Elon Musk non scherza e pianifica l’addio di Tesla a Wall Street

Progettare e lavorare senza avere il fiato sul collo dei ribassisti, pronti a far fluttuare i titoli a ogni segno di scontento, rallentamento, o semplicemente a ogni rumor. La provocazione al mondo della finanza non poteva che arrivare da Elon Musk, fondatore e amministratore delegato di Tesla, l’azienda produttrice di auto elettriche più famosa al mondo, che ieri ha annunciato l’intenzione dire addio a Wall Street, privatizzando la società.

L’origine della notizia ufficiale è un Tweet: “Sto pensando di privatizzare Tesla a 420 dollari – ha scritto -. Gli azionisti potrebbero o vendere a 420 dollari o tenere le azioni. La mia speranza è che tutti gli investitori attuali rimangano con Tesla anche se dovessimo diventare privati. Si creerebbe un fondo per scopi speciali che consentirebbe a chiunque di rimanere con Tesla”. Il capo di Tesla ha assicurato che non si tratterebbe di nessuna vendita forzata. “Spero che tutti gli azionisti rimangano – ha aggiunto – . Una società privata è una strada più agevole e meno distruttiva. Finirebbe la propaganda da vendite allo scoperto”. Il concetto è che essere un’azienda quotata sottopone la casa automobilistica alla pressione dei risultati trimestrali con il rischio di spingere la società a prendere decisioni che potrebbero andar bene per un trimestre ma meno sul lungo termine, mettendo a rischio la qualità dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico. “Gli investitori sono favorevoli a un ritiro dalla Borsa ma dipenderà dal voto degli azionisti”, ha aggiunto Musk. A 420 dollari per azione l’operazione sarebbe a premio del 20 per cento rispetto alla chiusura di Tesla di lunedì scorso. L’annuncio ha scaldato immediatamente il titolo della casa californiana che, dopo essere stato sospeso per eccesso di rialzo, martedì ha chiuso a Wall Street con un balzo del 10,99% a 379,57 dollari. Ieri poi ha rallentato, mentre il consiglio di amministrazione ha comunicato in una nota di star valutando l’operazione da settimane.

A inizio agosto, i risultati di Tesla avevano registrato utili inferiori alle attese, anche se i ricavi sono risultati maggiori rispetto alle stime: 4 miliardi di dollari contro i 3,96 miliardi previsti. Secondo gli analisti, a pesare sull’andamento dei conti erano stati i problemi avuti con alcuni modelli di auto e le preoccupazioni sulla sostenibilità dei profitti, nonché il comportamento dello stesso Musk, che negli ultimi mesi aveva provocato diverse polemiche (dal pesce d’aprile con cui, sempre su Twitter, aveva annunciato che Tesla era in bancarotta, all’accusa di pedofilia rivolta a uno dei sommozzatori intervenuti per salvare i bambini intrappolati nella grotta in Thailandia, passando per la conference call durante la quale aveva definito noiose – “mi stanno uccidendo” – le domande degli analisti).

Ora, il nodo della questione è Model 3, l’auto rivolta al grande pubblico che è cruciale nei piani di Tesla per balzare in utile. Gli obiettivi su questo modello si sono scontrati con alcune difficoltà di produzione alimentando il timore che la società stesse bruciando troppo capitale troppo rapidamente. Dopo il lancio del Model 3 a luglio 2017, la società spesso non è stata infatti in grado di rispettare le scadenze e gli obiettivi delle 5mila autovetture a settimana. Alcuni studi tedeschi avevano poi stimato che rispetto al prezzo di vendita, la produzione dei singoli veicoli risultava in perdita. Durante l’ultimo confronto con gli investitori ha invece annunciato di aver ripetutamente raggiunto l’obiettivo e alzato il tiro fino a 6mila unità entro fine agosto e, quindi, un totale di 50-55mila unità entro il terzo trimestre. Possibilmente, chiede ora, senza pressioni.

È nato ieri il Nazareno del Tav

Dal Patto del Nazareno al Partito del Tav il passo è breve. Quella di ieri a Saint-Martin-La-Porte, pochi chilometri oltre il confine con la Francia, è infatti molto più di una visita istituzionale ai cantieri dell’alta velocità Torino-Lione. La scena dice tutto: Sergio Chiamparino e Antonio Tajani insieme sul luogo del delitto, per rassicurare gli industriali preoccupati dalla scure gialloverde e per gridare che sì, Forza Italia e Pd sono allineate e faranno di tutto per non far saltare il banco.

