Operazione Pluto. Potrebbe denominarsi così la recente visita del presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Washington dove sono stati affrontati molti temi legati alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici in Europa. Pluto è il nome in codice di un’azione delle forze armate britanniche per costruire un oleodotto sotto lo stretto della Manica che garantisse agli alleati in Francia i rifornimenti di petrolio per l’Operazione Overlord, lo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944, visto che le petroliere erano bersaglio degli attacchi aerei e navali dei nazisti.
La lezione di Churchill
Uno Stato non è completamente sovrano se è non ha la certezza di fornire ai propri cittadini e al proprio sistema industriale tutta l’energia di cui ha bisogno. Una lezione che aveva capito molto bene Winston Churchill quando era capo dell’Ammiragliato di sua maestà. Per rendere più veloci le proprie navi decise di sostituire il carbone con il gasolio ma vi era un problema. L’Inghilterra disponeva del primo ma non del secondo (all’epoca!). Fu così che il governo britannico assunse il controllo dell’Anglo Persian Oil Company – poi divenuta BP- che aveva concessioni in Iran.
L’Europa oggi ha tre problemi. Il primo è che deve ridurre il più possibile emissioni di anidride carbonica. Il gas produce molte meno di emissioni del carbone e del petrolio, la strada di un sempre maggiore utilizzo del metano sembra debba essere quella da percorrere. Il secondo problema è che l’Europa produce sempre meno gas e dunque si trova costretta ad importarne sempre di più. L’Inghilterra, storicamente un esportatore di gas, nel pieno dell’ inverno glaciale di quest’anno si è trovata costretta ad importare gas dalla Russia. L’ Ambasciatore russo a Londra ha twittato sprezzante in quei giorni: “Sentite freddo? Vi stiamo mandando un aiutino”.
Il terzo problema è che la decisione da dove far arrivare il gas e attraverso quali Paesi ha delle implicazioni geopolitiche non di poco conto. E gli Stati Uniti non vedono di buon occhio, tanto per usare un eufemismo, la dipendenza dell’ Europa dalla Russia.
Da dove fare arrivare dunque tutto il gas di cui l’ Italia e l’Europa hanno bisogno? Dalla Russia? Dal Nord Africa (Algeria, Libia)? Dal Caucaso (Azerbaigian, Turkmenistan)? Dai Paesi del Golfo? Dalla nuova e promettente frontiera che si è aperta grazie alle recenti scoperte in Egitto, Libano, Israele? Oppure dagli Stati Uniti, diventati il maggiore produttore al mondo di gas grazie al cosiddetto shale gas, estratto da giacimenti non convenzionali?
L’Italia si trova, per collocazione geografica e tradizione dell’industria energetica (esplorazione, produzione, trasporto), al centro di questo risiko dei gasdotti e delle rotte di Lng (il gas naturale liquefatto), trasportato da grandi navi.
L’Europa consuma circa 500 miliardi di metri cubi all’anno di gas metano. Ne produce 110 e il resto ci viene dalla Russia (160 miliardi), dalla Norvegia (110), dall’ Algeria (35 miliardi), Libia (9 miliardi prima del 2011, oggi circa 4), e più o meno 50 miliardi con le navi il Lng nei rigassificatori disseminati in Europa.
Il vecchio mondo tranquillo non c’è più
Fino a qualche anno fa il business del gas era una cosa piuttosto noiosa. Tre o quattro produttori mondiali che facevano arrivare il gas attraverso gasdotti che legavano Paesi di produzione, di transito e di arrivo. Poi tutto è cambiato. C’è sempre più bisogno di gas, vi sono nuovi produttori che si sono affacciati nello scenario mondiale: gli Stati Uniti, che prima erano grandi importatori e adesso sono diventati esportatori, i paesi dell’ex Unione Sovietica che prima fornivano gas all’interno della Federazione e che adesso si sono affrancati dalla Russia, i Paesi del bacino del Mediterraneo.
Bruxelles influenzata soprattutto dai Paesi dell’ex blocco sovietico, vuole diminuire la dipendenza dalla Russia e gli Stati Uniti fanno di tutto perché ciò succeda. È ironico pensare che negli anni ‘70 l’Europa tutta si mise contro gli Stati Uniti che non volevano che si costruissero i grandi gasdotti che portavano e tuttora portano il gas dalla Russia all’ Europa passando per l’ Ucraina. Furono posati 3000 chilometri di tubi. Vi era un accordo non scritto: la quota di gas russo in Europa non doveva superare il 30 per cento dei consumi e in cambio società europee avrebbero costruito e posato le infrastrutture d’acciaio.
Dopo l’intervento militare russo in Ucraina con l’annessione della Crimea nel 2014, vi sono sanzioni internazionali che colpiscono la Russia ma l’Europa, e fino a poco tempo fa anche gli Stati Uniti, si erano ben guardati da colpire il settore del gas russo dominato da Gazprom, che può contare su 49 trilioni di metri cubi di riserve di gas, poco meno del 20 per cento di quelle mondiali, e sulla più grande rete di trasporto del mondo con 168.000 chilometri di gasdotti. Gazprom investe ogni anno quasi 25 miliardi di dollari e possiede il più moderno centro di previsioni meteorologiche di lungo periodo del pianeta.
Gli amici di Putini finiti sulla lista nera
Oggi tutto è diverso: Aleksej Borisovich Miller è stato infatti inserito dall’amministrazione americana nella Specially-Designated Nationals List, una lista nera di persone con le quali il potente Tesoro americano avverte che si debba aver poco a che fare. Miller è da sempre grande amico e fidato alleato di Putin è a capo di Gazprom, per questo non era entrato nelle prime liste nere, al contrario del suo collega Igor Sechin, altro alleato di Putin, a capo della Rosneft, la più grande società petrolifera russa.
