Lavoro e grandi opere, Tajani guida la rivolta del Partito degli Affari

Quando il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani è andato sui cantieri dell’alta velocità Torino Lione e ha indossato quel caschetto bianco si è messo alla testa di un partito vasto, eterogeneo e in cerca di un leader: il partito degli scontenti, o il partito degli affari, come lo chiama già qualcuno. Subito si è accodato Sergio Chiamparino, in quota Pd. E già gli risponde il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli e parlando a lui parla a tutto il partito degli affari: “Si metta l’animo in pace, la mangiatoia è finita”.

Chi siano gli iscritti a quel partito sul lato grandi opere è abbastanza evidente: i grandi costruttori sono in crisi. Condotte ha chiesto l’amministrazione controllata, Astaldi sta provando a ristrutturarsi, Fincosit ha chiesto il concordato in bianco, il gruppo Salini-Impregilo dopo anni di convinto berlusconismo era riuscito a convincere perfino il Pd e Matteo Renzi dell’urgenza del Ponte sullo stretto di Messina. Ora non è più stagione per proporre certe cose, Toninelli – che pare ancora un po’ spaesato – al ministero si è portato consulenti come il professor Marco Ponti assai poco inclini a spendere anche un solo euro per progetti la cui utilità non sia dimostrata con numeri chiari. Alla corrente “grandi opere” del partito degli scontenti è affiliata anche la Snam guidata da un manager in ascesa, Marco Alverà: avere dalla propria il Quirinale di Sergio Mattarella non basta, il destino dell’ultimo tratto del gasdotto Tap in Puglia è ancora incerto. I 5 Stelle, col ministro per la Coesione Barbara Lezzi, restano sensibili ai rumorosi gruppi locali che protestano, in difesa degli ulivi e della spiaggia di San Foca. Difficile dire cosa succederà.

Ma la corrente più nutrita del partito degli scontenti è quella degli “indignati”, nel senso di furibondi per il decreto Dignità. Guida il gruppo Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, ferito due volte: perché gli industriali non sono stati considerati nella discussione del provvedimento e perché, per la prima volta da molto tempo, si trova un governo disposto a complicare la vita alle imprese, in nome di ragioni di principio.

Le contestazioni degli imprenditori sono note: il limite per i contratti a tempo determinato che scende da 36 a 24 mesi costringerà molti ad assumere dipendenti che avrebbero tenuto volentieri precari per un altro anno, il ritorno dell’obbligo di causale sopra i 12 mesi aumenta il rischio di contenzioso per quei lavoratori che vorranno impugnare il contratto a termine sostenendo di aver diritto a quello stabile. Il governo ha usato molto il bastone, mentre la carota degli incentivi alle assunzioni per gli under 35 è davvero troppo piccola. Molti imprenditori, poi, s’erano abituati al renzismo: sussidi pubblici per assumere anche le persone che avrebbero comunque assunto.

A guidare la rivolta è stato Matteo Zoppas, capo di Confindustria Veneto, a nome di imprese medio-piccole che ha riunito a centinaia in un’assemblea. E le preoccupazioni di Zoppas hanno attivato il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, che ha costretto la Lega di governo a occuparsi del decreto Dignità promettendo cambiamenti al momento della discussione in aula. Cambiamenti che non sono arrivati, se non con la previsione di una breve – e confusa – fase transitoria prima dell’applicazione piena. Ai veneti è parsa quasi una beffa che i nuovi vincoli sui contratti a termine si applicassero alle loro piccole imprese dinamiche ma non alla P.A.

Il Foglio diretto da Claudio Cerasa ha dato voce a tutti gli industriali più bellicosi, raccontando addirittura di una rivolta del “60 per cento del Pil”. Come se tutta l’economia delle Regioni in cui operano i vari Piero Ferrari (Emilia Romagna), Giovanni Mondini (Genova), Marco Bonometti (Lombardia) fosse in rivolta. Stima esagerata, perché c’è anche una corrente moderata e quasi soddisfatta nel partito degli affari: quella degli imprenditori del turismo, della ristorazione, dell’agricoltura che hanno esultato per il ritorno dei voucher. Sia perché i famigerati buoni lavoro abbattono i costi e garantiscono massima flessibilità, ma anche – è la silenziosa speranza – permettono di fare di nuovo un po’ di “nero”. Questi imprenditori, che hanno come referente un altro leghista, il ministro del Turismo e dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio, non hanno molta voce, perché oscurati dalle imprese medio-grandi di Confindustria che i voucher li usano poco.

