Costi e benefici per capire se serve una grande opera

Analisi costi-benefici: questa sconosciuta. Grande successo di pubblico: da argomento riservato a pochi specialisti, l’analisi costi-benefici (ACB) ha conquistato le prime pagine di giornali. Non tutti hanno però chiaro di cosa si tratta. Perfino l’ex ministro dei Trasporti Graziano Delrio ha detto che “non si può ragionare soltanto con la matematica. Bisogna tener conto del beneficio economico e sociale”. Tenere conto del beneficio economico e sociale è precisamente la finalità della analisi costi-benefici. Che non è un’analisi finanziaria. Se si facessero solo analisi finanziarie che considerano costi e ritorni monetari per l’investitore, il verdetto per il 95 per cento degli investimenti ferroviari e in trasporti collettivi sarebbe negativo. Tranne rare eccezioni, la spesa per la costruzione della infrastruttura non si ripaga in quanto i costi di esercizio superano i ricavi da biglietti. Il settore stradale invece genera per via fiscale risorse per lo Stato pari a oltre 50 miliardi (esclusa l’Iva) a fronte di una spesa che negli ultimi anni è intorno ai 15 miliardi.

L’ACB invece misura l’aumento (o la riduzione) di benessere per la collettività di una decisione di spesa. Si considerano i benefici per gli utenti di una nuova infrastruttura come differenza tra quanto il viaggiatore paga effettivamente per lo spostamento e il massimo prezzo che sarebbe disposto a sopportare: la differenza tra questi due valori rappresenta il suo guadagno. Nel caso di strade e ferrovie, i risultati della ACB sono tanto migliori quanto più basso è il prezzo del biglietto o del pedaggio mentre è vero il contrario per le valutazioni finanziarie.

Nell’analisi costi-benefici si considerano anche le ricadute su coloro che non sono utenti ma godono di benefici o sopportano costi per via indiretta. Una nuova autostrada non solo riduce i tempi di percorrenza, aumenta la sicurezza e migliora la qualità del viaggio per chi se ne serve ma diminuisce la congestione sulla rete ordinaria a vantaggio degli automobilisti che la percorrono.

Vengono altresì valutati i vantaggi o gli svantaggi sotto il profilo ambientale. Il trasporto su ferrovia comporta impatti ambientali più contenuti rispetto a quello stradale. L’ACB consente di quantificarli: si fa riferimento ai parametri stabiliti dalla Unione Europea che traducono in termini monetari il danno arrecato. Consideriamo per esempio l’inquinamento generato da un tir su un percorso autostradale: per ogni chilometro percorso il danno risulta 14,8 centesimi di euro per un veicolo Euro 0 e a 0,4 centesimi per un Euro VI. Un solo veicolo della prima categoria comporta dunque un impatto negativo pari a quello di più di trenta mezzi che soddisfano gli standard oggi in vigore. Simmetricamente, il beneficio che oggi si ottiene spostando dalla strada alla ferrovia un veicolo pesante è di circa trenta volte più piccolo.

Le analisi devono essere fondate su stime realistiche dei costi di costruzione e dei traffici ma di norma così non è. Alcuni anni fa un esperto danese, Bent Flyvbjerg, analizzò i dati relativi ai costi a preventivo e a consuntivo relativi a 258 progetti in venti nazioni. Il divario medio fra i valori utilizzati nelle analisi costi-benefici e quelli registrati a infrastruttura realizzata risultò nel caso di linee ferroviarie pari al 45%. I traffici reali si rivelarono in media inferiori del 51% rispetto a quelli stimati inizialmente.L’effetto di questi due errori è quello di rendere fattibili sulla carta progetti che si rivelano disastrosi ex post. Nel caso si trattasse di investimenti privati, i responsabili sarebbero sanzionati con perdite o con il fallimento. Non così per quelli pubblici: il conto lo paga sempre Pantalone.

Governano così come parlano

“Ero in grado di rovinare la cena delle persone che mi invitavano, appena cominciavo a parlare di Trump in America. Adesso, che sono stato in Italia, sono in grado di rovinare anche il pranzo e la prima colazione ai miei commensali”. Ho citato a braccio Thomas Friedman, uno dei più noti commentatori del New York Times, da un articolo pubblicato il 9 agosto, che definisce il il governo italiano “il più pro Putin, il più ostile all’immigrazione, il più anti europeo che abbia mai conosciuto”.

