Carige, via un altro consigliere. Il cda a rischio decadenza

Ulteriore defezione ieri dal consiglio di amministrazione di Banca Carige: è l’avvocato Massimo Pezzolo che, appena nominato membro del comitato rischi, ha deciso di abbandonare. Originariamente composto da 15 membri, il cda è a un passo dalla decadenza. Se dovesse andarsene un altro consigliere, l’ottavo, il cda dovrebbe sciogliersi. Prima i consiglieri Lunardi e Balzani, poi le dimissioni del maggior azionista e vicepresidente Vittorio Malacalza. Infine, con matematica cadenza, ogni due giorni se ne è andato qualcun altro: Queirolo, Venuti e infine Pezzolo. La prima linea di lettura potrebbe far pensare che, visto il momento difficile (con la vigilanza Bce che ha bocciato il piano di derisking) dopo aver assolto al compito di varare la semestrale, viga ormai la legge del “si salvi chi può”, tanto tra un mesetto – il 20 settembre – il cda sarà rinnovato dall’assemblea dei soci. La seconda è quella di una strategia. Amputando il cda e facendolo decadere, sempre ammesso che un altro consigliere si dimetta, si neutralizza qualsiasi capacità di azione sul mercato. Un‘evenienza, quella della decadenza del cda, che era già stata chiaramente auspicata da Malacalza, primo azionista col 20,6% delle azioni della banca.

La Consob accusa il “Sole”: mercato imbrogliato sui dati

Il principale quotidiano finanziario italiano sarebbe corresponsabile di manipolazione del mercato per sostenere il corso delle sue azioni in Borsa tra 2013 e 2016. È l’esito della verifica sul Sole 24 Ore che la Consob ha cominciato il 19 ottobre 2016. Insieme alla società, ne devono rispondere anche Roberto Napoletano, ex direttore del quotidiano ed ex direttore editoriale dell’azienda; Donatella Treu, ex amministratrice delegata; Massimo Arioli, Alberto Biella e Anna Matteo, rispettivamente ex Chief financial officer (direttore finanziario), ex capo della diffusione ed ex responsabile delle attività digitali del Sole 24 Ore. Sono indicati come responsabili delle strategie di marketing mirate a diffondere una falsa immagine di crescita delle copie diffuse, sia cartacee che digitali, sia singole che in abbonamento o in abbinamento con banche dati. Le verifiche dell’autorità sono scattate dopo che a ottobre 2016 Nicola Borzi, all’epoca giornalista e azionista del Sole 24 Ore, ha inviato alla Consob un esposto sui legami tra la galassia intorno a Di Source e l’azienda. Agli ignari investitori e lettori sembrava che il Sole 24 Ore fosse in continua crescita, ma così non era.

L’autorità contesta le false sottoscrizioni di copie digitali vendute all’estero dalla Di Source Ltd, con sede a Londra, della quale sia Arioli sia Biella erano soci e amministratori occulti. Insieme a loro, c’era un’altra decina di soggetti, tutti indagati da marzo 2017 dalla Procura di Milano per appropriazione indebita. A marzo, il Sole 24 Ore “ha accettato dalla società Di Source l’offerta risarcitoria di euro 2.961.079,90, corrispondente al danno patrimoniale come ipotizzato nel procedimento penale pendente presso la Procura di Milano”, scriveva in una nota il quotidiano di Confindustria, in cui si riservava “di esperire nei confronti di altri soggetti, siano essi già individuati o ancora da individuare in relazione all’intero credito risarcitorio”. La cifra è pari al danno causato alla società italiana calcolato in base alla differenza tra i flussi finanziari che negli anni la società londinese aveva ricevuto per “consulenze” dal Sole 24 Ore (circa 18 milioni) e i “pagamenti” che aveva retrocesso al Sole per le vendite fittizie di copie digitali (circa 15 milioni). Al management del Sole vengono contestate anche strategie anche per gonfiare le copie cartacee, grazie ai contratti con le società italiane Johnsons ed Edifreepress e con l’Osservatorio Giovani-Editori.

