte le opere custodite, corredate di schede storiche, informazioni e curiosità e, soprattutto, scaricabili gratuitamente in alta risoluzione e in tre diversi formati: small, medium e large. Non ditelo a Vans, ma le immagini si possono eventualmente stampare su qualsiasi tessuto e indumento.
La Van Gogh fever non ha contagiato solo gli scarpari: a Vicenza la mostra Tra il grano e il cielo, allestita nella Basilica Palladiana da ottobre 2017 ad aprile scorso, ha attratto 460 mila visitatori, e quest’anno si gioca il podio con Monet delle esposizioni più gettonate d’Italia. Per non parlare della “mostra blockbuster”, itinerante in mezza penisola e oltre – “internazionale e multimediale”, eh! – Van Gogh Alive – The Experience, una esperienza “immersiva” con proiezioni dei quadri del pittore olandese e (tragici) tranche de vie, da Parigi ad Auvers-sur-Oise, passando per il manicomio di Saint-Rémy.
Per non essere da meno, a La Spezia si sono inventati nei giorni scorsi una personale vangoghiana dentro a un centro commerciale: esposti in questa Van Gogh Shadow non ci sono ovviamente gli originali, ma riproduzioni e opere-tributo, non sempre fedelissime.
Anche sul maxischermo le pellicole sul Nostro si sprecano: ad aprile è uscito in sala – per due sole sere – il documentario Van Gogh, tra il grano e il cielo, realizzato da Nexo Digital e 3D con la regia di Giovanni Piscaglia e la sceneggiatura di Matteo Moneta. Special guest, come cicerone d’eccezione, era Valeria Bruni Tedeschi. E del 2016 (ma in Italia nel 2017, dove ha incassato 1,3 milioni di euro, pur essendo stato in sala per appena quattro giorni) è il delizioso film d’animazione Loving Vincent, diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman, che ha ottenuto una nomination ai Premi Oscar, una candidatura ai Golden Globe e una ai Bafta, salvo poi vincere l’European Film Award e il David di Donatello.
L’omaggio del teatro al titano della pittura non poteva, infine, mancare: con L’odore assordante del bianco Stefano Massini vinse nel 2005 il Premio Tondelli, ma lo spettacolo è tornato in replica da un annetto circa, nell’allestimento di Alessandro Maggi e con l’interpretazione di Alessandro Preziosi. E di un teatrante, Antonin Artaud – pazzo da legare come il pittore –, è forse la recensione più vera e più bella dell’arte di Vincent: “Solo pittore, Van Gogh, sì, e niente di più, niente filosofia, né magia, né mistica, né dramma, né letteratura o poesia. I suoi girasoli d’oro e bronzo sono dipinti come girasoli e nient’altro, ma adesso per capire un girasole in natura bisogna prima rivedere Van Gogh”.
Alberto Angela: “Il Louvre dovrebbe restituire le opere depredate”
La raccomandazione di chi lo segue non lascia incertezze: “Per favore, non gli chieda della storia del sex symbol, tutto quel chiacchiericcio in rete proprio non lo sopporta. Non lo tollera. Lui è un uomo di scienza, ama parlare della sua vita professionale. Molto”.
Con Alberto Angela qualunque (altro) argomento è una sorta di la per intonare la storia dell’universo mondo; quando risponde si ha la sensazione di tornare bambini, all’epoca in cui il maestro delle elementari era l’indiscusso depositario di ogni verità, l’unico in grado di rispondere alla fase bulimica dei “perché” (Gianni Rodari insegna), senza deludere le attese. In questi giorni sta girando le puntate della prossima stagione di Ulisse. “Scusi il ritardo, ma abbiamo girato tutta la notte, e fino all’alba. Bellissimo. In quelle ore scatta una magia strana, dal silenzio generale si possono quasi ascoltare i sussurri della storia”. Stanco? “Un po’ sì, ma sono altri i mestieri usuranti. E poi non possiamo girare di giorno quando i siti archeologici o i musei sono inevitabilmente impegnati con i visitatori abituali”.
Si trova a tu per tu con la Storia.
Questo è il bello, e per questo non parlo di stanchezza: quando i musei sono chiusi possiamo aprire le vetrine, “rompere” i normali divieti, magari girare tra i resti del Partenone o stare di fronte alla Gioconda senza quella perenne calca.
Tipo Ben Stiller e la “Notte al Museo”.
Quella è l’immagine internazionale, noi abbiamo iniziato prima, e a volte i direttori delle strutture ci hanno letteralmente consegnato le chiavi; poi la mattina, insieme alla troupe, ci ritroviamo al bar per cappuccino e cornetto.
A luglio le hanno assegnato il Premio Qualitel.
E vanno ringraziati gli spettatori.
Quello sempre.
No, davvero. In nessun’altra televisione straniera c’è un programma di divulgazione in prima serata; è una magia che mi stupisce da anni.
Ci mette pathos.
Ho superato i cinquant’anni eppure mi entusiasmo realmente sui luoghi, non c’è finzione scenica, anche perché sono e mi sento un ricercatore prestato alla televisione.
Politically correct.
No, cerco solo di concentrare l’attenzione verso i temi importanti, e lasciare da parte gli aspetti non centrali.
Ha dichiarato: “Un giorno tornerò a scavare”.
Perché il brivido di un sito archeologico non è paragonabile con nulla; lì c’è fascino, mistero, attesa; c’è la sensazione di ritrovare un percorso momentaneamente sepolto e tu sei il ricercatore in grado di ricollegare il passato al presente.
Ha scavato molto?
Dieci anni e nei luoghi può sperduti del pianeta.
A mani nude.
A volte è necessario.
Con l’idea?
Che la conoscenza è come il pane: va condivisa.
E lei la pagnotta la condivide sempre.
Il più possibile, poi ovvio ci sono momenti privati in cui non sei in grado di rispondere alle domande.
