Spreco di Stato: 12 miliardi di patrimonio inutilizzato

Nessuno sa esattamente a quanto ammonti il patrimonio immobiliare pubblico, ma l’ultima stima ufficiale del ministero del Tesoro su dati del 2015 è di 283 miliardi di euro. L’80 per cento di questa sterminata lista di caserme, palazzi, uffici e appartamenti che copre 350 milioni di metri quadri è in mano agli enti locali. E ben 12 miliardi sono immobili “non utilizzati”. Che quindi rappresentano soltanto un costo, invece che una fonte di potenziali ricavi. Forse bisognerebbe anche indagare su altri 6 miliardi di euro di immobili pubblici che sono in uso gratuito a privati (alcuni con funzioni istituzionali, ma altri di tipo “residenziale e commerciale”), ma quei 12 miliardi di euro “non utilizzati” non hanno giustificazione.

Vendere o affittare gli immobili pubblici – in gergo “dismettere” e “valorizzare” – sembra una missione quasi impossibile. Ai tempi del secondo governo Berlusconi, nel 2001, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti prova con le cartolarizzazioni: società veicolo private (Scip) che emettono obbligazioni per anticipare al Tesoro gli incassi dalla vendita di immobili di enti previdenziali. La Scip1 va bene, in attivo di 1,3 miliardi di euro, la Scip2 con 63.000 immobili invece no, nel 2009 scava un buco di 1,7 miliardi di euro a danno dello Stato, la società viene liquidata e gli enti previdenziali recuperano il patrimonio. Alla guida dell’Agenzia del demanio c’era una funzionaria già allora potente, Elisabetta Spitz, che da vent’anni ha il controllo della vendita del patrimonio pubblico. Tra 2004 e 2005 la Spitz tenta altre due operazioni, con i fondi Fip e Patrimonio 1: le amministrazioni pubbliche vendono gli immobili di proprietà ai fondi e poi li riaffittano. Lo Stato incassa subito 4,1 miliardi e si impegna a pagare 350 milioni di euro di affitti all’anno per nove anni. Alla scadenza del primo contratto, a fine 2013, lo Stato ha pagato 2,6 miliardi al fondo Fip e 280 milioni a Patrimonio 1. Praticamente ha restituito tutto quello che aveva incassato, ma nonostante questo si è impegnato ad altri nove anni di contratto, fino al 2021.

E allora si cambia ancora: nel 2013 nasce Invimit, Investimenti Immobiliari Italiani Sgr Spa, una società del ministero dell’Economia che ha il compito di “gestire, valorizzare e dismettere l’ampio patrimonio immobiliare pubblico, anche allo scopo della riduzione del debito pubblico”. Alla guida c’è ovviamente sempre lei, Elisabetta Spitz. La società ha una struttura più complessa delle precedenti, non possiede direttamente gli immobili ma gestisce fondi o fondi di fondi a cui le amministrazioni locali o gli enti previdenziali – dall’Inail alla Regione Lazio – conferiscono immobili di cui si vogliono liberare in cambio di risorse.

L’inizio è stentato: nel 2015 Invimit registra ricavi per commissioni di gestione di 2,7 milioni di euro, ma tra stipendi e consulenze spende 4,6 milioni. La Corte dei conti critica i troppi consulenti, il ministero del Tesoro deve ridurre il capitale sociale da 10 milioni a 5,7. Poi Invimit si riprende, riporta sotto controllo le consulenze, che scendono a 786mila euro nel 2016, e aumenta il patrimonio che gestisce: 1,3 miliardi di euro, 264 immobili. Ma nel 2017 Invimit ha venduto immobili soltanto per 48 milioni di euro, anche perché – in un ribaltamento completo della logica seguita quindici anni fa – la “dismissione” sembra molto meno allettante della “valorizzazione”: gli incassi dagli affitti sono di 27 milioni in un anno. La società rivendica comunque di aver contribuito a ridurre il debito pubblico per circa 400 milioni di euro, a tanto ammontano le risorse erogare agli enti locali in cambio degli immobili conferiti ai fondi di Invimit.

Forse anche perché i risultati che si ottengono vendendo immobili sono così contenuti, Invimit sembra scalpitare per fare altro. Il presidente Massimo Ferrarese, un imprenditore di Brindisi arrivato sulla poltrona in quota Angelino Alfano, a fine giugno si offriva addirittura di costruire con Invimit lo stadio della Roma, dopo che le inchieste giudiziarie avevano messo in dubbio il progetto: “Sono pronto a proporre al mio cda di intervenire direttamente con il fondo Valore Italia”, ha detto a Repubblica.

