Soldi per l’Africa sui conti dei fratelli “renziani” Conticini

Soldi sottratti alle attività benefiche per i bambini, soldi finiti sui conti personali e investimenti. Per questo la procura di Firenze contesta ai fratelli Alessandro, Luca e Andrea Conticini (quest’ultimo cognato di Matteo Renzi) il reato di riciclaggio e, soltanto ad Alessandro e Luca, l’appropriazione indebita. L’inchiesta ruota intorno alla “Play Therapy Africa”, un’organizzazione che fa assistenza ai bambini. Dalle rogatorie internazionali la guardia di finanza e i pm Luca Turco e Giuseppina Mione hanno ricostruito i flussi di denaro stanziati da fondazioni straniere all’ente benefico, poi dirottato su conti personali e da qui in investimenti immobiliari all’estero o in tre società, tra cui la Eventi6 della famiglia dell’ex premier Renzi.

L’inchiesta è nata da segnalazioni per movimenti bancari anomali in Emilia e dai dubbi di Monika Jephcott, direttrice di Play Therapy ltd Londra, la casa madre. Andrea Conticini, marito di Matilde Renzi, è indagato per aver prelevato soldi dai conti e averli usati per rilevare, a nome di Alessandro, quote di tre società tra cui la Eventi6 di Rignano (133.900 euro) dei genitori di Renzi, estranei all’inchiesta.

“Zingari, avete rotto”. L’annuncio razzista sul treno regionale

“I passeggeri sono pregati di non dare monete ai molestatori. Scendete perché avete rotto. E nemmeno agli zingari: scendete alla prossima fermata, perché avete rotto i c…”. È l’annuncio dato martedì da una dipendente di Trenord sul regionale 2653 Milano-Cremona-Mantova delle 12.20. Molti passeggeri – riporta La Provincia di Cremona – hanno raccontato l’episodio sui social e informato via mail l’azienda che ha avviato un’inchiesta interna e individuato la responsabile: rischia il licenziamento.

“Invece di preoccuparsi per le aggressioni a passeggeri, controllori e capitreno, qualcuno si preoccupa dei messaggi contro i molestatori”, ha scritto sui social il ministro dell’Interno Matteo Salvini. L’assessore lombardo alla Sicurezza Riccardo de Corato, afferma che “il personale di Trenord è esasperato dalle continue violenze da parte di bande di nomadi, immigrati e clandestini”. Critiche dalle opposizioni: “L’episodio resta molto grave e non deve essere minimizzato”, afferma il dem Matteo Piloni. “Sappiamo che quello del personale di bordo è un lavoro stressante, ma ciò non può giustificare questo tipo di comportamenti”, dice Simone Verni (M5s).

“Mai più schiavi”. I “berretti rossi” in marcia

Lo sciopero è stato totale. Dopo i due incidenti e i 16 braccianti morti nel Foggiano tra sabato e lunedì, nessuno dei migranti che abitano al “Ghetto” di Rignano Garganico ieri mattina ha raccolto i pomodori nei campi. Un successo, sostiene l’Unione sindacale di base (Usb) che ha organizzato la prima delle due manifestazioni di ieri a Foggia, la marcia dei “berretti rossi”, come quelli indossati da molti dei braccianti morti lunedì e distribuiti settimane fa per aiutarli a proteggersi dal sole.

“Basta morti sul lavoro, schiavi mai”, era il coro intonato a più riprese fino al minuto di silenzio, tenuto di fronte alla prefettura, per i quattro deceduti sabato ad Ascoli Satriano, i 12 di lunedì a Lesina, ma anche per i 16 emigrati italiani morti nelle miniere di Marcinelle (Belgio) 62 anni fa: “Noi non siamo migranti, non siamo extracomunitari, siamo persone come voi”, ha scandito Aboubakar Soumahoro, rappresentante dell’Usb e volto delle mobilitazioni cominciate dall’uccisione di Sacko Soumayla, il 29enne maliano, nei primi di giugno vicino a Rosarno. Il sindacalista si è rivolto ai ministri Matteo Salvini e Luigi Di Maio e al premier Giuseppe Conte e poi si è scagliato contro “lo strapotere dei caporali e della grande distribuzione organizzata”. Per evitare i ghetti propone che siano i sindacati a gestire le strutture di accoglienza. In serata, nella seconda manifestazione, un altro sindacalista, il segretario della Flai Cgil di Foggia Daniele Iacovelli, ha proposto un sistema di trasporti gestito dal pubblico in collaborazione con le aziende agricole.

