2,7 miliardi di risparmi italiani a rischio Turchia

Decine di migliaia di risparmiatori italiani sono vittime dell’annuncio di nuovi pesanti dazi Usa su acciaio e alluminio turchi, che ha scatenato la fuga dei capitali da Ankara facendone crollare la valuta. Sono gli investitori che, abbagliati dagli alti tassi d’interesse offerti, hanno acquistato obbligazioni in lire turche. Molti di loro, magari ancora inconsapevoli, stanno perdendo gran parte della somma versata inizialmente.

In Italia sono quotati 56 bond del valore complessivo di 18,46 miliardi di lire turche: al cambio attuale valgono 2,67 miliardi di euro. Ma questa somma cala di pari passo con la svalutazione della moneta di Ankara che nelle ultime sedute è stata parossistica, sprofondando anche del 20 per cento rispetto all’euro in una sola giornata. Secondo la banca dati Skipper Informatica, 43 di queste obbligazioni sono state emesse da istituzioni finanziarie sovranazionali, otto sono bond bancari, quattro di emittenti pubblici tedeschi e c’è un titolo di Stato turco. Il più vecchio, un bond Bei, ha quasi 10 anni e scadrà il 17 ottobre: quando fu emesso per un euro bastavano 2,03 lire turche, mentre venerdì scorso ne servivano 6,93 con una svalutazione superiore al 70 per cento.

Il fenomeno era maggiore qualche anno fa. Tra il 2005 e il 2016 sui mercati finanziari italiani hanno circolato ben 144 obbligazioni per un totale di 234,9 miliardi di lire turche che, al cambio attuale, sono pari a 33,9 miliardi di euro. La popolarità di questi bond era dovuta al loro rendimento nominale: le cedole erano spesso anche a doppia cifra. Il record lo raggiunse il bond biennale Bei scaduto il 20 marzo 2009 che pagava un tasso annuo lordo del 18,5 per cento. Se si considera che all’epoca i rendimenti medi dei bond italiani erano del 4,67 per cento e che alle cedole dei titoli sovranazionali, come quelli Bei, il Fisco applica l’imposta agevolata del 12,5 per cento, la stessa usata per i BoT e i titoli di Stato, e non il 26 per cento che grava invece sui bond bancari e corporate, si nota il richiamo (apparente) dell’investimento.

Dietro quei rendimenti nominali c’era (e c’è) però in agguato il rischio di cambio: se si compra qualcosa in una moneta diversa dall’euro può accadere che, al momento di rivenderla o di essere rimborsati, quella moneta si sia svalutata e che quindi il ricavo o rimborso in euro sia più basso del prezzo iniziale. Nel caso dei bond, il rischio è mitigato (ma non azzerato) solo dalle cedole incassate nel tempo. Per esempio, chi il 17 ottobre 2008 all’emissione avesse comprato per 10mila lire turche (all’epoca erano 4.921 euro, con un cambio a 2,0321) il bond decennale Bei e lo avesse venduto venerdì scorso, 10 agosto, quando il cambio era crollato a 6,9309, avrebbe recuperato solo 2.010 euro. Ma grazie alle cedole incassate per 4.434 euro avrebbe avuto comunque un saldo attivo di 1.523 euro, pari a un rendimento reale netto annuo in euro del 2,79 per cento: ben inferiore a quello nominale del 14,95 per cento in lire turche.

Sta andando peggio a migliaia di risparmiatori che hanno comprato i bond in lire turche emessi, ad esempio, da Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo). Chi avesse comprato all’emissione il bond Imi a tasso nominale 7,48 per cento, o l’obbligazione biennale Collezione Tasso Fisso Opera VI o la Collezione Tasso Fisso Opera VII (entrambi con cedole nominali lorde annue dell’11 per cento) e, magari preso dal panico per il crollo della valuta di Ankara, le avesse rivendute venerdì scorso avrebbe avuto pesanti perdite con rendimenti annui netti pari rispettivamente a -8,5, -19,4 e -34,1 per cento. Né vale, come per i bond in euro, attendere il rimborso a prezzo pieno: perché nessuno sa se da qui alle scadenze, previste rispettivamente ai prossimi 30 settembre, 13 marzo e 25 settembre 2019 la lira turca sarà tornata a recuperare o se si sarà ulteriormente indebolita sull’euro.

