Chi denuncia subisce un doppio abuso

Una donna che subisce violenza in Giappone e decide di andare a denunciarla in commissariato può trovarsi davanti alla richiesta delle forze dell’ordine di mimare la violenza subita, replicandola con manichini a grandezza naturale, mentre risponde alle domande degli investigatori .

A rivelarlo è un report pubblicato da Human Rights Watch (Hrw), organizzazione non governativa che da anni si occupa di diritti umani in tutto il mondo.

Il rapporto dell’organizzazione segnala inoltre che il 95% delle violenze subite da donne non è denunciato nel Paese e che spesso a soffrire la gogna mediatica non è l’aguzzino bensì la vittima a causa di una cultura che considera lo stupro come “imbarazzante” per la donna che lo subisce. Ma solo per lei.

Quello della percezione della violenza di genere è un problema che purtroppo non riguarda solo il Giappone: a gennaio Jeremy Wright procuratore generale dell’Inghilterra e del Galles ha deciso di revisionare tutti i casi di abusi sessuali allo scopo di ultimare le indagini e portare a termine le inchieste.

Il protocollo britannico costringe infatti la vittima che denuncia lo stupro a consegnare agli investigatori tutti i dispositivi elettronici di cui è in possesso, ciò produce un’evidente perdita di privacy che non incoraggia certo le donne violentate ad affidarsi alla giustizia. Già a marzo 2017 un sondaggio aveva rivelato come tra le vittime di violenza nel Regno Unito, ben cinque donne su sei avessero deciso di non sporgere denuncia per non subire invasioni nella sfera personale. Anche la Nuova Zelanda sembra avere lo stesso problema come testimoniato da un’inchiesta condotta dal quotidiano New Zealand Herald che ha rivelato che negli ultimi vent’anni la polizia neozelandese ha archiviato migliaia di casi di violenze su donne come “non crimine”. E, anche se negli ultimi anni la situazione è leggermente migliorata, sono ancora tante le donne che vedono la loro denuncia finire nel dimenticatoio.

E in Italia? Lo chiediamo ad Anna Maria Giannini, professoressa di Psicologia generale presso l’Università La Sapienza di Roma. “Le forze dell’ordine del nostro Paese, in primis Carabinieri e Polizia di Stato, hanno fatto notevoli passi avanti – risponde -. Pratiche come quella giapponese che costringono la vittima a rivivere il trauma appena subito sono state bandite dall’Italia con la Decisione Quadro d’Europa del 2001”.

“Se infatti possono forse essere utili per le indagini – aggiunge la professoressa -, questi metodi investigativi sono molto pericolosi per la vittima in quanto potenzialmente ritraumatizzanti”. “L’Italia ha fatto grandi passi in avanti e oggi, come dimostrano i recenti dati di Telefono Rosa, c’è stato un boom di denunce negli ultimi sei mesi – conclude Giannini -. Ciò vuol dire che sempre più persone hanno fiducia nella risposta che le istituzioni possono dare su questo tema. Ma non bisogna correre il rischio di rilassarsi: il fenomeno rimane sempre preoccupante”.

“La British è omofoba. Riporta i gay all’inferno”

Da luglio la British Airways è nel mirino delle comunità gay inglesi. La compagnia area britannica, infatti, rimpatria sui propri voli i rifugiati respinti dal Regno Unito che hanno chiesto (invano) asilo a Londra per sfuggire all’omofobia di cui soffrono nel proprio Paese di origine.

Diverse le iniziative per spingere la British Airways a cambiare il protocollo. Una petizione online conta oltre su 50mila supporter mentre moltissimi attivisti e politici – tra cui i deputati laburisti David Lammy e Lloyd Russell Moyle – hanno firmato una lettera aperta pubblicata da The Guardian per chiedere alla British di non offrire più posti sui propri aerei per rimpatriare quei soggetti “brutalmente radunati ed espulsi dal Regno Unito che così li condanna ad affrontare, una volta tornati nel Paese di origine, povertà, persecuzioni e in alcuni casi morte”.