Nei documenti di cui il Fatto ha preso visione, si citano i comunicati con cui l’azienda tra la primavera del 2013 e la fine dell’estate del 2016 ha trasmesso al mercato i dati (falsi) sulla diffusione del quotidiano di Confindustria messi a confronto con quelli (veri, fino a prova contraria) dei principali giornali italiani. Gli stessi dati uscivano anche in articoli sul Sole 24 Ore in edicola. Queste informazioni hanno circolato anche dopo che a maggio 2016, dopo una burrascosa riunione in cui Accertamenti diffusione stampa (Ads), il consorzio che registra i dati autoprodotti dagli editori sulla diffusione, decise di azzerare dal suo computo le copie multiple digitali. Gabriele Del Torchio, ad succeduto a Donatella Treu, ha poi fatto emergere i dati reali sulla diffusione del giornale, attraverso il rapporto della società Protiviti su richiesta del cda del Sole 24 Ore nell’autunno del 2016.

La documentazione è sostenuta da numerose testimonianze di dirigenti e dipendenti del Sole, oltre che dai calcoli di analisti finanziari che negli anni hanno pubblicato rapporti sulle azioni della società di Confindustria. Tra i manager, quella che ha ricoperto il ruolo più importante è Valentina Montanari, ex Chief financial officer del Sole 24 Ore succeduta proprio ad Arioli. Le sue parole, come quelle degli altri manager, si riferiscono ai ruoli avuti in questa manipolazione dagli ex dirigenti del Sole 24 Ore per i quali la Consob propone le sanzioni, incluso Napoletano che, secondo la relazione, non si limitava a dirigere il giornale economico ma orientava la gestione della società soprattutto sulle politiche diffusionali.

Napoletano dice al Fatto che “in un gruppo complesso e quotato come il Sole esiste la ripartizione dei ruoli e dei compiti” e che lui, direttore responsabile e direttore editoriale, non faceva “parte né della catena decisionale né di quella di controllo e, tanto meno, ho interferito su conti, strategie e decisioni aziendali”.

L’indagine Consob è parallela a quella penale nella quale, oltre a Napoletano e Treu, è indagato anche l’ex presidente Benito Benedini, che però secondo la Consob non ha avuto responsabilità nella manipolazione del mercato. Fabio De Pasquale, coordinatore del dipartimento reati economici della Procura di Milano, e il pubblico ministero Gaetano Ruta potrebbero a breve chiudere le indagini. Oltre alle false comunicazioni sociali, gli inquirenti hanno messo sotto la lente la gestione della divisione Cultura del Sole 24 Ore e la cessione a terzi della divisione Business Media.

*Investigative reporting project Italy

La compagnia azzoppata che nessuno vuol comprare

Che fare di Alitalia? La vecchia domanda, presa in prestito da Lenin, si ripropone per il vettore italiano il cui dossier resta uno dei più caldi sui tavoli ministeriali anche dopo l’arrivo del nuovo governo. La strategia adottata sotto il governo Gentiloni di vendere al più presto Alitalia nelle condizioni in cui si trovava al momento del commissariamento, senza neppure guardare ai conti e alle cause del dissesto, è completamente fallita. Sulla scaletta di Alitalia non vi era alcun compratore pronto con l’assegno in mano. Nulla di strano: vendere Alitalia poteva essere paragonato al tentativo di vendere la casa della vecchia zia nonostante fosse completamente allagata, con probabili fughe di gas e la fama di essere infestata dai fantasmi. In casi di questo tipo si chiamano prima tecnici e i ghostbusters per sistemare, certo non gli agenti immobiliari.

Nessunodi coloro che si sono affacciati alla procedura di gara dei commissari era disposto ad acquisire l’intera azienda perché evidentemente nessuno si riteneva in grado di metterla a posto. I pochi seriamente interessati hanno invece presentato manifestazioni d’interesse per singole parti, una soluzione che se accettata avrebbe obbligato il governo, quello di allora come quello di oggi, a ‘nazionalizzare’ i numerosi esuberi, generando un costo sociale elevato e un consistente esborso pubblico per la protezione sociale.