Con la benedizione di Silvio Berlusconi, naturalmente, che proprio nel bel mezzo della gita telefona a Tajani e elogia il Tav e prova a esorcizzare i passi avventati della Lega: “È un’opera proficua. Dobbiamo chiedere che Salvini si comporti con coerenza rispetto alle idee del centrodestra”.

Parlano in coro, il presidente del parlamento europeo e il governatore del Piemonte. Paventano “milioni e milioni che andrebbero sprecati per un capriccio del governo”, teorizzano “danni enormi all’ambiente e alla sicurezza” qualora l’opera non fosse completata (sic) e assicurano di essere lì perché “dalla parte degli operai”. Sarà, eppure i più felici della visita sono i signori del cemento, sollevati dal redivivo asse tra dem e FI.

Dario Gallina, per esempio, che da presidente dell’Unione industriali di Torino ringrazia per la visita pastorale e lancia un presagio di sventura: “È un progetto su cui non si può indietreggiare, ne va del futuro del Paese”.

A preoccupare industriali, Forza Italia e Pd c’è la spinta dei 5 Stelle per ridiscutere l’opera, come da contratto di governo. L’accordo con la Lega non è scontato – Salvini ancora ieri si definiva “più per fare che per distruggere” – ma i tecnici delle Infrastrutture stanno studiando costi e benefici del Tav in vista di un tavolo tra gli alleati.

L’idea già non piace a Chiamparino, che vede “un pregiudizio” nello studio, “perché se ci si affida a chi ha scritto libri contro il Tav è probabile che venga fuori un giudizio negativo”. Per questo, a suggello del Patto a alta velocità, il governatore annuncia una relazione tutta sua: “A scanso di equivoci presenteremo la nostra analisi – questa davvero imparziale, assicura– alla conferenza regionale sulle infrastrutture”.

I conti li ha già fatti Tajani: “Fare o non fare il Tav costerebbe uguale, solo che sono a rischio 15mila posti di lavoro”. E pazienza se, in caso di blocco, Francia e Ue potrebbero chiedere indietro al massimo 1 miliardo. Anche aggiungendo gli 813 milioni di finanziamenti europei già previsti e le spese di chiusura dei cantieri, si arriverebbe a un paio di miliardi, di certo meno dei 5 stimati – al ribasso – dalla Telt (la società incaricata di realizzare il Tav) e da Paolo Foietta, commissario governativo per la Torino Lione favorevole all’opera.

Inchieste, dubbi e veti: l’ingorgo politico in galleria

Ventotto anni fa. C’era ancora l’Unione Sovietica quando nacque l’idea del Terzo Valico. Da quattro lustri a Mosca c’è Vladimir Putin, ma il tunnel è ancora in alto mare. Parliamo del collegamento ferroviario che nel 2023 dovrebbe collegare Genova e il suo porto alla Pianura Padana: 53 chilometri, per 6,2 miliardi di euro. Finora è stato realizzato il 26% dell’opera e 4 lotti su 6 sono finanziati. In compenso il Terzo Valico ha conquistato forse il primato delle inchieste giudiziarie, a partire dal tunnel esplorativo, negli anni ’90. Finì con la prescrizione, uno dei primi casi di applicazione della legge Cirielli. Poi le indagini su turbative d’asta per lotti da 60 milioni e l’inchiesta Alchimia che mostrò l’interesse della ‘ndrangheta per i subappalti. Dai fascicoli emersero intercettazioni allarmanti per la salute della popolazione. Il rischio amianto? “Intanto la malattia arriva tra trent’anni”, diceva l’allora numero due del Consorzio Cociv, Ettore Pagani.

