Troppa corruzione e inflazione a go go. Rohani non decolla

Le nuove sanzioni economiche americane contro l’Iran vietano transazioni in dollari e prevedono anche ritorsioni nei confronti delle società internazionali, comprese dunque quelle italiane, che fanno affari con Teheran. Un danno per l’economia europea ma soprattutto per la classe media iraniana già alle prese con una crisi che il mese scorso ha portato alla serrata nella capitale del Gran Bazar, cuore commerciale dell’intero Paese.

Si tratta di un evento raro che ha messo in luce le enormi difficoltà in cui si dibatte da almeno un anno l’economia della repubblica islamica guidata dagli ayatollah. Corruzione e clientelismi a parte – una vera piaga anche nel nuovo Millenio -, le preoccupazioni circa il prevedibile effetto deleterio delle misure di restrizione imposte da Trump vanno ad aggiungersi a quelle per il sistema bancario e per il drammatico deprezzamento della moneta locale che negli ultimi otto mesi ha perso metà del proprio valore.

Nonostante quattro mesi fa il governo avesse fissato il tasso di cambio a 42mila Rial per 1 dollaro, al mercato nero la svalutazione ha ormai superato gli 80mila Rial. Le imprese non riescono più a lavorare e molte attività commerciali hanno chiuso perché sempre meno persone sono in grado di acquistare merci il cui costo aumenta di giorno in giorno.

Quando nel 2013 l’attuale presidente Hassan Rohani fu eletto al vertice della teocrazia, la vendita del petrolio era crollata del 75 per cento, il tasso di inflazione era del 40 per cento e la valuta aveva preso una brutta china correndo veloce verso il precipizio.

Il presidente riformatore in un paio d’anni riuscì a riportare l’inflazione sotto il 10 per cento e lavorò alacremente per fare uscire l’Iran dall’isolamento. Con l’accordo sul nucleare del 2015 i suoi sforzi furono solo in parte premiati perché le sanzioni di carattere finanziario imposte dagli Usa non sono mai state revocate, convincendo le banche internazionali a continuare a evitare l’Iran.

Il sistema bancario iraniano da parte sua non ha attratto gli istituiti internazionali che avrebbero voluto impegnarsi comunque nel Paese – quarto produttore di petrolio nel mondo – dovendo scontare decenni di mancato ammodernamento a causa dell’isolamento del Paese dalla rivoluzione khomeinista del 1979. Un’arretratezza, quella del sistema bancario, che non si risolverà con l’arresto di qualche big e alti funzionari, come avvenuto la scorsa domenica quando la polizia ha messo le manette ai polsi di Ahmad Araghchi, il vicegovernatore del “Dipartimento scambi in valuta straniera” della Banca Centrale Iraniana. Eppure Rohani si è impegnato anche su questo fronte fin dall’inizio del suo primo mandato rinnovato lo scorso anno. Lo sviluppo, secondo gli standard internazionali del sistema bancario, ha mostrato che molte banche sono diventate un vero e proprio scoglio insormontabile. Gli osservatori ritengono siano necessari 200 miliardi di dollari per rendere virtuoso il sistema bancario. Ma sono emerse anche istituzioni finanziarie illegali che offrivano tassi d’interesse molto appetibili, fino al 25 per cento. Rohani le ha fatte chiudere o fondere con altre banche, generando una sfiducia tra la gente che era sfociata all’inizio dell’anno nelle manifestazioni di piazza in tutte le città iraniane più importanti.

Gli iraniani quindi hanno iniziato a convertire i propri risparmi in valuta straniera e a tenerseli in casa. Si stima inoltre che, solo nel 2017, 40 miliardi di dollari siano usciti dal Paese. Per arginare questo fenomeno, le autorità hanno imposto dei limiti riguardanti la valuta estera e la gente ora acquista oro. L’unica speranza del presidente riformatore per mantenere sotto controllo il malcontento che monta trasversalmente nella società è che il prezzo del petrolio salga e la sua vendita non cali. E per questo può ancora contare sulla Cina e sull’India.

Ma gli Usa e Israele faranno di tutto per complicare la situazione.

Arrestato deputato opposizione accusato dell’attentato a Maduro

Juan RequesensÈ questo il nome del deputato venezuelano, appartenente al partito di opposizione Primero Justicia (PJ), arrestato martedì sera perché pubblicamente accusato dal presidente Nicolás Maduro di essere l’ideatore del presunto attentato con due droni sabato scorso durante una parata militare. Lo ha denunciato su Twitter il PJ, secondo il quale Juan Requesens e la sorella Rafela sono stati arrestati nella loro casa di Caracas. “Ritengo responsabile il regime di Nicolás Maduro di quanto potrà accadere a mio fratello e all’intera famiglia”, ha successivamente twittato Rafaela, che è stata poi rilasciata. Il PJ ha accusato Maduro di “persecuzione politica” dell’opposizione.