Vie d’uscita comunque esistono. “I risparmiatori possono chiedere di verificare se alla sottoscrizione dei bond l’intermediario ha rispettato il loro profilo di rischio. Se ciò non fosse avvenuto, il contratto di sottoscrizione non sarebbe valido e si potrebbe chiedere il rimborso del danno o della somma originariamente investita”, spiega Alessandro Pedone, consulente finanziario indipendente e responsabile tutela del risparmio dell’Associazione degli utenti consumatori (Aduc). “Nel merito, l’Arbitro per le controversie finanziarie della Consob consente di controllare se sono state rispettate le regole, senza tempi biblici per ottenere risposta e senza pesanti costi per la gestione della pratica”, conclude Pedone.

In concessione il 60% delle spiagge. Liguria al top di stabilimenti

Oltre sei metri su dieci delle spiagge italiane sono occupate da stabilimenti balneari in mano ai privati. Nonostante gli ottomila chilometri di costa, ogni estate trovare una spiaggia libera è un’impresa. E le poche che ci sono, sono situate in porzioni di costa meno attraenti, vicino alle foci di fiumi, fossi o fognature, dove spesso la balneazione è vietata. La denuncia è contenuta nel dossier ”Le spiagge sono di tutti!”, con cui Legambiente protesta contro la privatizzazione delle coste italiane, delle concessioni con pochi controlli e dei canoni bassissimi a fronte di guadagni enormi per gli stabilimenti. Nella Penisola sono ben 52.619 le concessioni demaniali marittime, di cui 27.335 per uso “turistico ricreativo”. Sono 19,2 milioni di metri quadri di spiagge sottratti alla libera fruizione. Quote per le quali nel 2016 lo Stato ha incassato poco più di 103 milioni di euro a fronte di un giro di affari che è stimato in 15 miliardi di euro. In alcuni Comuni si arriva al 90% di spiagge occupate dagli stabilimenti balneari.

In Emilia-Romagna solo il 23% della costa presenta spiagge libere, in Liguria addirittura il 14%.

Carabinieri e Polizia: il 70% delle sedi a Roma è in affitto

Sessatantasette milioni in affitti. Soltanto a Roma. È la spesa che ogni anno il Dipartimento di Pubblica Sicurezza deve affrontare per gli immobili di carabinieri, polizia e per la prefettura di Roma.

Perché lo Stato continua a rivolgersi ai privati, nonostante – come ha scritto il Fatto ieri – in Italia vi siano 350 milioni di metri quadrati di patrimonio immobiliare pubblico per un valore complessivo di 283 miliardi (ben 12 inutilizzati).

Secondo i dati resi noti nel marzo 2018, nonostante i tagli, il 70 per cento dei beni in uso alle forze dell’ordine nella Capitale sono ancora presi in affitto dai privati. Il restante 30 per cento, invece, è del demanio. La spesa complessiva, stando ai documenti resi pubblici, è appunto di 67 milioni, così suddivisi: 21 milioni per i carabinieri (erano 36 milioni in passato), 42 milioni per la polizia (si era arrivati a 45) e 4 per i due immobili che ospitano la prefettura.

I carabinieri in provincia di Roma dispongono di 193 immobili. Di questi 161 sono in affitto (137 da privati, gli altri da enti pubblici). Il canone più alto è quello per piazza del Popolo (2,432 milioni l’anno). Poi, a scendere, 1,359 milioni per la centralissima piazza San Lorenzo in Lucina, 839mila euro per via Antonio Gallonio (piazza Bologna, non lontano dalla stazione Termini), 693mila euro per la zona Calice Appio, 569mila per Monte Mario, 530mila per Castel Gandolfo.