I grandi vettori europei tradizionali non sono in grado di risanare Alitalia perché sui loro mercati godono di proventi unitari (yield) molto più elevati per il fatto che le compagnie low cost vi detengono quote di mercato minori di quelle raggiunte in Italia (è il caso di Germania e Francia) oppure operano principalmente in segmenti, come il lungo raggio di British Airways, dei quali i low cost non si sono impadroniti. Grazie a proventi unitari maggiori possono permettersi costi unitari nello stesso tempo minori dei loro ricavi, ma maggiori dei costi unitari di Alitalia, che non ritengono evidentemente di essere in grado di abbassare ulteriormente. Coi loro yield, Alitalia sarebbe profittevole e priva di problemi mentre con gli yield di Alitalia, sarebbero tutti in perdita. Nel 2017 i vettori network del gruppo Lufthansa hanno incassato in media 10,7 centesimi di euro per passeggero a km mentre nello stesso anno per Alitalia ne sono stati, in base ai dati dei commissari, soli 6,9. Un dato poco attrattivo per qualsiasi altro vettore di tipo tradizionale.

Poiché Alitalia non è vendibile nelle condizioni attuali, non restano che due strade. La prima è la sua chiusura. Questa è la soluzione auspicata da molti italiani, stanchi dell’eterna questione Alitalia, senza che siano consapevoli dell’onerosità dell’operazione.

Nel 2008 per ridimensionare il vettore e ridurre di un terzo i suoi dipendenti, il governo dell’epoca accollò alle casse pubbliche quattro miliardi di oneri (che divengono 6-7 se si includono le minori entrate fiscali conseguenti al ridimensionamento). Tale cifra avrebbe potuto essere impiegata più efficacemente per rilanciare l’azienda, comprandole ad esempio la flotta a lungo raggio che le è sempre mancata. Oggi come allora il rilancio pubblico, la seconda strada a disposizione, è con certezza meno oneroso per le casse pubbliche. Ma la linea di confine tra un rilancio pubblico efficace, che non è mai avvenuto se non all’inizio della storia dell’azienda, e l’ennesimo flop è molto sottile. In tale ipotesi nefasta sommeremmo i costi dell’insuccesso del rilancio ai costi dell’inevitabile chiusura dell’azienda, il peggior esito possibile.

Quali sono allora le condizioni necessarie, ma non necessariamente sufficienti, per un rilancio pubblico? E chi realizza il rilancio? In questi giorni è circolata l’ipotesi di diverse aziende pubbliche, non è chiaro se in alternativa oppure congiuntamente. Questa sarebbe tuttavia la prima scelta sbagliata: non si può affidare un’operazione non di mercato, come è almeno sino al pareggio industriale il salvataggio di Alitalia, ad aziende di mercato, ancorché pubbliche. In questa fase l’unica possibilità coerente e giustificabile è un intervento diretto ed esclusivo del Tesoro. Questo intervento può essere transitorio: una volta conseguito l’equilibrio economico l’azienda può sia restare pubblica in maniera permanente, per la gioia degli statalisti, oppure anche essere, questa volta con successo, integralmente venduta, per la gioia dei liberisti. Ma solo il Tesoro in via diretta può farsi carico della ristrutturazione, non le Poste, le cui sinergie sono già state sperimentate in occasione della precedente partecipazione integralmente andata in fumo, né le Ferrovie, per le quali esiste un serio problema antitrust se si considera che più di tre viaggiatori su cinque di Alitalia prendono l’aereo su voli domestici evitando il treno. E neppure la Cassa Depositi e Prestiti, che non può per statuto, correttamente, acquisire partecipazioni in aziende in perdita. Bisognerà inoltre convincere l’Unione Europea della bontà del piano di rilancio affinché autorizzi l’ennesimo ma ultimo aiuto di Stato.