La fermano molto?
Capita.
E…
Ogni tanto arrivano domande complicate, in particolare dai bambini, e ripenso a quando anche io avevo la loro età…
Lei aveva suo padre.
Vero, ma ero comunque un tipo tosto.
Impegnativo.
In un periodo delle elementari sono finito undici volte all’ospedale; a un certo punto l’infermiera si è preoccupata: “Ma ti ho già visto un mese fa! Come è possibile”.
Discolo.
Molto attivo.
Per lei il “dolce far niente” non esiste.
Non so se mi piacerebbe, è uno stato molto lontano da me; sento sempre il bisogno di andare avanti, non mi fermo mai. La vita stessa è una possibilità incredibile di poter scoprire e senza limiti.
Vacanza?
Spesso in campagna, ma decidono i figli: vado dove vogliono loro.
Lei ne ha tre: secondo uno studio quello di mezzo è quasi sempre il geniale.
Davvero? Non lo so, sono differenti l’uno dall’altro, e c’è comunque una regola fondamentale: mai dirgli cosa si deve fare, meglio consigliargli cosa è preferibile evitare.
Senza…
Mai diventare amici.
Ai suoi figli pesa l’avere un genitore famoso?
Non credo, però questa domanda va posta a loro.
Da ragazzo ha mai subito il fascino di miti “pop”?
Sono cresciuto con parametri differenti…
Non c’erano dubbi.
(Sorride) Davvero! Ho passato l’adolescenza e l’infanzia all’estero, in particolare in Francia, poi ho seguito mio padre nei suoi viaggi.
Neanche Lucio Battisti.
Battisti sì, però da ragazzo parlavo meglio il francese dell’italiano e l’Italia è stata una scelta maturata da grande.
Cosa ne pensa delle opere italiane sottratte ed esposte nei grandi musei del mondo?
Parla del Louvre?
Anche.
Lì il discorso è molto semplice: se andiamo a studiare il passato, vigeva una regola molto basilare riguardo al bottino.
Quale?
Il bottino era la fase finale, il punto di conquista, e oramai c’è una sua giustificazione storica; però attenzione: parliamo di una fase ben specifica, superata la quale il bottino diventa crimine.
Quando?
Secondo me il confine giusto è la Rivoluzione Francese: ciò che è successo prima è andato, è acquisito, mentre il dopo non è più accettabile nel mondo occidentale.
Un caos di restituzioni.
L’Italia ha accettato di dire addio alla Stele di Axum.
Allora possiamo gridare: ridateci Giotto!
Il Louvre è pieno di opere sottratte da Napoleone con i fucili spianati; quando giro tra quelle sale e leggo il cartellino “Campagna d’Italia” avverto un moto di fastidio profondo: vuol dire che è stata razziata.
In Italia non siamo molto bravi a valorizzare ciò che ancora possediamo.
Basta vedere la classificazione Unesco legata ai siti: siamo un piccolo Paese, rispetto alla vastità del pianeta, eppure il nostro territorio è un concentrato di meraviglie, e non mi riferisco solo ai monumenti e ai musei.
Ma…
A eccellenze assolute nel mondo del cibo, della cucina, dei vestiti: anche la pizza napoletana è cultura. Le Langhe sono cultura. E noi dobbiamo salvaguardare il sistema, non solo la singola specificità.
Lei in politica.
Sono distante.
Ci ha mai pensato?
Ribadisco: sono distante.
Qualcuno le avrà proposto una candidatura…
No, e poi mi occupo solo di politica antica.
Nel 2002 lei è stato sequestrato.
Esperienza tosta. Giravamo nel delta del Niger, e per oltre 15 ore abbiamo vissuto da condannati a morte: tutti percossi, minacciati e poi derubati, dalle attrezzature, ai contanti, fino alle fedi nuziali e orologi. Sempre sul filo di una tortura psicologica.
Ore interminabili.
Eravamo nell’incertezza assoluta, in quei casi non puoi prevedere nulla, non ci sono parametri psicologici, non puoi aggrapparti alle tue certezze occidentali.
E poi?
Ci hanno abbandonati nel deserto, sono andati alle nostre macchine e le hanno devastate. Il giorno dopo sono tornati e ci hanno lasciati liberi.
Ha anche viaggiato con un cannibale.
Ragazzo dolcissimo.
Sempre cannibale è.
Con lui ho attraversato un fiume in Africa, io e lui.
Ma sapeva delle sue abitudini?
No, l’ho scoperto a metà del tragitto, quando per scambiare due chiacchiere gli ho chiesto in francese: “Come va?”. Lui per risposta ha sorriso, e in quel momento ha scoperto i suoi denti appuntiti, tipici dei cannibali.
Li levigano.
Sì, li affilano a triangolo, tipo quelli dello squalo. Comunque alla fine abbiamo stretto amicizia.
Senza alcun timore.
Bisogna difendere certe culture dai facili pregiudizi.
Va bene, ma gli ha chiesto se ha mai mangiato carne umana?
Questo no.
Da piccolo l’hanno mai presa in giro per il suo cognome?
Non mi è capitato, e spesso si sottovaluta la potenzialità del cognome per capire chi siamo e qual è stato il nostro tragitto: il cognome è una sorta di Dna.
Il suo?
È molto raro e proviene da una parte precisa del Piemonte, a sud di Ivrea; un giorno sono capitato da quelle parti e ho trovato una concentrazione inattesa di Angela, Angela, Angela.
Per le sue riprese ha cacciato Beyoncé dal Colosseo?
Questa storia fa sorridere, ma è un po’ esagerata.
Ne hanno parlato all’estero.
Per Beyoncé, mica per me.
Resta il dato.
Mettiamola così: per una volta la cultura ha battuto il pop per 1-0.
Lei cattolico?
Non rispondo.
Suo padre è agnostico.
Prossima domanda?
Ha mai il timore di perdere la memoria?