La lettera oltre ad attaccare frontalmente le compagnie che “guadagnano da queste deportazioni” definendo la loro presenza “un affronto alle libertà che il Pride rappresenta” se la prende nello specifico con British Airways accusandola di mantenere una sorta di “doppia morale” sulla questione dei diritti delle comunità gay.

La compagnia è infatti uno dei principali sponsor del Gay Pride di Brighton, uno dei più importanti organizzati nel Paese britannico, e proprio durante questa parata avvenuta sabato scorso, tre attivisti hanno deciso di manifestare pubblicamente la propria indignazione nei confronti di BA incatenandosi alla torre di osservazione, nonché grande attrazione turistica, fermandone il funzionamento mentre sotto si svolgeva la parata festosa.

Le associazioni Lgbt hanno inoltre resi noti i numeri riguardanti coloro che richiedono asilo perché perseguitati nella propria nazione a causa dell’orientamento sessuale: tra luglio 2015 e marzo 2017 sono stati 3500 i richiedenti asilo per omofobia di cui secondo uno studio “sperimentale” dell’Home Office ben il 74% de è respinto dal governo britannico. Cifre allarmanti soprattutto quando si va a guardare i singoli Paesi a cui si riferiscono: il 55% di chi prova a scappare dall’Uganda, la cui legislazione definisce l’orientamento omosessuale “contro natura”, viene infatti respinto.

La compagnia dal canto suo ha provato a difendersi dichiarando di essere obbligata da un impegno legale (l’Immigration Act che risale al 1971) a svolgere questo compito per conto del governo e aggiungendo inoltre che se i piloti e il personale di bordo provassero a ribellarsi e a non effettuare i rimpatri, così come richiesto dal governo, rischierebbero di finire sotto processo. Lo scontro fra British Airways e gli attivisti Lgbt è molto simile a quello già avvenuto nello scorso mese di giugno sempre fra la comunità gay e un’altra compagnia aerea, la Virgin Atlantic. Anche quest’ultima era infatti stata messa sotto accusa per lo stesso motivo dagli attivisti e aveva infine dovuto capitolare rescindendo il contratto che la obbligava a riportare nel Pese d’origine per conto del governo i rimpatriati “non volontari”.

Una portavoce della compagnia aerea ha poi dichiarato che Virgin Atlantic non è mai stata costretta a far volare sui propri voli i richiedenti asilo respinti dal governo. Inoltre se da un lato sulla decisione di Virgin Atlantic hanno sicuramente inciso le pressioni delle comunità Lgbt, fondamentale è stato anche lo scoppio dello scandalo Windcrush che ha fatto scoprire come 63 richiedenti fossero stati rimpatriati avendo in realtà le carte in regola per rimanere.

Che serva un altro scandalo di questo tipo per convincere anche British Airways?

Missile centra uno scuolabus. È strage di bambini a Dahyan

il comitato internazionale della Croce Rossa, che gestisce un ospedale a Dahyan nella provincia settentrionale di Saada, ha denunciato che “decine di civili” sono stati uccisi e feriti nel raid, che ha colpito un autobus che trasportava bambini e adulti e che stava attraversando una zona di mercato. Si parla di 43 morti e 63 feriti. La Coalizione a guida saudita, accusata della strage, nega di avere preso di mira i civili.

Bachelet nuovo commissario per i diritti umani

Sarà Michelle Bachelet, ex presidente del Cile e vittima di torture sotto il regime del generale Pinochet, il nuovo Alto commissario Onu per i diritti umani.

Ad annunciare la nomina di una delle donne considerate tra le più influenti del mondo della politica è stato – attraverso una lettera a seguito delle consultazioni con i direttori dei gruppi regionali presso le Nazioni Unite – Antonio Guterres, il segretario generale delle Nazioni Unite.

