Renzi ‘trolla’ Casaleggio: è lui il troll anti-Colle

L’inchiesta sui troll russi, ma forse milanesi, che hanno attaccato Sergio Mattarella, ma forse hanno pure condizionato le elezioni, il referendum del 2016 e le guerre puniche riserva ogni giorno sorprese. Ci dice il quirinalista del CorSera che la (casuale) indagine della Procura di Roma per “attentato alla libertà” del capo dello Stato non è certo dovuta a una volontà del presidente di tacitare il dissenso: anzi, il nostro “è contestabile come tutti” fatti salvi “insulti e minacce”. E che faranno i magistrati? Ah, vaste programme: “Un’analisi di che cos’è la rete, divenuta strumento di manipolazione della pubblica opinione. E capire a quale livello arrivino queste manovre, il che potrebbe rivelarsi un problema più politico che penale” (ma guarda). E quanto ci metteranno? “Sarà un lavoro lungo”, ci avvisa Repubblica, che poi rivela: una serie di pagine Facebook di sostenitori e militanti dei 5Stelle durante la crisi seguita al niet del Colle a Savona condivideva post che rilanciavano le parole di Di Maio contro Mattarella (ma che davvero?).

Poteva in questa tempesta d’aria e carta mancare Matteo Renzi? No. E infatti, visto che nessuno se l’era filato tre giorni fa, ieri ha ribadito di aver chiesto alla Procura di Roma di essere sentito nell’inchiesta sui troll anti-Mattarella “come testimone”: “Il Fatto dice che il caso delle fake news si risolverà in una bolla di sapone. Occhio ragazzi! Si arriva a pensare che ci sia un’influenza russa nel referendum sulla Brexit e in quello costituzionale, ma lo avremmo perso lo stesso” (bontà sua). Insomma, si chiede l’ex tutto, “e se la Procura che ha aperto l’indagine scoprisse che ci sono in questo Paese strutture che decidono di mettere in piedi un attacco al presidente della Repubblica?”.

Spoiler alert: si scopre qui che dopo i troll di Putin, c’è Renzi che trolla Casaleggio. È questo il nome che sta sotto a tutto, il “problema più politico che penale” a cui alludono i beninformati: chissà se hanno le prove e chi gliele ha date.

Foa pronto al sacrificio, ma dopo l’estate Il nuovo presidente Rai slitta a settembre

La questione del presidente della Rai è rinviata a settembre. Lo dice la politica e lo conferma anche Marcello Foa, che ieri ha guidato il cda di Viale Mazzini in veste di consigliere anziano. “Il tema della presidenza è rinviato al prossimo cda, dopo la pausa estiva, la cui data non è ancora stata fissata. Ma c’è l’intenzione di trovare una soluzione da parte del consiglio in tempi veloci e nell’interesse della Rai”, ha detto Foa. Spiegando che “il sentimento da parte di tutti è quello di risolvere in tempi rapidi la questione”, anche se “io come consigliere anziano continuerò a coordinare i lavori”.

Insomma, pure Foa sembra aver capito che lo stallo si concluderà col suo sacrificio, come continuano a dire tutti, tranne la Lega che almeno ufficialmente tiene il punto. Anche se voci di corridoio sostengono che lo stesso Salvini stia lavorando a un piano B.

Il cda di Viale Mazzini, intanto, ieri ha dato il via libera ai diritti per gli highlights del calcio, senza i quali non potrebbe andare in onda Novantesimo minuto (4 milioni per 3 anni) e il rinnovo del contratto di Un posto al Sole, la soap opera trasmessa senza interruzioni dal 1996 (26 milioni per due serie). Decisioni prese con la benedizione della commissione di Vigilanza, che il giorno prima con una lettera aveva autorizzato il cda ad andare avanti sull’ordinaria amministrazione e sulle misure urgenti, salvo essere avvisata prima. Cosa che l’amministratore delegato Fabrizio Salini ha fatto. Le due delibere sono state approvate da 5 consiglieri su 7, perché Rita Borioni e Riccardo Laganà non hanno partecipato al voto, in dissenso sul fatto che il cda senza presidente possa prendere decisioni.

I due sono stati protagonisti all’inizio della riunione di un tentativo, fallito, di uscire dallo stallo. Al primo punto dell’ordine del giorno, infatti, c’era sempre la nomina del presidente e Borioni, per sottolinearne l’urgenza, ha proposto Laganà: il consigliere dei dipendenti però com’era prevedibile non ce l’ha fatta, incassando un solo sì (quello di Borioni, appunto). “Siamo in una condizione di paralisi, la Rai non può essere gestita in deroga”, l’attacco della consigliera vicina al Pd.

Il problema è che l’intesa politica ancora non c’è e, probabilmente, non ci sarà fino a metà settembre, quando il parlamento tornerà operativo. Le due forze che dovrebbero parlarsi – Forza Italia e Lega – al momento non si parlano. “Se Salvini pensa di convincerci a cambiare idea su Foa, si sbaglia. Si trovi un altro nome e siamo pronti a prenderlo in considerazione”, fanno sapere dal partito berlusconiano. Anche la Lega non sembra disposta a cedere, ma in parlamento già si parla di un “piano B”. Servono però due passaggi fondamentali: trovare altra collocazione a Foa, con un’uscita di scena decorosa (magari un passo di lato sul “modello Savona”); quindi indicare un altro nome che sia “salviniano” al punto giusto, ma “gradito e condiviso” da Fi. Tra i 5 Stelle, invece, si intravedono due correnti. La prima, quella di Luigi Di Maio, più “attendista”, intenzionata a interferire il meno possibile sull’alleato. L’altra, “interventista”, guidata da Roberto Fico, secondo cui “serve al più presto un nuovo voto e un presidente a tutti gli effetti”, come ha detto ieri a La Repubblica.

