Il legale dell’Eni ha scritto il fascicolo d’indagine del pm

L’avvocato dell’Eni Piero Amara era in grado di istruire un fascicolo, d’impartire direttive per le indagini, di scrivere verbali di interrogatorio per testimoni farlocchi. E tutto questo poteva accadere perché esisteva il “metodo Siracusa”. “A Siracusa esiste un metodo”, dice ai pm l’avvocato Giuseppe Calafiore, imputato con Amara di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari. “È il metodo Siracusa – continua – nel senso che chiunque vuole, e gli avvocati lo fanno, scegliersi un pubblico ministero piuttosto che un altro, sostanzialmente fa la denuncia nella fase del turno e ha una percentuale molto alta che quella denuncia vada a quel pubblico ministero…”. “Sostanzialmente – ribatte la pm Antonella Fradà – la denuncia viene presentata quel determinato giorno perché c’era il dottore Longo…”. E in effetti, il fascicolo su un fantomatico complotto per far cadere l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, contestualmente imputato a Milano per la maxi tangente pagata in Nigeria nell’acquisto del giacimento Opl 245, finì proprio nelle mani del pm Giancarlo Longo, anch’egli imputato con Amara e Calafiore. Il Fatto sin dal giugno 2016, quando per la prima volta iniziò a seguire l’inchiesta, ipotizzò che il “complotto” fosse inesistente e che qualcuno avesse voluto pilotare la procura di Siracusa. Il burattinaio del fascicolo – come dimostrano i documenti pubblicati dal mensile S – è venuto allo scoperto.

“Avevo un duplice obiettivo”, confessa l’avvocato dell’Eni Piero Amara. “Ritenevo – continua – che fosse vera la manovra finalizzata sia a colpire i vertici della società, che i vertici dell’ufficio legale, con cui io lavoravo. È l’ufficio legale che assegna, che individua gli avvocati e così via, e la gestione di questa vicenda mi ha ulteriormente rafforzato… Quindi l’obiettivo era uno, dal mio punto di vista reale, perché le informazioni ricevute da Armanna (Vincenzo, ndr) mi avevano spinto ad andare oltre il seminato con l’esposto anonimo e così via”.

Vincenzo Armanna è imputato a Milano per la maxi tangente in Nigeria: “È un ex dirigente Eni”, spiega Amara alla pm, “che poi diventò teste di accusa della Procura di Milano nei confronti dei vertici dell’Eni” per la maxi tangente del blocco petrolifero in Nigeria. Amara nega che il teorema del complotto contro Descalzi fosse connesso al processo milanese. Ma non è certo un caso che sia indagato, con l’ex capo dell’ufficio legale Eni, Massimo Mantovani: l’ipotesi è che il fascicolo nato a Siracusa volesse condizionare proprio l’inchiesta milanese.

“Ero depositario di informazioni che mi provenivano da Armanna – spiega Amara – (…) lui raccontò di questa manovra organizzata da alcuni soggetti per defenestrare Descalzi. I contenuti di queste informazioni furono da me inviati in forma anonima alla Procura di Trani e questa fu l’origine del procedimento di Trani”. E infatti il primo fasicolo – che non trova sviluppi – viene istruito proprio a Trani. “Furono inviati tre esposti a Trani, tutti i tre furono inviati da me”, continua Amara. “Andai una volta a Trani, per preannunciare la visita dei vertici dell’ufficio legale di Eni al Procuratore, anche se poi non partecipai alla riunione, poi ebbi modo di incontrare il dottor Capristo (Carlo Maria, ex procuratore di Trani, ndr) non a Trani ma a Roma, presso la Galleria Sordi, e percepii chiaramente che lui non vedeva sfogo in relazione a questa vicenda”. E così si pensa di far ricominciare tutto a Siracusa con una nuova denuncia. “Speravo – aggiunge Amara – che a un certo punto si potesse trovare il modo che il fascicolo da Trani potesse arrivare a Siracusa”. “Tramite l’avvocato Calafiore”, continua Amara, “informai il dottor Longo che sarebbe stata presentata questa denuncia e vi era l’esigenza che lui trovasse il modo di assegnarsela. Quindi nasce il procedimento che viene incardinato dinanzi a Longo”.

A presentare la denuncia è tale Alessandro Ferraro, imprenditore che denuncia di essere stato sequestrato perché in possesso di documenti scottanti: “Ferraro presentò la denuncia poi convinse Gaboardi di riferire ciò che sapeva”. Massimo Gaboardi è un tecnico petrolifero che riferirà l’esistenza del (finto) complotto per far cadere Descalzi. Amara scrive, in anticipo, la versione che Gaboardi deve rendere in procura e il pm Longo la copia direttamente sul suo computer: “Le Sit furono di fatto scritte da me, poi consegnate, mi pare il giorno prima dell’assunzione di sommarie informazioni testimoniali. Ho consegnato questa pen drive a Calafiore, che andò in Procura e ci fu una riunione in cui c’erano: Longo, Gaboradi e Calafiore”. Non solo. È Amara che decide chi deve essere interrogato e quali documenti acquisire. E fa in modo che venga interrogata – poi sarà anche indagata – la consigliera indipendente dell’Eni Karina Litwak: “Sono intervenuto chiedendo, tramite Calafiore a Longo, di assumere a sommarie informazioni la Litvack. Il signor Andrea Bacci, che poi doveva essere una persona informata sui fatti. Suggerii delle acquisizioni documentali presso la società (l’Eni, ndr)…”.

Amara continua a sostenere che l’ipotesi del complotto non fosse completamente campata in aria. Riferisce d’aver assistito alla conversazione tra Andrea Bacci (imprenditore all’epoca molto vicino all’ex premier Renzi) e l’iraniano Radouan Katwani per spingere sulla nomina in Eni del manager Umberto Vergine. Interpellato dal Fatto, Katwani ha sempre smentito.

Il caporalato che non sospetti

È la peggiore razza padrona. Non esistono sindacati, paghe giuste, orari umani. E non esiste un limite territoriale, con un asse che va dal Sud al Nord. Dalla Puglia dei campi di ortaggi, al volantinaggio nelle vie di Vicenza. Li chiamano caporali, sono padroncini con furgoni stracarichi, stranieri una volta sfruttati che diventano reclutatori di connazionali. O imprenditori italianissimi, con in testa l’ossessione “fatturare, fatturare, fatturare”, pronti a usare reti di omertà e paura per riempire di manodopera a bassissimo costo le aziende agricole che ci portano la frutta scontatissima nei supermercati.