Intanto la procura prosegue le sue inchieste. “Al momento non sono emersi elementi che facciano pensare ad un coinvolgimento di organizzazioni criminali”, ha detto il procuratore di Foggia, Ludovico Vaccaro. Nessuno ancora è indagato in questa indagine in cui si procede per intermediazione illecita di manodopera e sfruttamento del lavoro, cioè di caporalato, ma sono in corso accertamenti sulle aziende, una molisana e altre pugliesi, in cui lavoravano i morti di lunedì. I due sopravvissuti, ricoverati nell’ospedale di San Giovanni Rotondo, sono stati ascoltati dagli investigatori. “Sono vivo per miracolo”, ha detto al Tg1 uno dei due, il senegalese 30enne Kamel Kulhè: “Era il mio primo giorno con il nuovo caporale che era alla guida del furgone. Era del Marocco”. L’altro, Shoua Lage, 33enne del Gambia, ricorda di avere “riempito 17 cassoni” pagati “3 euro e 50 l’uno”: “Per viaggiare sul furgone paghiamo 3,50 euro”. Per lo scontro è indagato di omicidio colposo plurimo e lesioni colpose l’autista del camion contro cui si è schiantato il furgoncino coi braccianti. Si tratta di un’iscrizione procedurale: da una prima ricostruzione sembra che il furgone abbia sbandato da solo.

“Italiani popolo di migranti”. Moavero scatena i sovranisti

I governi cambiano, la situazione umanitaria in Libia e nel Mediterraneo no. Dopo le accuse già rivolte lo scorso dicembre all’Europa e all’Italia di “complicità” nelle torture e negli abusi sui migranti da parte delle autorità libiche, Amnesty International torna a denunciare le responsabilità europee sia per quanto riguarda le condizioni nelle carceri libiche, che per la quotidiana strage dei migranti in mare. Mettendo in luce come, nonostante la diminuzione dei viaggi e degli sbarchi – dovuta certamente alle politiche di contenimento messe in atto soprattutto dall’Italia –, il numero delle vittime non è affatto diminuito. Una denuncia che ha provocato la risposta non scontata del Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e ha finito per dare fuoco alle polveri della polemica politica.

Nei soli mesi di giugno e luglio, la rotta del Mediterraneo centrale ha contato 721 morti, complessivamente 1.111 se si considerano i primi sette mesi del 2018. Nel rapporto “Tra il diavolo e il mare azzurro profondo”, Amnesty mette in evidenza il netto aumento dei decessi rispetto ai primi cinque mesi dell’anno, ancora più allarmante se si considera come il numero degli sbarchi in Italia ha toccato da giugno il record negativo di 18.645 (meno 80% rispetto allo stesso periodo del 2017).

Un dato a cui corrisponde anche un maggior numero di persone imprigionate nelle carceri libiche, stimato prima in circa 4.000 e salito fino a 10.000 a fine luglio. “La responsabilità per l’aumento ricade sui governi europei che si preoccupano più di tenere fuori le persone che di salvare vite”, sostiene Matteo de Bellis, ricercatore in materia di asilo e migrazioni per Amnesty International.