Come è stato ricordato, l’anno scorso l’Arma aveva annunciato di voler chiudere 147 caserme (di cui 108 della Forestale) per attuare una spending review. I costi complessivi, a livello nazionale, dovrebbero scendere a 156,6 milioni l’anno. Roma fa la parte del leone. Ma l’operazione è complessa.

Il discorso vale anche per la Polizia, come ricorda Filippo Bertolami, vice-questore e segretario nazionale del sindacato Pnfd (Polizia Nuova Forza Democratica): “Su 114 beni immobili in uso alla Polizia di Stato nella Capitale, una trentina sono demaniali, i restanti in affitto”. Il Fatto lo scrisse oltre un anno fa: commissariati a rischio sfratto e in affitto ai grandi gruppi immobiliari della Capitale. Compresi alcuni uffici della Questura. Soltanto il complesso immobiliare della Dia, in via Mezzavia, se ne vanno 9,161 milioni l’anno. Per gli uffici centrali della Polizia in via Tuscolana si parla di 7,049 milioni (ma erano 11). Per l’ufficio immigrazione 2 milioni e per l’autoparco altri 1,6.

Ma c’è anche la Prefettura che, stando ai dati del 2016, costa 2,093 milioni per la centralissima sede di Palazzo Valentini, accanto a piazza Venezia, e 1,82 per quella distaccata in via Ostiense. E qui Bertolami ha spesso denunciato che, a poca distanza, il demanio dispone di Forte Ostiense, un complesso che èdestinato alle forze dell’ordine, ma lasciato in uno stato di degrado e di abbandono.

Spese di affitto, ma anche di manutenzione. Senza contare che il Dipartimento di Pubblica Sicurezza deve investire denaro per dotare di avanzati sistemi di sicurezza immobili non suoi, quindi gli investimenti rischiano di andare perduti una volta che i locali saranno restituiti ai proprietari. Due anni fa, per dire, per la tinteggiatura delle pareti, le verifiche statiche e anti-incendio il Ministero dell’Interno ha speso 965 mila euro in un anno nei soli immobili privati adibiti a commissariati a Roma.

E dire che già nel 2010 e nel 2012 governi con maggioranze diverse, parlando di “riduzione della spesa per locazioni”, avevano stabilito chiaramente: le ricerche di mercato “devono essere effettuate prioritariamente tra gli immobili di proprietà pubblica presenti sull’applicativo informatico messo a disposizione dall’Agenzia del demanio”.

Un altro problemaè la sovrapposizione tra carabinieri e polizia. “Nell’elenco dell’Arma ci sono 80 immobili ubicati a Roma. Basti pensare che nel raggio di un chilometro, nel pieno centro della Capitale, sono competenti tre Commissariati di pubblica sicurezza (Viminale, Esquilino e Porta Maggiore) e sette stazioni dei Carabinieri (Piazza Dante, Macao, Centro, San Lorenzo, San Lorenzo in Lucina, Vittorio Veneto e Quirinale)”.

C’è chi fa notare che ormai da tempo i governi hanno stabilito una suddivisione territoriale tra le diverse forze: la polizia nei centri urbani e i carabinieri nelle periferie. Lo ha stabilito il decreto Minniti del 2017, ma già prima erano andati in questa direzione i ministri Giorgio Napolitano (1998) e Giuseppe Pisanu (2006).

Ora bisogna vedere che cosa farà in proposito il nuovo governo: “Auspichiamo – conclude Bertolami – che il Ministro dell’Interno Matteo Salvini riesca a migliorare il coordinamento tra le forze dell’ordine e la gestione patrimoniale, recuperando risorse da investire per la sicurezza di tutti”.