Yazidi, l’odissea di un popolo: oppressi, umiliati e ora liberati

Perseguitati e poi costretti a diventare parte di un progetto assurdo attraverso le distorsioni dell’Islam messe in atto dall’Isis. Ora salvati da una trattativa e ‘ricomprati’ per evitare un destino segnato. L’incubo per la popolazione yazida del nord Iraq non è finito. La parte più delicata arriva adesso, all’indomani della neutralizzazione dello Stato Islamico, sia in Iraq che in Siria, dove resistono piccoli gruppi di combattenti ormai in disarmo.

Gli yazidi furono tra i primi a essere ‘conquistati’ dal Califfato, dei loro villaggi attorno al capoluogo, Sinjar, restano solo macerie. A Mosul, distante 150 km, dopo la grande battaglia tra il 2016 e il 2017 per eliminare Daesh, la ricostruzione è già ripartita. Sinjar, liberata il 13 novembre 2015 (il giorno dell’attentato al Bataclan) dai Peshmerga curdi, è ancora uno spettro.

Chi la abitava o è morto o si trova nei campi profughi allestiti nei centri curdi della provincia di Duhok, oppure marcisce nelle prigioni irachene. Gli yazidi – di etnia curda e con una religione che abbraccia tutti i principali credi monoteisti, comparsa prima dell’Islam in Mesopotamia – hanno subito un trattamento simile a quello riservato dall’Isis ai drusi in Siria.

Emergenza terminata, adesso è ora del ritorno alla vita per decine di migliaia di persone, brutalizzate e schiavizzate dalla follia dell’islam radicale. Un’organizzazione curda con base a Erbil, da sempre impegnata nel sostegno della popolazione yazida, ha iniziato da qualche tempo a prendere contatti con organizzazioni internazionali, governi locali, ambasciate straniere sul territorio e personaggi influenti per avviare un’operazione molto delicata: recuperare gli yazidi sottoposti, dal 2013 a oggi, a un vero e proprio lavaggio del cervello da parte del Califfato. Trattative sia con gli ultimi bastioni delle milizie ‘nere’ che con i vertici dei penitenziari iracheni dove queste persone sono state rinchiuse e maltrattate: “Gli yazidi che abitavano nella provincia di Sinjar erano persone di basso profilo culturale ed educativo – spiega Kareem Botane, una delle anime di questo progetto virtuoso -. Vittime predestinate, menti facili da plasmare per trasformare esseri miti in guerriglieri e adepti delle discipline dello Stato Islamico. Adesso è venuto il tempo di recuperare queste persone, di ridare loro una dignità. Attraverso fondi in arrivo da una serie di organizzazioni internazionali con cui siamo legati, trattiamo con le parti opposte come se fosse la richiesta di un riscatto. Al momento ci occupiamo di circa 3mila casi, quelli a noi più a cuore sono i bambini e i giovani, ragazzini sotto i 18 anni già costretti e convinti a combattere tra le fila del Califfato. Quanto costa salvare una persona? Dipende se si tratta di un adulto o di un minorenne, di una donna, di una famiglia intera. Il costo medio si aggira attorno ai mille euro”.

Comprati per essere salvati, per dimostrare come gli yazidi, nonostante le credenze assurde attorno alla loro funzione nel confuso scacchiere religioso del Medio Oriente, non siano stati dimenticati. La procedura è lunga, complessa e delicata. In pratica si stabilisce un contatto attraverso le conoscenze sul territorio per arrivare sino ai capi dell’Isis, oppure, per gli yazidi in prigione, ai vertici delle autorità carcerarie. Una volta avviata la trattativa si attende l’accordo e la consegna incrociata. Denaro per esseri umani: “Il resto spetta a noi e loro, disintossicarli dal male inculcato da quei folli e farli tornare, possibilmente, a una vita normale”.

Il vero erede di Barack Obama

Al contrario di quanto comunemente si crede, l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti non è stata affatto un incidente della storia. Al contrario, è il punto per ora più avanzato di un processo che è iniziato all’indomani stesso della fine della Guerra Fredda e del quale non è pronosticabile l’inversione a breve termine.

