Per capire i mercati chiedi al pizzaiolo

C’era una volta un pizzaiolo che voleva aprire una pizzeria. Aveva due amici, a cui chiese un prestito. Ma i soldi non erano sufficienti, e dovette chiederne anche a un tizio che non conosceva. Il tasso di interesse era abbastanza basso, l’impresa sembrava promettente. Ma il pizzaiolo si rivelò pigro e trascurato. Invece di darsi da fare per restituire il debito, fece pizze di scarsa qualità e non risparmiò nulla. I suoi creditori si allarmarono (temevano di non rivedere i risparmi che gli avevano dato sulla fiducia), e incominciarono a rimproverarlo in modo molesto: guarda che così finisci male, devi mettere in ordine i conti e far pizze migliori.

Il pizzaiolo rimase sordo, anzi manifestò molta irritazione per questi rimproveri che, secondo lui, limitavano la sua libertà e se la prese con i cattivi creditori che, sempre secondo lui, volevano rovinarlo. Anzi, parlò con un suo amico laureato in economia all’università di Cheine di Sopra, che gli spiegò: “Non devi restituire nulla, anzi devi spendere di più abbellendo e ingrandendo il locale, e vedrai che arriveranno un sacco di clienti e tutto si sistemerà per il meglio”.

Il pizzaiolo fu subito entusiasta del consiglio (spendere gli piaceva moltissimo), e continuò a non mettere via nulla per pagare i debiti. Questo per molto tempo.

I conti continuarono a non migliorare, certo anche a causa di eventi esterni che non aveva previsto (il maltempo), ma i suoi creditori attribuirono anche questo alla sua generale imprevidenza. Allora anche i creditori più amici incominciarono a innervosirsi davvero molto, e gli segnalarono che rinnovare il debito gli sarebbe costato molto di più, perché le loro preoccupazioni crescevano.

Il pizzaiolo manifestò una irritazione ancora maggiore, chiamando quei risparmiatori “speculatori”, ricordando un suo nonno che parlò di “inique sanzioni”, e di cospirazioni “pluto-giudaico-massoniche”.

A qualcuno ricorda qualcosa? (N.B. Due terzi del nostro debito pubblico è in mano a risparmiatori italiani, spesso molto piccoli…l’altro terzo è in mano a risparmiatori esteri).

Dopo la parabola giocosa passiamo a pizze ben più pesanti da digerire, incominciando proprio dall’università di Cheine di Sopra. Questa nobile scuola di pensiero, di origine britannica, sostiene che se lo Stato interviene con spesa in deficit (cioè aumentando il debito pubblico), in fasi recessive dell’economia o di forti costi sociali dovuti alla disoccupazione, riesce a invertire il ciclo economico, rimettendolo in moto verso una traiettoria di crescita. Alcuni hanno obiettato che si può ottenere meglio lo stesso effetto sempre aumentando il deficit, ma con il taglio delle tasse. Imprese e consumatori investiranno e consumeranno di più. I primi si collocano un po’ a sinistra (più spesa sociale, per esempio), i secondi un po’ più a destra (più spazio al mercato). Ma il fine è lo stesso. Le analisi tecniche degli effetti sembrano però far prevalere l’opinione dei primi: in effetti in una economia aperta gli investimenti pubblici rimangono nel Paese che li fa, le scelte dei consumatori e degli imprenditori potrebbero essere rivolte a beni o paesi esteri.

C’è un problema: gli economisti favorevoli alla spesa dovrebbero ricordare che la formula presuppone che, una volta ottenuto il risultato della ri-crescita, i conti pubblici, come quelli del pizzaiolo, siano rimessi in ordine, pagando i debiti con le maggiori tasse che la crescita genera. In Italia non è andata così: lo Stato ha continuato a spendere allegramente per decenni (spendere crea consenso politico, mettere i conti in ordine lo distrugge).

Questo ha reso la ricetta di Cheine una tragica presa in giro, oggi, con il debito pubblico alle stelle. Il pizzaiolo improvvido e spendaccione rischia di trasformarsi in un ristorante greco.

Contro Trump, solo la Merkel ci salverà

Sono almeno vent’anni che l’Italia si fa uccellare dai suoi alleati, americani in testa ma anche francesi. Nel 1999 gli Stati Uniti attaccarono la Serbia per la questione del Kosovo. C’erano due ragioni sul terreno: quella degli indipendentisti albanesi che nel tempo erano diventati la maggioranza e quella della Serbia a mantenere l’integrità dei propri confini. Avrebbero dovuto vedersela fra loro. Invece gli americani decisero che la ragione stava solo dalla parte dei kosovari, il torto dalla parte della Serbia di Milosevic e bombardarono per 72 giorni una grande e colta capitale europea come Belgrado.