Quattro inchieste, luoghi diversi, dinamiche simili. Ci sono le città di Mola di Bari e Bisceglie, dove le società agricole hanno risparmiato in soli quattro anni quasi tre milioni di euro di paghe. Il nord della Puglia, tra Andria, Barletta e Canosa, dove il caporalato diventa un “sistema sofisticato”, gestito da un’agenzia interinale. C’è poi il Nord, tra le campagne di Cesena, con gli allevamenti che vanno avanti grazie al lavoro dei migranti ricattati e stipati nei casolari. E c’è il ricco Veneto, dove per guadagnare 500 euro al mese devi essere disposto a tutto, accettando fino a 18 ore di lavoro sulle strade al giorno.

 

Morire per 28 euro al giorno

La storia di Paola Clemente

Aveva 49 anni. Tre figli e una vita di fatiche sulle spalle. Paola Clemente, bracciante, è morta sotto i tendoni delle serre di Andria il 13 luglio del 2015. Sudava, pensava che fosse quella maledetta cervicale, conseguenza delle ore passate con il collo teso mentre sistemava i filari. Il marito, Stefano Arcuri, quando ha cercato di capire cosa fosse accaduto si è trovato davanti un muro di omertà. Eppure Paola aveva, apparentemente, un regolare contratto. Tutto secondo le norme, assicuravano i padroni e i lavoratori. Non si è arreso, ha presentato una denuncia, lo spunto che la Guardia di Finanza – coordinata dalla Procura di Trani – ha seguito per scoprire “un sofisticato meccanismo”.

Il 13 febbraio del 2017, due anni dopo la morte della donna, il Gip di Trani Angela Schiralli firma l’ordinanza di custodia cautelare per sei persone, accusate di caporalato. In quelle pagine appare lo sfruttamento che non ti aspetti: “Dietro l’apparente rispetto della legalità dell’agenzia del lavoro, mutua dal passato i medesimi risultati operativi: l’alterazione del mercato del lavoro mediante la fornitura alle aziende agricole di manodopera ad un costo competitivo, poiché, nella sostanza, notevolmente inferiore a quanto previsto dalla contrattazione collettiva di categoria”. Tra gli arrestati ci sono i manager della Infor Group, filiale di Noicattaro, in provincia di Bari, e della società che si occupava del reclutamento e del trasporto dei braccianti compagni di lavoro di Paola Clemente. Sulla carta si trattava di una “regolare” somministrazione di mano d’opera. Le indagini descrivono una realtà ben diversa, “un caporalato evoluto e organizzato”.

Penetrare quel mondo non è stato facile: “Fin dagli esordi dell’attività d’indagine – scrive il Gip – gli inquirenti hanno avuto la netta sensazione di trovarsi di fronte ad un contesto ambientale omertoso e reticente”. Le vittime tacciono, la paura di perdere quell’unico lavoro, trascinata per anni, a volte per generazioni, è in grado di attutire ogni forma di protesta. Dietro la “soggezione psicologica” dei braccianti in breve tempo gli investigatori scoprono “l’esistenza di un ben consolidato meccanismo attuato dal direttore dell’agenzia Infor Group Pietro Bello, dal ragioniere della stessa agenzia Gianpietro Marinaro e dal titolare dell’agenzia di noleggio pullman Ciro Grassi”. Funzionava così: prima si formavano le squadre di lavoratori, gestite dai “capi”, e solo dopo si dava parvenza di regolarità con la copertura contrattuale, simulando una selezione. In realtà la scelta era fatta utilizzando “criteri personali”, non permessi dalla legge. Da qui quella soggezione psicologica evidenziata dal Gip nell’ordinanza di custodia cautelare: dovevi imparare a tacere per avere il lavoro.

 

Un aguzzino per amico

“Nella nostra terra non c’è lavoro, lo dobbiamo ringraziare”

Quando la Guardia di Finanza chiama a deporre le compagne di lavoro di Paola, gli investigatori si scontrano con un muro di omertà e paura. Ciro Grassi, il padrone dei pullman che trasportavano le braccianti sui campi veniva descritto così: “Non fa nulla di male, una persona corretta che ci fa lavorare in condizioni oneste e buone, anzi, molto buone…”. E quando gli inquirenti provavano a mettere le donne di fronte a quelle che già apparivano come violazioni delle regole sul lavoro interinale, le risposte mostravano l’altro volto del caporalato: “Nella nostra terra non c’è lavoro e dobbiamo anche ringraziarlo perché ci fa lavorare”.

La svolta nelle indagini, però, arriva dopo poco. Una bracciante rompe quel muro di silenzio e racconta il sistema: “A inizio stagione Giovanna Marinaro (una delle indagate, incaricata di sorvegliare i lavoratori nel viaggio e sui campi, ndr) mi ha mandato un messaggio su Whatsapp. Poi a giugno Ciro Grassi mi ha chiamata”. Si inizia a lavorare. I contratti i braccianti li trovano pronti da firmare sui campi. Per chi lavorano? Non sempre lo sanno: “Ciro, Giovanna e Gianpiero non ci comunicano il nuovo impiego, ma ce ne accorgiamo noi che è cambiato il terreno, però comunque ci portano il contratto”. Dagli interrogatori emergono, lentamente, le giornate in nero: “Qui abbiamo lavorato in nero senza contratto per sette ore per una paga di 28 euro (il contratto nazionale prevede tra i 40 e i 45 euro, ndr), che ancora dobbiamo ricevere”, racconta una bracciante quando gli inquirenti le chiedono notizie su una azienda agricola. “Ha mai riscontrato anomalie nei pagamenti?”, chiedono i magistrati. “Sì, ad esempio nel caso del lavoro presso l’azienda agricola Terrone, io ho lavorato otto giorni e sulla busta paga me ne trovo sei”. E, riferendosi ad altre aziende agricole aggiungeva: “Anche qui il sistema era lo stesso, venivano segnate giornate in meno e quindi la giornata con il calcolo della busta paga era di 40 euro, mentre i giorni effettivi di lavoro erano di più”. Nello stesso interrogatorio la lavoratrice racconta di non aver mai messo piede nell’agenzia interinale e di conoscere l’indirizzo solo attraverso il sito internet.