Dal 1992, le sfide per la Casa Bianca sono state quasi sempre vinte dal candidato che prometteva il ridimensionamento degli impegni esterni. Sostenendo che fosse ormai l’economia al centro delle preoccupazioni del cittadino medio, Bill Clinton sconfisse George Bush senior, che pure aveva assistito alla caduta del Muro di Berlino ed era reduce dal trionfo nella prima guerra del Golfo. In quegli stessi anni, Edward Luttwak predicava l’avvento dell’era della geoeconomia, invitando Washington a riscattare il sogno americano che gli sembrava in pericolo. Persino un economista progressista come Lester Thurow sosteneva che gli Stati Uniti dovessero darsi politiche industriali e commerciali di tipo strategico, per consentire all’America di recuperare il terreno perduto nei confronti del Giappone e dell’Europa. Parte dei temi che dominano l’azione dell’odierna amministrazione è sul tappeto da oltre un quarto di secolo.

Anche nella controversa tornata del 2000, tra Bush junior ed Al Gore prevalse quello dei due che aveva manifestato durante la campagna elettorale la propria avversione nei confronti degli interventi militari all’estero, mentre il rivale democratico proponeva, all’opposto, un’agenda di tipo globale. Molte delle tendenze che oggi osserviamo erano quindi già presenti allora e si sarebbero certamente affermate prima se non vi fossero stati gli attacchi terroristici dell’11 settembre, che alterarono completamente la politica estera e di sicurezza americana per quasi un decennio, imprimendole un aggressivo marchio neoconservatore che originariamente George Walker Bush non aveva abbracciato. In risposta alla prima offesa diretta subita in casa propria dal 1812, gli Stati Uniti reagirono infatti con un programma di stampo wilsoniano, alla cui radice stava l’idea che la violenza abbattutasi sull’America derivasse dall’assenza in Medio Oriente di meccanismi di ricambio delle classi dirigenti. Per eliminare la turbativa, Washington avrebbe occidentalizzato a forza il mondo musulmano. Gli esiti di questo tentativo di sradicare il terrorismo islamico con gli stessi metodi utilizzati contro il nazifascismo furono tuttavia assai deludenti.

Al termine di anni molto convulsi, nel 2008 gli americani elessero alla Casa Bianca l’unico senatore che si era opposto alla crociata contro l’Iraq, Barack Obama, che ebbe ragione di candidati interventisti del calibro di Hillary Clinton e John McCain, non a caso fra i più irriducibili avversari anche dell’attuale Presidente. Gli Stati Uniti dovevano esporsi meno e cambiare postura. Vennero fatte scelte importanti, come quella di sostenere la causa della Fratellanza Musulmana, aprire all’Iran e rinunciare alla guida diretta di grandi operazioni militari. La presenza delle forze armate americane nel Mediterraneo scese ai livelli minimi del dopoguerra. Alleanze consolidate come quelle con Israele, l’Arabia Saudita e la stessa Germania vennero sottoposte a tensioni straordinarie. Il presidente americano cessò di rappresentarsi come il leader dell’Occidente ed immaginò di gestire l’ascesa della Cina cooptandola in una specie di G2 rispetto al quale qualsiasi altro foro planetario avrebbe perso peso.

È su questo sfondo che bisogna leggere Trump, per distinguere ciò che in lui è novità effettiva rispetto a quello che invece si colloca nella continuità di un percorso che l’America sta facendo. Il dato permanente è il rifiuto ormai consolidato degli elettori statunitensi a farsi carico dei problemi del mondo e specialmente di quelli dei loro competitori o rivali.

Oggi non esistono fenomeni che allarmino l’americano medio paragonabili al comunismo sovietico che lo angustiò durante la Guerra Fredda salvo, a tratti, il jihadismo e l’Islam politico, che non a caso sono bersagli politici di Trump. Gli Stati Uniti stanno riscoprendo il loro spirito repubblicano e respingono la logica imperiale che imponeva in precedenza di sovvenzionare alleati e partner anche con generosi disavanzi commerciali e delocalizzazioni utili a generare interdipendenze. La loro opinione pubblica chiede con insistenza di sostituire all’americanizzazione del pianeta – a lungo considerata il miglior modo di tutelare la sicurezza nazionale statunitense – obiettivi più limitati e circoscritti.

Trump è il soggetto politico che meglio ha interpretato questa istanza, proponendo un paradigma di cui è parte una dottrina che ufficialmente sancisce il disinteresse degli Stati Uniti per come le altre nazioni del mondo si governano. Stranamente – o forse no – di questo discorso non sono state colte le implicazioni più importanti, malgrado ci riguardino molto da vicino. Che sono due: innanzitutto, siamo tutti più liberi nelle nostre scelte di politica interna. I margini si sono dilatati. Finché Trump resta alla Casa Bianca, difficilmente assisteremo ad esercizi più o meno palesi di destabilizzazione, a parte quelli di cui è destinatario lo stesso Presidente e chi a lui guarda come ad un modello. Nessun esponente dell’amministrazione americana in carica incoraggerà “primavere” più o meno spontanee, come quella che John Podesta auspicava nel Vaticano di papa Ratzinger. In secondo luogo, dal momento che qualsiasi contenzioso immaginabile con gli Stati Uniti riguarderà in futuro soprattutto interessi e non valori, mediazioni saranno sempre possibili, circostanza che dovrebbe ridurre la propensione americana a combattere guerre.

