Laganà presidente Rai? Ottima scelta Perciò non si farà

Non abbiamo la minima idea di come finirà la telenovela sulla presidenza della Rai. Sappiamo però come ci piacerebbe che finisse. Preso atto che i voti per eleggere Marcello Foa in commissione di vigilanza non ci sono e che la notizia dell’assunzione di suo figlio nello staff di Matteo Salvini crea reali problemi di opportunità politico-istituzionale (un presidente di garanzia non deve essere solo autonomo e indipendente, ma anche apparire tale agli occhi di tutti gli elettori), la maggioranza gialloverde dovrebbe fare un passo indietro. E invece che lanciarsi in prove di forza muscolari o intavolare trattative sottobanco con le opposizioni (cosa che in passato si è sempre tradotta in una vergognosa lottizzazione partitocratica) Salvini e Luigi Di Maio dovrebbero lasciare libero il Consiglio di amministrazione di indicare come presidente Riccardo Laganà, il membro del Cda eletto dai dipendenti della Rai. Due sono le considerazioni che ci spingono a tifare per il suo nome.

La prima è di ordine etico. Laganà ha creato con alcuni colleghi un’associazione per trasformare la tv “in una azienda certificata, efficiente, trasparente e eticamente corretta con i cittadini e i dipendenti, libera da condizionamenti politici e pluralista”. Si chiama “Rai bene comune- Indignerai” e da sempre si batte per “promuovere una riforma che preveda la vigilanza dell’azienda da parte degli utenti, dei dipendenti, e della società civile, ispirandosi a modelli europei che impediscano l’ingerenza preponderante dei partiti”. Per questo nel 2015 Laganà, entrato in Rai nel 1996 come tecnico audiovisivo, ha consegnato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, un documento in cui venivano evidenziate le “enormi criticità” della riforma varata dal governo Renzi, definita “una controriforma che sembra avere un solo obiettivo: portare la Rai sotto il controllo esclusivo del Governo” e “una non-Riforma” che “mantiene la logica spartitoria della legge precedente (…) in un momento storico in cui sono continui gli attacchi censori dei partiti verso la stampa libera”. Per dimostrare che una Rai libera dalla politica è davvero possibile Indignerai, assieme al Movimento Move On Italia, ha pure depositato una proposta di riforma che ruota tutta intorno alla creazione di un “Consiglio per le Comunicazioni audiovisive”, destinato a sostituire la commissione parlamentare di vigilanza, i cui membri dovrebbero essere nominati in maggioranza dalla società civile (11 su 20): 6 dagli utenti del servizio pubblico e 5 nominati da rappresentanti di settore (sindacati, artisti, autori, accademici, fornitori di contenuti). Dei rimanenti 9, tre dovrebbero essere eletti dagli enti locali e 6 nominati dal Parlamento. In attesa che queste buone idee vengano da qualcuno tradotte in legge (ma non avverrà, statene certi), cominciare con Laganà presidente non sarebbe insomma male. Anche perché (e qui veniamo alla seconda ragione, questa volta pratica, per cui Lega e Cinque stelle dovrebbero sostenerne la nomina) saremmo davvero curiosi di capire con quali motivazioni il parlamento potrebbe dire di no alla sua elezione. È vero che la fantasia per nascondere gli interessi di Mediaset (che da sempre vuole una concorrenza addomesticata) e i propri (piazzare uomini fedeli ai partiti nei posti chiave) non manca. Ma comunque vada un Laganà presidente incaricato sarebbe davvero un grande spettacolo. E per questo, conoscendo la Rai e le forze politiche, pensiamo che su questi schermi non lo vedremo mai. Noi però votiamo per lui.

Tony Nelly, la ciambella della propaganda con effetto boomerang

Piccola storia di lavoro e propaganda, storia triste, ma anche istruttiva lezione sui media, minuscolo apologo su come va il mondo, o come lo si vorrebbe far andare. Dunque si parte da un tweet. Un giovane denuncia: perde il rinnovo del contratto (viene di fatto licenziato) per colpa di Di Maio e del decreto dignità. Tweet molto polemico (giusto: la polemica è un diritto inalienabile). In pratica è disoccupato per colpa della (minima) riforma della legge sul lavoro. Ha quasi finito i ventiquattro mesi di contratti a termine e ora la legge dice che non si può rinnovare oltre (non trentasei mesi come prima) e che il lavoratore va assunto, ma quelli non lo assumono e interrompono la collaborazione. Il nome social del giovane è Tony Nelly, il che già fa un po’ ridere. Ancora più ridere è che diventi un caso nazionale grazie alle home page di grandi giornali che ne rilanciano l’accorata denuncia nonostante il nickname evidentemente irrisorio (giusto: irridere è un diritto inalienabile).

Insomma, Tony Nelly diventa in un giorno il simbolo del governo che cancella posti di lavoro, accompagnato dalla ola dei commenti indignati. Ecco Repubblica che corre a intervistare il ragazzo (si chiama Simone, ha 32 anni), che spiega: lavorava da due anni, doveva essere assunto, glielo hanno promesso, poi, quando è passato il decreto dignità, la sua responsabile l’ha convocato e gli ha detto che non lo avrebbero fatto perché “un’assunzione a tempo indeterminato rischierebbe di ingessare troppo l’azienda” (parole sue, virgolette e tutto).

