Un giorno con Alì il caporale: “Sono il loro angelo custode”

Il telefono squilla alle 5.19. “Scusa il ritardo – dice Alì – ma oggi ci sono un po’ di casini. Ci vediamo sulla strada per Stornara tra un quarto d’ora”. Alì è un caporale. Un quarto d’ora dopo siamo fermi in una piazzola. Poco più in là, vicino l’ex casa colonica diroccata, c’è una decina di ragazzi di colore che aspetta. Guanti già alle mani. E vestiti da straccioni. Alì ha mollato il solito furgone sgangherato. Arriva con una vecchia Volvo station wagon 740 grigia vecchia di 30 anni. Alì si avvicina. “Spegni il telefono”, dice, chiedendomi di farlo sotto i suoi occhi. “Quando partiamo vai avanti tu – continua – e guardami dallo specchietto: ti indico la strada con le frecce”. È il suo modo per tenerci sottocchio. Nel frattempo la Volvo si riempie: 9 ragazzi per 5 posti a disposizione.

Gli pagano tra i 3 e 4 euro al giorno ciscuno per il trasporto. Ribaltati i sedili posteriori, tutti insieme in quell’unico spazio, i ragazzi entrano in silenzio, uno indossa delle cuffie. Alì controlla personalmente se hanno telefoni o qualcosa che registri. È ossessionato da quest’idea. Comunica con loro sia in arabo e in francese. un concetto dev’essere chiaro: niente casino nell’auto. E attenti alla testa quando s’imbocca la strada sterrata che porta al campo.

Il viaggio inizia. Attraversiamo le strade tra le campagne. Niente vie principali. Arrivati in prossimità del campo c’è un trattore che ci aspetta. A guidarlo, un ragazzo probabilmente dell’Est. Si giustifica per il ritardo. E anche per la nostra presenza: “È un amico – gli dice – deve portare l’auto da un meccanico, se non possono aggiustarla subito mi accompagna qua”. La Volvo scarica i 9 ragazzi: corrono a recuperare i cassoni impilati. Poi si perdono tra i pomodori e tra le zolle fangose. Piegati in due. Vedi soltanto le schiene ondeggiare. L’odore è nauseante. L’aria sa di marcio. “Colpa delle piogge – spiega Alì – hanno mandato a male il raccolto”. Siamo soli. Possiamo parlare. Alì non si fida.

Vuole che svuotiamo le tasche e lasciamo tutto in auto. “Alza la maglietta” dice, pensando di scovare qualche microfono incerottato sul petto, poi finalmente si lascia un po’ andare: “Sono arrivato in Italia nel ‘92. E sono stato per anni nei campi. Raccoglievo i pomodori. Come quei ragazzi che vedi ora. Raccoglievo anche carciofi, asparagi, uva. Ero come loro. Facci caso: non superano i 25 anni di età. Avevo più o meno la loro età, al mio primo giorno di lavoro. Ero in una campagna di Serracapriola. Ho fatto le stagioni dal 1992 al 2004. Per 12 anni. Poi mi hanno promosso – se così si può dire – e ho iniziato a fare il capo. Voi mi chiamate caporale. Tra noi questa parola non esiste. Tra noi esiste solo capo. Al massimo reys. Nel 2004 avevo un Ford transit azzurrino. Un bel mezzo: una volta siamo entrai in 23. Però la pompa dei freni spesso non andava bene. Oggi mi hai visto arrivare con quella macchina, ma di solito utilizziamo un furgoncino. Dentro ci sono gli sgabelli in legno: una quindicina abbondanti ci entrano. Da quando sono successi quei due incidenti però non si può più vivere. Troppi controlli. Anche i cittadini fanno le foto, invece di stare attenti a guidare. Io non ho mai messo a rischio la vita dei ragazzi: ci tengo soprattutto alla mia, di vita. Sono carico? Vado piano. Una volta ho forato: sbandiamo di brutto, dritti sul muretto laterale, ma per fortuna nessuno si fa male”. Nelle sue parole non sembrano braccianti.

Sembrano pacchi. “Sai quanti ne ho visti? Anche quelli che sono morti nel rogo del ghetto hanno viaggiato con me. Anche io rischio la vita. Basta saper guidare e non fare cazzate: io ho questo vecchio Nokia apposta, ha solo l’essenziale e non mi vien voglia di distrarmi mentre guido. Quando posso faccio qualche ora di sonno: col caldo anche la stanchezza fa brutti scherzi”. A quest’ora Alì passa al suo secondo lavoro: “Mi occupo delle baracche. Con i 3,5 euro al giorno che mi danno i ragazzi non si va avanti. Se va bene con il trasporto, ne prendo sui 50 al giorno. Il carburante, se riesco, lo prendo dal padrone. Ma ci sono gli imprevisti. Come oggi, che devo usare l’auto, posso portare meno persone e sto qui per 35 euro”.