A qualcuno, tutto questo paradossalmente dispiace. Forse perché di Trump preoccupano alcune percezioni geopolitiche e soprattutto infastidisce l’evidente volontà di contenere l’ascesa cinese e tedesca, che implica anche una scommessa sulla Russia per evitarne la saldatura. Tale orientamento di fondo, malgrado sia dissimulato sapientemente da una narrativa tattica solo apparentemente irrazionale, disturba infatti interessi potenti e ramificati, presenti anche da noi, dove sono in tanti a credere in un declino americano che non esiste. Il primato militare ed economico-finanziario degli Stati Uniti rimane infatti ineguagliato e possiamo considerare miracoloso che la società americana stia generando da sé anticorpi tanto efficaci rispetto all’uso scriteriato dei mezzi di cui dispone.

Certo, una parte della classe dirigente statunitense rema contro, perché l’eventuale successo di Trump ne ridurrebbe potere e prestigio internazionali, ma il presidente in carica ha dalla sua il proprio elettorato, che non gli sta voltando le spalle e mostra di condividerne le scelte, anche quelle che riguardano le aperture a Mosca. I sondaggi parlano di un gradimento tra gli elettori probabili stabile al 46-47%. Lo stesso che bastò nel novembre 2016 a decidere le presidenziali. Per battere il tycoon nel 2020, inchieste e scandali di varia natura non basteranno. Senza leader convincenti all’orizzonte, i democratici dovranno escogitare soluzioni nuove e dar prova di maggior concretezza nei propri programmi.

Michele Serra, il maschilismo non ha partito

Dovendo aver da ridere con un Serra, preferiremmo sempre si trattasse del finanziere Davide. Stavolta ci è andata male perché dovremo qui contestare alcune affermazioni di Michele, che tanti sorrisi di ammirazione ci ha strappato nella sua carriera. La premessa: ieri su Repubblica Serra ha scritto una pagina contro “il sovranismo di genere”, ultima frontiera del rigurgito reazionario che scuote il mondo: “Il nuovo potere si vendica delle donne”. Lo spunto è un’immagine degli attivisti argentini di “Pro Vida” che manifestano contro l’aborto (dei quali noi pensiamo tutto il male possibile, sottoscrivendo le sacrosante parole che Serra dedica all’interruzione di gravidanza in relazione all’autodeterminazione delle donne). “Potrebbero benissimo essere, al primo sguardo”, aggiunge, “manifestanti polacchi o ungheresi o austriaci in supporto ai loro governi nazionalisti, o ultras di una delle tante curve di destra che, con poche eccezioni, governano negli stadi europei. Si tratta di un’antropologia piuttosto uniforme: etnicamente monocolore e maschile quasi in purezza, con sparutissime femmine a fare da supporter, mai, comunque, da leader”. In “Europa abbiamo imparato a chiamarli sovranisti”: e qui abbiamo una prima obiezione, costituzionale. La nostra Carta è così “sovranista” che mette la sovranità al primo articolo, affermando che appartiene al popolo. Popolo e sovranità che sono stati trasformati nel lessico comune – nel lessico della sinistra, purtroppo – in termini spregiativi, “populismo” e “sovranismo”.

C’è poi la questione etnica, il “maschio bianco”. Una riflessione che ha senso negli Stati Uniti, assai meno in stati come Polonia, Austria, Ungheria o Italia: semplicemente perché si tratta di Nazioni in cui l’immigrazione è più recente e numericamente meno significativa rispetto agli Usa.

E, ultima ma non ultima, la politica: non sono solo la crisi economica e della democrazia ad alimentare le nuove destre. Ma anche, dice Serra, un neo maschilismo che si vede nel “trionfo di quella quintessenza del maschio alfa che sono i nuovi leader populisti, i Trump, i Putin, gli Erdogan, giù giù fino a Orbán e Salvini; della pallida presenza femminile (anche a sinistra…) negli ultimi scorci – così decisivi – della politica italiana”. Ora, a non voler essere pignoli citando le signore Marine Le Pen in Francia e Alice Weidel di Afd in Germania, ci tocca dire che una parentesi non basta a raccontare che il problema della rappresentanza femminile è assolutamente trasversale.

