Dopo le tensioni nel cda Moody’s taglia il rating di Carige

L’agenziaMoody’s ha abbassato il rating di Banca Carige. In particolare, è intervenuta sulla valutazione del merito di base, indicata con l’acronimo Bca, che passa da “Caa1” a “Caa2”. Inoltre, il rating a lungo termine arriva a “Caa3” (prima era a “Caa2”) e, infine, quello sul deposito a lungo termine che arriva a “Caa1” dal precedente “Be”.

A comunicarlo è la stessa agenzia attraverso una nota, spiegando che “i rating sono stati declassati alla luce delle recenti tensioni all’interno della corporate governance”. Secondo il punto di vista dell’agenzia, queste rappresentano “un ostacolo all’efficace ristrutturazione della banca”. Il downgrade è stato effettuato anche per “il maggiore rischio che Carige possa essere messa in risoluzione a seguito del rifiuto del piano di conservazione del capitale della banca (Ccp) da parte della Banca centrale europea”. Negli scorsi giorni, va ricordato, si sono dimessi dal consiglio di amministrazione della banca con quartier generale a Genova tutti i membri riconducibili alla lista del primo azionista, Vittorio Malacalza, per le divergenze con l’amministratore delegato Paolo Fiorentino.

Conti dormienti, tra 3 mesi i risparmi vanno allo Stato

Mancano meno di tre mesi all’ora X, quando dopo un sonno lungo 20 anni si sveglieranno migliaia di conti dormienti. Ma non ci sarà nessun lieto fine come nella favola della Bella Addormentata. Un tesoretto da oltre 600 milioni di euro, composto da conti correnti, libretti bancari e postali, depositi di denaro, azioni, obbligazioni, certificati di deposito, fondi d’investimento e assegni circolari finirà nelle casse dello Stato e i legittimi titolari non potranno più richiederlo indietro. È il ministero del Tesoro che ha fatto suonare la sveglia in un giorno di mezza estate ricordando la deadline fissata dalla legge Finanziaria 2006.

Un passo indietro per capire. Con il termine conto dormiente ci si riferisce a depositi di denaro e strumenti finanziari di importo superiore a 100 euro sui quali il titolare non esegue operazioni da 10 anni. Di solito si tratta di quattrini appartenenti a defunti dei quali i familiari non sanno nulla e che, dunque, nessuno ha mai reclamato. Fino al 2006, i soldi non riscattati restavano alle banche e alla Posta. Poi, l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, pensò di utilizzare questo calderone per mettere una pezza a un’emorragia che in quei mesi affliggeva il Paese: i crack finanziari Cirio, Parmalat, tango bond che coinvolsero milioni di italiani. Nella Finanziaria 2006 venne, così, istituito un fondo per le vittime di quelle truffe alimentato dalle somme dei conti dormienti che passarono dalle banche allo Stato. Il meccanismo prevedeva che l’erario li tenesse pronti per quanti li avessero reclamati nei successivi 10 anni. Termine che scade tra tre mesi, quando i primi afflussi al Fondo, risalenti a novembre 2008, diventeranno ufficialmente dello Stato.

Dal 2010 è la Consap, società partecipata del Mef, che si occupa di gestire le domande di rimborso e offre assistenza a titolari ed eredi. Ma di certo non avrà avuto la fila alla porta. La legge non prevede che gli eredi vengano informati. Banche o Poste, 5 mesi prima del raggiungimento dell’inattività decennale, hanno solo l’obbligo di avvisare il titolare tramite una raccomandata presso l’ultimo indirizzo conosciuto, pena l’estinzione del rapporto e il passaggio del denaro nel fondo in cui – certifica la Corte dei Conti nella sua relazione sul Rendiconto Generale – al 31 dicembre 2016 erano parcheggiati 1,4 miliardi di euro, mentre in 10 anni i rimborsi si sono limitati a 223 milioni di euro. Inoltre, da quando ha cominciato a incamerare le risorse, il fondo non è mai stato operativo né nei confronti dei risparmiatori coinvolti nei crack del 2007 né di quelli dei prodotti bancari di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Ed ora, forse, le loro speranze sono riposte nella quota finita nelle casse pubbliche nel 2008, la prima – circa 600 milioni di euro – che sarà disponibile dal 1 gennaio 2019.