L’ex leader cilena sostituirà il giordano Zeid Ràad Al Hussein, in carica dal settembre 2014, che recentemente aveva commentato le frasi di Donald Trump contro i media paragonando il presidente Usa a “un autista di autobus che guida in modo spericolato su una strada di montagna”.

Michelle Bachelet, oltre a essere stata la prima donna ad aver guidato due volte il Cile, è stata anche la prima direttrice dell’Un Women, agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere.

Essendo figlia di un generale che si oppose al rovesciamento del presidente Salvador Allende da parte di Augusto Pinochet, Michelle fu arrestata nel 1975 (all’età di 24 anni) e trattenuta per diverse settimane nel famigerato centro di interrogatorio e torture di Villa Grimaldi a Santiago.

Una volta finita la dittatura militare, è entrata in politica lavorando al ministero della Salute e arrivando a dirigerlo nel 2006 per poi passare alla guida del dicastero della Difesa. Eletta Presidente per due mandati, prima dal 2006 al 2010 e poi dal 2014 allo scorso marzo, è ricordata per le sue politiche progressiste in favore delle fasce più deboli della popolazione e per aver concesso nel 2007 l’amnistia a tutti gli immigrati irregolari dei Paesi sudamericani presenti in Cile. Un biglietto da visita notevole visto il vento che tira negli Stati Uniti e non solo.

Il cuore nero dell’Africa cerca un nuovo dittatore

Joseph Kabila ha deciso: non sarà lui a correre per le elezioni presidenziali del 23 dicembre. Il signore del Congo, autoproclamatosi presidente nel 2001 dopo l’assassinio del padre, Laurent-Désiré Kabila, poi eletto nel 2006 e nel 2011, cede alle pressioni internazionali e soprattutto a quelle della Chiesa cattolica congolese. Terminato il mandato quasi due anni fa, obbligato dalla Costituzione a non presentarsi per la terza volta, Joseph Kabila ha tergiversato a lungo, con il rischio di portare al collasso un Paese sempre sull’orlo del baratro a causa di conflitti mai sopiti e crisi umanitarie – l’ultima è la nuova esplosione del virus Ebola che ha causato più di 30 morti nella regione del Nord Kivu. Mercoledì, allo scadere del termine della presentazione per le candidature, un portavoce del governo ha indicato nel ministro dell’Interno Emmnauel Ramazani Shadary, fedele con un profilo da tecnocrate, il designato alla sfida elettorale.

Per la Repubblica democratica del Congo è la fine di un’era, cominciata con il governo di Kabila senior nel 1997, passato da guerrigliero oppositore al regno di Mobutu Sese Seko ad autoproclamato presidente. Combattente il padre – che a metà degli anni 60 era perfino stato incoronato leader dal Che, incrociato in occasione di una breve spedizione cubana in Tanzania – combattente il figlio, che assume un ruolo militare di rilievo prima alla guida dei ribelli poi come comandante delle forze governative nelle due guerre del Congo (tra il 1996 e il 2003). Molti i dubbi nella sua biografia. Nato nel 1971 in un villaggio del Katanga, studia in Tanzania e viene addestrato militarmente in Cina: c’è chi sostiene che sia in realtà figlio adottivo di Laurent e chi mette anche in dubbio la nazionalità congolese. L’omicidio del padre (per mano di una guardia del corpo) apre a Joseph la strada del potere. Secondo molti è proprio lui il mandante dell’assassinio.

Tra i pretendenti al trono dei Kabila, si fa avanti l’antico rivale Jean-Pierre Bemba. Rientrato trionfalmente a Kinshasa pochi giorni fa dal Belgio dopo un esilio decennale, l’ex signore della guerra era stato condannato dalla Corte Penale Internazionale nel 2002. L’allora vicepresidente del Congo fu ritenuto responsabile, secondo l’Aja, di orribili violenze sui civili commesse dalla sua milizia privata composta da 1500 uomini, dispiegata nella vicina Repubblica Centrafricana per sventare un presunto golpe. Ma il verdetto è stato ribaltato in appello lo scorso 8 giugno. Allo sconcerto delle organizzazioni umanitarie si aggiunge quello di testimoni sopravvissuti a quei crimini, che non potranno mai dimenticare.