Il messaggio è chiaro: stabilire che dopo 24 mesi in azienda uno deve essere assunto invece di farsi altre 12 mesi da precario ingessa le aziende. Vergogna! Uno già si immagina la scena, abbastanza strappacuore: il datore di lavoro che convoca il giovane, gli spiega che l’aziendina è piccola, che non può sopportare il peso di un altro contratto fisso, che gli spiace molto, ma è colpa del decreto Di Maio, e lo lascia per strada. Ma la faccenda non finisce lì. Tony Nelly (Simone) diventa una specie di bandiera, un caso di scuola di come la riduzione dei rinnovi dei contratti a termine sia una specie di cianuro per l’economia, la gente vuol saperne di più. Così ecco approfondimenti e interviste, e lo sventurato rispose. Si scopre che Tony Nelly lavora in un grande gruppo bancario, Cariparma Crédit Agricole, che sbandiera sui suoi siti di avere 52 milioni di clienti in 50 paesi del mondo. Riassumo: un gruppo bancario di dimensioni planetarie sarebbe ingessato dall’assunzione di un giovane che ha già lavorato per loro due anni, che forse avrebbe (da precario) lavorato anche il terzo anno, e invece no: rischio ingessamento, ciao ciao, avanti un altro precario per altri 24 mesi.

Tony Nelly, insomma, è una ciambella della propaganda non riuscita, venuta senza il buco, peccato. Sembrava un così bel caso di scuola e invece è diventato un boomerang, perché che una grande banca mondiale si “ingessi” assumendo uno che lavora per loro da due anni è un po’ incredibile. Dunque diciamo che il grande gruppo mondiale ha preso la palla al balzo e ha usato un decreto del governo come scusa, e che Tony Nelly, invece di prendersela col governo cattivo (che è cattivo per altri migliaia di motivi, ma non per questo) avrebbe tutte le ragioni per prendersela con il suo (ex) datore di lavoro. Invece prevale la sindrome dello Zio Tom: dalla sua capanna difende il padrone della piantagione. Fine della triste storia.

Naturalmente si augura a Simone-Tony Nelly di trovare un lavoro quanto prima, magari un lavoro vero, che non lo costringa a pietire rinnovi anno dopo anno. E anche, magari, che pensi un po’ più ai suoi diritti e meno ai poveri datori di lavoro che “si ingessano” se lo assumono, anche se hanno 52 milioni di clienti in 50 paesi del mondo.

Donne, lasciatevi corteggiare un po’

Che il “caso Weinstein” avrebbe aperto un vaso di Pandora inesauribile lo sapevamo. Oportet ut scandala eveniant. È stralegittimo che vengano portati alla luce comportamenti che tutti, o quasi, conoscevano e su cui tutti trovavano più comodo tacere: l’abuso di uomini di potere su donne che in qualche modo da quel potere dipendono. Ma ora mi pare che si sia perso il senso della misura e in un clima sessuofobico e puritano di derivazione americana, che sembra più adatto ai sostenitori del Corano, si stia andando troppo oltre.

È recente il caso del direttore d’orchestra Daniele Gatti, il più prestigioso direttore d’orchestra italiano insieme a Riccardo Muti, licenziato su due piedi dall’Orchestra Reale del Concertgebouw di Amsterdam. Cos’è successo? Due soprano, Alicia Berneche e Jeanne-Michele Charbonnet, hanno raccontato al Washington Post di aver avuto col maestro Gatti “esperienze inappropriate” per fatti risalenti al 1996 e al 2000. Ora, parola contro parola, come può difendersi un uomo da accuse del genere, oltretutto così lontane nel tempo? Non può. Licenziato è già stato licenziato, ha perso altre occasioni professionali e la sua reputazione è comunque rovinata. Ed è sufficiente una “inchiesta interna”, quale quella ordinata dalla direzione dell’Orchestra Reale del Concertgebouw di Amsterdam, per rovinare un uomo? Una “inchiesta interna” non ha le garanzie di un’indagine della Magistratura. È vero però anche che le vittime di molestie sessuali o, peggio, di “violenza sessuale” hanno solo dai 3 ai 6 mesi per denunciare questo reato. Questi tempi dovrebbero essere allungati e di molto, ma è inammissibile che delle persone debbano essere chiamate a rispondere di questi reati, comunque presunti, per via mediatica e a vent’anni o più dai fatti. L’unica difesa credo sia non la denuncia per diffamazione dei vari media che hanno rivelato la notizia e di quel tritacarne, spesso anonimo, che sono i social network, ma una controdenuncia per calunnia con richiesta di risarcimento dei danni materiali e morali che per esempio nel caso di Gatti sono rilevantissimi. Forse allora qualcuno ci penserebbe due volte prima di andare a spifferare a un giornale diffuso in tutto il mondo fatti avvenuti, se sono davvero avvenuti perché la presunzione di innocenza dovrebbe valere anche in questi casi, venti o anche trenta anni fa.

