Progettare e lavorare senza avere il fiato sul collo dei ribassisti, pronti a far fluttuare i titoli a ogni segno di scontento, rallentamento, o semplicemente a ogni rumor. La provocazione al mondo della finanza non poteva che arrivare da Elon Musk, fondatore e amministratore delegato di Tesla, l’azienda produttrice di auto elettriche più famosa al mondo, che ieri ha annunciato l’intenzione dire addio a Wall Street, privatizzando la società.
L’origine della notizia ufficiale è un Tweet: “Sto pensando di privatizzare Tesla a 420 dollari – ha scritto -. Gli azionisti potrebbero o vendere a 420 dollari o tenere le azioni. La mia speranza è che tutti gli investitori attuali rimangano con Tesla anche se dovessimo diventare privati. Si creerebbe un fondo per scopi speciali che consentirebbe a chiunque di rimanere con Tesla”. Il capo di Tesla ha assicurato che non si tratterebbe di nessuna vendita forzata. “Spero che tutti gli azionisti rimangano – ha aggiunto – . Una società privata è una strada più agevole e meno distruttiva. Finirebbe la propaganda da vendite allo scoperto”. Il concetto è che essere un’azienda quotata sottopone la casa automobilistica alla pressione dei risultati trimestrali con il rischio di spingere la società a prendere decisioni che potrebbero andar bene per un trimestre ma meno sul lungo termine, mettendo a rischio la qualità dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico. “Gli investitori sono favorevoli a un ritiro dalla Borsa ma dipenderà dal voto degli azionisti”, ha aggiunto Musk. A 420 dollari per azione l’operazione sarebbe a premio del 20 per cento rispetto alla chiusura di Tesla di lunedì scorso. L’annuncio ha scaldato immediatamente il titolo della casa californiana che, dopo essere stato sospeso per eccesso di rialzo, martedì ha chiuso a Wall Street con un balzo del 10,99% a 379,57 dollari. Ieri poi ha rallentato, mentre il consiglio di amministrazione ha comunicato in una nota di star valutando l’operazione da settimane.
A inizio agosto, i risultati di Tesla avevano registrato utili inferiori alle attese, anche se i ricavi sono risultati maggiori rispetto alle stime: 4 miliardi di dollari contro i 3,96 miliardi previsti. Secondo gli analisti, a pesare sull’andamento dei conti erano stati i problemi avuti con alcuni modelli di auto e le preoccupazioni sulla sostenibilità dei profitti, nonché il comportamento dello stesso Musk, che negli ultimi mesi aveva provocato diverse polemiche (dal pesce d’aprile con cui, sempre su Twitter, aveva annunciato che Tesla era in bancarotta, all’accusa di pedofilia rivolta a uno dei sommozzatori intervenuti per salvare i bambini intrappolati nella grotta in Thailandia, passando per la conference call durante la quale aveva definito noiose – “mi stanno uccidendo” – le domande degli analisti).
Ora, il nodo della questione è Model 3, l’auto rivolta al grande pubblico che è cruciale nei piani di Tesla per balzare in utile. Gli obiettivi su questo modello si sono scontrati con alcune difficoltà di produzione alimentando il timore che la società stesse bruciando troppo capitale troppo rapidamente. Dopo il lancio del Model 3 a luglio 2017, la società spesso non è stata infatti in grado di rispettare le scadenze e gli obiettivi delle 5mila autovetture a settimana. Alcuni studi tedeschi avevano poi stimato che rispetto al prezzo di vendita, la produzione dei singoli veicoli risultava in perdita. Durante l’ultimo confronto con gli investitori ha invece annunciato di aver ripetutamente raggiunto l’obiettivo e alzato il tiro fino a 6mila unità entro fine agosto e, quindi, un totale di 50-55mila unità entro il terzo trimestre. Possibilmente, chiede ora, senza pressioni.