Gallipoli all’ultima spiaggia: via i turisti o soltanto i cafoni?

Chi vede il bicchiere mezzo pieno stima un crollo del turismo del 20%; chi vede il bicchiere mezzo pieno, ma di veleno (© Woody Allen), azzarda un -60%: numeri a parte – ancora prematuri evidentemente –, è innegabile che Gallipoli sia in crisi di identità, e di presenze, trascinandosi dietro mezza Puglia.

Le cassandre preconizzano già la “fine dell’Ibizia italiana”, e con essa, il “collasso del modello Salento” – “lu sule, lu mare, lu ientu” e compagnia cantante –, ma è davvero così? “Per quanto ci riguarda abbiamo solo segnali positivi”, spiega Simone Chirivì, gestore di un lido a Torre Pali, vicino a Salve e alla punta di Leuca, poco più a sud di Gallipoli, sul litorale ribattezzato “Maldive”. “Qui è tutto pieno da luglio e ad agosto purtroppo stiamo mandando via le persone. Dal mio punto di vista Gallipoli è solo diventata più vivibile: con la chiusura di alcune discoteche e locali, il turismo di massa dei ragazzi non è tornato”.

A luglio, infatti, hanno ufficialmente chiuso i battenti sia la discoteca Cave, perché la struttura può al massimo ospitare un bar (e il Tar ha rigettato il ricorso dei titolari), sia il Parco Gondar, sequestrato per abusi edilizi (e, anche in questo caso, il tribunale ha respinto la richiesta di dissequestro): solo quest’ultimo attirava, a ogni evento, circa 8 mila giovanotti, ormai latitanti da oltre un mese.

Più che il “modello Salento” è imploso il “sistema divertimentificio notturno”; tuttavia – continua Chirivì – “abbiamo acquistato in qualità del turismo: ora si potrà finalmente andare a cena a Gallipoli o passeggiare per le vie del centro, tutte cose che fino all’anno scorso erano inimmaginabili. Era diventato impossibile anche entrare in paese…”. Certo quest’estate qualcuno ci smenerà: “Non tanto gli albergatori o i ristoratori, ma chi affittava persino i garage, i balconi e i terrazzini”. Senza contare i ragazzi spaparanzati di notte in spiaggia, si calcola che l’80% degli affitti veniva versato “regolarmente” in nero.

Le associazioni di commercianti e imprenditori cittadini sono molto preoccupate, al grido di “non c’è più nessuno”: nel 2018 sarà difficile arrivare ai numeri – fin troppo esosi – delle stagioni passate, ovvero 500 mila presenze ufficiali, ma 1,5-2 milioni stando ai rifiuti raccolti (in una città che conta circa 20 mila abitanti).

Se la qualità del turismo, e del turista, è migliorata, a scapito della quantità, non dipende da una oculata strategia politico-gestionale: “Purtroppo non c’è stata alcuna scelta lungimirante da parte degli enti locali e di tutta la filiera turistica. Tutto è accaduto per caso: il fenomeno, nel bene e nel male, non è stato in alcun modo gestito”. Così oggi rimangono i vacanzieri d’“élite” e domani – chissà – torneranno i cafoni sguaiati. Quanto al paragone con Ibizia, “non regge proprio. È giusto un titolo per fare notizia: qui mancano infrastrutture e organizzazione; altrimenti, saremmo anche meglio delle Baleari”.

Al codazzo delle polemiche si sono aggiunti alcuni vip, da Vittorio Sgarbi, per cui Lecce è diventata “la pornostar del Salento”, a Rocco Buttiglione, che ha espresso “grande dolore” per la sua città natale. E mettiamoci pure il velenoso Flavio Briatore, che ha derubricato gli imprenditori pugliesi a “gente di friselle”.

E dalle friselle alle frattaglie il passo è breve, complice il clima pazzerello e l’umore pure: le cronache di Salve riportano infatti uno strano caso di “intimidazione” ai danni del primo cittadino Francesco Villanova.

Giorni fa il sindaco si è ritrovato una busta di frattaglie di pollo in giardino, e si è subito precipitato in caserma per segnalare ai carabinieri il macabro pacchetto, in odor di avvertimento mafioso (anche se – va detto – non è stata sporta denuncia per minacce o atti intimidatori). Zelanti, le forze dell’ordine hanno risolto il giallo in una mezza mattinata, identificando il mandante del gesto: il cane del sindaco.

Il pincher, approfittando dell’assenza del padrone, aveva rubato le frattaglie da uno scooter parcheggiato vicino a casa: frattaglie fresche fresche di macellaio, incautamente abbandonate per qualche minuto dal signore che le aveva acquistate.

La confessione di Pacciani: guardone sì, assassino no

Alto, giovane e agile. Capace di sparare e chirurgo. Il profilo del mostro di Firenze lo delinea il comandante De Fazio nel 1985 immediatamente dopo l’ottavo duplice omicidio avvenuto l’8 settembre a San Casciano in Val di Pesa. E a inizio ottobre i magistrati Paolo Canessa e Francesco Fleury guidano un blitz all’ospedale di Santa Maria Annunziata: dopo aver controllato la struttura a distanza per dieci giorni decidono di entrare. Una perquisizione meticolosa per trovare la Beretta calibro 22 con la quale il mostro ha ucciso. I pm sono certi di aver individuato l’autore. Ma dopo aver setacciato dalla mezzanotte all’alba i sei piani dell’ospedale le speranze si azzerano.