E così arrotonda con le baracche. “Faccio dormire molti di loro appena arrivano. Ci sono molte case abbandonate: ricavo degli alloggi e porto un generatore per la corrente. Li affitto per 5 euro al giorno. Bagno e doccia non ci sono. Porto dei boccioni d’acqua. Ma si paga a parte. Il generatore dà solo la luce: se vogliono ricaricare il cellulare, pagano un euro a ricarica. Al ragazzo che sta attento ai furbi permetto di ricaricare gratis. La benzina del generatore costa. Poi si fermano al massimo per la raccolta, 15/20 giorni, e hanno un tetto per dormire. Quando sono arrivato con tre cassini si faceva una capanna e sopra si metteva un telo per la pioggia. Per terra cartoni o materassi usati. Le case che affitto io sono migliori”. Sistemati gli alloggi torna in campagna. “Ritorno al campo e mi organizzo con chi comanda – di solito sono italiani – per la manodopera del giorno dopo. In base a quel che serve io avverto i ragazzi di tornare o di portare qualcuno. Il giorno dopo si presentano sempre il doppio. E devi evitare anche le risse su chi deve venire a lavorare”. La paga è ovviamente da fame. “Se lavorano bene anche 3 o 4 euro l’ora. Dai, diciamo 3. Loro, come me, lo fanno per mandare soldi a casa. In molti campi il padrone dà acqua e panini. Spesso però loro non li mangiano: hanno paura che ci sia il salame, sono musulmani. Allora gli faccio preparare delle frittate. Così non stanno digiuni. E non è vero che il capo è cattivo. Io ho passato la stessa loro storia. Ogni mattina, quando sono costretto a scegliere, scelgo chi ha più bisogno”. E c’è chi paga la scelta con la vita. “Incidenti mortali non devono accadere mai più. Ma qui, se non si lavora così, i pomodori e gli altri raccolti restano nel campo. Meglio poco che niente. E poi: anche in fabbrica si rischia la vita”.

Squilla il telefono. Alì sgrana gli occhi e risponde: “Vengo subito”. Ci prende per un braccio. Bisogna risalire in auto e filare via. “C’è un controllo qui vicino”, spiega. “Ormai è così tutti giorni: ispettorato, carabinieri, tutti ora si sono svegliati”. Riempie l’auto con i ragazzi. Lampeggia per farci accelerare. Entra in una proprietà privata. “Adesso vai” dice. E sparisce nella campagna.

In Cassazione regge il reato associativo per Luca Parnasi

Nessuna irregolarità nella carcerazione di Luca Parnasi, costruttore arrestato il 13 giugno per associazione a delinquere, corruzione e finanziamento illecito nell’inchiesta sullo stadio della Roma. Lo sostiene la Cassazione che l’11 luglio ha confermato la misura cautelare. Gli avvocati Emilio Ricci e Giorgio Tamburrini contestavano la sussistenza della gravità degli indizi per il reato associativo e la sussistenza di esigenze cautelari. Ricorso rigettato.

Per i difensori l’associazione a delinquere non poteva essere contestata perché mancava un “programma indeterminato” del gruppo, concentrato soltanto sulla costruzione dello stadio, mentre per la Cassazione “vi è interesse alla commissione di singoli reati, non predeterminati né predeterminabili”. Gli appartenenti all’associazione, inoltre hanno una comunione di intenti, contestata dai legali. Per gli ermellini: c’è invece “l’intenzione di partecipare al comune programma di realizzazione di una pluralità indeterminata di reati”.

Il gip ha mandato Parnasi ai domiciliari soltanto il 20 luglio dopo un ulteriore interrogatorio sui suoi rapporti con i politici.

Soffiate alla coop bianca, rimosso il viceprefetto

“Il 26 agosto 2015 Quintario informava Gaetano Battocchio, presidente di Ecofficina, dell’imminente ispezione da parte dell’Arpav”. È uno dei passaggi degli atti della procura di Padova sul business che si sarebbe sviluppato sulla pelle dei migranti. I protagonisti dell’episodio sono un funzionario della prefettura di Padova e il dirigente di una delle maggiori cooperative venete impegnate nell’accoglienza.

