Basquiat, inno alla gioia della (totale) ribellione

“Ribelle”, “pittore primitivo”, “carismatico”, “bellissimo”, “arrabbiato”, “indomabile”, “selvaggio”, “talentuoso”. È dalla viva voce dei suoi amici, di chi gli è stato accanto e gli è sopravvissuto, di chi lo ha amato e aiutato a farsi strada, che viene raccontato Jean-Michel Basquiat nel documentario che Sky Arte manda in onda domenica 12 agosto alle 21.15 in prima visione assoluta per ricordare i trent’anni della sua scomparsa, avvenuta il 12 agosto del 1988. Ma Basquiat: Un ribelle a New York (titolo originale Basquiat: Rage To Riches) – il documentario prodotto e diretto da David Shulman – non è una cena di commemorazione tra invitati attempati che si commuovono nel rimembrare la perduta giovinezza, non è il solito e già visto mosaico di tristi pezzi di memoria incollati dalle lacrime dei sopravvissuti che ci rammentano come la morte spezzi a caso vite speciali e immeritevoli.

Shulman, infatti, orchestra un inno alla gioia, o meglio un inno alla gioia della ribellione, e ciò perché i volti e le voci che si inanellano, le sorelle di Basquiat, Lisane e Jeanine, e poi i famosi galleristi delle sue opere Larry Gagosian, Mary Boone, Bruno Bischofberger, Annina Nosei e gli amici e colleghi Al Diaz, Jen Stein, James Chance, Stan Peskett e molti altri, concorrono tutti a restituire un passaggio umano e artistico tanto doloroso quanto folgorante ma felice nonostante tutto: il giovane prodigio sin da piccolo sapeva in cuor suo di non voler essere altro che un artista, e lo è diventato. Lo racconta la sorella Jeanine, che ricorda il grave incidente di cui fu vittima il fratello a soli sette anni quando venne investito da un’auto. Durante il mese di degenza in ospedale, la madre – che lo portava da bambino per i musei di New York – gli regala L’anatomia del Gray, il celebre manuale di anatomia illustrato del medico inglese Henry Gray. Ne rimane talmente colpito che lo smembramento del corpo sarà presente sin dalle sue prime manifestazioni artistiche, quando già a 14 anni, spiega l’amico Al Diaz, formano il gruppo SAMO, acronimo di “Same Old Shit” (la solita vecchia merda), e disegnano graffiti per tutto il Lower East Side di Manhattan con frasi poetiche ed enigmatiche, aforismi di protesta con riferimenti religiosi, filosofici e politici sui temi dell’integrazione e povertà.

E questi sono solo i primi punti di snodo dell’esistenza di Jean-Michel che il regista David Shulman vuole restituire tramite la testimonianza di chi era insieme a lui: Jen Stein sorride ancora nel narrare l’incontro con Andy Warhol al ristorante WPA, quando Jean-Michel lo riconobbe da fuori e si presentò al suo tavolo per vendergli la loro “analphabet art” – fogli scarabocchiati in cui si profilava già il tratto del genio – a dieci dollari al pezzo; anche Annina Nosei è divertita al rinverdire i mesi in cui si era trasferito nel seminterrato della sua galleria per vivere e dipingere non avendo altro posto, lei che per prima si accorse del suo talento. E ancora l’amicizia sincera con Warhol, che in un’intervista d’epoca confessa di lasciargli fare tutto quello che vuole; la mostra Warhol vs Basquiat organizzata nel settembre 1985 da Tony Shafrazi e Bruno Bischofberger, un evento che registrò numeri da record, sui cui manifesti pubblicitari i due artisti sono come su un ring in completo da boxeur; il periodo felice vissuto alle Hawaii quando Jean-Michel voleva lasciare l’arte per sempre e riprendere a suonare.

Ma trovano spazio nel docu-racconto anche l’isolamento da tutti negli ultimi anni dopo la morte di Andy, il senso di colpa per non essere rimasto accanto a lui, la droga sempre più insistente nei suoi giorni, la morte per overdose.