Non si spiegherebbe altrimenti la rivolta delle donne di quel che resta del Pd (Towanda!) all’indomani delle elezioni. O lo scivolone dell’Espresso, di cui il direttore s’è diffusamente scusato, nel test dell’estate. La domanda era: “Idee politiche a parte, fareste sesso con…” seguivano le foto di quattro politici maschi (Macron, Fico, Giorgetti e Casaleggio) e quattro politiche donne (Le Pen, Appendino, Santanchè, Bongiorno). Per gli uomini le motivazioni erano “perché sa come si fa, perché è poliedrico, perché è indecifrabile”. Per le donne: “per zittirla, per svegliarla” e perfino “per sculacciarla” (davvero). Il che suggerisce un’idea di passività e sottomissione (o, al contrario, di dominio) che poco s’accorda col femminismo che a sinistra va per la maggiore.

Il fatto è che la discriminazione di genere non ha colore ed è diffusissima a vari livelli della società: si vedano i dati su gender gap salariale, rappresentanza politica, disoccupazione; o si veda, per stare ai media, la mappatura delle prime pagine dei giornali che va facendo Michela Murgia. A malinCuore ricorderemo ciò che sostiene ne Il caso Joseph Conrad: “Esser donna è terribilmente difficile perché consiste soprattutto nell’aver a che fare con gli uomini”.

Le “ovvietà culturali” dell’antimafia

Oddio, le camere penali. La questione che le ha viste scendere in campo ultimamente è ben nota ai lettori del Fatto. Si tratta della nomina di una legale di fiducia di diversi condannati e imputati di mafia a membro del Comitato tecnico-scientifico antimafia della Regione Lombardia. Chi ha posto il problema di opportunità di questa nomina (tra cui il sottoscritto) è finito nel mirino: attacco alla dignità dell’avvocato, al diritto alla difesa e addirittura alla Costituzione. Ne è nato, con il rinforzo di opinionisti e singoli avvocati, un dibattito surreale da anni Ottanta.

Purtroppo per i censori, è bene chiarirlo, il problema è stato sollevato proprio da alcuni penalisti milanesi. Sono stati infatti loro a segnalare con sconcerto a esponenti delle istituzioni la nomina di Maria Teresa Zampogna, questo il nome del legale, nel comitato antimafia. Come è possibile che chi ha difeso Tizio e Caio, e giù i molti nomi che loro sapevano, si metta alla testa della lotta alla mafia? Dunque, non giustizialismo contro garanzie, eversione della Costituzione contro diritto. Ma, semplicemente, stupore di avvocati che conoscono situazioni e fatti e hanno – per fortuna, e come tanti – la cultura dell’opportunità, della distinzione dei ruoli. Altrimenti, forse, il problema non sarebbe sorto, o non sarebbe sorto così presto (io ad esempio, certo per mio limite, nulla sapevo della concreta attività dell’avvocato Zampogna). Nessun pregiudizio verso la professione quindi.

Nel precedente comitato, che ho avuto l’onore di presiedere, ho avuto come vicepresidente una avvocato, Paola Panzeri. Mentre del comitato di esperti antimafia nominato nel 2011 in Comune dal sindaco Giuliano Pisapia, e di cui pure sono stato presidente, faceva parte Umberto Ambrosoli, notoriamente avvocato. Anzi, proprio quest’ultimo caso può essere istruttivo per i nostri penalisti, visto l’esempio dato da un loro celebre collega, unanimemente considerato un garantista per antonomasia. Pisapia, cioé, non volle nel suo comitato magistrati in servizio nel distretto milanese, il che è intuitivo; ma non vi volle nemmeno giornalisti. E non certo perché non riconoscesse il diritto all’informazione. Ma perché riteneva opportuno evitare che un giornalista acquisisse informazioni riservate attraverso il lavoro del comitato, così alterando la concorrenza tra testate, ma soprattutto venendo schiacciato tra i nuovi doveri di riservatezza e il sommo dovere dei giornalisti, quello di “pubblicare le notizie”. Il sindaco, da garantista vero, applicò cioè il principio della distinzione delle funzioni, e dei potenziali conflitti di interesse, che fra l’altro proprio gli avvocati (dimostrando di averlo ben presente) hanno per decenni reclamato con riferimento agli incarichi dei magistrati. Proviamo ora ad applicare, solo con un esempio, quel principio al nostro caso.