Il volto del caporale amico che garantiva il lavoro cambiava quando qualcuno tentava di far valere i diritti. E protestare era inutile, anzi, si rischiava di perdere il lavoro: “Alcune donne si sono lamentate dei giorni mancanti e Giovanna ha detto che noi lo sapevamo (come funzionava, ndr). Nessuna ha più parlato, anche perché si ha paura di perdere il lavoro. Anche io ora ho paura di perdere il lavoro e di essere chiamata infame. Ho il mutuo da pagare e mio marito lavora da poco, mentre prima stava in cassa integrazione. Dovete capire che il lavoro qui non c’è e perderlo è una tragedia, quindi se molte di noi hanno paura a parlare è comprensibile”.

Il ricatto e le minacce diventano esplicite appena si nomina il parola sindacato. Il racconto di una bracciante che ha deciso di rompere quel muro di omertà è fin troppo chiaro: “Abbiamo saputo che lavoravamo con la Infor Group dopo qualche giorno allorquando Giovanna ci ha consegnato sul pullman, durante il viaggio di ritorno, le assunzioni che riportano il nome dell’agenzia. In quella circostanza qualche bracciante diceva a Giovanna che non avrebbe firmato nessuna carta se non prima di averla fatta controllare dal sindacato”. La reazione è immediata: “Adesso chiamo mio cognato e vediamo cosa dite poi”, dice la donna, “con tono minaccioso”. Il pullman si ferma e sale Ciro Grassi. Il titolare della società di trasporti spiega come funzionano le cose: se vi va bene è così, “altrimenti eravamo libere di andarcene da un’altra parte”, ricorda la bracciante.

 

Fatturare, fatturare

“Vuoi il premio di produzione? Chiama lo sfruttatore”

Nel settembre del 2015, due mesi dopo la morte di Paola Clemente, le indagini sono ormai avviate. Pietro Bello, direttore della divisione agricoltura dell’agenzia interinale, e Renzo Catacchio, dirigente della stessa società, parlano al telefono preoccupati. Per loro è importante dimostrare che non vi è stato quello sfruttamento previsto dalla legge sul caporalato. Quello che non possono nascondere, però, è di aver formato le squadre di braccianti: “Pietro, quello non lo possiamo mai negare”, spiega Catacchio. “Eh, lo so – risponde Bello – ma che reato c’è io chiamo una persona che mi aiuta a reclutare le altre, questo è tutto un passa parola”. Catacchio risponde raccontando quel sistema che, secondo lui, lo ha portato a forzare le regole: “Io ti dico una cosa Piè, e tu lo sia benissimo, se noi avevamo da Milano, spingi, fatturare, fatturare, allora, tu, ovviamente, che eri il coordinatore, il capo, diciamo, della divisione, quando Milano ti dice… vuoi mantenere, vuoi il premio di fine anno, vuoi questo, vuoi la macchina, fatturate, fatturate, fatturate, tu che facevi? Giustamente, chiami i clienti, ho bisogno di personale…”. La soluzione diventa a quel punto rivolgersi a chi sa gestire i reclutamenti. Ovvero il padroncino dei pullman usati per i trasporti del personale e che, se serve, richiama all’ordine le braccianti intenzionate a far leggere il contratto ai sindacati.

 

La quindicina

“Per lavorare ci chiedono due euro al giorno”

L’ultima inchiesta, in ordine di tempo, svela il peso economico del caporalato. Il 13 luglio scorso il Gip di Bari ha disposto gli arresti domiciliari per tre imprenditori e l’obbligo di dimora per altri quattro indagati, a conclusione di un’inchiesta partita un anno e mezzo prima. L’inchiesta documenta, in questo caso, un mancato pagamento di più di tre milioni di euro in soli quattro anni. Cifra che si aggiunge ad una evasione contributiva di 4,1 milioni di euro.

Come sempre più spesso avviene il caporalato era un sistema diffuso, quasi endemico. Per raccogliere l’uva e le ciliege nei campi della provincia di Bari i grandi imprenditori agricoli si rivolgevano ad un gruppo organizzato e strutturato, una vera e propria associazione criminale secondo gli inquirenti. I braccianti, scrive il Gip, “venivano costretti, con la minaccia del licenziamento, ad effettuare massacranti orari di lavoro”, con turni giornalieri di oltre 10-13 ore continuative. Giorno e notte a volte per un mese continuativo.

Per mantenere quel lavoro i lavoratori erano disposti a tutto, anche a pagare la “quindicina”, una sorta di tassa, due euro a persona per ogni giorno lavorato. Se ritardavi iniziavano pressioni e minacce, chi non pagava perdeva il lavoro. E quando un bracciante moriva in un incidente stradale, i commenti dei caporali erano trancianti: “Quelli che non pagano quella fine devono fare”.

 

Sciur padrun, il caporalato al Nord

“Così approfittavano dello stato di bisogno”

A Vicenza distribuire volantini può diventare una forma moderna di schiavitù. Si lavora dalle 15 alle 20 ore al giorno, per sei giorni la settimana, con uno stipendio compreso tra i 500 e i 700 euro mensili, pagati in parte in contanti, come racconta un’inchiesta appena conclusa. I lavoratori, scrivono i magistrati, erano “sotto continua sorveglianza, costretti ad abitare in luoghi fatiscenti”. Anche in questo caso, come a Bari, la Procura ha contestato l’associazione per delinquere. L’organizzazione agiva attraverso varie società di distribuzione di materiale pubblicitario, commettendo “una serie indeterminata di delitti, quali sfruttamento del lavoro, estorsioni, evasione fiscale, truffa, falsi”. Le vittime erano cittadini stranieri con documenti irregolari, “privi di mezzi di sussistenza alternativi”. Lavoratori ricattabili, gestiti dai caporali “anche con violenza, la minaccia di licenziamento e di violenze fisiche in caso di rivelazione alla forze di polizia delle reali condizioni di lavoro”. Quando iniziavano a distribuire i volantini, i caporali trattenevano i documenti d’identità, il bene più prezioso per un migrante. Se non rispettavi le regole rischiavi di perdere tutto.

