Non abbiamo la minima idea di come finirà la telenovela sulla presidenza della Rai. Sappiamo però come ci piacerebbe che finisse. Preso atto che i voti per eleggere Marcello Foa in commissione di vigilanza non ci sono e che la notizia dell’assunzione di suo figlio nello staff di Matteo Salvini crea reali problemi di opportunità politico-istituzionale (un presidente di garanzia non deve essere solo autonomo e indipendente, ma anche apparire tale agli occhi di tutti gli elettori), la maggioranza gialloverde dovrebbe fare un passo indietro. E invece che lanciarsi in prove di forza muscolari o intavolare trattative sottobanco con le opposizioni (cosa che in passato si è sempre tradotta in una vergognosa lottizzazione partitocratica) Salvini e Luigi Di Maio dovrebbero lasciare libero il Consiglio di amministrazione di indicare come presidente Riccardo Laganà, il membro del Cda eletto dai dipendenti della Rai. Due sono le considerazioni che ci spingono a tifare per il suo nome.
La prima è di ordine etico. Laganà ha creato con alcuni colleghi un’associazione per trasformare la tv “in una azienda certificata, efficiente, trasparente e eticamente corretta con i cittadini e i dipendenti, libera da condizionamenti politici e pluralista”. Si chiama “Rai bene comune- Indignerai” e da sempre si batte per “promuovere una riforma che preveda la vigilanza dell’azienda da parte degli utenti, dei dipendenti, e della società civile, ispirandosi a modelli europei che impediscano l’ingerenza preponderante dei partiti”. Per questo nel 2015 Laganà, entrato in Rai nel 1996 come tecnico audiovisivo, ha consegnato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, un documento in cui venivano evidenziate le “enormi criticità” della riforma varata dal governo Renzi, definita “una controriforma che sembra avere un solo obiettivo: portare la Rai sotto il controllo esclusivo del Governo” e “una non-Riforma” che “mantiene la logica spartitoria della legge precedente (…) in un momento storico in cui sono continui gli attacchi censori dei partiti verso la stampa libera”. Per dimostrare che una Rai libera dalla politica è davvero possibile Indignerai, assieme al Movimento Move On Italia, ha pure depositato una proposta di riforma che ruota tutta intorno alla creazione di un “Consiglio per le Comunicazioni audiovisive”, destinato a sostituire la commissione parlamentare di vigilanza, i cui membri dovrebbero essere nominati in maggioranza dalla società civile (11 su 20): 6 dagli utenti del servizio pubblico e 5 nominati da rappresentanti di settore (sindacati, artisti, autori, accademici, fornitori di contenuti). Dei rimanenti 9, tre dovrebbero essere eletti dagli enti locali e 6 nominati dal Parlamento. In attesa che queste buone idee vengano da qualcuno tradotte in legge (ma non avverrà, statene certi), cominciare con Laganà presidente non sarebbe insomma male. Anche perché (e qui veniamo alla seconda ragione, questa volta pratica, per cui Lega e Cinque stelle dovrebbero sostenerne la nomina) saremmo davvero curiosi di capire con quali motivazioni il parlamento potrebbe dire di no alla sua elezione. È vero che la fantasia per nascondere gli interessi di Mediaset (che da sempre vuole una concorrenza addomesticata) e i propri (piazzare uomini fedeli ai partiti nei posti chiave) non manca. Ma comunque vada un Laganà presidente incaricato sarebbe davvero un grande spettacolo. E per questo, conoscendo la Rai e le forze politiche, pensiamo che su questi schermi non lo vedremo mai. Noi però votiamo per lui.