Altri indizi arrivano dai registri dei caselli autostradali: è fondata l’ipotesi che il mostro non sia fiorentino ma arrivi nella zona solo per colpire. Così, da mesi ormai, le forze dell’ordine verificano tutti i passaggi ai caselli. La notte dell’8 settembre vengono attenzionate 150 persone. Ma le verifiche non portano a nulla. Il vicequestore Ruggero Perugini viene incaricato di formare la Squadra anti mostro (Sam). Sceglie i suoi uomini e li mette al lavoro. È la prima volta in Italia che nasce una struttura espressamente dedicata alla caccia di un serial killer. Negli uffici della Sam vengono raccolti tutti i reperti, le informative, le segnalazioni che negli anni hanno riguardato la vicenda del mostro. Che però sembra sparito nel nulla.

Quello dell’8 settembre 1985 rimane l’ultimo duplice omicidio. Perugini è convinto che tornerà a colpire. È solo questione di tempo. Passano gli anni. Il mostro è sparito nel nulla. Forse è stato arrestato per altri reati? Si cerca nelle carceri confrontando le date dei delitti con le presenze dietro le sbarre. C’è un uomo in cella per violenza nei confronti delle figlie. Un contadino di Mercatale in val di Pesa. Un guardone. Si chiama Pietro Pacciani. Viene perquisito l’11 giugno 1990. Nelle sue abitazioni vengono trovate alcune cartucce, materiale da caccia, diverse riviste pornografiche e ricette di magia nera.

Dagli archivi della Sam si scopre che già nel 1985 la casa di Pacciani era stata perquisita e che su quell’uomo erano state svolte indagini. Ma Perugini si convince della sua colpevolezza nel 1991 quando inizia a concentrarsi sul passato di Pacciani. Eppure non sembra avere certezze tant’è che il 14 febbraio 1992 decide di fare un appello in tv. Si rivolge direttamente all’assassino: “Tu non sei pazzo, come la gente dice. La tua fantasia, i tuoi sogni ti hanno preso la mano e governano il tuo agire. Probabilmente cerchi di combatterli. Vorremo che tu credessi che anche noi vogliamo aiutarti a farlo. Tu sai dove, quando e come trovarmi. Io ti aspetterò”. Il diretto interessato non si fa vivo. Pacciani, assistito dall’avvocato Piero Fioravanti, chiede di essere scarcerato: ha scontato la sua pena. Ma il 29 aprile il capo della Sam in persona trova nell’orto di Pacciani una cartuccia calibro 22 long rifle con impressa sul fondello la lettera H: la firma dei duplici delitti.

Quel contadino tarchiato, semianalfabeta, già omicida per gelosia nel 1951, soprannominato il Vampa perché a una festa di paese per fare il gradasso tentò di sostituirsi a mangiafuoco bruciandosi il viso, era l’uomo che per 24 anni si era preso gioco dei magistrati? Non doveva essere alto? Agile? Addirittura un chirurgo? Quelle che erano state diffuse come certezze investigative vengono spazzate via in appena dieci secondi: Pacciani diventa il mostro di Firenze. Presto l’opinione pubblica si divide tra chi crede che sia effettivamente lui e quanti invece credono non possa esserlo. Pacciani è un violento iracondo. Bastonava la moglie, Angiolina Manni, una donna semi inferma di mente, per avere rapporti sessuali. Mentre le figlie, Rosanna e Graziella, erano segregate in casa, nutrite con cibo per cani, picchiate, violentate. Le due al compimento dei 18 anni se ne andarono di casa e denunciarono il padre per stupro. Dal suo passato esce di tutto. O meglio: reati e perversioni di ogni tipo che delineano un violento compulsivo, non certo un chirurgo, cinico e calcolatore. Tutt’altro.

Seguendo Pacciani gli inquirenti scoprono un mondo di presunti santoni, prostitute per disperazione e guardoni. Tanti. Troppi. Anche Pacciani seguiva le coppiette che si appartavano per spiarle. Lo ammette. Ma nega di aver mai fatto del male a nessuno. Ma nella sua abitazione viene trovato anche un panno identico a quello nel quale venne inviata in forma anonima agli investigatori l’asta guidamolla della pistola del mostro, il portasapone e l’album da disegno di marca tedesca riconosciuto come appartenuto ai due tedeschi uccisi nel furgone Volkswagen e, infine, un biglietto con la parola “coppia” e il numero di targa della coppia uccisa. Insomma ce n’era a sufficienza per pretendere qualche ammissione. Dopo interrogatori fiume Pacciani finalmente ammette che lui le coppiette andava a spiarle e andava a spiarle insieme ad alcuni amici. O meglio: compagni di merende, che incontrava al bar a fine pomeriggio per bere un bicchiere di vino e giocare a carte. Poi, a volte, di sera, andavano a spiare gli amanti appartati.

I compagni di merende di Pacciani erano Giancarlo Lotti e Mario Vanni. Il primo un omone che viveva quasi come un barbone. Il secondo un ex postino con seri problemi d’alcol. Se era poco credibile ritenere il contadino l’autore dei duplici delitti, il trio appariva quasi comico. Almeno per chi lo conosceva. Bastavano i soprannomi: Lotti era chiamato Katanga, violento e senza cervello; Vanni era “torsolo” che in toscano rappresenta ciò che si butta del frutto. Vampa, Katanga e torsolo: il mostro di Firenze.