 

I fantasmi

Gli sfruttati nascosti nei casolari

Borello di Cesena è una minuscola frazione nella campagna romagnola, tra Forlì e San Marino. Meno di settemila abitanti, con 700 cittadini stranieri. Nel giugno del 2016 i carabinieri effettuano un controllo in un casolare, a pochi metri dalla strada principale. Trovano tanti cittadini marocchini, irregolari. È l’inizio di un’inchiesta che racconta il lavoro nero negli allevamenti della zona, con condizioni non diverse dai campi pugliesi. La paga era di cinque euro l’ora e a fine mese tutti dovevano versare la tassa al caporale per il posto letto, 150 euro, scontate direttamente dallo stipendio. La gestione della manodopera era affidata ad altri stranieri, che reclutavano, controllavano, vendendo poi quella forza lavoro a basso costo alle aziende locali. Italianissime.

Compiti delle vacanze

Non passa giorno senza che uno del governo o della maggioranza giallo-verde arricchisca il bestiario della politica straparlata. Le parole in libertà non sono una novità, anche se ora i social si aggiungono ai talk come moltiplicatori. Però i grilloleghisti ci avevano promesso un “governo del cambiamento” e si sperava che cominciassero proprio da un uso più sobrio delle parole. O che almeno prendessero esempio dal premier Giuseppe Conte: uno che non può neppure dire “Lei non sa chi sono io”, perché si sentirebbe rispondere “Già, lei chi è?”. E infatti, a parte un’intervista al Fatto, una conferenza stampa di compleanno e una diretta Facebook, non s’è mai sentito. Ieri ha detto una cosa che, in un altro paese e con altri alleati, sarebbe ovvia: “Di Maio e Salvini sanno che, per durare al governo, dobbiamo portare a casa dei risultati”. Bene: ora a questo scopo – sempre che possa permetterselo – dovrebbe assegnare ai suoi vicepremier e ai suoi ministri qualche compito semplice semplice per le vacanze.

1. Studiare le materie di cui si occupano, onde evitare che qualcuno di loro spacci il Tav Torino-Lione, un treno merci da 20-25 miliardi e 20 anni di cantieri, per un convoglio passeggeri ad alta velocità; o insegni la scienza agli scienziati; o traduca la flessibilità su certi vaccini, quelli meno necessari, con espressioni umoristico-paradossali tipo “obbligo facoltativo”.

2. Imparare a memoria la Costituzione del 1948 e pure il Contratto di governo, onde evitare che qualcuno di loro confonda la prima con lo statuto del Ku Klux Klan e il secondo con il codice penale e civile dell’Arabia Saudita (seguiranno interrogazioni a sorpresa, non programmate, durante l’anno scolastico).

3. Cancellare dal vocabolario il termine “condono”, peggio se declinato nei suoi sinonimi alla vaselina “pace fiscale”, “concordato”, “voluntary disclosure”, “rottamazione delle cartelle” (pena il pagamento di multe salatissime e non condonabili).

4. Limitare a un massimo di mezz’ora al giorno l’uso dei social network, noti fomentatori di cazzate, come si fa con i ragazzini webeti (ne guadagneranno la compattezza e la reputazione del governo). E solo per annunciare cose già pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale. Per quelle ancora da fare, molto meglio attendere di averle fatte.

5. Portare sempre con sé – sulla scrivania, sul cruscotto dell’auto, nel portafogli – una foto di Renzi e una di B., come amuleti e moniti imperituri sulla caducità del potere: dopo 24 anni di berlusconismo e cinque di renzismo, gl’italiani potrebbero essersi addirittura vaccinati. E impiegare molto meno tempo per riconoscere un cazzaro.

L’Italia in fila sognando un figlio Pinocchio

“Non parlate con i giornalisti, se il nome del bambino finisce sul giornale, vostro figlio sarà escluso”. Sono le 12,30 di venerdì e a Cinecittà World, parco giochi vicino Roma, centinaia di famiglie di tutte le regioni sono in fila davanti al padiglione scelto per selezionare bambini 7-12 anni, sotto il metro e 40 cm. Magri. È il casting per trovare il protagonista del prossimo film di Matteo Garrone, “Pinocchio”. Qui i bambini non hanno nome, li identificheremo con un colore.

Arancio è più alto di 140 centimetri, ha lentiggini sul naso all’insù e una gran fretta. “Io non ci sto qui un’ora e mezza. Voglio andare a vedere le attrazioni”. La mamma cerca di tranquillizzarlo e alla fine concede: se fai il bravo, dopo ti porto a Jurassic War. Il provino, che molti bambini vivono con agitazione, dura meno di due minuti. Una volta superata la porta a vetri, mentre il genitore (più mamme che papà) riempie i fogli con i dati per la liberatoria, il futuro Pinocchio si accomoda su una sedia bianca posta davanti al pannello con gli sponsor.

Una ragazza (Garrone non c’è) aziona la telecamerina e parte una mini-intervista con domande di rito (Come ti chiami? Quanti anni hai? Da dove vieni?). A quel punto quasi ogni mamma finisce in un lampo di compilare il modulo e si piazza alle spalle della regista e riprende la telecamera che a sua volta riprende il figlio.

Quando Giallo esce dalla sala ha la sensazione di non essere andato granché. “Se non mi prendono per Pinocchio posso sempre fare il gatto”. “Sì, la volpe” risponde spintonandolo il fratello più grande.

Le famiglie degli aspiranti Pinocchio appartengono a due categorie. Quelli che hanno portato qui il figlio solo per il casting e quelli che vogliono vivere le attrazioni del parco e – dal momento che ci sono – approfittano dell’opportunità “cinematografica”. La famiglia della prima fascia è composta da papà in camicia bianca con cifre ricamate, pantaloni lunghi e scarpe blu di camoscio; il figlio sfoggia polo bianca, bermuda a righe e scarpe da ginnastica (di marca, ovvio). Aspettano il turno senza scomporsi, ogni tanto un’occhiata allo smartphone. È proprio il telefonino l’assoluto protagonista dell’attesa di Verde, quasi rasato a zero, che, per non annoiarsi nell’attesa, si gusta sullo schermo il cartone animato preferito.

A mezzogiorno dalla vicina Cinepiscina arrivano in costume, infradito e goccioline d’ordinanza, un bimbo e il papà, si fanno spazio in mezzo alla ressa per ricevere il numeretto. È il 70. C’è tempo per un’altra oretta in piscina.