Una cosa è certa: Genova sta implodendo, e avere trasporti lenti non aiuta. Dagli 816mila abitanti del 1971 – quando era il terzo polo industriale d’Italia – siamo passati a 580mila. È andata persa una città come Trieste, volatilizzata per un’emigrazione di massa verso la Lombardia, Roma, ma anche Londra. Oggi per andare a Milano Centrale con un Freccia Rossa ci vogliono 105 minuti per 154 chilometri. Nei prossimi anni ne occorreranno 140 per collegare Roma e il capoluogo lombardo (500 chilometri). Non solo: Genova ha un paio di treni veloci per Roma al giorno. Genova è isolata. Ma la soluzione è davvero il Terzo Valico? La grande opera da qualcuno è stata presentata come un toccasana per il traffico passeggeri. In realtà si tratta essenzialmente di un tunnel per le merci. Non sarebbe poco, comunque, visto che il porto ha una produzione che, per la Liguria, vale 10,9 miliardi l’anno e 54mila posti di lavoro (ma è essenziale anche per il resto d’Italia dove, contando l’indotto, garantisce 9,5 miliardi valore aggiunto e 122mila unità di lavoro). E lo sviluppo del trasporto di merci e container è essenziale per competere con i giganti del Nord Europa, nonché con altri porti italiani come Trieste (al primo posto per i collegamenti ferroviari).

“Il Terzo Valico è essenziale perché collega Genova con la Svizzera, il nuovo tunnel del Gottardo e il Nord Europa. Se il nostro porto vuole restare competitivo, trainando l’economia della Liguria, bisogna sviluppare i collegamenti”, ha sempre sostenuto il governatore della Liguria, Giovanni Toti. In perfetta sintonia con il sottosegretario a Infrastrutture e Trasporti, il leghista ligure Edoardo Rixi. Da un punto di vista tecnico c’è chi sostiene che il nuovo percorso, riducendo le pendenze, consentirebbe convogli più lunghi ed economici. Spostando il traffico dalla gomma alla rotaia.

Marco Ponti, professore al Politecnico di Milano e grande esperto di trasporti, non contrario in generale alle grandi opere, è più dubbioso: “Per anni non è stato possibile avere un calcolo costi-benefici. L’unico infine disponibile era quello prodotto da chi doveva realizzare l’opera. Nell’analisi, del 2002, era previsto che nel 2010 le due linee esistenti avrebbero raggiunto i 165 treni al giorno saturandosi. Nel 2010 però erano solo 62”. Ancora: “Uno studio della World Bank mostra come l’importazione/esportazione di un container dal porto di Genova necessiti di 17,5 giorni di cui dodici vanno spesi per formalità amministrative. Il tempo va recuperato qui. Invece si spendono miliardi per risparmiare pochi minuti di viaggio”.

Ma c’è un altro punto: la nuova linea arriva soltanto fino all’alessandrino, dopo mancano collegamenti moderni verso le nuove linee svizzere. Insomma, si rischia che l’opera resti monca.

La decisione rischia di essere influenzata dagli interessi politici ed economici che ci stanno dietro. A cominciare dai voti che farebbe perdere: la Lega – qui alleata con Forza Italia – preme per realizzarla. Del resto anche il centrosinistra la vuole. I Cinque Stelle, invece, hanno sempre dato voce ai comitati No Terzo Valico. Se il governo desse il via libera per i 5 Stelle sarebbero migliaia di voti persi.

Politica e finanza, un intreccio difficile da districare. Con Mario Monti al ministero delle Infrastrutture arrivò Corrado Passera (ex numero uno di Intesa). Viceministro era Mario Ciaccia, numero uno di Biis (la banca per le infrastrutture di Intesa) che finanziava l’opera. Non basta: nel frattempo alla guida del porto è arrivato Paolo Emilio Signorini, indicato come l’ex delfino di Ercole Incalza (signore delle grandi opere pubbliche poi travolto dalle inchieste).

A far pendere la bilancia verso la realizzazione, più della validità tecnica del progetto, potrebbe essere il rischio di spendere miliardi per perdite e risarcimenti: “Un miliardo di lavori realizzati andrebbe perso. Poi ci sarebbero le penali per i mancati utili (circa il 9% dei 3,4 miliardi destinato al consorzio Cociv, il general contractor) e le opere per ripristinare il territorio”, annunciano, senza voler essere citati, figure interne alle imprese interessate. Quasi 2 miliardi per non avere l’opera. Oppure 6,2 miliardi per un tunnel sulla cui utilità ci sono molti dubbi. Stando alle parole pronunciate da Mauro Moretti, quando era amministratore delegato di Trenitalia: “Non ha senso spendere miliardi per il Terzo Valico, utile solo a infognarsi in un porto medioevale, che costerà altri 7 miliardi modernizzare”.