Destino migliore hanno avuto 190mila proprietari di polizze dormienti che l’Ivass (l’Istituto di vigilanza sulle assicurazioni), dopo una lunga indagine con vari richiami alle compagnie, è riuscito a contattare restituendo a titolari ed eredi 3,5 miliardi di euro.

Giù un controsoffitto al tribunale di Roma Protesta dell’Anm

Un botto e poi il crollo. Un controsoffitto è caduto ieri nell’ufficio “Scansione atti” al quarto piano della palazzina C del tribunale di Roma intorno alle 12. I calcinacci sono finiti sulle scrivanie degli impiegati che erano al lavoro e hanno fatto appena in tempo a lasciare la stanza. “C’è stato il fuggi-fuggi – raccontano –. Per un puro caso non ci sono stati feriti, ma la paura è stata tanta”. L’acqua del sistema di condizionamento caduta dal soffitto ha invaso l’ambiente di lavoro, raggiungendo anche gli uffici vicini e creando molti disagi.

Si tratta dell’ultimo episodio di una serie in corso da anni negli uffici di piazzale Clodio. Su questo fatto è probabile che sarà avviata anche una indagine per verificare le cause del crollo. La Giunta distrettuale dell’Associazione nazionale magistrati “denuncia la gravità dell’accaduto, sintomatica della precarietà – peraltro già più volte segnalata – dello stato degli uffici giudiziari in tema di sicurezza e ribadisce la richiesta di interventi tempestivi e strutturali volti a prevenire eventi analoghi”.

Problemi si sono registrati negli anni anche nella vicina Corte d’Appello, a poche decine di metri dal tribunale.

Abusi edilizi a Capri: la banda dei controlli “col buco”

Anche il Gip di Napoli Claudio Marcopido ha un sospetto sull’esistenza di un ‘sistema Capri’ che protegga gli abusi nelle ville dei vip, di cui abbiamo scritto il 27 luglio sul Fatto. Compare a pagina 5 dell’ordinanza di arresti domiciliari notificata al responsabile ‘edilizia privata’ dell’ufficio tecnico comunale, Massimo Stroscio. È il passaggio in cui il giudice ipotizza la “concreta possibilità che tali condotte non costituiscano un caso isolato, vista la professionalità e l’acutezza delinquenziale dimostrata”. Si riferisce a quel che si erano inventati per salvare l’ampliamento abusivo di 38 metri quadri di una villetta di Silverio Paone, dirigente del gruppo Kiton e nipote del fondatore del brand di abbigliamento. Ovvero, simulare la chiusura del vano abusivo, ma in realtà riempire di terra solo un cilindretto di legno largo mezzo metro e alto due metri nel cuore dell’abuso. Al momento del sopralluogo, Stroscio avrebbe ‘magicamente’ bucato proprio in mezzo al cilindretto. La fuoruscita di terriccio era la prova (finta) della chiusura del vano. Rimasto invece ‘aperto’. Ad acque calme, poi, si sarebbe potuto recuperare il frutto dell’abuso senza sforzo. I carabinieri di Capri, coordinati dal capitano della compagnia di Sorrento Marco La Rovere, se ne sono accorti grazie a una letterina anonima a giugno, cinque mesi dopo i sigilli. Sono andati a ‘bucare’ alle spalle del vano, hanno scoperto il trucco. E hanno fatto rapporto al procuratore capo Melillo e all’aggiunto Fragliasso. Per Paone e per Biagio Gargiulo, impresa edile ‘EdilAndala srl’, è scattato il divieto di dimora. Falso e depistaggio, i reati contestati. Il sindaco Gianni De Martino si è affrettato a difendere gli indagati: “Ne conosciamo l’operatività e la correttezza”. In effetti EdilAndala ha lavorato spesso per il Comune, per interventi in somma urgenza.