(5. continua)

 

L’Internet delle cose: il mercato in crescita dell’iperconnessione

Si rincorrono, si collegano, interagiscono: ci sono, li usiamo ma non riusciamo mai a capire fino in fondo come comunichino tra loro e che tipo di coordinamento abbiano: lo smartphone comunica col pc che comunica con l’orologio che se vuole è collegato agli elettrodomestici e, per i più ‘nerd’, anche con i vestiti. Stefano Za, che insegna Tecnologie digitali e cambiamenti organizzativi sociali alla università Luiss, ricostruisce e analizza tutta l’immensa rete che circonda e compone l’”Internet of things”. Un’analisi brillante e bifronte: può essere interpretata come una evoluzione efficiente dell’interrelazione uomo- oggetto oppure come una prigione che non lascia più spazio al caso e, per i più estremisti, alla libertà di scelta. Le quote di mercato della cosiddetta Iot, Internet of Things, sono in aumento. Oggi riguardano soprattutto le smart cities, l’industria dell’Iot e l’ambito sanitario. Tra processi M2P (Machine to People), M2M (Machine to Machine), P2P (People to People) e Machine learning, il rischio è però che si perdano di vista l’uomo e la sua privacy: “Viviamo in un ecosistema digitale in cui le informazioni guidano non solo le nostre azioni ma anche quelle delle macchine – scrive Za – Se da una parte questo facilita e supporta le nostre attività quotidiane, dall’altra bisogna essere consapevoli che uno dei costi da corrispondere a tale servizio è legato soprattutto alla nostra privacy”. La consapevolezza, insomma, prima di tutto. Anche quella che se un giorno dovesse esserci una tempesta solare in grado di disattivare tutti i dispositivi digitali esistenti , l’uomo – senza più capacità di discernimento sulla base delle informazioni che reperisce online – potrebbe davvero rischiare l’estinzione.

 

Bekaert, va in ferie la fabbrica ma non la protesta degli operai

Quasi due mesi di trattative non hanno prodotto nessun miglioramento alla Bekaert di Figline Valdarno (Firenze): la multinazionale belga, specializzata nella produzione di fili di ferro per pneumatici, vuole chiudere la fabbrica, mandare a casa 318 persone e spostare la produzione in Romania.

Dal 5 agosto lo stabilimento si è fermato. Non è ancora lo stop definitivo, si tratta solo della fisiologica pausa estiva. I lavoratori però hanno deciso di non mollare il presidio e così resteranno per tutto il tempo a pattugliare i cancelli. Vogliono controllare che, durante queste due settimane, Bekaert non ne approfitti per smantellare tutto e trasferire i macchinari. Una mobilitazione che sarà accompagnata da concerti e spettacoli, e che ha ottenuto la solidarietà di tutta la cittadinanza. Intanto dopo le vacanze riprenderanno gli incontri al ministero dello Sviluppo economico. Senza un accordo, i licenziamenti scatteranno il 3 ottobre. L’ultima offerta della multinazionale prevede al massimo di spostarli al 31 gennaio; un modo per prendere un po’ di tempo e trovare un accordo per un incentivo da riconoscere ai dipendenti messi alla porta. I sindacati non ne vogliono sapere. Vogliono innanzitutto che il governo reintroduca la cassa integrazione per cessazione attività, cancellata dal Jobs Act, in modo da applicarla in questo caso. Poi chiedono che si renda più severa la stretta contro le delocalizzazioni contenuta nel decreto Dignità. “Bisogna obbligare chi va via a trovare un’azienda che subentri e garantisca i posti di lavoro”, sostiene Daniele Calosi della Fiom di Firenze. Le norme appena approvate, invece, intervengono solo sulle imprese che hanno ricevuto finanziamenti pubblici. Non è il caso della Bekaert, che non ha beneficiato di aiuti e oltretutto si trasferisce all’interno dell’Unione europea, quindi dentro l’area di libera circolazione. Insomma, la situazione è molto complicata. La multinazionale non vuole usare gli ammortizzatori sociali e non può essere sanzionata per la delocalizzazione. Sarà quindi difficile convincerla a fare un passo indietro su quanto comunicato il 22 giugno ai delegati sindacali con una telefonata alle otto del mattino.

L’arrivo di Bekaert a Figline Valdarno risale al 2014, quando i belgi hanno acquisito la fabbrica della Pirelli, che comunque rimane il principale committente del sito fiorentino. “Noi ci rivolgiamo anche a loro – aggiunge Calosi – non possono far finta di niente. Hanno un accordo sui prezzi dei prodotti che acquistano, non vorrei che adesso li abbassino sulla pelle dei lavoratori”.

L’euroe quell’agenda vecchia di vent’anni che pare scritta oggi

La cosa che più sorprende leggendo Un’agenda per l’euro – una raccolta di articoli firmati da Franco Modigliani (l’economista premio Nobel di cui ricorre il centenario della nascita) e Giorgio La Malfa tra il 1998 e il 2000 – è che i contenuti di quell’agenda di vent’anni fa siano più o meno l’agenda di chi vorrebbe riformare l’Eurozona oggi. Sorprende meno, eppure è il dato più rilevante e dopo quattro lustri probabilmente strutturale, il “silenzio” che i due autori colsero nei loro interlocutori, anche quelli che in privato si dicevano d’accordo con loro, e il muro politico che – oggi più di allora – si oppone all’ovvia constatazione della natura sbilenca dell’organismo biogiuridico detto “euro”, quella che Carlo Azeglio Ciampi chiamava “zoppia” della moneta.

Cosa ci racconta questo libro editato dalla Fondazione Ugo La Malfa e che contiene anche una breve prefazione del ministro Paolo Savona? In sostanza la sconfitta del “partito del lavoro” contro quello “dell’europrestigio” in una lotta che dura sin dalla fase germinale dell’unione monetaria: “Vogliamo occuparci del prestigio dell’euro o della disoccupazione nell’euro? Completare le tappe senza risolvere questo dilemma rischia di minare l’euro nelle sue fondamenta”.