Tragedia nel reggino: treno investe due bambini e la madre

Due bambini di 6 e 12 anni sono morti dopo essere stati investiti da un treno mentre attraversavano i binari insieme alla madre lungo la linea jonica a Brancaleone, nel reggino. La madre dei due bambini, investita anche lei dal convoglio, è rimasta ferita in modo grave ed è stata ricoverata in ospedale con prognosi riservata. Secondo una prima ricostruzione, la tragedia potrebbe avere avuto origine dal fatto che la bambina sarebbe sfuggita di mano alla madre mentre insieme a lei e al fratellino di 12 anni attraversavano i binari.

La donna sarebbe stata costretta così ad inseguire la figlia per raggiungerla e farla allontanare dai binari insieme al figlio. In quel momento è sopraggiunto il treno regionale partito da Reggio Calabria e diretto a Catanzaro Lido che ha travolto il gruppo familiare, uccidendo sul colpo i due bambini.

La donna, 49 anni, e i due figli erano ospiti di amici a Brancaleone. Nel momento in cui sono stati investiti dal treno stavano attraversando i binari per raggiungere il mare.

I furbetti del Brunelleschi Tour operator “bagarini” vendevano i biglietti al triplo

Compravano tutti i biglietti per visitare la Cupola del Brunelleschi e il Campanile di Giotto e li rivendevano a quasi il triplo, ignorando i giorni e gli orari di prenotazione. Così ieri mattina sono scattati i controlli dell’Opera del Duomo, in accordo con polizia e guardia di finanza di Firenze, che hanno messo in luce numerose irregolarità: 250 turisti ignari di tutto sono stati costretti al dietrofront e adesso gli investigatori sospettano che per entrare ad ammirare le bellezze del complesso di Santa Maria del Fiore, Santa Reparata e il Battistero, negli ultimi mesi siano stati venduti migliaia di biglietti irregolari.

Il sistema scoperto ieri funzionava così: i tour operator compravano tutti i 2.625 biglietti giornalieri disponibili così da far risultare “sold out” le visite per poi rivenderli a pacchetti di 25 persone (con guida in inglese) a 45 euro, ovvero 27 euro in più rispetto al prezzo standard. In più questi biglietti erano stati acquistati dai bagarini nei mesi precedenti e per orari diversi da quelli previsti, violando così la regola della corrispondenza tra biglietto e prenotazione. “Per accedere alla Cupola del Brunelleschi – si legge nella nota pubblicata ieri sul sito del museo fiorentino – è necessario acquistare un biglietto, non cedibile come indicato nello stesso, con prenotazione obbligatoria e gratuita per un giorno e un orario”. Dopo le irregolarità emerse nella mattinata di ieri, il presidente dell’Opera del Duomo Luca Bagnoli ha annunciato “controlli continui” e una nuova tecnologia “scova-furbetti” in grado di controllare che i biglietti “siano correttamente abbinati alle prenotazioni”. E proprio questo nuovo sistema sembra aver dato i primi risultati: “Dopo i controlli le file per la Cupola sono scomparse”, ha concluso Bagnoli.

La “capocciata” di Roberto Spada per pubblicizzare gli eventi estivi

Non è piaciuto a tanti lo spot radiofonico degli eventi estivi di Ostia. Non è piaciuto soprattutto il riferimento alla “capocciata”, quella che ironicamente il protagonista dello sketch vorrebbe dare al suo interlocutore: ricorda proprio quella data a novembre da Roberto Spada, esponente della famiglia che controlla la città, all’inviato della trasmissione di Raidue “Nemo”, Daniele Piervincenzi. Per quel fatto Spada è stato condannato a sei anni di carcere per lesioni e violenza privata aggravate dal metodo mafioso. “Credo che Ostia e i suoi cittadini non meritino di essere rappresentati da un episodio mafioso”, ha detto Piervincenzi.

Nello spot, in onda sulle frequenze locali, si sente un uomo dire “Mo’ t’a do ‘na capocciata” e poi ancora: “Ostia, un’estate senza testate”.