Il capitano rivuole pure il militare

Solita giornata di dichiarazioni seriali per il ministro Matteo Salvini, che ha regalato il meglio in serata a Lesina (Foggia) in occasione dell’inaugurazione di una nuova sede leghista. Ecco alcuni dei passaggi salienti, da un’intervista di Rainews 24. 1. “Non abbiamo cambiato idea sul centrodestra: è qualcun altro che vota sempre più spesso col Pd. Sta agli altri scegliere tra la Lega del futuro e Renzi del passato”. 2. “L’immigrazione serviva alla sinistra per avere schiavi da far usare dalle multinazionali e da mettere nei ghetti”. 3. “Sui vaccini, da genitore, preferisco educare, spiegare, convincere piuttosto che multare e obbligare”. 4. “La capotreno (che ha diffuso un annuncio contro ‘gli zingari’, ndr) andrebbe premiata perché ha difeso il diritto a viaggiare sicuri. Io i treni pendolari li ho presi, i fenomeni della sinistra no”. 5. “Se qualcuno nel 2018 ha paura delle parole ‘mamma’ e ‘papà’, ha dei problemi”. 6.“A settembre partirà ‘Scuole sicure’: daremo soldi per andare a beccare gli spacciatori fuori dalle scuole medie e dagli istituti”. 7. “Il paese più armato d’Europa è la Svizzera e non mi risulta ci siano stragi”. 8. “Facciamo bene a studiare se, come e quando reintrodurre per alcuni mesi il servizio militare e il servizio civile per i nostri ragazzi, così almeno impari un pò di educazione che mamma e papà non sono in grado di insegnarti”.

Adesso Renzi pensa di ricandidarsi al congresso (e i senatori fanno la ola)

L’ultima idea di Renzi si chiama Matteo. I tempi non sembrano ancora maturi per farsi un suo partito “à la Macron”, almeno non secondo i sondaggi che attribuiscono ad una eventuale nuova forza politica percentuali marginali: tanto vale riprendersi definitivamente il Pd. E visto che in giro non si trova un nome decente per guidarlo in vece sua, ecco che l’ex premier spinto dall’incoraggiamento dei suoi fedelissimi potrebbe presentarsi in prima persona al prossimo congresso. Accelerando soltanto la sua tabella di marcia per la ridiscesa in campo.

Non che si fosse mai fatto da parte per davvero, ma negli ultimi giorni Renzi ha ricominciato a muoversi con ancora maggior frenesia. Dichiarazioni sui social network, commenti sugli avvenimenti del giorno. E questo rinnovato attivismo ha scatenato l’entusiasmo tra i suoi: ad esempio l’intervista di una settimana fa al Messaggero ha risvegliato la chat dei senatori dem, vera ridotta renziana, dove hanno cominciato a piovere messaggi di giubilo. “Grande Matteo”, “Solo tu sei in grado di guidare la rinascita”. Al netto delle smentite, di questo passo lui potrebbe anche convincersi.

Il futuro del Pd è ancora una terra ignota: nessuno sa cosa succederà, né quando, ma prima o poi bisognerà fare qualcosa. E i movimenti dell’ex premier generano attesa e preoccupazione: ha convocato la Leopolda tra il 19 e il 21 ottobre, appuntamento chiave nelle sue intenzioni, mentre la Fondazione Eyu raccoglie soldi e Open funziona regolarmente sotto la guida del fido Alberto Bianchi.

Il segretario a termine Maurizio Martina ha ribadito che il congresso per scegliere il nuovo segretario si terrà prima delle prossime Europee in primavera. Più che un annuncio ufficiale, un modo di smentire le voci di un rinvio che farebbe comodo a tanti: a Renzi, che vorrebbe più tempo per attendere l’evoluzione della scena politica, confidando magari in uno scivolone del governo gialloverde, e poi ripresentarsi; ma pure alla sua opposizione e allo stesso Martina, cui non dispiacerebbe rimanere alla guida del partito.

Se però davvero si andrà alla conta interna subito ad inizio 2019 (come ribadito anche dall’ufficio stampa dell’ex premier: “l’unica posizione è fare il congresso prima delle Europee”), la corrente renziana dovrà farsi trovare pronta.