La commissione antimafia della Regione Lombardia e il comitato scientifico che la supporta hanno dedicato nella scorsa legislatura regionale una parte consistente del loro lavoro alla questione dei beni confiscati. Uno dei casi più importanti in Regione è stato (ed è) quello della masseria di Cisliano (Milano), sulla quale diverse associazioni giovanili antimafia hanno ingaggiato una autentica battaglia fino a occuparla, per impedire che venisse vandalizzata per rappresaglia nella pubblica inerzia. La masseria era di proprietà della famiglia Valle. Ma l’avvocato Zampogna ha avuto tra i suoi clienti proprio un esponente di spicco di quella famiglia. Come si fa insomma a non vedere le questioni poste da questa nomina? La domanda prescinde dalla qualità della persona e dal diritto alla difesa. Tanto che Pisapia, a suo tempo, non si sognò nemmeno di entrare nell’anticamera del problema. Bobbio avrebbe parlato di “ovvietà culturali”.

Perché allora questa pressione? Perché questo assalto ai fatti e al buon senso?

Prescrizione: ascolti i suoi, caro ministro

Questo giornale da sempre sostiene che una seria riforma della prescrizione non può prescindere dalla considerazione che tale istituto – che non ha nulla a che vedere con il principio costituzionale della “ragionevole durata dei processi”, che esprime un diverso valore giuridico – costituisce una ipotesi di rinunzia dello Stato ad esercitare la pretesa punitiva nei confronti di colui che si ritiene essere l’autore di un reato.

È evidente, quindi, che – manifestata la volontà punitiva dello Stato attraverso l’esercizio dell’azione penale da parte del pm (citazione diretta, richiesta di rinvio a giudizio) – la prescrizione non ha più ragione di essere ed il processo deve proseguire fino a quando il giudice non emetta sentenza definitiva (sia essa di assoluzione o di condanna). Si era, così, evidenziato come fosse privo di significato giuridico collegare la prescrizione alla sentenza di I grado, collegamento al quale sembra, invece, credere il ministro di Giustizia Bonafede. Egli, circa un mese fa, annunciava: “Stop alla prescrizione dopo la sentenza di I grado” e, intervistato da La Repubblica il 25 luglio, ha ribadito: “Il punto di partenza è il blocco dopo la sentenza di I grado”. Inspiegabilmente il ministro non ha fatto alcun cenno alla circostanza che il 22 giugno 2018 era stata presentata una proposta di legge, di iniziativa dei deputati Colletti, Businarolo, Ascari, Cataldi, Aiello, Scutella e Sarti di “modifica al codice penale in materia di prescrizione dei reati”. La sorpresa è che tale proposta – che proviene da parlamentari dello stesso partito del ministro (M5S) – finisce per sconfessare sostanzialmente il Guardasigilli, modificando l’attuale art. 159 del codice penale nel senso che “il corso della prescrizione rimane sospeso in tutti i casi di esercizio dell’azione penale.

La sospensione nel corso della prescrizione per l’esercizio dell’azione penale si verifica con l’assunzione della qualità di imputato ai sensi dell’art. 60 del codice di procedura penale”. Di particolare interesse, sia dal punto di vista giuridico che fattuale, come risulta dalla relazione illustrativa della proposta, sono le ragioni sottese a tale modifica. Sotto il primo aspetto, correttamente si afferma: “Se è vero, come è vero, che con l’esercizio dell’azione penale e il rinvio a giudizio lo Stato, attraverso gli organi a ciò deputati, manifesta la specifica volontà punitiva rispetto ad un determinato reato, la prescrizione non dovrebbe mai poter decorrere durante il processo in corso posto che proprio la pendenza del processo attesta per sé l’attualità del suo intento ‘persecutorio’”. Quanto al secondo profilo, incisivamente, si afferma: “Inoltre si valuti come la sospensione del termine prescrizionale al momento dell’assunzione della qualità di imputato consentirebbe anche di evitare l’impunità dei reati dei cosiddetti colletti bianchi (politici, faccendieri, dilapidatori di denaro pubblico) – particolarmente gravi per la comunità e consistenti anche nella truffa, nella corruzione, nei reati ambientali, in tutti i reati societari come il falso in bilancio e il falso in prospetto che rappresentano un allarme, non solo sotto il profilo strettamente penale, ma anche sotto quello economico e culturale”.

Se così stanno le cose, non si comprende perché mai, di fronte ad una ineccepibile proposta di legge – che, anche attraverso la rimodulazione dei termini di prescrizione di cui all’art. 157 c.p., elimina in radice gli effetti perversi dell’attuale normativa sulla prescrizione – proveniente da parlamentari del suo “partito”, il ministro non appoggi tale soluzione e ne porti avanti una diversa che non risolve, in termini radicali di efficienza e di giustizia, la scandalosa situazione della prescrizione determinatasi, a partire dal 2005, per effetto della cosiddetta ex Cirielli – (estinzione di circa 1.700.000 reati) – approvata con il concorso dell’attuale “partner” del “governo del cambiamento”, la Lega, che contribuì all’approvazione, sotto i governi di centrodestra di cui allora faceva parte, delle peggiori leggi sulla giustizia.