Il mandato dell’eterna Elisabetta Spitz (65 anni, 240.000 euro di stipendio annuo) è scaduto e ora il ministro Giovanni Tria deve decidere se concedere un altro triennio alla signora del demanio. Finora Invimit è stata l’ultima trincea degli inamovibili del potere ministeriale: quando il potente capo di gabinetto del Tesoro, Vincenzo Fortunato, è stato cacciato dall’arrivo dei renziani, ha ripiegato sulla presidenza di Invimit. E anche ora che non è più presidente il suo studio legale continua ad avere una piccola consulenza da 15.000 euro. Poi c’è Susanna Masi: ha perso l’incarico di consigliere del ministro Padoan dopo che la Procura di Milano l’ha indagata con l’accusa di passare informazioni riservate sul fisco alla società Ernst & Young in cambio di 220.000 euro, ma ha tenuto la poltrona di presidente del collegio sindacale di Invimit (20.000 euro), oltre che di quello di una società concorrente privata, Dea Capital.

Il governo Conte ha già avviato il rinnovamento nel comparto con la sostituzione, due giorni fa, del renziano Roberto Reggi all’Agenzia del demanio: al suo posto andrà il prefetto Riccardo Carpino, 61 anni, che è stato capo di gabinetto al ministero degli Affari regionali dal 2008 al 2013.

Soldi ai Renzi & Co. L’Unicef valuta se denunciare i Conticini

“L’Unicef sta verificando e valutando nelle sedi opportune gli elementi per attivare eventuali procedimenti legali, anche alla luce delle recenti modifiche normative procedurali introdotte in Italia”. Lo afferma il portavoce di Unicef Italia Andrea Iacomini in merito all’inchiesta della procura di Firenze su Alessandro Conticini, ex direttore della Play Therapy Africa, e dei suoi fratelli Luca e Andrea, quest’ultimo marito della sorella di Matteo Renzi. Per i pm Conticini, indagato di appropriazione indebita e riciclaggio, avrebbe utilizzato fondi stanziati dall’agenzia dell’Onu e altri enti non per le cure dei bambini africani, ma per un progetto immobiliare in Portogallo e l’acquisto di società, una della famiglia Renzi e due di Patrizio Donnini, amico di Matteo Renzi per il quale curò delle campagne elettorali. Senza una denuncia di Unicef e altri donatori, vittime dell’appropriazione indebita, l’inchiesta cadrebbe nel vuoto. La decisione, però, deve essere presa a New York e ci vorrà tempo: “Il nostro impegno è garantire che tutti i fondi ricevuti siano utilizzati in modo efficiente ed efficace per salvare e proteggere milioni di piccole vite”, dice Iacomini.

Periferie, anche Nogarin chiede modifiche: “La toppa all’errore del Pd è peggio del buco”

Se la sindaca di Roma Virginia Raggi minimizza la querelle attorno ai 96 progetti per le periferie sospesi dalla maggioranza “gialloverde”, quello di Livorno Filippo Nogarin, 5 Stelle pure lui, non è così tranquillo visto che la sua città rischia di veder rinviare, o perdere, 18 milioni di investimenti pubblici: “È arrivato un emendamento della Lega, votato all’unanimità dal Senato, che ha cercato di porre rimedio a un madornale errore del passato governo guidato dal Pd -ha spiegato Nogarin a Il Messaggero – La norma non solo è stata scritta male, ma è bastato che il Veneto la impugnasse legittimamente davanti alla Corte costituzionale per far saltare il banco”. Il modo usato dalla Lega e passato a Palazzo Madama, però, non va bene: “Si è cercato di metterci una toppa, ma il correttivo è stato anche peggiore”. In sostanza, il sindaco di Livorno (con la quasi totalità dei colleghi coinvolti) chiede alla maggioranza – di cui fa parte il suo partito – di ripensarci: c’è tempo durante il passaggio alla Camera, il cui inizio però è previsto l’11 settembre (il decreto Milleproroghe, che contiene la norma, scade il 25 settembre).

La Liguria non sa dove smaltire: 10mila tonnellate vanno in Emilia

A smaltire parte dei rifiuti della Liguria, in emergenza da ormai diversi anni, ci penserà l’Emilia Romagna. Si tratta di diecimila tonnellate in arrivo dall’area metropolitana di Genova – dove dal 2014 non è ancora tornato operativo l’impianto Scarpino 3 – che saranno distribuiti tra Piacenza e Parma con il placet della giunta emiliana di centrosinistra guidata da Stefano Bonaccini e di quella ligure, di centrodestra, presieduta da Giovanni Toti.

Senza polemiche, questa volta, nonostante la stessa Emilia Romagna a inizio anno fosse stata al centro di uno scontro politico tra il Partito democratico e il Comune di Roma, con Matteo Renzi che gridava al “soccorso rosso”: “Se la Capitale non va in crisi è merito dell’azione di sostegno dell’Emilia, la giunta risolve il problema di un’amministrazione di un altro colore politico. Questo è il Pd”.

L’accordo tra Bonaccini e Nicola Zingaretti (la competenza dei rifiuti è regionale e non riguarda i sindaci) era poi saltato, ma oggi gli impianti di Piacenza e Parma vengono buoni al centrodestra di Toti, pur con molto meno clamore di allora.

Genova – che chiedeva di spedire 15mila tonnellate in direzione Emilia – invierà i rifiuti per un massimo di quattro mesi, pagando ai Comuni interessati allo smaltimento un “rimborso ambientale” di 14 euro per ogni tonnellata in aggiunta al costo ordinario di gestione.

