Vaccini, presentata la legge. Sì all’obbligo, ma “flessibile”

La risposta della ministra all’opposizione dei presidi sull’estensione al 2018 dell’autocertificazione sui vaccini, ieri, è arrivata tramite La7, a L’aria che tira, insieme all’annuncio della nuova proposta di legge: “Abbiamo semplicemente deciso di continuare ad usare lo strumento dell’autocertificazione nel 2018 – ha detto – anche perché il ministro Lorenzin non ha fatto l’anagrafe nazionale. Autocertificazione significa certificare il vero e non il falso altrimenti sono previsti 6 mesi di carcere. Lo strumento dell’autocertificazione è stato usato per tutto il 2017, non capisco questa presa di posizione”. La ministra ha poi annunciato il deposito di una legge sui vaccini: presentata al Senato, ha come primi firmatari Stefano Patuanelli del M5s eMassimiliano Romeo della Lega: scompaiono i dieci vaccini obbligatori per l’accesso alle scuole dell’infanzia e a quelle dell’obbligo, vengono previsti “Piani straordinari d’intervento” che prevederanno vaccinazioni obbligatorie per determinate coorti di nascita, divisioni territoriali qualora non si raggiungano le coperture di sicurezza indicate dall’Oms. Gran parte del testo è dedicato all’istituzione dell’anagrafe vaccinale e al potenziamento di quelli territoriali per favorire il monitoraggio puntuale.

Per chi non si adegua, sanzioni tra 100 e 500 euro o l’impossibilità di frequentare le scuole. “Una legge della maggioranza che sarà parlamentare, in cui spingeremo per il metodo della raccomandazione che è quello che noi prediligiamo da un punto di vista politico. Quella di ieri è stata una giornata fitta: oltre all’opposizione politica (l’ex ministro della salute , Beatrice Lorenzin, ha twittato: “Qualcuno spieghi a Giulia Grillo che l’autocertificazione prevista dalla legge è norma transitoria in attesa della data perentoria in cui presentare le certificazione”), si è esposto il Collegio dei professori universitari di pediatria pubblica che in una nota ha sottolineato che l’autocertificazione per i vaccini, “non solo confligge con la vigente normativa sulla certificazione delle vaccinazioni obbligatorie, ma contrasta con il DPR 445/2000 che recita ‘I certificati medici, sanitari … non possono essere sostituiti da altro documento’”. In serata, poi, la nota del ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti a sostegno dei presidi che sottolineavano, nella necessità di dover controllare la validità delle autocertificazioni, il rischio di un aggravio dei compiti delle scuole. “La questione vaccinale è tema di salute pubblica – ha detto Bussetti – . Il Miur, nell’ambito delle proprie competenze, garantisce la massima collaborazione . In questo periodo tutti gli uffici del Ministero dell’Istruzione sono al lavoro per il corretto avvio dell’anno scolastico. A questo proposito è opportuno considerare le preoccupazioni dei dirigenti scolastici, che costituiscono snodo fondamentale per il sistema di istruzione e formazione. Certamente la dirigenza scolastica non può essere gravata di incombenze in materia sanitaria”.

Un moderato su Al Jazeera

Al Jazeera intervista Salvini e lo mette sotto torchio per quasi un’ora, con seconde, terze e quarte domande su immigrazione, Libia, rapporti con l’Egitto, situazione Europea, politiche migratorie. Il ministro dell’Interno – gli va dato atto – è un muro di gomma: non tradisce nemmeno una stilla di nervosismo. Risponde a tutto con estrema cautela e insolita moderazione. Ma alla fin fine dice poco. Su Giulio Regeni: “Chiediamo chiarezza sui responsabili e pene certe per chi ha ucciso l’italiano”. Ma glissa sui depistaggi del regime di al Sisi: “Il rapporto dell’Italia con l’Egitto è fondamentale. Non posso sostituirmi alla magistratura”. Sul caos libico, Salvini si vanta di aver dedicato la sua prima missione al governo “riconosciuto” di Serraj, ma poi aggiunge che vuole vedere tutti, è equidistante: “Ho incontrato Serraj, ho incontrato Maiteeq, potrei anche incontrare Haftar, senza prendere parte per nessuna fazione. Bisogna mettersi tutti intorno al tavolo, disarmati”. L’unica “salvinata” è sull’Unione europea: “Sono stufo delle parole e del nulla dell’Europa in questi anni, l’Ue finalmente ha trovato 500 milioni da investire in Africa ma non bastano, ne deve investire di più”.