E anche qui, con coraggio narratologico, Shulman non cede e rifiuta la grottesca ma edificante favola del genio incompreso che si consuma di droga e pittura in una cantina: non vuole seguitare a mitizzare la già lontana figura di Basquiat artista maledetto, genio e sregolatezza, mentre invece il suo intento è avvicinare la sua arte e la traiettoria sgangherata della sua vita alla vita di ognuno di noi, sgangherata ciascuna a proprio modo.

Il regista decide, allora, di incastonare al racconto dell’oggi (da parte di chi c’è ancora) pezzi di rare interviste di Jean-Michel, frammenti di riprese inedite anche amatoriali, in cui parla della sua creativa rabbia, della volontà di cambiare “l’irrealistico modo in cui i neri vengono rappresentati nell’arte”, e di portare la strada sulla tela. Shulman riesce, così, a dimostrare che l’arte è la prova che la grazia è possibile anche nei cuori più sventurati.

L’acqua è sempre più azzurra. E la Quadarella vince il 3° oro

Per un mese l’Italia sportiva è stata relegata al ruolo di osservatrice: i mondiali di calcio visti in tv con l’amarezza nel cuore e un groppo alla gola, i nostri azzurri non c’erano. Da ieri quei palloni rotolati per tutta la Russia, finiti in finale nella rete dei croati per esaltare la grandeur francese (come se ce ne fosse bisogno), fanno un po’ meno male. Sì perché ieri, 9 agosto 2018, è stato il giorno del riscatto sportivo: una cascata di medaglie (tre ori, un argento, due bronzi) ha impreziosito l’ultima giornata del nuoto azzurro ai campionati europei di Glasgow.

La giornata trionfale per il tricolore si apre non in piscina bensì nel più grande lago della Gran Bretagna. Nella irreale cornice del Loch Lomond (siamo nella Scozia meridionale) Giulia Gabrielleschi si piazza al secondo posto nella prova di 10 km in acque libere con il tempo di 1h54’53’’; davanti a lei solo la fuoriclasse olandese Sharon Van Rouwendaal (1h54’45’’).

Ma è nel pomeriggio che la bandiera italiana non smette di essere issata all’interno del Tollcross International Swimming Centre.

Inizia la sfilata Andrea Vergani che, dopo un avvio non felice, rimonta fino al 21’’68 che vale il terzo posto nei 50 metri stile libero (oro al favorito inglese Benjamin Proud in 21’’34, argento al greco Kristian Gkolomeev in 21’’44). Non c’è neppure il tempo di festeggiare il ragazzo milanese che ecco di nuovo una medaglia azzurra. Se la mette al collo Arianna Castiglioni da Busto Arsizio nei 50 rana: è bronzo, il secondo in questa edizione dopo il terzo posto nei 100 rana.

Le lancette scozzesi scattano sulle 17,00 (in Italia sono le 18,00): sarà l’ora più felice del nuoto di casa nostra. Nel giro di 60 minuti il gradino più alto del podio ospiterà solo atleti italiani: in sequenza Piero Codia (oro nei 100 farfalla), Margherita Panziera (regina dei 200 dorso), Simona Quadarella (prima nei 400 stile libero).

Un diluvio di successi che ribalta le gerarchie del Vecchio Continente con l’Italia che chiude la rassegna di nuoto con un bottino impressionante: 24 medaglie, 6 ori, 6 argenti e 12 bronzi.

Il nuovo record italiano (50’’64) ha permesso a Codia (28 anni di Trieste) di lasciarsi tutti alle spalle nei 100 farfalla, gara dove non riscuoteva i pronostici della vigilia. Un capolavoro i 200 dorso di Panziera, 22 anni da Montebelluna, chiusi con il record italiano di 2’06’’18 (primato dei campionati europei) quasi un secondo di distacco dalla russa Daria Ustinova.