Le basi dell’intesa erano state poste la scorsa estate, quando le due Regioni avevano firmato un protocollo “per l’attivazione di forme di reciproca collaborazione in materia di infrastrutture e politiche ambientali”. In altre parole: un programma in sette punti di durata triennale con cui, tra promesse su ferrovie, porti e autostrade, l’Emilia e la Liguria concordavano “sull’opportunità di sviluppare iniziative di reciproca collaborazione e di mutuo soccorso nella gestione dei rifiuti”.

Che la collaborazione potesse essere reciproca, però, era quanto mai difficile già al momento del patto. Se non altro perché la Liguria, da tempo, ha grossi problemi con i rifiuti ed è costretta a chiedere aiuto ai vicini per poter smaltire l’immondizia. Lo scorso gennaio la giunta di Toti aveva prorogato per ulteriori sei mesi il conferimento dei rifiuti in altre Regioni, per un totale di 55mila tonnellate. La maggior parte della spazzatura era finita in Piemonte (quasi 45mila) e il resto in Toscana, dove il trasferimento è andato avanti fino a agosto. Niente di nuovo rispetto a quanto accadeva dal 2014, anno della chiusura di Scarpino 3 e inizio degli accordi tra Liguria, Piemonte e Toscana, poi confermati di sei mesi in sei mesi.

Un disagio che, oltre a imporre di trovare soluzioni in altre Regioni, è diventato anche un salasso per i conti dell’amministrazione Toti: dal 2014 a tutto il 2017 la Liguria ha speso circa 110 milioni di euro per finanziare lo smaltimento dei rifiuti fuori Genova.

Costa mette sotto tutela Raggi e Zingaretti sui rifiuti

Per ora è un intervento soft, con l’obiettivo di far sedere ad uno stesso tavolo il Comune di Roma e la Regione Lazio. Il dossier da discutere è il più delicato, la questione rifiuti. Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha deciso di agevolare la soluzione dei nodi più problematici, formalizzando l’istituzione di una cabina di regia, a cui parteciperanno tutti gli assessorati competenti e i tecnici di Viale Cristoforo Colombo. Dare una roadmap precisa, fissare dei paletti, ma soprattutto far capire agli interlocutori che è arrivato il momento di trovare una soluzione è l’obiettivo, politico prima che tecnico, indicato dal ministro. Non è un commissariamento, ma una sorta di moral suasion nei confronti di Virginia Raggi e Nicola Zingaretti, che da mesi continuano a rimpallarsi la responsabilità dello stallo.

Formalmente il decreto ministeriale firmato ieri istituisce un tavolo tecnico dove siederanno il Prefetto di Roma, i tecnici del ministero, gli assessorati all’Ambiente di Campidoglio, Regione e Città metropolitana.

Il primo tema da affrontare riguarderà la destinazione finale di quei rifiuti residui – oggi non recuperabili – destinati a finire nelle discariche. Dossier centrale, che rivela la fragilità del sistema romano. La capitale ha un tasso di raccolta differenziata attorno al 44%, secondo gli ultimi dati di Legambiente, cresciuto di due punti rispetto alla rilevazione pubblicata da Ispra, relativa al 2016. La conseguenza è quasi un milione di tonnellate di rifiuti indifferenziati, ovvero non recuperabili con le tecnologie attualmente utilizzate.

Questo flusso finisce negli impianti di trattamento meccanico e biologico, che recuperano materiale secco inviato negli inceneritori, il CSS, separandolo da una parte umida stabilizzata e da una parte secca non recuperabile. Questi due materiali finali creano il vero tappo nella filiera: la loro destinazione rimane, almeno al momento, la discarica. E anche questa filiera continua ad essere non sufficiente, come aveva evidenziato la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti lo scorso febbraio: “A chiudere il cerchio sono i ‘soliti’ quattro impianti TMB di Roma – si legge nella relazione dedicata al Lazio – che ancora oggi non riescono a trattare la totalità dei rifiuti indifferenziati prodotti a Roma”.

Malagrotta, la scandalosa montagna di monnezza cresciuta nei decenni, oggi oggetto di indagini e processi, ha chiuso le porte definitivamente nel 2013. Da allora la capitale si è affidata, per la gestione finale dei rifiuti non recuperabili, ai trasporti all’estero e alle discariche regionali, fuori dal Grande raccordo anulare. Impianti, questi, nati e cresciuti in aree dove l’impatto ambientale – e sanitario – nel corso dei decenni è divenuto insostenibile.