Questa seconda citazione è letterale come la frase che segue: “Uno dei primi visitatori stranieri venuti a salutare il nuovo governo italiano, che non crede nell’Europa, è scettico sulla Nato ed è composto di populisti schierati contro l’immigrazione, è stato Steve Bannon, già cervello strategico di Trump, che ha detto: ‘Se funziona in Italia, funzionerà dovunque. Romperà la schiena al globalismo’. Mai sentita – conclude Friedman – una frase più folle”.

Noi che viviamo in Italia, le sentiamo ogni giorno. E ci rendiamo conto che il linguaggio, purché sia cattivo, offensivo e umiliante, è sempre il principale strumento di governo. Citerò frasi che ascolto mentre scrivo. Salvini: “Ho già cambiato i moduli delle carte di identità. Non ci sarà più un genitore 1 e un genitore 2. Ci sarà la dicitura padre e madre. Chiamatemi troglodita, ma io credo nella famiglia naturale”. Salvini sa benissimo che il suo scopo, benché sia ministro di tutti, è di fingersi ultracattolico per colpire e umiliare le famiglie arcobaleno e i loro bambini. Lo strumento della cattiveria (ce lo insegnano le donne polacche che recitano il rosario alla frontiera per chiedere a Dio che fulmini l’immigrato) funziona. Mostra che chi comanda ha il potere e lo esercita, dando spintoni ai più deboli (più deboli di un governo e del suo ministro di polizia) in tutte le circostanze possibili. Basti pensare alla frase, crudelissima, nella sua irrilevanza, detta da Grillo (Grillo il Garante) quando è stata colpita la campionessa nera Daisy, una sera, mentre era sola, a Moncalieri: “Quante storie per un uovo in faccia”.

E poi tutti a ridere perché uno dei ragazzi teppisti, protagonista e interprete della nuova atmosfera, aveva un padre Pd. Della capotreno che ha insultato alcuni rom a bordo del suo treno, tramite altoparlante (dunque voce ufficiale del convoglio, noi non sappiamo niente). Forse anche lei ha un padre Pd. E, allo stesso modo, un giorno tanti italiani ammetteranno di essere figli di un leghista di Pontida o di un grillino del primo coro del vaffa. Il fatto è che noi stiamo sperimentando adesso una situazione che non si era mai prodotta, dopo la frantumazione di regimi basati sull’aggressione. Ma non possiamo e non dobbiamo dirlo, perché la denuncia del razzismo è lo strumento con cui il globalismo mette a tacere i popoli. È vero che, come testimonia Bannon, grande specialista di governi sovranisti, “il governo italiano Lega-Cinque Stelle è il modello più efficace della lotta al globalismo”, ma è anche vero che, in questo governo, c’è gente che non sa conservare un segreto e se da qualcuno in alto ha sentito dire che il razzismo al momento si deve negare (anche dopo che alla “goliardata” del gridare “sporco negro” e sparare con una pistola che spaventa, sono arrivati anche ragazzini tredicenni che stanno respirando l’aria giusta) nessuno gli toglie la soddisfazione di dire la sua persuasione ideologica e politica, se no perché sei ministro?

E allora un certo Fontana, ministro della Famiglia, afferma che si deve abolire la legge Mancino (mai applicata) che chiede di interrompere elogi e celebrazioni di regimi assassini, perché sono assassini. Il pronto sostegno di Salvini è stato tipico del buon militante: alle idee non si mettono le manette. Anche la rapina è un’idea, ma la società, viste le conseguenze, ha scelto di considerarla, invece, un reato. Nella storia, fascismi e razzismi hanno fatto molti più morti delle rapine. Come vedete si va dall’alto al basso, dal principio solenne (denunciare il razzismo vuol dire sventolare la bandiera del globalismo) alla trovata di dare la caccia ai venditori ambulanti in spiaggia o di multare chi compra da loro. Ma, come prima di uno spettacolo di magia, oggetti finora estranei alla vita italiana vengono deposti sul nuovo tavolo. Gli ingenui ministri Fontana devono stare zitti. Al momento giusto, a un cenno autorevole, nazionale o internazionale, penseranno i subcomandanti a dare le istruzioni per agire.