Il gran finale è di Simona che ha trasformato Glasgow in Quadarella City: tre medaglie d’oro nel giro di 5 giorni. 19 anni, romana, in questa manifestazione ha dimostrato di essere la padrona dello stile libero di resistenza: 800, 1500 e, ieri, i 400. Non ce n’è per nessuno. Il 4’03’’35 con cui ha preceduto, dopo una volata emozionante con l’ungherese Ajna Kesely (4’03’’57) è stata l’ennesima prestazione da incorniciare. Tre ori vissuti con lo stesso identico sorriso sulle labbra: “Ci ho sperato fino all’ultimo. Mi sembra incredibile aver vinto anche i 400. Sapevo di stare bene e di essere più forte delle altre. Sono contenta, ho fatto anche un gran tempo. E posso fare ancora meglio”. Le chiedono di descrivere il proprio carattere. “Fuori dall’acqua – risponde la tremenda ragazza del quartiere Ottavia – sono molto timida ma una volta in piscina mi trasformo e divento cattiva”.

Una buona notizia arriva anche dall’atletica. Agli Europei di Berlino la lanciatrice azzurra Daisy Osakue, con la misura di 58,73, ha conquistato l’accesso diretto alla finale in programma domani. La partecipazione ai campionati della 22enne torinese di origini nigeriane è stata in forte dubbio per l’aggressione che aveva subito la notte tra domenica 29 e lunedì 30 luglio quando fu colpita e ferita all’occhio sinistro da un uovo lanciato da una macchina in corsa a Mocalieri. All’interno di quella vettura, tre giovani di cui uno, figlio di Roberto De Pascali, consigliere Pd di Vinovo, sarebbe il lanciatore. Ieri De Pascali ha dichiarato: “Siamo contenti, abbiamo fatto il tifo per Daisy”. Ma zitto no?

I Taviani nella notte dei cristalli cadenti

Non sempre la più famosa “notte delle stelle cadenti” rimanda a ricordi altrettanto rasserenanti. Il cinema ne è lapidario testimone attribuendo a La notte di San Lorenzo la rievocazione di un evento tutt’altro che positivo, anzi decisamente drammatico. A firmare nel 1982 con l’omonimo titolo una delle loro migliori opere sono Paolo e Vittorio Taviani, da sempre critici rivisitatori della storia italiana, specie di fatti legati al secondo conflitto mondiale.

Il richiamo si riferiva alla tragica strage nel Duomo di San Miniato, loro paese natìo, avvenuta il 22 luglio del 1944 ma i due cineasti scelsero di spostare drammaturgicamente la data dell’evento in agosto – appunto nella notte di San Lorenzo – e di “inventare” la località di San Martino per permettersi licenze poetiche senza riaprire in modo diretto ferite non ancora guarite. Ed è per la medesima ragione che decisero di evitare riprese all’interno del Duomo, optando di allestire il set della strage presso la Collegiata di Sant’Andrea ad Empoli.

La pellicola, scritta dai Taviani col sodale e amico Tonino Guerra e da Giuliani G. De Negri, fu un colpo al cuore e allo stomaco per le platee: un affresco epico e rispettoso ma anche elegiaco e naturalmente personale che osservava dal basso le ragioni degli ultimi, ritratti nei loro gesti e nelle loro parole più autentiche. Una poetica, questa, da sempre cavalcata dai fratelli toscani, capaci con eleganza e puntualità di mescolare le ragioni della cronaca a quelle della finzione artistica. La notte di San Lorenzo vinse il Grand Prix a Cannes, 5 David di Donatello e 2 Nastri d’argento. Nota a margine non marginale: accanto al doveroso ricordo della strage è bello poter oggi omaggiare il compianto Vittorio scomparso lo scorso 15 aprile.

Al posto della casa trova la Conad: ennesima truffa ai danni dei turisti

A una signora di Carpi era bastato versare una caparra da 250 euro per assicurarsi un appartamento sull’Isola d’Elba in cui passare una piacevole vacanza. Peccato che, una volta arrivata sul posto, l’aspirante vacanziera, anziché trovarsi davanti la bella villetta, prenotata su uno dei soliti siti di offerte, si sia imbattuta in un supermercato Conad.

La sfortunata non si è comunque data per vinta e, dopo aver trovato un altro alloggio in extremis, ha denunciato la truffa ai Carabinieri, che sono risaliti all’autore dell’inserzione: un campano di 52 anni, cui è stato sequestrato il conto corrente nella speranza di riuscire a restituire i soldi alla vittima del raggiro.