È il caso delle due discariche di Borgo Montello a Latina, contaminate da rifiuti pericolosi sversati nei decenni scorsi e mai bonificate. O di Colleferro, area industriale a sud di Roma, dove accanto all’invaso di Colle Fagiolara sono stati realizzati due inceneritori, al centro di una inchiesta del 2009. O, ancora, Civitavecchia, dove l’impatto ambientale si somma a quello delle centrali elettriche a carbone. Dunque guardare fuori Roma non riesce a risolvere il problema. I tecnici più addentro al dossier “rifiuti” spiegano che anche una soluzione tutta romana è di difficile attuazione: “Se guardiamo la mappa dei possibili siti della capitale vediamo che è tutta nera: non c’è spazio, troppo vincoli”. A questo doppio fronte – discariche esaurite o ad alto impatto nella provincia, nessuno spazio nella capitale – si aggiunge poi il piano regionale dei rifiuti. Allo stato è vigente quello approvato nel 2012 dalla giunta guidata da Renata Polverini. È però basato su dati e visioni non più attuali ed è uno strumento che ha dimostrato di non essere in grado di risolvere il problema. Il nuovo piano ha però tempi che si annunciano lunghi. L’incarico di consulenza per terminare la stesura è stato appena affidato e la conclusione dell’iter è prevista per la fine del prossimo anno.

Per ora la soluzione che si troverà sul tavolo la cabina di regia punta a siti fuori Roma, “utilizzando le disponibilità residue che la Regione ha individuato in alcune discariche – spiegano fonti contattate dal Fatto Quotidiano – come Colleferro e Civitavecchia”. Scelte non semplici, che vedono già le popolazioni pronte a mobilitarsi. La prima relazione, con l’indicazione delle soluzioni possibili, è attesa entro dicembre.

Il capitano, Papà, Mamma e le bufale

In vacanza con la bella Isoardi – inevitabile selfie in barca con abbraccio tentacolare – Matteo Salvini non rinuncia alla propaganda sui temi prediletti: famiglia, migranti, Rom. La notizia del giorno è la carta d’identità che torna “tradizionale”: scompare la dicitura “genitore 1” e “genitore 2”, tornano “madre” e “padre”. Il Paese non chiedeva altro. In serata poi “Il Capitano” si dedica agli amati africani e prende una toppa clamorosa: diffonde una notizia fasulla, quella dei migranti che “pretendono l’abbonamento a Sky” nel loro centro d’accoglienza. Salvini commenta severo, a social unificati: “Se questi signori, ospitati a spese degli italiani, non si trovano a loro agio nel nostro Paese sono pregati di trovarsi un’altra sistemazione. Chi scappa dalla guerra non ha bisogno di Sky…”. Il ministro allega un articolo de Il Giornale che a sua volta riprende una bufala diffusa da alcune testate locali. Nel pomeriggio, incredibilmente, Il Giornale si ravvede, Salvini no. Sul sito del quotidiano di Sallusti il titolo dell’articolo viene cambiato: “’I migranti vogliono Sky’. Ma la questura nega tutto”. Salvini diffonde la vecchia versione (“Ai migranti non basta il digitale. E adesso pretendono pure Sky”). Per accorgersi della modifica bisogna cliccare sull’immagine e aprire il link. A giudicare dai commenti, la maggior parte dei fan del “Capitano” non ci ha nemmeno pensato.

Ilva, l’Avvocato dello Stato scrive il parere, il figlio lo riceve

In faccende interminabili come l’Ilva le coincidenze si sprecano. Ora, com’è noto, il ministro Luigi Di Maio, sulla base di un parere dell’Anac che rilevava alcune anomalie nella procedura con cui le acciaierie sono finite ad ArcelorMittal, ha scritto all’Avvocatura dello Stato per averne un parere: la gara va annullata? Stanti le cifre (miliardarie) in ballo e la rilevanza industriale dell’accordo, la risposta non sarà certo facile. E qui la coincidenza: ad inviare il parere al ministero dello Sviluppo dovrebbe essere l’attuale Avvocato generale dello Stato, Massimo Massella Ducci Teri; a riceverlo anche Cleary Gottlieb, colosso del diritto con sede a New York e uno dei due studi legali che assiste Mittal nell’affaire Ilva, in cui dal 2009 lavora Bernardo Massella Ducci Teri, figlio di Massimo. Niente di illegittimo, ovviamente, tanto più che l’area di specializzazione di Bernardo è quella bancaria.

L’Avvocatura dello Stato, peraltro, finisce per la seconda volta al centro della vicenda Ilva. Nel primo caso fu Carlo Calenda a darle un ruolo fondamentale, quando sostenne che un suo parere del giugno 2017 gli aveva impedito di accettare il rilancio migliorativo che Acciaitalia, la cordata sconfitta da ArcelorMittal, aveva presentato all’ultimo secondo: in quel testo, in realtà, l’Avvocatura rimandava la palla al ministro, sottolineando che nel bando per le manifestazioni di interesse i commissari di Ilva si erano dotati della possibilità di fermare la gara in ogni momento senza dover risarcire gli acquirenti, spiegando pure che “non può ipotizzarsi alcun legittimo affidamento (…) allorquando (…) emerga la possibilità di conseguimento di ulteriori offerte migliorative”. Insomma, niente “ostacoli in punto di mera legittimità”, ma certo c’è il rischio di “contenziosi” e di “allungare i tempi”, il che avrebbe “ripercussioni sul bilancio pubblico”. Calenda decise allora di evitare contenziosi.