Noi italiani (governo D’Alema) partecipammo a quell’aggressione nella poco onorevole parte del ‘palo’ (gli aerei yankee partivano da Aviano). Ora, noi con la Serbia non avevamo nessun contenzioso, ma anzi ottimi rapporti che risalivano storicamente ai primi del ‘900 quando i serbi vedevano nell’unità d’Italia, da poco conquistata, un modello per la loro. Ruggini storiche le avevamo casomai con i fascisti croati che, travestiti da comunisti durante la dittatura di Tito, avevano ‘infoibato’ migliaia di italiani durante le convulsioni della fine della seconda guerra mondiale. Non avevamo nessuna ragione per partecipare a quell’aggressione. Neanche l’alleanza nella Nato ci costringeva, tant’è che la piccola Grecia si rifiutò.

Il progetto americano aveva un suo senso: creare un cuneo di islamismo ‘moderato’ (Albania+Bosnia+Kosovo) nei Balcani ad uso di quello che era allora il loro grande alleato nella regione, la Turchia. Peccato che nel frattempo la Turchia quasi laica di Hataturque sia stata sostituita da quella di Erdogan che, oltre ad essere un famigerato tagliagole, laico non è affatto. In quanto a noi italiani le conseguenze sono state disastrose. Per due motivi entrambi legati al fatto che Milosevic, checché se ne sia sempre scritto in contrario, era una sorta di ‘gendarme’ stabilizzatore nei Balcani. Adesso nei Balcani ci sono cellule Isis poco lontane dai nostri confini, inoltre sono concresciute grandi organizzazioni criminali (droga, traffico d’armi) che vanno a concludere i loro primi affari nel Paese occidentale più vicino, l’Italia.

Nel 2011 i francesi, con l’appoggio degli americani, attaccarono la Libia di Gheddafi che finirono con un linciaggio che avrebbe fatto orrore persino ai ‘tagliagole’ dell’Isis. L’obiettivo dei francesi era chiaro: sostituire l’Italia nella posizione economica privilegiata che avevamo con la Libia del Colonnello. Sono arcinoti gli ottimi rapporti che il presidente del Consiglio italiano di allora, Berlusconi, aveva con Gheddafi. Eppure, sempre sotto la presidenza di Berlusconi, contribuimmo all’eliminazione di Gheddafi. Le conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti: la Libia è in mano a formazioni di guerriglieri, fra cui l’Isis, e di trafficanti di uomini che scaricano i migranti innanzitutto sulle coste italiane.

Adesso Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dal patto che, con Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina, Germania era stato concluso nel 2015 con l’Iran: gli Ayatollah rinunciavano a portare avanti il loro programma nucleare in cambio dell’eliminazione delle sanzioni economiche che da trent’anni gli erano state comminate, del tutto arbitrarie perché l’Iran aveva firmato da tempo il Trattato di non proliferazione e aveva accettato le ispezioni dell’Aiea che avevano sempre accertato che l’arricchimento dell’uranio iraniano non aveva mai superato il 20% (per arrivare all’Atomica l’arricchimento deve essere del 90%).

Dal 6 agosto Trump ha proibito alle imprese americane di avere qualsiasi commercio con l’Iran. E fin qui sta nel suo. Ma ha anche minacciato le imprese di altri paesi: “Chi concluderà affari con l’Iran, non ne farà più con gli Usa. O il mercato iraniano o quello statunitense, 50 volte più grande”. La misura è diretta in realtà contro l’Europa, perché è molto dubbio che possa essere applicata alla Cina con cui gli Stati Uniti sono indebitatissimi. Le aziende italiane hanno in sospeso circa 20 miliardi di euro in investimenti diretti con l’Iran: ci sono le Ferrovie dello Stato, Enel, Saipem, Danieli, Fincantieri, Pessina, Italtel, Belleli, Marcegaglia,. Non si vede perché l’Italia dovrebbe stare a questo diktat. O meglio lo si vede benissimo: perché l’Italia da sola non può nulla contro un colosso come gli Stati Uniti. Solo un’Europa compatta (con buona pace del ‘sovranista’ Salvini) può rispondere, bloccando le importazioni americane nel Vecchio Continente che ha una popolazione di 500 milioni di abitanti in maggior parte forti consumatori. Un’operazione molto difficile perché è dalla fine della seconda guerra mondiale che gli americani tengono in stato di minorità l’Europa, militarmente, politicamente, economicamente e alla fine anche culturalmente con i loro film del cazzo. Possiamo solo contare su Angela Merkel, l’unico uomo di Stato europeo in grado di tener testa a Donald Trump e alla prepotenza americana. Forza Angela!