Il dilemma oggi non è più un dilemma: si è scelto di costruire un sistema basato sulla stabilità dei prezzi, il vero centro ideologico dei Trattati europei, invece che sulla piena occupazione, che sarebbe l’obiettivo della Costituzione italiana (vedi gli articoli 4, 35 e seguenti) ed è indicato – pur in modo meno netto – anche tra quelli della Federal Reserve americana.

Modigliani e l’ex ministro repubblicano – che fu suo allievo (come Savona) al MIT di Boston negli anni Sessanta – tentarono vent’anni fa dalle colonne del Corriere della Sera di tracciare una strada diversa indicando nell’elevata disoccupazione “il problema cruciale dei prossimi anni”. Per un po’ la festa finanziaria seguita alla nuova moneta tacitò quelle preoccupazioni esplose poi al primo choc esterno, quello innescato dalla crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti da cui, dopo oltre dieci anni, l’Eurozona è uscita solo in parte e con una più alta quota di disoccupati, sottoccupati, precari.

Colpa anche della reazione assai tardiva della Bce. Tutto previsto (giugno 1999): “La Bce è apparsa in questi mesi incerta di fronte a una situazione economica europea che pure mostra caratteri piuttosto chiari. Questa incertezza di comportamento non sembra essere il frutto di contrasti di opinioni all’interno dei suoi organi direttivi quanto la conseguenza dell’architettura delineata dal Trattato di Maastricht e di cui si cominciano ad avvertire le conseguenza paralizzanti”. Cose che succedono quando una banca centrale è “totalmente indipendente da ciò che governi democraticamente eletti possono considerare vitale”.

È sempre l’ossessione della bassa inflazione, che piace alla rendita, anche a scapito dell’occupazione: “Il pericolo che noi vediamo è che la Bce consideri come suo unico compito il perseguimento dell’obiettivo della stabilità dei prezzi e che sia disposta – e decisa – a sacrificare a questo obiettivo ogni altra esigenza. (…) La chiave per il riassorbimento della disoccupazione è in una vigorosa ripresa degli investimenti. E la politica monetaria è lo strumento fondamentale per stimolarli”.

Detto in altro modo: “L’affermazione ripetuta ad nauseam che la disoccupazione è un problema esclusivamente nazionale è non solo sbagliata, ma ha persino un sapore ironico dal momento che, entrando nell’euro, i Paesi partecipanti rinunciano di fatto a qualsiasi possibilità di condurre una autonoma politica della domanda”.

Anche la proposta di Modigliani e La Malfa ricorderà qualcosa: “Se la Bce dovesse concludere che la politica monetaria non è in grado di stimolare gli investimenti, essa avrebbe il dovere di informare i governi europei invitandoli a sospendere provvisoriamente il cosiddetto Patto di Stabilità e a lanciare un programma di investimenti pubblici capaci di sostenere la domanda aggregata” e ovviamente a “farlo in maniera coordinata per evitare squilibri di bilance commerciali”. E le riforme strutturali tipo il Jobs act? “Curare le deficienze dell’offerta non potrà far molto per la disoccupazione”.

Più che giustificato il pessimismo finale alla luce dell’oggi, mentre si spegne il Quantitative easing e si prospetta una nuova crisi finanziaria: “Quando è nato l’euro si disse che esso avrebbe comunque generato una spinta all’unificazione politica e questo avrebbe consentito di correggere i difetti più evidenti del Trattato di Maastricht. Non solo questo non sta avvenendo, ma nella Bce si consolidano gli orientamenti più conservatori”. Chiosa il ministro Savona: “È giusto ricordare che in pochi avevano visto giusto che l’architettura istituzionale dell’euro e della politica economica europea era sbagliata, ma prevalsero quelli che avevano torto. La storia ogni tanto fa di questi brutti scherzi”. E non lesina in bis, specie se si fa eccessivo affidamento sulle magnifiche sorti e progressive.

Royalty misere, ma il Sole 24 Ore esalta il business petrolifero italiano

Un paginone dedicatoalle favolose prospettive delle trivellazioni in Basilicata. È quello pubblicato ieri dal Sole 24 Ore, secondo cui le royalties pagate dalle concessioni stanno raggiungendo un record. Tanto che si pensa a un “fondo sovrano”, un po’ come le casse multimiliardarie della Norvegia o dell’Arabia Saudita. Si spiega, in base a un’analisi dell’ufficio studi Nomisma, che la combinazione di prezzi in ripresa e aumento della produzione farà raddoppiare nel 2019 e triplicare nel 2020 gli introiti da royalties che Stato, Regioni e comuni ricevono. “Dagli attuali 136 milioni di euro a 251, fino a 405”. Sfiorando nel triennio gli 800 milioni. I dati sono confortanti, ma il giornale della Confindustria si dimentica di dire che le royalties pagate dalle compagnie che operano in Italia (Eni e Shell prime di tutte) sono tra le più basse del mondo. Non solo per l’aliquota del 10% (Legambiente propone di portarle al 50%) ma anche per la normativa particolarmente favorevole ai petrolieri, che li esenta ogni anno da royalties sulle prime 20 mila tonnellate di petrolio estratte in terraferma e le prime 50 mila estratte in mare, per i primi 25 milioni di metri cubi di gas estratti in terra e i primi 80 milioni estratti in mare. Tanto che gran parte delle compagnie attive non paga le royalties.