Potrà il ministro sostenere la “giusta” riforma proposta, coerentemente a quanto promesso in campagna elettorale, da parlamentari del suo “Movimento”?

Mail box

 

Il disagio psichico richiede misure coordinate

Mi permetto di fare alcune osservazioni sull’editoriale di Travaglio sul fatto di Azzano Decimo.

Nel nostro Paese c’è anche l’istituto della sospensione condizionale della pena, per massimo due condanne che non superino i due anni di reclusione, il quale evita che per le patrie galere transitino milioni di persone, italiani o stranieri, condannate per i più disparati reati.

Pur essendo una discrezionalità del giudice concedere tale beneficio, se non vi sono particolari motivi in contrario viene generalmente applicato, anche se negli ultimi anni tempi si cerca di far leva sullo stesso per, ad esempio, indurre l’imputato a risarcire il danno della parte offesa. Rispetto a taluni reati c’è qualche pubblico ministero che, per eccesso di zelo, vorrebbe fosse negato; è avvenuto ad esempio per un padre separato condannato per non aver contribuito a mantenere i figli nel periodo in cui era disoccupato e senza casa, come se scontando l’ingiusta pena in carcere avesse potuto risolvere il problema, che invece è stato superato con il reperimento di un nuovo lavoro. Più in generale il fatto è che nessuno ha mai pensato di istituire un necessario raccordo tra le varie istituzioni che si occupano del disagio sociale. Perché nel caso in questione, in cui sembra che nel precedente processo sia stata esclusa l’infermità mentale, si è chiaramente di fronte a un problema di disagio e di pericolosità sociale, che richiedono misure coordinate tra chi deve occuparsi di questi aspetti e quindi tra magistratura, forze dell’ordine, servizi sociali e sanitari. Sappiamo che non solo sotto questo aspetto, ma anche in tanti altri, in Italia ogni settore dello Stato si preoccupa di quel che è di sua stretta pertinenza, disinteressandosi di ciò che avviene dopo; così ciascuno scarica su altri la responsabilità anche per fatti tragici. O meglio alla fine non c’è nessun responsabile (basti pensare ai delitti compiuti da detenuti che ottengono certi benefici premiali). In definitiva queste problematiche si risolvono instaurando un coordinamento tra i vari organismi competenti, con una comune responsabilità per il fine perseguito, che è quello della tutela sociale. In conclusione deve intervenire legislativamente una politica che sia consapevole e capace di affrontare questi problemi e non li lasci invece incancrenire per poi utilizzare il malcontento dei cittadini per squallidi fini elettorali come sinora è avvenuto.

Loris Parpinel

 

Il decreto Dignità è solo il primo passo per i diritti dei lavoratori

Negli ultimi 20 anni i lavoratori hanno perso il potere contrattuale che avevano conquistato negli anni 70. Oggi, anche grazie alla complicità di certa sinistra assistiamo al dominio assoluto del capitalismo finanziario.

In tale contesto il decreto Dignità è un tentativo di invertire la tendenza.

Tuttavia, se non sarà accompagnato da un risveglio generale della società, questo provvedimento non sarà sufficiente per modificare i rapporti di forza tra il mondo del lavoro ed il capitale.

Maurizio Burattini

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo pubblicato ieri sul Fatto “Tony Nelly, la ciambella della propaganda con effetto boomerang”, a firma di Alessandro Robecchi, vorremmo precisare quanto segue: il rapporto di lavoro tra il signor Simone B. (da alcune testate identificato come titolare dell’account Tony Nelly) e Crédit Agricole Cariparma si è concluso nel febbraio 2017 dopo uno stage di due mesi per volontà unilaterale del lavoratore, che ha deciso di accettare un contratto a tempo determinato offerto da un’altra azienda. Non siamo quindi in alcun modo coinvolti nelle recenti vicende professionali del lavoratore. Specifichiamo che altre testate che avevano citato il nostro Gruppo in maniera impropria hanno rettificato la notizia già qualche giorno fa. Ci dispiace quindi essere stati coinvolti in questa situazione dalla vostra testata e chiediamo di rettificare la notizia.

Servizio Relazioni Esterne e Sponsorizzazioni Crédit Agricole Italia

 

Prendiamo atto della rettifica. E anche di un’altra cosa: il decreto dignità (come ho scritto) non c’entra niente, il signor Simone B., alias Tony Nelly ha preso un suo caso personale (pure non di oggi, ma di quasi due anni fa) e ne ha fatto un caso di propaganda, una vera fake news, insomma.

A. R.

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo di ieri su Giovanni Minoli ho riportato una circostanza inesatta.

