Lo slalom dell’ambasciatore tra le sabbie mobili

Non deve essere stato facile per Giuseppe Perrone passare attraverso gli ultimi due “datori di lavoro”. Il nostro ambasciatore a Tripoli ha vissuto il cambio di marcia nella strategia sui migranti del Viminale, partita nel giugno del 2017 con l’allora ministro Marco Minniti, e passato poi a Matteo Salvini. Certo ci ha messo anche del suo, come ad esempio il tweet del 13 luglio: “Sarebbe bello rivedere una fiammante Ferrari lungo le strade di Tripoli”, con immagini della Libia ai tempi del colonialismo fascista. Un cinguettio che ha suscitato reazioni su entrambe le sponde. Poi è finito sotto attacco da parte di un membro della Commissione parlamentare per gli Affari esteri del Parlamento di Tobruk che lo ha definito “persona non grata”. Secondo il politico della Cirenaica, il nostro ambasciatore si sarebbe esposto, in un’intervista tv, a favore di un rinvio delle elezioni, argomento molto sensibile su tutto il territorio, seppur frammentato, del Paese nordafricano. Parole definite lesive e una chiara interferenza negli affari interni. Perrone ha risposto con una nota ufficiale: “Nell’intervista del 4 agosto all’emittente Libya Channel, l’ambasciatore Perrone non ha mai chiesto di posticipare le elezioni. Al contrario ha affermato che tale decisione spetti solo ai libici, senza ingerenze”.

Dagli ambienti diplomatici italiani è emerso come si sia trattato di un equivoco, innescato dal membro della Commissione e poi alterato nel passaggio tv. Bomba disinnescata, per ora. Cattivi segnali inviati al Viminale, con l’attuale primo inquilino in visita già due volte in Tripolitania, ma con mire di dialogo anche con la controparte nemica, ossia il generale Khalifa Haftar. Il leader della Cirenaica non ha mai nascosto l’ostilità nel confronto del blocco politico internazionale in appoggio al Fayez al-Serraj che comprende Francia e l’Ue oltre all’Italia. Così come Salvini non ha mai nascosto la simpatia per la Russia di Putin, al contrario principale partner strategico del governo di Tobruk.

I viaggi e gli incontri bilaterali si sprecano: Salvini in Egitto da al-Sisi per mettere una parole buona con Haftar, lo stesso generale in Niger per chiedere al presidente Issifou di non dare retta all’Italia e di fare accordi con lui sulla linea di confine del deserto tra i due Paesi, coinvolgendo pure il Ciad. In mezzo c’è il ruolo del nostro ambasciatore, competente per solo un terzo del travagliato territorio libico. Quello dove si gioca la partita dei migranti. C’era Perrone il 25 giugno ad accompagnare Salvini nella visita al centro di accoglienza profughi di Tripoli. Una sorta di ostello di lusso dove accogliere 460 “casi vulnerabili”, realizzato davanti a una delle prigioni per migranti, Trik al-Sikka, un inferno dove marciscono fino a duemila migranti in condizioni spaventose (stesso discorso per Trik al-Matar, Tajoura e gli altri). Si tratta dell’hub dei centri di detenzione co-gestiti anche da Oim e Unhcr. Nel video diffuso proprio da Salvini si vede l’ambasciatore guidare la delegazione tra letti a castello, frigobar, impianti di aria condizionata e spiegare i dettagli al ministro. Centro pronto già all’epoca e invece, come confermato dai nostri ambienti diplomatici di Tripoli, ancora in attesa di superare gli ultimi ostacoli burocratici. Rappresentanza diplomatica soddisfatta dal lavoro nei centri di detenzione “ufficiali”, grazie anche al grande lavoro delle nostre ong.

Il Santone del “falso”, tutta l’America vuole il verbo di Jones

Dopo un pomeriggio passato a leggere Infowars, pensi che Michelle Obama abbia le spalle troppo larghe per essere una donna e forse ha un pene. Che l’allunaggio americano sia una messa in scena e che l’11 settembre sia un complotto, come scie chimiche e vaccini. E poi, soprattutto, il Nuovo Ordine Mondiale: “Vi controllano tutti!”. Leggi che chi difende i rifugiati soffre di “altruismo patologico”. Scritte appaiono a lettere cubitali con colori sempre saturi, suoni sempre violenti. Le risate registrate delle vecchie sitcom americane si susseguono con le caricature del “nemico”. Nel motore del sito che trita disprezzo la benzina usata è la rabbia dell’“uomo bianco che rischia il genocidio”. Poi arriva via radio la voce del vate delle fake news americane: quella roca di Alex Jones.

Niente è sobrio, tutto è in guerra, come il nome del suo media: Infowars. Ecco. Questa da ieri è l’app di notizie più scaricata d’America.