Il punto è che tra i colpevoli della situazione, secondo Amnesty, c’è soprattutto l’Italia. Quella che respinge le navi, minaccia di chiudere i porti, criminalizza le ong rendendo difficili i soccorsi e “usa le vite umane come merce di scambio” per il gioco tutto politico della redistribuzione dei migranti o della – per ora lontana – riforma del Trattato di Dublino. Il nome di Matteo Salvini non poteva essere evocato in modo più chiaro.La risposta della Lega, in realtà in scia a un precedente attacco di Fratelli d’Italia (“un paragone offensivo”), ansiosa di non lasciare ai salvianiani il monopolio del sovranismo, una volta tanto si fa attendere. Il primo a prendere posizione, anche se non direttamente rispetto al rapporto Amnesty, è non il solito ministro degli Interni Matteo Salvini, bensì il collega degli Esteri. Moavero sembra cogliere tutti in contropiede, quando ricorda gli italiani popolo di emigranti nel mondo per cercare lavoro “fino ai primi Anni Sessanta, appena ieri”. Parole a dire il vero rivolte alle comunità italiane all’estero e scritte in una lettera a loro inviata in occasione della commemorazione dei morti di Marcinelle (la miniera in Belgio in cui l’8 agosto 1956 persero la vita a causa di un incendio 262 operai, 136 dei quali italiani).

Parole che tuttavia non sono piaciute agli alleati di governo, dati i molti riferimenti del responsabile della Farnesina a chi allora, evidentemente come oggi, cerca un futuro migliore attraverso il lavoro, “anche affrontando viaggi incerti e pericolosi”.

A stretto giro replicano con una nota i capigruppo leghisti di Camera e Senato Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo: “Paragonare gli italiani che sono emigrati nel mondo, a cui nessuno regalava niente né pagava pranzi e cene in albergo, ai clandestini che arrivano oggi in Italia è poco rispettoso della verità, della storia e del buon senso“.

Si aggiunge, sulla stessa lunghezza d’onda ma almeno fuori dalla coalizione gialloblu, il capogruppo di Fratelli d’Italia a Montecitorio Francesco Lollobrigida, per sottolineare come “il richiamo di Moavero è inutile o è fuorviante rispetto alla necessaria azione per impedire un’invasione di clandestini che con gli emigrati italiani non c’entrano nulla”.

Ulivi, vigne e alberi da frutta. Il caporalato è anche a Nord

“Quando non vi serviamo ci lasciate annegare. Quando avete bisogno ci sfruttate come schiavi. Così non vale. Accade anche al Nord”, racconta Vasile, 37 anni, che viene dalla Romania e da anni si passa l’estate nel nostro Paese. Non per una vacanza, anche se ufficialmente arriva con un’agenzia turistica (fasulla) per un viaggio di piacere (altrettanto finto). Vasile ti punta lo sguardo addosso: “Lei che cosa mangia stasera? Pomodori, un piatto di riso, una bella insalata con la bistecca. Magari un bicchiere di vino con le bollicine e una mela. Ecco, ogni boccone che sta mangiando potremmo averlo raccolto noi per 20 euro al giorno. Certo, è responsabilità dei caporali, ma anche degli agricoltori. Della grande distribuzione che vuole strappare prezzi assurdi. E, non me ne voglia, anche sua che mangia”.

Non c’è soltanto il Sud. Nella mappa del caporalato ci sono quasi tutte le regioni del Centro-Nord. A cominciare dal Lazio. “In provincia di Latina”, esordisce Ivana Galli, segretario nazionale della Flai Cgil, “c’è una comunità di lavoratori indiani che nel periodo della raccolta degli ortaggi lavorano fino a 12-13 ore al giorno. Piegati sotto il sole. Magari per 25 euro al giorno, ma devi toglierci quello che il caporale prende per trasporto, acqua e cibo”.

In Abruzzo, intorno ad Avezzano, la specialità sono i finocchi, per raccoglierli devi alzarti all’una di notte perché si comincia prima dell’alba. Raccolti poveri, ma non solo: il caporalato si sta radicando anche nel Chianti dei vini e negli uliveti del grossetano.

In Emilia Romagna, come dimostrano le inchieste della Procura, ci sono Ravenna, Cesena e Forlì. Qui si parla soprattutto di allevamento. Tra i lavoratori a tempo determinato gli stranieri sono il 51% (quasi la metà donne).