Caporali capro espiatorio? Lo sono se non affrontiamo tutti i nodi centrali

Si fa un gran parlare del caporalato, dei caporali, rovesciando su di loro tutta l’indignazione (ipocrita) della pubblica opinione, sempre manipolata dai giornali e telegiornali, per lo sfruttamento disumano dei braccianti agricoli stranieri e non. Nessuno che si chieda dove e chi siano i proprietari delle terre dove lavorano gli immigrati. Mi chiedo inoltre cosa facciano e cosa dicano il Ministero del Lavoro e degli Interni e i cittadini che vedono e sanno come e quanto lavorano gli immigrati, come vivono e dove alloggiano.

Come per immigrazione ce la prendiamo con gli scafisti, ora per lo sfruttamento dei lavoratori agricoli ce la prendiamo tutta con i caporali: la tecnica del capro espiatorio funziona sempre. Lo sappiamo, lo sa in particolare il nostro severissimo ed efficientissimo – verso gli ultimi, beninteso – ministro degli Interni.

Luigi Fioravanti

 

D’accordo con L. Fioravanti che la tecnica del capro espiatorio è un “sempreverde”. Ci sono leader che sfruttano le ansie della gente inventandosi storie che promettono di risolvere i problemi di ciascuno. Storie incentrate appunto su capri espiatori come i diversi, gli stranieri, i migranti, i rom. Ma i caporali di per sè non sono capri espiatori. Lo diventano se si commette il grave errore di fermarsi a loro senza puntare anche ai nodi centrali del problema caporalato: lo sfruttamento lavorativo; e la necessità di intervenire su tutta la filiera, a partire dalla grande distribuzione, che utilizza il perverso sistema delle aste elettroniche al doppio ribasso. Un sistema che innesca effetti a catena che alla fine brutalizzano (favorendo il caporalato) i lavoratori sfruttati. Quanto ai ministri citati nella lettera (manca quello dell’agricoltura) dai proclami dovrebbero subito passare alle cose concrete. Vietando quelle aste. Attuando in pieno la legge contro il caporalato (una buona legge). Riformando dalle fondamenta la normativa penale agroalimentare, che oggi fa acqua da tutte le parti e di fatto favorisce la criminalità.

Gian Carlo Caselli

Mail box

 

La dichiarazione (sincera?) di Berlusconi sulla Rai

Noi di sinistra che abbiamo combattuto Berlusconi ai tempi della sua Presidenza e dopo, dobbiamo oggi avere l’onestà e il coraggio di apprezzarlo.

Davanti all’arroganza dei grillo-leghisti che intendevano imporre con la forza dei numeri un loro uomo alla presidenza della Rai, Berlusconi si è opposto.

Parole molto chiare e del tutto condivisibili le sue: “Il servizio pubblico non appartiene alla maggioranza. Appartiene a tutti”.

Una lezione di democrazia erga omnes.

Ezio Pelino

 

Caro Ezio davvero lei crede alla parola di Berlusconi?

M. Trav.

 

Non si può ridurre la questione vaccini a uno scontro fra bande

Come sempre in Italia si preferisce schierarsi, tipo Guelfi e Ghibellini, sui vari problemi.

Ciò che viene deciso dalla propria parte politica è sempre giusto, a prescindere, e ciò che viene promulgato dalla controparte è sempre sbagliato (anche in questo caso a prescindere) e va contrastato in tutti i modi.

Sulle vaccinazioni, per esempio, non viene, di norma, fatta alcuna analisi e informazione capillare e seria.

Si è o pro vax o no vax, non rendendosi conto che già parlare di vaccinazioni in modo generico, accomunandole tutte, è sbagliato.

Diverso è infatti l’agente eziologico, batterico o virale, che potrebbe causare la malattia, diversa è la modalità di trasmissione, diversa è la risposta immunitaria che il vaccino può provocare, diversa è la pericolosità sia della malattia che della vaccinazione, già perché anche le vaccinazioni possono provocare reazioni indesiderate e non sempre limitate a un po’ di febbre.

Resta tra l’altro da vedere, ma si saprà tra qualche anno, come reagisce il nostro sistema immunitario a sollecitazioni così massicce. Insomma non sarebbe meglio aprire una campagna informativa corretta e completa, vista la complessità della materia?

Non è che per caso dietro alla disinformazione vi siano gli interessi delle case farmaceutiche?

Albarosa Raimondi

 

Sul caso D’Alfonso facciamo anche a meno del comitato

Un politico non può stare contemporaneamente sugli scranni parlamentari e sulla poltrona di presidente di Regione.

La legge parla chiaro. Eppure dal 4 marzo scorso, Luciano D’Alfonso siede a Palazzo Madama e guida anche la Giunta abruzzese illegalmente.