Sette persone sono indagate: ci sono i vertici della cooperativa Ecofficina (Simone Borile, Gaetano Battocchio e Sara Felpati), un dipendente e un consulente. Ma ci sono anche due figure chiave della Prefettura di Padova: la funzionaria Tiziana Quintario, già trasferita, e il prefetto vicario Pasquale Aversa (che è stato subito rimosso dal Viminale e destinato ad altro incarico). I reati ipotizzati a vario titolo vanno dalla frode in pubbliche forniture alla truffa, passando per la rivelazione di segreti d’ufficio. L’indagine dei carabinieri è stata guidata dal pm Federica Battaglini e dal procuratore Matteo Stuccilli. Parliamo di una cooperativa che per anni ha fatto la parte del leone in Veneto in materia di accoglienza. Alla sua guida Simone Borile (un passato nella Democrazia Cristiana e in Forza Italia).

Ecofficina era pronta ad accogliere i migranti a Cona (Venezia), Bagnoli e Prandina, entrambe nel Padovano. Secondo i pm e i carabinieri che hanno condotto le indagini, la coop, però, ha ospitato nelle strutture più migranti del dovuto e con personale insufficiente. Non solo: secondo le carte ci sarebbero state soffiate sull’arrivo di controlli e bandi cuciti su misura. Parliamo della gara indetta nel 2016 per ospitare 1.200 migranti. Il valore complessivo era di circa 20 milioni. Scrive il pm che Quintario avrebbe “creato un bando ad hoc per la cooperativa”.

Gli atti riservati della prefettura, sostiene la procura, non erano certo un segreto per i vertici della cooperativa: a ottobre Quintario “informava Borile dell’esito di un incontro del prefetto al ministero dell’Interno”. Il 12 novembre ancora si avvisa di un’ispezione e si concorda dove compierla. Ma l’accusa riguarda anche Aversa che avrebbe operato “violando i doveri o abusando della sua qualità”. Il prefetto vicario avrebbe “rivelato notizie che dovevano rimanere segrete o ne agevolava in qualsiasi modo la conoscenza da parte dei responsabili di Ecofficina”.

Secondo la ricostruzione dei carabinieri, la cooperativa, informata delle ispezioni, poteva inviare personale nelle strutture facendo risultare che l’assistenza ai migranti era a norma di legge. Anche le strutture sanitarie venivano aumentate con l’aggiunta in extremis di toilette chimiche. Non solo: grazie alla sponda delle autorità è stato fatto risultare che in una struttura erano ospitati 40 migranti invece di 77.

Gli indagati finora hanno respinto le accuse sostenendo che “si è cercato di facilitare l’accoglienza e di rendere migliori le condizioni dei migranti”. Se le accuse fossero confermate, emergerebbero danni alle finanze pubbliche e agli stessi migranti.

Che sono vittime. Come risulta anche da un’inchiesta della procura di Verona che ieri ha portato all’arresto di un caporale e un medico. Tutto è nato da un incidente simile a quelli avvenuti a Foggia. A novembre un migrante morì e 11 rimasero feriti. La Finanza scoprì che erano occupati negli allevamenti di polli del ferrarese. Con certificati medici fasulli.

L’inchiesta “madre” Ong-scafisti verso l’archiviazione

È trascorso circa un anno – era il 13 agosto 2017 – da quando il Fatto pubblicò la notizia che la procura di Catania indagava, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sul ruolo delle Ong nel Mediterraneo. Un anno dopo, per quanto risulta al Fatto, quel fascicolo sembra destinato inesorabilmente all’archiviazione. E per molti motivi.

Il più importante: non è stato trovato alcun riscontro alle accuse. O meglio: nel fascicolo non è potuto confluire nulla, di quel po’ che è stato riscontrato, che sia possibile sostenere in un processo. La vicenda – che il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare – è più complessa di quanto possa sembrare. Innanzitutto, le lancette dell’orologio, vanno portate indietro di un anno: l’inchiesta inizia infatti nel 2016.