La ministra francese delle Pari Opportunità Marlène Schiappa è andata anche oltre e sta per introdurre il reato di “molestie in strada”. Ora accertare questo reato è difficilissimo, perché molto sottile è il confine fra una molestia e un segno di ammirazione. L’altro giorno ero seduto al mio solito bar. Affianco alcuni giovani operai stavano riparando delle tubature. È passata una donna vestita in modo molto appariscente, com’è suo diritto. Un giovane operaio ha fatto un fischio che è il modo popolare e popolano di manifestare ammirazione. Lei si è girata e l’ha incenerito con occhi da medusa. Il ragazzo è arrossito violentemente. Quando è passata davanti a me le ho detto: “Un giorno rimpiangerà, signora, questi fischi, quando non glieli faranno più”. Cosa facciamo, multiamo il giovane operaio e anche me che mi sono permesso quell’osservazione? L’insulto è un’altra cosa, è un reato e si chiama ingiuria.

Pare incredibile ma nelle democrazie che hanno come insegna la libertà è proibito quasi tutto: è proibito fumare, è proibito bere, è moralmente riprovevole giocare d’azzardo tanto che si è inventata una patologia prima inesistente, la ludopatia. Ed è proibito, di fatto, corteggiare. Per ragioni antropologiche, poi diventate culturali, all’uomo spetta la prima mossa. Per quanto noi maschi ci vantiamo e fanfaroniamo noi maschi non siamo sempre pronti per l’amplesso che comporta un’erezione comunque problematica. Naturalmente nemmeno la donna lo è, ma la défaillance del maschio – che è capitata a tutti, anche a grandi seduttori come Vittorio Gassman – è più decisiva perché impedisce l’immissio penis. Per questo fatto antropologico, poi diventato una forma mentis, è l’uomo che deve fare un atto intrusivo nella sfera personale e lato sensu sessuale di lei, anche perché la donna aggressiva spaventa il maschio che in genere se ne fugge a gambe levate come la donna davanti ad un esibizionista (e l’aggressività della donna di oggi è uno dei motivi dell’aumento esponenziale dell’omosessualità maschile e per contraccolpo anche femminile, più nascosta e segreta come più nascosto e segreto è il loro sesso). Cosa vogliamo fare, abolire l’antico e delizioso gioco della seduzione, dove lei, con attuzzi e moine, ti stuzzica, anche se magari ha solo l’intenzione, molto femminile, di civettare un po’, e tu ad un certo punto allunghi la zampa? Io sto con Catherine Deneuve che ho rivisto di recente, ahimé molto lontana, ha 77 anni, dall’affascinante bellezza di un tempo: “Lasciate che ci corteggino”.

Mail box

 

I refusi redazionali e i preservativi de “Il Venerdì”

Mi ha divertito giorni fa l’editoriale di Travaglio sui refusi. Voglio raccontare uno di più di vent’anni fa. Sul Venerdì di Repubblica era apparso un articolo che elogiava un libro apparso in Russia che era un’accurata biografia di Jurij Gagarin. L’autore dell’articolo avvertiva che l’autore del libro aveva avuto accesso a molti documenti perché aveva un “grosso hatù”: era amico di Breznev. Scrissi immediatamente alla redazione osservando che si sarebbe dovuto dire “atout” essendo “hatù” una celebre marca di preservativi. Da qualche parte devo avere ancora la risposta in cui Eugenio Scalfari mi assicurava che si era trattato di un refuso.

Giorgio Luzzatto

 

Sulle aliquote si può prendere spunto dalla storia

Ormai prossimo agli 82 anni, da giovane elettore democristiano di sinistra e via via sino a elettore dei cinque stelle, desidero rammentare agli ultimi arrivati che a suo tempo la riforma fiscale Vanoni prevedeva aliquote a partire dal 10% per redditi si 2 milioni di lire (mille euro) e al 72% per la quota di reddito superiore a 500 milioni di lire (250mila euro). Se si vuole veramente rispettare il dettato costituzionale e ridurre le disuguaglianze tra i cittadini dal punto di vista fiscale mi sembra che un recupero del passato sarebbe utile, cominciando a esonerare i contribuenti da qualsiasi balzello qualora posseggano redditi annuali sino a 20mila euro e tassare tutti gli altri con le aliquote sopra riportate.

Romano

 

Dopo quanto accaduto a Foggia bisogna fermare il caporalato

L’altroieri, nel Foggiano, sono morti 12 braccianti agricoli, in un nuovo incidente stradale. Sono migranti impiegati come manodopera a basso costo nella raccolta di pomodori. Vivono in condizioni precarie, con condizioni igieniche inesistenti e viaggiano su carrette che nessuno sequestra. Questo non è solo un fenomeno circoscritto al Foggiano, infatti nella civile Emilia Romagna, la raccolta dei pomodori viene fatta da migranti. La situazione però non cambia. Infatti anche queste persone, spesso senza regolare permesso di soggiorno, che la mattina presto si recano nei campi a raccogliere i pomodori, vivono nelle stesse condizioni. Sia nel Foggiano che in Emilia di controlli da parte delle Forze dell’Ordine neanche l’ombra. Ora fa specie leggere che sono in corso indagini per verificare che dietro l’incidente non via sia l’ombra del caporalato. Queste indagini mi indignano come cittadino, mi sento preso in giro, il caporalato è alla luce del sole e tutti lo sanno. Come può uno stato civile permettere che della povera gente si svenda per quattro soldi, lavori in condizioni precarie, viva in ambienti degradati e viaggi su auto fatiscenti. I nuovi governanti devo agire per ridare dignità a questi lavoratori. Basta con i proclami fatti distesi su una sdraio, è ora di leggi certe e di ridare legalità all’Italia dopo anni di illegalità.