Il ministro della propaganda identitaria cerca soldi e staff

Nel nome dell’identità nazionale contro i globalisti: con questa trama ideologica Lorenzo Fontana, ministro della Famiglia e della Disabilità, lanciava il 3 agosto la proposta dell’abolizione della Legge Mancino, definita “una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano”.

Fontana, vice segretario della Lega, ex capogruppo a Bruxelles del Carroccio, esponente di primo piano del gruppo Europa delle Nazioni e delle Libertà (dove siede il Front National di Marine Le Pen) è la punta di sfondamento della propaganda sovranista, declinata in chiave non economica, ma identitaria.

Se Matteo Salvini si concentra sugli immigrati, Fontana si dedica alla difesa della famiglia tradizionale con la “F” maiuscola. E a “rovesciare” alcuni canoni culturali fino ad oggi indiscutibili nel nostro Paese: da quando è arrivato al governo non si è risparmiato uscite tipo “le famiglie gay non esistono”, né ha lesinato parole critiche sull’aborto. Parole d’ordine nuove, scale di priorità fino a qualche mese fa impensabili.

Non c’è – almeno per ora – nessuna traccia legislativa che riguardi queste tematiche. O forse è meglio dire, quasi nessuna.

Partiamo da ieri, dall’ultima esternazione del ministro dell’Interno: “Mi è stato segnalato che sul sito del Viminale, sui moduli per la carta d’identità elettronica c’erano ‘genitore 1’ e ‘genitore 2’. Ho fatto subito modificare il sito ripristinando la definizione ‘madre’ e ‘padre’”. In realtà sul sito del ministero compare oggi solo la dicitura “genitori”. Ma al netto delle dichiarazioni più o meno altisonanti, quello a cui Salvini punta è fermare le trascrizioni degli atti di nascita di bambini di coppie omogenitoriali che avvengono negli uffici pubblici. Infatti vari Comuni, in seguito ad una serie di sentenze dei tribunali, hanno provveduto a registrare documenti e certificati di nascita di bambini concepiti con la fecondazione assistita all’estero con due mamme o due padri. Si legge nelle linee programmatiche del ministro Fontana: “Se il divieto di gestazione per altri è presente nel nostro ordinamento va fatto rispettare in termini concreti, evitando che il ricorso a tali pratiche all’estero si traduca, poi, con il ritorno in Italia del minore in un continuo aggiramento di un divieto”.

Famiglia, disabilità e droga (ovvero “tolleranza zero” rispetto a quest’ultima): sono le competenze di Fontana. Tutto da vedere come si declineranno. Il ministro sta conducendo da settimane una battaglia per avere i fondi necessari. Il suo dicastero è stato tra i primi a ricevere una dotazione di 780mila euro per le dirette collaborazioni (gabinetto del ministro, legislativo, segreterie, comunicazione). Ma da allora sta cercando di mettere su la struttura per la disabilità, tema fiore all’occhiello della Lega in campagna elettorale. Dovrebbe arrivare circa un milione di euro: 500mila dall’Osservatorio della disabilità (presso il ministero del Lavoro), circa 500mila dalla Presidenza del Consiglio.

Lo schema della struttura – che prevede una decina di persone, tra rappresentanti delle associazioni, esponenti del terzo settore, tecnici dell’ufficio legislativo – è pronto ed è stato presentato a Palazzo Chigi questa settimana. I soldi si aspettano.

Appena insediatosi, Fontana ha incontrato la Fand (Federazione tra le associazioni nazionali dei disabili) e la Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap). Un paio di mesi dopo trapela una certa perplessità. Dice Franco Bettoni (Fand): “Nei prossimi mesi dovremo capire cosa succederà davvero”. Mentre Vincenzo Falabella (Fish) appare scettico: “L’incontro è stato positivo. Ma noi ci aspettavamo un ministero con portafoglio, autonomo. Invece, Fontana ha delle deleghe ristrette, per cui ogni provvedimento dovrà essere concordato con altri ministri. Istruzione, Lavoro e Sanità. Non vorrei che fosse un ministero cartolina”.

Nel provvedimento ad hoc, Fontana è delegato “ad esercitare le funzioni di indirizzo, di coordinamento e di promozione di iniziative, anche normative”. A lui, insomma, spetterebbe la regia. Ma poi su molte tematiche si tratterà di concordare misure e fondi soprattutto con Luigi Di Maio: chissà se funzionerà la collaborazione con i colleghi M5s. In programma, c’è l’implementazione del fondo per i non autosufficienti, incentivi per l’assunzione di persone disabili, valorizzazione del caregiver (il familiare che assiste il disabile).