Al limite se ne accorgeranno solo gli altri, non io.
Codacons: “Rischiamo di fallire a settembre, intervenga il governo”
“Dopo oltre 30 anni di battaglie a tutela dei cittadini e migliaia di cause vinte, il Codacons rischia di chiudere e scomparire”. A denunciarlo è la stessa associazione dei consumatori, che ha subito un pignoramento da 300 mila euro da parte dell’Agenzia delle entrate, con conseguente blocco delle risorse. “Al centro della questione – si legge in una nota – il contributo unificato che il Codacons, in qualità di Onlus, non è tenuta a pagare sugli atti legali portati avanti a difesa della società e della collettività, ma che il fisco italiano continua a richiedere in modo ossessivo fino ad arrivare al recente pignoramento”. Il Codacons, ritiene invece di dover essere esentato da questo tributo, per la natura “sociale” delle sue azioni legali. L’associazione si appella al ministro dell’Economia Tria, “affinché intervenga personalmente sul caso salvando il Codacons dall’estinzione e chiarendo che le associazioni Onlus che portano avanti azioni legali a tutela dei diritti di utenti e consumatori, o in generale iniziative che rientrano nella categoria del sociale, non sono tenute al pagamento del contributo unificato”.
Niente politica per il popolo dei ragazzi di papa Francesco
“Sarà un segno di Freud”. Roma, Circo Massimo. Mancano pochi minuti alle 18, orario in cui si dovrebbe materializzare Papa Francesco. L’occasione è l’incontro con i giovani in vista del Sinodo di ottobre, voluto dalla Cei. Sono in 70mila, arrivati dopo giornate di cammino in tutta Italia (ogni diocesi, ogni comunità, ha scelto il suo). Occhio blu e parlantina milanese, Andrea racconta a un gruppetto di amici. “Sì è stato Freud, che non mi ha fatto iscrivere a Medicina”. “Scusa, ma che c’entra Freud?”. Tanto per rimanere in tema, il subconscio suggerisce: “Dato il contesto, non dovrebbe essere Dio?”.
Il pratone del Circo Massimo assomiglia più a una festa dell’amicizia, che a un incontro religioso, più alla conclusione liberatoria di un percorso personale, che a un momento di impegno. In fondo, da sempre, la cifra dell’associazionismo cattolico. Quando funziona. Quindi sì, Freud come riferimento “a spanne” ci sta bene, Dio come motivazione ultima pure. E la politica, il dibattito, lo scontro tra la sinistra che fu e la destra che avanza? Non pervenuto. Tanto meno nel nome di Gesù Cristo.
Dunque, Andrea racconta la medicina perduta. “Ho sbagliato le date per la presentazione, e così non mi sono potuto iscrivere”. E adesso? “Farò biotecnologia”. Poi spontaneo aggiunge: “L’ho capito in questi giorni di cammino, stando con gli altri, che potevo scegliere questo percorso. Quando sono partito ero tristissimo”. Fa parte di Cl. Una scelta politica? “Non sono molto informato. Anche se ormai posso votare. I comunisti no, eh, vado a destra”. Domanda: “A qualcuno interessa la politica?”. Diniego generale. Ma poi uno indica il vicino: “Che dici, ti sei pure candidato al consiglio comunale!”. L’interessato quasi si arrabbia. “Ma no, era una lista civica. Cercavo il modo per impegnarmi e non m’è venuto in mente nient’altro. Tanto, non mi hanno eletto”. A quel punto, Andrea tira fuori una croce con dentro l’effige di un Cristo che pare una via di mezzo tra Che Guevara e Bobby Sands. Gesù tipo leader rock.
Ad aspettare il Papa, si individuano fazzoletoni scout, stuoini, bandiere inglesi e albanesi, chiazze di colore gialle o rosse. I contorni sono quasi indefiniti: un po’ è l’afa, che confonde gli spigoli. Un po’ è un clima generale “morbido”. Il conflitto pare assente.
“Chi non rischia non cammina”: maglietta rossa, scritta bianca. Elisabetta arriva da Lecce: “È sempre un rischio credere. Noi abbiamo deciso di andare a Torino a fare il cammino per vedere la Sindone, il lenzuolo dove è stato avvolto Cristo da morto: è una delle poche prove che si hanno che lui è esistito veramente. Quindi è una cosa molto, molto importante”. Ripete, tipo mantra: “La sicurezza non ce l’hai mai. Ma credere è una cosa che mi fa stare bene”. “Pensi che sia giusto criticare i gay, o l’aborto?” “Io la penso a modo mio, credo che ognuno debba fare quello che si sente”.
Qualche metro più in là c’è un gruppo di scout che arriva da Sciacca. Adele, 18 anni, si entusiasma: “Ho iniziato come hobby, ma adesso ci credo, ci credo tantissimo che possiamo cambiare il mondo”. Però, a sentir parlare di politica, ammutolisce. Interviene Accursio, un po’ più piccolo: “Io sono molto informato. Punto 1, quelli che sono saliti adesso, non hanno governato neanche un giorno. Punto 2, il Papa non dovrebbe dire mai che deve fare il governo”.
Tra chi aspetta, un gruppetto di neo-catecumenali più o meno sedicenni di Brescia è impegnatissimo a giocare a Scala 40. “Come mai avete deciso di venire?”. Panico. Sguardi che si cercano. “Dai, tira, poi pensi a rispondere”, taglia la testa al toro con decisione una di loro. Fine del dialogo. Il gruppo è compatto ed evidentemente ha da fare. Un ragazzo sventola una bandiera albanese: “Sono italiano, ma vengo da una famiglia missionaria che vive in Albania da quando ero piccolo. Quello è un paese accogliente, anche l’Italia lo era. Ma non è sbagliato limitare i flussi. Lì è tutto un insieme di etnie e di religioni. Stanno insieme in modo armonico. Qui paiono solo persone ammucchiate”.