Il boom attuale è dovuto più che altro a una ripresa di attività in Val D’Agri (Basilicata), dov’è concentrata la maggior parte della produzione petrolifera e dove l’estrazione è stata bloccata per sei mesi, tra il 2016 e il 2017, a causa di quelle che il Sole definisce ”alterne vicende giudiziarie”. Si tratta dell’inchiesta per cui sono a processo 47 persone e 10 società, per smaltimento di rifiuti pericolosi ed altri reati, e durante il quale emersero le telefonate in cui Federica Guidi, ex vice presidente di Confindustria e ministro dell’Industria del governo Renzi, rassicurava il compagno, interessato al business petrolifero, sulle iniziative del Governo pro petrolieri. Scandalo in seguito al quale nel 2016 la Guidi si dimise.

Non solo Tap: la geopolitica del gas che serve all’ Europa

Operazione Pluto. Potrebbe denominarsi così la recente visita del presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Washington dove sono stati affrontati molti temi legati alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici in Europa. Pluto è il nome in codice di un’azione delle forze armate britanniche per costruire un oleodotto sotto lo stretto della Manica che garantisse agli alleati in Francia i rifornimenti di petrolio per l’Operazione Overlord, lo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944, visto che le petroliere erano bersaglio degli attacchi aerei e navali dei nazisti.

La lezione di Churchill

Uno Stato non è completamente sovrano se è non ha la certezza di fornire ai propri cittadini e al proprio sistema industriale tutta l’energia di cui ha bisogno. Una lezione che aveva capito molto bene Winston Churchill quando era capo dell’Ammiragliato di sua maestà. Per rendere più veloci le proprie navi decise di sostituire il carbone con il gasolio ma vi era un problema. L’Inghilterra disponeva del primo ma non del secondo (all’epoca!). Fu così che il governo britannico assunse il controllo dell’Anglo Persian Oil Company – poi divenuta BP- che aveva concessioni in Iran.

L’Europa oggi ha tre problemi. Il primo è che deve ridurre il più possibile emissioni di anidride carbonica. Il gas produce molte meno di emissioni del carbone e del petrolio, la strada di un sempre maggiore utilizzo del metano sembra debba essere quella da percorrere. Il secondo problema è che l’Europa produce sempre meno gas e dunque si trova costretta ad importarne sempre di più. L’Inghilterra, storicamente un esportatore di gas, nel pieno dell’ inverno glaciale di quest’anno si è trovata costretta ad importare gas dalla Russia. L’ Ambasciatore russo a Londra ha twittato sprezzante in quei giorni: “Sentite freddo? Vi stiamo mandando un aiutino”.

Il terzo problema è che la decisione da dove far arrivare il gas e attraverso quali Paesi ha delle implicazioni geopolitiche non di poco conto. E gli Stati Uniti non vedono di buon occhio, tanto per usare un eufemismo, la dipendenza dell’ Europa dalla Russia.

Da dove fare arrivare dunque tutto il gas di cui l’ Italia e l’Europa hanno bisogno? Dalla Russia? Dal Nord Africa (Algeria, Libia)? Dal Caucaso (Azerbaigian, Turkmenistan)? Dai Paesi del Golfo? Dalla nuova e promettente frontiera che si è aperta grazie alle recenti scoperte in Egitto, Libano, Israele? Oppure dagli Stati Uniti, diventati il maggiore produttore al mondo di gas grazie al cosiddetto shale gas, estratto da giacimenti non convenzionali?

L’Italia si trova, per collocazione geografica e tradizione dell’industria energetica (esplorazione, produzione, trasporto), al centro di questo risiko dei gasdotti e delle rotte di Lng (il gas naturale liquefatto), trasportato da grandi navi.

L’Europa consuma circa 500 miliardi di metri cubi all’anno di gas metano. Ne produce 110 e il resto ci viene dalla Russia (160 miliardi), dalla Norvegia (110), dall’ Algeria (35 miliardi), Libia (9 miliardi prima del 2011, oggi circa 4), e più o meno 50 miliardi con le navi il Lng nei rigassificatori disseminati in Europa.

Il vecchio mondo tranquillo non c’è più

Fino a qualche anno fa il business del gas era una cosa piuttosto noiosa. Tre o quattro produttori mondiali che facevano arrivare il gas attraverso gasdotti che legavano Paesi di produzione, di transito e di arrivo. Poi tutto è cambiato. C’è sempre più bisogno di gas, vi sono nuovi produttori che si sono affacciati nello scenario mondiale: gli Stati Uniti, che prima erano grandi importatori e adesso sono diventati esportatori, i paesi dell’ex Unione Sovietica che prima fornivano gas all’interno della Federazione e che adesso si sono affrancati dalla Russia, i Paesi del bacino del Mediterraneo.

Bruxelles influenzata soprattutto dai Paesi dell’ex blocco sovietico, vuole diminuire la dipendenza dalla Russia e gli Stati Uniti fanno di tutto perché ciò succeda. È ironico pensare che negli anni ‘70 l’Europa tutta si mise contro gli Stati Uniti che non volevano che si costruissero i grandi gasdotti che portavano e tuttora portano il gas dalla Russia all’ Europa passando per l’ Ucraina. Furono posati 3000 chilometri di tubi. Vi era un accordo non scritto: la quota di gas russo in Europa non doveva superare il 30 per cento dei consumi e in cambio società europee avrebbero costruito e posato le infrastrutture d’acciaio.