Per quel che riguarda la famiglia, il mantra di Fontana è l’incremento demografico: più nascite. In quest’ottica, il mondo gay viene considerato quanto meno inutile. Sul tema ha scritto pure un libro (La culla vuota della civiltà). Ieri Salvini ha rilanciato il “quoziente familiare”: chi ha più figli deve avere un regime fiscale più agevolato. Per adesso, Fontana ha cominciato a discuterne col ministro dell’Economia, Giovanni Tria: ne hanno parlato a margine dell’ultimo Cdm e la richiesta è che si parta già nella manovra d’autunno. Esigenze che si accumulano alle tante altre sul tavolo. Fontana, intanto, guarda con “interesse” al bonus famiglia di Renzi: come per altri bonus, l’idea è di rivederlo, magari smantellarlo, per recuperare risorse da utilizzare in altro modo (“un sistema fiscale a misura di famiglia”).

Inutile dire che tutto ciò che riguardava il mondo Lgbt è sparito dall’agenda: nel giro di orizzonte con le associazioni che ha fatto il ministro, i rappresentanti di quel mondo non si sono neanche avvicinati. La propaganda a volte si trasforma “naturalmente” in fatti.

Il metodo Repubblica

Ieri su Repubblica è uscito un commento di C.B. (lo chiamo così perché mi accusa di “storpiare i cognomi” e non vorrei cadere in tentazione). Titolo: “Il metodo Travaglio 10 anni dopo”. Svolgimento: “L’ex dipendente del Gruppo editoriale l’Espresso, Marco Travaglio, ora direttore del Fatto Quotidiano, coltiva un’ossessione per Repubblica che non conosce requie”. La mia “ossessione” è dimostrata dal mio articolo di giovedì, in cui citavo titoli e perle di vari giornaloni, fra cui Repubblica, dedicati al presunto complotto via Twitter per rovesciare Mattarella ordito da eversori italiani e internazionali (in particolare russi) con falsi profili social, identici o simili a quelli che già avrebbero truccato il referendum costituzionale 2016 e le elezioni del 4 marzo. Partiti per suonarle a Putin, troll russi e utilizzatori finali pentastellati, i giornaloni sono finiti suonati: cioè costretti ad ammettere che i social che rilanciarono la campagna “Mattarella dimettiti” avviata da Di Maio erano di fan 5Stelle (non russi, ma perlopiù italiani), com’era ovvio e naturale. C.B. se n’è avuto a male e mi richiama all’ordine, ricordandomi di essere stato “dipendente” del suo Gruppo. È, questa, l’unica cosa vera del suo articolo: in effetti lavorai a Repubblica dal 1998 al 2002, e furono i peggiori anni della mia vita, infatti me ne andai dopo averne viste di tutti i colori (anzi, di uno solo). L’idea che chi lavora per un’azienda debba esserle grato a vita denota una concezione vagamente mafiosa della libertà, tipica infatti dei berlusconiani che nel ‘94 presero a insultare Montanelli perché osava criticare B. dopo averlo avuto come editore. Naturalmente Repubblica è un grande giornale, pieno di bravi colleghi, e ancor più l’Espresso, il suo cugino monello, cui collaborai per 12 anni senza mai subire (diversamente che a Repubblica) alcuna censura grazie a direttori come Rinaldi, Hamaui, Manfellotto e Vicinanza. Il guaio di Repubblica, oltre alla puzza di sacrestia (laica e “de sinistra”, ci mancherebbe) che vi si respira, sono molti capi e capetti totalmente impermeabili al senso dell’umorismo e dunque del ridicolo, che incedono col ditino alzato portando a spasso le loro teste come i sacerdoti il Santissimo, convinti che la ragione stia sempre da una parte (il partito o la corrente o il leader che in quel momento essi, o meglio i loro editori, hanno investito della sacra missione di governarci) e il torto sempre dall’altra (tutti quelli che si mettono di traverso sulla strada del loro partito, o corrente, o leader: i “fascisti”). Per loro le notizie non sono tutte uguali né si misurano dalla loro importanza. Ma dal loro colore, cioè dalla convenienza o sconvenienza per la Causa.

Me ne resi conto quando ci lavoravo, ma anche dopo. Per esempio nel 2008, quando Repubblica incappò in un infortunio – diciamo così – che C.B. diffusamente ricorda, scordandosi però di spiegare come nacque e come finì. Invitato da Fabio Fazio a presentare un libro su Rai1, ricordai che l’allora presidente del Senato, Renato Schifani, aveva avuto rapporti amicali e societari con personaggi poi finiti nei guai per mafia. Repubblica – per la penna di un collega che non nomino perché non c’è più e io, diversamente da C.B., rispetto i morti – mi attaccò per dire che le mie accuse erano vecchie e archiviate (non era vero: Schifani fu subito dopo reindagato per mafia, e lo rimase a lungo); per smontare il presunto “metodo Travaglio”; e per insinuare che un mafioso avesse pagato le mie ferie in Sicilia. Dimostrai sia di aver raccontato fatti veri sia – ricevute alla mano (disponibili sul web) – di aver pagato le mie vacanze fino all’ultimo cent. L’incidente si chiuse anni dopo con un chiarimento fra me e il collega che di lì a poco sarebbe scomparso. Se C.B., nella sua seduta spiritica a mezzo stampa, avesse ricordato la genesi e l’epilogo del fattaccio, avrebbe dovuto spiegare non il metodo Travaglio, lo stesso di ogni cronista onesto: fatti, documenti, memoria e archivio. Ma il “metodo Repubblica” che monta e smonta, gonfia e sgonfia le notizie secondo l’interesse politico del momento. E allora, per motivi a me ignoti (il pentito Francesco Campanella da Villabate, sodale di Schifani, spiegò ai pm gli interessi in zona di un amico di un editore di Repubblica), il Gruppo voleva tenersi buono Schifani. E pure il sottosegretario Gianni Letta, addetto a finanziare i giornali. I due ras del centrodestra erano pressoché intoccabili, il che contribuì nel 2009 a indurre altri “ex dipendenti del Gruppo” a liberarsi e a passare al Fatto.