In mezzo alla folla, un ragazzo si è costruito una tendina e prende appunti su un taccuino, accanto una Bibbia in francese. Pare una visione. “Sono un seminarista”, dice lui, con un mezzo accento francese (si chiama Giacomo, viene dal Belgio e ha 23 anni). “Ho fatto la maturità, ho preso la patente. E poi ho pensato: e ora? A che serve tutto questo? Ci vuole un senso superiore”. Poi si ferma, ci pensa un attimo. Ammette: “Ho avuto anche una delusione amorosa”. Traiettoria emblematica: da sempre nei gruppi religiosi si rimorchia, ci si innamora, ci si fidanza o ci si sposa (a seconda della “flessibilità” dell’associazione di riferimento). Intanto, arriva il momento di Bergoglio. La Papa Mobile si fa strada tra la folla. I giovani acclamano. Con entusiasmo composto. Tra ricerca di se stessi e ubriacatura da vita di gruppo, forse non c’è leader che tenga, neanche Francesco. Lui sembra saperlo quando parla del “cammino di gruppo”. E poi dice: “Non lasciatevi rubare i vostri sogni: fate che siano anche il vostro futuro”.
Una preghiera per la Morte
Al primo piano del Palacio de Bellas Artes di Città del Messico c’è “L’Apoteosi di Cuauhtémoc”, uno dei murales più famosi di David Alfaro Siqueiros. Siqueiros è stato il grande rivale di Diego Rivera. Rivera detestava Stalin, Siqueiros lo elogiava, Rivera ospitò Trotski, Siqueiros cercò di ucciderlo.
Poche settimane prima che Ramón Mercader, agente segreto al servizio di Stalin – nonché fratello di Maria Mercader, mamma di Christian De Sica – rompesse il cranio di Trotski con una piccozza, Siqueiros partecipò a un attentato ai danni del rivoluzionario bolscevico. Un commando di una ventina di persone crivellò di colpi la casa di Trotski a Coyoacán. Trotski e signora si nascosero sotto il letto e riuscirono a salvarsi. A quei tempi in Messico gli attentati potevano anche fallire, oggi è più difficile che accada. A Siqueiros venne proposto di dipingere Cuauhtémoc un anno dopo il presunto ritrovamento dei suoi resti, lui accettò di buon grado. Cuauhtémoc fu l’ultimo sovrano azteco, fu lui a organizzare la difesa di Tenochtitlan, l’attuale Città del Messico, dai conquistadores spagnoli. Tenochtitlan resistette tre mesi, poi capitolò fiaccata dal vaiolo. Cuauhtémoc venne catturato da Hernán Cortés nell’agosto del 1521. La figura di Cuauhtémoc ispira le pulsioni di rivincita che covano da secoli tra il popolo messicano. Un popolo conscio delle straordinarie ricchezze e opportunità del Paese e di quanto queste siano state depredate o castrate. Il luogo della cattura di Cuauhtémoc e dell’ultimo massacro azteco coincide con quello della prima grande carneficina degli studenti messicani. Fu proprio a Tlatelolco, in Piazza delle Tre Culture, che l’esercito messicano sparò contro il Movimento studentesco nell’ottobre del 1968, a pochi giorni dalle Olimpiadi di Città del Messico.
Sul Paseo de la Reforma, il viale dove i grattacieli fanno a gara per andare a prendersi un po’ di aria che non sia contaminata dallo smog, a poche decine di metri dal monumento a Cuauhtémoc, c’è un presidio di attivisti che da oltre 1400 giorni chiedono che vengano puniti i veri responsabili della strage di Ayotzinapa. Il 27 settembre 2014 un gruppo di studenti della scuola rurale di Ayotzinapa rubarono alcuni bus per recarsi a Città del Messico per partecipare alle manifestazioni in ricordo del massacro del 1968. A quanto pare la polizia locale, per ordine del sindaco di Iguala, Jose Luis Abarca, sparò contro i bus degli studenti uccidendone 6 per poi sequestrane 43 e consegnarli a una banda criminale del luogo, i Guerreros Unidos, i quali li avrebbero uccisi tutti prima di bruciare i cadaveri in una discarica della zona. Questo episodio, insieme agli insulti rivolti da Trump verso il popolo messicano, ha senz’altro influito sull’esito delle recenti elezioni messicane che hanno visto, per la prima volta, vincere un candidato dichiaratamente di sinistra: Andrés Manuel López Obrador, Amlo come lo chiamano. Il massacro degli studenti di Ayotzinapa ha scosso l’opinione pubblica messicana non soltanto per la sorte dei ragazzi ma per il clima di sostanziale impunità che si è respirato immediatamente dopo la carneficina.
In Messico le vittime dell’economia criminale sono state almeno 250.000 negli ultimi anni. C’è chi sostiene siano molte di più, non è semplice tenere il conto degli immigrati irregolari che tentano la fuga negli Stati Uniti e dei desaparecidos. Nei giorni successivi al sequestro dei 43 studenti di Ayotzinapa, nel tentativo di scoprire il luogo della loro eventuale sepoltura, vennero scoperte due fosse comuni. In una c’erano i resti di 28 persone, in un’altra di 8. Nessuno apparteneva ai ragazzi scomparsi.
Al presidio sul Paseo de la Reforma c’erano tre ragazzi. Da settimane dormivano nelle tende piazzate nei giardini in mezzo alle due corsie del viale. Faceva caldo ed era ora di pranzo quando li ho incontrati. Andrea dormiva nel passeggino e io facevo domande. “Li hanno presi vivi e li rivogliamo vivi”, continuava a ripetermi uno di loro. Erano arrabbiati, demoralizzati, erano convinti che chi è finito in carcere per l’eccidio sia soltanto una marionetta dei veri mandanti: i pezzi grossi del Pri, il Partito Rivoluzionario Istituzionale, il partito che ha governato il Messico quasi sempre negli ultimi 90 anni: “Sono loro i colpevoli di tutte le stragi messicane, da Tlatelolco a Ayotzinapa passando per San Salvador Atenco e Aguas Blancas”. Non avevano particolare fiducia nei confronti del neo-Presidente López Obrador, non è semplice avere fiducia nelle istituzioni in un Paese dove troppe persone sono sparite nel nulla, tuttavia il voto gliel’avevano dato, l’avevano fatto per colpire il Pri.