Da L’Avana cortesia agli Usa: consegnato un ecoterrorista

Collaborazione. Il governo cubano ha consegnato agli Stati Uniti un cittadino statunitense che era ricercato dall’Interpol con ‘codice rosso’ per gravi reati commessi anni fa in territorio americano.

Nel suo comunicato il ministero degli Esteri cubano non riporta il nome dell’americano ma lo fa il quotidiano Juventud Rebelde. Si tratta di Joseph Mahmoud Dibee, il quale è stato consegna alle autorità statunitensi giovedì scorso.

Il comunicato spiega che la consegna del ricercato “si basa sul rispetto rigoroso da parte cubana dei suoi obblighi giuridici internazionali e degli accordi bilaterali esistenti con gli Usa”. Dibee era ricercato da più di 20 anni dall’Fbi che lo ritiene un ‘ecoterrorista’. Assieme ad altri aveva creato un gruppo (chiamato The Family) per la salvaguardia degli animali e della Terra. I fanatici membri dell’associazione fin dagli anni 90 seminavano devastazioni e incendi in nome dei diritti degli animali e dell’ambiente.

Svelato il giallo del monastero: il monaco ha ucciso l’abate

Wael Saad Tawadros fino a qualche giorno fa era monaco del monastero copto ortodosso di San Macario (a circa 90 km a nord-ovest del Cairo). È Wael Saad Tawadros, egiziano, l’autore dell’omicidio del vescovo copto ortodosso Epiphanius, ucciso il 29 luglio scorso nel monastero di cui era abate. L’omicida avrebbe confessato il crimine rivelando di aver utilizzato un’asta di ferro. Lo riferisce l’agenzia vaticana Fides.

Wael Saad Tawadros era stato cacciato dal monastero e spogliato dell’abito monastico il 5 agosto scorso ma i portavoce ufficiali della Chiesa copta ortodossa avevano smentito che le sanzioni fossero da mettere in connessione con la morte di Anba Epiphanius.

64 anni, nativo di Tanta, laureato in medicina, Anba Epiphanius era ricercatore e studioso, aveva lavorato alla traduzione dal greco all’arabo di diversi libri della Bibbia. Era stato eletto abate il 3 febbraio 2013.

“Cuadernopoli”, scandalo da 3 miliardi di dollari

Tra giovedì e venerdì quella che, parafrasando la Tangentopoli italiana, può ben definirsi, in spagnolo Cuadernopolis, è entrata nel vivo costringendo non solo il giudice Bonadio, che presiede le indagini, ma anche i media, agli straordinari .

Dopo aver dichiarato nel tribunale di Comodoro Py che il potere lo “prendeva per il collo e lo manovrava”, il controverso ex giudice Norberto Oyarbide, nel corso di un’intervista radiofonica, è crollato in un pianto dirotto, dicendosi distrutto, impaurito per le minacce che continua a ricevere e pronto a dichiararsi pentito.

Sebbene con il suo ex incarico non possa usufruire di questa modalità, in molti hanno iniziato a preoccuparsi e in pratica il muro di omertà che da due anni circonda quello che ormai può essere considerato il più grande sistema di corruzione della storia argentina, ha iniziato a crollare. Con una netta distinzione tra mondo politico e imprenditoriale: mentre il primo tenta disperatamente di salvarsi, pur confermando la presenza di borse piene di soldi ma senza assumersene le responsabilità, il secondo invece conferma tutto.

Ieri mattina Josè Lopez, ex segretario del potentissimo Julio De Vido (ex ministro per la Pianificazione e una delle personalità maggiormente coinvolte nello scandalo), ha confermato tutto sostenendo però che agiva per conto di personaggi dei quali non può rivelare l’identità per paura di ritorsioni sulla sua famiglia . Lopez fu arrestato due anni fa mentre depositava borse colme di denaro e gioielli, oltre ad armi di grosso calibro, nei sotterranei di un monastero.

Pure l’ex capo di Gabinetto del ministero, il senatore Abal Medina, ha confermato che circolavano borse colme di denaro ma ha poi precisato che lui era convinto che si trattasse di fondi destinati a sponsorizzare la campagna politica dei Kirchner.