Anzi no! Legalmente perché dev’essere la giunta per le elezioni del Senato che deve dichiarare l’incompatibilità dei due ruoli. La questione è lapalissiana, ma per la casta politica anche le questioni più chiare diventano inestricabili con dei passaggi obbligati.

Quindi si dovrà aspettare che il comitato formato dalla giunta del Senato esamini le cariche del senatore D’alfonso per chiedergli su quale poltrona far accomodare il suo sedere.

Passeranno altri sei mesi? Anch’io vorrei qualora le forze dell’ordine mi beccassero in auto mentre percorro a 100 all’ora una strada con il limite di 50 che per sanzionarmi venisse nominato un Comitato per decidere sull’eventuale multa, anche se il Codice della Strada mi pare parli chiaro.

Anilo Castellarin

 

La tv pubblica porta al limite la pazienza dei contribuenti

Ero in auto e ho ascoltato il radio giornale 3 della Rai delle ore 18,45. Vi invito a riascoltarlo se potete e metterlo in relazione con l’editoriale di Travaglio del 4 agosto in merito alla reazione dei media sul gesto dell’uovo lanciato all’atleta azzurra di colore classificato come razzista.

Il giornale si apre con la notizia che la procura e i servizi stanno indagando sui possibili coinvolgimenti russi nelle accuse a Mattarella sul web per aver ostacolato Savona.

Continua con la “spaccatura” nel Movimento 5 Stelle sul rinvio della norma sui vaccini e così via e con il rischio di implosione della maggioranza.

Si continua con le reazione dell’opposizione (sic!) e via dicendo.

Ora io mi chiedo quale sia il limite all’intelligenza dei cittadini che pagano il canone Rai e sono costretti a sorbirsi queste continue fake news?

Sono sempre più convinto che usare i guanti bianchi con questi personaggi da avanspettacolo che non hanno nessun rispetto per l’intelligenza degli ascoltatori sia solo un boomerang per coloro che vogliono davvero cambiare.

So bene del rischio che si può correre che è quello di cadere dalla padella alla brace, ma vale la pena di tentare.

Michele Lenti

 

Il decreto Dignità è un segnale Ora il decreto “Legalità”

Si fa un gran parlare del “decreto Dignità”, sia da parte dei governanti che degli oppositori.

Per me è solo un segnale di cambiamento o poco più.

Necessiterebbe, inoltre, un decreto “legalità”, che rendesse quasi inutilizzabile la prescrizione; stabilisse pesanti condanne per gli sfruttatori dei lavoratori, migranti e non, nelle campagne e nelle città, nonché per i corruttori e per i corrotti; desse inizio all’utilizzo e alla costruzione di nuove carceri.

Ma vista la composizione del governo voluta prima dagli elettori e dopo dal Partito Democratico, un decreto simile si può per ora solo sognare.

Ivo Bagni

Il “P greco” e i “primati” della politica

Un paio di giorni fa Davide Barillari, consigliere regionale M5S alla Regione Lazio, ha postato su Facebook queste “dichiarazioni armate” nei confronti della scienza: “La politica viene prima della scienza. I politici devono ascoltare la scienza, collaborare, non farsi ordinare dalla scienza cosa è giusto e cosa è sbagliato, accettando le parole della scienza mainstream come dogmi religiosi. Perché la scienza deve essere democratica, e quindi deve ascoltare tutti: compresi ricercatori e scienziati che, con dati alla mano, contestano il dogma ufficiale”.

Sarebbe stato difficile parodiare in maniera così efficace l’atteggiamento antiscientista serpeggiante sotto la superficie di quel mare magnum che una volta era la maggioranza silenziosa e invisibile del nostro paese, e che oggi i social media hanno sdoganato e promosso a maggioranza rumorosa e invadente. Un atteggiamento ignaro persino delle più elementari caratteristiche della scienza, che questa sedicente maggioranza pretenderebbe comunque di criticare e, addirittura, di guidare.

L’equivoco di fondo in cui cadono le persone disinformate come Barillari è tradito dalla confusione smascherata dal suo contrastare “giusto” a “sbagliato”, come se fossero termini antitetici. Egli compie così quello che nel gergo filosofico viene chiamato “errore categoriale”, ma che ad uso dei navigatori della rete si può tradurre con “scambiare lucciole per lanterne”: “giusto” è infatti l’opposto di “ingiusto”, mentre “sbagliato” è l’opposto di “corretto”. In particolare, “corretto” e “sbagliato” sono categorie di cui si occupa il pensiero scientifico, e riguardano i fatti oggettivi, mentre “giusto” e “ingiusto” sono categorie di cui si occupa il pensiero umanistico, e riguardano i valori soggettivi. Le contrapposizioni tra matematica e scienza, da un lato, e religione, politica e filosofia, dall’altro, nascono appunto dalla confusione tra i due livelli del discorso, e dalle invasioni di campo che spesso e volentieri si effettuano, da entrambe le parti: anche se, a onor del vero, più spesso e più volentieri da parte dell’umanesimo nel campo della scienza, che viceversa.