Come prevedibile, il ritorno dei “buoni lavoro” ha fatto invece infuriare la segretaria della Cgil Susanna Camusso, uno smacco che ha più che compensato la limitata soddisfazione per la stretta sui contratti a termine. Nel 2017 la Cgil aveva convocato un referendum sui voucher, poi il governo Gentiloni li ha cancellati per decreto, annullando la consultazione, per poi resuscitarli poco dopo in forma attenuata: ora Conte ne amplia di nuovo il campo d’applicazione e ricominciare la campagna per un altro referendum pare difficile.

Perfino la Confcommercio dell’eterno Carlo Sangalli è piuttosto critica – il problema è il ritorno delle causali – anche se il malcontento è stato poco ostentato, perché i commercianti hanno come priorità che il governo eviti l’aumento dell’Iva nel 2019 e metta limiti ai centri commerciali sulle aperture nei giorni festivi.

Il decreto Dignità sembra aver spinto all’adesione al partito degli scontenti anche Urbano Cairo, l’editore di La7 e del Corriere della Sera, due gruppi ad alta intensità di lavoro. Il giornale di via Solferino è stato a lungo la più autorevole sponda per il M5S di governo: grandi interviste, anticipazioni di provvedimenti, dialogo costante che in cambio produceva una benevola condiscendenza. Oggi invece il Corriere affida sempre più spesso gli editoriali in prima ai commentatori più critici sui temi del lavoro o agli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi che evocano catastrofi finanziarie per l’autunno.

Gli unici che ancora non hanno aderito al partito della protesta sono i banchieri. Certo, non hanno gradito la battuta di Luigi Di Maio secondo cui “la mafia è anche un atteggiamento di alcune banche”. Ma sanno bene che il destino del settore del credito è legato a quello del debito pubblico italiano: se il governo spaventerà i mercati con la legge di Stabilità, partiranno le vendite di titoli di Stato italiani, il loro valore collerà e le banche, piene di Btp, si troveranno con buchi nei conti.

Se davvero in autunno ci sarà la tempesta finanziaria che molti temono, gli iscritti al partito della protesta avranno ben altri problemi che il decreto Dignità.

Mica so’ Matteo, io!

In una scena di rara mestizia, seduto a un tavolino davanti a un armadietto pieno di libri finti e dietro un pc spalancato sul vuoto, un Renzi insolitamente giallastro annuncia, anzi minaccia in diretta Facebook che “presto toccherà di nuovo a noi” e che ci pensa sempre: noi del Fatto, intendo. Infatti cita il nostro titolo sul cyber-attentato a Mattarella: “Altro che bolla di sapone, ho chiesto a Pignatone di essere ascoltato perché ho molte cose da dire” e “a settembre-ottobre ci sarà da divertirsi”. Noi, nell’attesa, già ci scompisciamo dinanzi a un ex leader, prepensionato alla tenera età di 43 anni, che dall’Oltretomba mena scandalo perché il 27 maggio i social dei fan 5Stelle rilanciarono la campagna – sgangherata ma legittima – del leader dei 5Stelle sull’impeachment al capo dello Stato, anziché sponsorizzare le campagne del Pd e di FI. Lui, con l’aria di chi la sa lunga, ma senza spiegare dove sarebbe il reato, tira in ballo “un soggetto a metà fra una società privata e un movimento politico”: vuoi vedere che la Casaleggio sta coi 5Stelle? Roba da ergastolo.

Un’affezionata ventriloqua del Corriere raccoglie altre sue perle di saggezza. Tipo che “gli attacchi a lui e alla sua famiglia hanno la stessa origine e la stessa manina”. Cioè: anziché tifare per lui e la sua famiglia, il M5S li attaccavano. E nessuno fa niente. Ma ora il pool Antiterrorismo interverrà e il governo cadrà per mano dei giudici entro e non oltre fine anno: “Renzi evoca la via giudiziaria”. Noi, antichi fautori della via giudiziaria, siamo con lui. Solo ci domandiamo se, visti i precedenti, gli convenga evocarla. Un anno fa, sempre con l’aria di chi la sa lunga, annunciò di conoscere i “mandanti” del “complotto con false prove su Consip” e che pure lì “ci sarà da divertirsi”. Poi purtroppo la Cassazione scagionò il presunto falsificatore Scafarto, e i pm e il gip il presunto regista Woodcock, ma non babbo Tiziano, Lotti, Del Sette, Saltalamacchia, Vannoni & C.. Lui disse che le inchieste su suo padre erano una congiura per rovesciare il suo governo: poi purtroppo Tiziano fu imputato per fatture false, e pure mamma Laura. E finirono nei guai giudiziari un nugolo di amici suoi e di famiglia, da Mureddu a Dagostino. Fino al cognato Andrea Conticini, appena indagato per riciclaggio in una mega-rapina all’Unicef sui bimbi africani. Senza contare papà Boschi. Invocare i giudici, con una famiglia e un entourage così, rischia di portare sfiga. Ma lui è come Totò: un tizio lo massacra di botte chiamandolo Pasquale e lui fa lo gnorri perché “chissà ‘sto stupido dove vuole arrivare”. E lo lascia fare senza reagire: “Che mi frega a me, mica so’ Pasquale, io!”.