Obrador ha ottenuto oltre il 53% delle preferenze. L’hanno votato praticamente tutti, dai contadini ai piccoli imprenditori, dagli studenti ai poliziotti e militari molti dei quali si sentono inferiori – per organico e per armi – ai narcotrafficanti. L’hanno votato i leader indigeni, per dare un’opportunità ad una forza politica nuova e per dare un’opportunità di sopravvivenza a loro stessi. A Città del Messico ho incontrato due leader di un’importante organizzazione contadina, Ana e Beto. Mi ha messo in contatto con loro Bibiana Rojas, una mia vecchia amica che lavora nello staff di comunicazione di Via Campesina Ecuador. Anche loro hanno scelto Amlo, anche loro poco convinti. Tuttavia di una cosa erano certi: con il cambio di governo la loro vita sarebbe stata più al sicuro. “Non sappiamo se Amlo realizzerà mai la riforma agraria per la quale si sono battuti tutti i grandi rivoluzionari messicani, non sappiamo neppure se sarà capace di contrastare la corruzione, ma con lui probabilmente sarà più difficile che ci ammazzino”, dicono Ana e Beto.
I leader delle organizzazioni contadine rischiano la vita ogni giorno. I narcotrafficanti ne hanno fatti sparire in tanti. Chi alza la testa, soprattutto nelle comunità indigene, è un pericolo. I grandi latifondisti hanno bisogno ogni giorno di nuove terre per competere tra loro. E, in un Paese dove esistono ancora terre in mano alle comunità rurali (niente proprietà privata ma diritto comunitario), il solo modo per accaparrarsele consiste nella distruzione dei villaggi indigeni.
Poi c’è il business dell’immigrazione clandestina che rende molto ed è una delle attività collaterali dei cartelli della droga. Ogni giorno migliaia di messicani decidono di abbandonare le loro comunità rurali. Lo fanno perché con il mais si guadagna sempre meno, perché sedotti da modelli di vita alternativi visti in tv nelle novelas messicane o colombiane, o perché terrorizzati dalle bande criminali, le pandillas, spesso a libro paga dei narcos. I pandilleros sono capaci di uccidere, di bruciare raccolti o piccole attività commerciali, di difendere con i kalashnikov gli interessi di qualche impresa mineraria straniera e soprattutto di spaventare la gente con la minaccia di arruolare a forza i ragazzi nelle loro bande.
Qua è un continuo di avvertimenti: “Viaggiate di notte? Ma siete matti, di notte assaltano”; “Non prendere la metro, meglio un Uber”; “Non prendere i taxi, ti costringono a fare i giri dei bancomat”. Io sono un uomo prudente, soprattutto adesso che sono padre, ma a dar retta a certe persone si smette di vivere. Mangiamo per strada, andiamo a fare spesa nei mercati rionali e siamo stati a Tepito perché è lì che vive la signora che cura l’altare della Santa Muerte.
I messicani, come tutti i popoli che hanno avuto vicinanza con la sofferenza, conoscono il modo di esorcizzare il dolore. Sanno far festa come pochi, sanno cosa sia l’ospitalità e sanno quanto sia indispensabile affidarsi alla speranza. Ci si aggrappa alla speranza e la speranza ha molto volti. Ha il volto di un ragazzo giovane che ha sfondato con il calcio, quello pieno di tatuaggi di un criminale che fa parte di una banda, ha il volto sorridente e rassicurante di Andrés Manuel López Obrador o quello scarnificato de la Flaca, la Commare secca, la Santa Muerte che si venera a Tepito. Tepito è il quartiere popolare più famoso di Città del Messico. Lo chiamano il barrio bravo (il quartiere arrabbiato) e pare che qui siano arrabbiati da quando, a poche decine di metri dal centro di Tepito, gli spagnoli catturarono Cuauhtémoc iniziando quel colonialismo che non è mai finito. Si arrabbiarono quando, grazie al Trattato di Libero Commercio del 1994, merci prima proibite iniziarono a circolare nel mercato messicano togliendo lavoro a centinaia di contrabbandieri che popolavano il quartiere. Si arrabbiano oggi se vengono considerati feccia perché feccia non sono.
A Tepito si resiste alla povertà o si cerca una strada per scongiurarla. La violenza è una di queste. C’è chi ne ha saputo fare un mestiere rispettato – alcuni dei pugili messicani più importanti sono nati proprio a Tepito – e chi l’ha utilizzata per guadagnarsi, con un’arma da fuoco, quel tipo di rispetto che rispetto non è. A Tepito i banditi hanno ucciso e sono stati uccisi, hanno commesso crimini e hanno aiutato la comunità a tirare avanti. Per questo, alcuni di loro, sono stati immortalati in un murales dipinto sulla parete di quello che un tempo era il bordello del quartiere. Si chiama il Muro degli assenti o Muro dei caduti. L’hanno tirato su esattamente nel punto dove vennero lasciati alcuni cadaveri di ragazzi ammazzati per strada. C’è chi sostiene fossero i cadaveri di una banda rivale a quella del quartiere e chi quelli dei ragazzi del barrio che erano andati a rubare ai ricchi delle zone alte della città per dare ai poveri di Tepito. Ognuno ha la sua verità. Davanti al muro c’è una croce con sopra scolpiti i soprannomi dei morti celebri del quartiere. C’è chi la morte se l’è cercata, chi l’ha trovata quando era tempo che arrivasse e chi non si aspettava proprio di finire in mezzo al fuoco incrociato.