In teoria, le società europee non hanno niente da temere visto che le sanzioni usa dovrebbero colpire solo entità americane ma spesso l’amministrazione Usa tende a estendere la propria giurisdizione e dunque vi sarà molta incertezza nel futuro. Gazprom come azienda non è stata però messa sulla lista nera, a differenza di Miller che quindi risulta indicato solo come persona fisica e non come amministratore delegato della società. Una finesse giuridica invocata da ExxonMobil, società il cui amministratore delegato era Rex Tillerson, poi diventato per la prima fase dell’amministrazione Trump segretario di Stato, per giustificare i propri rapporti con Igor Sechin. Ma il Tesoro americano ha comunque deciso di infliggere un’ammenda a Exxon. Certo, il fatto che Miller sia stato inserito nella lista, può essere un ulteriore motivo per l’Europa per cercare gas altrove.
Dietro le polemiche, i veri rapporti con Mosca
A fronte di politiche sempre più spinte di diversificazione e di affrancamento da Mosca, nel 2017 le importazioni di gas dalla Russia sono aumentate di quasi il 10 per cento, complici una sempre maggiore riduzione delle produzioni europee, la resistenza di molte comunità locali e governi ad avviare nuove esplorazioni e la maggiore domanda di gas dovuto all’aumento dei consumi e alla sempre maggiore attenzione all’ambiente. Inoltre, mentre molti Stati dell’Ue, soprattutto le repubbliche ex-sovietiche, sono profondamente contrari alla Russia e al suo gas, la Germania vuole realizzare il Nord Stream 2, raddoppio di quel gasdotto che porta gas russo aggirando l’Ucraina, da sempre paese di transito. A proposito di Ucraina: se l’Europa rinunciasse al gas russo, l’Ucraina perderebbe i circa 3 miliardi di dollari all’anno che incassa dai diritti di transito. Una cifra importante per le finanze statali di un Paese già fragile e in bilico tra la sfera d’influenza europea e quella russo. E poi perché privarsi di una fonte di approvvigionamento che negli ultimi 50 anni si è dimostrata quasi sempre affidabile?
Il punto dunque non è quello di sostituire la Russia con altri Paesi bensì di avere più Paesi dai quali approvvigionarsi e più rotte e modalità attraverso le quali fare arrivare il gas in Europa. Il che comporta più sicurezza e maggiore capacità di negoziazione con i produttori di gas “tradizionali”. In questa partita l’Italia è protagonista: è infatti il punto di arrivo in Europa del Tap, il gasdotto che porta gas dall’Azerbaigian – e in un futuro anche dal Turkmenistan – e che costituisce la spina dorsale del corridoio Sud, fortemente voluto dalla Commissione europea e dagli Stati Uniti. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato nei giorni scorsi a Baku proprio per sottolineare l’importanza del progetto, ribadita anche pochi giorni fa da Trump (dopo un deciso messaggio da parte del Dipartimento di Stato americano).
Il legame obbligato tra Egitto e Israele
Vi è poi il bacino del mediterraneo. L’Egitto è sempre stato un grande produttore di gas ma negli ultimi anni la produzione era in grande declino tant’è che il più grande impianto di liquefazione del Paese era quasi del tutto inutilizzato. Nel frattempo, Israele ha scoperto al largo delle proprie coste grandi giacimenti di gas contraddicendo quanto diceva negli anni Settanta Golda Meir, allora primo ministro d’Israele: “Mosè trascinò gli ebrei per quarant’anni nel deserto per portali nell’unico posto del Medio Oriente dove non c’è petrolio”. Israele si preparava dunque a diventare un attore delle Regione: con il supporto degli Stati Uniti, ha negoziato un accordo di fornitura di gas alla Giordania ricavando soldi e status nella Regione.
Il piano era di vendere gas all’Egitto usando il gasdotto che prima faceva fare al gas il tragitto inverso. Beghe politiche, amministrative, antitrust e una certa imperizia tecnica hanno però creato un quadro di confusione totale che ha rallentato di mesi se non di anni la messa in produzione dei giacimenti di gas. Il governo di Bibi Netanyahu decise di ordinare il tutto con una legge che la Knesset avrebbe dovuto approvare una domenica di tre anni fa. Il giorno prima, il presidente egiziano Al Sisi annunciò la più grande scoperta di gas egiziano di tutti i tempi da parte dell’Italia. L’approvazione fu rinviata e l’annuncio sparigliò le carte. Dove avrebbe venduto Israele il proprio gas, con un mercato domestico troppo piccolo e la via egiziana preclusa?
La nuova fase del “grande gioco”
Tutto quel gas che fa parte del più grande bacino del Levantino che comprende Grecia, Turchia, Cipro, Israele, Siria e Libano potrebbe far diventare quella regione il nuovo Golfo Persico. Ad oggi vi sono stati momenti di grande ottimismo e altrettanti di delusione, ma è certo che l’Italia con le proprie società energetiche può avere un ruolo di primo piano nella esplorazione, produzione, realizzazione delle infrastrutture e gestione del trasporto sia per coprire le esigenze di quei Paesi sia per l’eventuale indirizzamento verso l’Europa. Che avrà sempre più bisogno di gas.
Gli Usa erano contrari al gas russo anche quando non avevano il loro gas da vendere. Ora la situazione è cambiata; con i suoi 750 miliardi di metri cubi di gas è diventata il primo Paese produttore al mondo (seguito dalla Russia e Iran). Il gas americano arriva alle nostre coste con un prezzo non ancora competitivo. Quando succederà, il grande gioco del gas si farà ancora più interessante.