Addio Giagnoni, l’uomo con il colbacco

Nel cuore dei tifosi c’era già entrato, ma da quel giorno non ne sarebbe più uscito. E tutti i presenti – 62.904 persone per l’esattezza – lo capirono all’istante: 9 dicembre 1973, al Comunale di Torino va in scena il derby Torino-Juventus. Al 74º lo juventino Cuccureddu batte il portiere granata Castellini.

Franco Causio, nel festeggiare il gol, si avvicina troppo alla panchina del Torino con aria provocatoria. L’uomo con il colbacco si innervosisce e – con il suo inconfondibile accento sardo – prima lo ammonisce di stare alla larga, poi lo colpisce: “Gli avevo detto di non farlo, con me non avrebbe funzionato. Lui mi rispose con un insulto. Così spostai il guardalinee e lo centrai con un destro. Per fortuna lo presi solo su uno zigomo, altrimenti mi avrebbero arrestato”. Così raccontava l’episodio – con il sorriso sulle labbra – Gustavo Giagnoni, l’uomo con il colbacco: “Ero mortificato, a fine partita temevo il finimondo in sala stampa. Invece trovai 500 persone che mi portarono in trionfo: ‘Questo è il Toro’ gridavano”.

E in effetti sì, Gustavo Giagnoni – morto nella notte tra martedì e mercoledì a 85 anni – era veramente “il Toro”, forse più di chiunque altro, almeno tra gli allenatori. E non lo è stato certo per via di quel pugno, che oggi gli sarebbe costato la pubblica gogna e una squalifica monstre. Lo era già fin dalla stagione 1971/72, non solo perché perse per un solo punto e più di una recriminazione uno scudetto che sarebbe stato il primo dopo la tragedia di Superga (lo vinse ovviamente la Juventus) ma anche – e soprattutto – per quel suo atteggiamento “da Toro”. In campo (per scaramanzia) si presentava con un colbacco in testa, nelle fredde domeniche d’inverno anche con pelliccia e sciarpone bianco-granata di lana.

Era l’attore perfetto di quelle liturgie laiche, collettive e irripetibili, che furono i derby della Mole degli Anni 70. Giagnoni, l’allenatore un po’ comunista, incarnava il mito della squadra operaia rossa come il sangue che si batteva contro la corazzata bianconera del padrone (spesso vincendo, peraltro). E pazienza se in quegli anni la maggior parte della classe operaia calcistizzata tifasse già in maggioranza Juventus. Il messale della liturgia pretendeva questo. E Giagnoni era un perfetto cerimoniere. La sua esperienza in granata non durò molto, ma lo scudetto del 1976 cominciò a vincerlo lui (insieme a Pulici che grazie a lui diventò “Puliclone”, Claudio Sala, Castellini, Graziani e Mozzini). La gente del Toro non l’ha mai dimenticato.

In seguito, con alterne fortune, guidò anche Milan, Roma, Bologna e soprattutto Cagliari, la squadra della sua terra. Da 25 anni, dopo l’ultima stagione sulla panchina della Cremonese, si era ritirato a Mantova, città dove era nato calcisticamente.

Jimmy il Fenomeno, il clown al servizio della “Dolce vita”

Come ogni microcosmo umano, anche la Dolce vita aveva i suoi riti e soprattutto i suoi personaggi in commedia. Jimmy il Fenomeno era il clown della Dolce vita. Tutte le sere lo trovavo lì, protagonista volontario attraverso smorfie, gridolini, una fisicità per alcuni quasi molesta. Abbracciava. Stringeva. Saltava addosso. Toglieva ogni diaframma tra lui e la fama, tanto da spaventare (a volte) i neofiti di quel clima. Conosceva chiunque. E proprio Jimmy una sera mi presenta Silvio Berlusconi: era fuori da un ristorante del centro di Roma, aspettava la passione del momento, Veronica Lario. “Questo è il più ricco d’Italia! Vedrai cosa combinerà, ha le televisioni”. Aveva ragione. Berlusconi lo saluta con affetto e, sorpreso dalla pioggia, si infila dentro la nostra auto: per venti minuti (reali) ci regala un inaspettato (per allora) repertorio di barzellette. Giù risate, di Jimmy. Senza limiti. Perché Jimmy non ne aveva. Poteva anche andare da una donna e dirle: “Stamattina ti ho pensato e mi sono toccato” (Ornella Muti una delle vittime), ma pur di sopravvivere tra i vip era pronto all’impensabile, così gli chiedevano la qualunque, e lui accettava; lo prendevano in giro, non importava. Era il Fenomeno.