È la Marina Militare a sospettare per prima dei collegamenti tra Ong e scafisti nelle operazioni di sbarco e salvataggio. Nessuna informativa ufficiale. Ma notizie che giungono comunque alla procura di Catania e spingono il procuratore Carmelo Zuccaro a delegare delle indagini amplissime: verificare le possibili condotte associative per il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Contestualmente – questo è però un percorso parallelo, che nulla ha a che fare con l’inchiesta, ma paradossalmente ne influenza parecchio l’esito – le nostre agenzie di intelligence, attraverso i satelliti militari, captano conversazioni tra scafisti e volontari delle Ong, dimostrando l’esistenza di alcuni contatti che non certificano però alcun reato. Operazione benedetta dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti che ha già avviato la sua strategia per sgomberare il Mediterraneo dalle Ong. E infatti: le Ong finiscono nella bufera. Dal punto di vista giudiziario, nei fatti, oggi però resta in piedi una sola inchiesta: quella di Trapani, che non contesta l’associazione per delinquere, ma comportamenti di singoli volontari specificando che le eventuali violazioni del codice penale erano motivate esclusivamente da fini umanitari.

Ma torniamo alla primavera del 2017. Non è un caso che, ad aprile il generale Stefano Screpanti, capo del III Reparto Operazioni del Comando generale della GdF, dinanzi alla Commissione Difesa del Senato affermi: “Allo stato attuale delle nostre conoscenze, non ci sono evidenze investigative tali da far emergere collegamenti fra ong e organizzazioni che gestiscono il traffico di migranti”. Non è un caso perché sia lo Sco della Polizia sia gli investigatori della Gdf, già da un anno stanno indagando, proprio su delega della procura di Catania. Nelle audizioni Zuccaro si mostra più ottimista, rispetto l’esito dell’inchiesta, spingendosi a dichiarare, alla trasmissione Agorà, che “alcune ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti e so di contatti”. I contatti, effettivamente, sono stati riscontrati. Ma è lo stesso Zuccaro a rendersi conto della difficoltà della situazione quando, circa un mese dopo, precisa: “Non siamo più in grado di svolgere indagini di ampio respiro volte a contrastare il traffico di migranti clandestini”. Sarebbe necessario, spiega il procuratore, poter “fare indagini in acque libiche” e utilizzare “intercettazioni delle comunicazioni satellitari”.

Il punto, infatti, è che gli investigatori stanno utilizzando metodi di indagine “sperimentali” che non pare possibile produrre in giudizio: le intercettazioni via etere – avvenute con strumenti utilizzati in ambito militare – necessitano di essere ulteriormente “blindate” per poter certificare senza ombra di dubbio l’identità degli interlocutori. Se non bastasse, sono state realizzate in acque libiche. Difficile considerarle valide sotto il profilo probatorio: per quanto risulta al Fatto di questi (pochi) riscontri nel fascicolo non v’è traccia. La campagna del governo sulle Ong, il codice di condotta richiesto da Minniti, l’ulteriore indagine di Trapani e le polemiche di quei mesi, infine, ottengono l’effetto politico desiderato: gran parte delle Ong in quei mesi lascia il Mediterraneo a ridosso della Libia. Risultato: per la procura di Catania c’è poco da intercettare. Resta qualche indizio. Prove, zero.

Al Demanio il governo nomina un dirigente vicino a Totò Cuffaro

Da grigio e ligio travet regionale, a vice capo di gabinetto di Cuffaro negli anni dell’assalto alla spesa pubblica siciliana, poi accantonato da Raffaele Lombardo e rilanciato oltre lo Stretto verso il vertice di Equitalia dal patronage del guardasigillii Angelino Alfano e dallo stesso Cuffaro, allora membro della Vigilanza Rai, che lo spediscono nel 2009 a Tributi Italia di Napoli come amministratore delegato. È fatto di strappi improvvisi verso luminosi traguardi di carriera il curriculum di Benedetto Mineo, 57 anni, nuovo direttore dell’Agenzia delle dogane, cuffariano di ferro della prima ora passato indenne dalle maglie della Corte dei conti che ha più volte sanzionato il suo capo di allora, l’ex ragioniere generale Enzo Emanuele, snodo decisivo di una serie di operazioni a cavallo tra affari e politica, con cui divideva la guida del dipartimento Bilancio e Finanze.

A Mineo venne assegnato l’ingrato compito del ‘’contenimento della spesa’’, con la creazione di un ufficio ad hoc, del quale gli anni del saccheggio delle casse regionali attraverso spericolate operazioni di finanza pubblica certificano la sostanziale inutilità.