Davanti al muro un uomo sulla sessantina mi ha detto di essere un sopravvissuto. Tutti i ragazzi con cui andava a rubare da giovane sono finiti su quella croce. C’è chi si ferma davanti ad essa per ricordare i ragazzi ingoiati dal quartiere e chi, dovendo chiedere che il pericolo di morire si allontani da lui o che magari si avvicini a qualcun altro, preferisce liquidare gli intermediari e rivolgersi direttamente alla protagonista della storia: la Santa Muerte. A Tepito c’è un altare dedicato alla morte, se ne prende cura una donna di oltre 70 anni alla quale hanno da poco ammazzato il marito. È gracile e malata da tempo. Mi avevano detto che sarebbe stato difficile parlarci, al contrario, la signora ci ha aperto le porte di casa sua. Le richieste di una famiglia in viaggio, con un bimbo piccolo al seguito, vengono quasi sempre tenute in considerazione. Mentre parlavo con la signora decine di persone provenienti da ogni angolo del Messico venivano ad omaggiare la Regina oscura nell’altare di fianco alla casa. C’era chi arrivava da Veracruz, chi dal Chiapas, chi da Chihuahua, chi direttamente dagli Stati Uniti d’America. Tutti a venerare una divinità le cui presunte scelte sono tangibili ogni giorno in tutto il Messico. La Santa Muerte ha le sembianze di uno scheletro di donna coperto da una lunga tonaca con in una mano una sfera di cristallo che simboleggia il potere che ha sul mondo intero e nell’altra una falce con la quale intervenire sul destino degli esseri umani. Chi la venera, e in Messico sono ogni giorno di più, la ritiene una divinità potentissima, l’unica realmente in grado di cambiare il corso degli eventi, la sola alla quale rivolgersi per chiedere che ogni genere di crudeltà capiti ai propri nemici. Sarà la Signora in persona a valutare la legittimità delle richieste.
La morte in Messico è una presenza costante. Anche se non hai avuto casi di violenza in famiglia o non sei devoto a la Flaca ne vedi le più macabre espressioni sulle prime pagine dei giornali più letti nel Paese. Il quotidiano Metro, il 19 luglio, ha pubblicato in prima pagina la foto di un cranio spolpato dagli insetti e di un piede ritrovati in un campo da calcio a Tultitlan. In basso a destra c’era la foto di un autista di un taxi pieno di sangue ucciso davanti a sua moglie. Sotto al teschio una bella ragazza dal volto occidentale con il seno di fuori. Mancavano soltanto Messi o Cristiano Ronaldo o Hirving Lozano, detto il “Chucky”, la nuova promessa del calcio messicano. Di solito, tra una tetta e un morto a colpi di machete ci sono sempre un paio di calciatori sulle prime pagine di questi giornali, i più letti dai poveri del Paese. Tette, sangue e calcio e il Popolo è distratto o intimidito. Il terrore è al potere e lasciarsi distrarre è quasi un’esigenza esistenziale.
Mio figlio è piccolo, lo stiamo educando e questo viaggio ci permette di insegnargli a non avere paura. Bene essere prudente, soprattutto in questo mondo, ma avere paura no. La paura ti blocca, ti soffoca, ti fa imboccare la strada che non avresti voluto prendere o abbandonare quella che avevi sempre sognato. La paura sceglie il lavoro al posto tuo, sceglie tuo marito o tua moglie al posto tuo, spesso sceglie persino il partito da votare al posto tuo. In Messico la miedocrazia, il regime della paura, conviene a chi detiene il potere. Chi ha paura pensa solo a riempire il proprio stomaco con un pasto nutriente o il proprio telecomando con delle pile che durino di più. Chi ha paura non si dedica alla politica, non rivendica diritti, non si informa veramente. Chi ha paura non legge ma giudica, non cammina, si limita ad andare avanti e indietro. Chi ha paura spera nel ritorno di Cuauhtémoc. Chi, al contrario, in questo meraviglioso Paese dalle mille contraddizioni ha il coraggio di non abbassare la testa spera che a tornare siano i ragazzi Ayotzinapa. Se fossero vivi dai loro racconti potrebbe nascere, finalmente, un altro Messico.
Mail Box
Sulla Tap la vera domanda è se ci è utile questo gas
La discussione di questi giorni sul gasdotto Tap dimentica a mio avviso, il problema più importante: cosa ce ne faremo di questo gas e dove andremo metterlo? Credo che i Ministeri delle Infrastrutture e dell’Energia dovrebbero considerare i seguenti punti nodali:
1) Difficilmente si potrà evitare il completamento del progetto Tap in Puglia.
2) La nuova fonte di gas potrebbe renderci meno dipendenti dall’attuale unica fonte: Nord Europa.
3) La diversificazione delle fonti potrebbe forse aiutarci ad avere prezzi migliori nel futuro.
4) Il gas metano non è per forza la fonte di energia necessaria e transitoria per attuare l’abbandono dei combustibili fossili: l’Italia può fin d’ora investire decisamente sul fotovoltaico in tutte le sue diverse soluzioni tecnologiche.
5) È da evitare assolutamente il progetto di trasformare l’Italia nel serbatoio (Hub) di gas per l’Europa. Aumentare o iniziare lo stoccaggio di gas nei pozzi esauriti di petrolio in Basilicata, Emilia Romagna, Lombardia e Piemonte farebbe aumentare il rischio sismico in modo inaccettabile, come già evidenziato dai lavori della commissione ICHESE di alcuni anni fa all’indomani del terremoto in Emilia Romagna.
6) Non è accettabile il passaggio di gasdotti in zone notoriamente sismiche del centro Italia. Già lo scorso dicembre 23 sindaci abruzzesi, hanno denunciato i gravi rischi insiti dell’attuale progetto di Rete Adriatica di Snam, arrivando addirittura a minacciare la restituzione della fascia di sindaco.