Ora, è perfettamente sensato pretendere che sia la politica a essere democratica, e a dover quindi ascoltare tutti: non solo la maggioranza, quando c’è, ma anche le minoranze che la pensano diversamente da essa. Se non altro perché i valori, essendo appunto soggettivi, non sono affatto universalmente condivisi, sia da paesi e culture diverse, sia da persone diverse all’interno di uno stesso paese o di una stessa cultura. E infatti i valori cambiano, e ciò che in un luogo o in un tempo veniva considerato inaccettabile o scandaloso dalla maggioranza, può benissimo essere politicamente corretto in un altro luogo, o diventarlo in un altro tempo.

La scienza invece, dal canto suo, non ha nulla a che fare con la democrazia: Galileo e Darwin avevano contro il mondo intero dei disinformati dell’epoca, ma non per questo si sbagliavano sull’eliocentrismo o sull’evoluzionismo. Semmai, erano i teologi come Roberto Bellarmino, nello Stato Pontificio di Paolo V e Urbano VIII, o i funzionari di partito, come Trofim Lysenko nell’Unione Sovietica di Stalin e Kruschev, a pretendere di voler piegare i fatti della scienza ai valori e ai voleri della religione o della politica, con effetti disastrosi. Lysenko considerava l’evoluzionismo e la genetica come ideologie borghesi, e voleva opporre loro un’“agrobiologia” comunista e sovietica. Questo gli servì per far carriera politica, arrivando a diventare presidente dell’Accademia Sovietica delle Scienze Agrarie, ma non impedì certo alla Natura di continuare a seguire le proprie leggi scientifiche, facendo crollare la produzione agricola e provocando varie crisi alimentari. Esattamente allo stesso modo, il popolo dei “no-vax” può benissimo abboccare alle moderne esche neolysenkoiste, ma questo non impedisce alla Natura di continuare a seguire le proprie leggi, che non cambiano al mutare dei pareri della maggioranza, come nei parlamenti, e rimangono invece immutabili, anche se non piacciano a qualche individuo o qualche gruppo. In questo senso le leggi scientifiche sono effettivamente dei “dogmi”, ma non perché sono state proclamate da un’inesistente “scienza mainstream”, bensì perché sono state scolpite sulle tavole della legge da “Dio, cioè la Natura stessa”.

Non solo la politica e la religione, ma neppure la scienza viene prima di queste leggi. Semplicemente, la politica e la religione si interessano, e dovrebbero interessarsi, d’altro: e quando non lo fanno, diventano ridicole come il Parlamento dello stato dell’Indiana, che nel 1897 decise di cambiare il valore di “pi greco” ponendolo uguale 3. In genere dietro a queste amenità ci sono le idee balzane di qualche ciarlatano: il medico Edward Goodwin, nel caso del “pi greco”, e il medico Andrew Wakefield, nel caso dei vaccini.

Quest’ultimo, in particolare, diffuse fraudolentemente nel 1998 la notizia che il vaccino trivalente provocava l’autismo: in seguito si scoprì che aveva falsato i dati per interessi personali, e venne addirittura radiato dall’ordine dei medici. Troppo tardi, però, per impedire l’attecchimento del seme fraudolento nelle fasce più disinformate della popolazione inglese: nel giro di dieci anni, tra il 1998 e il 2008, la percentuale di bambini vaccinati scese dal 93% al 75%, i casi di morbillo salirono da 56 a 1348, e la malattia da ufficialmente “sotto controllo” divenne di nuovo “endemica”. Una volta la diffusione di quelle che l’articolo 656 del Codice Penale chiama “notizie false e tendenziose”, e che la moda anglofona ha ribattezzato fake news, era lenta come il diffondersi delle malattie contagiose. Ma con l’accelerazione provocata dai viaggi a basso costo, da un lato, e dai social media a basso contenuto, dall’altro, ormai le malattie infettive del corpo e della mente provocano epidemie quasi istantanee, ed è difficile contrastrarle. Tutti ormai pensano tronfiamente di avere il diritto di pensare e il dovere di dire la loro anche su argomenti di cui non conoscono nulla, se non ciò che orecchiano dagli untori che le diffondono nei luoghi meno asettici e più inquinati della disinformazione. L’unico antidoto sarebbe la diffusione del metodo scientifico, che diventa invece la vittima di questo andazzo falsamente democratico: si dovrebbero, cioè, avere la pazienza di studiare a fondo i problemi, e l’umiltà di stare a sentire chi li conosce professionalmente. Si scoprirebbe, allora, che la scienza medica è unanimemente concorde non solo sull’efficacia e sulla necessità dei vaccini, ma anche sull’inefficacia e sull’inutilità delle cure alternative contro il cancro. E che i supposti “contestatori del dogma ufficiale”, lungi dall’essere Galileo o Einstein, altro non sono che ciarlatani o truffatori: anche quelli di casa nostra, da Luigi Di Bella a Davide Vannoni, che negli ultimi vent’anni hanno avuto buon gioco a menare per il naso la Grande Coalizione dei parlamentari scientificamente analfabeti, spesso ottenendo all’unanimità da loro finanziamenti a perdere per le proprie sedicenti sperimentazioni. Ovviamente si può e si deve discutere dei costi, degli sprechi, dell’inefficienza e degli scandali della sanità. Ma questo non ha nulla a che vedere con le argomentazioni antiscientifiche e complottistiche dei “no vax”, per contrastare le quali servirebbe e basterebbe un movimento di “no cax”.