Il distributore di bigliettini è il faro. Tiene le fila, è cercato e inseguito per ogni tipo di informazione e domanda. “Ma quanto dovremo aspettare?” la più inflazionata. “Prima di un’ora e mezza non sarete chiamati. Fatevi un giro”.

Rosso è appena uscito dalla sala. “Mi sono divertito ma è durata troppo poco”. Ma tra Superman e Pinocchio chi vorresti interpretare? Occhiata alla mamma, risposta guidata: “Pinocchio”.

Bianco ha (quasi) 9 anni e vive a Castel Romano, cioè attaccato a Cinecittà World. “Siamo qui quasi tutti i giorni – racconta la mamma -. Siamo di casa”. Ricci ispidi e sguardo vispo, è più attratto dalla musica che dal cinema. “Pinocchio? Ma io voglio fare il dj!”. Garrone, che ama spiazzare, potrebbe scegliere proprio lui. Bianco è nero.

La sua casa di carta a Dorsoduro: rifugio di libri e di silenzio

Per fortuna Cesare De Michelis è morto nel sonno, senza accorgersene. Parlarne, per noi che restiamo, è un dovere di testimonianza. Culturale, affettiva.

Veneziano, era professore di letteratura italiana all’Università di Padova. Nel 1965 egli e il fratello Gianni rilevarono la proprietà della casa editrice nata nel 1961. Il nome è un meraviglioso programma. Marsilio, padovano, l’autore del Defensor pacis, considerato dalla Chiesa acerrimo nemico, è uno dei fondatori del pensiero politico moderno e della stessa moderna democrazia. La Marsilio è la casa editrice italiana che più di ogni altra ha il culto della libertà. Non solo per il fatto di ospitare voci libere, ma anche per quello di garantire libertà di espressione a scrittori diversissimi fra loro.

La casa editrice egli l’ha fatta sopravvivere e prosperare. Un colpo di genio di parecchi anni fa fu per esempio l’acquisizione dei gialli scandinavi. Un mondo! Se si pensa all’angustia dei vari commissari Ricciardi e roba simile, che oggi rappresentano il cosiddetto noir… Ma non solo. De Michelis fu capace di convivere con la Rizzoli. Poi chi la reggeva la mandò allo sbaraglio, essa andò alla Mondadori e lui e Gianni ebbero il coraggio di ricomprarsela, la Marsilio, di tasca propria. Oggi pochi imprenditori rischiano del loro, mi pare. Adesso – è cosa dell’ultimo anno – Cesare è riuscito a costituire un’alleanza con la Feltrinelli, che ha la migliore rete distributiva italiana.

Mi auguro che adesso che non c’è più qualcuno rilegga, o legga i suoi libri. Della letteratura aveva una conoscenza sterminata: credo fosse il più importante nostro settecentista. Ma la conoscenza si congiungeva all’amore. Egli amava la letteratura con una violenza quasi fisica; e questa si congiungeva con un’ironia tipicamente veneziana. Nella sua conversazione sentivi Folengo e Goldoni. C’era lo spirito pieno di bonomia di Cesco Baseggio e, a volte, il duro sarcasmo di Foscolo. Cesare non faceva nulla per celare il disprezzo che nutriva per tanti. La conversazione con lui era uno dei più rari piaceri che si possano avere.

Ormai sarà per me uno dei più eletti patrimoni della memoria. E torno all’uomo di cultura.

Abitava, con la sua Emanuela, in una casa di quella parte di Venezia ancora un po’ agreste, Dorsoduro. La mia preferita. È un luogo abitato dal silenzio. Una specie di casa colonica, anzi una coppia di case coloniche. La seconda, adibita solo a biblioteca. La prima, fra i libri qualche angusto corridoio permette il passaggio. Saranno centomila libri, acquisiti non per quell’avaro desiderio di possesso di certi collezionisti – il possesso fine a se stesso – ma per l’amore che vi portava. Dovevano essere centomila, più della stessa biblioteca di Giuseppe Galasso.

Quando scompare un uomo importante, l’umana vanità porta tutti a raccontare dell’ultima volta che l’hanno visto… A vantare l’amicizia che li univa al defunto. È una sorta di appropriazione, a non dire espropriazione. Debbo vincere il timore di apparire ridicolo se racconto che Cesare era per me un amico del cuore, un fratello maggiore. Mi seguiva con occhio severo e insieme pieno di indulgenza.

Il mio primo libro per la Marsilio uscì nel 2014, ed erano trent’anni che non riuscivo a scriverne uno importante. Negli anni mi sollecitava pazientemente, senza avere fretta.

Se ho vinto quella sorta di blocco letterario, nato anche dal mio esser allora troppo coinvolto nella critica musicale – quanti anni buttati! – lo debbo a lui. Il suo esempio mi sarà un costante aiuto per le mie prossime opere, da quella in bozze a quelle che scriverò. Se ne scriverò: oggi viviamo un giorno (carpe diem), mentre discorriamo il tempo invidioso fugge (dum loquimur fugerit invida aetas), e non dobbiamo fondare sulla certezza che altri ne verranno: quam minimum credula postero: dice Orazio, dell’amabile scetticismo del quale Cesare è stato uno degli eredi.

 

De Michelis, l’editore che rispettava gli scrittori

È molto difficile, anche per me che lo conoscevo da moltissimi anni, parlare e descrivere una personalità complessa e, all’apparenza non facile come quella di Cesare De Michelis. È difficile anche perché mi viene un po’ di groppo in gola: era uno degli ultimi amici della mia generazione che mi erano rimasti. Naturalmente sapevo che era malato da tempo, una malattia cui cercava di resistere con tutte le sue forze. Gli avevo telefonato pochi giorni fa e l’avevo sentito ancora tonico. C’eravamo lasciati con l’eterna promessa di riverderci a Milano e fare le solite chiacchiere in cui non eravamo d’accordo quasi su nulla. Lui era un “relativista” e mi prendeva garbatamente in giro per le mie certezze. Ora non ci rivedremo più, né a Milano né in qualsiasi altro luogo, perché siamo entrambi dei “non credenti”, io, almeno, l’ho sempre interpretato così.