Ora, per comprensibili motivi, C.B. non riesce proprio a concepire un giornale libero, dove le notizie si danno tutte, chiunque riguardino e a chiunque convengano. Crede che siamo tutti come lui e ci attribuisce “folgorazioni per i 5Stelle e la Casaleggio”, che definisce i nostri “nuovi padroni” (senza peraltro indicare i vecchi, né spiegare i nostri scoop sulle spese pazze di Di Maio, sul suo incontro con Marra, sulle omissioni nel curriculum della Raggi che la fecero indagare per la prima volta, sulle polizze di Romeo che la indicava come beneficiaria ecc.). Già che c’è, il nostro Linosotis mi dà lezioni di bonton sul “grammelot fascistoide” che userei per la “bastonatura” dei “reprobi di turno” con “locuzioni mascella in fuori (‘mecojoni’)”. In effetti, per commentare lo scoop di C.B. sui siti M5S che rilanciano le campagne M5S, avevo scritto “mecojoni!”. Ma credevo si potesse, da quando C.B. accusò la Raggi di “cojonare i romani”. Prendo atto che “cojonare” è lecito e “mecojoni” no. Mi scuso se ho fatto arrossire C.B. Non lo faccio più. Temo invece che continuerò a tenere un archivio di documenti e “ritagli di giornale”, anche se la cosa irrita C.B.. È un vizio di noi giornalisti fascistoidi per ricordarci le cose. Che ora mi consente di smontare il penoso tentativo di C.B. di smarcarsi dalla campagna sui troll russi contro il Colle: “Travaglio frulla il tutto e fa dire a Repubblica

quel che non ha mai scritto: Putin dietro l’aggressione a Mattarella… Repubblica

non cita mai la Russia di Putin né la fabbrica dei troll di San Pietroburgo”. Che strano. Eppure conservo tre pezzi di Repubblicanell’ultima settimana intitolati: “Dalla propaganda di Putin 1500 tweet per Lega e 5Stelle”, “Una pioggia sui social in arrivo da San Pietroburgo”, “Il Pd nel mirino dei troll russi”. Non “ritagli di giornale manipolati a sostegno di una tesi”: ma articoli stampati su carta di Repubblica (che “frulla”, lei sì, casi diversi – lo scandalo Manafort e il caso Mattarella – per montare la panna, “intossicando”, lei sì, l’opinione pubblica che finisce per non distinguere più il vero dal falso). Più un pezzo di Repubblica.it sui tweet anti- Mattarella “dietro i quali si sospetta possa esserci l’azione dei russi”. Non vorrei che C.B., in crisi di identità, confondesse il metodo Travaglio col metodo C.B.. Ricordo quando, sull’accusa a Woodcock e Sciarelli di spifferare notizie su Consip al Fatto, C.B. annunciò l’“inevitabile redde rationem tra due metodi – quello ‘Woodcock’ e quello del procuratore Pignatone – …e due culture della giurisdizione agli antipodi”. Poi fu tutto archiviato: nessuna notizia passata al Fatto, nessun metodo Woodcock. O quando, sempre su Consip, annunciò che il capitano Scafarto era stato “smascherato come impostore e falsario di passaggi politicamente significativi dell’inchiesta”; e aveva “consegnato a Marco Lillo la notizia del coinvolgimento di Del Sette”, insomma era lui “la mano che dà da mangiare al Fatto” per “far cadere Renzi” (fra l’altro già caduto da solo). Poi, quando la Cassazione scagionò Scafarto per i suoi “errori involontari”, gli cadde la penna di mano e si scordò di informarne gli eventuali lettori. O quando sparò in prima pagina: “M5S, le chat che smentiscono Di Maio. Scrisse a Raggi: ‘Marra è uno dei miei’”, “Di Maio garante di Marra. Ha mentito, la prova è nelle chat. ”. Poi si scoprì che le chat Di Maio-Raggi su Marra erano state manipolate da Repubblica e altri giornali col taglia e cuci per far dire al capo 5S il contrario di quanto diceva. Sarà mica per questo che C.B. ha tanto in uggia gli archivi?

Ps. Nella prossima seduta spiritica, potrebbe domandare al collega scomparso perché negli ultimi mesi non firmava più i pezzi con lui e gli aveva levato il saluto. Per il metodo Travaglio, o per il metodo Woodcock, o per il metodo C.B., o per il metodo Repubblica? Ah saperlo.