3 commissioni per il “decreto-arrosticino”

Il deficit regionale? I nuovi ospedali? La ricostruzione? Tra i tanti problemi, che rischiano di paralizzarsi con le dimissioni del Governatore D’Alfonso, ce n’è uno che in Abruzzo è, evidentemente, più sentito degli altri: gli arrosticini. Sì, proprio loro, i tradizionali spiedini di carne di pecora, divenuti un simbolo della cucina all’ombra del Gran Sasso. Sono un problema. Al punto che, per accelerare l’iter del progetto di legge su “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione dell’arrosticino d’Abruzzo”, la Regione ha convocato in seduta straordinaria e urgente tre commissioni, una alle 8,30, una alle 9 e l’altra alle 12. La prima è la Commissione per le Politiche Europee, perché anche per discutere di come valorizzare l’arrosticino, bisogna evidentemente capire cosa voglia Bruxelles. Perciò, tocca alla Commissione più “europea” discuterne per prima. Poi, come in tutte le leggi, c’ è bisogno di darle una copertura finanziaria, quindi la seconda tappa, alle 9, è quella della Commissione Bilancio, chiamata ad esaminare una serie di provvedimenti in materia di “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione dell’arrosticino d’Abruzzo”. Terza, a mezzogiorno, è la seduta straordinaria della Commissione Agricoltura, sempre chiamata a discutere della legge che dovrà regolamentare produzione e consumo degli arrosticini, con un disciplinare preciso. In realtà, un disciplinare esiste dal 2012, venne approvato… proprio dalla Regione con l’Associazione Regionale Allevatori e l’Accademia dell’Arrosticino d’Abruzzo per l’istituzione e relativa registrazione del marchio “Buongusto – l’Arrosticino d’Abruzzo”. Il disciplinare di produzione rappresentava uno strumento di promozione e valorizzazione inserendo controlli ai fini della rintracciabilità dall’allevamento al consumatore. Dalle aziende di produzione degli ovini alle tecniche di allevamento, dal trasporto degli animali alla macellazione fino ad arrivare alla preparazione degli arrosticini e loro confezionamento. Tra le regole, c’era anche quella che imponeva come gli arrosticini di qualità fossero ottenuti esclusivamente dalla lavorazione di carni di ovini: nati ed allevati in aziende zootecniche registrate e ubicate nel territorio abruzzese e; macellati all’interno della stessa zona entro 48 ore dall’uscita dall’allevamento. Di quel disciplinare, nessuno sembra ricordare nulla, tanto che – ed è polemica recente – di abruzzese negli arrosticini c’è ben poco: la carne ovina viene importata dalla Francia, dalla Romania, dalla Germania e dalla Spagna e i bastoncini di legno per confezionarli sono anch’essi di importazione. Per questo, sei anni dopo, la Regione punta ad approvare una legge. Straordinaria e urgente.

In Abruzzo si vota, il Pd fa la norma pro-Legnini

Emendamenti ad hoc, forzature regolamentari e una nuova legge elettorale: nei suoi ultimi giorni da presidente dell’Abruzzo Luciano D’Alfonso fa di tutto per preparare il terreno in vista delle elezioni anticipate in Regione, necessarie dopo che la Giunta del Senato – com’era ovvio – ha dichiarato incompatibili le sue cariche di governatore e di senatore.

L’aria che tira non è delle migliori, perché lo scorso 4 marzo il Pd in Abruzzo è arrivato terzo, prendendo la metà dei voti del centrodestra e del Movimento 5 Stelle. Difficile sperare in ribaltoni, ma i dem stanno cercando per lo meno di limitare i danni e per il ruolo di candidato governatore avrebbero deciso di puntare su Giovanni Legnini, oggi vice presidente del Consiglio superiore della magistratura.

C’è un problema, però: secondo una legge regionale del 2004, sindaci, giudici costituzionali, funzionari pubblici e membri del Csm sono incandidabili in Regione a meno che non si dimettano dalla loro carica entro una settimana dalla pubblicazione del decreto di scioglimento del consiglio.

Da qui il blitz delle ultime ore, con il Pd che ha presentato un emendamento alla legge di quattordici anni fa per alzare da sette a 60 i giorni concessi a chi deve dimettersi da altro ruolo per correre alla presidenza della Regione. Tradotto: la consiliatura del Csm scadrà il prossimo 25 settembre e Legnini, qualora accettasse la candidatura a Palazzo Silone, avrà tutto il tempo di portarla a termine evitando pure l’imbarazzo di dimissioni in tempi brevi.