Da quando Facebook, Amazon, Youtube, Spotify e perfino Youporn, lo hanno sincronicamente bloccato dai loro server, da Google Play e Apple milioni di americani hanno cominciato a scaricare la sua app, che è la prima nei trend download.

Sul sito di Jones le notizie non sono tutte bianche o nere: a volte sono di un colore che nemmeno esiste, come la strage nella scuola elementare di Sandy Hook, che per Stone non è mai avvenuta. Masticato il complotto, lo risputa ai suoi follower. E come non si può sapere dove arriverà l’onda del sasso che tiri nel lago, non si può predire mai prima l’effetto della bufala che Jones tira nel web. È stato denunciato dai parenti delle vittime del massacro, che sono stati assaliti a loro volta dai fan-atici di Jones. Alcuni collaboratori di Jones sono in mimetica, c’è anche il lobbista Roger Stone. I programmi si chiamano war room o real news.

Le breaking news di oggi riguardano un soggetto che Jones ama sopra ogni cosa: Jones. La sua faccia ha la scritta censored sulla bocca, ripete che lotterà contro “i nazisti del freespeech, tech giant, l’imperialismo culturale degli hipster di sinistra di San Francisco. Questa è la purge, la purga, ed è solo l’inizio della fine della libera espressione, stanno venendo a prendervi! I patrioti del Primo emendamento lottino con noi”.

Nato nel 1974, il figlio di un dentista e una casalinga di Austin, legge da piccolo None dare call it cospiracy, nessuno la chiami cospirazione. Da grande caverà da quel titolo un destino e nel 1999 fonda Infowars. Diventa Gran maestro della fake news, principe venerato della manipolazione mediatica e pastore di greggi di haters Usa. Hammering, martellante, è una delle parole che ama far uscire dal grosso collo nella sua camicia sempre ben stirata. Si definisce paleoconservatore, ma vecchia e nuova destra estrema americana marciano a braccetto nelle condivisioni dei podcast, è il suo esercito di complottisti allevati in serra.

Fa deflagrare la sua logorrea su twitter, ultimo media che gli rimane, depaupera la verità in 140 caratteri: adesso vuole andare al Congresso “per difendere la libertà di parola”. Resistenza “forever”, scrive a lettere cubitali, come fa il suo beniamino che lo apprezza pubblicamente: Trump. L’americano che ha paura e che ha voglia di pensare che è sempre colpa degli altri, gli dà ragione. È colpa di “transgender, migranti, musulmani, lobbisti, democratici, cheerleaders dei liberali”. Nei commenti pulsano le peggiori budella d’America.

Jones è gonfio e tronfio di ira, ma soprattutto di se stesso. Nel perimetro distorsivo delle mezze verità in cui si muove, “c’è un Alex reale e una controfigura”, un doppio. Jones è un fake che ammette di esserlo: è solo un “performer”, un attore, come ha detto al tribunale di Austin quando la sua ex moglie ha chiesto il divorzio e la custodia dei 3 figli. Lei l’ha ottenuta, lui è tornato a casa con un referto medico. Diagnosi: narcisismo.

Ankara in crisi, Europa sulla graticola

Un semi dittatore con un’idea tutta personale della politica monetaria, un’inflazione che galoppa, e un grave dissidio con gli Stati Uniti. Sono questi gli ingredienti del crollo della lira turca. Un fenomeno che si sta trasformando in una crisi finanziaria che supera i confini del Paese orientale.

Ieri la lira è scesa del 14% contro il dollaro, e del 12% contro l’euro. Un tonfo che ha trascinato al ribasso le altre valute emergenti e le Borse europee. A fare peggio di tutti è stata Piazza Affari, che ha perso il 2,51%. Dall’inizio dell’anno la lira è scesa del 40% contro dollaro e del 37% contro l’euro. Con i titoli di Stato a due anni della Mezzaluna che, colpiti dalle vendite, ora rendono il 21%. A rischio crisi, secondo alcuni analisti, ora sarebbe l’intero sistema finanziario europeo, dove molti investitori, istituzioni comprese, sono investiti in titoli di Stato turchi (in Italia si parla di soprattutto di Unicredit).

I crolli di ieri sono stati la diretta conseguenza dalle parole di del presidente Usa, Donald Trump: “Ho appena autorizzato un raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio nei confronti della Turchia”, ha twittato, annunciando nuovi dazi al 20% sull’allumino e al 50% sull’acciaio. Il dissidio con gli Usa nasce dal rifiuto dei turchi di rilasciare un cittadino americano, Andrew Craig Brunson, incarcerato due anni fa (recentemente messo agli arresti domiciliari) dopo il tentato golpe del 2016 contro il premier Recep Tayyip Erdogan, con l’accusa di spionaggio.