Cadaveri e giallo tabacco

Giallo nicotina. Indagini fumose: quante sigarette per scoprire il colpevole. In più, su Catania, piove la sabbia nera dalle cento e cento bocche dell’Etna vivo e vegeto, mai dormiente. Vanina Guarrasi è un vicequestore sfiancato dal dolore. Bella e arcigna e single. Da bambina, sull’uscio della scuola, ha visto morire il suo papà eroe ucciso dalla mafia. Adesso si occupa di “semplici” omicidi e dal montacarichi segreto di una villa antica riemerge un cadavere degli anni Sessanta. Una donna, maîtresse di un rinomato bordello. Il mistero è intricato e Vanina fuma tantissimo. È lei la protagonista di Sabbia nera di Cristina Cassar Scalia (Einaudi, 395 pagine, 19 euro), da qualche settimana nella classifica dei libri più venduti. Le praterie sanguinose del nuovo giallo italiano sono ampie, se non infinite, e non si fermano ai soliti noti autori di bestseller. Da gennaio a oggi sono decine le uscite degne di segnalazione. E per l’estate la produzione raddoppia, coprendo tutto il territorio nazionale. Il Giro d’Italia in maglia gialla, anziché rosa.

Altri due fumatori accaniti sono l’ispettore Lopresti e Michele Vigilante detto “Tiradritto”. Vigilante è un camorrista appena uscito dal carcere e deve subito darsi alla fuga. Un ignoto killer ha scavato sette fosse nel cimitero di un paesino campano. Tutte riservate a boss e gregari locali, compreso Vigilante. È La settima lapide di Igor De Amicis (DeA Planeta, 409 pagine, 16 euro). La fuga di “Tiradritto” s’allunga fino a Milano e qui si risolve anche l’atavico enigma dei cinesi morti e scomparsi: “Si passano i documenti fra i giovani che entrano clandestinamente in Italia e i vecchi che muoiono e vengono rimpatriati in Cina per essere sepolti, li modificano, li cambiano, li sistemano, lavorano su basi originali e questo rende i loro falsi assolutamente perfetti. E così all’anagrafe risultano praticamente immortali”.

Magari a Milano ci fossero solo camorristi, cinesi immortali e ovviamente calabresi di ‘ndrangheta. L’ex capitale morale del Belpaese è al centro di due thriller che definire apocalittici è poco. Quartieri periferici e impenetrabili come casbah arabe o nordafricane: è il giallo ai tempi del populismo e dei migranti.

Il commissario Rosa Lopez guida l’Antiterrorismo. Pure lei ha inconsolabili dolori personali, è un cuore solitario e una volta fumava sessanta sigarette al giorno. Milano si prepara a vivere una funesta giornata di attentati della jihad, i morti saranno centinaia (la Galleria in centro trasformata in un ospedale da campo) e Lopez si muove in una vastissima zona grigia tra Servizi e blitz extra legem, al cui confronto l’extraordinary rendition americana di Abu Omar è un’operazione da educande: è Lo stupore della notte di Piergiorgio Pulixi (Rizzoli, 361 pagine, 18 euro). Lopez dovrà scoprire chi è il “Maestro”.

Nel medical noir La maledizione della croce sulle labbra di Danilo Arona ed Edoardo Rosati (Ink, 255 pagine, 14,90 euro), la catastrofe su Milano arriva da un attacco batteriologico sotto forma di riti voodoo: centinaia di migranti caraibici che invadono la metropoli “ungendo” poveri cittadini. Anche qui centinaia di vittime.

Per ritrovare un più rassicurante omicidio borghese in terra meneghina c’è nientemeno che l’ex bersaniano Filippo Penati, al centro di note sventure giudiziarie terminate con la sua assoluzione: si è dato alla scrittura e dalla sua penna è nato il commissario Giorgi, abbandonato dalla moglie scappata in Australia con un calciatore: La casa dei notai (La nave di Teseo, 244 pagine, 14 euro). Milanesi al cento per cento sono poi i due romanzi di tre giornalisti collaudati giallisti: Juke-box di Arosio & Maimone, la serie dei detective Greta e Marlon (Tea, 360 pagine, 16 euro) e Non si uccide per amore di Rosa Teruzzi, con la acuta fioraia del Giambellino, madre di un’inquieta poliziotta (Sonzogno, 159 pagine, 14 euro).

Milano spara, Torino risponde. Nel filone sabaudo c’è lo sfigatissimo e cinico Contrera, investigatore privato. La sua prima inchiesta è Fa troppo freddo per morire (Einaudi, 327 pagine, 18,50 euro) del talentuoso Christian Frascella. La cifra è umoristica e i dialoghi tra Contrera e il figlio genietto della bella Erica, dodicenne che legge Faulkner, sono irresistibili. Il campo d’indagine è il quartiere Barriera di Milano: ieri gli operai italianissimi della Fiat, oggi i soliti migranti. Contrera deve far luce sugli omicidi di un pappone albanese e di un ragazzino marocchino.