Ernesto, “sfrattato” dai Casamonica è tornato a casa sua

Un’ingiustizia durata 11 anni. Ieri pomeriggio Ernesto Sanità, 73 anni, è finalmente rientrato nella casa popolare del quartiere Pietralata, a Roma, in cui ha vissuto con la defunta moglie Ada dal 1972 fino al 2007. In quell’anno il boss Peppe Casamonica gliel’aveva sottratta per un presunto credito di appena 300 euro vantato nei confronti del figlio adottivo di Ernesto, Giovanni, pestato a morte da ignoti pochi giorni prima. Nonostante le denunce e l’estremo tentativo di riprendersi l’abitazione (sfociato in plateali minacce di morte), Ernesto ha vissuto in questi anni come un clochard. Tutto ciò, mentre a casa sua viveva la figlia del capo famiglia, Concetta, e i vicini anticipavano le spese condominiali in capo al nuovo occupante. Solo dopo l’operazione Gramigna del 17 luglio e i 37 arresti, l’uomo è finalmente potuto rientrare nell’alloggio restituitogli dalla Regione Lazio. “Giustizia è fatta”, ha commentato il nuovo dg dell’Ater di Roma, Andrea Napoletano, cui ha fatto eco l’assessore regionale Massimiliano Valeriani: “Una storia a lieto fine, lavoriamo per eliminare casi come questo”. “Ora non ho più paura, mi sento protetto”, ha sorriso, sereno, Ernesto.

Caporalato a Verona: sei arresti, anche un medico

Un sistema di sfruttamento dei lavoratori, in gran parte di origine africana e privi di documenti – ma anche italiani assunti in nero – con la complicità di un medico del lavoro.

È quanto scoperto dalla Guardia di finanza in provincia di Verona, dove ieri sono state arrestate sei persone nell’ambito di un’indagine sul caporalato. Il provvedimento ha colpito un medico del lavoro di 78 anni, due suoi collaboratori, due impiegati dell’Inps di Verona e un finanziere.

Per il presunto caporale, un cittadino marocchino titolare di alcune cooperative, è stato disposto il giudizio immediato per favoreggiamento all’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

L’indagine è partita da un incidente stradale del novembre 2017 in cui furono coinvolti 12 lavoratori impiegati da cooperative. Le società coinvolte, tutte riconducibili al cittadino marocchino, sono state individuate dai finanzieri di Soave (Verona) che hanno portato alla luce un quadro più ampio e preoccupante.

Nel meccanismo di reclutamento della manodopera era centrale il ruolo del medico arrestato. L’uomo rilasciava, dietro compenso, certificati di idoneità a soggetti privi dei requisiti di salute e spesso anche di carta d’identità o del permesso di soggiorno.

Con l’aiuto di due collaboratori veronesi, il medico teneva i contatti con alcuni funzionari dell’Inps di Verona. Questi si occupavano della procedura per l’assegnazione dell’invalidità e di pensioni e indennità. Le pratiche venivano poi seguite da due funzionari dell’ente che modificavano gli atti.

Nel corso delle indagini gli inquirenti hanno anche rilevato un rapporto di amicizia tra il medico indagato e un finanziere della compagnia di Soave. Il militare, che avrebbe beneficiato di almeno due certificati falsi per assentarsi dal lavoro, è indagato per truffa aggravata ai danni dello Stato. Il medico è in custodia in carcere.

Stando a quanto scoperto finora dalle forze dell’ordine, il medico, aiutato da un collega, avrebbe fatto ottenere a una cinquantina di persone varie forme di assistenza con documentazione falsa. Cinque indagati sono ritenuti responsabili di corruzione per esercizio della funzione, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici e truffa aggravata ai danni dello Stato. Altre 42 persone, invece, sono state iscritte nel registro degli indagati per aver percepito illegittimamente varie forme di assistenza.

