Il grande piano per lo sport: più consulenti che impianti

A Roma sono spuntati un paio di playground nei parchi, a Monopoli (Bari) è stata sostituita la pedana di un’associazione ginnica. In entrambi i casi, c’era l’ex ministro Luca Lotti a tagliare nastri, stringere mani, raccogliere consensi. E ancora: una pista di pattinaggio è stata rifatta a Montese (Modena), alla modica cifra di 100 mila euro; a Cortemilia, frazione di Cuneo, è quasi pronto uno sferisterio per la pallapugno da 90 mila euro.

Non c’è tanto di più nel bilancio di “Sport e periferie”, il grande piano per l’impiantistica sportiva dei governi Pd, per cui tra 2015 e 2020 è stato stanziato oltre mezzo miliardo. I soldi effettivamente spesi sono molti di meno, neanche 10 milioni, tra ritardi e pasticci. Il secondo bando è stato azzerato dal nuovo esecutivo, che ha idee un po’ diverse dal precedente. Intanto, però, il fondo si è ingrossato. Si è addirittura sdoppiato tra Coni e presidenza del Consiglio, perché ogni istituzione vuole la sua fetta di torta. Ha distribuito laute consulenze.

 

Il programma nato sull’asse Coni-Pd

“Ho parlato col premier Matteo Renzi e lo ringrazio perché ha messo a disposizione 100 milioni per le infrastrutture”: siamo a fine 2015 e l’elogio pubblico di Giovanni Malagò annuncia il lancio del piano, sull’asse Coni-Pd che ha caratterizzato gli ultimi 5 anni di sport italiano. Tanti soldi per rifare gli impianti fatiscenti del Paese: chi poteva essere contrario? L’iniziativa, però, si è trasformata in un nuovo centro di potere, che per le amministrazioni locali rappresenta una lotteria con cui rifare o costruire gratis stadi e palazzetti, mentre a chi lo gestisce garantisce influenza e prestigio.

Lo dimostra l’esito del primo bando. A novembre 2017 è stata riaperta la pista di atletica di Barletta dedicata a Pietro Mennea: un grande spot a cui erano tutti presenti, Lotti e Malagò, dirigenti locali e nazionali. Stesso discorso per lo stadio di Amatrice, ricostruito dopo il terremoto. Lontano dai riflettori, però, gli altri interventi urgenti sono fermi, non è stata aggiudicata neanche la gara d’appalto. Lo stesso per il piano pluriennale: completati solo 18 su 185 cantieri, il 10%. Dentro c’è un po’ di tutto: luci nuove per l’hockey a Genova, le gradinate dello stadio di Poggibonsi, un impianto di canoa a Verona, un paio di campi da tennis in Piemonte. Non è chiaro quale sia lo spirito del programma (piccoli interventi per gli amatori o medio-grandi opere per i Comuni?), né perché debba essere finanziato un mega-palazzetto da 3 milioni a Fasano (Bari), il più caro del lotto. Della rivoluzione sul territorio per ora non c’è traccia. Intanto il Coni ha già incassato tutti i 100 milioni, di cui a bilancio risultano utilizzati 6,5: il resto sono nella pancia del Comitato, in attesa di essere spesi.

 

Le consulenze tra politica e Aniene

Uno degli aspetti più controversi è proprio l’affidamento voluto da Renzi di un piano così oneroso all’ente presieduto da Malagò. Il governo ha abdicato a una materia di sua competenza, il Coni non si è tirato indietro, muovendosi con la consueta disinvoltura. Nell’assegnazione delle opere (fuori dal Codice dei contratti pubblici) e degli incarichi. Invece di ricorrere gratis al personale statale (come previsto dalla legge che ha istituito il fondo), ha distribuito ricche consulenze, rigorosamente per affidamento diretto, senza selezione pubblica: da marzo 2017 a fine 2018, 330 mila euro al “program manager” Piercarlo Rampini, architetto che non è stato pescato nella P.A. ma tra le file del Pd (mandatario elettorale di Roberto Giachetti alle ultime Politiche); 145 mila per il “coordinamento tecnico” a Luca Braguglia, che invece viene dal circolo tanto caro a Malagò, di cui è socio e in parte pure ideatore (ha curato i lavori dell’Acquaniene).