Dopo l’intervento militare russo in Ucraina con l’annessione della Crimea nel 2014, vi sono sanzioni internazionali che colpiscono la Russia ma l’Europa, e fino a poco tempo fa anche gli Stati Uniti, si erano ben guardati da colpire il settore del gas russo dominato da Gazprom, che può contare su 49 trilioni di metri cubi di riserve di gas, poco meno del 20 per cento di quelle mondiali, e sulla più grande rete di trasporto del mondo con 168.000 chilometri di gasdotti. Gazprom investe ogni anno quasi 25 miliardi di dollari e possiede il più moderno centro di previsioni meteorologiche di lungo periodo del pianeta.

Gli amici di Putini finiti sulla lista nera

Oggi tutto è diverso: Aleksej Borisovich Miller è stato infatti inserito dall’amministrazione americana nella Specially-Designated Nationals List, una lista nera di persone con le quali il potente Tesoro americano avverte che si debba aver poco a che fare. Miller è da sempre grande amico e fidato alleato di Putin è a capo di Gazprom, per questo non era entrato nelle prime liste nere, al contrario del suo collega Igor Sechin, altro alleato di Putin, a capo della Rosneft, la più grande società petrolifera russa.

In teoria, le società europee non hanno niente da temere visto che le sanzioni usa dovrebbero colpire solo entità americane ma spesso l’amministrazione Usa tende a estendere la propria giurisdizione e dunque vi sarà molta incertezza nel futuro. Gazprom come azienda non è stata però messa sulla lista nera, a differenza di Miller che quindi risulta indicato solo come persona fisica e non come amministratore delegato della società. Una finesse giuridica invocata da ExxonMobil, società il cui amministratore delegato era Rex Tillerson, poi diventato per la prima fase dell’amministrazione Trump segretario di Stato, per giustificare i propri rapporti con Igor Sechin. Ma il Tesoro americano ha comunque deciso di infliggere un’ammenda a Exxon. Certo, il fatto che Miller sia stato inserito nella lista, può essere un ulteriore motivo per l’Europa per cercare gas altrove.

Dietro le polemiche, i veri rapporti con Mosca

A fronte di politiche sempre più spinte di diversificazione e di affrancamento da Mosca, nel 2017 le importazioni di gas dalla Russia sono aumentate di quasi il 10 per cento, complici una sempre maggiore riduzione delle produzioni europee, la resistenza di molte comunità locali e governi ad avviare nuove esplorazioni e la maggiore domanda di gas dovuto all’aumento dei consumi e alla sempre maggiore attenzione all’ambiente. Inoltre, mentre molti Stati dell’Ue, soprattutto le repubbliche ex-sovietiche, sono profondamente contrari alla Russia e al suo gas, la Germania vuole realizzare il Nord Stream 2, raddoppio di quel gasdotto che porta gas russo aggirando l’Ucraina, da sempre paese di transito. A proposito di Ucraina: se l’Europa rinunciasse al gas russo, l’Ucraina perderebbe i circa 3 miliardi di dollari all’anno che incassa dai diritti di transito. Una cifra importante per le finanze statali di un Paese già fragile e in bilico tra la sfera d’influenza europea e quella russo. E poi perché privarsi di una fonte di approvvigionamento che negli ultimi 50 anni si è dimostrata quasi sempre affidabile?

Il punto dunque non è quello di sostituire la Russia con altri Paesi bensì di avere più Paesi dai quali approvvigionarsi e più rotte e modalità attraverso le quali fare arrivare il gas in Europa. Il che comporta più sicurezza e maggiore capacità di negoziazione con i produttori di gas “tradizionali”. In questa partita l’Italia è protagonista: è infatti il punto di arrivo in Europa del Tap, il gasdotto che porta gas dall’Azerbaigian – e in un futuro anche dal Turkmenistan – e che costituisce la spina dorsale del corridoio Sud, fortemente voluto dalla Commissione europea e dagli Stati Uniti. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato nei giorni scorsi a Baku proprio per sottolineare l’importanza del progetto, ribadita anche pochi giorni fa da Trump (dopo un deciso messaggio da parte del Dipartimento di Stato americano).

Il legame obbligato tra Egitto e Israele

Vi è poi il bacino del mediterraneo. L’Egitto è sempre stato un grande produttore di gas ma negli ultimi anni la produzione era in grande declino tant’è che il più grande impianto di liquefazione del Paese era quasi del tutto inutilizzato. Nel frattempo, Israele ha scoperto al largo delle proprie coste grandi giacimenti di gas contraddicendo quanto diceva negli anni Settanta Golda Meir, allora primo ministro d’Israele: “Mosè trascinò gli ebrei per quarant’anni nel deserto per portali nell’unico posto del Medio Oriente dove non c’è petrolio”. Israele si preparava dunque a diventare un attore delle Regione: con il supporto degli Stati Uniti, ha negoziato un accordo di fornitura di gas alla Giordania ricavando soldi e status nella Regione.

Il piano era di vendere gas all’Egitto usando il gasdotto che prima faceva fare al gas il tragitto inverso. Beghe politiche, amministrative, antitrust e una certa imperizia tecnica hanno però creato un quadro di confusione totale che ha rallentato di mesi se non di anni la messa in produzione dei giacimenti di gas. Il governo di Bibi Netanyahu decise di ordinare il tutto con una legge che la Knesset avrebbe dovuto approvare una domenica di tre anni fa. Il giorno prima, il presidente egiziano Al Sisi annunciò la più grande scoperta di gas egiziano di tutti i tempi da parte dell’Italia. L’approvazione fu rinviata e l’annuncio sparigliò le carte. Dove avrebbe venduto Israele il proprio gas, con un mercato domestico troppo piccolo e la via egiziana preclusa?