La “goliardata”, l’ultima moda del “dàgli al negro”

Le offese e gli spari di una settimana fa contro un migrante di Vicofaro (Pistoia) sono stati una “bravata” di due ragazzini di 13 anni. E per motivare il loro gesto sconsiderato i due minorenni hanno utilizzato la tesi della “goliardata”, come avevano fatto anche i tre ragazzi torinesi di 19 anni che la sera del 30 luglio avevano lanciato uova contro la campionessa di atletica Daisy Osakue ferendola all’occhio.

La sera del 3 agosto i due ragazzini italiani, con alle spalle famiglie pistoiesi senza alcun problema, avevano raggiunto in bicicletta Buba Ceesay mentre faceva jogging urlandogli contro “negro bastardo” e poi esplodendo diversi colpi con una pistola scacciacani. In base ai bossoli ritrovati lungo la strada, alle testimonianze dei vicini e alle immagini delle telecamere di zona, mercoledì pomeriggio gli uomini della Polizia e della Digos, coordinati dalla Procura di Pistoia, hanno svolto le prime perquisizioni nelle case dei ragazzini e durante una di queste è stata ritrovata anche la pistola con 200 munizioni e senza il tappo rosso obbligatorio, appartenente al padre di uno dei due. Quando gli agenti sono entrati in casa i due ragazzini hanno ammesso, davanti ai genitori, di essere i responsabili ma solo per fare una “goliardata” senza alcun “motivo ideologico”.

Al momento gli investigatori ritengono credibili le loro affermazioni ma, avendo meno di 14 anni, il fascicolo aperto sarà presto trasferito alla Procura dei Minori di Firenze che, oltre alla denuncia per violenza aggravata, potrebbe decidere comunque di tenere in piedi la pista dell’aggravante a sfondo razziale: i magistrati fiorentini sentiranno presto i genitori dei due ragazzini che davanti ai poliziotti si sono detti ignari di tutto. Il fatto era avvenuto una settimana fa nei pressi della parrocchia di Vicofaro ed era stato denunciato da Don Massimo Biancalani, il parroco pistoiese che ospita nella sua comunità più di 100 richiedenti asilo. Dopo aver mangiato un panino insieme, intorno alle 22 di sera i due minorenni avevano raggiunto in bicicletta un terreno vicino alla parrocchia per fare una prima “sessione” di spari e solo dopo avevano incontrato il migrante che faceva jogging: in quel momento hanno esploso i colpi dopo le frasi ingiuriose.

La tesi della “goliardata” però non è piaciuta a Buba, il ragazzo gambiano di 24 anni arrivato in Italia a marzo e definito da tutti i suoi compagni “un ragazzo serio e perbene”: “Non è per niente divertente – dice furioso – in altre zone del mondo, più pericolose di questa, a 13 anni ci sono ragazzini che uccidono le persone”. Don Biancalani, pur concedendo ai due minorenni “tutte le attenuanti del caso”, motiva così l’aggressione di una settimana fa: “Bisogna riflettere su un certo tipo di messaggio, xenofobo e razzista che è passato coinvolgendo gli strati più popolari della società, arrivando a condizionare le coscienze dei giovanissimi – ha concluso – le parole della politica, in particolare dal Ministro Salvini, sono state gravi e hanno aperto la porta a sentimenti di odio”.

Bando periferie, Decaro chiede una Conferenza unificata

Indireuna Conferenza unificata straordinaria: a chiederlo al governo è il presidente dell’Anci, Antonio Decaro. Obiettivo, affrontare la questione del bando Periferie, dopo che un emendamento al decreto Milleproroghe ha sospeso i fondi per 96 tra città e aree metropolitane. Decaro propone di acquisire l’intesa sul Dpcm del 29 maggio 2017 (riparto del Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale). Nel frattempo, i Cinque Stelle e la Lega, difendendo la scelta, si appellano alla pronuncia della Consulta (n. 74 del 2018) sulla illegittimità della norma del governo Renzi, provocata da un mancato passaggio con le Regioni. Decaro ricorda che il bando è già stato oggetto di una conferenza ad aprile 2016. Non solo: un’eventuale illegittimità provocata da una mancata vidimazione delle Regioni riguarderebbe al massimo gli 800 milioni previsti dall’articolo 1 comma 140 della legge di bilancio del 2016, e non 1,6 miliardi. Questo perché gli 800 milioni provengono dal Fondo per lo Sviluppo e Coesione.