Il problema è che fin qui la ricerca di un altro leader non ha prodotto grandi risultati. Maria Elena Boschi si propone e ripropone, ma è considerata un pericoloso boomerang dagli stessi renziani. Graziano Delrio, ritenuto la soluzione ideale, continua a dichiararsi indisponibile, altri nomi (come quello del presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, o dell’ex sottosegretaria Teresa Bellanova), non convincono fino in fondo. E allora ecco che nella testa di Renzi spunta il candidato ideale: se stesso.

Salvini prova a mangiarsi B. al Sud con l’esercito degli ex

La rottura con Forza Italia in Abruzzo rappresenta un salto di qualità nella strategia egemonica di Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti. Alle prossime Regionali la Lega andrà da sola, come annunciato giovedì notte su Facebook dal plenipotenziario del “Capitano” a L’Aquila, Giuseppe Bellachioma, dopo il via libera di Giorgetti.

Una decisione che esaurisce la prima fase del piano iniziato il 5 marzo, impostato su un doppio binario: il governo nazionale con i 5Stelle e l’alleanza con i berlusconiani e Fratelli d’Italia sui territori. In questi mesi la Lega ha silenziosamente svuotato il bacino elettorale degli alleati e ne ha scippato parte della classe dirigente locale. Con l’Abruzzo si passa alla fase due, propiziata dallo scontro con Forza Italia sulla presidenza della Rai e sul nome di Marcello Foa: ora Salvini vuole vincere da solo. Anche al centro e al sud, dove il Carroccio fino a poco tempo fa nemmeno esisteva.

È qui che il gioco si fa più rischioso: nella corsa a trasformarsi in forza nazionale la Lega ha imbarcato di tutto. Alla costruzione della classe dirigente meridionale hanno lavorato due dirigenti di lungo corso, il bresciano Raffaele Volpi (responsabile della rete “Noi con Salvini”) e il varesino Stefano Candiani, che hanno dovuto pescare in territori sconosciuti. Non alla cieca, ma quasi: il rischio di trovarsi in casa “impresentabili” o vetusti arnesi dalle politica locale è vissuto con una certa apprensione (a microfoni spenti) anche da alcuni pezzi grossi del Carroccio. Per ora la Lega del sud è un miscuglio di vecchi amministratori e giovani ambiziosi che hanno fiutato la nuova stagione. Quasi tutti riciclati.

In Sicilia Candiani ha azzerato i vertici che avevano guidato “Noi con Salvini” alle regionali di novembre. Il sottosegretario è stato chiamato sull’isola a “fare pulizia” dopo le indagini che hanno coinvolto i coordinatori Alessandro Pagano e Angelo Attaguile (accusati di voto di scambio). Anche Tony Rizzotto, primo salviniano eletto in Sicilia a novembre, era finito sotto indagine subito dopo la nomina all’Ars.

Il nuovo organigramma di Candiani non ha impresentabili, ma un lungo elenco di voltagabbana. C’è l’agrigentino Angelo Collura, fino all’altro ieri uno dei più stretti collaboratori di Angelino Alfano. C’è addirittura un grillino, Igor Gelarda, ex consigliere comunale dei 5Stelle a Palermo e poliziotto (Luigi Di Maio lo definiva “uno di quelli che non ha paura di esporsi”). A Messina c’è Matteo Francilia, ex Udc, vicino a Gianpiero D’Alia, candidato nel centrosinistra con Fabrizio Micari solo pochi mesi fa. A Enna ci sono i consiglieri Giuseppe Savoca e Saverio Cuci, arrivati direttamente dal Pd. A Messina ci sono Filippo Galifi – che ha avuto trascorsi con l’Idv di Antonio Di Pietro – e l’ex forzista Tommaso Calderone, il cui studio di avvocati è stato criticato per aver difeso esponenti di Cosa nostra.

Anche in Puglia Salvini ha costruito la crescita della Lega sulla classe politica preesistente. A Raffaele Fitto – non proprio il nuovo che avanza – ha soffiato prima delle elezioni i luogotenenti Nuccio Altieri e Roberto Marti (entrambi portati in Parlamento). Il profeta del salvinismo in regione è il giovane Andrea Caroppo, ex capogruppo berlusconiano, che di recente ha nominato i nuovi vertici regionali. Spicca il nome di Enrico Balducci, nuovo segretario a Bari. Una lunga carriera nelle istituzioni locali (iniziata addirittura nei Verdi nel 1997) e una condanna a 3 anni e 8 mesi per aver ucciso un ladro durante una rapina al suo distributore di benzina.