Intanto sulla vicenda è intervenuto pure il premier Giuseppe Conte che, se da una parte ha elogiato Foa (“È una figura di grande valore, con un profilo professionale di tutto rispetto”), dall’altra ha dato anche lui l’impressione di essere pronto a voltare pagina. “Come se ne esce? Non ho una formula da suggerire, auspico che le forze politiche si parlino e vadano avanti senza forzature”, ha detto il capo del governo. Insomma, il generale agosto viene a proposito: ci sarà il tempo per rasserenare gli animi tra Forza Italia e Lega, trovare una degna via d’uscita per Foa e, soprattutto, indicare un nuovo nome che abbia i due terzi dei voti in Vigilanza.

Manovra modello Padoan: graduale e con poco deficit

L’ultimo vertice di governo sulla legge di Stabilità aveva agitato i mercati, quello di ieri prova a calmarli: in autunno non ci sarà alcuno scontro frontale con la Commissione europea. La legge di Stabilità seguirà la tradizione degli anni di Pier Carlo Padoan ministro dell’Economia: un po’ di deficit più del previsto, in cambio della promessa di riforme strutturali, ma nessuna violazione plateale dei parametri previsti dalle regole europee. “Un percorso progressivo, deciso ma senza strappi, che si sviluppa senza superare le colonne d’Ercole della discesa del debito pubblico e del non peggioramento del deficit strutturale”, questa la sintesi del ministro dell’Economia Giovanni Tria in un’intervista al Sole 24 Ore che segna la (momentanea?) sconfitta della linea più aggressiva rappresentata dal collega Paolo Savona.

Traduzione: ci sarà qualcosa sulla flat tax, il segnale dell’inizio di un percorso, a cominciare dall’aumento delle soglie per il regime forfettario delle partite Iva, e ci sarà qualcosa sul reddito di cittadinanza, par di capire un potenziamento dell’attuale Reddito di inclusione (Rei) che assorbirà altre prestazioni sociali, senza consistenti aumenti di spesa. Non è chiaro come scongiurare l’aumento dell’Iva che scatta a inizio 2019 in assenza di provvedimenti alternativi e che vale 12,5 miliardi. Ma Tria, come il resto del governo, continua a ribadire che sarà evitato. Le coperture, a parte un po’ di deficit inevitabile che il governo cercherà di far digerire a Bruxelles in cambio di misure pro-crescita (come l’ennesima revisione del codice degli appalti per sbloccare un po’ di lavori), sono complicate: ieri è stato chiesto un po’ a tutti i ministeri di passare l’estate a studiare i propri impegni di spesa per capire se ci sono risorse stanziate ma non utilizzate che potrebbero essere dirottate altrove, una “cash review”, revisione della cassa, dicono in gergo.

Per avere un’idea dei numeri da aspettarsi, bisogna guardare le stime di Lorenzo Codogno, già capo economista del ministero del Tesoro e oggi titolare della società di consulenza LC-Macro: ad aprile il governo Gentiloni prevedeva una crescita 2018 all’1,5 per cento, ma sarà intorno all’1,1, se l’esecutivo Conte sceglie una linea conciliante con Bruxelles senza strappi drastici il deficit dovrebbe passare dall’1,6 previsto al 2,1 per cento del Pil (sotto la soglia fatidica del 3) e quello strutturale, che tiene conto del ciclo economico, dall’1 all’1,9 per cento. Il debito salirebbe dal 130,8 al 131,3 per cento del Pil.

Ci sono varie incognite in questa strategia. La prima è la reazione dei mercati: a leggere i report degli analisi e delle banche non è affatto detto che una manovra moderata come quella auspicata da Conte e Tria basterà a evitare che lo spread salga parecchio (ieri ha chiuso a 250 punti, probabile che vada almeno a 300 al crescere delle indiscrezioni): già da giorni si registrano consistenti ordini di vendita.

La seconda incognita è politica. Spiega un ministro: “Al netto delle dichiarazioni di alcuni esponenti estremi, la Lega è più cauta sul debito e deficit, mentre i Cinque Stelle sono imprevedibili, difficile dire se accetteranno tutti i compromessi necessari”. La terza incognita è tattica: evitare lo scontro oggi con Bruxelles serve anche a combattere una partita decisiva per l’Italia a fine anno, quando il Consiglio europeo dovrà discutere delle nuove regole bancarie che prevedono, tra l’altro, limiti agli investimenti nel debito pubblico dei singoli Paesi. Per l’Italia, con un debito di oltre 2.000 miliardi, è un rischio enorme che i nuovi paletti riducano la domanda di titoli italiani. Quindi il governo vuole conservare capitale politico da spendere in quella battaglia. Ma a scegliere la gallina futura rinunciando all’uovo presente (più deficit subito) si rischia di rimanere con niente in mano.