Torino è la città anche di una Splendida giornata per un funerale di Matteo Poletti (Sperling & Kupfer, 349 pagine, 17,90 euro) e di Così giocano le bestie giovani del raffinato Davide Longo (Feltrinelli, 329 pagine, 18 euro).

E Roma? Affollata da troppi investigatori di grido, un nome nuovo e affidabile è quello dell’ex commissario Adriano Panatta (sì, proprio come l’ex tennista): Chi di spada ferisce di Giorgio Serafini Prosperi (Nne, 302 pagine, 17 euro).

Il tour delle grandi città è completato da Firenze e Genova. Sull’Arno è ambientato il notevole psicothriller di Paola Barbato, Io so chi sei (Piemme, 515 pagine, 18,50 euro), il primo di una trilogia angosciante: Lena lavora in un hotel e un giorno riceve un sms dal fidanzato ufficialmente morto dopo un tuffo “involontario” da un ponte. Lena non va dalla polizia e segue le “istruzioni” dei malefici messaggini, mentre intorno a lei vengono ammazzati amici e conoscenti. La verità è incredibile e non finisce per il momento.

A Genova, invece, l’ispettore Manzi deve ricorrere al suo ex collega Goffredo Spada: tre femminicidi fanno pensare a un serial killer e il colpo di scena dell’epilogo spiazza il lettore: Tre cadaveri di Raffaele Malavasi (Newton Compton, 411 pagine, 9,90 euro). L’Italia è una penisola ricoperta di giallo (non solo grillino), cui non si sottrae la provincia. Ultimi tre titoli dall’Emilia-Romagna: Morte di un antiquario a Ferrara di Paolo Regina (Sem, 234 pagine, 16 euro); Notte al Casablanca a Parma di Daniela Grandi (Sonzogno, 269 pagine, 16 euro); La cura degli alberi a Modena di Ludovico Del Vecchio (Elliot, 189 pagine, 17,50 euro).

Watergate, l’occhio indiscreto su Nixon

Esattamente 44 anni anni fa, il 9 agosto 1974, il presidente americano Richard Nixon si dimise in seguito alla richiesta di impeachment. Era l’ultimo strascico dello scandalo Watergate, scoppiato due anni prima a causa delle intercettazioni abusive effettuate nel quartier generale del Comitato nazionale democratico da uomini legati al partito Repubblicano. A scoprire il più grande scoop della storia del giornalismo americano – l’abuso di potere da parte dell’amministrazione Nixon per indebolire l’opposizione politica dei movimenti pacifisti che non volevano più continuare la guerra nel Vietnam – furono i giornalisti del Washington Post Bob Woodward e Carl Bernstein che pubblicarono un libro-inchiesta da cui fu tratto il film Tutti gli uomini del presidente, uscito nelle nel 1976. A interpretare i giornalisti che tra scatole di documenti e macchine da scrivere furono Dustin Hoffman e Robert Redford che si era assicurato i diritti del libro e la cui influenza sulla produzione e sul regista, Alan J. Pakula, fu estrema. La pellicola vinse 4 premi Oscar, ma non quello come miglior film che andò a Rocky. Tutti gli uomini del presidente è qualcosa che va oltre il cinema, la politica e la cronaca: è la realtà che irrompe nella nostra vita e che si deve raccontare. Ancora oggi viene mostrato nelle scuole di giornalismo.

Angelina va alla guerra e inguaia Brad sugli alimenti. Ma non è l’unico moroso

Fosse in Italia – e fossero vere le accuse a suo carico –, il caro Brad rischierebbe una multa di oltre 1.000 euro (se non addirittura il carcere) per non aver provveduto, negli ultimi 18 mesi, al mantenimento dei sei figli, sborsando loro “alimenti consistenti”: questo almeno sostiene Angelina, che dall’ex pretende pure un divorzio celere cosicché, entro il 2018, lei possa tornare libera e felice. “Ho pagato milioni di dollari per i figli”, ha risposto prontamente Pitt, comprese le spese per i terapisti, i viaggi in aereo e le guardie del corpo in servizio 24 ore al giorno.

La querelle Jolie-Pitt sugli assegni post-separazione non è un caso isolato o infrequente, né tra i danarosi divi di Hollywood né tra meno facoltosi vip nostrani: l’ex signora Depp, all’anagrafe Amber Heard, ha contestato a Johnny diverse pecche, tra cui gli alimenti non versati. Dopo qualche mese, però, è stata costretta a fare marcia indietro, almeno sul mantenimento, rinunciando (provvisoriamente) all’assegno mensile – di circa 50 mila dollari – per evitare che la questione economica mettesse in ombra accuse ben più gravi, come la violenza domestica. Altra celebre scontenta è Katie Holmes, che anni dopo la separazione da Tom Cruise, si è lamentata dei pochi dollari al mese (30 mila) sganciati per Suri.