È evidente che il turnaround di Alitalia richiede investimenti e che questi sono potenzialmente elevati, tuttavia può essere sufficiente che l’attore pubblico avvii la svolta di Alitalia, inizialmente senza poter modificare molto la flotta né contando su yield meno svantaggiosi ma rivedendo rotte, uso dei velivoli, politiche di prezzo e contratti tuttora svantaggiosi coi fornitori. Dimostrando che Alitalia può tornare in equilibrio potrà infatti attrarre, in un secondo momento, partner di mercato in grado di mettere a disposizione i cospicui capitali indispensabili per completarne il rilancio.

Bekaert, Di Maio: “Nuovi investitori, valutiamo Invitalia”

“Lo Stato è con voi”: con queste parole il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio si è rivolto ieri agli operai della Bekaert di Figline Valdarno (Firenze). Il 22 giugno la direzione della multinazionale belga ha annunciato la decisione di chiudere la fabbrica con il conseguente licenziamento dei 318 lavoratori, col fine ultimo, secondo i sindacati, di delocalizzare la produzione nell’est Europa, probabilmente in Romania. Il ministro, accolto con applausi dalle tute blu, ha poi proseguito definendo la questione Bekaert “la fiera delle ingiustizie”. “L’azienda – ha aggiunto – è venuta alcuni mesi fa al ministero dicendo che andava tutto bene, che stavano facendo investimenti e ho poi annunciato la chiusura e la volontà di andarsene in un altro paese”. Di Maio ha però concluso dicendosi “ottimista” sulla possibilità di “trovare investitori che assicurino lavoro e continuità produttiva”. “Stiamo infatti pensando – ha spiegato – all’ingresso di Invitalia (l’agenzia per lo sviluppo delle imprese, ndr), alla compartecipazione di uno strumento dello Stato, insieme a un investitore privato”. Infine, il ministro ha ricordato l’impegno del governo contro le delocalizzazioni sulle quali il decreto Dignità ha imposto una stretta.

“Per il gasdotto abruzzese serve una valutazione strategica”

“Siamo stati interessati dal Ministero dello Sviluppo economico circa il metanodotto Sgi della tratta abruzzese. Ci è stato chiesto un parere circa l’assoggettabilità a Vas, Valutazione ambientale strategica, del progetto definitivo. Considerando la fragilità del territorio, che è fortemente sismico, e l’impatto dell’opera, dopo un’attenta analisi da parte del nostro ufficio legislativo, riteniamo che la Vas sia necessaria e non è stata effettuata. Chiederemo inoltre su questo anche un parere da parte dell’avvocatura dello Stato”: a dichiararlo, ieri, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa sul metanodotto di 111 chilometri che dovrebbe passare tra Abruzzo e Molise e attraverso zone considerate sismiche. L’opera, approvata il 25 giugno con un decreto di un dirigente ministeriale, è di Sgi, Società Gasdotti Italia, e come tutti i metanodotti mira al potenziamento della rete di circolazione del gas sul territorio e verso l’esterno. “Numerosi comitati, singoli cittadini, ci stanno sensibilizzando circa l’impatto del metanodotto – ha aggiunto – siamo persuasi che occorra approfondire le valutazioni ed è quello che stiamo facendo”. Per i comitati, è il segno di una inversione di rotta del governo sul sempre maggiore ricorso alla non assoggettabilità dei progetti strategici alle valutazioni ambientali (con un notevole risparmio di documentazione e studi da fornire per ottenerla). “Avevamo sollevato pesanti critiche sull’iter di approvazione del gasdotto Larino – Chieti e degli altri gasdotti per le violazioni palesi della Direttiva europea sulla Valutazione Ambientale Strategica VAS – ha dichiarato ieri la rete No Hub – I governi precedenti hanno fatto finta di nulla pur di appoggiare le lobby dei petrolieri, ora finalmente un ministro dell’Ambiente ci ascolta”.

Manca il sussidio, ma c’è già la guida

Volete il reddito di cittadinanza? Ecco i requisiti e gli adempimenti per ricevere il sussidio da 780 euro al mese, la “prossima iniziativa del nuovo governo”.