Mario Farinelli

 

DIRITTO DI REPLICA

In un articolo comparso sul suo giornale relativo al fatto che l’Avv. Zampogna avendo difeso dei mafiosi non può far parte della Commissione Antimafia della Lombardia, mi si attacca avendo io preso posizione nei confronti di un odioso distinguo che limiterebbe il diritto di difesa garantito dalla Costituzione. Probabilmente a corto di argomenti sul punto centrale, l’articolista preferisce attaccarmi sul piano personale mettendo insieme fatti che non mi riguardano (intervento sul 41 bis ed altro) con una vicenda di circa quaranta anni fa raccontata distorcendo fatti e circostanze col risultato di travisare la realtà in tal modo offendendomi e danneggiandomi. Si assume infatti che avrei pronunziato un’orazione funebre per Girolamo Piromalli credo verso la fine degli anni ‘70.

In proposito preciso, con espressa richiesta di pubblicazione per rettifica: andai al funerale di Piromalli perché lo avevo strenuamente difeso, insieme al Prof. Avv. Luigi Gullo, figlio del Ministro ed Egli stesso Senatore del Pci, senza riuscire ad ottenere che egli morisse nella propria casa anche quando la sua morte era questione di ore. A conclusione del funerale senza preavviso, in mezzo alla folla fui chiamato da un suo parente perché ringraziassi gli intervenuti come ancora oggi si usa fare a Gioia Tauro. Dopo oltre trenta anni il giornalista dell’Unità che aveva montato il caso, immagino per un debito di coscienza, chiarì (ho con me il suo articolo) che ero stato colto di sorpresa dall’improvviso invito, al quale, data la circostanza, non potevo sottrarmi e che, imbarazzato, mi limitai a ringraziare a nome dei familiari. Dunque nessun elogio funebre, nessuna mia volontaria adesione all’inattesa chiamata. Riservo ogni iniziativa giudiziaria a mia tutela.

Avv. Armando Veneto Presidente del Consiglio delle Camere Penali Italiane

 

Nessun attacco al diritto alla difesa.

Ma è inopportuno che chi difende i boss pretenda anche di partecipare ai lavori delle commissioni antimafia.

Quanto all’“orazione funebre” (cioè prendere la parola durante un funerale), lo stesso avvocato la conferma, pur riducendola a un intervento improvvisato.

GB

Contro la ragion di Stato restiamo sentinelle della memoria

Mentre in queste bollenti ore di afa italica, ci si arrovella su presunti fantasmi di reati di lesa maestà nei confronti del nostro capo dello Stato, nessuno sembra degnarsi di ricordare Giulio Regeni, il giovane dottorando intelligente che, collaborando con l’università di Cambridge, è finito massacrato e gettato su una strada polverosa dell’Egitto nell’omertà delle autorità egiziane. I genitori tuttora attendono di sapere come e perché hanno perso il proprio figlio dopo la solita manfrina ipocrita del governo passato che si è conclusa in un nulla di fatto perché con l’Egitto pare si vada a braccetto. Chi si rammenta più di Giulio Regeni? Attendo con ansia di vedere come e quando si arriverà a sapere chi ha ammazzato Giulio. E perché. Prima di dover continuare a vergognarmi di essere italiana.

Susanna Di Ronzo

 

Gentile Susanna, ha ragione ad indignarsi perché da 947 giorni – dal 3 gennaio del 2016, quando fu ritrovato il corpo senza vita del povero Giulio Regeni ai bordi dell’autostrada che lambisce il deserto, poco fuori il Cairo – la ricerca della verità sulla sua morte e le torture che gli vennero inflitte è ancora tutta in salita. E in cima, c’è un muro. Quello dell’omertà. Degli intrecci di potere. L’Egitto non può ammettere che la responsabilità dell’assassinio di Giulio sia riconducibile ai suoi servizi di sicurezza. E il clima politico internazionale suggeriva di non scavare troppo. Domenica 5 agosto, per la prima volta dopo la tragedia di Giulio, un ministro degli Esteri italiano è andato in visita al Cairo. Poteva essere l’occasione buona per pretendere prove e nomi. Macché. Strette di mano e bugie diplomatiche. Enzo Moavero Milanesi, capo della Farnesina, ha ricordato che Italia ed Egitto hanno “cooperato in maniera forte e stretta”. Peccato che non sia del tutto vero, almeno per il caso Regeni… Non solo, ha avuto la sventatezza di definire la collaborazione “fruttuosa”. Lo scafato presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi gli ha promesso: “Siamo determinati a trovare i colpevoli”. Continua a dirlo da trentadue mesi. Come vede, gentile Susanna, la solita manfrina ipocrita viene ammannita dal nuovo come dal vecchio governo. Per Roma, infatti, conta di più “consolidare i rapporti fra i due Paesi”. Stia comunque tranquilla: siamo sentinelle della memoria. Non ci facciamo condizionare dalla ragion di Stato, o da quelle del business e del turismo.