In Italia ha fatto notizia la casa pignorata a Morgan perché da anni non versava ad Anna Lou – avuta con Asia Argento – i duemila euro mensili dovuti. Anche Gabriele Muccino è stato inguaiato dalla ex Elena Majoni con l’accusa di non pagare quanto pattuito per il figlio. Per gli ex coniugi De Martino-Rodriguez la situazione è agli antipodi: il ballerino non deve versare alcun assegno a Belen, mentre al figlio spettano mille euro al mese.

Londra, 50 anni fa partiva il “Train” dei Led Zeppelin

Trovatelo voi un posto adatto alla riunione dei Led Zeppelin. E un cachet dignitoso. Quando nel 2007 la band annunciò il concerto-tributo in memoria del discografico Ahmet Ertegun, ci furono più di 20 milioni di richieste di biglietti via internet: i 21 mila posti della 02 Arena di Londra furono assegnati solo grazie a un sorteggio nominale. Quel 10 dicembre – come documenta il film Celebration Day – gli Zep erano in stato di grazia, con il batterista Jason Bonham unico vero erede del defunto padre “Bonzo”.

Si sperò in un tour articolato, e ieri come oggi le offerte dei promoter non erano mancate: 150, 200 milioni di dollari. Ma dopo lunghe insistenze, il progetto tramontò per la fiera opposizione di Robert Plant: non voleva tornare a “fare il jukebox umano in un serraglio on-the-road come è il rock da stadio”. Il cantante autorizzò gli altri a proseguire senza di lui: fu contattato il frontman degli Aerosmith, Steven Tyler. Non se fece niente, e i Led Zeppelin restarono autoconfinati nella leggenda che avevano alimentato in 12 anni di folgorante carriera conclusa dopo la morte improvvisa, durante un party, del formidabile uomo dietro ai tamburi, John Bonham, il 25 settembre 1980.

Ma ora che è scattato il cinquantennale dagli esordi, li hanno di nuovo sommersi di proposte. E Plant, che è in giro con i suoi Sensational Space Shifters (il 27 luglio ha incantato Milano), si è confermato irremovibile: “Una riunione dei Led Zeppelin? Sì, la faremo in una friggitoria di Camden Town”. E non al Festival di Glastonbury 2019, come mormora speranzosa la stampa inglese, né il prossimo ottobre, ricorrenza dei primi concerti di cinquant’anni fa: debuttarono il 4 a Newcastle, ma si chiamavano ancora New Yardbirds (il 2.0 del gruppo in cui fino allora aveva militato Jimmy Page).

Divennero ufficialmente “dirigibili di piombo” solo il 25 ottobre ’68 all’Università del Surrey. Anche questo agosto entra nel novero delle ricorrenze: era il 12 quando si ritrovarono per la prima session in una sala prove di Gerrard Street. Cimentandosi nel classico blues Train Kept A’Rollin’ iniziarono a cementare l’intesa che li portò a conquistare il mondo, con i primi cinque-sei album da portare su un’isola deserta (su tutti il quarto, con l’epocale Stairway to heaven, peraltro sospettata di plagio da Taurus degli Spirit).

Dal vivo dispiegavano una furia erotica senza pari, che giustificava il loro rock orgiastico e le presunte connivenze con il diavolo di Page, ammiratore del satanista Aleister Crowley, di cui aveva acquistato la casa, sulle rive del Loch Ness, seminando i vinili di messaggi esoterici.

Oggi Jimmy è un anziano gentleman in perenne lite condominiale con il suo vicino Robbie Williams; il bassista John Paul Jones sta componendo un’opera, Plant si immerge divinamente nel blues. Si sono rivisti per la pubblicazione di un libro fotografico, e se si organizzeranno eventi in cui altri big eseguiranno i loro brani, saranno lì ad applaudire, come fecero nella serata d’onore al Kennedy Center accanto all’allora presidente Obama.

Ma il dream team perfetto del rock non esiste più da tempo. Bonzo, quello che entrava nelle hall degli alberghi direttamente in moto, ora scorrazza con la sua Harley dalle parti di Belzebù, che gli ha proposto un ingaggio faraonico per i Led Zeppelin. All’inferno.