Ma la crisi della valuta turca ha origini più politico-economiche. Il progressivo rafforzamento del potere personale di Erdogan è andato infatti di pari passo con un rafforzamento del controllo sulla Banca centrale, fattosi ancora più stretto dopo la nuova vittoria elettorale del 24 giugno. Un’influenza deleteria, visto che Erdogan, che deve il suo successo politico ai progressi economici del primo mandato (2003-2014) ritiene, contro ogni teoria e buonsenso economico, che la crescita dei tassi d’interesse, oltre a deprimere la crescita, faccia salire l’inflazione. Il quasi tiranno cerca quindi da anni di impedire alla Banca centrale di alzare i tassi. Il risultato è che se il Pil turco sta crescendo ancora del 7,3%, l’inflazione è arrivata al 16%.

La valuta che crolla peggiora i problemi d’inflazione rendendo più care le merci d’importazione (la Turchia ha un deficit commerciale al 5,5% del Pil), in una spirale di cui non si vede via d’uscita se non in un rapido cambio di rotta monetaria. Ieri il presidente ha tentato una mossa da disperato: “Se avete dollari, euro o oro sotto il vostro cuscino, andate in banca per cambiarli con delle lire turche. È una lotta nazionale”, ha detto in un discorso pubblico.

Parole che non sono bastate a far risalire la lira.

Tagli e riforme: in Francia boom di dimissioni dei sindaci

Sempre più sindaci in Francia decidono di dare forfait. Secondo una statistica resa nota da Le Figaro, sono più di mille ad aver riappeso al chiodo la fascia tricolore in tutto il Paese prima della fine del loro mandato di 6 anni. Precisamente, dal 2014 a oggi, a meno di due anni dalle Municipali (23 e 30 marzo 2020) hanno dato le dimissioni anticipate in 1021, più del doppio di quelli che avevano gettato la spugna nel periodo 2008-2012. Il quotidiano conservatore precisa anche che, da quando Macron è all’Eliseo, cioè dal maggio 2017, il fenomeno è cresciuto, poiché i sindaci a dare le dimissioni da allora sono stati già 386. Le Figaro parla di un’“ondata senza precedenti”, BfmTv di un fenomeno in piena “esplosione”.

Fare il sindaco in Francia è sempre più difficile. Il mestiere non attira più, soprattutto nelle regioni rurali: 887 dimissioni sulle 1021 registrate riguardano Comuni di campagna con meno di 2mila abitanti. Più il Comune è piccolo è minori sono le indennità che spettano al primo cittadino (da 658 euro, per un borgo di 500 anime, a 1600 per un Comune tra 1000 e 3500 abitanti). Budget sempre più striminziti (alcuni sindaci denunciano persino le difficoltà di pagare gli stipendi a fine mese), tagli nel numero degli assessori, con progetti che finiscono nel dimenticatoio per mancanza di mezzi, e un dialogo “a senso unico” con lo Stato, sono i principali motivi di questi abbandoni. I sindaci denunciano la legge Notre del 2015, che aveva imposto la fusione di alcuni Comuni, comportando numerosi costi. Nel mirino anche la soppressione, voluta da Macron, della “tassa d’abitazione”, misura contestata perché provoca un taglio del 34% degli introiti fiscali. I sindaci contestano anche la riduzione dei cosiddetti “emploi aidé”, contratti a basso costo, a cui i Comuni fanno spesso ricorso, per il reinserimento dei lavoratori in difficoltà.

Per scongiurare il declino Erdogan punta sul genero

Il Sultano manda avanti ildamat, il Genero, per convincere i mercati che la crisi economica turca verrà risolta e per tranquillizare la popolazione dopo l’ennesima svalutazione della Lira turca e la crescita esponenziale dell’inflazione ormai a due cifre. Il quarantenne Berat Albayrak, a cui i turchi si riferiscono chiamandolo semplicemente damat, il genero in turco – essendo il marito di Ezra, la figlia maggiore del presidente turco Recep Tayyip Erdogan – è infatti il neo ministro del dicastero più importante, Tesoro e Finanze, dopo essere stato nominato direttamente dal presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan in seguito alla sua rielezione e alla contemporanea implementazione della riforma costituzionale lo scorso 24 Giugno.

L’imprenditore quarantenne, già ministro dell’Energia, ha promesso di mettere in atto il nuovo modello economico a medio termine della Turchia insieme a “tutti i soggetti interessati nazionali e internazionali”, sottolineando che un approccio “decisivo” e “l’indipendenza della Banca centrale saranno assicurati”.