Leonardo Coen

In Perù solo il cibo può guidarti fuori dalla nebbia di Lima

Premessa necessaria: io vado quasi tutte le estati in vacanza in Oriente ma odio le megalopoli orientali in cui mi tocca (quasi) sempre atterrare e rimanere un paio di giorni. Soffro il caldo umido mescolato al traffico disumano mescolato allo smog mescolato ai clacson (che in India sono il tappeto musicale come i grilli nel Chianti) mescolato agli assalti dei venditori mescolato alla sporcizia mescolato al sudore che mi gronda dalla fronte e che ogni santissimo anno mi fa dire convinta: “Il prossimo anno ad agosto l’Oriente lo salto!”. Per poi tornarci. E infatti, dopo la Thailandia, dopo il Myanmar, dopo l’India, quest’anno a marzo avevo iniziato programmare un viaggio in Indonesia, salvo poi decidere che un vero tour in Indonesia prevede più scali in più megalopoli e considerato che al traffico, allo smog, ai rumori, ai venditori si sarebbe aggiunto pure il terremoto e a quel punto mi sarebbe mancato solo incrociare Diego Fusaro sulla navetta dell’aeroporto, direi che la scelta di optare per il Sud America è stata una benedizione.

Nello specifico, il mio tour (già iniziato) prevede una prima parte di viaggio in Perù (in cui mi trovo ora) per poi proseguire in Bolivia che ha sì una megalopoli (La Paz) in cui mi toccherà fare scalo, ma è a 4000 metri sul livello del mare, per cui conto di venire stordita mal di altitudine e di non accorgermi di nulla. Quel che avevo sottovalutato era lo scalo a Lima e siccome “vabbè, Lima è una megalopoli, ma mica siamo in Oriente!”, ho deciso che Lima andava vista. Tre giorni, mica uno.

La prima caratteristica di Lima è che anche il meteorologo più navigato, nello spiegare che tipo di clima ci sia a Lima, pare uno che si è fatto di qualche droga sciamanica. A Lima c’è un clima tropicale ma desertico: è umido ma non piove mai. Da giugno a settembre si forma una fitta coltre di nubi fantozziane sopra tutta la città che impedisce al sole di filtrare durante tutti i tre mesi consecutivi, per cui appena ho messo piede fuori dall’aereo ho chiesto allo steward sulla scaletta come mai dopo 12 ore di volo fossimo atterrati nell’Oltrepò pavese.

Lo steward ha esclamato “Bienvenida a Lima, senorita!” e lì ho capito che per farmi dimenticare il clima e la nebbia da cimitero bretone, questa città avrebbe dovuto giocarsi le sue carte migliori.

Il due di bastoni con briscola coppe è arrivato dopo 15 minuti, quando il simpatico tassista peruviano si è immesso nell’arteria principale della città che per la cronaca, era ostruita come quella di un infartato. Il traffico più la nebbia più la scalcagnata e immensa periferia di Lima mi hanno immediatamente provocato un’intensa nostalgia di Milano Certosa.

Nel frattempo ho cominciato ad avvertire un lieve dolore alla cervicale provocato chiaramente da quello strumento di tortura denominato “cuscino poggiatesta portatile” che avevo acquistato in aeroporto e che fa sembrare tutti i passeggeri in arrivo da un volo intercontinentale dei reduci dal naufragio del Titanic.

All’ora di cena, la sinergia cuscino/nebbiolina umidiccia di Lima ha acuito il dolore alla cervicale al punto che dopo un mix di pasticche per cui ho rischiato la pre-morte, sono sprofondata nel famoso sonno ristoratore. Quel famoso sonno ristoratore da jet-lag che ti fa spalancare gli occhi alle tre di notte con la vitalità del cavallo al palio di Siena dopo il via, salvo accorgersi che fuori è buio pesto e gli unici svegli in tutta Lima siete tu e quello di turno al Pronto soccorso.

Supportata da un cauto ottimismo mi sono detta che grazie alla sveglia avrei avuto più tempo per visitare la città, per cui alle sei e mezzo ho fatto colazione e un’ora dopo ero già su un taxi, che poi, detta tra noi, vista la nebbia sarei potuta pure salire su un gatto delle nevi e non me ne sarei accorta. Nel centro di Lima ci sono alcune cose abbastanza belle da vedere: Plaza de Armas, poi Plaza de Armas e infine Plaza de Armas. Se Plaza de Armas vi è piaciuta, potete vedere il Monasterio de San Francisco e poi fare un altro bel giretto a Plaza de Armas.