La musica cambia quando a parlare sono i 39 imprenditori convocati da Bonadio. Alcuni sono ricercati mentre altri sono già stati arrestati. Tra questi Juan Carlos Lascurain, ex titolare dell’Unione Industriali Argentina, Gerardo Ferreyra (Electroingegneria), Sanchez Caballero (IECSA), quest’ultimo divenuto collaboratore di giustizia così come pure Carlos Wagner, ex presidente della Camera che riunisce le imprese edili. Proprio Wagner ha dichiarato come De Vido pretendesse il 20% del valore delle opere commissionate .

Domani sarà ascoltata l’ex presidente Cristina Kirchner che, insieme al defunto marito Néstor, è accusata di essere a capo di un’organizzazione illecita. L’autore delle annotazioni sui “famosi” quaderni, Oscar Centeno, ha dichiarato che la Kirchner partecipava alle riunioni nella residenza presidenziale di Olivos durante cui si consegnavano le borse colme di tangenti.

La stima attuale del valore complessivo delle mazzette riguardanti il settore delle Opere Pubbliche è superiore ai 200 milioni di dollari. Solo una parte di un sistema di corruzione che in 13 anni ha coinvolto altri organismi privati e pubblici, e su cui gli inquirenti indagano da tempo. Nel 2017 il famoso giornalista Jonatan Viale, facendo una lista che include tangenti, opere mai realizzate, sussidi fittizi a imprese, evasioni fiscali e altro, ha stimato in 3 miliardi di dollari il volume totale della corruzione argentina.

I romeni tornano a casa: tutti in piazza contro il governo

Barricate e fiamme. Il fuoco brucia pneumatici, il gas dei lacrimogeni la pelle. Poi l’acqua. Quella degli idranti della polizia contro gli almeno 50 mila manifestanti della notte di Bucarest. Sono almeno 450 i feriti del venerdì della rabbia nella capitale rumena. A piazza Vittoria uomini, donne e bambini sono tornati. Vogliono ancora la stessa cosa per i corrotti trincerati nel palazzo bianco del Governo che gli sta di fronte: le sbarre. Echi di marce arrivano anche da Cluj, Timisoara, Sibiu: tutti per strada. Adesso il presidente del paese Klaus Iohannis, partito nazionale liberale, eletto due anni fa anche grazie ai voti dei residenti all’estero, vuole due cose: condanne e spiegazioni per “il brutale intervento della polizia, fortemente sproporzionato rispetto alla manifestazione”.

Estate è quando il mondo va in vacanza e quando i migranti tornano a casa. Sono da 3 a 5 i milioni di rumeni che lavorano all’estero, alimentando le casse delle loro famiglie e quelle del paese con 4,3 miliardi di euro l’anno, il 2,5% del Pil della nazione tra le più povere dell’Unione. È una diaspora che ha un’origine sola: una fame declinata con mille altre definizioni e sfumature, ma tutte ti spingono a migrare. Le vite dei migranti sono ormai altrove, ma la loro patria è rimasta la stessa. Quasi in 10 mila sono tornati nel paese dove sono nati, per raggiungere i compatrioti in piazza. Li hanno aggregati i social.

Per la depenalizzazione tentata nel 2017 dal governo del socialdemocratico Grindeanu, si riversarono in piazza 200mila persone. Sotto zero rimanevano fermi, come le aste delle loro bandiere tricolore, due inverni fa. “Mi chiamo David, faccio il tatuatore a Copenaghen, noi rumeni abbiamo sempre usato le gambe o per stare in ginocchio o per scappare altrove, sono venuto quando ho sentito levarsi il grido di protesta dei miei fratelli”, aveva detto il ragazzo. “Siamo messi così male qui, che emigrano anche i vecchi adesso”. Il governo contro cui protestano oggi i rumeni è quello di Viorica Dancila, ma la corruzione e le tangenti sono le stesse dell’epoca, come le cifre dei loro salari rimasti bassissimi.

Questa lotta non ha ancora un leader, ma ha una faccia: quella di una donna che è stata cacciata lo scorso luglio, Laura Kovesi. Tre lettere: Dna, Directia Nationala Anticoruptie. Il direttorato anticorruzione di cui era a capo diffondeva terrore tra una classe politica tra le più corrotte d’Europa. Per le sue indagini avevano cominciato a tremare gli scranni: dopo un duello perso contro il ministro della Giustizia, Tudorel Toader, il presidente Iohannis a luglio ha approvato il suo licenziamento. Una mossa dettata dalla pressione esercitata dal partito Psd al potere e dal vecchio leader già condannato per corruzione, Liviu Draganea.