Strage di Foggia, identificate tutte le 12 vittime

Le 12 vittime dell’incidente stradale di lunedì scorso, tutti stranieri impiegati come braccianti agricoli in provincia di Foggia, sono state identificate. Sette erano in possesso di documenti, per le altre l’identità è stata ricostruita grazie alle impronte digitali. Si tratta di cittadini africani, impegnati in lavori agricoli nei campi pugliesi. I primi sette identificati lavoravano per una azienda molisana, che – subito dopo l’incidente – è stata ispezionata dagli inquirenti. Ora le indagini stanno verificando se anche le altre quattro vittime fossero impiegate dalla stessa società.

La Procura di Foggia ha aperto due distinti fascicoli. Il primo riguarda la dinamica dell’incidente e vede indagato l’autista del Tir coinvolto, che – secondo le prime indiscrezioni – non avrebbe responsabilità dirette. Il furgone che trasportava i 12 braccianti, condotto da un uomo cittadino marocchino, aveva invaso la corsia opposta, scontrandosi frontalmente con il Tir.

La seconda indagine riguarda l’ipotesi di caporalato e al momento non ha iscritti nel registro degli indagati.

32 suicidi da inizio anno, ministero e Dap mandano gli ispettori

L’ultimo caso mercoledì, nel carcere di Poggioreale a Napoli, in cui un detenuto si è impiccato alle inferriate con un lenzuolo. Ripetendo tra l’altro – spiega il legale della famiglia – il gesto che il fratello aveva compiuto qualche anno prima sempre a Poggioreale. E appena pochi giorni prima, il 4 agosto, un altro: a Marassi, dove un giovane poco più che trentenne per la prima volta in cella si è tolto la vita. Arrestato il 30 luglio, era quindi detenuto da meno di una settimana.

Sono 32 dall’inizio dell’anno i suicidi in carcere secondo il Garante dei detenuti. Ora si muovono anche il ministero della Giustizia e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Alfonso Bonafede e Francesco Basentini hanno disposto delle ispezioni. “Desta preoccupazione il crescente numero di suicidi che si stanno verificando all’interno delle carceri, un fenomeno che impone un’attenta riflessione sulle cause e sulle origini che stanno alla base di questi gesti”. L’avvio dell’attività ispettiva dovrà servire a raccogliere tutti gli indispensabili elementi informativi – cause, dinamiche e modalità dei fatti – in riferimento ad ogni suicidio avvenuto dal 1 gennaio 2018 e rispetto ad ogni ulteriore evento futuro della stessa natura. L’iniziativa si inquadra nella maggiore attenzione impressa dall’amministrazione sulle condizioni dei detenuti.

Banca Etruria, i giudici: “La Consob sapeva del dissesto già dal 2013”

Chi avesse seguito l’anno scorso il rimpallo di accuse tra Consob e Banca d’Italia durante le audizioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sui crac bancari, ora ha un elemento di valutazione in più: si è capito, almeno per quanto riguarda Banca Etruria, chi faceva il furbo. Come stanno le cose lo ha stabilito, almeno per ora, la corte d’Appello di Firenze, che ieri ha annullato alcune sanzioni comminate dalla Consob nel 2017 ad amministratori e sindaci della banca aretina.