L’estate 2018 non sembra essere fortunata per i turisti di Carpi: solo tre settimane fa un altro abitante della cittadina emiliana era disposto a sborsare un anticipo da 1.200 euro pur di assicurarsi una casetta sulla spiaggia di Riccione, salvo scoprire, una volta arrivato, che invece della casa dei sogni c’era un campo nomadi. Dopo aver resistito alla tentazione di sgomberare il campo con ruspe di salviniana memoria, il povero turista ha denunciato il raggiro ai Carabinieri, i quali hanno individuato l’autore della truffa: un cinquantenne romano che aveva già compiuto altre frodi simili.

I carpigiani sono in buona compagnia: una famiglia di Milano, dopo aver versato online 200 euro di caparra per un appartamento sempre a Riccione, ha suonato alle porte della casa con tanto di valigie, venendo accolta dal legittimo propietario ignaro di tutto.

Anche questa volta gli autori sono stati identificati dalle forze dell’ordine e la famiglia ha deciso di accontentarsi del forse vecchio, ma pur sempre sicuro, hotel.

Regionali, antichi o poetici: i giochi per chi non ha nulla

Uno si nasconde, tutti gli altri restano fermi, contano e poi vanno a cercarlo. Se qualcuno lo trova, anzi che correre a fare “tana” rimane con lui. “Man mano nel nascondiglio ci saranno sempre più giocatori”, costretti a schiacciarsi come sardine. “L’ultimo che trova il fuggiasco assieme a tutti gli altri perde la partita e fa una penitenza”. Diciamo la verità: quanti di noi nella vita hanno giocato a “sardine”, cioè il nascondino al contrario? (Chi scrive mai). O quanti, prima ancora di iniziare a fare le “indianate” con il solo scopo di ubriacarsi, hanno contato i limoni di “Mezzo limone”? (Idem). Nell’epoca in cui bambini e ragazzi dipendono dalle immagini, dai tablet o dai social, recuperare “62 attività da fare senza nulla” può essere non solo educativo, ma addirittura divertente. Anche per i genitori.

Ci ha pensato la casa editrice Gallucci a metterli insieme, nel delizioso libretto Ai bambini basta niente per giocare scritto da Andrea Angiolino e illustrato con grazia da Valeria De Caterini. Diviso per categorie (rincorrersi, cercare e indovinare, giochi con le mani, di attenzione, con le parole e “di tutto un po’”), raccoglie attività che vanno a ripescare ricordi d’infanzia e passatempi quasi sconosciuti. Anche perché ce ne sono alcuni – ed è ben spiegato nelle curiosità – tipicamente regionali.

In Gallura, per esempio, al posto del classico “Sacco pieno, sacco vuoto”, si gioca a “Pilliccu e Pilloccu”: “I partecipanti si siedono introno a un tavolo – spiega l’autore – e vi mettono sopra l’indice della mano destra. Ci sono tre ordini che il capogioco può dare a suo piacimento: se dice ‘pilliccu’ i giocatori devono alzare l’indice dal tavolo e poi subito riappoggiarvelo; se dice ‘pilloccu’ devono lasciarlo sul tavolo; se dice ‘pilliccu pilloccu’ i giocatori devono essere velocissimi: l’indice va alzato alla prima parola e abbassato immediatamente, prima che inizi la seconda”. Provate a giocarci con i bambini e vi accorgerete di quanto siano più svegli loro…

Ci sono poi varianti antiche dei passatempi che tutti conoscono: al posto di “Nomi cose e città”, nel libro si segnala “Alfabeto”, un “gioco da salotto” che ebbe un enorme successo a partire dal 1901: anzi che sorteggiare una lettera e in base a quella far formulare a ciascuno diverse categorie, si assegna una lettera a ciascun giocatore e gli si chiede una categoria specifica.