Kovesi è stata allontanata dal suo ufficio e dal suo archivio: contiene quasi tremila casi di corruzione aperti e rinvii a giudizio per tangenti milionarie. I nomi sono quelli di ministri, senatori, parlamentari, magistrati della nazione dove è stata approvata la depenalizzazione per reati di corruzione lo scorso febbraio. La donna in toga che combatte gli uomini del potere non è stata ancora sostituita e con l’onda di proteste più grandi dalla fine del regime di Ceaucescu, sarà difficile mettere al suo posto un fantoccio. A Piazza Vittoria le manifestazioni si susseguiranno. Nel palazzo del governo non c’è nemmeno la premier Dancila, che è in vacanza. I ricchi vanno in ferie, i poveri tornano in patria. E vanno in piazza a protestare.

Il pastore senza proseliti divenuto simbolo della contesa

Un califfo come Erdogan, da quasi un ventennio pezzo da novanta sulla scena mondiale, è un osso duro per Trump. Sono giorni che i leader dei due paesi si scambiano stoccate: sciabolate, sanzioni e di piantare la Nato in asso. La Turchia è un membro dell’Alleanza, ma Erdogan sa fare giochi doppi e tripli, come la vicenda siriana mostra: pronto ad assicurarsi aree d’influenza nel Paese, in funzione anti-curdi, spartendosele con Russia e Iran, ma continuando a restare ostile al regime di al-Assad e realizzando fin quasi all’ultimo affari con l’Isis – petrolio in cambio di armi -; amico dell’America, ma deciso a rivendicare l’estradizione del suo “arci-nemico” Fetullah Gulen, che vive negli Usa; pronto a monetizzare con l’Ue la presenza sul suolo turco di due milioni di rifugiati siriani.

Il soggetto del contendere è anche il pastore Andrew C. Brunson (nella foto), cittadino americano, 52 anni, di cui 23 passati in Turchia e gli ultimi 2 in carcere (fino ai domiciliari concessi il 25 luglio). Brunson venne arrestato nell’ottobre 2016, nel quadro delle purghe per il colpo di stato forse tentato e certamente fallito il 15 luglio 2016. In carcere da allora sono finite decine di migliaia di persone, militari, funzionari, insegnanti, accademici, dissidenti e giornalisti. L’accusa che li accomuna è d’essere parte d’una congiura ordita da Gulen, un ex sodale di Erdogan.

Brunson respinge le accuse, fra l’altro di terrorismo e di spionaggio: lui è un pastore evangelico (della Chiesa della resurrezione di Smirne, una congregazione di appena 25 fedeli), un missionario non proprio di successo (fa in media un adepto all’anno), e non ha le carte in regola per essere parte di un complotto islamico.

Negli ultimi giorni, proprio in chiave di difesa della libertà di religione, l’interesse per la liberazione di Brunson negli Usa s’è ravvivato, fino all’imposizione di sanzioni. La risposta di Erdogan è stata picche: “Rivolgersi a noi con minacce non farà ottenere niente a nessuno”. I contatti diplomatici, e fra ministri degli Esteri, non hanno finora sbloccato la situazione; ed Ankara nega che i domiciliari a Brunson siano stati “moneta di scambio” per la liberazione d’una cittadina turca detenuta in Israele.

Chris Collins, il deputato vicino a The Donald rinuncia alla rielezione

Guai per insider trading. Chris Collins, deputato di New York che è stato tra i primi sostenitori di Donald Trump, ha ritirato la sua candidatura alla rielezione il prossimo novembre dopo essere stato arrestato mercoledì scorso con l’accusa di insider trading. Lo ha annunciato l’esponente repubblicano con un comunicato in cui ha sottolineato di aver preso la decisione “nell’interesse dei miei elettori, del partito e dell’agenda del presidente Trump”.

Collins – che è stato rilasciato dopo il pagamento di una cauzione di mezzo milione di dollari – ha poi affermato che intende concludere il suo attuale mandato che “combatterà contro queste accuse senza fondamento che mi sono state mosse”.