Rimane invece fuori dalla competizione Moise Katumbi, ex governatore della regione meridionale del Katanga, al quale la polizia ha impedito di valicare il confine dallo Zambia poche ore prima della scadenza dei termini per la candidatura. Ricchissimo e potente uomo d’affari prima che politico, per sfuggire a un mandato d’arresto che pende su di lui da due anni – giudicato dall’interessato “frutto di una manovra politico-giudiziaria” -, ha scelto l’esilio. Tra gli altri candidati, 26 in tutto, anche l’ex presidente dell’assemblea nazionale Vital Kamerhe e Félix Tshisekedi, leader del maggior partito di opposizione.

“Paradiso e inferno sono una cosa sola in Congo”, spiega padre Giulio Albanese, colombiano e direttore della rivista Popoli e Missioni. “Le risorse che potrebbero far ricca la popolazione di questo Paese ci sono – ricorda Albanese -, ma lo scenario è segnato da corruzione diffusa della classe dirigente ed enormi interessi stranieri: americani, europei, adesso anche cinesi. Se ci sono i corrotti in Congo, la colpa è anche di chi corrompe da fuori”. Grande quanto tutta l’Europa occidentale, con una popolazione di 82 milioni di persone, l’ex possedimento privato di re Leopoldo II del Belgio è una gigantesca miniera che sforna non solo oro, diamanti e rame, ma anche il preziosissimo coltan – una lega naturale utilizzata per componenti elettroniche. “Uganda e Ruanda hanno da tempo le loro mire sulle risorse del Paese e approfitterebbero volentieri della divisione del Congo, se la situazione dovesse precipitare”. E l’Europa un tempo colonialista, che fa oggi? “Le ingerenze di alcuni governi europei sul Congo restano davvero troppo forti”, risponde il missionario. Il futuro del “cuore di tenebra” dell’Africa rimane tutto da scrivere.

Volpe Pasini, l’ultimo disertore

Un altro generale dell’Esercito di Silvio diserta e passa al nemico. Dopo Simone Furlan, che all’inizio di luglio ha aderito al partito di Giorgia Meloni (“Forza Italia è cambiata, non è più gestita da Berlusconi, non ne condivido più la linea”), tocca ora a Diego Volpe Pasini, che sceglie di stare con Matteo Salvini. Imprenditore friulano in Forza Italia dal 1994, con in curriculum diversi guai giudiziari (nel maggio 2015 fu arrestato a Roma dopo una condanna per mancati versamenti Inps ai suoi dipendenti), Volpe Pasini è sempre stato un berlusconiano eretico. Di quelli sempre con mezzo piede fuori, mai nella manica dei big azzurri. Movimentista e borderline nonostante il doppiopetto, come quando diede vita, nel 2013, all’Esercito di Silvio. “Tra gli elettori di centrodestra, e di Fi in particolare, esiste un diffuso sentimento pro-Salvini. Fu proprio Berlusconi a dire che chiunque avesse preso un voto in più sarebbe stato il leader del centrodestra. E ora Salvini merita di essere leader”, ha spiegato ieri Volpe Pasini. Così al povero fondatore, chiuso nel suo bunker a Villa Certosa, non resta che prender nota. Pure l’Esercito di Silvio non c’è più. Forse quell’idea di Ghedini di aprire il fronte orientale non era questo granché.

Le maestre “licenziate” e la sanatoria del governo

Migliaia di maestre alla fine del prossimo anno scolastico perderanno il contratto, ma troveranno un’altra cattedra in futuro. E la colpa non è certo del decreto Dignità: la vicenda dei diplomati magistrali della scuola si trascina da un decennio, ed è diventata emergenza per una sentenza del Consiglio di Stato a fine 2017, quando in carica c’era ancora Gentiloni. Sul tema, per altro, vecchio e nuovo governo hanno idee simili, nonostante litighino in continuazione: ovvero un concorso straordinario e riservato per salvare le maestre.