L’avevo conosciuto moltissimi anni fa nell’ambito del Premio Berto di cui eravamo entrambi giurati. In quella giuria c’ero capitato per puro caso. Lo aveva voluto la moglie di Berto perché pensava, non so quanto a ragione, che in un’intervista fatta a Berto sulla terrazza della loro bella casa romana, in uno splendido pomeriggio di giugno, avessi in qualche modo ridato fiato e un po’ di vita al marito, ammalato di quel cancro di cui morirà pochi mesi dopo. All’epoca del Premio Berto io pubblicavo con Mondadori. De Michelis mi faceva un discreto filo ma io lo ignoravo. Quando Mondadori fu presa da Berlusconi, per non sentirmi fare la solita accusa che attaccavo il rais di Arcore ma poi prendevo soldi da lui (altri sono stati più disinvolti), accettai l’offerta di Cesare. Ed entrai in un altro mondo, editorialmente e umanamente. Per De Michelis, per quanto fosse un editore abile come in cinquant’anni di professione ha dimostrato, il libro non era un “prodotto” ma qualcosa di diverso e di più. Come i suoi autori e collaboratori non erano semplicemente dei numeri. C’era in Marsilio un’atmosfera quasi familiare. Lui era un finto burbero che cercava di mascherare una chiusa timidezza.

Era un uomo di una cultura sterminata, bastava entrare nella sua casa con una libreria mi pare di 80mila volumi, letti o comunque consultati. Ma non per questo noioso e pedante. Conosceva l’ironia e l’autoironia. Al suo livello culturale ho incontrato solo Pasolini e Giovanni Spadolini (solo che Spadolini, buonanima, era pedante e noioso).

Con la Marsilio siamo andati sempre benissimo e in crescendo. Ma quando con l’intuizione di pubblicare i giallisti svedesi, Mankell e Larsson, che portarono la Marsilio in una dimensione economica diversa e io divenni un autore, diciamo così, di “seconda fascia”, il suo atteggiamento nei miei confronti non mutò. Al contrario. Nel 2016, intuendo che era alla fine, mi fece il regalo (perché di regalo si tratta, non so quanto ci abbia guadagnato) di pubblicare con La modernità di un antimoderno una parte della mia opera omnia, replicando poi due anni dopo, nel maggio del ’18, con Confesso che ho vissuto, quando lui, come capiva benissimo, era agli sgoccioli. Per alleviare un po’ le cose negli ultimi tempi gli dicevo scherzando: “Tu non mi puoi premorire, perché la morte di un editore non fa aumentare le copie, quella dell’autore sì”. Di Cesare mi piace ricordare due aneddoti minori. Due anni fa tenne a Mogliano Veneto una lectio magistralis su Berto così affascinante che anche la mia segretaria, Nadia, ne fu presa e quasi se ne innamorò. Io dovevo intervenire subito dopo e non sapevo come avrei potuto reggere il confronto. Me la cavai con i soliti trucchetti da giornalista. De Michelis non ha mai scritto niente di suo. Era un regista, non gli piaceva comparire e questo stava nella sua natura sostanzialmente schiva. Ci sono però un paio di eccezioni. Libri brevissimi scritti in un italiano straordinario, difficile da trovare oggi. Uno riguarda la storia della sua famiglia, l’altro, Gazzetta, l’ho letto proprio quest’estate. Ne viene fuori, oltre a una cultura minuziosa espressione però di un atteggiamento mentale più vasto, che, in origine, in qualsiasi lingua i gazzettieri, i novellatores godevano fra il pubblico di una pessima fama, del tutto meritata. Allora il popolo, a differenza di oggi, non si faceva infinocchiare tanto facilmente. Non so se questo disprezzo per i giornalisti appartenesse anche a De Michelis. Non direi perché, con la misura che gli era consueta, in quel libretto cerca anche di salvarci. Ma racconto questo per dire, senza false modestie, che fra me gazzettiere di professione e un uomo come De Michelis correva culturalmente un abisso.

Una sera Cesare invitò me e mio figlio a casa sua, a Venezia. La sua seconda moglie, che credo sia stata determinante per la sua vita, non c’era. Fece tutto lui e assecondò anche mio figlio che per una qualche sua bizza voleva un succo di pomodoro diverso da quello che lui aveva preparato. Insomma era un uomo dai modi semplici, anche se non semplice. Ci mancherai, mi mancherai, Cesare.

Prendi i crisantemi e scappa da Alcatraz

“Se disobbedisci alle regole della società ti mandano in prigione, se disobbedisci alle regole delle prigioni ti mandano da noi”: così nel film Fuga Da Alcatraz il direttore dell’omonimo carcere accoglie il prigioniero Frank Morris (Clint Eastwood), autore in passato di numerose fughe da altre prigioni. Ma Alcatraz, che precisamente 74 anni fa diventava carcere di massima sicurezza, non è una prigione come le altre e a spiegarlo laconico al nuovo detenuto è sempre il direttore: “Da qui nessuno è mai riuscito a scappare”. Ad Alcatraz Morris trova nemici, come lo stupratore Wolf che tenta di molestarlo, ma anche compagni amichevoli come Doc, coltivatore di crisantemi e pittore di caricature dei carcerieri, i quali – una volta scopertole – gli impediscono di dipingere, portandolo per disperazione ad amputarsi le dita e a uscire così di prigione.

In memoria di Doc Morris prova a conservare un crisantemo, che però la guardia gli distrugge davanti agli occhi. E sempre su questo fiore si chiude il film, con il direttore che, spiazzato dalla fuga di Morris e di due suoi amici, si dice sicuro che i fuggitivi siano annegati: i corpi, però, non vengono trovati; a riva rimane solo un crisantemo beffardo, che sull’isola non cresce – e perciò l’ottuso direttore decide di buttarlo.

L’opera, diretta dal regista Don Siegel, è tratta dal libro omonimo di J. Campbell Bruce, a sua volta ispirato alla storia vera della fuga di tre detenuti dalla prigione di massima sicurezza nel 1962. All’epoca del film – era il 1979 – non si sapeva se i fuggitivi fossero riusciti a sopravvivere, ma nel 2015 alcuni parenti hanno mostrato una cartolina autografa del Natale 1975, evidentemente scritta da uno degli ex prigionieri, assieme alla quale, ci piace pensare, sia giunto in allegato un crisantemo.