Più o meno, a parte qualche bel palazzo coloniale sopravvissuto ai terremoti qua e là, il centro di Lima è questo. Quindi sono andata al Barranco che è definito il quartiere bohémienne ed è tagliato in due da un bel ponte chiamato “Ponte dei sospiri” su cui la gente, presumibilmente, da giugno settembre va a sospirare chiedendosi quando finirà sta cazz’ di nebbia.

Nel Barranco ci sono alcune cose abbastanza belle da vedere: i murales colorati, poi i murales colorati e infine anche i vivacissimi murales colorati. Dopo venti minuti capisco che la visita al Barranco è terminata e a meno che una feroce nostalgia non mi spinga a tornare a Plaza de Armas, sono finite pure le attrazioni principali, per cui per tirare avanti fino all’ora di pranzo non mi resta che passeggiare sullo sterminato lungomare che si affaccia sull’Oceano Pacifico.

In realtà Lima si affaccia sì sull’Oceano ma dall’alto di un brullo promontorio per cui per arrivare al mare si hanno due alternative: o delle scalette che si trovano qua e là o dei ponti che collegano Lima alla spiaggia e che sono allegramente definiti con tanto di giganteschi cartelli “Via de evacuacion tsunami” (il Perù, va detto, è uno dei paesi più all’avanguardia del mondo nella prevenzione di terremoti e tsunami). L’oceano è scuro e agitato, la lunga spiaggia è martoriata da ruspe e cantieri aperti e quindi decido di andare a mangiare, impulso che sarà la svolta dell’incontro con questa strana città.

Certo, sapevo che a Lima ci sono alcuni dei migliori ristoranti del mondo (in cui c’è una lista d’attesa che manco per insultare Gian Piero Ventura), ma credetemi, il cibo servito nei migliori locali e peggiori postriboli della capitale peruviana, mi ha fatto riappacificare con la cervicale, l’umidità, il traffico e la nebbia. Di fronte al ceviche con tutto il pescato del Pacifico nel piatto, la nebbia del Pacifico avrebbe potuto pure avvolgermi come lo stecco dello zucchero filato. L’avrei perdonata. Di fronte ai piatti di frutta esotica strappati ai rami generosi di qualche albero dell’Amazzonia, l’Amazzonia avrebbe pure potuto inghiottirmi e abbandonarmi in un campo di coca clandestino con dieci narcotrafficanti incazzati. L’avrei perdonata. Di fronte a un qualsiasi piatto della cucina Andina, sarei potuta morire all’istante e rinascere lama. Avrei perdonato tutto. E tutti.

A Lima si può decidere di mangiare e basta. E infatti, è più o meno quello che ho fatto nei due giorni e mezzo in questa città, in cui alla fine, in preda all’estasi culinaria, ho seriamente riflettuto sulla travagliata storia del paese e valutato l’ipotesi che Pizarro non abbia giustiziato Atahualpa per fregargli le terre, ma per fregargli qualcosa dal piatto.

Prove tecniche di pace: liberi 128 bambini 19mila ancora in mano ai gruppi armati

Sono 128, di cui 90 maschi e 38 femmine, i bambini rilasciati ieri in Sud Sudan dal Movimento di Liberazione Nazionale del Sud Sudan (SSNLM) e dal Sudan Peoples Liberation Army-In Opposition (SPLA-IO), le due forze politiche e militari che da circa cinque anni si contendono il controllo del Paese africano.

Sale dunque a 900 il numero complessivo di bambini liberati dai gruppi armati nel corso di quest’anno. Mahimbo Mdoe, rappresentante Unicef in Sud Sudan, ha dichiarato: “I progressi compiuti ci fanno sperare che un giorno tutti i 19mila bambini ancora nelle file dei gruppi armati e delle forze armate potranno tornare alle loro famiglie”.

I bambini, durante la “cerimonia di liberazione”, sono stati formalmente disarmati e rivestiti con abiti civili. Il World Food Programme (Wfp) assicurerà ai bambini rilasciati e alle loro famiglie assistenza alimentare per tre mesi così da curare il reinserimento. Agli ex prigionieri sarà inoltre garantita una formazione professionale per aumentare il reddito familiare e la sicurezza alimentare. Povertà e fame sono le ragioni per cui i giovanissimi sud sudanesi finiscono nelle mani delle bande armate.

Una nuova notizia positiva dunque per il Sud Sudan la cui capitale, Juba, già l’altroieri era in festa per la firma del nuovo accordo di pace tra i due gruppi armati: SSNLM, guidato dal presidente Kiir, e SPLA-IO, il cui leader Machar secondo il nuovo patto svolgerà il ruolo di vicepresidente. Sembra quindi essere giunta all’epilogo la sanguinosa guerra civile che dal 2013 ha causato almeno 300mila morti nel Paese africano nato dalla secessione dal Sudan avvenuta nel 2011. Anche l’esperto del Sud Sudan Peter Martell intervistato dalla Bbc, pur definendo l’accordo siglato in questi giorni molto simile a quello stipulato sempre dalle due forze nel 2015 e naufragato l’anno seguente costringendo Machar a scappare a piedi da Juba inseguito dai militari, ha riconosciuto che il clima in Sud Sudan sembra essere pronto per la pace come testimoniano i report che parlano di un’accoglienza di 10mila persone per il presidente Kiir di ritorno dal Sudan con l’accordo in mano.