Conte inizia a fare il premier (sotto l’egida di Mattarella)

“Volevo fare una cosa comoda, da salotto, invece mi hanno fatto la sorpresa di lasciarmi uno contro tutti”. Il premier Giuseppe Conte sorride rilassato in quella che è la sua prima iniziativa di comunicazione pubblica. Sala degli Arazzi, primo piano di Palazzo Chigi, una poltrona bianca sotto Alessandro Magno e i giornalisti a semicerchio, su sedie di plastica. La sala stampa ufficiale, al piano terra, resta vuota. Conte non ha provvedimenti da annunciare, si siede e aspetta la prima domanda: è una formula di comunicazione inedita, per un premier italiano, mentre è tipica degli Stati Uniti, dove il presidente incontra spesso i “corrispondenti” alla Casa Bianca.

Il portavoce Rocco Casalino fa da padrone di casa ma per una volta non ci sono filtri: Conte ascolta e risponde alle domande una alla volta (a differenza, per esempio, di Matteo Renzi che ne raccoglieva quattro o cinque e poi sceglieva lui su quali punti replicare e su quali glissare). Ha preparato anche il brindisi con prosecco e tartine, per salutare la stampa prima dell’estate e per festeggiare il suo compleanno (54 anni).

Conte si sta ambientando, ora vive negli appartamenti di Palazzo Chigi, sia per ridurre i tempi di spostamento, sia per ragioni di sicurezza: la sua abitazione privata era difficile da proteggere senza bloccare la strada e i bed&breakfast nel palazzo generano un traffico che non lascia serena l’intelligence. “Ogni tanto mi scordo del mio ruolo, ieri ero sovrappensiero e stavo uscendo in strada da solo”, sorride (poi la scorta lo ha fermato).

Ma se la conferenza stampa informale è il mezzo, c’è anche il messaggio: Conte è sempre più premier e vuole essere un premier di garanzia per i mercati e per i tanti che temono le intemperanze di Matteo Salvini e le radicalità di Luigi Di Maio. La legge di Stabilità d’autunno sarà “seria, rigorosa, coraggiosa” (appena dice “rigorosa” lo spread scende). Sui dettagli dei provvedimenti, dalla Flat Tax al reddito di cittadinanza, al Tav è tutto un “vedremo” o “stiamo approfondendo”, ma il messaggio di fondo è netto: nessuna violazione drastica degli impegni di bilancio. Agli investitori preoccupati del piano da 50 miliardi del ministro degli Affari europei, Paolo Savona, Conte risponde: “Non c’è alcun piano Savona sugli investimenti, ma c’è un piano del governo sugli investimenti”. E, giusto per evitare che si riapra il dibattito sull’uscita dall’euro sempre associato al nome di Savona, Conte precisa: “Non ci sarà un piano A, B o C… C’è una manovra unica, decisa dal governo di cui stiamo curando i dettagli”.

Secondo messaggio: Conte è il premier di Sergio Mattarella, nel senso che si sente parte di quella compagine di membri dell’esecutivo – con Tria (Economia) e Moavero (Esteri) – con funzione di garanzia. “È un problema serio aver verificato che ci sono stati interventi sui social che hanno cercato, in un momento delicato, di aumentare le suggestioni e mi dispiace in particolare che gli attacchi si siano diretti contro il presidente della Repubblica”, dice a proposito del presunto tentativo di fare pressione via Twitter sul Quirinale nella notte del 27 maggio, dopo la bocciatura dell’esecutivo con Savona ministro dell’Economia.

L’economia è il primo timore di Conte. Ma è sulle relazioni internazionali diplomatiche che Conte – forte del sostegno di Moavero dalla Farnesina – sta costruendo il suo ruolo di presidente del Consiglio. La forza politica dei suoi vice Di Maio e Salvini, infatti, è tutta interna ma non ha alcuna proiezione internazionale. Conte, invece, è l’interlocutore degli altri capi di governo. E il ruolo sembra piacergli.

Sull’Iran, per esempio, racconta di aver dato a Trump una risposta molto netta: “Se l’intelligence Usa condividerà con noi notizie concrete sul mancato rispetto dell’accordo sul nucleare da parte di Teheran, l’Italia orienterà i rapporti nella direzione auspicata da Washington”. Ma se la Casa Bianca non è in grado di dimostrare che l’intesa del 2015 sia stata violata, l’Italia rimarrà sulla sua posizione – che è quella di tutta l’Ue – cioè che le aperture commerciali e diplomatiche verso il regime non vadano revocate. Anche sulla Libia Conte sembra aver riportato a Chigi il controllo del dossier. È Conte, e non Salvini, che sta lavorando per una conferenza internazionale “a novembre” con tutti gli attori coinvolti. L’obiettivo è creare le condizioni per svolgere le elezioni, “ma non abbiamo fretta”.

Sottovoce, con molti sorrisi e il ciuffo sempre ordinato, Conte sta facendo davvero il premier, anche se molti ancora non se ne sono accorti.