Nella Basilicata dove la destra ha scardinato il feudo dei Pittella, la Lega offre ospitalità a Tito Di Maggio, già senatore nel 2013 nelle liste di un noto euroscettico: Mario Monti. Nei suoi 5 anni a Palazzo Madama peraltro Di Maggio ha cambiato più gruppi parlamentari che cravatte. E a proposito di vecchie glorie: alla Lega campana si è avvicinato l’ex senatore di An Gennaro Coronella. Incensurato, era uno degli uomini di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario di Berlusconi considerato il referente politico dei Casalesi. Il pentito Vassallo li ha definiti entrambi – Cosentino e Coronella – parte del “nostro tessuto camorristico”.

In Calabria la Lega ha incassato prima delle elezioni l’endorsement del vecchio ras Giuseppe Scopelliti, altro moderato convertito al sovranismo. Da aprile però è in carcere per la condanna a 4 anni e 7 mesi per aver falsificato i bilanci del capoluogo quando era sindaco. Il partito calabrese ora è sinonimo di Domenico Furgiuele, primo parlamentare leghista nella storia della Regione. Un giovane cresciuto con idee di estrema destra e la passione del calcio (le sue intemperanze da ultras del Sambiase gli costarono un daspo). Il fratello di Domenico, Massimo Cristiano, era candidato alle Politiche con CasaPound. I due fratelli sono sposati con le figlie di Domenico Mazzei, condannato per estorsione aggravata dal metodo mafioso e considerato dalla Dda locale “imprenditore di riferimento delle cosche mafiose dominanti nei territori calabresi”.

La mossa di Anzaldi: “Propongo Santoro presidente della Rai”

Un nome al giorno per la presidenza della Rai. È la provocazione del renziano Michele Anzaldi, segretario della commissione di vigilanza della tv pubblica, in un intervento sull’Huffington Post. E il primo è quello di Michele Santoro. “A Salvini e Di Maio, ma anche a Conte e Tria che hanno la responsabilità amministrativa di aver indicato Marcello Foa, chiedo: perché non può essere presidente di garanzia del Cda Rai una figura come Michele Santoro?”. Uno, prosegue Anzaldi, “che rappresenta la storia della tv e della Rai, ma anche la storia dell’informazione con la schiena dritta?”. Prosegue il deputato renziano: “Con l’appoggio di M5s, Fi, Pd e Leu Santoro avrebbe i numeri per fare il presidente della Rai, garantire il pluralismo e presiedere il Cda con una professionalità e competenza che pochi in Italia possono vantare”. L’ultimo affondo è nei confronti di Matteo Salvini: “Non si capisce per quale motivo abbia deciso con questa testardaggine di andare contro le regole e tentare di imporre un presidente che non può essere neanche lontanamente di garanzia (come richiede la legge), sia per le sue posizioni pubbliche sia per l’enorme conflitto di interessi di avere il figlio che lavora proprio con Salvini”.

Protesta pure lo sceriffo 2.0

Mario Conte è il sindaco di Treviso: ha da poco riconquistato la città alla causa leghista dopo un quinquennio di centrosinistra e l’ha fatto nel segno dello sindaco-sceriffo Giancarlo Gentilini, che lo ha scelto e poi supportato con una lista civica. Ecco, pure Mario Conte, lo sceriffo 2.0, s’è assai irritato per l’emendamento della Lega che sospende i progetti per le periferie banditi da Renzi: “Io non condivido al 100% quei progetti perché sono stati pensati da un sindaco di sinistra, ma ormai sono patrimonio della città e dei suoi cittadini. Dunque io rivoglio quei soldi”, ha spiegato ieri a La Repubblica. Un campanello d’allarme mica male per Salvini e soci: “Io non posso essere soddisfatto di questo emendamento, che senza dubbio penalizza Treviso: mi sono stati bloccati 14 milioni di fondi a fronte peraltro di 350 mila euro già erogati per le progettazioni. Mi farò portavoce dei cittadini delle periferie e cercherò un confronto coi parlamentari veneti”. Non è però, dice, “una questione politica: l’ha votato pure il Pd. Ora va trovata la soluzione”.