Scegliete voi il menù: “In provincia di Brescia – racconta Galli – si segnala la diffusione del caporalato nella produzione di vini pregiati come il Franciacorta. Dimostrazione del fatto che non viene utilizzato solo in coltivazioni con bassissimi margini di guadagno, come i pomodori”.

Sempre in Lombardia i sindacati hanno puntato il dito sui vigneti e le mele della provincia di Sondrio. Non è esente nemmeno il bergamasco con le produzioni di insalate. Ma soprattutto ci sono Mantova e Pavia, e qui sarebbe interessante sovrapporre la mappa del caporalato a quella del radicamento della ‘ndrangheta, come consiglia Cataldo Motta, ex procuratore di Lecce oggi impegnato con Coldiretti per la lotta alle agromafie: “Al Sud il caporalato è sempre legato alla criminalità organizzata. Ma il discorso vale sempre di più anche per il Nord”. Ecco cosa può esserci dietro un melone che arriva sulle nostre tavole da Mantova, dietro certi vini e risi di Pavia. Ma ci sono anche le coltivazioni e la floricoltura di Albenga, in Liguria. E c’è chi teme che il caporalato stia arrivando fino alle mele in Trentino Alto Adige.

A Saluzzo, in Piemonte, per dare alloggio ai migranti che arrivano per la raccolta sono stati trovati 368 posti in un’ex caserma. Ma le condizioni di vita sono terribili. Duecento lavoratori hanno scritto al sindaco, Mauro Calderoni: “Noi, gli africani del Foro Boario, siamo qui a Saluzzo per cercare lavoro e non per fare casino. Restiamo qui per qualche mese e poi ce ne andremo via. Guardate la situazione in cui ci troviamo: costretti a dormire fuori, senza una tenda, senz’acqua. Non si può vivere così”.

Al Sud c’è la piaga dei trasporti folli – come hanno dimostrato le tragedie di Foggia – ma al Nord i migranti talvolta sono rinchiusi nelle aziende agricole in condizioni che ricordano la detenzione: 24 ore al giorno a disposizione del “padrone”.“Le leggi contro il caporalato risalgono all’inizio del 900. Erano nate per il Nord, per la coltivazione del riso”, spiega Motta (che ha elaborato un progetto di legge). Aggiunge: il punto è non fermarsi ai caporali, “bisogna puntare sullo sfruttamento lavorativo”.

Insomma, anche i datori di lavoro. E occorre “prevedere una premialità per chi aiuta le indagini”. Come? “Chi denuncia potrebbe essere assunto in aziende comprese in un elenco regionale”. Una lotta difficilissima anche perché in Italia le ispezioni sono calate: 8.662 nel 2015, 7.265 lo scorso anno. E l’illegalità trova nuove forme: c’è chi lavora con regolari contratti che, però, prevedono la metà delle ore. Chi sbarca su pullman di finte agenzie turistiche. Mentre la Flai contesta il decreto Dignità che in questo settore “potrebbe ampliare e non ridurre l’abuso dei voucher”. Sarà lungo estirpare il caporalato, conclude Galli, “bisogna coinvolgere la grande distribuzione che compra i pomodori alle aste online, che si basano sul massimo ribasso, arrivando a 0,31 euro a confezione”. E bisognerà coinvolgere anche i consumatori. Insomma, noi.