Foto con tuffo nel Canal Grande: l’ultima vittima del selfie è una famiglia spagnola

“Sorridete”. Ma proprio in quel momento… crack: il pontiletto di legno è crollato e la famiglia spagnola si è trovata in mare. Padre, madre e due figli a nuotare nel Canal Grande. Speriamo, viene da scherzare visto che la disavventura si è risolta con qualche sbucciatura, che il cellulare fosse impermeabile. Sono le ultime vittime del selfie.

È successo a Venezia. Meravigliosa, nonostante il caldo. Turisti ovunque, difficile trovare lo scatto giusto. Così verso mezzogiorno una famiglia spagnola al completo, forse per tagliare fuori la folla dall’inquadratura, ha pensato di salire sul pontiletto di San Stae, a due passi dal museo di storia naturale. Ma proprio al momento dello scatto il legno marcio ha ceduto di schianto per il troppo peso. Tutti in acqua. Subito sono arrivati i soccorsi, il 118, i vigili del fuoco. Un turbinio di sirene. Per fortuna i turisti se la sono cavata con qualche graffio.

Certo, come ha ricordato il Corriere Veneto, resta il problema dei pontiletti di Venezia che vanno a pezzi. In particolare quelli in disuso, come a San Stae dove la passerella – un tempo usata per i traghetti – era abbandonata da dieci anni. Sei anni fa il Comune aveva siglato un accordo con i gondolieri che si sarebbero presi carico della manutenzione di alcuni pontili in cambio della possibilità di utilizzarli. Ma quello crollato non faceva parte del progetto. È rimasto lì, fino al crollo di due giorni fa.

Vero, poteva andare peggio: non si contano più i casi di selfisti feriti, addirittura sbranati da belve per strappare lo scatto migliore. E chissà che la famiglia spagnola non sia stata immortalata mentre cadeva in acqua da qualche passante. Che invece di soccorrerla magari scattava. Clic, clic.

Ammazza che afa! Col caldo aumentano i delitti, lo dice l’Onu

Il caldo dà alla testa: anche il Consiglio di Sicurezza dell’Onu denuncia che “l’impatto dei cambiamenti climatici va ben al di là delle questioni ambientali e si trasforma in un moltiplicatore di rischio”, di violenza, soprattutto. Più la temperatura cresce più aumentano le migrazioni, i conflitti, le guerre, l’estremismo (Boko Haram in Ciad, dice sempre l’Onu), ma anche il tasso di criminalità nelle città, il linguaggio osceno sui social, le risse tra sportivi…

Bella scoperta (dell’acqua calda, appunto)! Ben prima degli studi sul surriscaldamento globale, la letteratura aveva intuito il legame tra calura e aggressività, canicola e brutalità: “All’inizio di un luglio caldissimo, sul far della sera, un giovane uscì dallo stambugio che aveva in affitto nel vicolo S.”. E chi era costui? Il sudato protagonista di Delitto e Castigo di Dostoevskij: se fosse rimasto a casa con l’aria condizionata, gli sarebbe andata meglio, pur privando noi del sublime omicidio.

Al fresco è più difficile morire, almeno ammazzati: lo sa bene Agatha Christie, che ha spesso catapultato il suo investigatore in location desertiche – Poirot sul Nilo; Corpi al sole; Il mistero del treno azzurro… –, ma anche Stephen King ama ambientare le sue storiacce nella torrida stagione (Il corpo; It…). E dal signore del brivido al Signore delle Mosche il passo è breve: anche i bambini, sopra i trenta gradi, danno i numeri, scannandosi tra di loro, come nel romanzo di William Golding, oppure assistendo allo scannamento altrui, come in Io non ho paura di Niccolò Ammaniti.

Fa da controesempio Frankenstein di Mary Shelley, o meglio la sua genesi: il libro fu scritto per gioco e per sfida nel 1816, in una noiosa sera di pioggia, trascorsa col marito Percy e Lord Byron. Quello fu l’“anno senza estate”, a causa di bruschi cambiamenti climatici originati da violente eruzioni vulcaniche ai Caraibi e nelle Filippine, che contribuirono all’abbassamento delle temperature globali e alla “piccola era glaciale” in corso dal Medioevo. Perciò, Mary e co. trascorsero la villeggiatura tappati in casa a chiacchierare e scrivere, anziché spiaggiarsi in riva al lago di Ginevra, e così nacque il capolavoro gotico.

Shakespeare ci parla invece dell’“inverno dello scontento” che “s’è fatto estate sfolgorante ai raggi del sole di York”: è l’incipit del cattivissimo Riccardo III, le cui trame delittuose e allucinatorie (vedi le sviste su regni e cavalli) si dipaneranno di lì a breve. A Verona non va meglio: lì l’estate è solo afa, noia e zanzare; tutti hanno i nervi e si innamorano e si ammazzano a giorni alterni, da bravi ragazzacci del Nord Est, Mercuzio e Tebaldo, ad esempio, ma pure il giovane Montecchi. In città è una carneficina tra gang rivali: sono tutti fuori come un balcone, non solo Romeo e Giulietta.

A luglio, manco a dirlo, inizia Guerra e pace di Tolstoj: l’attacco del romanzo è in medias res, nel 1805, due anni dopo lo scoppio delle guerre napoleoniche, la cui data di inizio si fa risalire al 18 maggio, sul far dell’estate. E chiudiamo con gli ormoni, che col caldo sono i primi a impazzire, trascinando gli amanti in una spirale perversa, se non delittuosa. Travolti da un insolito destino nel verdognolo mare d’agosto (era primavera inoltrata, ma pazienza) sono Aschenbach e Tadzio, il vecchio e il fanciullino (piuttosto refrattario, ma pazienza) de La morte a Venezia di Mann. Non finirà benissimo, così come per la Lolita di Nabokov: col caldo che fa, facile scambiare l’orrore per amore.

Il senso di Zamira per le corna: Italians do it better

La mano si era fermata sulla schiena, ma la mente continuava ad affollarsi di pensieri. Sollevato il pennarello, Çimi lesse ciò che aveva scritto. A parte la solita grafia deforme, c’era un refuso. La frase che aveva scritto, in realtà, non aveva alcun nesso con i suoi pensieri, si era trattato di una reazione automatica alle parole che la ragazza aveva detto così, per noia: “Visto che non parli, scrivimi qualcosa”. Senza riflettere Çimi aveva scritto una di quelle frasi che vanno sempre bene. Solo che il movimento dei suoi pensieri si era mischiato con il movimento della mano. La ragazza si era messa supina.