Se non sono bastate le fake news all’indomani del voto di marzo sulle presunte code ai centri di assistenza fiscale, ci ha pensato RomaLavoro a rincarare la dose. Nell’ultimo numero del quindicinale sugli annunci di lavoro, viene di fatto dato per imminente l’avvio del reddito di cittadinanza. Tanto che i potenziali beneficiari vengono invitati a iscriversi ai centri per l’impiego in attesa che il governo definisca le procedure per l’elargizione.

Un’iniziativa editoriale molto curiosa, e un tantino scorretta, che ha impiegato poco a diventare un caso sui social. Molti utenti hanno condiviso la prima pagina con commenti ironici e polemici. Il punto è che, per ora, il reddito di cittadinanza è una semplice promessa elettorale del Movimento Cinque Stelle, poi recepita nel contratto con la Lega. Un’intenzione sempre rivendicata ma ancora tutta da definire. RomaLavoro ha giustamente scritto che il provvedimento non è ancora stato approvato, ma attraverso una serie di artifici ha generato comunque una certa confusione. Innanzitutto, il titolo: “Dal reddito di cittadinanza al decreto Dignità. Ecco come cambia il mercato del lavoro”. Un provvedimento realmente esistente – il decreto legge con la stretta ai contratti a termine – viene messo insieme a un provvedimento che non esiste da nessuna parte. Quindi si passa subito ai suggerimenti per candidarsi a ricevere il sussidio. “Il primo passo previsto – si legge – se non l’avete già fatto, sarà iscriversi presso i centri per l’impiego della Città metropolitana di Roma e rendersi subito disponibili a lavorare. L’iscrizione sarà il passaggio fondamentale in attesa che il governo definisca le procedure per l’elargizione una volta identificate le coperture”. Nella pagina accanto viene addirittura riportato il volantino elettorale del Movimento Cinque Stelle nel quale si spiegava la proposta. A leggere il giornale, e contestualizzando, sembrerebbe una scheda tecnica, invece non è altro che un manifestino di propaganda politica che iniziava con “un reddito per oltre 9 milioni di italiani”.

In effetti, il Movimento Cinque Stelle ha davvero presentato un disegno di legge con quei parametri durante la scorsa legislatura. Ma si trattava di un’iniziativa autonoma presa dai banchi dell’opposizione. Ora che sono al governo, bisognerà trovare una formula che convinca anche l’alleato della Lega. Poi bisognerà capire come la si potrà incastrare con i vincoli di bilancio che il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha chiesto di rispettare.

La possibilità quindi è che ne venga fuori, almeno in una prima fase, una versione riveduta e corretta e che quell’iniziale proposta resti sulla carta. Gli italiani che vivono in povertà, insomma, dovranno avere ancora pazienza. RomaLavoro, che di solito è uno strumento utile per i disoccupati che cercano lavoro o opportunità, può invece già brindare per aver raggiunto l’obiettivo alla base di quella copertina: un po’ di pubblicità gratuita, ottenuta confondendo le idee di chi non se la passa bene. Ma anche questo è marketing.

Sciopero Ryanair, lotta estiva contro i sindacati

In quello che veniva preannunciato come il giorno più difficile di Ryanair, con lo sciopero in cinque Paesi europei, la compagnia irlandese ha dovuto cancellare circa un sesto dei voli programmati ieri: poco meno di 400 su un totale di 2.400, con 55 mila passeggeri coinvolti.