Ma, specialmente il settore privato, non si sente rassicurato e nemmeno i turchi esasperati dall’aumento quotidiano dei beni di prima necessità. “Un altro dei nostri principi fondamentali è quello di stabilire la piena indipendenza della politica monetaria. Mi astengo dal parlare della Banca Centrale il più possibile e quando devo parlare, uso un linguaggio accorto. L’indipendenza della Banca centrale dovrebbe sempre continuare come principio. La sua indipendenza è molto importante. Il rafforzamento della stabilità finanziaria sarà uno dei nostri obiettivi prioritari”, ha aggiunto l’economista laureato negli Stati Uniti e figlio di un ricco imprenditore da sempre nel cerchio magico del Sultano.

Durante la campagna elettorale, Erdogan aveva criticato a più riprese la Banca Centrale per la decisione di alzare i tassi d’interesse e chiesto ai cittadini di convertire in Lire i loro risparmi in valuta estera. Ma questa volta pochi hanno risposto al suo ordine. Così, come accaduto più volte nel passato quando si è trovato in difficoltà, Recep Tayyip Erdogan ora accusa “agenti stranieri” e “complotti da parte dei poteri forti mondiali” per la grave crisi economica in corso dall’inizio dell’anno.

Mentre il presidente turco nei comizi usa toni da profeta a cui il mondo avrebbe dichiarato guerra promettendo ai turchi esasperati dall’aumento del costo della vita: “Non perderemo questa guerra economica, loro hanno i soldi, noi Allah”, dietro le quinte chiede al neo ministro delle Finanze e Tesoro di trovare la formula per evitare un ulteriore peggioramento della situazione. Del resto il Presidente con poteri assoluti sa che la crisi è dovuta in buona parte ai suoi metodi palesemente dittatoriali che hanno spaventato gli investitori soprattutto dopo le purghe seguite al fallito colpo di Stato del 2016.

Un altro motivo della crisi odierna è la sua spregiudicata politica economica che ha favorito il settore delle costruzioni, business perfetto per ottenere voti in cambio di appalti. Ora che la bolla è esplosa, gli speculatori finanziari e i sempre meno numerosi investitori stranieri difficilmente cambieranno opinione, “sospettando” che il Genero non oserà mai contraddire il potentissimo suocero. Prima di consentirgli di correre per un posto in Parlamento, e quindi di nominarlo ministro, Erdogan aveva messo alla prova la fedeltà del rampollo dall’inglese fluente chiedendogli di scrivere editoriali anche di carattere politico sul quotidiano di proprietà della famiglia, Sabah. Molti giornalisti critici nei confronti del Sultano furono licenziati e al loro posto entrarono i filo governativi, contribuendo a rendere la stampa turca sempre più di parte.

Fino alla fine del 2013, Albayrak era stato l’amministratore delegato del conglomerato Calik Holding che ha interessi nel settore tessile, energetico, ma specialmente nei media, e possiede oltre al quotidiano anche il canale televisivo A-Haber.

Mail Box

 

Sull’Alta Velocità Chiamparino agisce da venditore di vino

Il Presidente Chiamparino getta la maschera e come i predecessori – da Brizio in poi – non resiste a fare il propagandista del TAV e del vero business che l’accompagna, il traforo di base.

Lì si guadagna. Lì ci sono gli appalti che contano.

Soldi pubblici, tanti, nelle casse delle imprese private, cooperative – bianche o rosse – incluse.

Che non sono competitive sulla piazza internazionale, abituate come sono, al piatto ricco della partitocrazia clientelare che distribuisce, spartisce, accontenta tutti tra appalti e subappalti al limite della legalità.

Questo è il cambiamento che fa davvero paura.

Un tempo, almeno, le grandi opere pubbliche le realizzavano le Partecipazioni Statali e un po’ di utili rimanevano nella casse pubbliche.

Ora bisogna invece finanziare una classe imprenditoriale in buona parte parassitaria, che investe nella speculazione finanziaria e chiede soldi pubblici per rischi d’impresa in cui nulla rischia.

Ma garantisce poltrone a politici che passano, con disinvoltura, da incarichi pubblici a prestigiosi incarichi ai vertici delle Fondazioni bancarie, in un conflitto di interessi non tollerabile in un Paese democratico.

Nella storia personale di un onesto venditore di damigiane di vini astigiani, che oggi ci vuole vendere il bidone del traforo di base tra Lione e Torino, è riassunto il perché della ribellione del popolo.

Che forse ha le sue ragioni e non è, solo sempre, reazione populista.