Il bando fa girare un mondo: 50 mila euro per il funzionamento della commissione, 38 mila (a Kpmg, la stessa società che revisiona i bilanci Coni) per uno studio sull’impatto del progetto sul tasso di criminalità, 2 mila euro di noleggio bus, 2.500 per un servizio fotografico a Palazzo Chigi, persino 475 euro di targhe per i nuovi uffici. Gli impianti, invece, non si vedono. La colpa non è tutta del Coni: quando si è trattato di firmare la convenzione, 130 Comuni sono spariti, frenati da carenza di personale, progetti scritti male, documenti mancanti.

 

Il nuovo governo e il bando conteso

Di fronte a questi problemi, sarebbe stato forse il caso di fermarsi un attimo, per perfezionare la procedura. Ma a fine 2017 eravamo ormai in piena campagna elettorale e l’ex ministro Lotti ha accelerato, promettendo altri 175 milioni con cui finanziare a pioggia tutti i piccoli interventi. È rimasto uno slogan: parte di quei soldi è bloccata e il secondo bando è stato fermato dal nuovo governo gialloverde.

Alla base della decisione c’è il cambio delle somme a disposizione, ma anche una certa differenza di vedute sulla gestione: a Palazzo Chigi ora pretendono più trasparenza, forse meditano di riprendersi l’ambito fondo. Del resto l’operazione è già partita alla fine della scorsa legislatura: il 28 febbraio (una settimana prima del voto) una delibera Cipe ha stanziato 250 milioni di euro, stavolta però assegnati all’Ufficio per lo sport.

Il Coni rivede il suo bando, il governo si prepara a lanciarne uno suo. E il “tesoro” continua a lievitare: tra i primi 100 milioni già erogati, e le risorse stanziate (ma non ancora finanziate) in legge di stabilità, fondo per gli investimenti e di coesione sociale, potenzialmente ci sono 540 milioni a disposizione. Ce n’è abbastanza per rimodernare l’impiantistica di base di tutto il Paese. Oppure spartirsi soldi, consulenze e lavori senza cambiare quasi nulla per lo sport italiano.

Due morti in barca, misterioso incidente nel litorale sassarese

Sono due medici un dentista e un urologo, le vittime del naufragio di Castelsardo (Ss). I quattro usciti ieri sera con una pilotina, sono probabilmente finiti su uno scoglio a causa del buio. Ieri mattina infatti la sala operativa della Guardia Costiera di Porto Torres è stata allertata per la presenza di un’imbarcazione semisommersa in località “Rasciada”. La sala operativa ha mandato sul posto i militari che hanno avvistato la prua dell’imbarcazione che galleggiava ancora a pelo d’acqua, trovando il corpo senza vita di un uomo.

Una volta ispezionato il relitto è stata costata la presenza di un altro cadavere. I due medici erano partiti al tramonto dal porto di Castelsardo, dove la barca era ormeggiata. Appena usciti la pilotina probabilmente ha impattato con una secca o su uno scoglio senza che i due riuscissero a salvarsi. Dopo il recupero i corpi sono stati trasportati al porto di Castelsardo, dove per i primi accertamenti sono intervenuti il medico legale, i Carabinieri della locale stazione e i militari della Guardia Costiera, a disposizione della Magistrato di turno. Il sostituto procuratore ha disposto l’autopsia sui corpi.

Non è un’isola per tartarughe. A rischio il centro di Lampedusa

Da simbolo di Lampedusa a simbolo di soldi. La tartaruga “Caretta Caretta” è al centro di una contesa sull’isola agrigentina che dopo vent’anni di attività rischia di veder chiudere il suo storico centro per il soccorso dell’animale marino. Dopo la brutta fine di quello di Linosa, per il quale l’Unione europea ha sospeso i progetti dopo la denuncia per “appropriazione indebita” a seguito della quale è cessata l’attività, adesso il centro di soccorso di Lampedusa rischia di fare la stessa fine, almeno questo è ciò che temono i volontari. Il Comune, infatti, intende “istituzionalizzare” la struttura per intercettare i fondi europei. “Il centro di Lampedusa non ha mai usufruito di finanziamenti – spiega Daniela Freggi, fondatrice del Turtle Group che cura le tartarughe a Lampedusa – e di conseguenza abbiamo imparato a lavorare gratuitamente, per questo motivo noi siamo ancora aperti.

