Le nuove sanzioni economiche americane contro l’Iran vietano transazioni in dollari e prevedono anche ritorsioni nei confronti delle società internazionali, comprese dunque quelle italiane, che fanno affari con Teheran. Un danno per l’economia europea ma soprattutto per la classe media iraniana già alle prese con una crisi che il mese scorso ha portato alla serrata nella capitale del Gran Bazar, cuore commerciale dell’intero Paese.
Si tratta di un evento raro che ha messo in luce le enormi difficoltà in cui si dibatte da almeno un anno l’economia della repubblica islamica guidata dagli ayatollah. Corruzione e clientelismi a parte – una vera piaga anche nel nuovo Millenio -, le preoccupazioni circa il prevedibile effetto deleterio delle misure di restrizione imposte da Trump vanno ad aggiungersi a quelle per il sistema bancario e per il drammatico deprezzamento della moneta locale che negli ultimi otto mesi ha perso metà del proprio valore.
Nonostante quattro mesi fa il governo avesse fissato il tasso di cambio a 42mila Rial per 1 dollaro, al mercato nero la svalutazione ha ormai superato gli 80mila Rial. Le imprese non riescono più a lavorare e molte attività commerciali hanno chiuso perché sempre meno persone sono in grado di acquistare merci il cui costo aumenta di giorno in giorno.
Quando nel 2013 l’attuale presidente Hassan Rohani fu eletto al vertice della teocrazia, la vendita del petrolio era crollata del 75 per cento, il tasso di inflazione era del 40 per cento e la valuta aveva preso una brutta china correndo veloce verso il precipizio.
Il presidente riformatore in un paio d’anni riuscì a riportare l’inflazione sotto il 10 per cento e lavorò alacremente per fare uscire l’Iran dall’isolamento. Con l’accordo sul nucleare del 2015 i suoi sforzi furono solo in parte premiati perché le sanzioni di carattere finanziario imposte dagli Usa non sono mai state revocate, convincendo le banche internazionali a continuare a evitare l’Iran.
Il sistema bancario iraniano da parte sua non ha attratto gli istituiti internazionali che avrebbero voluto impegnarsi comunque nel Paese – quarto produttore di petrolio nel mondo – dovendo scontare decenni di mancato ammodernamento a causa dell’isolamento del Paese dalla rivoluzione khomeinista del 1979. Un’arretratezza, quella del sistema bancario, che non si risolverà con l’arresto di qualche big e alti funzionari, come avvenuto la scorsa domenica quando la polizia ha messo le manette ai polsi di Ahmad Araghchi, il vicegovernatore del “Dipartimento scambi in valuta straniera” della Banca Centrale Iraniana. Eppure Rohani si è impegnato anche su questo fronte fin dall’inizio del suo primo mandato rinnovato lo scorso anno. Lo sviluppo, secondo gli standard internazionali del sistema bancario, ha mostrato che molte banche sono diventate un vero e proprio scoglio insormontabile. Gli osservatori ritengono siano necessari 200 miliardi di dollari per rendere virtuoso il sistema bancario. Ma sono emerse anche istituzioni finanziarie illegali che offrivano tassi d’interesse molto appetibili, fino al 25 per cento. Rohani le ha fatte chiudere o fondere con altre banche, generando una sfiducia tra la gente che era sfociata all’inizio dell’anno nelle manifestazioni di piazza in tutte le città iraniane più importanti.
Gli iraniani quindi hanno iniziato a convertire i propri risparmi in valuta straniera e a tenerseli in casa. Si stima inoltre che, solo nel 2017, 40 miliardi di dollari siano usciti dal Paese. Per arginare questo fenomeno, le autorità hanno imposto dei limiti riguardanti la valuta estera e la gente ora acquista oro. L’unica speranza del presidente riformatore per mantenere sotto controllo il malcontento che monta trasversalmente nella società è che il prezzo del petrolio salga e la sua vendita non cali. E per questo può ancora contare sulla Cina e sull’India.
Ma gli Usa e Israele faranno di tutto per complicare la situazione.