La Consob, scrivono i giudici, sapeva fin dal dicembre del 2013 della gravissima situazione in cui si trovava Banca Etruria, grazie ai documenti e alle informazioni ricevute da Bankitalia. Dunque le sanzioni per amministratori e sindaci, per le supposte mancate informazioni contenute nel prospetto dell’aumento di capitale di fine 2013, sono frutto di un procedimento avviato tardivamente.

Nel motivare la decisione i giudici hanno esaminato le corrispondenze tra le due authority e hanno contestato la tesi secondo cui la Consob, presieduta allora da Giuseppe Vegas, avrebbe avuto solo nel maggio del 2016 “la disponibilità di tre fondamentali documenti” di Bankitalia relativi alla situazione di Banca Etruria (una nota rivolta alla banca del 24 luglio 2012, i rilievi dell’ispezione formulati il 5 dicembre 2013 e una nota inviata direttamente al presidente di banca Etruria il 5 dicembre 2013).

Anche se Consob non avesse ricevuto la nota del 24 luglio 2012 è “documentalmente dimostrato che, ben prima di tale momento” l’authority “era sicuramente venuta a conoscenza di documenti di Banca d’Italia” sullo stato di Etruria “ben più pregnanti e significativi” e quindi tali “da dover costituire il presupposto per le verifiche di sua competenza”.

Inoltre il rapporto ispettivo di Banca d’Italia sulla banca aretina “era sicuramente conosciuto da Consob quantomeno a febbraio 2014” e “Banca d’Italia ha sicuramente trasmesso a Consob i risultati dei propri accertamenti ispettivi del 2013” a inizio dicembre 2013.

“Ancora più significativa” per i giudici è la nota di Bankitalia a Consob del 6 dicembre 2013 in cui Bankitalia dice chiaramente che Etruria non è “più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”, imponendone l’aggregazione con un’altra banca e riservandosi “ogni ulteriore iniziativa ritenuta necessaria ad assicurare condizioni di sana e prudente gestione e a tutelare i depositanti della banca”.

Il Giglio magico sembra la famiglia Passaguai

C’era una volta il “Giglio magico”, potentissima cerchia ristretta al cui centro sedeva Matteo Renzi. Nel corso degli anni – tra sospette fatture false, voci di soffiate su inchieste e intercettazioni, vicissitudini bancarie e poco amene frequentazioni – la centrale di comando del sistema – complici anche babbi, mamme e braccia destre – si è tramutata in una specie di famiglia passaguai. Ecco perché.

Tiziano e Laura Renzi Babbo e mamma

Il 4 settembre è fissata a Firenze l’udienza preliminare per la richiesta di rinvio a giudizio dei genitori di Renzi. Le fatture sotto inchiesta, risalenti al 2015, sono due. Una, da 20 mila euro più Iva è stata emessa dalla Party Srl, in cui Renzi sr era socio con il gruppo Dagostino, e pagata dalla Nikila Invest Srl, amministrata dalla compagna dell’imprenditore Luigi Dagostino, Ilaria Niccolai. Un’altra, 140 mila euro più Iva, è stata emessa dalla Eventi 6 amministrata da Laura Bovoli. La fattura è stata pagata dalla Tramor, riferibile a Dagostino, per uno studio sul “food” e i trasporti relativi all’outlet The Mall di Reggello. A Roma, Tiziano Renzi è sotto inchiesta per presunto traffico di influenze illecite per la vicenda Consip (vedi alla voce Luca Lotti). La Bovoli è indagata anche Cuneo con l’accusa di bancarotta fraudolenta documentale per operazioni effettuate dalla Eventi 6 con una ditta fallita nel 2014.

Luigi Dagostino Il “re degli outlet”

L’inchiesta su Tiziano Renzi e Laura Bovoli coinvolge anche Luigi Dagostino, che deve rispondere, in più rispetto ai Renzi, anche di truffa. Dagostino all’epoca dei fatti era amministratore della Tramor e socio dei Renzi nella Party Srl. Dagostino si trova agli arresti domiciliari, sempre con l’accusa di fatture false, in seguito ad altra inchiesta.