Ora il sindaco vuole istituzionalizzare il centro, come accadeva prima a Linosa, per accedere ai finanziamenti dell’assessorato regionale e dell’Unione europea”.

Il primo cittadino Totò Martello ha istituito un “nuovo centro” associazione di recupero del quale è stato anche nominato direttore, che – non appena si troverà una sede – andrebbe a sostituire una struttura ben avviata dove opera uno tra i migliori chirurghi al mondo nel campo delle tartarughe, Antonio Di Bello.

La possibilità dei finanziamenti avrebbe aperto poi anche un’altra battaglia: “Si sta pensando di accedere ai fondi europei – continua Freggi – attraverso i fondi destinati all’assessorato della Pesca, che adesso chiede la tutela, ma le tartarughe oggi fanno capo all’assessorato Agricoltura e foreste, che non ha intenzione di cedere. Da lì si aperto un braccio di ferro per accaparrarsi le tartarughe e i fondi legati ad esse”.

Ubriaco alla guida, si ribalta con la propria vettura uccidendo la figlia di 8 anni

Aveva la patenta revocata dal 2009 per guida sotto effetto di stupefacenti Gabriele Maddoni, l’uomo che nella notte di venerdì scorso ha causato l’incidente d’auto che ha causato la morte della figlia di otto anni.

Il 39enne guidava in stato di ebbrezza in direzione Nettuno-Velletri la sua Bmw 320 con all’interno le due figlie di sette e otto anni quando, giunto in via dei Frati, si è schiantato contro un palo della luce. La vettura, a causa della forte velocità, si è ripetutamente ribaltata finendo poi in un fosso. Inoltre pare che l’urto abbia causato un black out nella zona attorno al luogo dell’incidente.

La dinamica dell’accaduto è stata descritta dai passanti che hanno immediatamente allertato i soccorsi del 118 i quali intervenuti sul posto hanno provato, purtroppo senza risultati, a rianimare la piccola di otto anni rimasta schiacciata nell’auto riuscendo comunque a portare vivi nell’ospedale di Anzio l’altra bambina, che pur essendo ancora in prognosi riservata non è in pericolo di vita, e il conducente.

Quest’ultimo una volta rimessosi si è allontanato dalla struttura sanitaria pare coll’intenzione di ritornare sul luogo dell’incidente venendo però rintracciato dalle forze dell’ordine sempre ad Anzio in via dell’Olmo.

Fuori dal Commissariato di Anzio ci sono stati momenti di tensione fra il padre – guidatore e i parenti della madre che pare abbiano tentato di aggredire l’uomo che ora si trova fuori da Nettuno, in una località comunque comunicata agli inquirenti, per paura di subire altre aggressioni da parte dei familiari della moglie.

La donna appena saputa la notizia ha avuto un malore ed è stata ricoverata nello stesso Pronto Soccorso dove si trova attualmente la figlia di sette anni.

Mamma “no vax” si vantava di aver falsificato i certificati dei figli: l’asilo la denuncia

Una mamma no vax si vantava pubblicamente sui social network di aver ingannato per un anno i dirigenti della scuola materna a cui era iscritta la sua bambina presentando falsi certificati vaccinali: “Ti è rimasto un foglio mandato dalla Asl con su le vaccinazioni che devi fare?? Ecco, io ho fatto così: l’ho preso, scannerizzato, cambiato data, fotocopiato e portato alla materna. Fine!” spiegava via Facebook a un’altra mamma, aggiungendo “io mi sono fatta furba così ed è andato tutto bene”.