Marco Calgaro
Il fondo di Travaglio dimostra quanto sia libero il Fatto
Sono un vostro attento lettore giornaliero.
Dopo aver letto l’articolo di fondo di Travaglio in risposta a una lettera di un altro affezionato lettore, credo che continuerò a seguirvi anche per il fatto che, sia lui sia Antonio Padellaro, sono due firme diverse, ma che convivono alla grande su il Fatto.
Quando Travaglio definisce cos’è il Fatto e la voce che dà a tutti, condensa in poche parole ciò che dovrebbe essere un giornale libero da padroni, nel quale si possa scrivere liberamente e per tutte le Penne che ne facciano richiesta.
Ermanno Castrichella
Invece del Tav si pensi a realizzare i sottopassaggi
Vorrei che i soldi (tantissimi) previsti per il Tav Torino-Lione venissero destinati ad altre opere; ad esempio, si potrebbero fare moltissimi sottopassi delle strade ferrate italiane.
Così da evitare in futuro stragi come quella di Brancaleone (RC) in cui due bambini sono morti e loro mamma si trova pericolo di vita.
Insomma, partiamo dalle cose più urgenti e sicuramente più facili da realizzare.
Sergio Cannaviello Obradovïch
DIRITTO DI REPLICA
Il Fatto si è occupato con grande evidenza del tema, certamente cruciale, della gestione del patrimonio immobiliare pubblico. Invimit è una Sgr le cui quote sono detenute al 100% dal Mef. Si tratta quindi di una società che opera in regime di mercato ma nell’interesse pubblico. Con questo spirito e volendo quindi offrire a suoi lettori una informazione completa (non richiesta preventivamente dall’autore dell’articolo), desideriamo chiarire la natura, la missione e gli obiettivi sin qui conseguiti da Invimit.
Invimit è stata istituita per creare e gestire Fondi immobiliari a cui lo Stato e gli Enti territoriali possono conferire il proprio patrimonio immobiliare inutilizzato (e deteriorato) per valorizzarlo e metterlo a reddito.
Diventa operativa nel 2014 ed in soli 3 anni si impone come uno dei principali player del mercato immobiliare italiano (come confermato da operatori indipendenti). I numeri della semestrale 2018 confermano il trend di crescita ed i risultati conseguiti: 9 Fondi istituiti, 1,3 miliardi di euro il valore complessivo del portafoglio, tra il 17% e il 32% la crescita del valore delle quote dei fondi, tasso di occupazione al 100% del fondo destinato alle locazioni dello Stato, 28 milioni di euro l’anno i canoni già generati ed in costante aumento, 18 grandi progetti di rigenerazione urbana avviati nelle principali città italiane (Bari, Venezia,Sassari, Udine, Torino, Roma).
Non é dunque vendere immobili di scarso valore, ossia “svendere”, il mandato di Invimit, al contrario l’obiettivo è creare valore e reddito dal portafoglio gestito per massimizzare il valore dei fondi e contribuire alla riduzione del debito pubblico.
L’esperienza svolta sin qui dimostra che la valorizzazione del patrimonio pubblico italiano può avvenire in modo efficiente, onesto e profittevole per lo Stato italiano attraendo investitori e partecipando positivamente ai processi di rigenerazione urbana.
Sarebbe sfidante se i quotidiani come il suo se ne occupassero con maggiore frequenza ed attenzione e non solo in occasione del rinnovo dei vertici. Ma questo è certamente un caso.
Alberto Perini, Ufficio Comunicazione Invimit
Ringrazio per la lettera che nulla smentisce di quanto riportato nel mio articolo di ieri che era basato esclusivamente su documenti ufficiali, bilanci di Invimit e relazioni della Corte dei Conti.
Se la scadenza del mandato dei vertici non è occasione per un bilancio, mi chiedo allora quando sia il momento giusto per farlo. Il fatto poi che a occuparsi della vendita del patrimonio pubblico ci sia sempre la stessa persona da vent’anni, la dottoressa Elisabetta Spitz, rende difficile separare il bilancio dell’esperienza aziendale da quello della carriera personale.
Nessuno si aspetta, infine, che Invimit svenda gli immobili, ma che li venda con la massima trasparenza e cercando di ottenere ricavi significativi.
Su entrambi i punti qualche miglioramento si può sicuramente conseguire.
Ste. Fel.
Basta il pensiero: la Bce dà il suo bentornato alla Grecia
Martedì 21 agosto, com’è noto, la Grecia uscirà dallo stivaletto malese finanziario che i poeti chiamano “programma di salvataggio”. Ci riferiamo a quella simpatica congerie di misure imposte dai creditori che va dagli aggregati macroeconomici al metodo di pastorizzazione del latte (non è uno scherzo), le quali misure però – purtroppamente, mannaggia io l’avevo detto… – erano basate su presupposti scientifici sbagliati: in sostanza, come pacificamente ammesso più volte dal Fondo monetario internazionale, la cura ha ucciso il paziente (ha causato cioè, ha detto in questi giorni il Fmi, la più grande depressione della storia in tempo di pace). Tra dieci giorni, come si diceva, la Grecia torna autonoma. Cioè, quasi: dovrà comunque fare quel che dice la Troika (avanzo primario prima oltre il 3,5% e poi oltre il 2%) fino al 2060. Praticamente la stessa cura che purtroppamente… Le feste per lo storico evento, comunque, si sprecano e l’altroieri pure quegli allegroni della Bce hanno deciso di dare il loro bentornato sui mercati alla Grecia (che, sia detto en passant, non ha nemmeno beneficiato del Qe) stabilendo che dal 21 agosto la Bce non accetterà più i bond greci come collaterale in cambio di liquidità (lo fece già per 16 mesi a partire dal febbraio 2015: da quando Tsipras sembrava voler alzare la testa fino alla resa incondizionata). Le banche greche dovranno rifornirsi attraverso il programma Ela, che però è più costoso: l’aggravio è di circa 55 milioni di euro l’anno. Sì, per carità, non una cosa enorme, però è il pensiero che conta.