Carige, cda a pezzi e rating a picco: torna lo spettro bail-in

La lettera della Bce che ha messo in discussione la solidità del capitale, una raffica di dimissioni dal cda (ieri il numero sei, Lucia Venuti), la lotta interna per la governance e (sempre ieri) il declassamento del debito da parte delle agenzie di rating. A sette mesi dall’aumento di capitale da oltre 500 milioni, la banca Carige torna nella tempesta. All’origine della turbolenza c’è il contrasto tra il primo azionista, l’imprenditore Vittorio Malacalza, e l’amministratore delegato, Paolo Fiorentino, sulle modalità e i tempi del cosiddetto derisking. Ma la vicenda si sta talmente avvitando che ormai c’è chi parla esplicitamente della possibilità di risoluzione, cioè bail-in. Per il 20 settembre è convocata l’assemblea, che dovrà deliberare sulla revoca del cda chiesta, oltre che da Malacalza, da un altro azionista di peso, Raffaele Mincione. Riguardo al piano per rafforzare il capitale, ieri una nota dell’istituto a ha spiegato che sui ritardi nell’emissione del bond subordinato e sulla cessione degli asset non strategici hanno pesato le condizioni del mercato e la ricerca di acquirenti adeguati e che, comunque, anche senza il bond la banca potrà raggiungere entro il 2018 i target patrimoniali richiesti.

E in Toscana si apre la faida nel Pd Nardella: “Decisione inspiegabile”

“Una dichiarazione di guerra”. Matteo Biffoni, renzianissimo sindaco di Prato e presidente di Anci Toscana, non va tanto per il sottile: l’emendamento al decreto Milleproroghe che congela per due anni 1,8 miliardi destinati alle periferie sta scatenando la rivolta dei primi cittadini toscani di ogni colore politico. E apre anche una nuova faida interna al Pd, che lunedì in Senato ha votato con convinzione quel provvedimento (Matteo Renzi compreso) che va congela il bando voluto dal suo stesso esecutivo nella scorsa legislatura.

I sindaci dei dieci Comuni toscani che entro il 2020 avrebbero dovuto ricevere 390 milioni dal governo per finanziare opere pubbliche di riqualificazione delle periferie annunciano una “lotta senza fine”, per dirla con le parole del sindaco di Firenze, Dario Nardella. “È una decisione gravissima – si legge nella lettera ai parlamentari toscani firmata dall’Anci, compresi i due vicepresidenti Filippo Nogarin (M5S) e Alessandro Ghinelli (centrodestra) – la norma va cambiata ed è necessario che le risorse messe a disposizione dei Comuni siano interamente confermate”. L’emendamento, invece, salva solo i primi 24 della graduatoria, per cui erano già stati stanziati i fondi. Per gli altri 96 è arrivata la doccia fredda: in Toscana conservano i finanziamenti la città metropolitana di Firenze, Grosseto e Prato (per un totale di 60 milioni), mentre i Comuni di Arezzo, Firenze, Siena, Lucca, Massa, Pistoia, Livorno, Pisa e Carrara rimarranno a mani vuote.

“Sono veramente incazzato – prosegue al Fatto Quotidiano Biffoni – il bando per le periferie era una grande cosa che permetteva di riqualificare intere aree delle nostre città: così si spezza definitivamente la relazione tra il governo nazionale e le amministrazioni locali. D’ora in poi nessun sindaco si fiderà più dell’esecutivo”. In Toscana i finanziamenti – pari al 20% del totale – avrebbero portato nuovi progetti di riqualificazione di strade, antichi palazzi, illuminazione urbana e cura del verde pubblico. “È una follia: il governo sta cercando soldi per finanziare la flat tax e il reddito di cittadinanza ma così dichiara solo guerra ai cittadini”.

Proteste anche sul fronte della maggioranza gialloverde. Il sindaco leghista di Siena, Luigi De Mossi, ha telefonato al Ministro dell’Agricoltura, Gian Marco Centinaio per chiedergli spiegazioni: se il Milleproroghe passasse alla Camera così com’è, Siena perderebbe 10 milioni di euro. “Tratterò personalmente con il Ministro Salvini e il sottosegretario Giorgetti”, cil commento di De Mossi. Ma i più agitati sembrano proprio i sindaci dem: paradosso dei paradossi, con il voto favorevole di lunedì il Pd ha di fatto sconfessato un provvedimento dei precedenti governi Renzi e Gentiloni. “Non mi spiego questa decisione del mio partito – ha detto il sindaco di Firenze, Dario Nardella – adesso voglio una spiegazione e chiederò ai deputati del Pd di votare contro l’emendamento per non farlo diventare legge”.