Ora però, dopo che la pagina Facebook “No alle pseudoscienze” ha diffuso il post – la paritaria Maria Bambina di Esine, nel Bresciano – ha deciso di sporgere denuncia. “La vicenda risale allo scorso anno scolastico: c’erano 70 bambini iscritti e la figlia della signora era l’unica a non avere le certificazioni. La madre continuava a temporeggiare, sostenendo di aver fatto richiesta alla Asl per avere il documento. E d’altra parte la normativa non era chiara – spiega Alberto Erculiani, che presiede il consiglio d’amministrazione della scuola – Dopo che lo screenshot del dialogo tra le mamme no vax ha iniziato a circolare in rete abbiamo ricevuto moltissime segnalazioni da tutta Italia”.

In un primo momento sulla pagina Facebook della scuola era apparso un post in cui la dirigenza ringraziava tutti per queste segnalazioni e garantiva che sarebbero state “prontamente attivate tutte le verifiche del caso”, ma poi il profilo era scomparso: “Ci siamo presi qualche giorno di tempo per decidere come procedere, chiudendo anche temporaneamente la pagina scolastica per non essere travolti dalle richieste di informazioni e dal dibattito tra pro e anti vax – continua Erculiani – Ora abbiamo sporto denuncia ai carabinieri perché ovviamente in questa vicenda noi siamo la parte lesa e vogliamo rimarcare con chiarezza la distanza delle nostre posizioni da quelle della signora. La nostra priorità è tutelare i bambini iscritti”.

Niente app, siamo in Romagna: il sesso a pagamento viaggia su biglietti da visita

Mentre spopolano app e social per incontri a luci rosse, a Rimini le prostitute vanno in controtendenza e ritornano ai biglietti da visita. Stampati ad hoc con tanto di indirizzo che portano ad appartamenti nelle limitrofe vie del lungomare e prestazioni offerte. Spaventate dalla recente ordinanza emanata dal sindaco Andrea Gnassi, che prevede fino a 10 mila euro di multa per chi “offre e concorda l’acquisizione di prestazione sessuali a pagamento”, le lucciole della riviera romagnola si sono organizzate. Da qualche settimana lungo le frazioni di Marebello, Bellariva e Miramare le ragazze distribuiscono biglietti da visita con l’indirizzo dell’appartamento dove raggiungerle e concordare discretamente la performance. Al riparo da occhi e sanzioni che spaventano soprattutto i possibili clienti: da giugno scorso l’amministrazione infatti ha previsto segnalazioni all’Agenzia delle entrate e denunce penali oltre alla multa. “Amici e conoscenti mi hanno fermato per dirmelo, è vero, si sono organizzate, girano la mattina e ti fanno l’occhiolino, si avvicinano, poi ti danno il bigliettino” conferma Bertino Astolfi ex candidato sindaco salito alle cronache nazionali per una campagna elettorale “rock” a bordo di un moscone con canottiera targata “Rimini, senza se e senza ma ho sempre remato per la mia città”.

Astolfi è convinto che le multe salate siano un deterrente positivo: “Ho visto un miglioramento, in riviera è da 40 anni che combattiamo questo fenomeno e non lo risolveremo certo in pochi mesi ma la strada è quella giusta”. Sono state tante le soluzioni adottate per contrastare la prostituzione in strada, tra cui anche quella lanciata da una pro loco di giocare partite a briscola la sera sul marciapiede, ma nessuna ha portato a un cambiamento sostanziale.

Fino al prossimo ottobre adesso anche i clienti che eseguono “manovre pericolose o di intralcio alla circolazione stradale” possono prendere una multa tra i 40 e i 200 euro. “Saranno una decina le multe da 10 mila euro che abbiamo già inflitto ai clienti, per noi la prostituzione in strada è un problema da combattere e abbiamo deciso di farlo. Non si può girare in macchina e contrattare una prestazione, come Comune abbiamo il potere di sanzionarti” spiega Jamil Sadegholvaad, assessore alla sicurezza e alla legalità. “In seguito a un’ordinanza simile, l’anno scorso, abbiamo avuto un ricorso da una prostituta su una multa. Il Tribunale di Rimini ha rigettato il ricorso e noi abbiamo vinto, questo ci ha dato forza, non è un discorso moraleggiante ma abbiamo deciso di alzare le penali, sui clienti e per la prima volta anche alle prostitute. Grazie alla depenalizzazione del reato di atti osceni in luogo pubblico, o in macchina, abbiamo potuto farlo”. Oltre alle multe da 10 mila euro, soddisfacenti i risultati estivi raggiunti finora con più di una trentina di multe comminate: in una sola giornata di fine giugno ben 23 le sanzioni staccate, quasi una all’ora”.