#MattonellaDimettiti

Cultori sfegatati del nuovo genere letterario di giornaloni, quello delle fake news sulle fake news, leggiamo e collezioniamo tutto. Non ci perderemmo una puntata per nessuna ragione al mondo. Lo spettacolo dell’establishment che prende scoppole in tutto il mondo perché sta sulle palle ai cittadini e, anziché guardarsi allo specchio, cerca in Russia la spiegazione dei suoi continui fiaschi, è semplicemente impagabile. L’establishment ordina agli inglesi di votare no alla Brexit e quelli votano sì? Dev’essere un complotto dei russi a suon di fake news. L’establishment intima agli americani di votare Hillary Clinton contro Trump e quelli eleggono Trump? Sarà per le fake news diffuse da Putin. L’establishment raccomanda agli italiani di votare sì al referendum costituzionale e quelli votano no? Ci dev’essere sotto la congiura delle fake news moscovite. L’establishment diffida gli italiani dal premiare il populismo sovranista 5Stelle e la Lega e quelli corrono a votare 5Stelle e Lega? Le solite fake news della propaganda moscovita. L’establishment beatifica Mattarella che rifiuta il governo Conte con dentro Savona e subito Facebook e (molto meno) Twitter pullulano di messaggi contro Mattarella e pro Conte&Savona? La solita regìa dei troll russi, provenienti stavolta da San Pietroburgo.

Il bello è che i fabbricanti di complotti un tanto al chilo sono gli stessi che accusano i populisti sovranisti di complottismo. Dopodiché anche i loro complotti, alla prova dei fatti, si rivelano quello che sono: balle, bufale, patacche, fake news (al cubo). Memorabile il caso di “Beatrice Di Maio”, il nickname di Fb additato dalla Stampa come il Grande Vecchio grillin-casaleggiano delle fake news contro Renzi, Boschi, Lotti & C.: peccato fosse la moglie di Brunetta. Una storia da manuale del boomerang, che fa il paio con le accuse di razzismo lanciate dal Pd al governo Conte perché un gruppo di giovinastri aveva lanciato un uovo a un’atleta di colore, poi frettolosamente ritirate dopo la scoperta che un lanciatore era il figlio di un consigliere comunale Pd. Ora ci risiamo. I giornaloni non riescono proprio a digerire che il 27 maggio, quando Mattarella rispedì a casa Conte per via di Savona, molti italiani si siano incazzati da soli: se i social tracimavano di commenti critici o insultanti, non era perché chi aveva appena votato M5S e Lega si sentisse defraudato e invocasse le dimissioni del capo dello Stato; ma perché c’era dietro Putin con la sua fabbrica di troll a San Pietroburgo. Infatti, per un’intera settimana, ci hanno ammorbati con una cascata di articoloni e titoloni.

Tutti ispirati dal Colle (bastava leggere le firme: quelle dei quirinalisti), finché il pool Antiterrorismo della Procura di Roma (non è uno scherzo: è tutto vero), la Dia, la Polizia Postale, i servizi segreti e il Copasir non hanno aperto inchieste per vilipendio al capo dello Stato e attentato alla sua libertà. Roba da 20 anni di galera, come minimo. Poi i servizi hanno subito detto che non c’è una sola prova sui famosi troll russi. E chi aveva titolato “L’attacco al Colle via Twitter. Alcune ‘firme’ del Russiagate dietro i messaggi contro il capo dello Stato”, “Le manovre dei russi sul web e l’attacco coordinato a Mattarella”, “Interventi sulla politica italiana dai troll russi che spinsero Trump”, (Corriere), “La questione russa in Italia. Interferenze cyber”, “Interferenze russe sul voto del 4 marzo” (La Stampa), “Dalla propaganda di Putin 1500 tweet per Lega e 5Stelle”, “Una pioggia sui social in arrivo da San Pietroburgo”, “Il Pd nel mirino dei troll russi” (Repubblica), che ha fatto? Ha chiesto scusa per tutte le balle raccontate e lasciato perdere? Macché: fischiettando con grande nonchalance, ha infilato un paio di righette qua e là negli articoli – non più nei titoli – per dire che i russi non c’entrano nulla, o non c’è alcuna prova che c’entrino. Cioè: le critiche al presidente italiano erano tutte italiane. Dunque su chi si indaga, e per quale reato? Sui cittadini che, tutelati dall’articolo 21 della Costituzione, postano sui social il loro legittimo dissenso sulla massima carica, manco fossimo nella Russia di Putin?

Mentre il boomerang volteggia all’indietro su chi l’aveva lanciato – cioè il Quirinale sempre più simile al Cremlino – i quirinalisti ispirati dall’alto tentano di intercettarlo in tempo con le nude mani: “Si cerca – scrive ieri il Corriere – di far passare Mattarella come un uomo permaloso che, credendosi un semidio, vorrebbe rianimare almeno il reato di lesa maestà”. Già, l’impressione è proprio questa. “Manca solo che accusino il Quirinale di istigare i magistrati a recuperare la cultura greca del delitto di hybris” per “veder marcire in galera chiunque si pronunci criticamente su di lui”. Già, la sensazione è proprio questa. Invece no: Egli, “nella sua imperturbabilità zen” e immensa bontà, adora chi lo critica, ma solo “in una dialettica accettabile in democrazia, ciò che esclude insulti e minacce”. Resta da capire dove siano insulti e minacce nell’hashtag #MattarellaDimettiti dei tweet sotto inchiesta, prima made in Russia e ora rientrati nella cinta daziaria (lo “snodo di Milano”). Ma tutto è bene quel che finisce bene, o quasi.