D’Alfonso si dimette. E la Lega: “In Abruzzo correremo da soli”

La decisione era annunciata, adesso è arrivata l’ufficialità, insieme alla lettera di dimissioni indirizzata al presidente della giunta delle Elezioni del Senato, Maurizio Gasparri: Luciano D’Alfonso opta per la carica di senatore e lascia la presidenza della Regione Abruzzo. Si risolve così l’incompatibilità che era sorta già a marzo, quando D’Alfonso era stato eletto in Senato col Pd. Il neoparlamentare, però, aveva rimandato la scelta fino alla formazione della giunta e all’ultimatum ricevuto a inizio agosto. A questo punto il testimone passa nelle mani del suo vice, Giovanni Lolli, che avrà il compito di traghettare la Regione a nuove elezioni. Ancora non c’è una data (lo stesso D’Alfonso ha ipotizzato tra dicembre e gennaio) ma già cominciano i movimenti: la Lega annuncia di voler correre da sola, rompendo l’alleanza locale con Forza Italia. “Chi ci ama ci segua e andiamo a vincere”, scrive il deputato e segretario regionale Giuseppe Bellachioma. Lo strappo, avallato da Giancarlo Giorgetti, arriva dopo un vertice ai piani alti del Carroccio, proprio nel giorno in cui Berlusconi aveva auspicato il ricongiungimento del centrodestra, bollando il governo gialloverde come “anomalia”. Salvini non sembra della stessa opinione.

L’Aifa si allarga e sogna il grattacielo all’Eur

L’elegante sede in via del Tritone, con l’ingresso classicheggiante e i balconcini su piazza Barberini, ormai le sta stretto. L’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, si espande e presto avrà bisogno di una nuova casa, sicuramente più grande, meglio se prestigiosa. Quella dei sogni si chiama Palazzo Italia, grattacielo di 20 piani nel cuore dell’Eur, a Roma. Costa caro, 7-8 milioni di euro, quasi il doppio del canone attuale, ma che problema c’è: paga (anche) lo Stato.

Ente pubblico sotto il controllo del ministero della Salute e dell’Economia, l’Aifa si occupa dell’attività regolatoria sui farmaci. La sua storia inizia nel 2004 e non è esente da ombre, tra arresti e perquisizioni. L’ascesa, però, sembra inarrestabile: l’ultimo bilancio segna un fatturato di quasi 90 milioni, di cui 25 di contributi statali. E nonostante le misure di blocco del turnover varate negli ultimi anni, l’agenzia è uno dei pochi istituti pubblici ad avere il permesso di aumentare il personale: ben 241 assunzioni straordinarie fino al 2019, che porteranno la pianta organica da 389 a 630 unità.

Per questo a ottobre è stato pubblicato un avviso per la ricerca di un nuovo immobile: presto l’Agenzia ospiterà oltre 700 persone al giorno. L’edificio di via del Tritone, che pure è relativamente recente (lì dal 2010) e con i suoi sei piani nel centro di Roma rappresentava un bel salto di qualità, non basta più. Il sogno dei vertici è tornare all’Eur, dove si trovava l’umile sede originaria, ma in grande stile: in cima alla lista c’è il grattacielo di piazza Marconi, per cui il fondo Antirion (che lo gestisce per l’Enpam, cassa previdenziale dei medici) può chiedere 7-8 milioni l’anno. L’Aifa oggi ne paga la metà, ma sembra disposta a fare questa follia.

Di qui il malumore dentro e fuori l’Agenzia: possibile che non ci fossero sedi pubbliche o meno costose? Poche, ma c’erano: all’avviso hanno risposto solo in due (un altro privato all’Eur, oltre Palazzo Italia), ma il Demanio aveva proposto alcuni suoi stabili vuoti, uno in viale Ciamarra (Cinecittà), l’altro a Tiburtina. Entrambi scartati, ufficialmente perché presentavano problemi: il primo e più quotato, ad esempio, sarebbe disponibile solo fino al 2022 e ha bisogno di ristrutturazione.

Ma c’è pure un’altra motivazione che non si può dire apertamente: “Diciamo la verità, sono un cesso. Le agenzie europee, dall’Ema in giù, hanno sedi centrali o prestigiose. Che figura facciamo se andiamo in periferia?”, raccontano da dentro. Palazzo Italia, invece, coi suoi 16mila metri quadri di superficie, oltre mille postazioni lavoro e 20 piani specchiati, sarebbe perfetto.

Lo ha sempre pensato l’ex direttore generale Mario Melazzini, innamorato del progetto, che da poco non è stato riconfermato dal governo: la procedura è impacchettata ma non ancora conclusa, manca l’ok del Demanio. Solo una bocciatura o l’arrivo del nuovo dg possono fermare il trasferimento. “Il mio grande rimpianto è quello di non essere riuscito a portarlo a termine”, ha detto Melazzini nel suo discorso di commiato. Lascia un’eredità piuttosto costosa.