Allarme a Brescia, neonato muore a causa di un batterio

C’è un batterio il ‘serratia marcescens’, all’origine della morte del neonato avvenuta agli Spedali Civile di Brescia. Il bambino, deceduto martedì, era ricoverato nel reparto di patologia neonatale insieme al gemellino, colpito dalla stessa infezione con altri sette o 8 neonati, come riporta il Giornale di Brescia.

Le condizioni degli altri piccoli, ricoverati in terapia intensiva, sarebbero stabili. Sull’accaduto la Procura ha aperto un fascicolo contro ignoti e i carabinieri del Nas hanno acquisito la documentazione sul decesso del piccolo, ma al momento non risultano indagati.

“Attualmente, dei dieci neonati positivi per Serratia, 6 sono ancora degenti. E dei restanti 27 degenti risultati negativi allo screening 10 sono stati dimessi e 17 sono ancora ricoverati”, si legge in una nota dell’azienda ospedaliera in cui viene ricostruita la vicenda. “Nelle prossime settimane la situazione continuerà ad essere mantenuta sotto stretta osservazione e l’accettazione del reparto continuerà a rimanere chiusa, così da poter progressivamente liberare gli ambienti di degenza e procedere ad una loro ulteriore radicale bonifica”, continua la nota.

Ragazzo di 14 anni travolto e ucciso da una panchina

Da tempo alcuni politici locali ne segnalavano la pericolosità, ma nulla era cambiato. Fino a quando venerdì sera quell’installazione artistica in acciaio ha causato la morte di un ragazzino di 14 anni. È successo a Castel d’Ario, in provincia di Mantova. L’opera è una panchina che funge da arredo urbano, e che per i ragazzini del posto era diventata un gioco, dato che poteva roteare su se stessa. Questa giostra improvvisata si è trasformata ieri sera in una trappola mortale per Matteo Pedrazzoli. A tradirlo è stato proprio quel movimento rotatorio. Poco dopo le 23 di venerdì, una delle due panchine girevoli, sotto le sollecitazioni dei ragazzini, si è staccata dal cilindro che fungeva da piedistallo ed è caduta addosso a Matteo schiacciandolo, mentre i coetanei sono riusciti miracolosamente a scansarsi. Le loro grida hanno attirato l’attenzione dei partecipanti a una festa vicina, i quali si sono precipitati sul luogo del disastro. Per Matteo non c’era più nulla da fare. Subito si sono scatenate le polemiche sull’insicurezza di quel luogo. La Lega, all’opposizione assieme al Pd della lista civica guidata dal sindaco Daniela Castro, già tempo fa aveva denunciato la pericolosità di quelle installazioni artistiche.

Tangenti in Nigeria e le manovre contro Zingales: i fili portano al vertice dell’azienda

Nel luglio 2014 il cda Eni è in fibrillazione perché il suo consigliere indipendente, l’economista Luigi Zingales, ritiene che il capo dell’ufficio legale, Massimo Mantovani, debba fare un passo indietro: ha gestito in prima persona la vicenda del giacimento petrolifero nigeriano, l’Opl 245, sul quale la procura di Milano ha aperto un fascicolo per corruzione internazionale. Quindi è in “conflitto d’interessi”.

Di lì a poco uno degli avvocati dell’Eni, Piero Amara (ormai ex) istruisce “di fatto” il fascicolo farlocco che, secondo la procura di Milano, mirava a condizionare il processo sulla corruzione in Nigeria. Amara nega che fosse quello il suo fine. Sostiene che l’obiettivo era tutelare il suo ufficio legale da un “attacco”. E l’attacco – assolutamente legittimo – era portato da Zingales. La vicenda merita di essere approfondita. C’è un passaggio della deposizione di Amara che deve essere valorizzato: “La gestione di questa vicenda – dice – mi ha ulteriormente rafforzato. È una vicenda che mi accreditava ulteriormente”. Amara utilizza un vocabolo preciso: è la sua “gestione” ad accreditarlo ulteriormente. E la sua “gestione” – dimostrano le indagini e conferma l’imputato – consisteva nel corrompere il pm Giancarlo Longo, predisporre denunce, scrivere false testimonianze, decidere persino chi doveva essere ascoltato in procura e quali atti acquisire.