Luca Lotti Il braccio destro e Consip

L’ex ministro dello sport fedelissimo renziano è indagato dalla procura di Roma per favoreggiamento e rivelazione di segreti d’ufficio in relazione all’inchiesta su appalti Consip, la società che si occupa di gran parte degli acquisti della pubblica amministrazione. Secondo i pm Lotti avrebbe rivelato a Luigi Marroni, ex assessore alla sanità della Regione Toscana, promosso da Renzi a capo della Consip, l’esistenza di intercettazioni avviate dalla Procura di Napoli. Marroni sostiene di aver fatto rimuovere le “cimici” dagli uffici Consip per aver appreso in quattro differenti occasioni dal presidente di Publiacqua Firenze Filippo Vannoni, dal generale Emanuele Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato. Indagato nell’inchiesta è anche Alfredo Romeo. L’imprenditore, tramite la Isvafim, versò lecitamente nel 2014 60 mila euro alla Fondazione Open di Matteo Renzi. Secondo l’accusa Romeo avrebbe avvicinato l’imprenditore fiorentino Carlo Russo, amico di Tiziano Renzi, accusato di traffico di influenze insieme al padre dell’ex premier. Russo avrebbe promesso l’aiuto di Renzi sr all’imprenditore Romeo che, essendo aggiudicatario di parte dell’appalto Consip Fm4 da 2,7 miliardi di euro, temeva di essere penalizzato.

Roberto Bargilli “Billy” l’autista

Ex assessore a Rignano sull’Arno, è stato l’autista del camper di Matteo Renzi quando nel 2012 si candidò per le primarie nel Pd. Il 7 dicembre 2016 Bargilli (non indagato) telefona a Carlo Russo, ed è una conversazione lapidaria: “Sono Billy, l’autista del camper di Matteo… ti telefonavo… per conto di babbo… (Tiziano Renzi, ndr). Mi ha detto di dirti di non chiamarlo e non mandargli messaggi…”. La Procura di Napoli aveva iniziato a intercettare Tiziano da appena due giorni.

Pierluigi Boschi Etruria e Flavio Carboni

Pier Luigi Boschi, papà dell’ex ministro delle Riforme istituzionali Maria Elena, è indagato per bancarotta per il crac di Banca Etruria, di cui era vicepresidente. Il papà della ministra, nel 2014, appena nominato vicepresidente di banca Etruria, nel tentativo di individuare un nuovo direttore generale per sostituire l’ormai ex Luca Bronchi, avrebbe usato canali poco istituzionali rivolgendosi a un conoscente massone piuttosto discusso e poi arrestato, tal Valeriano Mureddu, che lo avrebbe poi messo in contatto con Flavio Carboni, l’ultraottantenne faccendiere transitato in quasi tutte le vicende più misteriose della storia della Repubblica italiana. Pier Luigi per ben due volte si sarebbe messo in auto per raggiungere l’ufficio romano di Carboni e chiedere udienza e consiglio.

Fondi “renziani” tolti ai bimbi. Ma l’indagine è a rischio

Quando Matteo Renzi era sindaco di Firenze, da una società che doveva occuparsi delle cure dei bambini africani tramite le attività ludiche erano partiti 133 mila euro finiti alla Eventi6, azienda dei suoi genitori, mentre altri 129 mila e 4 mila erano arrivati rispettivamente alla Quality Press Italia e alla Dot Media, due società di Patrizio Donnini, uno degli esperti di comunicazione che ha curato alcune campagne dell’ex premier. Erano una piccola parte dei soldi stanziati da fondazioni benefiche alla Play Therapy Africa, società inglese diretta da Alessandro Conticini, ex funzionario dell’Unicef in Etiopia e fratello di Andrea, quest’ultimo marito di Matilde Renzi, sorella di Matteo.