Come pure tutti conoscono “Regina reginella”, la “Cavallina, “Un due tre stella”, la “Corsa delle carriole”, “Acchiapparella”; ma quanti hanno mai sentito parlare di “Hutù tù”? È un’attività molto comune tra i bambini e “ancor più le bambine indiane che, così facendo, si allenano a non perdere mai il fiato”. Ci si divide in due squadre e si delimitano due aree. “Si sorteggia una squadra e uno dei giocatori entra nella metà campo altrui, gridando senza fermarsi: ‘Hu-hu-hututù!’ per cercare di toccare gli avversari. Quelli presi vengono eliminati, ma solo se il giocatore avversario riesce a tornare nella propria metà senza smettere di gridare il suo verso”.

O, infine, ci sono passatempi che rievocano la poesia: come “Uno nell’altro”, inventato dai poeti surrealisti André Breton e Benjamin Péret, che consiste nel far descrivere a “chi sta sotto” una cosa che lui ha pensato, ma utilizzando una parola indicata dal gruppo. “I due erano convinti che in ogni cosa esistente ci fosse un legame con qualcos’altro”. Ma chissà che, così facendo, non si spezzi il legame tra i vocaboli “gioco” e “tablet”.

“Voglio potermi guardare allo specchio, non come Ax”

Articolo 31 non si può più dire: ad aprile il Tribunale di Milano ha stabilito che “la titolarità del marchio” appartiene solo a Franco Godi, ex produttore del gruppo. Fine dunque della querelle tra J-Ax e Dj Jad, le due metà della mela, definitivamente spaccata nel 2006.

Che i due rapper fossero una coppia di fatto non è difficile immaginarlo, e infatti dopo il divorzio, o meglio l’abbandono da parte di Ax, le polemiche si sono sprecate, come nella migliore tradizione dai Roses in giù. Jad (all’anagrafe Vito Luca Perrini, classe 1966), però, cerca di ridimensionare l’affaire: “È stato il contorno a montare la rivalità: non ci siamo lasciati male. Se vuoi bene a una persona la lasci libera: Ax voleva fare il solista e io non potevo trattenerlo. Ma non abbiamo litigato; certo, ci sono stati momenti in cui non ci si sopportava più, come tra marito e moglie, però gli ho sempre voluto bene e gliene voglio ora. Non ho risentimenti. Lui ha scelto tutt’altra strada: io non riuscirei mai a fare quello che fa lui, perché poi non potrei guardarmi allo specchio, ma sono felice per lui”.

Il debutto degli Articolo 31 è datato 1990; set fu Milano, delle cui periferie entrambi erano figli, uno di Bollate e l’altro di Quarto Oggiaro: “Quel nome è inciso in maniera indelebile sulla mia pelle”, ha commentato Jad, subito dopo la sentenza del tribunale. “Oggi più che mai lo sento mio, è stato e sarà sempre motivo di orgoglio, non solo per tutti i successi realizzati insieme ad Ax (9 dischi di platino non si possono cancellare né dimenticare), ma perché rappresenta ancora per me i valori e i sogni di due ragazzi che con la musica volevano cambiare il mondo”.

Se il sole di Ax non è mai tramontato, che fa oggi l’altra metà, lunare e saturnina, di quel cielo? “A metà giugno sono uscito con il singolo Opportunità, insieme a Danny Losito e Pino Pepsee: è un brano ricco di contaminazioni; non solo hip-hop, ma anche funk, reggae, soul e R&B. È un inno alla vita, parla di riscatto, di non abbandonare i propri sogni, di non arrendersi malgrado le avversità e i torti subiti”.

L’album arriverà nel 2019, mentre dopo l’estate uscirà l’autobiografia di Jad, con ricco corredo iconografico e, in allegato, un 45 giri in vinile: “Un libro sulla mia vita, pieno di aneddoti e curiosità sugli Articolo 31. Ad esempio, quando abbiamo vinto un Disco per l’estate (nel 1995 con Ohi Maria, ndr) non ce lo aspettavamo proprio, tanto che dopo l’esibizione ce ne siamo andati: Ax in una sala giochi e io a bere una cosa. Non abbiamo mai fatto nulla a tavolino, non abbiamo mai calcolato alcunché: vivevamo la musica, vivevamo i momenti. Come durante una assurda tournée a Cuba (ride maliziosamente, ndr)… ma di più non posso svelare”.