Sulle periferie il governo ha scelto, ma si nasconde dietro la Consulta

Cosa accade attorno all’ormai famoso bando per le periferie di Matteo Renzi? La classica tempesta in un bicchier d’acqua o, se qualcuno ricorda il classico di Tom Wolfe, un Falò delle vanità in cui tutti riescono ad aver torto. Intanto, il fatto: un emendamento presentato dalla Lega in Senato – e votato all’unanimità, Pd e Renzi compresi – ha sospeso per due anni (non eliminato) 96 dei 120 progetti approvati da Palazzo Chigi ai tempi di Renzi&Gentiloni per la riqualificazione delle periferie, nessuno di questi è in fase di gara; in soldi significa bloccare investimenti per 1,6 miliardi circa su 2,1 stanziati in totale (ma finora finanziati solo parzialmente).

I soldi “liberati” – 140 milioni quest’anno, 320 il prossimo, 350 nel 2020 e 220 milioni nel 2021 – vengono destinati a sbloccare gli avanzi di amministrazione dei Comuni “virtuosi”: quelli che hanno soldi in cassa, ma non possono spenderli per via delle regole sull’equilibrio di bilancio degli enti locali che gli assegna rigidi obiettivi annuali. Ovviamente i sindaci che si sono visti rinviare di due anni i progetti non l’hanno presa bene: temono, soprattutto, che alla fine quei soldi spariranno per sempre. Tra i 24 progetti “salvati” (già esecutivi) ci sono quelli di Roma, Torino, Modena, Bologna e della città metropolitana di Bari; tra i “sommersi” Firenze, Milano, Livorno, Treviso e le (ex) province di Roma e di Torino.

Perché? L’emendamento “incriminato” è una legittima operazione politica della Lega e della maggioranza, peraltro inizialmente avallata dal Pd, che ha almeno un paio di motivi: uno, volendo, più nobile; l’altro meno. Il bando delle periferie, infatti, è una classica operazione “alla Renzi”: una sorta di “bonus sindaci” affidato direttamente da Palazzo Chigi per gentile concessione dell’ex sovrano. Le scelte sono state un po’ così: riqualificare le periferie è una bella cosa, ma forse – con tutto il rispetto per i problemi di Viterbo, Cuneo e Biella – ci si poteva concentrare sulle grandi aree urbane degrate (la sola Ostia ha 100mila abitanti) e circoscrivere meglio i campi d’intervento (a scorrere i progetti si passa dalle riqualificazioni di immobili alle piste ciclabili, dal “welfare urbano” al social food).

Anche la ripartizione dei fondi lascia qualche perplessità: la Toscana, per non fare che un esempio, è destinataria del 15% circa dei fondi (300 milioni) con meno del 7% della popolazione e senza avere una metropoli sul suo territorio. Si può certo, dunque, sostenere che i progetti vanno rivisti, ma l’uso che si è poi scelto di fare dei soldi denuncia l’intento “politico”: i Comuni virtuosi infatti, quelli che hanno consistenti avanzi di cassa da spendere, si trovano soprattutto al Nord, bacino di riferimento della Lega; i 96 capofila dei progetti bloccati sono invece in gran parte a guida centrosinistra. È poco corretto dire, come ha fatto Giancarlo Giorgetti sul Fatto del 9 agosto, “equità e giustizia per tutti i Comuni: 90 sindaci arrabbiati, 8.000 festeggiano”.