Nel decreto Dignità appena approvato è inserita la sanatoria per gli insegnanti delle elementari che rischiano di essere licenziati a causa di un lungo contenzioso finito male. Una questione sociale che è subito diventata oggetto di scontro politico. “Avete trasformato da indeterminato a determinato il contratto di 7 mila docenti, che perderanno il lavoro il 30 giugno 2019”, l’accusa della deputata Pd, Anna Ascani. “C’è stato un dibattito di 6 ore in commissione, chiedevamo una salvaguardia ma Di Maio non ha aperto bocca”. “Lei è imbarazzante, quando eravate al governo non avete fatto nulla”, la replica del leghista Massimiliano Fedriga. Di vero c’è la trasformazione contrattuale, la platea degli interessati e il fatto che il problema viene da lontano: la questione, però, è un po’ più complicata di così.

Si tratta dei “diplomati magistrali” entro il 2001/2002: prima di allora, infatti, il diploma magistrale era titolo sufficiente per insegnare alle elementari. Ora è obbligatoria la laurea e quei docenti hanno sostenuto in tribunale il loro diritto all’insegnamento. Nel 2014 una sentenza del Consiglio di Stato aveva riconosciuto loro l’abilitazione. Ma il vero obiettivo era entrare nelle graduatorie che garantiscono il posto fisso (le GaE), e su questo il parere dei giudici è stato sfavorevole: la sentenza del 2017 stabilisce che questi docenti possono insegnare, ma non hanno diritto ad essere assunti (serve un concorso).

Il problema è che molti di loro, in virtù di pronunciamenti cautelari e inserimenti in graduatoria con riserva, lo erano già stati negli scorsi anni. Circa 7 mila, appunto la cifra citata dalla Ascani. A rigor di legge dovrebbero essere licenziati. La questione si era già posta a metà dello scorso anno scolastico: il Ministero aveva deciso di “congelarla”, permettendo di rimanere in cattedra fino a fine anno (anche per garantire la continuità didattica ed evitare disagi agli studenti), in attesa di una soluzione definitiva. Nel frattempo ci sono state le elezioni, è cambiato il governo e la palla è finita nelle mani di Lega e M5s.

L’atteggiamento del ministro Marco Bussetti non è stato molto diverso da quello di Valeria Fedeli, che l’aveva preceduto al Ministero: “Le sentenze si rispettano”. In realtà entrambe le gestioni hanno cercato un compromesso, per non lasciare a casa 7 mila maestre. E poi il mondo della scuola è già abbastanza agitato, ha creato problemi al Pd e M5s e Lega non vogliono commettere lo stesso errore.

La soluzione è nel dl Dignità, ma tecnici Miur e sindacati ci lavoravano già nella vecchia legislatura: anche per il 2018/2019 le maestre restano in cattedra, anche se il loro contratto a tempo indeterminato diventerà a tempo determinato, come affermato dalla Ascani. Nel frattempo, però, il Ministero bandirà un concorso straordinario riservato ai diplomati magistrali e alle altre maestre precarie con abilitazione (i laureati in Scienze della formazione) con almeno 2 anni di servizio: non sarà selettivo (anche se il testo non lo dice esplicitamente) e quindi tutti, senza esclusione, saranno inseriti in una graduatoria che darà accesso al posto fisso. Dunque effettivamente nel 2019 le 7 mila maestre saranno “licenziate” (sempre che non arrivino ulteriori proroghe). Forse ci vorrà un po’ di tempo, perché le liste sono piuttosto lunghe, specie al Sud (intanto potranno fare supplenze). Ma prima o poi saranno tutte riassunte: sul lungo periodo nessuno perderà il lavoro.