Ax è uscito dal gruppo nel 2006; dopodiché Jad è “volato negli Stati Uniti per realizzare un sogno: lavorare con gli artisti della scena black americana. In quegli anni ho studiato moltissimo e ho voluto ricercare la creatività dentro di me, dopo che avevo avuto il ‘successone’, e riprendere in mano la mia vita. Chi sono, cosa faccio, mi chiedevo. Ma sono sempre lo stesso? Per trovare me stesso sono tornato nell’underground, da dove ero venuto, confrontandomi con moltissimi artisti a livello internazionale, anche jazzisti. Cose molto di nicchia, ma era una mia precisa scelta: volevo ritrovare le mie radici. E adesso con il singolo Opportunità è tempo di un nuovo inizio, dopo dieci anni che sono assente dalle scene. Non importa se qualcuno sminuisce me e la mia nuova big band quando ci esibiamo alle feste patronali: la musica va portata ovunque e soprattutto in piazza, luogo della condivisione e simbolo di democrazia e libertà”.

Produrre oggi è molto più difficile degli Anni Novanta… “Indubbiamente, molte cose si sono inquinate anche per colpa dei talent. Non voglio puntare il dito, ma i talent – ahimè – hanno messo da parte grandi artisti. Non do colpa ai ragazzi che partecipano, che comunque cercano di trovare una propria strada: è il meccanismo che sfrutta questi ragazzi, e poi avanti il prossimo. Oggi è tutto più superficiale, le nuove generazioni non hanno punti di riferimento. La musica buona c’è, ma è esclusa dai mass media, dove dilaga la spensieratezza: la televisione mi sembra un po’ diseducativa. Io con la musica cerco, se riesco, di muovere le coscienze, soprattutto nel momento piatto in cui siamo e anche con pezzi goliardici, non per forza con contenuti sociali o politici. Mi sento un comunicatore, non una superstar”.

Però business is business e a volte con l’arte c’entra poco o nulla; anzi, l’arte, in questo caso, è meglio “metterla da parte”. “Confermo, ma sono positivo: la vita è fatta di cicli. Credo che ritornerà un po’ di cantautorato, ritorneranno cose che hanno spessore perché, ripeto, questo meccanismo è dettato dal mercato, che ha solo interesse a tenere le persone spensierate, e quindi innocue. Internet poi soffoca tutto, tutto ha una scadenza, un tempo determinato. Una canzone, un artista vanno un tot, e poi più. Non ho nulla contro la musica di puro intrattenimento, ma io sono nato e cresciuto con certi valori culturali e sociali”.

Si è mai sentito una meteora? “No, assolutamente, il successo però – io che ne ho avuto tantissimo, ma questo non significa sentirsi arrivati – è difficilissimo da gestire: può cambiare le persone, può distruggerle psicologicamente”. Cambiare mestiere, no? “Mai, la musica per me è terapia, una medicina: difficile spiegarlo. Se avessi scelto altro, forse avrei fatto il pittore: mi piace molto dipingere a olio, su tela. In ogni caso, rimarrei sempre nel campo artistico perché è l’arte che fa girare il mondo”.

Ritrovata arma dell’omicidio di Antonino Scopelliti

È stata ritrovata a Catania l’arma utilizzata nell’omicidio giudice della Corte di cassazione Antonino Scopelliti, ucciso il 9 agosto del 1991 in località Piale di Villa San Giovanni, nel reggino. Si tratta di un fucile calibro 12. “A seguito di mirata attività investigativa di questa Direzione distrettuale antimafia – si legge in un comunicato del Procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri – con attività di ispezione e perquisizione di alcuni luoghi situati nel territorio della provincia di Catania, le ricerche svolte dalla Polizia di Stato delegata alle indagini, ed in particolare dal Servizio centrale operativo, dalla Squadra mobile della Questura di Reggio Calabria e dalla Polizia scientifica delle Questure di Reggio Calabria e di Catania, con massiccio impiego di uomini e di risorse tecniche e tecnologiche, ha consentito di rinvenire, e sottoporre a sequestro, l’arma che, fondatamente, è da ritenere sia stata utilizzata per compiere l’attentato”.