A sollevare il caso è stata la consigliera municipale di Forza Italia, Maria Cristina Masi, con un’interrogazione per chiedere alla presidente M5S del municipio di Ostia, Giuliana Di Pillo, “se è normale utilizzare fatti di cronaca che hanno minato l’immagine nazionale e internazionale del litorale della Capitale per pubblicizzare la stagione estiva”. Si è unito anche il Pd tramite il capogruppo Athos De Luca: “Si sono sempre lamentati della stampa che parlava di Ostia solo per la mafia e poi promuovono e ricordano a tutti la presenza della mafia e della violenza”.

“Non avevamo alcuna intenzione di sminuire un episodio gravissimo, né tanto meno quanto subito dalla vittima”, risponde Di Pillo. Alcuni chiamano in causa la sindaca Virginia Raggi: “Deve bloccare immediatamente lo spot, mandare a casa chi lo ha commissionato e chiedere scusa ai romani”, dice il deputato Pd Luciano Nobili. “Lo spot non mi è piaciuto”, replica lei: “Noi ad Ostia non abbiamo mai abbassato lo sguardo davanti ai mafiosi e non lo faremo mai”.

Per le bambole non vale ancora la Merlin: sotto la Mole apre il primo bordello con sex dolls

Un po’ casa di bambole, un po’ casa chiusa. Un posto “lussuoso” e “di gusto”, in cui scatenare le proprie fantasie in modo riservato. Sembra uscito da un film fantascientifico ed erotico, ma appartiene a un futuro vicino: aprirà il 3 settembre prossimo a Torino, in uno stabile di periferia, un luogo di “intrattenimento ludico-sessuale”, la prima casa italiana di appuntamenti con sex-dolls, versione più sofisticata delle bambole gonfiabili.

È l’iniziativa di un gruppo di torinesi entrati in affari con la LumiDolls, azienda di Barcellona che ha già aperto due “bordelli” simili nella città catalana e a Mosca. “Si è scatenato un inferno – spiegava ieri una dei soci –, abbiamo già ricevuto una marea di telefonate”. Lei e i partner in affari sono ancora al lavoro per allestire le location, un appartamento nelle cui stanze sarà possibile fare sesso (o semplicemente divertirsi) con bambole in silicone di alta qualità definite in ogni particolare. Ci saranno sette modelli femminili e uno maschile. C’è Kate, biondina riccia e abbronzata, con proporzioni perfette (75-51-74), alta un metro e 48 e pesante soltanto 28 chili: “È abbastanza maneggevole e leggera, perfetta per la tua prima volta”, si legge sul sito. C’è poi Eva, “una bambola italiana, calda, bruna e con curve strepitose”, tipica bellezza mediterranea “progettata per dare piacere”. E c’è anche Alessandro, un moretto con cui “sperimentare la tua sessualità e vivere nuove esperienze con il tuo partner”, il “complemento perfetto per aggiungere quel tocco piccante alla tua vita sessuale”.

La società assicura: sono garantite sia l’igiene, sia la riservatezza, ma non solo. “È tutto perfettamente legale, e nulla ha a che vedere con la prostituzione”. A Barcellona il costo è di 100 euro per ogni ora passata nella stanza, 180 per due ore e 80 per la mezzora. Qui si può decidere tra otto modelli, di cui scegliere l’abbigliamento. A Mosca, invece, il costo orario è di 5mila rubli (65 euro circa) e i modelli sono tutti femminili.

Truffa alle assicurazioni con falsi incidenti: gambe e braccia spezzate a prezzi di saldo