Sono circa dieci i milioni di dollari che Unicef, Fondazione Pulitzer e altre organizzazioni hanno destinato a questa società, ramo della Play Therapy International (il cui scopo è curare i “pazienti” con attività ludiche) troncato dalla “casa madre” nel 2010. Di questi quasi 6,6 milioni sarebbero stati utilizzati in attività diverse, come un investimento immobiliare in Portogallo da quasi due milioni di euro. Tramite una nuova rogatoria i magistrati fiorentini che coordinano l’inchiesta della guardia di finanza, il procuratore aggiunto Luca Turco e il sostituto Giuseppina Mione, hanno chiesto a quelle organizzazioni se abbiano intenzione di denunciare la presunta appropriazione indebita. Senza denunce l’inchiesta cadrebbe nel vuoto.

Su quell’ipotesi di reato, contestata ad Alessandro Conticini, 42 anni, e al fratello 37enne Luca, che poteva operare sui conti della Play Therapy Africa e su quelli personali del fratello, si basa anche quella di autoriciclaggio, il trasferimento di fondi di provenienza illecita. Ad Andrea, gemello di Luca, è contestato il riciclaggio per aver acquistato a nome del fratello maggiore le quote delle società. Le rogatorie internazionali chieste dai pm hanno rivelato dettagli dei movimenti di denaro tra la Play Therapy Africa e i conti personali di Conticini. Due anni fa, dopo l’apertura dell’inchiesta sulla base di una segnalazione dell’Ufficio informazione finanziaria della Banca d’Italia (che vigila sulle operazioni bancarie sospette), la polizia tributaria della Guardia di finanza e i pm sospettavano che somme di denaro fossero state “stornate in assenza di idonea causale in favore di Alessandro Conticini e poi impiegate per l’acquisto di partecipazioni societarie da parte del terzo fratello Andrea”. Società di persone vicine all’ex presidente del Consiglio. Nel luglio 2016 il Fatto Quotidiano aveva documentato come nel febbraio 2011 Andrea Conticini, per conto di Alessandro, avesse rilevato il 20 per cento della Chil Srl (il resto era suddiviso tra le due sorelle di Matteo Renzi, ciascuna con quote del 36 per cento, e il restante otto per cento alla madre, Laura Bovoli), il 20 per cento della Dot Media e il 30 per cento della Quality Press, due società fondate da Donnini e dalla moglie Lilian Mammoliti.

Come spiegato nel libro di Marco Lillo, Di padre in figlio (Paper First), in quel periodo del 2011 le cose non vanno molto bene dal punto di vista finanziario per la famiglia Renzi. Tiziano era alle prese con la restituzione del prestito concesso da una banca di Pontassieve e a mettere i soldi nel capitale della Chil è proprio Alessandro Conticini. Il fratello Andrea rappresenta Alessandro all’aumento di capitale fatto nel febbraio 2011. Quest’ultimo mette 60 mila euro nel capitale sociale. Per quanto riguarda le società di Donnini, quando quest’ultimo esce e cede le quote a Conticini, Dot Media fatturava 250 mila euro. Negli anni seguenti gli affari crescono superando il milione di euro.

Andrea Conticini spiegava così nel 2012 l’ingresso del fratello: “Aveva un po’ di soldi da parte e ha deciso di investire nelle società. Purtroppo sta andando male. Comunque Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze, non ha mai speso parole in favore nostro”. Il punto è diverso: la procura sospetta che quei soldi arrivino tramite le società di Conticini indirettamente e dopo giri strani dai fondi delle organizzazioni. Dopo gli accertamenti della Guardia di Finanza, cominciati nel 2015, la casa di Matilde Renzi e Andrea Conticini viene perquisita nell’estate 2016, momento in cui viene formalizzata l’ipotesi di reato nei confronti dei tre fratelli di Castenaso (Bologna), assistiti da Federico Bagattini. Da allora, però, dell’inchiesta emerge ben poco e i tre, convocati a giugno per un interrogatorio, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