Ma qualcuno si è mai chiesto cosa sia (davvero) la Rai?
“Rai. Servono un nuovo voto e un presidente a tutti gli effetti”.
Roberto Fico, “Repubblica”
Sapendo poco di Rai (se non come utente) ho chiesto lumi a chi dentro la Rai ci lavora da sempre. Ho preso appunti ma non è facile capirci qualcosa. Per esempio: perché tutto questo casino, dopo la bocciatura di Marcello Foa, se in termini di potere il presidente del Cda conta poco o niente? Perché tanta spasmodica attenzione sui possibili nuovi direttori dei tg quando sappiamo che – fatta salva la qualità professionale delle redazioni – il controllo politico dell’informazione televisiva (come del resto quella della carta stampata) non è più così fondamentale nella raccolta del consenso (anzi può essere controproducente, Renzi docet).
Da parte dei “vincitori” (chiunque essi siano) c’è come una coazione a ripetere sempre gli stessi errori trascurando quelli che sono i veri giacimenti dell’azienda più grande d’Europa nel suo genere. Un lungo elenco di valori industriali e culturali spesso inesplorato di cui citeremo (con l’approssimazione di cui ci scusiamo) soltanto le eccellenze. Cominciando dall’immenso archivio (registrazioni per quasi tre milioni di ore quasi tutte digitalizzate): una straordinaria miniera della memoria, la stessa a cui ogni sera attinge “Techetechetè”, la trasmissione estiva di maggior successo. Rai Way, società quotata in Borsa che possiede la rete di diffusione del segnale radiotelevisivo Rai, patrimonio di incalcolabile valore. Ma soprattutto i 13mila dipendenti del Servizio pubblico, ingiustamente ignorati o peggio ancora messi nel mazzo insieme ai “raccomandati e parassiti” (l’imperdonabile gaffe del vicepremier Di Maio).
Chi si è mai occupato dei tesori di esperienza e competenza racchiusi in quel numero (citato soltanto come modello di sperpero)? Chi si è mai posto il problema di un appiattimento salariale che per 10mila di essi varia tra i 1200 e i 1300 euro: retribuzioni percepite anche da chi cura trasmissioni di successo non di rado assumendosi responsabilità non sue. Certo esistono anche strutture da riformare.
Per esempio, l’esternalizzazione di alcuni settori come quello produttivo metterebbe anche al riparo dalla mala gestione di questi anni culminata nelle inchieste sugli appalti interni. Ma a chi interessa veramente? Più comodo interrogarsi su chi sarà la nuova conduttrice de “La Vita in diretta”.
La fede va purificata sempre, ma si alimenta con il pane di Cristo
In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: ‘Sono disceso dal cielo’?”. Gesù rispose loro: “Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: e tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Giovanni 6,41-51).
Nella prima lettura della liturgia domenicale incontriamo il profeta Elia che sta vivendo un momento di assoluto smarrimento; gli sembra che quel Dio, “alla cui presenza egli sta” (1Re 17,1), sia indifferente all’idolatria dilagante in Israele. Desolato s’incammina nel deserto e sotto una ginestra, sfiduciato, invoca la morte. Lo raggiunge, però, il Signore che lo ristora con pane e acqua per rimetterlo su di una strada nuova, cammino esigente, foriero d’un Incontro imprevedibile. La salita all’Oreb fa tacere le attese di Elia, i suoi fallimenti pastorali, le sue paure, il suo modo di voler bene al Popolo di Dio. Entrare nel silenzio di Dio significa essere purificati nelle aspettative, mutare linguaggio, guardare alla vita e al futuro con lo sguardo di Dio.
I pochi versetti odierni, prosecuzione della lettura continua del discorso sul pane di vita, mettono in luce come i Giudei rimangano prigionieri della loro incredulità, indisponibili a riconoscere nella carne, nei segni e nelle parole di Gesù il compimento della promessa di Dio e la Sua rivelazione.
La Parola fatta carne che venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14) e che giungerà alla morte in Croce, si scontra con la mormorazione del cuore, la resistenza a credere di quanti ritengono di conoscere le scelte di Dio: Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire “Sono disceso dal cielo?”.
Dio è in alto, distante dalla miseria di questo mondo, dalla condizione esistenziale di noi uomini. Invece, è proprio la fragilità della nostra carne da Lui assunta, il suo discendere (tapeinosis) dal cielo per dimorare tra noi che dimostra che Dio è meno geloso del suo Mistero di quanto invece non sia appassionato della nostra debolezza. Egli conosce il Padre e sa di essere suo dono affinché chi crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Il Dono passa attraverso l’umiliazione dell’Incarnazione, il sofferto ed eloquente silenzio della Croce, la sua risurrezione.
L’elementare linguaggio di questa semplice ed essenziale teologia introduce tutti nel Mistero: discesa, vita, carne, pane, cielo, mondo, morte, risurrezione: il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
Affinché la nostra fede cresca è necessario venir liberati dai pregiudizi su Dio. Come nutro il mio spirito e quali sono i miei pensieri su di Lui? Parole evangeliche e idee buone sono il tessuto e la qualità del nostro conversare quotidiano? La fiducia che le cose possono cambiare e il nostro impegno per questo, la bellezza, il bene, la verità sono le luci della nostra anima? Ha la Parola di Dio il compito liberarci da precomprensioni asfittiche e pregiudizi deleteri? Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato (…). Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. La fede va purificata continuamente, ma si alimenta con il banchetto proposto da Gesù e si sviluppa con la convivialità fraterna.
*Amministratore Apostolico di Camerino – San Severino Marche