Se ad accreditarlo era la sua “gestione”, Amara sta indirettamente sostenendo – è l’unico argomento logico – che nell’Eni si sapeva che era stato lui a far nascere l’inchiesta, ovvero a “gestirla”. E già, perché il fascicolo nasce a Trani, una prima volta, con un triplo esposto anonimo. E, considerato che Amara confessa solo ora, di un anonimo doveva trattarsi anche per il colosso petrolifero.

Ma allora: quale gestione avrebbero dovuto apprezzare in Eni? Il procuratore di Trani Carlo Maria Capristo – di lì a poco trasferito nella più ambita procura di Taranto – è parecchio solerte nel dare sviluppo all’anonimo. E con lui i pm Antonio Savasta e Alessandro Pesce, che dispongono acquisizioni nel cda Eni, effettuate dalla Guardia di Finanza. E i finanzieri però, dopo aver analizzato tutto, stabiliscono che di reati, dalla denuncia di quegli anonimi, non se ne vedono. Ma perché mai, il procuratore Capristo, stando alla versione di Amara, lo incontra a Roma, nella galleria Sordi, per riferirgli che l’inchiesta non approderà a nulla? “Percepii – dice Amara – che lui non vedeva sfogo in relazione a questa vicenda”. Non alludiamo a reati. Ma ci chiediamo: è opportuno che un procuratore, all’interno della Galleria Sordi, sostenga queste tesi dinanzi all’avvocato dell’Eni? I finanzieri che indagano a Trani scrivono, in un’ informativa, che l’unica competenza possibile, per gli atti d’indagine sviluppati fino a quel momento, è quella di Milano. Eppure le carte viaggeranno proprio verso Siracusa. Esattamente come Amara si augurava. Dice Amara: “Chiesi a Longo di contattare Capristo per spiegare le ragioni per cui il fascicolo potesse andare a Siracusa”. E così fu. A Siracusa però la denuncia parte da tale Ferraro: quale “gestione” di Amara, anche questa volta, avrebbero dovuto apprezzare i Eni? Nel luglio 2015 Zingales lascia il cda “per non riconciliabili differenze di opinione sul ruolo del consiglio nella gestione della società”. L’uomo che mette in crisi l’ufficio legale Eni non è più un pericolo.

C’è però l’altra consigliera indipendente, Karina Litvak, che Amara fa convocare dal pm Longo e di lì a poco finisce indagata per diffamazione con Zingales (entrambi ovviamente poi archiviati). E lascia il cda. Ma per la diffamazione è necessaria una querela. Che arriva dall’ufficio legale dell’Eni. Ovvero dallo stesso Mantovani. una gestione colossale. Forse troppo. Persino per l’Eni.

“Una talpa vendeva informazioni all’avvocato Amara”

L’avvocato Piero Amara fu piuttosto chiaro e sintetico: “Compare, game over”. E il suo sodale, Giuseppe Calafiore, capì all’istante: stavano per arrestarli. C’era una talpa nella Guardia di Finanza che avvertiva gli indagati in tempo reale. E in questo modo danneggiava le indagini che, invece, proprio i finanzieri stavano portando avanti efficacemente da anni. E così, quando arriva il segnale del “game over”, Calafiore decide di riposarsi un po’ dalla “tensione eccessiva” e prendersi una settimana di svago a Dubai.

“Ci eravamo raccordati di vederci all’aeroporto e poi gli dissi: ‘Guarda, casomai torniamo, cioé non è che se ci arrestiamo stiamo a Dubai, io non ho bisogno di fuggire’, quindi non sono mai fuggito in vita mia, non inizio a 38 anni…”. Amara decide di però di restare in Italia.