Nei giorni precedenti, il vettore low cost aveva comunque messo in atto le sue solite strategie per provare a sterilizzare la mobilitazione: è riuscita, infatti, a sostituire i dipendenti olandesi con addetti in servizio presso altre nazioni. Una pratica sulla cui legittimità dubitano i sindacati ma che si è rivelata efficace: i viaggi programmati nei cieli dei Paesi Bassi non hanno subito modifiche. Ben diversa la situazione in Belgio, Germania, Irlanda e Svezia dove lo sciopero, proclamato per chiedere un contratto con migliori stipendi di quelli attuali, ha creato disagi. Più colpito di tutti è stata la Germania: 250 voli cancellati per 42 mila passeggeri coinvolti. L’astensione di 40 piloti in Svezia ha travolto 22 voli in partenza o in arrivo verso il Paese nordeuropeo. In Belgio lo sciopero ha ottenuto praticamente il bottino pieno, e nessun aereo è partito né è atterrato negli aeroporti di Bruxelles: 82 le cancellazioni su Charleroi più altre 26 su Zaventem. L’Italia è stata coinvolta solo indirettamente. All’aeroporto di Bergamo sono saltati quattordici voli. Le tratte interessate sono quelle da e per Bruxelles, Dusseldorf e Berlino.

I sindacati dei trasporti di Cgil e Uil avrebbero aderito a questo sciopero internazionale, perché ne condividono le ragioni, ma non hanno potuto farlo per via della normativa sulle franchigie che vieta astensioni in vari periodi tra i quali quello che va dal 27 luglio al 5 settembre, come riporta l’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac). In Italia, infatti, le due organizzazioni sono state escluse dal tavolo di trattativa. Ryanair ha ammesso solo l’Anpac per i piloti e l’Anpav e la Fit Cisl per gli assistenti di volo. Con queste sigle, dal 27 agosto inizierà una tre giorni per cercare un’intesa per il contratto.

Gli scioperi degli ultimi mesi, e in particolare quello di Natale 2017, hanno permesso quindi di ottenere una vittoria a metà. Ryanair ha riconosciuto i sindacati, ma non tutti: solo alcuni. Di certo un passo in avanti per un’azienda con l’amministratore delegato famoso per la frase “l’inferno si ghiaccerà prima che noi avremo riconosciuto un sindacato”. La mossa dell’apertura selettiva ha permesso di limitare la portata delle proteste, ma non di azzerarle del tutto. Mercoledì i sindacati europei, la International transport federetion (Itf) e la European transport federation (Etf), hanno inviato una lettera a Violeta Bulc, commissaria Ue per i Trasporti. La richiesta è obbligare Ryanair ad applicare ai suoi dipendenti i giusti contratti nazionali: quelli dei Paesi nei quali gli addetti svolgono la maggior parte del proprio lavoro. “La compagnia – si legge nella missiva – usa dipendenti delle agenzie interinali”. Le direttive comunitarie sul lavoro temporaneo, secondo le organizzazioni, dovrebbero essere adattate per chiarire quali siano le ragioni che giustificano l’utilizzo di quei contratti nel settore dei trasporti aerei e assicurare parità di trattamento tra i dipendenti diretti e quelli “in affitto”.

La denuncia dei sindacati riguarda, infine, le continue ritorsioni di Ryanair contro chi sciopera. Nelle ultime settimane, per esempio, il vettore ha annunciato un taglio di centinaia di addetti tra quelli in servizio a Dublino: una comunicazione arrivata proprio durante la mobilitazione proclamata a luglio. Insomma, le tensioni all’interno della compagnia non sono destinate a spegnersi nei prossimi mesi. Intanto, Ryanair ha assicurato a tutti i passeggeri che non ci saranno conseguenze negative per lo sciopero di ieri: ci saranno rimborsi o la possibilità di prenotare altri voli. Perché i clienti, evidentemente, valgono più dei dipendenti.