Ma l’ultimo colpo di coda dell’era D’Alfonso non è solo una questione interna al partito. I dem hanno infatti tentato di ribaltare la legge elettorale, con la volontà di consegnarne una nuova agli abruzzesi appena in tempo per il voto anticipato di quest’autunno. Con qualche cambiamento sostanziale previsto, a partire dalle soglie di sbarramento, che sarebbero passate dal 4 all’8 per cento per i partiti che corrono da soli, così come sarebbe raddoppiata dal 2 al 4 per cento la soglia per chi invece si presenta in coalizione.

Una manovra per far fuori liste civiche e partitini al di fuori dei grandi schieramenti – leggi: di un’alleanza di centrosinistra a guida Pd – che ricorda quanto già avvenuto cinque anni fa, quando lo sbarramento per i non coalizzati fu alzato dal 3 al 4 per cento e causò l’esclusione dal Consiglio della lista di Maurizio Acerbo, oggi segretario nazionale di Rifondazione Comunista.

Anche per questo la volontà del Pd si è scontrata con l’ostruzionismo dell’opposizione, che ieri ha presentato oltre 500 emendamenti in Commissione pur di ritardare i tempi e mettere D’Alfonso con le spalle al muro, visto che da un giorno all’altro il governatore potrebbe decadere e il vicepresidente Giovanni Lolli non avrebbe poteri sufficienti per approvare leggi rilevanti.

Missione compiuta, almeno per quanto riguarda la legge elettorale, perché dopo quasi dieci ore di Commissione Statuto il capogruppo Pd Sandro Mariani ha dovuto ritirare in extremis il provvedimento, riconoscendo l’impossibilità a procedere.

A saltare è stata anche un’altra novità: mentre adesso i voti di chi non supera lo sbarramento vengono distribuiti in proporzione tra tutti gli altri partiti ammessi in Consiglio, la nuova legge avrebbe escluso dalla ripartizione le forze politiche che si presentano da sole. Con buona pace del Movimento 5 Stelle, che infatti ha guidato la rivolta in Commissione – dove la Lega, che adesso si giocherà la presidenza, non ha alcun consigliere – assieme a Forza Italia. Caso strano, quello dei berluscones, che fino a qualche giorno fa avevano espresso pieno sostegno alla legge elettorale voluta dal Pd e poi hanno fatto marcia indietro, forse impauriti dal j’accuse del coordinatore regionale del Carroccio Giuseppe Bellachioma, che aveva scaricato gli alleati – accusati di “inciucio” coi dem – e annunciato di voler rompere la coalizione .

Unicredit chiude con Facebook: “Stop a condivisione dati”

Niente più Facebook. Almeno per un po’ di tempo: Unicredit dice momentaneamente addio al famoso social network per ragioni etiche. Lo ha spiegato l’amministratore delegato dell’istituto, Jean Pierre Mustier, nel corso della conferenza stampa di presentazione dei risultati del primo semestre. “Abbiamo fermato qualsiasi interazione con Facebook per questioni etiche. Unicredit non usa Facebook per ordine del Ceo”, ha detto Mustier rispondendo a chi gli chiedeva di commentare le indiscrezioni secondo cui la piattaforma avrebbe avuto contatti con gli istituti di credito per condividere le informazioni dei clienti. Il manager ha bloccato ogni iniziativa di sviluppo commerciale tramite i canali, come l’acquisizione di nuovi clienti o l’aumento del numero di contatti. Resta invece attiva la pagina Facebook della banca, e i dipendenti potranno continuare ad utilizzare i loro profili. “Prendiamo le questioni di business ed etica molto seriamente” ha detto poi Mustier, “non condivideremo i nostri dati con loro, finché non avranno un codice di comportamento appropriato.”