Repubblica, mentre autosmentisce una settimana di titoli sulla Russia con una sola frasina (“gli account utilizzati per le campagne di influenza dei russi della Internet Research Agency di San Pietroburgo hanno cessato di operare nell’autunno scorso”, dunque solo “mani italiane”), monta un’intera pagina su una notizia sensazionale: in Italia i siti dei fan 5Stelle rilanciano i messaggi di Di Maio e degli altri 5Stelle. Roba forte. Non solo: le critiche a Mattarella furono “un assalto squadrista” (tipo quelli di Repubblica a Leone e Cossiga) finalizzato nientepopodimenoché a “eccitare la coscienza del Paese”. Accipicchia. E chi è stato? “Consolidati network di condivisione di contenuti para-giornalistici di segno sovranista, piuttosto che populisti”. Mecojoni. E non è mica finita: “Sono evidenti le stimmate e la regia politica”. Perbacco: le pagine Fb di “quelli che si dicono 5S” chiedevano l’impeachment di Mattarella. Chi l’avrebbe mai detto? Una addirittura postava una domanda dal chiaro contenuto eversivo: “Siete d’accordo con Di Maio che invoca la messa in stato d’accusa di Mattarella?”. E qualcuno osò financo rispondere, non so se mi spiego. Seguono i nomi dei putribondi mandanti: “Tale Piergiorgio, alias ‘Pierre’ Cantagallo”, “Grande Cocomero classic” (il nostro preferito), “tale Francesco Camillo Soro” da Las Palmas. E ho detto tutto. Che si aspetta ad arrestarli, fustigarli, convertirli in appositi campi di rieducazione? L’Antiterrorismo non ponga altro tempo in mezzo.

E, già che c’è, non trascuri le indagini sulla leggendaria “fabbrica delle fake news” e sull’inquietante “fiume di denaro che porta a Londra, a Mosca, in Albania”, smascherati mesi fa dai segugi di Repubblica, che ne inseguirono le tracce fino al covo operativo: “Una fabbrica di manufatti in alluminio a Terni”. Lì, “in una sera gelida di novembre, durante una pausa di cambio turno, Leonardo, un metalmeccanico di 34 anni, ex punk, la terza media in tasca e i soldi per comprare il primo modem non più di sei anni fa, apre le porte del Sistema”. Roba grossa, di cui però non si seppe più nulla. Se non che – fu sempre Repubblica a rivelarlo, con grave sprezzo del pericolo – “Leonardo di cognome fa Piastrella”, ma quando diventa un “cavaliere nero dell’intossicazione online”, si fa chiamare “Ermes Maiolica”, molto ricercato dai “broker pubblicitari”. Perché voi non ci crederete, ma “più traffico hai, più soldi prendi dalla pubblicità”. Strano, eh? Infatti “in Rete ha cominciato a fare capolino un certo Vincenzo Ceramica. Provate a indovinare chi sia”. Sono mesi che tratteniamo il fiato, in attesa che qualcuno sveli l’arcano. Se non Repubblica, che abbandonò la pista proprio sul più bello, almeno l’Antiterrorismo. Se il sor Piastrella c’entra col sor Maiolica, c’entrerà anche col sor Ceramica? E non è che l’hashtag eversivo #MattarellaDimettiti era un messaggio in codice per il sor Mattonella?

Argentini vs inglesi, rivalità infinita. E Maradona “vendicò” le Malvinas

Argentina contro Inghilterra. Sul piano formale il motivo della contrapposizione è soltanto il pallone, in realtà si consuma nel tempo uno scontro a tutto tondo che si riverbera in un rettangolo di gioco. Politica, modi di essere, way of life, identidad, dittature, guerra. Vincitori e soprattutto vinti.

Un’unica passione, un modo di intendere la vita, due forme differenti per esprimere se stessi: il football da una parte, il futbol dall’altra. Su un fronte il football è lo strumento di una moderna colonizzazione “di fatto”, attuata sul piano industriale e finanziario. Sull’altro, il futbol è la risposta di chi rivendica libertà, ma prima ancora la propria essenziale anarchia come filosofia quotidiana. Nel gioco come nella vita in genere. Il resto è pallone che rotola e vite umane sacrificate sull’altare della ragion di Stato.

Una rivalità forte, quella tra Argentina e Inghilterra, due mondi inconciliabili, una mala sangre che fuoriesce dai campi di calcio un po’ improvvisati nei potreros della Pampa, per poi “macchiare” l’erba inglese nei Mondiali del 1966 e travalicare infine il mondo sportivo e giungere su un vero campo di battaglia. Nel 1982 gli inglesi con la Thatcher difendono infatti le isole Falkland, il diritto acquisito dalla tradizione coloniale e l’onore dell’Impero, del Commonwealth. Dall’altra parte, l’Argentina della Junta, quella dei generali e dei desaparecidos, cerca di rafforzare il consenso interno. Il tentativo è quello di riprendere ciò che dal suo punto di vista la storia le aveva tolto oltre un secolo e mezzo prima, le Islas Malvinas. Union jack contro albiceleste, e magari fosse soltanto una partita di calcio. Il risultato è un conflitto bellico lungo 70 giorni, per certi aspetti il meno comprensibile di tutto il dopoguerra.