La nuova fase del “grande gioco”

Tutto quel gas che fa parte del più grande bacino del Levantino che comprende Grecia, Turchia, Cipro, Israele, Siria e Libano potrebbe far diventare quella regione il nuovo Golfo Persico. Ad oggi vi sono stati momenti di grande ottimismo e altrettanti di delusione, ma è certo che l’Italia con le proprie società energetiche può avere un ruolo di primo piano nella esplorazione, produzione, realizzazione delle infrastrutture e gestione del trasporto sia per coprire le esigenze di quei Paesi sia per l’eventuale indirizzamento verso l’Europa. Che avrà sempre più bisogno di gas.

Gli Usa erano contrari al gas russo anche quando non avevano il loro gas da vendere. Ora la situazione è cambiata; con i suoi 750 miliardi di metri cubi di gas è diventata il primo Paese produttore al mondo (seguito dalla Russia e Iran). Il gas americano arriva alle nostre coste con un prezzo non ancora competitivo. Quando succederà, il grande gioco del gas si farà ancora più interessante.

Non possiamo più pagare per Alitalia

L’ultima volta che la politica ha provato a dettare le strategie industriali dell’Alitalia privata ha avuto un’idea geniale: darle il monopolio sulla tratta Roma-Milano, il cui valore fu poi azzerato dall’affermarsi dell’alta velocità ferroviaria. Era il 2008, quel “salvataggio” italiano è finito male come il successivo tentativo di affidarsi a Etihad. Oggi circolano voci dell’ennesima bad company che dovrebbe farsi carico (leggi: far pagare ancora ai contribuenti) dei debiti e dei problemi, mentre una good company avrebbe le parti buone da rilanciare. Interviene Luigi Di Maio, ministro dello Sviluppo, a correggere il ministro dei Trasporti Toninelli: “La nazionalizzazione old style è impossibile” (qualunque cosa significhi). La linea Di Maio è questa: “Alitalia deve restare un vettore dello Stato italiano, legato a realtà produttive italiane”. Inquietante.

La politica deve trovare il coraggio di affrontare il problema Alitalia per quello che è: con i 4 miliardi – stima del professor Ugo Arrigo – pagati in ammortizzatori sociali dal 2008, l’azienda avrebbe potuto comprare aerei a lungo raggio e fare profitti sulle uniche tratte in cui è possibile per le compagnie diverse dalle low cost. Invece oggi Alitalia ha 26 aerei a lungo raggio, ma soltanto 7 di proprietà, il resto in leasing. Infatti sul lungo raggio trasporta solo 2,5 milioni di passeggeri su 21 totali. Sulla base dei dati forniti dai commissari straordinari di Alitalia, per ogni passeggero che vola 1.000 chilometri Alitalia incassa 69 euro, Lufthansa 107. Per queste ragioni da oltre un anno Alitalia è in vendita ma nessuno è disposto a comprarla senza fare uno spezzatino che avrebbe conseguenze serie sui 10.000 dipendenti. E sempre per queste ragioni un’Alitalia così non può essere di alcuna utilità al sistema imprenditoriale italiano, non per portare all’estero gli industriali e neppure per far arrivare turisti cinesi e giapponesi.

Forse è ora di cominciare a pensare a strategie industriali (e aree) utili al Paese, e non ritagliate su misura delle esigenze di sopravvivenza di Alitalia.

Fincantieri-Leonardo. Scontro coi francesi per la sopravvivenza

Aun anno di distanza dallo scontro Italia-Francia, la vicenda dei cantieri Stx di Saint Nazaire conferma la mancanza di strategie industriali dei governi italiani. Il numero uno di Fincantieri, Giuseppe Bono, 74 anni, tratta con l’esecutivo transalpino un’alleanza che estromette la Finmeccanica, oggi Leonardo, condannata dalla politica al declino. Uno si immagina che dietro Bono ci sia il governo italiano. In realtà decide solo Bono.

A maggio 2017 Fincantieri ha rilevato i cantieri della Loira atlantica, falliti di nuovo, stavolta per mano dei coreani di Stx. Valore: 120 milioni. Due mesi dopo, appena eletto, il presidente Emmanuel Macron ha fermato l’operazione. Lo stallo si è risolto con un’alleanza a tutto campo nel settore navale, firmata a settembre scorso. Fincantieri acquisirà il 50 per cento di Stx, più l’1 per cento “prestato” per 12 anni dal governo Francese. Quest’ultimo avrà il 33,34 per cento, mentre Naval Group, colosso francese delle navi e azionista di Stx, avrà l’11,57 per cento, il resto va ai dipendenti dei cantieri (2,40 per cento) e al consorzio di imprese locali fornitrici (1,59 per cento). A valle l’intesa si chiuderà con un’alleanza tra gli stessi attori per creare un colosso europeo della cantieristica (civile e militare) sulla scia di quanto fatto tra Francia e Germania sull’aeronautica con Airbus. Per Bono, da 15 anni dominus di Fincantieri, è la partita della vita. Nascerebbe un colosso da 10 miliardi di ricavi e 120 mila dipendenti.