Avrebbe avuto qualcosa da rivelare ai pm Monika Jephcott, fondatrice di Play Therapy International, che nel 2010 lascia la Play Therapy Africa inviando una segnalazione alla sede dell’Unicef di New York sui metodi amministrativi di Conticini. Raggiunta da Il Fatto due anni fa, Jephcott affermava: “Siamo in grado di mettere a disposizione dei pm di Firenze i documenti, le mail, le prove che pensiamo potrebbero essere utili per permettere loro di capire cosa sia successo con Play Therapy Africa Ltd. Quando e se ci verrà chiesto per vie ufficiali dai procuratori o dai giudici di Firenze parleremo con loro attraverso i nostri avvocati e, sempre attraverso canali ufficiali, daremo loro le mail, i documenti e elementi di prova che potrebbero essere utili, o almeno così speriamo e pensiamo”.

Da fonti investigative si apprende che gli inquirenti l’avevano convocata, ma lei non si è presentata. Ieri Il Fatto Quotidiano ha cercato di contattare Jephcott, ma non ha ottenuto risposte.

Giorgetti avverte il Coni: “Il calcio deve tornare al voto”

“La figc non può restare commissariata in eterno, Malagò deve mollarla”: suona quasi come un ultimatum la lettera che il sottosegretario con delega allo Sport, Giancarlo Giorgetti, ha spedito al Coni. Il governo ha inviato i rilievi ai principi informatori congelati il 30 luglio, ribadendo però che il completamento della riforma è slegato dal voto della FederCalcio (commissariata da mesi). Anche perché intanto altre Federazioni hanno votato e il limite dei mandati stabilito dalla nuova legge è già in vigore. “Si proceda sollecitamente a convocare le assemblee elettive”, dice l’esecutivo. Il piano di Malagò era concludere l’iter subito dopo l’estate, per poi far votare la Figc a ottobre/novembre con le nuove regole: tra queste, la revoca del diritto di voto agli arbitri (su cui il quadro non è chiaro). Palazzo Chigi, però, invita a non tirare la corda. Anche perché dopo che il consiglio del Coni (4 settembre) avrà accolto i rilievi, i principi approvati dovranno comunque fare un altro passaggio al governo per l’ok definitivo. Infatti le componenti del pallone (Dilettanti, Lega Pro e calciatori) tornano alla carica per votare subito. Lo scontro continua, ora c’è pure il terzo incomodo.

“Superare pareggio di bilancio. Nessuno crede a Torino-Lione”

L’intervista a Luigi Di Maio è andata in onda ieri sera su La7: “Credo che siamo l’unico Paese che ha all’interno della propria Costituzione l’equilibrio di bilancio – ha detto il vicepremier nonché ministro del Lavoro – , che poi è il pareggio di bilancio”.

Per il momento, però, non sembra essere un progetto strutturato nè sembrano esserci scadenze. “Credo che questa sia una norma che in futuro vada superata, adesso non ci siamo messi al lavoro su questo, a settembre cominciamo dal taglio dei parlamentari” ha detto riferendosi al fronte delle modifiche costituzionali.

Parla anche del Tav, il Treno Alta Velocità su cui i tecnici del ministero dei Trasporti stanno effettuando verifiche cost – benefici: “Sono 30 anni che è stata progettata quest’opera, oltre 10 anni che si prova ad avanzare, si dà la colpa ai no-Tav ma la verità è che questa è un’opera in cui nessuno crede più”. Con la Lega, ha ammesso Di Maio, “abbiamo differenze di vedute, però il contratto di Governo dice che va rivista. Con Salvini troveremo un accordo”, ha aggiunto.