Nella “clinica improvvisata’’ degli orrori incassavano trecento euro per la frattura di un braccio e cinquecento euro per una gamba rotta facendosi gettare addosso pesi di ghisa da 25 o 30 chili che spezzavano loro le ossa e mutilavano gli arti, prove da esibire alle assicurazioni frodate da falsi incidenti stradali. La fantasia criminale che a Palermo sfrutta degrado e disperazione ha superato ogni limite provocando anche un morto: la Squadra Mobile ha fermato undici membri di due gang, un dodicesimo è ricercato, dieci i casi di frode accertati, oltre un milione e mezzo il denaro truffato alle compagnie. Vittime della ferocia criminale e della propria disperazione una decina di persone che vivono ai margini della società (alcolizzati, disturbati mentali, senza fissa dimora o semplicemente nullatenenti) reclutati dalle gang e condotti, con la promessa di poche centinaia di euro, in un appartamento dove venivano sottoposti ad orribili sevizie: uno degli aguzzini gli lanciava dall’alto pesi di ghisa di 25 -30 chili per spezzare le ossa, ottenendo così il certificato medico per simulare l’incidente stradale farlocco da esibire all’assicurazione. Unica precauzione, un anestetico somministrato alle vittime da un’infermiera del Civico, Antonia Conte, di 51 anni, per evitare eccessivo dolore ma soprattutto le urla che avrebbero attirato l’attenzione dei vicini. In qualche caso le fratture scomposte hanno provocato anche qualche mutilazione (e qualcuno è finito sulla sedia a rotelle senza più gli arti superiori o inferiori) e in un caso c’è scappato il morto: il tunisino Hadry Yakoub trovato senza vita lo scorso anno in una strada periferica della città, in un primo tempo considerato vittima di un pirata della strada; dopo la frattura a tibia, perone e omero ha avuto un infarto. ‘’Quando l’hanno messo sulla strada per simulare l’incidente non era più vivo’’, ha detto il capo della Mobile Rodolfo Ruperti che ha coordinato le indagini. Ad inchiodare gli aguzzini, guidati dal faccendiere Francesco Mocciaro e dal perito assicurativo Michele Caltabellotta, anche alcune intercettazioni ambientali da cui emerge l’ordinarietà e l’accettazione passiva delle mutilazioni: ‘’Ti fai rompere di nuovo…’’ dice uno dei fermati, Giuseppe Portanova, ad una delle vittime.

Alcune delle vittime, infine, utilizzate anche come reclutatori, sono state fermate dalla polizia: è il caso di Michele Di Lorenzo, trasferito in carcere dalla Squadra Mobile sorretto dalle stampelle davanti alla disperazione dei parenti, accorsi in massa, come di consueto, di fronte la questura. Le indagini, ha detto Ruperti, hanno consentito di scoprire solo una minima parte delle frodi (‘’20 in soli tre mesi’’) e ora continuano per portare a galla il resto degli imbrogli. In un’altra intercettazione, infatti, si sente chiaramente Mocciaro commissionare ‘’un’ambulanza e una sedia a rotelle’’ per un paziente in uscita, il che lascia presupporre altre complicità non ancora individuate all’interno delle strutture sanitarie.

Cita il manifesto della Rsi: a giudizio partito neofascista

Avevano fondato e sostenuto i Fasci italiani del lavoro, movimento di destra attivo nel mantovano. Adesso andranno a giudizio in nove, tutti accusati di ricostituzione del disciolto partito fascista in nome della legge Scelba del 1952. Troppi, per la Procura, i riferimenti al Ventennio. A partire dallo statuto: “La soluzione che altro non potremmo chiamare se non Fascismo, è oggi più che mai valida e proiettata nel futuro”. Di più: “I principi cardine della nostra azione politica sono riconducibili al programma di San Sepolcro del 1919 e al Manifesto di Verona del 1943”. È proprio nell’atto fondativo della Rsi che il partito fascista definì “gli appartenenti alla razza ebraica” come “stranieri” e, “durante la guerra, nemici”. Un passaggio che rischia di costare caro ai nove imputati, tra cui ci sono Claudio Negrini, segretario dei Fasci italiani del lavoro, e sua figlia Fiamma, eletta in consiglio comunale a Sermide (Mantova). A convincere il giudice della loro innocenza ci proverà l’avvocato Federico Donegatti: “Il processo è una farsa, i Fasci si rifanno al Ventennio soltanto da un punto di vista economico. Nel loro statuto c’è il riferimento al Manifesto di Verona, ma è scritto anche che sono contrari ad ogni discriminazione”.

Torna Avanguardia Nazionale, il “covo” è nel cuore di Roma

Chi si immagina una ambientazione in stile progetto Odessa rimarrà deluso. I soliti cassonetti romani circondati dalla monnezza, i palazzoni delle periferie, quel degrado immancabile della zona est della capitale. Pareti grigie, balconi tutti uguali con panni stesi e qualche parabola, rampe che scendono nei garage allagati anche ad agosto.