Collins è accusato di aver comunicato al figlio Cameron e al padre della fidanzata di questo (Stephen Zarsky) informazioni riservate circa una società farmaceutica australiana di cui sedeva nel board. Secondo l’accusa Collins ricevette una e-mail mentre partecipava a un picnic alla Casa Bianca lo scorso anno riguardo al fallimento di un importante test per uno dei prodotti della società e ne informò il figlio che si liberò delle sue azioni della società prima che i risultati dei test fossero annunciati pubblicamente. Cameron Collins e Stephen Zarsky, anche loro indagati, si sono a loro volta dichiarati non colpevoli.

Intanto aumentano le pressioni sul repubblicano affinché rinunci al suo seggio. Lo Speaker Paul Ryan lo ha già sospeso dalla commissione Energia e Commercio.

Fra annunci e realtà tutti i dazi di Trump in guerra col mondo

La politica estera di Donald Trump sta tutta, da mesi, in questa prece: “Dacci oggi le nostre sanzioni quotidiane, o i nostri dazi”. Dovunque ti giri, un nemico lo trovi. Placati i bollori con la Corea del Nord, il magnate presidente ha cominciato a prendersela a destra e a manca: sanzioni all’Iran, nuovo ed eterno ‘arci-nemico’ della destra americana; alla Russia, subito dopo essersi guardato negli occhi con Vladimir Putin; alla Turchia che è un alleato della Nato. In più dazi alla Cina per miliardi di dollari, all’Ue, e persino ai vicini Canada e Messico.

Pesano anche i flop in politica interna: la riforma fiscale (troppo) favorevole alle aziende e ai super-ricchi e (troppo) poco alla classe media; la riforma dell’immigrazione che non va in porto; il Russiagate che va avanti e che non può più essere liquidato come una ‘caccia alle streghe’; l’avvicinamento al voto di midterm del 6 novembre che rischia di togliere ai repubblicani il controllo del Congresso; il clima dentro la Casa Bianca, dove è bega continua e il capo dello staff John Kelly resta solo nel ruolo di capro espiatorio. Per convincere l’elettorato che l’America resta sempre ‘first’, Trump continua a battere pugni sul tavolo, e a inviare tweet. Ma non sempre all’annuncio segue un’azione oppure c’è parecchia distanza tra le misure annunciate e quelle attuate. Ma, si sa, nell’America di Trump – e non solo -, ciò che conta è dirle le cose, non farle. Vediamo la situazione sui vari fronti.

IRAN. Qui alle parole seguono i fatti: l’abbandono dell’accordo del 2015 sul nucleare, confermato invece dagli altri contraenti, Russia e Cina, Gran Bretagna, Francia, Germania e l’Ue tutta; la reintroduzione delle sanzioni alle aziende che fanno affari con Teheran; e, in autunno, l’estensione delle sanzioni alle aziende di altri Paesi, dunque pure alle europee. Seguono dichiarazioni contrastanti: “Colpiremo l’Iran con le sanzioni più pesanti mai comminate”, disse il Segretario di Stato Mike Pompeo, che sta alla diplomazia come Trump sta alla politica. “Sono pronto a incontrare il presidente Rohani in ogni momento”, dixit Trump, ricevendo in cambio segnali di fumo. Mosca, Pechino e Bruxelles difendono l’intesa, ma pare causa persa.

Corea del Nord. Le sanzioni ci sono esattamente come c’erano prima del 12 giugno, giorno dell’incontro a Singapore tra Trump e il leader nord-coreano Kim Jong-un. Da allora, del resto, non è successo nulla di tangibile sul fronte ‘denuclearizzazione della penisola coreana’. Il vertice che voleva essere storico si conferma vuoto di sostanza: non ci sono impegni precisi, né un calendario delle cose da fare. Infatti nessuno fa nulla. Avanti di questo passo, Kim tornerà a essere nei tweet di Trump rocket-man e palla di lardo.

Russia. Preoccupato dalle reazioni nell’Unione all’incontro con Putin a Helsinki – c’è chi ne chiede l’imputazione per alto tradimento -, Trump ha dato un giro di vite ai rapporti con Mosca: posposto al 2019 un nuovo summit, che pareva imminente; rinnovate le sanzioni per i fatti del 2014 – la guerra in Ucraina e l’annessione della Crimea -, inasprite quelle per il nebuloso affare Skripal, ammesse le ingerenze russe nelle elezioni 2016. Colpa di Obama, ovviamente.