 

Periferie, il governo smonta il Bando Renzi: “Solo mance”

Tra le pieghe del decreto Milleproroghe c’è una novità riguardante gli investimenti nelle periferie cittadine che sta facendo arrabbiare decine di sindaci. Con un emendamento (a firma del capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, e della senatrice Daisy Pirovano) sono state congelate 96 convenzioni del “Bando Periferie” dei governi Renzi e Gentiloni per un valore di 1,6 miliardi (vengono “salvati” invece i 500 milioni già assegnati alle prime 24 convenzioni). Contemporaneamente si è deciso di utilizzare i fondi risparmiati (140 milioni nel 2018, 320 nel 2019, 350 nel 2020 e 220 nel 2021) per sbloccare gli avanzi di amministrazione dei comuni virtuosi: quelli che hanno soldi in cassa, ma non possono spenderli per “colpa” del Patto di Stabilità interno.

Il tutto è avvenuto nello sconcerto generale: a votare contro uno degli assi portanti della sua politica è stato tutto il Pd, Matteo Renzi compreso (“un euro in cultura, un euro in sicurezza”, uno dei suoi slogan preferiti). Una distrazione, un agguato, una sottovalutazione: le spiegazioni tra i Dem divergono. Perché quell’emendamento “formalmente” assegna nuove risorse ai Comuni.

Nel dettaglio: i Comuni che ricadono nei 96 progetti sospesi in tutto 326. A essere stati salvati, come detto, sono solo i primi 24 classificati: tra loro, la città metropolitana di Bari e i comuni di Roma, di Torino, di Modena, di Bologna. Tra gli esclusi, invece, i comuni di Firenze, Milano, Livorno, Treviso e anche le città metropolitana di Roma e di Torino.

La maggioranza la spiega così: sono stati salvati 24 progetti immediatamente esecutivi, quelli che si erano classificati per primi nel Bando Periferie, mentre gli altri, che non sarebbero stati comunque esecutivi nel 2018 e nel 2019, vengono solo posticipati al 2020. L’obiettivo è appunto di liberare risorse per premiare i comuni più virtuosi.

Dietro questa scelta, portata avanti dal sottosegretario a Palazzo Chigi, Giancarlo Giorgetti, e da Massimo Garavaglia, viceministro dell’Economia, c’è la volontà di andare ad agire sulle “mancette” di Renzi (che aveva scelto di distribuire i soldi a pioggia, cioè a chiunque ne abbia fatto richiesta). L’idea di fondo è smontare la politica dei bonus per recuperare risorse. Facile immaginare che tra i virtuosi ci saranno soprattutto Comuni del Nord. Spiega al Fatto Garavaglia: “La ratio è di accelerare la spesa e non lasciare fuori neanche un centesimo. Così, tra i Comuni chi non è ancora pronto ha due possibilità: usare l’avanzo di amministrazione già dal primo gennaio. Oppure – avendo noi dato 500 milioni per il 2018 e 500 per il 2019 di spazi finanziari alle Regioni – chiedere già quest’anno al proprio governatore gli spazi per coprire le spese che non aveva a bilancio”. Sintetizza Giorgetti: “Equità e giustizia per tutti i Comuni”. Ovvero, “90 sindaci sono arrabbiati, 8000 festeggiano”

A insorgere è prima di tutto il presidente dell’Anci, Antonio Decaro: “Stiamo assistendo a un furto con destrezza. Siamo in presenza di un governo che straccia un contratto scritto, viene meno alla parola data. Si stanno privando i Comuni di fondi necessari per rendere più sicure e vivibili quelle tra le nostre città che soffrono situazioni di degrado economico e sociale”.

Alla denuncia compatta dei sindaci dem si aggiungono pure i primi cittadini “gialloverdi”. Per esempio il sindaco di Treviso Mario Conte (leghista) spiega: “Sono stati congelati circa 14 milioni di investimenti e il Comune di Treviso è stato penalizzato. Sono consapevole che ci sono benefici per altri comuni: mi farò portavoce per chiedere che nella finanziaria questi fondi vengano reintrodotti”.