Melquiades

 

Il vero far west è quello della Trattativa Stato-Mafia

“Mi ha colpito un fatto di cronaca. L’Italia non può somigliare a un far west dove un tale compra un fucile e spara”. Sentite queste parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ho immaginato che l’espressione “far west” si riferisse alle drammatiche vicende fatte emergere dalla recente sentenza sulla trattativa Stato-mafia. “Anche se i media di regime hanno minimizzato o occultato la notizia – ho pensato – l’intervento del Presidente della Repubblica ha sanato quella lacuna portando quei fatti sconvolgenti all’attenzione dell’opinione pubblica”.

Niente di tutto ciò, perché Mattarella si riferiva a un fatto di cronaca che, per quanto grave, rimane circoscritto a un episodio isolato che le indagini potrebbero anche classificare come incidente. Le trame eversive che, invece, hanno seminato terrore e morte e rischiato di destabilizzare il Paese, continuano così a essere pressocché ignorate dagli organi di informazione, tranne poche eccezioni, e a rimanere sconosciute alla maggioranza dei cittadini. Ma chi fa da sé fa per tre: letto il libro di Salvatore Borsellino La repubblica delle stragi, lo passerò al vicino d’ombrellone che farà altrettanto con chi gli è accanto e così via. Finite le vacanze, lo regalerò a qualche comitato studentesco, perché venga messo a disposizione della classe.

Conoscere per ricordare, perché solo la memoria condivisa trasforma una massa informe di individui in un popolo.

Maurizio Burattini

 

C’è troppa retorica sulla strage di Marcinelle

Ero piccolino in quei lontani anni ‘50 che vedevano partire i poveri con le valige di cartone dalle aree depresse d’Italia portati da vagoni bestiame nelle miniere del Belgio per procurare energia al paese Italia (carbone). Ricordo questa grande tragedia di Marcinelle che ora, come tante altre tragedie, è diventato l’altarino liturgico delle celebrazioni dei sacrifici nazionali ed è ridotta a una liturgia piena di vergognosa retorica.

Maurizio Dickman

 

Unicef, la denuncia dovrebbe essere una strada obbligata

Sono rimasto molto stupito leggendo l’articolo apparso sul vostro giornale riguardo lo “storno” illecito di fondi raccolti da Unicef e Fondazione Pulitzer – parti lese insieme ai poveri bambini africani – che lasciava evincere l’assurdità per la quale i magistrati fiorentini hanno dovuto chiedere a queste organizzazioni umanitarie se “mai volessero” denunciare qualcuno. Il buonsenso, soprattutto a loro vantaggio, vorrebbe che in questi casi, le stesse corressero immediatamente in magistratura al primo accenno di questo genere di avvisaglie.

Perché rubare denaro destinato ad aiuti umanitari è doppiamente criminale. Da un lato si toglie pane dalla bocca di chi vive di stenti e malnutrizione. Dall’altro, sciaguratamente, si demotivano le donazioni inquinando e avvelenando la fiducia.

Questo è un enorme danno a scapito della parte più misera e bisognosa dell’umanità, a vantaggio di qualche sciacallo a cui il cibo di certo non manca.

Premesso che, prima di giudizi avventati i fatti vanno accertati a garanzia di tutti, penso che la denuncia di Unicef e Pulitzer come parti lese, sia una strada obbligata. Viceversa si darebbe un’impressione molto negativa: nell’ipotesi migliore una certa indifferenza sull’utilizzo fatto da alcuni, della generosità del prossimo, nella peggiore, una malintesa interpretazione di connivenza.

Implicazioni da scongiurare come la peste.

Giovanni Marini

Caso Cucchi. La giustizia non sarà giusta, ma il film ci aiuterà a non dimenticare

 

Ho letto che a settembre arriverà sia nelle sale sia su Netflix il film “Sulla mia pelle”, che racconta la terribile storia di Stefano Cucchi. In particolare i suoi ultimi giorni, quelli in cui era nelle mani dello Stato. Al di là del fatto che non capisco la scelta della doppia “piattaforma” di distribuzione (perché uno dovrebbe andare al cinema quando può vederlo sul divano?), ma ancor più mi domando l’utilità di una pellicola del genere. Sarà che mi sento anche io, nel mio piccolo, abbandonato dallo Stato ma ha senso mostrare al mondo la brutalità di quella morte?