Falkland/Malvinas, due modi per indicare gli stessi territori e un unico obiettivo: vincere sull’altro. La sconfitta, l’umiliazione e i morti sudamericani trovano la loro vendetta popolare in uno stadio messicano quattro anni più tardi, nel 1986 durante i Mondiali. L’artefice dell’impresa è un semidio del calcio, il simbolo sportivo e identitario dell’Argentina moderna: Diego Armando Maradona. La Mano de Dios, il più grande di tutti, che quel giorno – 22 giugno 1986 – allo stadio Azteca di Città del Messico tira in ballo addirittura Dio, el Barba, come lo chiama lui. Proprio nel giorno che gli argentini ricorderanno come quello della Revancha, la Vendetta.

In questo libro, sapiente racconto di sport filtrato dalla storia e dalla politica, c’è un’analisi approfondita e molto dettagliata dello spirito di due popoli così lontani sul piano geografico e così poco compatibili per mentalità.

I due autori, De Alexandris e Mariottini, sono capaci di passare con disinvoltura dalla narrazione del golpe argentino del 1976 al pugno duro di Margaret Thatcher, la “lady di ferro”.

Nell’ultima parte di Revancha si parla anche di personaggi memorabili del calcio inglese e argentino del passato come John Barnes, Josè Luis Cuciuffo, Glenn Hoddle, Mario Kempes, Gary Lineker, Antonio Ubaldo Rattin e di tanti altri ancora. Senza dimenticare di focalizzare la narrazione sull’operato di uomini politici che in qualche modo hanno fatto la storia del loro tempo: Videla, Galtieri, Perón, Evita Duarte, Reagan, Pinochet. Non manca l’intervento della loggia P2 di Licio Gelli. O dello stesso Vladimir Putin, che sembra avere a tutt’oggi un interesse personale nell’inimicizia fra Inghilterra e Argentina.

Il libro si chiude con un interrogativo di fondo che rimane aperto e che è certamente più politico che sportivo: malgrado la Revancha del 1986, malgrado il disgelo fra le parti – più formale che di sostanza – nel corso dei decenni successivi, l’ostilità tra Argentina e Inghilterra si è davvero conclusa? Quella guerra, sportiva e politica, finirà mai?

Che ne sai tu di una favela: le hit di oggi senza un domani

Crea qui, ora. Canzoni che parlino di noi, di messaggi vocali sullo smartphone. Instagram, i like. Riconoscibili adesso, non domani. Dai, che deve partire l’anca e il piede battere il tempo sulla frizione, farci sognare il baretto vista mare mentre siamo in coda sulla Tiburtina. “Cercavo un mare calmo e ho trovato te, col vento così forte, non dirmi buonanotte”: evvai, ci siamo. La radio va: “Soltanto per stasera, amore e capoeira, cachaça e luna piena, con me in una favela”. Ma come “favela”?

Favela, favela. Amore e capoeria. Per fare assonanza, la fa. Così, su una hit dell’estate 2018, troneggiano Sean Kingston, Takagi & Ketra, e Giusy Ferreri. E dire che lei con le grandi glorie i contatti li ha avuti. Una decina di anni fa ormai, reinterpretò La bambola di Patty Pravo. “Non ti accorgi quando piango, quando sono triste e stanca tu, pensi solo per te”: era una Nicoletta Strambelli in grande spolvero, la ragazza del Piper che non ci stava, a farsi rigirare e buttare giù. Questo suonava, nel 1968. Stesso anno di Azzurro, firmata da Paolo Conte e portata in gloria da Celentano, tra un oleandro e un baobab. Le due canzoni più vendute di quell’anno, ancora eterne. Prova del nove, la commovente versione di Erica Mou, nel suo ultimo disco.

Come si stava meglio quando si stava nelle estati degli anni Sessanta? No, ma è il momento giusto per notare cosa succede in questa, di estate. Testi appiccicati al calendario come le ragazze di Ostia che “stavano a fa’ la colla”, a proposito di citazioni cult. Contemporanei, adesi all’anno, all’ora. A voler scomodare i movimenti, ci sarebbe da chiamarli situazionisti. Sembrano saperlo e rispondersi tra loro, in questo coretto di qui e ora. “Sto imparando a ballare, ’sto posto è stupendo non ci sto credendo” dicono Benji & Fede in un tripudio di gerundi nella loro Moscow Mule, cocktail in gran voga, al quale aggiungono allo zenzero un po’ di autotune (non si avessero a risentire i trapper). “L’abbiamo fatto davvero potremmo dire io c’ero” canta la coppia, mentre Baby K risponde: “Gli ultimi posti in aereo, palme che toccano il cielo, foto con hashtag ‘io c’ero’”. Lei c’era, in effetti, nel tormentone che è colonna sonora di una nota compagnia telefonica. E andale, andale, dice. E allora forza, coraggio, andiamo oltre.