Magia: Salvini si fa buono e inizia la rincorsa al 40%

Era insolitamente pacato il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio visto l’altra mattina ad Agorà (Raitre). L’avevamo conosciuto tra i salviniani più arrembanti, prima della presa della Bastiglia. Uno che nei talk non faceva prigionieri mazzolando chi non si piegava (i disprezzati buonisti) al pensiero unico sovranista: prima gli italiani e poi chissenefrega.

Lo abbiamo ritrovato a commentare la strage dei braccianti in Puglia, sedici morti in due incidenti stradali. Ma in realtà –nella eterna condizione di “schiavi”– vittime del caporalato e della catena di sfruttamento: grande distribuzione, aziende agricole, ultimi della terra. Una somma di problemi lasciati marcire da sempre e non certo addebitabili a chi governa da un paio di mesi (come osservato da Riccardo Barenghi). Quelle di Centinaio sono sembrate risposte di buon senso, perfino con qualche venatura di sinistra (convinti che peggior offesa non potremmo fargli).

Sempre a proposito di quei tragici fatti poi abbiamo visto in qualche tg il ministro degli Interni Matteo Salvini selfeggiare sorridente, questa volta non con rubizzi padroncini padani o con damazze ingioiellate. Ma, udite udite, con un gruppo di ragazzi di colore, probabilmente irregolari (subito abbiamo pensato alla famosa rubrica enigmistica: trovate l’intruso). Quel medesimo Salvini passato dalla versione trucibalda delle pacchie finite al “registro costruttivo del buonsenso” (Giuliano Ferrara). Buonsenso: parola che casca a fagiolo visto che va di moda citare Mattarella che ha citato il Manzoni (“il buonsenso c’era ma stava nascosto per paura del senso comune”). E che introduce la domanda politica del momento: Salvini (con i suoi) c’è o ci fa? Si è ravveduto? Ha capito di avere passato il limite della decenza democratica? Ma no, è la solita vecchia tecnica del bastone e della carota.

Fateci caso, dopo il 4 marzo, in meno di un mese la Lega passa dal 17% delle Politiche a quasi il 31% dei sondaggi. Un boom così improvviso forse non si era mai visto nella storia repubblicana. Poi l’impennata si ferma, ma non è ancora il pieno. Il bastone ha lavorato benone e quei milioni di voti che gonfiano il Carroccio, perfino oltre i Cinque Stelle, provengono (quasi) tutti da Forza Italia. Elettori di destra destra, basta con gli immigrati e quella roba lì che vogliono l’uomo forte: Berlusconi non lo è più? Viva Salvini. Però, resta ancora qualcosa da rosicchiare in FI: quel residuo 7% più moderato, che detesta il becerume di padroni a casa nostra anche se, signora mia, con tutti questi negri in giro qualcosa bisogna pur fare. Sono quelli che vedono i grillini come il fumo negli occhi, pauperisti, incapaci e nullafacenti come dice Silvio e dunque che ci fa La Lega con quella gente lì? Per Salvini portarli a se non sarà facile. Anche se quota 40% non è impossibile. Prima l’impaurisco, poi li rassicuro quindi li conquisto. Madamina il catalogo (elettorale, non si sa mai) è questo.

Ora è ufficiale: sulle banche Consob “sparecchiava”