Giacomo Pierantonio

 

Gentile Giacomo, sono convinta che la drammatica storia di Stefano Cucchi non finirà mai. Almeno, non come dovrebbe finire in uno Stato democratico e civile (mi correggo: in uno Stato democratico e civile la storia di Stefano non sarebbe proprio esistita). Il secondo processo vede sul banco degli imputati – a vario titolo– cinque carabinieri che in qualche modo ebbero a che fare con lui la notte dell’arresto, il 15 ottobre 2009. È il secondo processo perché il primo, a carico degli agenti penitenziari, si è concluso con le assoluzioni degli imputati dopo anni di perizie, testimonianze e inutili perdite di tempo. Per non parlare del terzo processo di appello ai medici dell’ospedale Pertini, nel cui reparto detentivo Stefano fu ricoverato. Ci troviamo oggi, nove anni dopo la sua morte, con la consapevolezza che per la giustizia italiana sarà difficile arrivare a un verdetto che faccia luce su quanto accaduto: lo spauracchio della prescrizione rischia di mandare a monte il lavoro che, in questa seconda indagine, ha svolto la Procura di Roma. E allora perché, dice lei, “mostrare al mondo la brutalità di quella morte”? Perché il caso Cucchi è diventato tale dopo la scelta coraggiosa della famiglia di mostrare le foto del cadavere: le immagini sono più potenti dei faldoni giudiziari. Perché le persone devono sapere, perché tutto il mondo deve rendersi conto di quanto accaduto, perché, se anche la giustizia non sarà mai giusta, almeno una simile vergogna generi nell’opinione pubblica (e nelle stesse forze dell’ordine) uno sdegno tale che una analoga vicenda non si ripeta più. Non ho visto il film, e quindi non posso giudicare il lavoro del regista Alessio Cremonini, ma sono sicura che – anche soltanto basandosi sulle “carte” – le immagini che verranno fuori avranno un impatto dirompente. Ed è per questo che condivido la scelta di Lucky Red di dare a “Sulla mia pelle” la massima, e contemporanea, diffusione. Non importa dove lo si guardi, l’importante sarà farlo.

Silvia D’Onghia

Quattro balle di chi ancora difende il Tav

Dopo ministri, parlamentari, consiglieri regionali, anche il vice presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, nuova stella di Forza Italia, ha fatto visita ai cantieri preparatori della Nuova linea ferroviaria Torino-Lione, con il codazzo del governatore del Piemonte Chiamparino, del commissario di governo e delle alte sfere di Telt (l’impresa preposta alla costruzione del collegamento ferroviario, se mai si farà). Nonostante i sorrisi compiaciuti, l’atmosfera è stata quella di un raduno d’altri tempi: è un mondo che non c’è più e che cerca di perpetuarsi con minacce e bufale. Ripercorriamone alcune, che si aggiungono a quelle sulle penali da pagare non si sa bene a chi e sulle opportunità di lavoro che ne deriverebbero (come se un analogo o miglior risultato non si raggiungesse con altri investimenti più razionali e produttivi).

Primo. “La nuova linea ha una valenza strategica e unirà l’Europa da est a ovest”. Prospettiva da statisti, che il governatore del Piemonte sottolinea evocando un collegamento tra l’Atlantico e il Pacifico (la stazione atlantica è scomparsa nel 2012, con la rinuncia del Portogallo, alla prevista stazione finale di Kiev mancano, per arrivare al Pacifico, oltre 7.000 km…). Prospettiva, comunque, priva di ogni riscontro reale, posto che una linea ferroviaria ad alta capacità/velocità non è prevista in modo compiuto neppure in Lombardia e Veneto, che il tratto sloveno non esiste nemmeno sulla carta, che in Ungheria e Ucraina nessuno sa che cosa sia il “Corridoio 5” (come inizialmente si chiamava la linea). Quello di cui si parla è il solo collegamento ferroviario Torino-Lione, già coperto da una linea utilizzata per un sesto delle sue potenzialità.

Secondo. “La nuova linea creerà nuovi orizzonti di traffico”. I traffici merci su rotaia attraverso il Frejus (ché di persone non si parla più da vent’anni) sono in caduta libera dal 1997. Da allora si sono ridotti del 71 per cento, mentre nella direzione Italia-Svizzera hanno continuato a crescere: del 43 per cento nel periodo 1997-2007, quando pure le linee ferroviarie italo svizzere passavano attraverso tunnel ad altitudine e con pendenze analoghi a quelli del Frejus (il tunnel del Lötschberg, lungo 14,6 km ad una altitudine di 1400 metri, e quello del storico del S. Gottardo, lungo 15 km a 1151 metri, in uso fino al 2016). Parallelamente è diminuito (-17,7 per cento) il volume del traffico complessivo (compreso quello su strada) attraverso la frontiera italo-francese. Le ragioni della caduta di traffico sono strutturali e non hanno nulla a che vedere con le caratteristiche della linea ferroviaria.

Terzo. “Con il Tav diminuiranno i Tir e l’inquinamento”. Siamo alla variante ecologista che non tiene conto dell’inquinamento prodotto per vent’anni dalla costruzione di una linea impattante come quella progettata, e ignora la strada maestra (perseguita a costo zero e con successo dalla Svizzera): imporre pedaggi significativi per il traffico stradale (proporzionati al tipo di veicolo, al carico e alla distanza) e tariffe agevolate per quello ferroviario.