In questo assetto, evviva Loredana Bertè che con il suo graffio abbraccia Boomdabash: “Non chiedermi la luna, tanto la conosco” gli fa in Non ti dico no, con un doppio carpiato di citazioni per chi ne sa. E pure Carl Brave, che come anticipato proprio sulle pagine del Fatto, ha confezionato una canzone perfetta per il periodo: “Fotografia”. Al fianco si è messo Fabri Fibra (e che gli vuoi dire?) e Francesca Michielin (idem) che recita, nel ritornello tutto da cantare: “Smezziamoci una margherita e usciamo a bere, ho i tuoi occhi rossi in tasca sul rullino, piango senza parabrezza in motorino, ma tanto io e te, dai negativi, sì, ne usciamo fuori bene”.

Non brilla rispetto a quello che ha già fatto in precedenza Tommaso Paradiso dei The Giornalisti, nella sua Felicità puttana: “Ti mando un vocale di dieci minuti soltanto per dirti quanto sono felice. Ma quanto è puttana questa felicità che dura un minuto, ma che botta ci dà”. E che botta ci dà? Insomma.

Negli spot riecheggia anche Italiana, di J-Ax e Fedez, alla quale pure ha partecipato Davide Petrella, autore e cantautore che sa il fatto suo (ha fatto uscire il suo disco solista, “Litigare”) e che di creazioni di hit (Cremonini, Nannini, Elisa, etc) se ne intende. “Qui ci nutriamo solo di illusioni e boom, Aspetteremo il missile di Kim Jong-un, Tenendoci informati tramite fake news” rappano Ax e Fedez, quasi a firmare un pezzo di cronaca. “Tutto è cambiato, ma certe cose rimangono identiche”, dicono.

Identica rimane la bellezza di Pensieri e Parole, Battisti-Mogol, maggio del 1971. “Che ne sai di un bambino che rubava e soltanto nel buio giocava e del sole che trafigge i solai, che ne sai”. Non scomodiamo i mostri sacri, cosa c’entrano, dirà qualcuno, con la mano già pronta a ripescare tra i vinili Estate di Bruno Martino (1961). Coraggio, tornerà un altro inverno. Però a maggio del 1979 usciva Je so Pazzo, di Pino Daniele. E nelle compilation del Festivalbar (più estate di così) c’erano Dancing blu di Fabio Concato (1990) o Meravigliosa Creatura di Gianna Nannini. Va bene, chiediamo in prestito due frasi a Calcutta (Frosinone): “Ti chiedo scusa se non è lo stesso di tanti anni fa”.

Basta una app per affittare le vite degli altri

Chi non ha mai sognato di vivere, anche solo per un giorno, la vita di qualcun altro? Nel mondo in cui esiste una app per ogni cosa, suona strano che nessuno avesse ancora pensato a come esaudire questo recondito desiderio umano. Ma adesso, finalmente, l’attesa è finita. Basta scaricare Shelflife e con pochi clic si può decidere come passare la settimana più strana della propria vita. Batterista in un gruppo rock? Medico di guerra? Fotografo professionista? Scelta libera, basta pagare (una bella sommetta, a dire il vero), avere dei requisiti minimi per ogni ruolo (mica vorrete mandare un pluri-ripetente in sala operatoria?) e il gioco è fatto: si può affittare la vita di qualcun altro. Non il suo appartamento. Non il suo lavoro. La sua intera vita.

“It’s the Airbnb of lifestyles”, si vanta la app nella sua homepage. E come darle torto. C’è solo un piccolo, amaro, dettaglio: Shelflife esiste solo nel romanzo omonimo di Barrie Seppings (Rubber/Road, 2017), scrittore australiano all’esordio – non ancora tradotto in Italia – che nella vita fa il direttore creativo in una società di consulenza marketing.

Dalla sua fantasia, lo scorso autunno, è uscita una storia perfetta per Black Mirror o per una delle tante serie tv distopiche così di moda adesso: tre amici decidono di trovare una soluzione alla noia mondiale creando la app con cui si può cambiare vita per un po’. Si parte con cose soft, tipo una settimana da istruttore di surf in Polinesia, in cui la grana più grossa che possa capitare è prendere l’onda al momento sbagliato. Poi però la voce si sparge e persone da tutto il mondo iniziano a mettere a disposizione la propria esistenza in cambio di qualcos’altro, come in un grande bazar online.

E il gioco si fa duro: arrivano richieste per diventare dominatrice sessuale a Londra, spacciatore a Los Angeles, dj dei rave party svedesi. “Non sai quanta gente vuol provare il gusto di frustare sui testicoli banchieri e uomini d’affari”, dice a un certo punto una cliente, compiaciuta della sua esperienza da mistress e dei suoi strumenti di tortura in pelle purissima. Per 3.300 euro la app offre un volo a Yokohama, in Giappone, e trasforma i clienti in “drift racer”, piloti delle corse notturne in stile Fast and Furious. L’unico requisito richiesto è la patente di guida internazionale, ma se succede qualcosa (dentro o fuori la pista) tocca arrangiarsi, Shelflife declina ogni responsabilità.

Ma ad essere ambiti non sono soltanto i posti di lavoro. Come spiegarsi, altrimenti, i 2800 euro a settimana richiesti per calarsi nell’esistenza di una casalinga dell’Indonesia, comodamente ammogliata – dettaglio non trascurabile – con un ricco imprenditore che le mette a disposizione ragazza alla pari, villa con piscina e carta di credito su per giù illimitata per rimediare alle sue assenze pomeridiane. Su come passar le notti, invece, nessuna indicazione nelle clausole e nei termini d’uso della app. Libero arbitrio, ma affittar la vita, va da sé, significa pure affittare camere da letto, talami nunziali, mariti, mogli ed eventuale prole piangente, con tutto ciò che comporta.