Il fucile era stato nascosto con cura in un fondo agricolo in provincia di Catania. Il luogo del ritrovamento confermerebbe l’ipotesi di un ruolo di Cosa nostra nell’omicidio del magistrato.

La crisi che non finisce mai e lo spettro dell’intervento Bce

A otto mesi dall’aumento di capitale da 560 milioni di euro e dalla conversione dei bond subordinati, operazioni che avrebbero dovuto rimettere in sesto l’istituto e tranquillizzare la vigilanza bancaria europea, Carige si ritrova in mezzo alla bufera. Circostanza che ha messo in allarme i risparmiatori.

Il 20 luglio scorso la Bce ha fatto notare all’istituto ligure che il rafforzamento del capitale non era sufficiente. Il Total capital ratio a giugno si attestava all’11,9% rispetto al requisito minimo previsto al 13,125%. Si faceva inoltre presente che l’esodo di consiglieri di amministrazione pregiudicava il buon funzionamento della governance e la reputazione della banca. Per rimettere le cose in sesto la Bce ha prescritto “l’emissione di strumenti di capitale di classe 2”, cioè nuovi bond subordinati e la vendita di assett, oltre al ripristino di una efficiente governance. Su nessuno dei tre fronti però la banca ha fatto passi avanti anzi, con le ulteriori dimissioni dal cda e il declassamento del debito da parte delle agenzie di rating, questa settimana le cose sono peggiorate.

Che dopo la tosatura degli ex obbligazionisti subordinati, che si sono visti trasformare i bond in nuovi titoli che valevano tra il 30% (i meno garantiti, Tier 1) e il 70% di quelli vecchi, la banca avrebbe fatto fatica a trovare nuovi investitori entusiasti dei suoi titoli obbligazionari ad alto rischio non stupisce. Solo che i bond subordinati rappresentano un cuscinetto di debito da trasformare in capitale in caso di necessità, senza il quale lo spettro di una risoluzione, si fa più reale. L’ha scritto la stessa agenzia Moody’s: se Carige non riuscisse a farsi approvare il nuovo piano di conservazione del capitale, da presentare entro novembre, “Si ridurrebbero le possibilità del gruppo di proseguire da solo e sarebbe più probabile la via della risoluzione”. In un caso come Carige la risoluzione, più che un immediato rischio per gli azionisti, potrebbe significare la sostituzione d’ufficio del consiglio e una ristrutturazione gestita dalle autorità di vigilanza. Ma è chiaro che si tratta di un scenario per ora poco probabile, considerando che la banca non è in dissesto e nel primo semestre contabilizza un utile lordo, al netto delle poste straordinarie, di 20 milioni.

Carige: crediti cancellati, finanziamenti facili e litigi

Proposte al cda di chiudere un credito da 55 milioni accettandone solo uno. Richieste di ‘stralciare’ 15 milioni a un altro debitore. Pratiche, mai concluse, per un finanziamento a Luca Parnasi. Fino all’iter per un mutuo al figlio di Luigi Bisignani, Renato. Sono giorni di battaglia in Carige.

Da una parte i vertici guidati dall’ad Paolo Fiorentino, dall’altro il maggiore azionista, Vittorio Malacalza. Tra i nodi c’è la gestione di crediti da centinaia di milioni eredità dell’era di Giovanni Berneschi (terminata con arresti e condanne). Una delle pratiche che hanno suscitato tensione è quella che riguarda i 55 milioni di credito che Carige vanta verso due società armatoriali – Investimenti Marittimi e Navigazione Italiana – che oggi sono in liquidazione e in passato facevano capo alla famiglia genovese Rosina. Un finanziamento che, ricordano documenti interni di Carige in possesso del cronista, era servito per acquistare la società di navigazione Premuda spa. Quello che successe dopo è riassunto in poche righe: “Rilevanti svalutazioni del valore patrimoniale delle partecipazioni in Premuda… aumenti di capitale…” fino alla cessione di Premuda al fondo Pillarstone. Ma a Carige restavano 55 milioni di credito. Ed ecco che viene presentata una richiesta: per Investimenti Marittimi a fronte del finanziamento di 50,2 milioni si propone “l’adesione a un accordo di ristrutturazione… che prevede un incasso per la nostra banca di 495.477 euro con stralcio tombale della restante esposizione”. Meno dell’1%. Per Navigazione Italiana – 5,7 milioni di debito – si parla di un accordo intorno a 500mila euro. In totale circa un milione su 55. La proposta è stata presentata più volte in cda suscitando malumori. C’è chi ha fatto notare che nelle carte era scritto: “Il liquidatore ha proseguito nelle trattative… con il supporto del consulente incaricato, Giancarlo Strada, al fine di individuare la possibile definizione di un accordo”. Solo che il “consulente” Strada è anche sindaco di Carige. Niente di illegale, ma il doppio ruolo ha alimentato lo scontro. Ambienti vicini a Fiorentino dicono che l’idea di accettare un milione è nata perché “l’alternativa è incassare poco o rischiare di restare a mani vuote”. Strada si limita a dire: “Di Carige non parlo”.