Il caso Crea: la nuova sede romana strapagata, con problemi d’agibilità

Un immobile selezionato in modo informale, pagato a peso d’oro, contaminato da radon e amianto. È il caso della sede del Crea. Il poco conosciuto Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), dovrebbe essere un centro d’eccellenza scientifico. È però anche un carrozzone da 2 mila dipendenti, titolare di 86 aziende agricole per 5.300 ettari di superficie, che ne fanno la seconda azienda agricola italiana (dopo Bonifiche ferraresi). Nel 2015 il commissario (l’ente era sotto reggenza dal 2011) Salvatore Parlato, decide di cambiare la sede centrale di Roma, anche per accorpare le due strutture Inea (Istituto nazionale di economia agraria) e Cra (Consiglio per la ricerca in agricoltura). A vigilare è il ministero dell’Agricoltura, allora guidato da Maurizio Martina. Non si ritiene che esista un immobile pubblico adatto per le 400 persone da sistemare e la selezione della nuova sede viene affidata al direttore generale dell’ente, Ida Marandola (moglie di Francesco Biava, capo segreteria di Gianni Alemanno, An, quando era ministro dell’Agricoltura). La procedura, secondo i documenti ufficiali, è questa: Marandola guarda po’ di siti internet e poi fa una richiesta informale, a nove operatori, per un palazzo tra i 9 e i 12 mila metri quadrati; ne scarta 8 per “proposte inadeguate” e decide per un immobile in via Po 14, offerto dall’agenzia Tft immobiliare. Costo: 3 milioni annui di affitto, per una superficie “ragguagliata” (cioè compresi balconi, scale, pianerottoli etc.) di 9.800 metri quadrati. Per fare un confronto, l’Ispettorato del lavoro ha recentemente affittato una sede nella centralissima Piazza della Repubblica, di metratura simile, per 950 mila euro l’anno. Non finisce qui. In seguito si scopre che nel palazzo c’è un problema di radon (gas cancerogeno) e di amianto; alcuni locali sono inagibili. Il risultato è che il cda di Crea fa causa al fondo Prelios, ex proprietario dell’immobile (ora è di Dea Capital sgr), e che l’ente deve cercarsi un’altra sede. Una vicenda che fa sorgere parecchie domande.

Il Garante sfrattato: addio Montecitorio. La Privacy trasloca in uffici più costosi

Anche un Garante può essere sfrattato: in autunno l’Autorità che tutela la privacy sarà costretta a lasciare la sua storica sede in piazza Montecitorio 121, proprio accanto alla Camera dei Deputati. Per carità, non finirà certo in periferia ma sempre nel pieno centro di Roma, a Piazza Venezia. E pagherà pure di più che in passato. Negli uffici stanno approfittando della pausa estiva per chiudere gli scatoloni: il presidente Antonello Soro, i componenti dell’Authority (tra cui figurano anche la vicepresidente Augusta Iannini, alto magistrato e moglie di Bruno Vespa, e Giovanna Bianchi Clerici, fino a pochi giorni fa in lizza per la presidenza Rai) e tutti i dipendenti ne avrebbero fatto volentieri a meno. Alla vecchia sede erano affezionati: e poi dove lo trovi un altro posto così, un raffinato palazzo del Settecento, proprio nel cuore della Capitale e a un prezzo di favore (circa un milione di euro, in virtù di un accordo molto datato). Praticamente impagabile. Infatti i proprietari di recente sono tornati a battere cassa: quando l’anno scorso il vecchio contratto è scaduto, la società che gestisce l’immobile ha chiesto di adeguare il canone di locazione ai valori di mercato. E ne è venuta fuori una cifra “astronomica”, dicono dall’Autorità. La trattativa per conservare il vecchio affitto, o quantomeno spuntare uno sconto, è stata lunga e si è conclusa male: alla fine il Garante ha ricevuto una bella lettera di sfratto.

A quel punto è stata avviata la procedura per individuare la prossima sede: a ottobre 2017 è stato pubblicato un avviso, a inizio 2018 sono state aperte le buste. Anche in questo caso nessuna soluzione pubblica (e quindi gratuita) era disponibile: il Demanio, infatti, ha già dato il parere di congruità per il trasferimento nei nuovi uffici di Piazza Venezia. “Pagheremo di meno della cifra che ci avevano chiesto gli attuali proprietari”, garantiscono dall’Autorità. Ma comunque di più del vecchio contratto, che allo Stato già costava 1,35 milioni l’anno.