Quarto. “I lavori del tunnel di base sono ormai iniziati e non si può tornare indietro”. Il riferimento è a un presunto inizio sul versante francese (con uno scavo di 5 km). Ma è falso. Lo scavo ripreso in decine di inquadrature e filmati, infatti, è un’opera di carattere geognostico deliberata e finanziata dall’Unione europea per collegare due discenderie. In un incerto futuro questa galleria, in asse con il tracciato previsto per il tunnel di base, potrà forse essere convertita in parte dello stesso, ma spacciarla ora per l’inizio di un’opera che ancora non si sa se sarà costruita è, a dir poco, forzato. Più che gridolini di ammirazione di politici dovrebbe suscitare l’interesse di qualche Procura della Repubblica…

Non è lui razzista, sono loro che sono neri…

 

“Siamo tolleranti e civili, noi italiani, nei confronti di tutti i diversi. Neri, rossi, gialli. Specie quando si trovano lontano, a distanza telescopica da noi”.

(Indro Montanelli)

 

Se perfino Papa Francesco rischia di perdere popolarità nei sondaggi, a causa delle sue posizioni a favore dei migranti, non resta che scegliere una delle due: o stiamo diventando un popolo di razzisti oppure stiamo commettendo un madornale errore di valutazione e di prospettiva. In entrambe le ipotesi, non c’è comunque da prenderla alla leggera.

Personalmente, mi sono rifiutato finora di pensare che gli italiani siano razzisti. E onestamente, continuo a crederlo anche adesso, nonostante l’ondata d’intolleranza e di violenza che sta montando nei confronti degli immigrati e perfino dei nostri connazionali di colore.

È verosimile che ciò non dipenda da ragioni etniche o razziali. C’è da ritenere, piuttosto, che questa crescente insofferenza sia alimentata dall’immigrazione irregolare e clandestina; dalle condizioni alienanti in cui vivono o sono costretti a vivere gran parte dei migranti; dai comportamenti incivili di molti di loro e dalla tendenza di alcuni a delinquere per sopravvivere; dalla rivalità sul mercato del lavoro e sul welfare (case popolari, scuola, sanità, trasporti e quant’altro) che non a caso ha determinato il successo elettorale del mantra leghista “prima gli italiani”.

Ma ora gli episodi d’intolleranza e di violenza nei confronti dei neri vanno aumentando di giorno in giorno. Basta navigare su Internet per consultare una mappa delle più recenti aggressioni a sfondo razzista: 11 persone ferite negli ultimi due mesi, secondo il Centro Astalli, tra cui la bambina rom di 14 mesi raggiunta alla schiena da un colpo di pistola ad aria compressa a Roma e una donna incinta, fino al caso del marocchino di 43 anni sospettato di essere un ladro, inseguito, picchiato a sangue e ucciso ad Aprilia, in provincia di Latina.

Di fronte a questa escalation, cosa fa e cosa dice il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, preposto alla pubblica sicurezza? Fa poco o niente per contrastare il fenomeno. E anzi, dice che non c’è nessun razzismo in Italia e che “l’unico allarme sociale è quello dei reati commessi dagli immigrati”, gettando così altra benzina sul fuoco.

Parliamo pure di insensibilità o di indifferenza, se non vogliamo parlare di irresponsabilità, trattandosi di una figura istituzionale che ricopre anche il ruolo di vicepremier. Ma si rende conto il ministro Salvini che in questo modo rischia di legittimare, di avallare, di dare una “copertura” mediatica agli istinti e ai comportamenti peggiori? E di venir meno così ai suoi doveri di tutore dell’ordine pubblico? Oppure, cerca più o meno consapevolmente di alzare il livello dello scontro per imporre un giro di vite o una stretta autoritaria?

“Non siamo noi razzisti, sono loro che sono napoletani”, diceva ironicamente una battuta di qualche tempo addietro attribuita a un comico televisivo. Sono quegli stessi cittadini meridionali ai quali, prima delle elezioni, Salvini dovette chiedere scusa per aver intonato in coro, nel video di un raduno leghista, il vergognoso ritornello “senti che puzza/scappano anche i cani/stanno arrivando/i napoletani”. Oggi, parafrasando quella battuta umoristica, si potrebbe dire che non è lui razzista, sono gli immigrati che sono neri.

Gli immigrati, i neri, i meridionali, i napoletani, gli ebrei, i rom, i gay e così via. Ecco la catena dell’odio sociale che può colpire, come avvertiva Montanelli, “tutti i diversi”. Bisogna spegnere questo incendio prima che divampi e diventi indomabile.