Giuseppe Calafiore è un avvocato di 39 anni, imputato con il legale dell’Eni Piero Amara, a Messina di associazione per delinquere dedite alla frode fiscale, reati contro la pubblica amministrazione e corruzione in atti giudiziari. È il 6 febbraio, quando un’operazione congiunta delle procure di Roma e Messina portano la Guarda di Finanza a effettuare 15 arresti. Calafiore però in quel momento è a Dubai. Ad avvertirlo – racconta al pubblico ministero di Messina Antonella Fradà – è stato proprio l’avvocato Amara. E la pm gil chiede: “Amara, queste informazioni, come le aveva?”. La risposta di Calafiore è lapidaria: “Dalla Guardia di finanza”. Poi aggiunge: “Ambienti romani, dottoressa. Amara mi ha fatto anche vedere le vostre c.n.r”. Ovvero: le comunicazioni delle notizie di reato. il tutto, continua l’imputato, avveniva “durante le indagini”. “Era stato informato anche delle perquisizioni che furono effettuate nel 2017?”, chiede la pm. “Assolutamente sì”, è la risposta. La fonte? “Sempre Amara”.

La gip Maria Militello chiede ulteriori precisazioni. “Lei – chiede all’imputato Calafiore – ha fatto riferimento alla conoscenza di queste cnr. Ne avete discusso, le avete guardate? Lei le ha viste materialmente o Amara le ha detto il contenuto?”. Anche in questo caso la risposta è lapidaria e sconcertante: “No”, risponde Calafiore, “io le ho viste le Cnr”. Ma com’è possibile che informazioni così riservate, che riguardavano le indagini sugli imputati, finissero nelle mani degli stessi indagati, proprio nelle ore in cui ben due procure e decine di investigatori si occupavano di loro? “Per avere queste informazioni privilegiate”, continua la gip, “Amara ha pagato?”. “Ha pagato”, conferma Calafiore, “non so quanto, ma ha pagato”. Quel che non sa, spiega Calafiore, è il nome del finanziere infedele che ha fatto da talpa con Amara. “Gliel’ho chiesto – dice Calafiore – ma non mi ha detto il nominativo. Mi ha detto ‘Guardia di Finanza, persone mie’, niente altro”. L’unica fatto certo, secondo Calafiore, è che Amara abbia pagato: “Che ha pagato, ha pagato. Ma ha pagato anche perché a me ha chiesto i soldi, quindi glieli ho dovuti dare. (…) Mi ha detto: ‘Dammi la tua parte perché se no io queste informazioni non ce le ho’ e io ho pagato. Gli avrò dato dieci, quindicimila euro sicuro (…) era il 2016/2017 (…) mi pare in un paio di volte (…) in denaro contante (…) Dottoressa, guardi, io avevo paura cioè lei capisce, io mi leggo una Cnr, dico qua… ‘O tu dammi, mi devi aiutare perché questo comunque per me è un costo’ e io… dieci, quindicimila euro, non ricordo dove li ho presi i soldi, avevo una disponibilità, può essere anche prelievi dal mio conto personale… di Cnr ne ho letta più di una. Sicuramente tre. Due o tre sicure”.

Calafiore e Amara usavano le loro accortezze: “Aveva (Amara, ndr) una pen drive e poi ci vedevamo, la inserivamo in un computer comprato ad hoc e poi il computer veniva buttato. Ogni Cnr compravamo un computer che veniva buttato nel Tevere”.

Ora sono in corso le indagini delle procure di Roma e Messina per individuare il finanziere infedele che, secondo il racconto di Calafiore, vendeva, per decine di migliaia di euro, informazioni riservate agli indagati. Quel che è certo – stando alla deposizione dell’imputato – è che Amara non soltanto era in grado di influenzare e, addirittura, guidare alcune indagini, attraverso pm corrotti e compiacenti, ma riusciva persino a monitorare le inchieste che lo vedevano indagato.

Un sistema costruito negli anni sul quale, sia la procura di Messina, sia quella di Roma, sono riusciti a far luce. Un sistema – Amara è indagato anche per una serie di sentenze aggiustate al Consiglio di Stato – che ancora non sappiamo dove e come sia riuscito ad attecchire.