Il futuro per Casaleggio: “fontane del web” e rete accessibile a tutti

“Creiamo le fontane di internet. Garantiamo l’internet potabile a tutti”. Termina così l’intervista rilasciata l’altro ieri da Casaleggio jr. al sito Wired (e ripresa dal Blog delle Stelle). L’importanza del web è da sempre uno dei temi centrali del Casaleggio pensiero, e il presidente e fondatore dell’Associazione Rousseau, legato al Movimento 5 stelle, lo ha ribadito anche nella chiacchierata con la rivista digitale: “Per il solo fatto che una persona esiste deve poter bere, respirare, informarsi, spostarsi e collegarsi alla Rete. Il diritto di collegarsi alla rete deve quindi essere presente dalla nascita. Alcuni Stati nel mondo hanno attuato questo principio con costi del tutto contenuti e con enormi impatti positivi sociali ed economici per il Paese”. Davide Casaleggio ha poi descritto l’importanza della rete come una “necessità strategica per l’industria”, ricordando che in Gran Bretagna esiste una legge ad hoc. Concludendo con un appello al governo: “Se non ci penserà lo Stato a garantire l’accesso lo faranno i colossi della rete che hanno bisogno di avere le persone collegate a Internet. Ma in questo modo i navigatori indosseranno gli occhiali delle multinazionali per vedere il mondo. L’accesso a internet sarà forse gratuito, ma non sarà più libero”.

Twitter: la bolla che influenza solo politici, esperti e giornalisti

Twitter come arma di distruzione di massa: il social network dei cinguettii è sotto attacco, spacciato come principale tramite di campagne d’odio e di influenza dell’opinione pubblica italiana. Ogni tweet è considerato una pallottola capace di cambiare le sorti dei voti alle urne, di favorire razzismo e xenofobia, di riempire le piazze, di attentare all’autorità, alla vita e pure alla libertà del capo dello Stato. Eppure, tra troll russi e attacchi a Mattarella, ancora nessuno è stato in grado di fornire dati completi che inquadrino le dimensioni del problema in Italia: si parla di dossier e indagini ma i contorni sono sempre indefiniti. Non esistono quasi neanche i numeri ufficiali degli utenti attivi su Twitter in Italia.

Andrea Barchiesiè l’ad di Reputation Manager, un’azienda che si occupa di reputazione online e di intelligence. “Twitter, da solo, non può spostare l’ago della bilancia dell’opinione pubblica – spiega – Questo significa che la struttura d’attacco rivelata finora non è molto articolata”. Barchiesi spiega che per parlare di un vero e proprio attacco sui social network bisognerebbe reperire un ventaglio di piattaforme ben più ampio. “Deve funzionare tutto come un’orchestra. Un assolo di violoncello non basta. Da fuori è percepita come una dinamica complessa perché non si è abituati a queste guerre reputazionali.

Un effetto, anche se non è quello che ci si aspetterebbe dopo giorni di bombardamento mediatico sulla potenza delle fabbriche dei troll, comunque c’è: “Twitter non è la parte più aggressiva ma è la parte che arriva direttamente a politici, giornalisti e opinion maker – aggiunge Barchiesi – Arriva a quei soggetti che poi creano un’onda emotiva. Non alle persone comuni, ma a chi prende le decisioni. È come un tiro mirato”. Il paradosso è che chi se ne lamenta e gli dà peso finisce per amplificare un fenomeno che avrebbe un impatto minimo: “È questa la grande ironia. Più la si rilancia, più prende forza”. E più si è sintonizzati su un canale, più quello ci tormenta. D’altronde era lo stesso Corriere – che nei giorni scorsi per primo ha riferito delle indagini coordinate sui presunti attacchi a Mattarella su Twitter – a scriverlo nel 2016: “Anche Twitter, regno dell’ordine cronologico per eccellenza, ha deciso alla vigilia dei suoi sofferti dieci anni di introdurre l’algoritmo che dà la priorità ai cinguettii affini ai nostri gusti, interessi e precedenti scelte. È qualcosa a cui ormai siamo assuefatti: ci agitiamo sempre nello stesso stagno”.

Prendiamo la fanatica di destra “Elena07617349”, considerata account chiave del complotto anti-Colle dal Corriere. Il “troll russo” l’ha ritwittata o citata per dieci volte (nei 12mila tweet italiani contenuti nel fascicolo sul Russiagate americano): è probabile dunque che Elena sia stata vista, commentata e abbia interagito solo con persone che la pensavano già come lei o che monitoravano quei temi. L’analisi elaborata per il Fatto dai due studiosi Usa che hanno redatto il dossier Russiagate (Darren Linvill e Patrick Warren) rivela poi che – dal 2015 a fine 2016, cioè il lasso di tempo che hanno potuto analizzare – la maggior parte dei tweet di “Elena” aveva sentiment neutrale. Tradotto: niente aggressività né violenza, né polemica.