“Donald, aiutaci sullo spread”. I gialloverdi puntano sugli Usa

Elettori e sondaggi a parte, il governo dei barbari non ha molti amici tra corpi intermedi, interessi organizzati, stampa e alta burocrazia italiana. I suoi problemi d’altra parte, sempre che il consenso non cominci a scendere, non sono interni. O meglio, quelli interni coincidono con le tensioni all’interno dei tre partiti che convivono nell’esecutivo: 5 Stelle, Lega e il partito di Sergio Mattarella. Per ora, peraltro, quest’ultimo pare aver preso – per quanto può, ovviamente – la guida delle operazioni con un’agenda di corto respiro: portare a casa la manovra senza traumi per avere più forza nel bloccare il prossimo pacchetto bancario Ue a dicembre. Nel 2019 ci sono le Europee: il dopo è terra incognita. Per arrivarci vivi, però, i gialloverdi dei tre “riti” hanno comunque bisogno di qualche amico in giro per il mondo.

Il sottovalutato Giuseppe Conte ha capito fin dalla sua prima uscita, il G7 in Canada, che l’unica sponda politica possibile – ma non certo di scarso peso – è Donald Trump. Al Tesoro, invece, cercano pure un complesso accordo con la Cina su commercio, investimenti e finanza: il ministro Giovanni Tria ha forti legami con Pechino e sta preparando una sorta di roadshow in Asia.

Perché Conte e i suoi ministri di peso – ma non Salvini e Di Maio, che si occupano, per così dire, del mercato interno – cercano alleati, e così eterogenei, fuori dai confini? Lo facciamo dire al sottosegretario Giancarlo Giorgetti: “Già sappiamo che tra fine agosto e inizio settembre i mercati si metteranno a bombardare”.

Un timore diffuso nel governo – e una speranza dei suoi avversari – è una crisi finanziaria subito: d’altra parte a ottobre il Quantitative easing sarà ridotto da 30 a 15 miliardi di acquisti al mese per terminare entro fine anno, togliendo dal mercato l’unico compratore netto di titoli di Stato italiani di questi anni (oggi il sistema Bce detiene circa 350 miliardi di nostro debito, il 15% del totale, e quelle cedole saranno comunque rinnovate per qualche anno). È probabile, in sostanza, che si assista a nuove tensioni sullo spread col conseguente aumento dei rendimenti che l’Italia sarà costretta a pagare ai famosi “mercati” per piazzare i suoi Btp.

Per questo servono alleati. E dalle spalle larghe. Di questo, ad esempio, il presidente del Consiglio ha parlato con Trump nella sua visita a Washington del 30 luglio: Conte ha chiesto al presidente Usa di “far girare voce” che non sarebbe sgradito un aiuto della finanza a stelle e strisce nelle aste e sul mercato secondario dei titoli italiani dopo l’estate. D’altra parte già a giugno furono proprio i grandi fondi d’Oltreoceano a curare la febbre dello spread: Bridgewater, Aqr, Glg, Blackrock, Pimco, Prudential e Dodge & Cox stabilizzarono il mercato due mesi fa e l’augurio di Palazzo Chigi è che, anche grazie ai “consigli” del loro amico Trump, lo facciano anche in autunno. D’altra parte la Casa Bianca ha i suoi motivi – e non certo ideologici (il populismo e altre amenità) – per cercare la sponda italiana: da una parte c’è la guerra commerciale iniziata contro la Germania e il suo enorme surplus con l’estero (Berlino è dal 2013 nella lista Usa dei “Paesi manipolatori di moneta”); dall’altra la partita libica dove gli interessi petroliferi americani confliggono con quelli francesi.

E poi c’è la Cina. Tria, che ha buoni rapporti col mondo accademico cinese, Paese in cui si reca tutti gli anni, cercherà di spiegare a Pechino che investire in Btp conviene (rendimenti più alti), come pure aprire maggiormente le porte al made in Italy per i milioni di nuovi ricchi cinesi. Se vorrà, avrà al suo fianco il sottosegretario allo Sviluppo Michele Geraci, voluto dalla Lega ma benvisto anche dai 5 Stelle, ex banchiere d’affari che negli ultimi dieci anni ha vissuto e insegnato economia in Cina: pare che, nel suo nuovo ruolo, abbia già sondato Air China per una partnership con Alitalia.