La speranza è che questa sia la volta buona per la pace in un Paese potenzialmente molto ricco vista la grande disponibilità di petrolio nel sottosuolo.

Accoglienza in Libia otto centri-prigione per 10mila disperati

Migranti spostati da una prigione all’altra per limitare il peso del sovraffollamento, altri parcheggiati in strutture temporanee fatiscenti. Centri di detenzione aperti e poi chiusi a causa di violenze e sopraffazioni. Episodi all’ordine del giorno ormai dentro le strutture ‘ufficiali’, quelle cioè dove le organizzazioni internazionali possono entrare con dei progetti di accoglienza, assistenza e, nel caso di Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) e Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), di rimpatri assistiti o di corridoi umanitari. Le principali agenzie collegate all’Onu fanno il possibile, ma non basta. La loro sfera di competenza, infatti, presenta falle inaccettabili che, di fatto, contribuiscono a creare due gruppi di profughi, quelli di serie A e quelli di serie B. I primi appartengono ai Paesi che con la Libia – Stato sovrano nonostante la divisione dello spezzatino a tre entità, Tripolitania, Cirenaica e Fezzan – hanno accordi che prevedono lo status di rifugiati: “Durante gli sbarchi dei migranti, successivi ai soccorsi in mare, noi assistiamo tutti migranti, non importa di quali nazionalità siano – spiega il portavoce dell’Unhcr in Libia, Tarik Argaz – Nei centri di detenzione, tuttavia, ci è consentito di lavorare soltanto con alcuni, tra cui etiopi, eritrei, somali e sudanesi”.

Gli altri tre Paesi della lista sono Yemen, Siria e Palestina, di cui nei centri libici non c’è traccia. E il resto? Le decine di migliaia di subsahariani e nordafricani? Per loro la Libia rappresenta un limbo tra due inferni, quello del viaggio nel deserto e il successivo in mare, altrettante possibili tombe. L’Unhcr assiste i migranti, almeno quella parte di migranti, in circa venticinque strutture sparse per la Libia, alcune delle quali con numeri irrisori. In realtà i centri principali co-gestiti con le autorità locali sono otto e variano da periodo a periodo, a seconda della situazione interna e dei risultati ottenuti dalle agenzie Onu su corridoi umanitari e rimpatri assistiti. Purtroppo la bilancia pesa dalla parte opposta, ossia verso i poveri cristi arrestati a terra e quelli recuperati in mare dalle motovedette libiche regalate dall’Italia.

Per l’uomo forte di Tripoli, Fayez al-Sarraj, e i suoi funzionari del settore immigrazione, la coperta è sempre corta. I centri messi a disposizione per l’accoglienza in realtà sono dei lager chiusi dentro compound protetti da mura e filo spinato. Capannoni bui e fetidi dove vengono ammassati fino a 2mila africani, costretti in quelle condizioni per mesi e mesi: “Nessuno ci ha registrato, ogni tanto ci spostano da un posto all’altro. Chi non accetta il rimpatrio fa una brutta fine” ci hanno raccontato i migranti reclusi nei centri maggiori, Trik al-Sikka, Tajoura e Trik al-Matar. Come i maliani, circa 150, ancora stipati dentro un salone isolato nel centro di al-Judeida, sempre nel cuore di Tripoli, gestito dalla direzione di Trik al-Matar.

A inizio luglio, quando la struttura non era ancora stata allestita, li avevamo trovati lì dentro, in pessime condizioni, chiusi a chiave senza possibilità di mettere il naso fuori: “Entro fine luglio dovrebbero essere rimpatriati nel loro Paese” ci aveva detto il responsabile del centro. Ora il resto di al-Judeida è stato attivato: “Una corsa contro il tempo perché Trik al-Sikka stava esplodendo. Il capannone principale è stato sistemato, compresi i bagni, questo darà un po’ di sollievo, ma il problema generale resta, così come restano ancora lì dentro quei giovani maliani” spiegano i cooperanti della ong italiana Helpcode.

Fino a oggi i migranti reclusi nei centri libici ‘ufficiali’ sono più di diecimila, ma il numero cambia ogni giorno a seconda di arrivi e partenze. Oltre ai tre centri elencati in precedenza e a quello di al-Judeida (o al-Sabaa, tradotto significa “il settimo”), gli altri quattro aprono e chiudono con estrema facilità a causa dei problemi di sicurezza. Quello di Sabratha è stato disattivato da un paio di mesi dopo gli scontri sanguinosi tra detenuti e le accuse di violenze nei confronti dei carcerieri. Siamo ad ovest di Tripoli, il punto geografico ideale per la partenza dei barconi verso l’Europa.

Nelle vicinanze è attivo quello di Zwara, mentre dalla parte opposta della capitale ci sono gli altri, ognuno con i suoi problemi. Khoms al momento è parzialmente isolato a causa della presenza della milizia al-Kadera attiva nella vicina Misurata. Raggiungerlo per gli internazionali non è facile, se non impossibile, ma i libici possono arrivare. Infine Gharyan: ai tempi della nostra visita, a luglio, era off limits per gli stessi problemi di Sabratha, adesso è di nuovo attivo.