In una nave da guerra metà del valore è nell’elettronica e nelle armi (radar, sistemi di puntamento, cannoni siluri ecc.). Fincantieri fa solo gli scafi, e Leonardo ci monta sopra gli armamenti. Il problema è che Naval Group fa il prodotto completo, perché al suo interno ha, come azionista di peso, Thales, il colosso francese rivale dell’ex Finmeccanica. Con l’accordo su Stx, la prima è automaticamente dentro, la seconda no. I maligni sussurrano che è la vendetta di Bono per non essere riuscito a farsi nominare presidente di Leonardo, azienda da cui fu disarcionato nel 2002. Bono considera Leonardo ormai irrecuperabile, destinata a uno speazzatino. E ha chiari gli effetti collaterali dell’accordo con i francesi. Nei negoziati, risulta al Fatto, il tema è stato fissato alla lettera. Suonerebbe così: la presenza di Thales nella compagine azionaria dell’alleanza rappresenterebbe un grave ostacolo all’integrazione fra i due gruppi e un elemento di asimmetria rispetto a Leonardo, che non è socio di Fincantieri.

Nel 2014 Bono ha quotato in Borsa Fincantieri incassando 340 milioni. Nello stesso anno il gruppo – 19mila dipendenti 26 miliardi di ordini – ha fatto profitti per 55 milioni, nel 2015 ha avuto una perdita di 289, nel 2016 ha fatto 14 milioni di utile, nel 2017 53. Totale: meno 167 milioni. Il patrimonio netto è sceso da 1,53 agli 1,3 miliardi dello scorso anno. Ricavi e utili, però, sono in crescita, il debito si è dimezzato e oggi in Borsa capitalizza 2,2 miliardi (1,4 nel 2014 ). Ma il business del gruppo è molto legato al sostegno pubblico. In molte commesse di Fincantieri, gli acquirenti ottengono finanziamenti con garanzia della Sace, la società della Cassa depositi e prestiti (controllante di Fincantieri) che supporta “il made in italy nel mondo”. Il gruppo di Bono fa incetta di buona parte delle garanzie. Leonardo se la passa peggio. Ad aprile 2014 il governo Renzi ha nominato alla guida Mauro Moretti che ha fatto cassa con cessioni pesanti. Gli investimenti si sono bloccati, i ricavi sono scesi. A maggio 2017 il governo Gentiloni lo ha sostituito con un banchiere, Alessandro Profumo. Oggi Finmeccanica è in stasi, i ricavi sono fermi a 11,5 miliardi (gli ordini sono inferiori di 68 milioni). Nel 2010, ai tempi di Pier Francesco Guarguaglini, ammontavano a 18 miliardi, gli ordini erano superiori del 30 per cento. I manager più esperti, da Giuseppe Giordo a Fabrizio Giulianini se ne sono andati. Da questa posizione di forza Bono può quindi dettare la linea, forte anche di aver incassato la nomina a capo di Cdp di Fabrizio Palermo, suo pupillo che siede pure nel comitato italo-francese che definirà l’alleanza navale.

Bono vuole portare Fincantieri a essere leader nella cantieristica e con essa far sedere l’Italia al tavolo della futura Difesa europea. Finmeccanica non ha molto peso, il suo prodotto di punta, gli elicotteri, paga la mancanza di investimenti e la concorrenza di Airbus Helicopter. Così Bono tratta per far uscire Thales dall’intesa e portare all’interno di Fincantieri la parte di Leonardo che serve ad armare le navi. Difficile, però, avere tutte e due le cose, perché senza quella Finemccanica è destinata allo spezzatino. Il governo vuole sostituire Profumo, ma per ora c’è uno stallo durante il quale Bono ha iniziato a muoversi per costruire un comparto militare, nel ramo sistemi, in Fincantieri: per questo ieri ha chiuso l’acquisto di Vitrociset, informatica e alta tecnologia per la difesa, e vuole Piaggio Aerospace, l’azienda piemontese che produce droni, compresa la parte motori che fa la manutenzione per l’aeronautica militare italiana. Un dossier che Leonardo guardava da due anni senza decidere.

Chi segue il settore teme che Fincantieri possa essere risucchiata nell’orbita francese. L’alternativa sarebbe unire Fincantieri e Leonardo, con forti investimenti pubblici ed evitare all’Italia di sparire dal settore della difesa. Ma per ora il governo Conte è assente dalla partita.

Nuove specie: il signor Paradosso che tifa mercati

C’è un nuovo animale politico, per così dire, che popola la vita pubblica dacché i barbari hanno espugnato Palazzo Chigi: lo chiameremo Il Paradosso. I signori e le signore Paradosso – proprio come noi, lo ammettiamo – sono sempre andati in sollucchero per “fondata sul lavoro”, la Costituzione, la democrazia, più Stato e meno mercato, liberté, egalité, fraternité e pure un po’ di solidarité, senza dimenticare una passata di conflitto sociale e lotta di classe. Ecco, adesso Il Paradosso, in odio ai barbari, invece che rivolta tifa mercati, cioè identifica le sue ragioni con quelle della finanza internazionale, quella che giudica la nostra Carta troppo “socialista”, più o meno quello che diceva qualche anno fa pure Silvio Berlusconi, suo antico spauracchio con cui Il Paradosso, per paradosso, si trova oggi a consonare. È un paradosso, ma Il Paradosso va in sollucchero per certi articoli un po’ naïf in cui gli investitori portano via 100 miliardi al mese dall’Italia (Repubblica) o altri un po’ meno dilettanteschi in cui i miliardi sono 39 e solo a maggio (Corriere); geme di piacere quando Cottarelli, attualmente in turné con Giampaolo Galli, gli impone di far quello che dicono i mercati per essere libero dai mercati: d’altronde più mercato e meno Stato, purché meno Salvini; più welfare ma solo se non scende la Borsa. Che bello il socialismo a misura di Blackrock! Assomiglia tanto alla vecchia destra liberale – a non dire del pareggio di bilancio del Duce – però ha i capelli più lunghi. Vuoi mettere che progresso!