Manager francese drogata e stuprata in un hotel di Capri

È stata stuprata in un hotel di lusso a Capri dopo essere stata drogata da un ospite di nazionalità americana. È quanto ha denunciato una manager francese ospite di un albergo a 5 stelle nell’isola. Il caso risale al luglio scorso quando la 33enne, manager di una griffe di alta moda, si trovava in vacanza a Capri con un’amica in un appartamentino preso in affitto nei pressi della piazzetta. Durante una serata trascorsa in un locale, la donna ha raccontato di aver conosciuto un americano con il quale ha fatto amicizia. Alla fine della serata l’uomo avrebbe invitato le due amiche a trascorrere la notte nella sua elegante suite, in un albergo lussuoso dell’isola. Da lì, quella che sembrava una serata di divertimento, si sarebbe trasformata in una notte di violenza. Secondo quanto denunciato dalla donna, approfittando della momentanea assenza dell’amica, il turista americano le avrebbe somministrato alcune sostanze stupefacenti nei drink. Agli agenti del commissariato di Capri, la giovane ha raccontato di aver subito violenza mentre si trovava in stato di incoscienza. E che al risveglio, in pieno stato confusionale, non ricordava nulla della sera prima ma di essere certa di aver subito durante la notte una violenza sessuale.

Bare, mobili e birra: il marketing è questione di cronaca (e ironia)

“Non vaccinatevi, siamo pronti anche a un’epidemia”. Parola della Taffo Funeral Service, ditta di onoranze funebri che, visto il core business, ha ben donde di prendersi gioco del dibattito sanitario in corso per farsi pubblicità sul web.

Eppure, ai più attenti il post sarà suonato familiare. Il messaggio di Taffo Fs, per quanto sbarazzino, nasconde un giallo familiare che potrebbe essere uscito da una sceneggiatura di Woody Allen o da uno degli ultimi lavori di Mario Monicelli.

In casa Taffo lo scettro degli spot a misura di social network è conteso: a L’Aquila c’è la Taffo G&C, a Roma la già citata Taffo Fs. La distanza permette di spartirsi i clienti, ma non il target pubblicitario. E la guerra a colpi di ironia va avanti da anni, con il ramo aquilano della famiglia che rivendica di aver creato questo stile e l’azienda romana che per primeggiare si affida a un’agenzia di marketing e bolla gli altri come “lontani parenti”. Persino il post sui vaccini è una frecciatina: un anno fa la Taffo aquilana pubblicò “Vaccinatevi, non siamo pronti a gestire un’epidemia”, messaggio a specchio rispetto a quello lanciato adesso dai concorrenti. “Il nostro almeno non era un assist ai no vax”, mormorano da L’Aquila.

Ma al di là degli screzi familiari, il successo delle rispettive campagne è forse l’esempio più bizzarro di applicazione di real time marketing, il fenomeno per cui da un po’ di tempo diverse aziende lanciano messaggi pubblicitari basati sull’attualità.

Caso di studio italiano è Ceres, la birra danese diventata una star sul web. Il best of è ricco. La Corte di Cassazione afferma che Berlusconi è innocente nel caso Ruby? E i birrai rilanciano: “Allora la Ceres è analcolica”. Il 4 marzo ci sono le elezioni? “È come al bar. Se lasci scegliere gli altri poi non dire che fa schifo”. Ci vogliono due mesi per fare il governo? “Se fosse un bar avrebbe già chiuso”. E se il tifosi del Feyenoord in trasferta a Roma devastano la fontana della Barcaccia è proprio il caso di dire: “Se non sapete bere, statevene a casa”.

Messaggi su cui c’è la firma di BCube, la società che gestisce la comunicazione social di Ceres: “Quello sul Feyenoord fu uno dei primi post di successo – ricorda Andrea Stanich, il direttore creativo dell’agenzia – perché avevamo trovato un modo originale di dire ‘bevete responsabilmente’”.

L’obiettivo, attraverso post del genere, è quello di arrivare a più persone possibile approfittando del fatto che il messaggio sia condiviso anche da chi non ama la birra. Attenzione, però, perché si fa presto a dire “birra”: “Una comunicazione così decisa funziona perché rispecchia il prodotto, una strong ale doppio malto e con una gradazione alcolica piuttosto alta. Per altri tipi di birra bisognerebbe pensare a strategie diverse”.

Stando attenti a quel che si dice, perché prendere posizione su argomenti di attualità – seppure con ironia – può essere divisivo e in tempi di social basta poco per finire nella bufera.