Il diamante più sexy non sopportò il peso dei suoi tanti Carati

Non che un altro cinema, anzi, “il” cinema l’avrebbe salvata, giacché il genere del caso si chiama exploitation e non sfruttamento, e la lingua è paternità. Eppure è lì, Oltreoceano, che tutto è già scritto, quattro anni prima che muoia, lì che sogno e preghiera vanno a braccetto, e cercano la vena buona: “La sai una cosa? Sei in assoluto la ragazza più bella che abbia mai conosciuto”, “La viola la mattina, la blu a mezzogiorno, l’arancione la sera, questi sono i miei tre pasti, brutto mostro!”, “Tu mi fai sentire una persona… sentire me stessa… e bella”, “Le fighette bianche sono brave a fare una cosa: a succhiarlo”. È il 2000, è l’opera seconda di Darren Aronofsky, è cult istantaneo e sempreverde, è Requiem for a Dream, e in un’altra dimensione, in un mondo parallelo al posto di Jennifer Connelly ci sarebbe, e ci starebbe, Ileana Caravati, in arte (e surrogati) Lilli Carati. Requiem per il suo sogno spezzato, precipitato tombale di un’età di mezzo: gli anni ’80 che trascolorano nella siringa, l’erotico per quasi tutti che trapassa con le luci rosse. Non diremo di quei carati posticci, della pietra grezza – e di altre pietre – e della sfaccettatura a mezzo cinema, ma Lilli Carati è cava e vetrina, sangue e diamante, e paga lei. Tutto.

Quando il cancro al cervello ha la meglio, il 20 ottobre del 2014, i fiori li porta Pietrangelo Buttafuoco: “Entra nel mistero della tomba e dice una cosa tipo: ‘Sono pronta per il sorriso’. È nuda alla meta, è morta. E sorride”, l’autopsia la firma Camillo Langone: “Lilli che era una bellezza da fiume e da lago, se l’avesse conosciuta Manzoni anziché del cielo avrebbe scritto del culo lombardo: così bello quando è bello”. È lei la ragassa, ma assecondando il romanzo sessista – quando sessista era un attributo e non un divieto – di Gianni Brera, prima veniva il corpo, e il corpo era la parte per il tutto: Il corpo della ragassa, libro nel 1969, film dieci anni più tardi, per la regia di Pasquale Festa Campanile, con Enrico Maria Salerno e Renzo Montagnani.

Un anno prima, togliendone due alla carta d’identità, Lilli professa di Avere vent’anni, e con lei Gloria Guida: dietro la macchina da presa Fernando Di Leo, la bugia di due – Guida è del ’55 – apre a scomode, e dunque censurate, verità per la commedia sexy. Tina, ovvero Lilli, non smobilita, (s’) apparecchia, e tra palco e realtà noi prendiamo posto: “Un maschio. Due maschi. Tre maschi. Quattro maschi. Cinque maschi. Sei maschi… Ah! Ammazza quanti maschi! Se ci mettiamo qua di sicuro si scopa!”. Arriveranno stupri e omicidi, ma il frame di un’epoca, il fermo immagine di un sentire diffuso è loro, sono Lilli e Gloria che ballano a Trinità dei Monti, che hanno vent’anni (e poco più) e ce li sbattono in faccia, sogno proibitivo e immagine-dinamite. A sottrarle a oblio e bigottismo fu nel 2004 la Mostra di Venezia, con Quentin Tarantino a plaudire.

Lilli arriva al cinema da anticipataria, nel 1975 appena diciannovenne affianca Adriano Celentano e Mariangela Melato in Di che segno sei diretto da Sergio Corbucci. L’aveva pescata, lenza e non strascico, l’anno prima il produttore Franco Cristaldi, intuendo dietro la fascia di Miss Eleganza, ravvisando oltre il secondo posto a Miss Italia un’icona profana. Lilli è bella e sfacciata, bellissima con licenza, ironica senza ritegno, sensuale con una terza “s” per variabile scollacciata: è la ragassa della suite accanto, residenza e non domicilio a ore, capace con uno sguardo appena di trascendere l’estrazione piccolo borghese in desiderio super partes.

Ci muori, dietro a Lilli Carati, ma anche quello lo vuole fare lei in prima persona singolare. Si prova ex cathedra, ne La professoressa di scienze naturali (1976) di Michele Massimo Tarantini, dove s’espone a un lubrico Alvaro Vitali; dodici mesi più tardi cambia registro, ma non il voto in condotta, con l’ennesimo chilometrico titolo di Lina Wertmüller, La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia, un talamo a tre piazze con Candice Bergen e Giancarlo Giannini.

Due lustri prima dell’epilogo, officiato a Induno Olona, Lilli si piazza davanti alle telecamere di Storie vere su Rai Tre, e si confessa in poesia e parafrasi: “Una vita da eroina, ma non le eroine classiche”; “Chiaramente. Il senso più chiaro, nel mio caso, non è l’eroina come eroina, ma l’eroina come stupefacente”.