“Che fai? Non ho ancora finito” disse Çimi.

“Cosa mi hai scritto?”.

“Niente, se non mi fai finire!”.

“Ti sei pentito?”.

“Di cosa?”.

“Di quello che hai scritto”.

“No”.

“Allora lo leggo”.

Si chiamava Zamira e stavano insieme da qualche anno, ma negli ultimi tempi si erano visti poco. Lei era appena tornata da tre settimane di vacanza in Italia, da parenti. Çimi aveva voluto incontrarla subito, perché era la sua fidanzata e anche perché era successa una cosa.

“Allora?” disse lei di nuovo.

“Va bene” rispose Çimi dopo un attimo.

Quella risposta le suonò un po’ strana, era un “va bene” che tratteneva qualcosa. Voleva che la leggesse ma non lo voleva.

“Lo leggo o no?”.

“No”.

“No?”.

“No. Cioè sì, ma prima fammela finire”.

Zamira ci pensò un attimo. “La leggo ora” disse. Si alzò dal letto e si piazzò davanti allo specchio dell’armadio. Prima si guardò un po’ le tette; la destra era leggermente più piccola. Diede le spalle allo specchio, girò la testa raccogliendo i capelli che coprivano la scritta e fece scivolare lo sguardo lungo la spina dorsale. “Che hai scritto?!”.

Çimi le andò accanto, pronto a confessarle tutto e a chiederle perdono. Era giusto così.

“Non si capisce niente, sembrano zampe di gallina”.

“Cosa?”.

“Non si capisce niente”.

“Beh, adesso non esagerare, scrivo male però si capisce”.

Çimi si mise davanti alla schiena abbronzata di lei e lesse la frase a mente. Com’è che non capiva, diceva sul serio?

“Dài, questa è una t, poi vu-o-gi-elle-i-o…” disse, passando col dito sulle singole lettere. “Questa non si vede bene ma comunque è emme-a-enne-gi-i-a-erre-e, poi elle-a…”. Çimi si interruppe.

“Ti voglio mangiare la… che cosa? Dài, dimmi cosa vuoi mangiare” disse Zamira, cercando di leggere la parola che lo specchio rifletteva alla rovescia. L’ultima parola era quella che conteneva il refuso: fela era diventata Ela, ossia il nome della ragazza per la quale Çimi aveva preso una sbandata in sua assenza.

“Ti ho tradita” disse Çimi.

Per un attimo lei rimase assorta, come se stesse ancora decifrando il significato di quelle parole. Poi andò verso il letto, raccolse la canottiera e se la mise. I movimenti erano i suoi, flemmatici e svogliati.

Prima di fidanzarsi, Zamira gli aveva chiesto cosa non sarebbe mai riuscito a perdonare alla sua donna. Çimi le aveva risposto quello che gli era passato per la testa in quel momento e poi lei gli aveva detto la sua: non sarebbe mai riuscita a perdonare un tradimento. Poteva accettare che il suo uomo si ubriacasse, che la picchiasse, che fosse un fallito, ma che la tradisse no. E gli aveva anche spiegato il motivo: la vita poteva diventare un inferno a causa dell’infedeltà e delle bugie, cosa che purtroppo i suoi genitori le avevano fatto sperimentare. “Sei andato a letto con un’altra?” chiese, senza far trapelare emozioni.

“Beh… no”.

Adesso che ci pensava, in effetti non avevano scopato. Sentì un po’ di sollievo.

“L’hai baciata?” chiese lei.

“Sì, ma solo un paio di volte, giuro; cioè, forse tre o quattro, ma poi basta, giuro. Ho fatto una cavolata, ma è successo solo perché non c’eri. Adesso che sei tornata non ci penso più a quella, non penso più a nient’altro, mi basti tu. Zamira lo sai quello che provo per te”.

Lei si alzò e gli si mise davanti. Mentre lo guardava fisso negli occhi, gli si avvicinava sempre di più, poteva sentirne l’alito. Sorrise. “Tu sei scemo” disse. Gli prese la mano e lo trascinò verso il letto. “Per questo mi piaci, sei sincero. Non riesci a nascondermi nemmeno la più piccola cazzata”.

Zamira lo fece cadere con la schiena sul materasso e gli salì sopra a cavalcioni, immobilizzandolo. Con uno sguardo di sfida rimase a vedere se tentava di ribellarsi, poi lentamente si piegò e cominciò a baciarlo. La svogliatezza di qualche minuto prima sembrava sparita. Çimi si rese conto di quanto le fosse mancata.

“Senti, visto che hai aperto l’argomento ne approfitto per dirti una cosa” disse Zamira con la voce dolce. “Sono andata a letto con un altro”.

Çimi non aveva capito bene, ma vedendo che non riprendeva a baciarlo ripeté a mente le parole che aveva appena sentito. “Cosa?!”. La spinse via e si mise a sedere sul bordo del letto guardando in un punto indefinito della stanza, ma davanti agli occhi si materializzò la scena della fidanzata che scopava con un altro.

“Perché l’hai fatto?”.

“È stato un errore, giuro che non volevo”.

“Cazzo!” imprecò. “Dov’è successo? In Italia?”.

“Tu non sei voluto venire con me”.

“Sai benissimo che non ce l’ho il visto”.

“Mi sono annoiata da morire, non avevo niente da fare tutto il giorno, a parte starmene su una sdraio a prendere il sole. Poi faceva così caldo, non ce la facevo più, e…”.

“Porca puttana! Ma ti rendi conto?”.

“Anche tu l’hai fatto”.

“Sì, ma la cosa tua è più grave”.

“Che vuol dire ‘più grave’? Sempre di tradimento parliamo”.

Çimi si prese la testa tra le mani.

“Con un italiano?”.

“Sì”.

“Sai che odio gli italiani!”.

“Ma perché? Non ti hanno fatto niente”.

Zamira si sedette accanto a lui, e gli appoggiò la mano sul collo. “Mi sei mancato tantissimo”.

“Smettila!”.

Lei gli morse l’orecchio e poi scivolò giù con le labbra verso il collo. Per impedirglielo, Çimi sollevò la spalla, ma lei non si scoraggiò e cominciò a massaggiargli la schiena. “Sei tutto teso” disse, e ricominciò a baciarlo.

“Tu con l’Italia hai chiuso, capito?”.