Turchia. È il fronte più recente, innescato dalle vicissitudini del pastore Brunson, missionario evangelico sospettato di combutta con i golpisti del 2016. Qui le sanzioni sono per ora poca cosa, ma l’escalation verbale tra Trump ed Erdogan – un altro che non vi va giù sottile – lascia presagire apocalissi diplomatiche e persino stravolgimenti di alleanze.

Dazi, Cina e Ue. Qui tra parole e fatti c’è, per fortuna, meno sintonia, almeno finora. Fatti salvi acciaio e allumini – con il coinvolgimento pure di Canada, Messico e altri Paesi, e un primo set di misure anti-cinesi, con il corollario delle altrui contro-misure -, sono stati preparati pacchetti di provvedimenti impressionanti, sempre però subordinandone l’entrata in vigore all’esito di negoziati in corso.

Con l’Ue, si era giunti quasi sull’orlo del baratro, ma un incontro di Trump con Juncker rimise in moto la trattativa. Con la Cina, è tutto uno stop and go. Il problema è che i dazi piacciono ad alcuni dei fans di Trump, ma le contromisure ne danneggiano altri e magari di più.

Il ricatto Nato e lo spettro di Putin &C.

Dopo essersi inchinato a Putin nel 2015, il presidente turco Erdogan ora dovrà ripetersi con Trump? A rigor di logica sì, visto che gli Usa sono ancora la superpotenza del pianeta, in termini economici e militari e soprattutto per la comune appartenenza alla Nato. Proprio l’essere nella stessa alleanza però dà a Erdogan una leva forte, un’arma di ricatto. Come ha fatto con l’Europa usando i migranti, ora Erdogan risponde alle “angherie” di Trump annunciando che se la guerra economica continuerà lui potrebbe decidere di saltare nell’altro campo. Quello asiatico dove si ergono la Cina e la Russia, ma anche l’Iran, inviso quest’ultimo all’attuale amministrazione americana e ai suoi alleati sauditi e israeliani, a cui invece Erdogan ha voltato le spalle. La Turchia è il bastione sud orientale della Nato e la sua fedeltà è fondamentale.

Nell’attesa di capire come evolverà la situazione, i motivi dei dissidi tra Erdogan e Trump non sono di facile soluzione. Innanzitutto c’è la questione del religioso e lobbysta islamico Fethullah Gulen, ex mentore di Erdogan e oggi suo nemico pubblico numero 1. Gulen, accusato dal Sultano di essere l’artefice del fallito golpe di due anni fa, risiede da quasi vent’anni negli Stati Uniti. Il presidente turco aveva già chiesto a Obama di estradarlo ma non accadde nulla.

La speranza di riaverlo ad Ankara per metterlo alla gogna però sta scemando. Anche Trump del resto sa che il pio magnate Gulen è uno strumento di ricatto e, da parte sua, pretende la liberazione di un pastore evangelico, Andrew Brunson, incarcerato con il pretesto di aver preso parte in qualche modo al golpe.

A rendere le relazioni tra i due partner Nato “non buone”, come ha sottolineato l’altroieri Trump dopo aver imposto i dazi, ci sono anche le recenti sanzioni americane contro alcuni business men turchi a cui Erdogan ha promesso di rispondere con la confisca di supposti beni a due membri dell’amministrazione americana.

È tuttavia il sostegno all’Iran, al Qatar e ad Hamas, oltre che all’esercito libero siriano da parte della Turchia a non andare giù a Trump. Per non parlare del fatto che Erdogan tiene già i piedi in due scarpe da tempo come dimostra l’acquisto di tecnologia nucleare dal Cremlino per produrre molto in modo rapido il 10% del fabbisogno energetico della Turchia che acquista buona parte del petrolio dall’Iran, nuovamente sanzionato da Washington. Ankara ha anche deciso di acquistare da Mosca delle batterie di difesa antiaerea S-400. Gli esperti sostengono che siano incompatibili con i sistemi militari della Nato. Così gli Usa hanno reagito minacciando di non consegnare più caccia F-35 promessi dal Pentagono.

A Johannesburg la settimana scorsa si era tenuto il decimo summit dei Brics e nell’occasione Erdogan, ospite d’onore, aveva espresso la volontà di avvicinarsi ai membri più ricchi, ovvero Cina e Russia. I falchi che stanno a fianco di Trump non hanno apprezzato l’ipotesi.