È qui, a Torre Spaccata, il quartier generale di una sigla che torna, Avanguardia nazionale. Una saracinesca anonima, in un cortile di palazzi da edilizia popolare realizzati dal Comune di Roma, di fronte al piccolo parco giochi desolato e spoglio, con un unico scivolo e nessun bambino nei dintorni. A pochi metri dall’abitazione del nome più misterioso della galassia nera, Stefano Delle Chiaie. Detto “er caccola”, quasi vent’anni di latitanza, inseguito da tre servizi segreti, consulente delle peggiori dittature militari latinoamericane, sospettato – e poi assolto – di essere il grande manovratore occulto dell’epoca delle stragi. Il “comandante” – come lo chiamano i suoi “camerati” – la pensione la passa così. Non solo ricordi, ma il progetto del ritorno di una sigla che venne sciolta per decreto nel 1976, con l’accusa di progettare la ricostituzione del partito fascista.

La nuova Avanguardia nazionale si presenta oggi sui social e sui blog senza tentare di nascondere la propria natura. Cene sociali, organizzate in simultanea a Roma e a Brescia, riunioni politiche, il progetto di una web tv e la formazione politica di nuovi militanti. L’organizzazione ruota da tempo attorno all’associazione culturale Punto Zenith, con sede in via Marco Dino Rossi, dietro la città del cinema romana. L’ingresso è un locale senza insegne, che porta ad una sala utilizzata come centro studi.

I temi mischiano le antiche ossessioni – l’antisemitismo apertamente di origine nazista – con i top trend della rete sovranista. Dal piano Kalergi per la “sostituzione etnica”, all’attacco dei diritti Lgbt, vero pallino per l’ultradestra. Lo scorso 6 aprile, ad esempio, a tenere una conferenza sul nuovo ordine mondiale è stato chiamato Luciano Lago, animatore di siti complottisti. Più di un’ora di conferenza, con domande attente. E alla fine dal pubblico una voce ha annunciato “un filmato fatto più di ottant’anni fa, molto attuale”. Scorrono le immagini di Adolf Hitler, le adunate naziste, una voce narrante in tedesco che racconta come la finanza ebraica domini il mondo. Nel montaggio sono stati inseriti brani di filmati attuali, ritratti di imprenditori, finanzieri – con l’immancabile Soros in primo piano – e la stella di David gialla cucita sulle divise nei campi di sterminio.

Non solo teoria e formazione. La neonata Avanguardia nazionale – diretta ancora oggi da Delle Chiaie – rinserra i ranghi con la nostalgia.

E così le cene sociali diventano l’occasione per cantare in coro il vecchio inno dell’organizzazione neofascista sciolta più di quarant’anni fa. C’è ritualità. In uno dei tanti filmati reperibili in rete, alla fine dell’inno un volto noto del fascismo romano, Maurizio Boccacci, si presenta davanti a Stefano Delle Chiaie. Si mette sull’attenti, ricevendo un gagliardetto da uno dei camerati al tavolo.

Il luogo della riunione lo chiamano sui social “il solito posto”. Corrisponde ad un ristorante sulla via Tiburtina, zona est della capitale, gestito da un camerata di antica data. Qui hanno festeggiato il 7 luglio scorso l’anniversario dell’organizzazione. Non era un semplice pranzo. Il programma prevedeva, dopo “il saluto del comandante”, una “relazione sulla Tv streaming e la nomina dei coordinatori regionali”. Prima del pranzo hanno discusso del programma politico, segno di una attività attuale. Gli appuntamenti sono mensili, con annunci diffusi attraverso Facebook e il blog dell’organizzazione. La vecchia propaganda, fatta di ciclostilati e riviste semi clandestine, è stata sostituita pienamente dai social, anche grazie alla presenza di nuove leve. Come Silvia Zuccoli, attivista di Latina che crea e gestisce gli appuntamenti.

Oggi come negli Anni 70 Avanguardia nazionale ha le sue ossessioni. Dalle memorie di Delle Chiaie fino ai post su Facebook, i militanti hanno un odio profondo nei confronti della stampa. Federico Gervasoni, giovane cronista di Brescia, è stato riempito di insulti e minacce dopo la pubblicazione su La Stampa del 31 luglio scorso di un articolo con la ricostruzione delle cene comunitarie nella città lombarda. Sui social un esponente dell’organizzazione ha pubblicato l’immagine di un pugnale, mentre altri militanti hanno minacciato “schiaffoni”. Ma è il presidente partigiano Pertini a scatenare l’odio: “Buon compleanno, infame” è la scritta a lui dedicata.