“La chiamavamo la bambola di velluto, perché era piccolina, non tanto alta, ma molto bella. Aveva un corpo fatto bene, era proporzionata, molto sensuale”, ricordò Lino Banfi, che lui pure l’aveva conosciuta a scuola, ne La compagna di banco (1977).

Se il cinema non le piacque mai, Lilli fu prontamente e sprezzantemente ricambiata: superando in corsia d’emergenza – lo fece per procurarsi la droga – le commedie sexy, si trovò a recitare a oggetto. In principio fu il soft-core Lilli Carati’S Dream, poi una mesta e pornografica teoria, quindi eroina e cocaina, il carcere e due tentativi di suicido.

Al televisivo Stracult nel 2008 confessò la voglia di tornare a recitare, e dopo 24 anni di assenza l’avrebbe dovuto fare ne La fiaba di Dorian, regia di Luigi Pastore. La parte se l’è presa il tumore, senza però toglierle definizione e destino: “Una dea della bellezza – osservò Brera – dovrebbe morire giovane per non sfiorire, per restare inviolata nel mito, come certi poeti, pittori, musicisti prima del tramonto”. A Lilli Carati, all’anagrafe varesotta Ileana Caravati, non è riuscito niente, è riuscito tutto.

 

I quaderni delle mazzette affossano la Kirchner

L’ex vicepresidente Amado Boudou è stato condannato a 5 anni e 8 mesi di prigione e inabilitato a vita a incarichi pubblici. È accusato di corruzione e trattative incompatibili con la sua funzione pubblica: il tutto si riferisce a un fatto del 2012, quando Boudou si vide coinvolto, attraverso l’affarista Alejandro Vandenbroele in qualità di prestanome, nell’acquisto della Compagnia di Valori Sudamericana, azienda privata per la stampa di banconote. Negli anni diversi giudici e magistrati, nonostante le indagini dimostrassero con chiarezza la colpevolezza dell’imputato, hanno annullato o posticipato le 10 cause nelle quali era coinvolto l’ex vicepresidente, delle quali quella della grafica, chiamata “Ciccone” dal nome degli ex proprietari, è la più importante. Secondo i magistrati Boudou accettò come tangente il 70% delle azioni della società; inizialmente venne arrestato il 2 novembre 2017 con l’accusa di riciclaggio di denaro sempre collegato alla stessa causa, e posto in carcerazione preventiva.

Dopo 70 giorni venne liberato, ma da martedì, completato il processo, è stato nuovamente trasferito nelle carceri di Ezeiza: la prima sentenza confermata nel processo contro la corruzione, che la settimana scorsa ha vissuto il momento-chiave con la consegna alle autorità e pubblicazione dei quaderni sui quali l’autista di Roberto Baratta , numero 2 del ministro della Pianificazione Julio De Vido, Oscar Centeno annotava appuntamenti e cifre del giro di tangenti delle Opere Pubbliche. Fatto che ha portato a 16 arresti e inviti a comparire presso il Tribunale di Buenos Aires da parte di politici, imprenditori e membri della magistratura legati all’ex governo kirchnerista.

Ieri è stato il turno dell’ex giudice Norberto Oyarbide che, durante la sua audizione, ha dichiarato di aver subito pressioni per favorire nelle innumerevoli cause che li riguardavano non solo i vari membri dei governi, ma anche gli stessi Néstor e Cristina Kirchner. Tra le quali quelle di arricchimento illecito quando nel 2008 respinse la richiesta di chiarire l’aumento del 168% annuo del patrimonio della famiglia presidenziale e quella chiamata “Sueños Compartidos” (Sogni condivisi) nella quale erano coinvolte le Madri di Plaza de Mayo accusate di aver ricevuto ingenti somme dallo Stato per la costruzione di case destinate ai poveri e non aver mai portato a compimento solo una minima quantità di alloggi, girando parte dei soldi ricevuti alle casse dell’Fpv (Frente para la Victoria), il partito kirchnerista.

Sebbene nel corso della carriera Oyarbide abbia collezionato 47 denunce per mala prassi e 43 richieste di giudizio politico, nessuna ha seguito il suo corso a causa delle protezioni politiche di cui ha sempre goduto. Un personaggio chiave quindi degli ultimi 15 anni di storia, sotto le cui mani finivano “per sorteggio” le cause più delicate che implicavano il potere trovandone sempre un fedele alleato, che ora pare destinato ad aprire il “vaso di Pandora”, aggiungendosi al gruppo di pentiti che collabora con la giustizia.

Oggi il Senato deve dare l’assenso alla perquisizione di uno degli appartamenti di Cristina Kirchner a Buenos Aires, che dovrà anche comparire in Tribunale per essere interrogata: si stringe sempre più il cerchio attorno all’ex presidente, da molti testimoni citata come “il capo della banda” e ormai isolata all’interno di un peronismo che potrebbe finire con lo “scaricarla”.