Prima ancora della richiesta di impeachment per Mattarella da parte di Luigi Di Maio, la società di web reputation aveva effettuato una analisi su Facebook e Twitter relativa alla decisione del Quirinale su Paolo Savona: il 65% degli utenti non era d’accordo col presidente della Repubblica. Le critiche, però, si erano concentrate soprattutto su Facebook, dove l’80% dei commenti era negativo, al contrario gli utenti di Twitter erano decisamente solidali nei confronti del presidente (il 79% sosteneva la posizione del Colle).

In pratica, Facebook aveva raccolto le immediate reazioni degli utenti con una carica emotiva più evidente mentre su Twitter erano rimaste quelle del mondo dell’informazione, della politica e in generale di utenti che avevano preferito mantenere nei loro commenti una linea più tecnica e istituzionale. Non proprio lo specchio della realtà.

È in questa dinamica che potrebbe inserirsi la questione dei 360 account e la stranezza del loro improvviso attivarsi. Questione però, che nello stesso contesto, può esaurirsi. “I numeri che fa un servizio del Tg5 sono molto più alti – spiega Barchiesi – e poi bisogna tenere conto del fatto che non si tratta di un attacco autonomo: Di Maio e Salvini si erano esposti già molto ed erano loro la reale direttrice d’attacco. In sintesi si è trattato di una operazione di supporto, peraltro limitato, ad un qualcosa che aveva già una sua forza naturale molto importante. Un piccolo corpo di fanteria che aiuta un esercito. Utile, tutt’altro che essenziale”. Giova ripeterlo: stabilire l’impatto di un tweet sul pubblico è quasi impossibile (sempre per ammissione degli stessi esperti americani). Si può parlare solo di “potenziale” e, di conseguenza, si rischia – in assenza di ipotesi di reato – di processare l’ineffabile.

il tentativo di controllare la rete e il suo spazio d’opinione è stata molto presente negli ultimi due anni in Italia: diverse proposte legislative in Parlamento per il controllo delle fake news (qualcuno propose multe e carcere per “notizie esagerate”); il tentativo di creare nuovi reati legati al web nella legge sul cyberbullismo; la proposta di una commissione governativa sulle bufale o di ampliare i poteri dell’Agcom alle fake news; l’istituzione – durante la fase elettorale – del pulsante rosso della Polizia Postale per verificare le segnalazioni; la direttiva Ue sul copyright poi abortita che, di fatto, rischiava di limitare tanto il diritto di satira che quello di cronaca. Come dire: avanti il prossimo.

Vaccini, Di Maio zittisce il consigliere del Lazio Barillari

Il movimento5 stelle prende “totalmente” le distanze dal consigliere regionale del Lazio Davide Barillari per il quale “la politica viene prima della scienza”. Nel post che ha scatenato le polemiche, Barillari – contrario ai vaccini – sostiene che “i politici devono ascoltare la scienza, ma non farsi ordinare dalla scienza cosa è giusto o sbagliato, accettando le parole della scienza mainstream come dogmi religiosi”.

Sul “Blog delle Stelle” il Movimento replica sostenendo che la sua linea “è quella messa nero su bianco nel contratto di governo”. Un nuovo scontro interno, dunque, dopo quello già avvenuto con i senatori pentastellati Elena Fattori e Giorgio Trizzino, in dissenso sulla norma del Milleproroghe che fa slittare di un anno l’obbligo vaccinale per l’iscrizione alla scuola dell’infanzia e ai nidi. Sul tema il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro, ha ribadito ieri di non voler “puntare sull’obbligo ma sulla raccomandazione”, assicurando che va garantita “la continuità scolastica”: “Ci sarà un lavoro fatto dai ministeri della Salute e dell’Istruzione per garantire ai bambini immunodepressi di avere un ambiente scolastico adatto”.