Nessuno qui ne sarà sorpreso, ché Il Fatto l’ha scritto in mille modi fin dai tempi in cui tutti sulle banche facevano finta di nulla, però ora lo dice un tribunale: Consob, sul caso Etruria, sparecchiava. E s’intende che, come la figlia del conte Mascetti di Amici miei sparecchiando restò incinta, così l’Autorità di controllo sulla Borsa si lasciò sfuggire alcuni fatti di rilevo che avvenivano alle sue spalle: evidentemente, dunque, anch’essa sparecchiava. Ieri, infatti, la Corte d’appello di Firenze ha deciso attorno a certe sanzioni erogate nel 2017 da Consob ai vertici di Etruria per il “prospetto” truffaldino con cui fu raccontato al mercato l’aumento di capitale del luglio 2013, soldi poi bruciati nel mezzo bail-in di due anni dopo. Il punto è questo. Dicono i giudici: è dimostrato che Consob (allora guidata dal “tremontiano” Vegas) era stata informata da Bankitalia che la situazione di Pop Etruria era pessima fin dal 2012 e che, dal 6 dicembre 2013, sapeva che la banca toscana non poteva stare in piedi da sola. Conclusione: se Consob riteneva che il prospetto informativo fosse falso (da cui le sanzioni del 2017) perché non indagò allora? Se non lo ha fatto all’epoca, pur avendo tutte le informazioni, o giudicò quel prospetto corretto o per cambiare idea ci ha messo tre anni (troppo secondo i termini di legge, quindi le sanzioni vanno annullate). Purtroppo per chi ha investito in Etruria, insomma, Consob sparecchiava: ora, rimanendo alla sottile metafora di Amici miei, resta da capire se Bankitalia fu il sottocuoco baffuto o uno che passava di lì per caso.

Quei selfie sulla A-14 che brucia e l’ultimo “falò delle vanità”

L’io stravince, non ci sono margini. L’io domina, lo schermo ti sorride, il risultato sullo schermo è anche modificabile, basta saper utilizzare le giuste funzioni, oplà, sei anche tu soggetto da copertina.

L’io non ti concede sfumature di dubbio, l’io non dà margini alle variabili, all’eccezione altrui, al giudizio differente da “bello”, “super”, “fantastico”, “beato te”. L’io rende ciechi, o almeno ti consegna a un’altra dimensione, quella dell’onanismo mentale, dove non solo si perdono i parametri della collettività, ma anche della salvaguardia di se stessi. Un esempio? L’incidente sulla tangenziale di Bologna è l’ultima evoluzione (evidente) di quanto sta accadendo intorno a noi.

Racconta Riccardo Muci, il poliziotto definito eroe: “In quei dieci minuti di terrore ho salvato le persone dalla morte”. Quelle persone non erano intrappolate tra le lamiere, non erano infortunate o sotto choc; quelle persone erano intrappolate dal loro cellulare, erano immobili a strappare l’attimo di celebrità, il bisogno di dimostrare, di rimarcare l’ossessivo “io c’ero”; il bisogno primario non era salvarsi o aiutare eventuali compagni di sventura, ma alimentare un presunto riflettore rivolto verso il proprio moltiplicatore di egocentrismo. La notizia sono io. Io sono dentro la notizia. L’attimo sono io. L’attimo legittima me come io legittimo l’attimo. E allora braccio in aria teso, sguardo sullo schermo, pollice lesto al click. Altro click. Ancora. Il resto non conta. Conta solo la condivisione. La tua condivisione.

Prendete Instagram, il social più in voga del momento, quello che sta soppiantando Facebook o Twitter, e scorrete le immagini pubblicate dai suoi naviganti: al 90 per cento sono soggetti singoli o al massimo dei panorami; non c’è quasi mai collettività, il contesto è solo legato all’infinito io: il faro è rivolto solo verso di noi. Sorrisetti. Profili. Che bel costume. Beato-a! Risatine finte, like di opportunità, tu lo metti a me, così poi ricambio, guarda che bel successo questa foto.

È sempre lo schermo a mediare la nostra vita, è lui il diaframma delle emozioni visive, le uniche ancora in vita. Racconta Renato Zero: “Non ne posso più di questi selfie, a nessuno interessa il ‘carne e ossa’, nessuno ti chiede un abbraccio o ti rivolge una domanda, un complimento. Siamo solo delle bestie da selfie”. Funziona così.

E allo stesso modo arriviamo a giudicare il poliziotto di Bologna come un eroe, ma lui “eroe” non lo è solo perché ha salvato tante persone e con dei danni in prima persona; lui è un “eroe” perché è ancora in grado di vivere la quotidianità con lo sguardo (sano) rivolto verso ciò che lo circonda, di comprendere gli attimi legati alle circostanze. Senza il bisogno di un cellulare perennemente in mano.