La figlia Giulia Minoli non lavora nella Lux Vide, la società di produzione della moglie del giornalista, Matilde Bernabei. Il conflitto d’interessi è ovviamente quello di Gianni Minoli, che si è candidato per una nomina alla Rai pur essendo sposato con la presidente di un colosso che produce fiction per il servizio pubblico.

Ed era un conflitto d’interessi anche quello di Salvo Nastasi, marito di Giulia Minoli ed ex dirigente ai Beni Culturali (che si è occupato di una riforma, quella che porta la firma di Franceschini, che riguarda da vicino sia la Lux Vide che la Rai). Né ovviamente Nastasi né Giulia Minoli lavorano nella società di Bernabei. Me ne scuso con i lettori e con i diretti interessati.

To. Ro.

Per la “mission impossible” serve uno scardinamento delle regole

Ho letto sul “Fatto” l’articolo di Massimo Fini, intitolato “Rai mission impossible” che, in buona sostanza, sentenzia che la Rai è irriformabile, anche se sei al governo, e che è utopia sottrarla alla spartizione a cui l’hanno condannata i partiti politici. Questa affermazione è vera, se si intende riformare la Rai con le regole attuali, ma se si dà un’altra impostazione al problema, incominciando a parlare di una azienda costruita con soldi pubblici e quindi di proprietà dei cittadini, mantenuta in vita dal canone a carico dei cittadini, trasformata da “servizio pubblico” a “servizio ai partiti politici”, ecco che si pone un problema che può essere facilmente risolto: si trasforma l’azienda in “public company” dove i cittadini che pagano il canone sono effettivamente azionisti ed eleggono il Presidente, con tutti i poteri, in regolari elezioni (da abbinare a politiche o amministrative) tra personaggi indipendenti da politica, economia e religioni. Ci si preoccupa sempre della poca partecipazione alla vita sociale e politica, bene, è il momento di dare ai cittadini un potere di autogestione e di cancellare una occupazione abusiva che rende la democrazia una burletta.

Caro Massimo Fini, non scoraggiare fatalisticamente il cambiamento e, per favore, non parlare più di utopia quando si parla di problemi politici facilmente risolvibili se li si discute con le grandi masse popolari, che vanno avvicinate alla partecipazione e all’autogestione su obiettivi giusti, fattibili, democratici, e ti ricordo che queste persone esistono (e sono il 60% degli elettori) come forse Matteo Renzi ricorda bene.

Paolo De Gregorio

 

“Personaggi indipendenti da politica, economia e religioni”? Bisognerebbe cercarli col lanternino, magari in Germania. Non sono contro il “cambiamento”, ho appoggiato il Movimento Cinque Stelle nei limiti in cui questo è consentito a un giornalista che non deve mai perdere la distanza critica dall’oggetto del suo interesse e trattare amici e nemici in ugual modo. Ma un’effettiva riforma della Rai ha come presupposto lo scardinamento totale necessario e inevitabile del sistema dei partiti che ha incrostazioni che risalgono al Cln. Come ho scritto mi pare un’impresa superiore alle forze dei 5stelle e di qualsiasi altro, a meno che non si nomini un dittatore “pro tempore” come facevano i Romani (quelli antichi, intendo) in casi di emergenza. In ogni caso, gentile Paolo De Gregorio, io non vado preso alla lettera perché sono leopardianamente un cantore del “pessimismo cosmico” e Giacomo Leopardi, che non è stato proprio l’ultimo della pista, ironizzava molto sulle “sorti meravigliose e progressive”. Un cordiale saluto.

Massimo Fini

Critiche al Tap sul blog di Grillo: “Il gas inquina”

La vera indipendenza è l’autonomia energetica dell’Italia”. Questo è il titolo di un post, a firma di Paolo Ermani, che Beppe Grillo ha ospitato ieri sul suo blog per stroncare il progetto del Tap. Una presa di posizione che arriva proprio nel momento in cui sta crescendo il dibattito politico sul gasdotto con approdo a Melendugno, nel Salento. “Il gas è un combustibile che aumenta l’effetto serra e non è affatto pulito come ci vuole far credere chi lo vende, è meno inquinante del carbone ma inquina comunque. La Tap quindi non è affatto strategica per gli italiani ma è strategica per chi vuole fare dell’Italia una piattaforma di smistamento del gas in tutta Europa. L’ennesima volta che l’Italia si presta a essere colonia per gli interessi di qualcun altro”, si legge nel post scritto da Ermani, scrittore ed esperto di energie rinnovabili.

L’articolo è stato condiviso su Twitter dal fondatore del Movimento Cinque Stelle, che ha anche rincarato la dose: “Affermare che con la Tap siamo più indipendenti energeticamente è una cosa che non sta né in cielo, né in terra.”