Una volta ad arrabbiarsi fu Maurizio Gasparri. Il senatore commentò alla visita del Papa a Cuba, sentenziando che “Guevara era un terrorista e i Castro dei criminali”. Abbastanza per far rispondere Ceres: “Guevara era un terrorista, i Castro dei criminali e Gasparri un gran ministro”. Ovazione social degli anti-forzisti, critiche da qualche indignato, invettive da parte di Gasparri, che lanciò il boicottaggio di Ceres.

Ma il vero argomento tabù, per Stanich, è un altro: “Sulla politica tutto sommato si può scherzare, sul calcio meglio lasciar perdere”.

Proprio sul calcio si è però lanciata di recente Ikea Italia, altra azienda che fa ampio uso del real time marketing. Per annunciare l’acquisto dello svedese Robin Olsen, la Roma ha postato un’immagine in cui il giocatore viene assemblato – maglia, guantoni e scarpette – come fosse un mobile. Occasione colta al volo da Ikea, che ha replicato con la foto di uno scatolone con scritto “Malcom” (il calciatore che ha rifiutato la Roma per il Barcellona) e aggiungendo: “Dai, magari il pacco lo hanno preso loro”.

Un rischio calcolato, giurano Massimiliano Santini e Matteo Bellini, del social media team di Ikea Italia: “Il testo, anche se di poche parole, è ben ragionato. Quel ‘dai’ e quel ‘magari’ vogliono essere consolatori verso i tifosi, senza prenderli in giro ma evitando di passare noi stessi come romanisti”.

Questione di equilibrio, oltre che di marketing, anche se poi su alcune battaglie civili il brand sceglie di posizionarsi con forza. Come sulle unioni civili. Ai tempi dell’approvazione della Legge Cirinnà, Ikea pubblicò un’immagine con scritto: “Per fare una famiglia non servono istruzioni”, e sotto ampio uso di metafore con una coppia di bulloni, una di brugole e una formata da un bullone e una brugola. “Il rischio che qualcuno non fosse d’accordo c’era – ammettono Santini e Bellini – ma era più importante chiarire il concetto di famiglia per l’azienda”.

Missione compiuta, anche se la vera conquista del real time marketing “made in Ikea” è un’altra: “Ormai tutti ci identificano con la Svezia e noi ci giochiamo”. Come prima dei mondiali, quando l’Italia è stata eliminata proprio dagli scandinavi: “Abbiamo ricevuto migliaia di messaggi, ce l’avevano con la Svezia e con Ventura. A quel punto abbiamo postato la foto di una panca di legno con scritto ‘Per farci perdonare la panchina a Gian Piero gliela diamo noi’”. E il pubblico dei pallonari s’è placato. Miracoli del real time.

Ritrovati i corpi dei tre alpinisti dispersi sul Monte Bianco

Sono stati ritrovati i corpi dei tre alpinisti italiani dispersi sul lato francese del Monte Bianco. Lo hanno reso noto i soccorritori. Il primo ad essere individuato, alle 15 di ieri pomeriggio, è stato il corpo di Luca Lombardini, 31 anni appena compiuti, recuperato in un canalone di ghiaccio e rocce sul versante francese del monte, dove erano in corso le ricerche. La sua fidanzata Elisa Berton, 27 anni e Alessandro, fratello di Luca di 29 anni, sono stati raggiunti in seguito, in tarda serata, a causa delle condizioni proibitive. I tre sarebbero caduti da un’altezza di circa 300 metri, nella zona della Petite Aiguille Verte, verosimilmente legati in cordata. Dei tre non si avevano notizie da martedì 7 agosto, dopo che in mattinata erano partiti nella zona dei Grands Montets.

Il padre di Alessandro e Luca, Maurizio Lombardini era morto per un malore una decina di anni fa, proprio in Francia, dopo una giornata sugli sci. “Lunedì sera quando sono arrivati a Chamonix ci aveva mandato un messaggio per dirci che avevano cambiato programma perché la funivia non funzionava. Era contenta, avrebbero fatto una vetta più facile” ha raccontato il padre di Elisa, Massimo Berton.