Anche tra i Cinque Stelle in molti si sono rivolti all’Anci. Tra gli altri Filippo Nogarin, primo cittadino di Livorno, che ha firmato una lettera insieme a Matteo Biffoni (Prato, Pd) e Alessandro Ghinelli (Arezzo, centrodestra) ai parlamentari eletti in Toscana per cercare di risolvere il problema: “Ma si dovrà aspettare la finanziaria per capire cosa accadrà veramente”, dice Nogarin.

Laura Castelli, sottosegretaria all’Economia, che proprio ieri ha avuto un incontro col presidente dell’Anci, sostiene che il governo è intervenuto per dare attuazione alla sentenza della Corte costituzionale n. 74 del 2018, che ha dichiarato la non legittimità costituzionale del fondo investimenti di Palazzo Chigi (15 miliardi spendibili entro il 2020), mettendo fuori legge il Bando Periferie per non essere passato dalla Conferenza unificata Stato Regioni. Dall’Anci smentiscono: quel bando ci è passato.

Quanto al Pd, il capogruppo alla Camera Graziano Delrio si è già attivato per chiedere almeno garanzie, nel passaggio a Montecitorio, sul fatto che nel 2020 quegli investimenti partiranno davvero, mentre rivendica che i governi precedenti avevano già destinato allo sblocco del Patto di Stabilità 1,8 miliardi nel biennio.

Ruffini se ne va, alle Entrate arriva il generale Maggiore

Cambioin vista al vertice dell’Agenzia delle entrate. Nel Consiglio dei ministri di ieri il governo ha infatti deciso di rimuovere Ernesto Maria Ruffini, attuale direttore dell’Agenzia e presidente di Agenzia delle entrate-Riscossione. Al suo posto i gialloverdi puntano su Antonino Maggiore, generale di divisione della Guardia di Finanza. Una delle sue prime grane sarà la pace fiscale (in versione mini da 3,5 miliardi) che sarà inclusa nella prossima manovra. Renziano della prima ora – partecipò anche all‘esordio della Leopolda – Ernesto Maria Ruffini nel 2014 era stato chiamato a fare parte del Tavolo permanente per l’innovazione e l’agenda digitale italiana presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nel 2015 lo stesso Renzi lo aveva voluto come amministratore delegato di Equitalia. Due anni più tardi, durante il governo Gentiloni, era diventato direttore dell’Agenzia delle Entrate a seguito dell’entrata in vigore della norma che ha previsto il superamento di Equitalia e la costituzione dell’ente pubblico economico Agenzia delle entrate-Riscossione, di cui era presidente.

Pure i presidi contro: il pasticcio sui vaccini della ministra Grillo

”Allo statodelle cose, se non verrà presentato all’inizio dell’anno scolastico il certificato di avvenuta vaccinazione della Asl, non potremo permettere la frequenza dei bimbi a scuola, a nidi e materne. Non è possibile far prevalere la nuova circolare Grillo. Almeno fino all’inizio del nuovo anno scolastico, resta in vigore la Legge Lorenzin”: a dirlo ieri, l’Associazione Nazionale dei Presidi dopo un incontro al Ministero della Salute. Si sono espressi contro la circolare firmata dal ministro della Salute, Grillo, e dal ministro dell’Istruzione, Bussetti, sul ricorso alla sola autocertificazione. “Stanno circolando – si legge sul sito dell’associazione – travisamenti delle modalità di ricorso allo strumento dell’autocertificazione, peraltro non utilizzabile in campo sanitario se non a seguito di espressa previsione legislativa. Questo rischia di aumentare il carico di lavoro dei dirigenti scolastici (costretti a controllare la veridicità delle dichiarazioni)”. Per i dirigenti, fino a che non sarà in vigore una norma ha la meglio la legge Lorenzin che considerava l’autocertificazione solo una proroga temporanea (prevista dalla “fase transitoria” del decreto) fino alla presentazione di certificati ufficiali e non un documento sostitutivo .