Lavoro, come tutelare i migranti

In un cantiere, un operaio straniero intento a lavorare in quota su una piattaforma elevabile in prossimità di una linea dell’alta tensione non disattivata muore folgorato per effetto di un arco voltaico. Con una sentenza del 23 luglio 2018, la Cassazione conferma la condanna per omicidio colposo sia degli amministratori delegati della spa datrice di lavoro, sia del coordinatore per l’esecuzione dei lavori. E spiega che “nessuno aveva mai istruito l’operaio in ordine alla pericolosità dell’utilizzo della piattaforma elevabile in prossimità di una linea dell’alta tensione non disattivata”, “né aveva mai fornito informazioni specifiche in ordine alla possibilità di venire folgorati anche senza toccare direttamente la linea elettrica ed alle condizioni nelle quali un tale pericolo si aggravava (per la umidità dell’aria o per la presenza di strumenti conduttori come l’ombrello)”. Né “si era ottemperato all’obbligo di informazione per il sol fatto che il Piano operativo di sicurezza (Pos) prevedeva il rischio di elettrocuzione e rimandava alla lettura del manuale d’uso della piattaforma, ove era indicata la distanza di sicurezza di almeno cinque metri da eventuali cavi elettrici”. E ciò perché “un lavoratore non formato, tanto più se straniero, non era usuale che leggesse il Pos e neppure sarebbe stato in grado di comprendere il significato del termine ‘elettrocuzione’”, e “ad un lavoratore non formato sui rischi inerenti alle mansioni svolte, e privo di competenze tecniche e linguistiche, non poteva richiedersi di leggere autonomamente il piano di sicurezza e neppure il manuale d’uso del macchinario che impiega”.

Si tratta di insegnamenti di particolare attualità nel nostro Paese, ancora ultimamente colpito da eventi drammatici occorsi in un settore altamente a rischio come quello agricolo anche, ma non solo, per la diffusa utilizzazione di immigrati. Ed è quindi sorprendente che proprio in questo settore sia stata introdotta un’inquietante attenuazione degli obblighi di informazione-formazione, oltre che di sorveglianza sanitaria.

Negli articoli 36, comma 4, secondo periodo, e 37, commi 1 e 13, secondo periodo, il decreto legislativo 81/2008 si preoccupa di stabilire che, “ove la informazione riguardi lavoratori immigrati, essa avviene previa verifica della comprensione della lingua utilizzata nel percorso informativo”, e che “il datore di lavoro assicura che ciascun lavoratore riceva una formazione sufficiente ed adeguata in materia di salute e sicurezza, anche rispetto alle conoscenze linguistiche”, e “ove la formazione riguardi lavoratori immigrati, essa avviene previa verifica della comprensione e conoscenza della lingua veicolare utilizzata nel percorso formativo”.

Solo che, traendo spunto dall’articolo 3, comma 13, decreto legislativo 81/2008, e previo l’avviso comune stipulato in data 16 settembre 2011 dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative del settore sul piano nazionale, il decreto interministeriale 27 marzo 2013 contempla una “semplificazione in materia di informazione, formazione e sorveglianza sanitaria dei lavoratori stagionali del settore agricolo”, e, in particolare, dispone che, con riguardo ai “lavoratori stagionali che svolgono presso la stessa azienda un numero di giornate non superiore a cinquanta nell’anno, limitatamente a lavorazioni generiche e semplici non richiedenti specifici requisiti professionali”, “gli adempimenti relativi alla informazione e formazione si considerano assolti mediante consegna al lavoratore di appositi documenti, certificati dalla Asl ovvero dagli enti bilaterali e dagli organismi paritetici del settore agricolo e della cooperazione di livello nazionale o territoriale, che contengano indicazioni idonee a fornire conoscenze per l’identificazione, la riduzione e la gestione dei rischi nonché a trasferire conoscenze e procedure utili all’acquisizione di competenze per lo svolgimento in sicurezza dei rispettivi compiti in azienda e all’identificazione e eliminazione, ovvero alla riduzione e gestione, dei rischi in ambiente di lavoro”, pur se “ai lavoratori provenienti da altri Paesi deve essere garantita la comprensione della lingua utilizzata nei documenti relativi alla informazione e formazione”.

È agevole rendersi conto, anche alla luce delle osservazioni svolte ora dalla Corte di Cassazione, quanto possa essere inadeguata un’attività di informazione e formazione limitata alla consegna di documenti. A maggior ragione, ove si tengano presenti due inderogabili esigenze in tema di informazione e formazione dei lavoratori: la verifica dell’apprendimento e la vigilanza sull’ordinaria prassi di lavoro.

Testo apparso sulla rivista on line Ipsoa quotidiano