Il fuoco devasta la California. Brucia un’area grande come L.A.

12 giorni di roghiUn inferno di fuoco sta devastando la California. Le fiamme divampate il 27 luglio nel nord dello Stato non accennano a placarsi e l’immenso rogo è diventato il peggiore nella storia della California. Alimentate dal forte vento e dalle alte temperature le fiamme stanno divorando un’area superiore ai 1.100 chilometri quadrati: quasi pari a quella di Los Angeles.

La fratellanza degli hacker. Occhio all’apocalisse digitale

Se sei un hacker, adesso sei tra deserto e casinò. “Pronto, qui parla il passato”. Sono ancora le 2 di notte al fuso di Las Vegas. Fuori dalla finestra del suo albergo si vedono “altri alberghi”. Lui è uno di quelli che da bambini rompevano i giochi solo “per vedere come funzionano”. In città “l’aria è piena di pericoli, le hall degli hotel gravide di nerd”. Questa settimana migliaia di hacker come lui sono in giro per le strade. Nel deserto del Nevada è scoppiata come ogni anno “l’apocalisse digitale”.

È iniziato il Black Hat, il raduno di hacker – di tutte le età, nazionalità, categorie, – più grande del mondo, fondato da Jeff Moss negli anni 90, l’esperto di sicurezza noto come Tangente Nera. Ci sono network, aziende, agenzie di sicurezza in giro, servizi segreti compresi. È Black hat “perché in gergo si dice che ogni hacker indossi un cappello: può essere nero, se usi le tue conoscenze per attaccare, trovare il bug, bucare il sistema, bianco se le usi per difendere”. Tertium datur: ci sono i cappelli grigi. Comunque la regola vuole che “dove c’è un buco, prima o poi arriva un hacker”.

Nella città dove tutto luccica, sul badge d’ingresso puoi scrivere “il nome che vuoi, tanto qui tutti sanno che puoi falsificare tutto, documenti compresi, falsificare è alla base della nostra attitudine, l’hanno fatto tutti almeno una volta nella vita.”. “Il miglior hacker è quello che non sai nemmeno che esiste”. Fisiologia nerd: nessun nome, la prudenza è quella tradizionale della categoria, una paranoia, che “aiuta alla sopravvivenza”.

Finisci a Las Vegas perché hai cominciato craccando videogiochi falsi da bambino. Sotto il cappello nero, da adolescente, hai sognato di cambiare il mondo. Ma “la verità ha un prezzo, la curiosità ne ha un altro. Se li sommi, sono altissimi”. E allora cresci, indossi il cappello bianco: finisci per lavorare per un’agenzia di sicurezza americana sulla spiaggia di una città d’Europa. Diventi un esperto per quelle aziende che vogliono essere difese da quelli che ti assomigliavano una volta. Non rimpiangi il tuo Paese, che non ti ha mai proposto quello stipendio e quella carriera: l’Italia.

Dentro le mura del Mandala Bay hotel adesso si vedono “orde di nerd al pascolo verso convention, suoni metallici post apocalittici. E paranoia nell’aria”. Per cosa? “Per tutto. You know, hackers”. Tutto rimane nelle cassette di sicurezza: ogni chip si può bucare, da quello del passaporto a quello delle carte di credito. Tutti i cellulari sono in modalità aereo: “questo è il luogo perfetto per testare i tuoi sistemi”.

È un gioco a specchio di scambio di competenze, di chiavi e soluzioni digitali. Seminari del Cappello Nero: come iniziare una cyberguerra. come sbloccare gli iPhone senza controllo Apple, infosec, jailbreak, la Nord Corea digitale. Malware reverse engineering, diciture di efficienza ibrida, formule incomprensibili per i non addetti ai lavori. Talk che a volte vengono annullati, “se le informazioni che stanno per essere rese pubbliche, diventano pericolose”: ma “tutto è legale, finché è ricerca, finché è teoria, non si può bloccare la conoscenza solo perché qualcuno la può usare in maniera sbagliata. Non esiste legale e illegale, uso i termini positivo e negativo, tutto dipende dalla tua coscienza”.

Fuori dal Mandala Bay: pubblicità di prostitute che possono arrivare direttamente nella tua stanza d’albergo a qualsiasi ora del giorno e della notte, cattedrali di insegne tecnicolor, spogliarelliste e pixel. Ogni promessa di inviolabilità totale di un sistema è come quella città di lustrini e fuliggine: temporanea, evanescente. In quel pezzo d’America costruito sui byte, miliardi di dati gestiti da sistemi elettronici, tutto può andare in tilt, parcometri compresi, quando loro sono in città e tutti sono in allerta. “Don’t fuck with casino è la regola, con le slot, perché quelli della sicurezza sparano”. Poi comincia la notte dove le luci cancellano il buio e assomiglia poco all’universo nerd che tutti immaginano. Ci sono i dollari. Il resto è laser e afterparty, che all’alba evaporano in nubi di malawere.