Dati medici digitali, la Lombardia sfida Ibm e li concede alla ricerca

Lo ha raccontato ieri sera il programma di Barbara Carfagna, Codice, che va in onda su Rai 1: i dati sanitari sono una ricchezza immensa, scientifica ed economica. Tanto che in Lombardia è stata deliberata l’autorizzazione a richiedere l’accesso a una enorme banca dati che contiene i numeri sulle prestazioni sanitarie e la salute dei cittadini lombardi a patto che ad utilizzarli siano enti di ricerca sanitari e che i dati siano resi completamente anonimi. Una scelta che arriva su sollecitazione degli enti universitari e che risponde allo scandalo di cui ha dato notizia Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano, del memorandum of understanding segreto tra Matteo Renzi e Ibm per cedere i dati sanitari a patto che l’azienda sviluppasse parte del progetto Watson nell’area dell’Expo. Dati che valgono oro e di cui è difficilissimo avere libertà di gestione. Basti pensare che in Italia non è neanche possibile fotografare la propria cartella clinica.

Con una delibera della settimana scorsa, la Regione Lombardia ha approvato l’ “Accesso ai dati del DataWareHouse regionale”: si tratta, in parole semplici di un archivio di dati digitalizzati che raccoglie da un decennio le informazioni sanitarie – in particolare delle prestazioni – dei cittadini della Lombardia. Un progetto già deliberato parzialmente nel 2016, senza però che fossero indicate le finalità per cui si poteva chiedere accesso. Ora c’è la possibilità di concedere l’accesso all’archivio ai ricercatori delle università, dei centri di ricerca e degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs), sia pubblici sia privati, a patto che abbiano sede in Lombardia e che siano supervisionati della Regione. Le finalità per cui possono essere richiesti vanno dalla valutazione dell’efficacia delle cure all’appropriatezza delle prestazioni, passando per i fattori di rischio connessi agli stili di vita e la prevenzione delle malattie. Ma come vengono messi in sicurezza questi dati? La Regione assicura che saranno potenziate le misure per anonimizzarli, in modo tale che sia difficile risalire ai singoli anche incrociando altri database, e renderli disponibili solo in modo aggregato e per le finalità stabilite. “L’ente deve garantire che svolgerà direttamente le attività promosse e richieste dalla Regione senza commissionarle ad altri – si legge nella delibera -. Va utilizzato personale dotato delle conoscenze specifiche, in particolare nel settore della protezione dei dati personali. Università e Irccs per capacità e affidabilità devono fornire idonea garanzia del pieno rispetto delle vigenti disposizioni in materia di trattamento dei dati”. L’iter sarà comunque lungo: si dovrà chiedere l’accreditamento alla Regione, ci sarà una commissione incaricata di verificare la bontà dei progetti e la creazione di un albo regionale con validità quinquennale. I progetti proposti devono avere già un’approvazione di altre istituzioni pubbliche come il ministero della Salute, l’Istituto superiore di Sanità e la Comunità europea.

La questione Ibm sembra invece essere su un binario morto. Dopo il memorandum del 2016, il Mise chiese alla Regione tramite Invitalia se era interessata a raggiungere un accordo di programma, che però era subordinato alla valutazione di due authority, antitrust e privacy, che non è mai arrivata. Il tema quindi non ha ancora coinvolto in alcun modo il neo governatore leghista, Attilio Fontana e potrebbe arenarsi in modo naturale.

Allargando lo sguardo al resto del mondo, c’è invece chi lotta per poter gestire autonomamente le informazioni sulla propria salute. Come Dana Lewis, una ragazza dell’Alabama che soffre di diabete di tipo 1: “Dovevo misurare la glicemia almeno 14 volte al giorno – spiega a Codice – e fare iniezioni di insulina”. I macchinari con cui monitorava i livelli non erano abbastanza potenti da riuscire a svegliarla se di notte aveva un improvviso calo. “Così ho pensato di collegare il computerino al telefono in modo che potesse attivare la suoneria”. Si è però accorta che non c’era modo di avere accesso a quei dati, nonostante riguardassero lei. “Ho trovato qualcuno che ci è riuscito, li ho riversati nel cloud e sono riuscita a impostare un allarme sullo smartphone”.

L’evoluzione è arrivata quando ha collegato a questo sistema anche l’iniezione automatica delle dosi di insulina necessarie per tenere i valori nella normalità. “Ho inserito il progetto in una comunità virtuale open source – ha spiegato – in cui ognuno ha dato il suo contributo per creare questo pancreas digitale, oggi usato da 700 persone nel mondo”. Ha poi creato una app su cui è possibile inserire i propri dati sanitari in modo anonimo, così come altri stanno sviluppando sistemi sulla blockchain (la tecnologia alla base dei Bitcoin) per permetterne la trasmissione blindata e sicura. Ma la strada è ancora lunga.