“Il muezzin mi sveglia di continuo. E zia mette le spezie in tutti i piatti”

Per chi avesse perso questo piccolo dettaglio: al momento mi trovo al Cairo in Egitto, sono venuta a trovare la mia famiglia visto che ho avuto il privilegio di essere per metà “italian taste” e per metà “egyptian spicy”. Da dove potrei iniziare a raccontarvi, non so… mi verrebbe un flusso di coscienza che Joyce me spazza le piramidi ma per la sanità mentale di chi mi sta leggendo, cercherò di essere ordinata. Partiamo dal presupposto che fra primavera araba, estate africana, autunno danese, alla fine erano sette anni che non vedevo i miei.

Sono cambiate tante cose, i miei cugini si sono sposati, hanno avuto figli, ormai sono zia di un sacco di nani malefici. Si, esatto sono zia. Qui funziona così, i figli dei tuoi cugini sono i tuoi nipoti, di conseguenza i miei genitori sono i loro nonni. Secondo me è tutta una mossa strategica così hai 5/6 nonne a cui chiedere un cinquantone, ma sarò io che sono maliziosa. Sta di fatto che ai bambini questa situazione confusionaria piace, hanno un sacco di gente con cui giocare e vi garantisco che giocano sul serio. Li vedi per strada con i palloni, con le biciclette, che piangono per un ginocchio sbucciato e per loro non esiste proprio restare a casa con l’iPad, anche perché nemmeno ce li hanno i soldi per comprarlo.

Qua un kilo di carne costa duecentocinquanta ghinee, che sono circa dodici euro, ma considerando che gli stipendi non sono proporzionati al costo della vita e c’è gente che vive con 500 ghinee al mese, non in molti possono permettersi la carne. Ma loro sono felici eh. Io dei sorrisi così da noi mica li ho mai visti. La gente per strada appena scopre che non sei del posto ti offre da bere, da mangiare, ti offre quello che ha ed è ben contenta di farlo. Quante cose farei con la loro pace interiore… io nemmeno se riunisco tutti i miei chakra vado dal salotto alla cucina in serenità. Ma parliamo di cose simpatiche, come il canto del muezzin cinque volte al giorno. Ora voi dovete sapere che non importa chi tu sia, dove tu sia o perché tu sia lì, ma il canto del muezzin ti raggiungerà, il muezzin ti troverá e in piena notte ti sveglierá. Che detto così pare ‘na maledizione ma la realtà è come minimo in ogni quartiere ci sono quattro, cinque moschee, ora voi immaginate di dormire beati e tranquilli e a un certo punto nel bel mezzo della notte partono i muezzin a palla che nemmeno i DJ a Milano marittima fanno tutto sto caos. Se di giorno i canti possono essere piacevoli e quasi rilassanti, capite bene che alle quattro del mattino ti verrebbe da dire “a muezzì che avemo deciso?”. La prima notte ho comodamente infartato, poi gli ho chiesto di fare più piano perché qui c’è gente che dorme e pare abbia capito. Ma parliamo del cibo. Mamma mia il cibo ragazzi, un intruglio di spezie che rende qualsiasi cosa meravigliosamente buona. Le mettono ovunque: “Zia devo fare il pollo”, “mettici le spezie”; “zia devo fare le melanzane”, “mettici le spezie”; “zia devo fare il latte e caffè”, “mettici le spezie”. Le zie egiziane sono come le zie calabresi, non cambia niente, ti rimpinzano di cibo finché non vai in apnea da compressione diaframmatica. In poche parole, per i meno esperti, ti si gonfia così tanto lo stomaco che ti si attappano i polmoni. Ora io non so dirvi se provino del godimento in questa pratica, sta di fatto che non sei legittimato ad alzarti finché non è necessaria un’ambulanza. Bello l’Egitto… e ve lo giuro su ‘sta flebo, quant’è vera ‘sta soluzione fisiologica che c’ho in vena. Dovete venire almeno una volta nella vita. Se non volete venire per il cibo venite per lo smog. Ah lo smog qua, roba di qualità, altro che Roma e Milano, io siccome sono una persona che le cose le fa fino in fondo, ormai respiro direttamente dalle marmitte che almeno se mi devo riempire gli alveoli di monossido di carbonio, lo faccio bene. Va bene se non volete venire per lo smog venite per le piramidi.

Voi non avete idea della maestosità, tu arrivi lì, le guardi e dici: “Mi potete gentilmente spiegare COME CASPITA AVETE FATTO A IMPILARE QUEI MASSI DI 100 TONNELLATE L’UNO?” “Si buò calmari signorina?” “MA IO SONO CALMISSIMA SONO”. È così ogni volta. Ogni volta che le guardo, mi chiedo come abbiano fatto a costruire quella meraviglia e non posso fare a meno di ammirarle e di tornarci, così anche questa volta è stata la stessa storia: “Papà andiamo alle piramidi?” “ma sci sei stati scento volti Faiah” “dai l’ultima volta”. Lo sa anche lui che non è l’ultima.