È l’ultimo capitolo. Nella lettera di dimissioni, riportata dal Fatto, l’ex consigliere Stefano Lunardi puntava il dito contro “la concessione di 15 milioni di stralcio al Gruppo Preziosi”. In pratica uno sconto sul debito a una persona che, si dice, disponeva di beni. Parliamo del patron del Genoa (non indagato) destinatario di finanziamenti con la gestione Berneschi. Era stato poi lo stesso Fiorentino a rivelare l’apertura di una pratica per un finanziamento a Luca Parnasi, costruttore romano travolto dalle inchieste per lo stadio di Roma con l’avvocato genovese Luca Lanzalone, vicino alla giunta di Virginia Raggi. Parnasi nelle intercettazioni chiedeva a Fiorentino un incarico per Lanzalone. Fiorentino giura: “Non diedi incarichi a Lanzalone. E ho stoppato il finanziamento a Parnasi”.

I contatti tra mondo romano e Carige sono frequenti. Ieri in banca si è esaminato un mutuo a Renato Bisignani (estraneo alle inchieste), addetto stampa di Formula E – vetture da corsa elettriche che hanno gareggiato a Roma – e figlio del procacciatore d’affari Luigi Bisignani. Fonti vicine a Bisignani jr. dicono: “Sono andati lì solo perché le condizioni erano buone”. Renato abita a Londra: “Sarà più complicato”, dicono agli sportelli Carige, “noi siamo attrezzati soprattutto per mutui a residenti in Italia”.

L’Argentina boccia l’aborto: in piazza scontri fra schieramenti

Dopo una seduta fiume durata l’intera giornata, mercoledì il Senato ha respinto la legge di depenalizzazione dell’aborto. Fuori, sulla Plaza del Congreso e l’ampia Avenida Callao si sono fronteggiati i due schieramenti in una manifestazione nutrita come da tempo non si vedeva in Argentina. Il fronte abortista agitava un panno verde come simbolo; quello pro-vita uno azzurro; entrambi hanno sfidato la fredda pioggia persistente.

Il 22 febbraio il presidente Macrì aveva improvvisamente proposto la questione, benché fosse ritenuto ideologicamente contrario all’aborto, facendo sorgere il sospetto che la mossa servisse a distrarre l’opinione pubblica nei giorni delle difficoltà economiche avevano provocato una svalutazione del peso e il ricorso agli aiuti del Fondo monetario.

Da allora i mass media si sono dedicati al caso, con una Chiesa che inizialmente, pur non ammettendo la legalizzazione della pratica abortiva (che secondo i dati provoca la morte di circa un migliaio di donne ogni anno negli interventi clandestini) era sembrata affrontarla blandamente. Fino a quando la sessione dedicata alla Camera dei deputati, per un ristretto margine di voti, ha approvato il progetto di legge. Allora sono intervenute pesantemente le organizzazioni in difesa della vita che, spuntate come funghi, hanno creato un fronte pari a quello per l’approvazione, che ha contato defezioni via via più massicce.

Ora si sta pensando a modificare la legge per eliminare il reato di delitto per i medici che praticano l’aborto quando avvenga per condizioni di pericolo di vita per la madre o di gravidanza provocata da violenza sessuale.