A Torino, per esempio, Shelflife offre una settimana da designer d’auto, ma per pubblicizzare l’affitto – e un po’ di convincimento ci vuole, visti i 2.465 euro di prezzo del cartellino – si punta sulla “confortevole abitazione, con una compagna elegante, due gatti persiani e una vita sociale molto attiva”. Della serie: non rintanatevi in casa, gli amici al bar si aspettano almeno una comparsata.

Facile che, in una situazione del genere, la cosa possa sfuggir di mano. Presto il mondo inizia a chiedersi se i tre inventori siano dei geni o soltanto spietati manipolatori.

A Singapore il governo sostiene la prima ipotesi e li contatta per lanciare una sorta di Shelflife di Stato, ovvero un programma su larga scala per migliorare gli indici di felicità della propria popolazione, in calo nonostante la crescita economica. Ma anche qui la luna di miele finirà presto. In Honduras, invece, la app viene bandita dal Paese dopo che sempre più persone si sono rovinate la vita con l’affitto sbagliato.

A finire in qualche brutto giro ci vuole un attimo, ma in fondo, se si può cambiare vita, tanto vale esagerare un po’.

La Versilia dei Vanzina ha il sapore del mare

“La commedia all’italiana ha un erede in famiglia. È Carlo Vanzina, figlio di Steno, che al suo nono film fa centro con questo “‘Italian graffiti’, astuto ma sincero”. Scriveva Morando Morandini su Telesette a metà anni Ottanta. Ed è bello rievocare il compianto critico sul compianto regista proprio a un mese esatto dalla prematura scomparsa di quest’ultimo, così amato come persona, così snobbato professionalmente dagli intellettuali. D’altra parte il cinema di Carlo ed Enrico Vanzina era esattamente ciò che appariva e in pochi – vedi Morandini – vollero graffiarne la molle superficie, forse a scoprire perché il Belpaese l’aveva preso a specchio di sé, adottandolo in massa.

Basta un titolo, squisitamente estivo, a darne testimonianza: quel Sapore di mare che riempì le casse dei cinema con 10 miliardi di lire quando uscì nel febbraio 1983. E pensare che inizialmente i produttori avevano dubitato della bontà del progetto mettendone a rischio la fattibilità: alla fine il film si realizzò grazie alla lungimiranza di Bonivento, allora agente di Jerry Calà, che volle a tutti i costi recitarvi anche a basso compenso.

Gli ingredienti per assecondare i guilty pleasure degli italiani c’erano tutti ed erano sapientemente assemblati: la Versilia dei primi anni ’60 con il suo boom economico e la conseguente voglia (pazza) di divertirsi, il gioco delle coppie fra amori nascenti e passioni proibite, una colonna musicale che racchiudeva lo stracult assoluto del Made in Italy di allora. Come se non bastasse, un finale da “vent’anni dopo” tanto classico quanto nostalgico per una coralità di personaggi e di attori (oltre a Calà, tra i principali Christian De Sica, Marina Suma, Virna Lisi, Gianni Ansaldi, Karina Huff, Angelo Cannavacciuolo e Isabella Ferrari) che da allora entrarono nel mito pop.

Quel ramo del lago è un set permanente: Como sequestrata da Boldi, De Sica e C.

Tutti pazzi per il lago di Como e il suo centro storico, tanto da renderli un set cinematografico a cielo aperto perenne. Gli ultimi della lista del “Ciak, si gira” sono Jennifer Aniston e Adam Sandler, che in questi giorni stanno girando un nuovo film per Netflix, dal titolo Murder mystery. Prima di loro George Clooney, Alfred Hitchcock, Greta Garbo, il set di Guerre Stellari, e la coppia Boldi-De Sica. Una catena di montaggio instancabile. Una storia d’amore tra il lago – e i suoi abitanti – e la settima arte che dura da circa 120 anni e che ha permesso anche la nascita di eventi dedicati come il Lake Como film night, che quest’anno ha registrato 5.000 presenze.

Ora però, come in tutte le relazioni che si rispettino, il feeling tra i due comincia a scricchiolare. Gli abitanti sono stanchi delle vie del centro sempre transennate, chiuse al pubblico; sono stufi dei capannelli di gente curiosa che sosta anche per ore nelle vicinanze dei set. Preferirebbero dare precedenza al turismo anziché alle produzioni internazionali. “Le riprese del film con Jennifer Aniston avrebbero dovuto coinvolgere in sostanza tutto il paese, chiesa e municipio compresi. Ma si sono fatti vivi solo la settimana scorsa per chiederci in pratica di sequestrare Laglio per tre giorni. Non è fattibile, oggettivamente. Avremmo dovuto chiudere le strade, far spostare tutte le auto. In questa stagione ci sono i turisti”, ha spiegato il sindaco di Laglio Roberto Pozzi.

Quello che si prospetta è un lungo tira e molla per stabilire chi avrà la meglio, se l’ordine pubblico e la quiete o l’inarrestabile macchina da guerra del cinema che – a quanto pare – di fermarsi non ne ha l’intenzione.