La sentenza. I sindaci coinvolti, come detto, sono in rivolta: Antonio Decaro, presidente dell’Anci, ha parlato di “furto con destrezza”; il 5 Stelle Filippo Nogarin, primo cittadino di Livorno, di “toppa peggiore del buco”; il leghista Mario Conte chiede che “i fondi siano reinseriti nella finanziaria”. La maggioranza “gialloverde”, insomma, si ritrova di fronte a una reazione – cavalcata anche dal Pd, che ora sostiene di aver votato a favore perché non aveva capito – che pare non aver messo in conto. Per uscirne la sottosegretaria all’Economia Laura Castelli ha, tra le altre cose, sostenuto che l’intervento era necessario dopo la sentenza della Corte costituzionale (74/2018) che ha bocciato il “Fondo investimenti” di Palazzo Chigi – in cui c’è anche il Bando per le periferie – nella parte in cui non prevedeva il passaggio in conferenza Stato-Regioni (un vizietto tipico degli anni renziani). Motivazione debole. Ha buon gioco, nello smontarla, il deputato del Pd Luigi Marattin: “Si tratta di una semplice questione procedurale e non di sostanza. Che non giustifica certo tenere bloccati per due anni i Comuni che sono ad un passo dalla gara per l’affidamento dei lavori”. Di fatto si poteva portare la cosa in conferenza e cavarsela con una settimana: questo tipo di intervento non è imposto dalla sentenza della Consulta.

I conti dei Comuni. Dice ancora Castelli: “Ci lascia esterrefatti che il Pd, responsabile delle politiche di tagli e del crollo degli investimenti pubblici, accusi l’attuale governo che ha invece sbloccato risorse altrimenti ferme”. Il governo, in realtà, non ha sbloccato alcunché, ma solo spostato risorse: va dimostrato a consuntivo, poi, che quei soldi saranno spesi più in fretta dai primi cittadini “virtuosi” piuttosto che col bando renziano.

Altro tema è la situazione finanziaria dei Comuni: sono stati loro (con le ex province) a sostenere infatti il carico maggiore delle politiche di austerità fatte in Italia, scaricando l’onere ovviamente in minori servizi o maggiori costi per i residenti.

La quasi totalità dei tagli ai Comuni furono decisi dai governi Berlusconi (2010-2011) e Monti (2011-2012), mentre gli esecutivi successivi – tutti quelli a guida Pd – si sono in sostanza limitati a confermare quelle scelte pluriennali. La situazione è stata poi resa più difficile dalle varie regole sul “pareggio di bilancio” per gli enti locali: è quell’equilibrio rigido fra entrate e spese che blocca gli investimenti persino quando i sindaci hanno i soldi in cassa e necessita di regolari provvedimenti “sblocca fondi” da parte del Parlamento (anche sulla scorta di una sentenza della Consulta). Su questo, ovviamente, 5 Stelle e Lega non hanno responsabilità: le avranno dal prossimo 1° gennaio però.

Salvini avverte la Ue: “Che le piaccia o no cambiamo la Fornero”

Sarà “seria”, dice il premier Giuseppe Conte. E rispettosa degli equilibri di bilancio, ripete il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Parlano della prossima manovra di finanza pubblica, ma i due non sembrano aver fatto del tutto i conti col metodo di governo dei partiti che li hanno portati al governo. Matteo Salvini, per dire, ha ribadito che in ogni caso è il programma di governo – e il modello economico che sottintende – la bussola per scrivere la legge di bilancio: “Ci impegneremo tantissimo anche sul piano economico, per fare anche lì la rivoluzione che abbiamo già messo in atto sull’immigrazione – ha detto ieri in un paese del foggiano, Lesina – Me lo ricordo cosa ci siamo impegnati a fare, piaccia all’Europa o no”. Qualche esempio? Il primo è “smontare la Fornero”, intesa come riforma delle pensioni che ha aumentato a dismisura l’ età pensionabile, e poi a “ridurre le tasse e a ridurre la burocrazia, togliere dalle scatole spesometri, redditometri studi di settore”. A tutto questo, assicura, Salvini “stiamo lavorando così come stiamo lavorando per la pace fiscale: non sarà facile, avremo parecchi avversari”.