“Siamo diversi da Saviano, vogliamo essere pragmatici”

Professore lei fa l’appello. Contro il pericolo sovranista in tutta Europa.

Anzitutto tengo a precisare che è stato scritto con altri colleghi amici. Su Repubblica è uscito male, sembrava quasi un articolo mio, e sono saltati inspiegabilmente i nomi di altri due autorevoli sottoscrittori, quelli di Maurizio Pollini e Salvatore Sciarrino.

Oltre a riparare alle omissioni, nella sua seconda “puntata” dell’altro giorno, lei precisa di non volere “generiche adesioni”, ma individua prassi e metodo, quasi a temere una deriva firmaiola fine a se stessa.

Infatti la nostra è una chiamata concreta, contro il pericolo di una vittoria di questa destra regressiva alle prossime elezioni europee. Non basta una firma.

Un manifesto pragmatico di intellettuali.

Ognuno promuova iniziative all’interno del proprio settore di appartenenza. Bisogna declinare tutti i problemi a livello continentale, non solo quelli economico-finanziari. Pensi alla scuola.

Fondamentale.

La scuola, la formazione sono colpevolmente assenti da questo governo. Noi ci rivolgiamo a tutti: imprenditori, insegnanti, politici e così via.

Il professore Massimo Cacciari, filosofo ed ex sindaco di Venezia, su Repubblica

del 3 agosto scorso, ha promosso un appello con Enrico Berti, Michele Ciliberto, Biagio de Giovanni, Vittorio Gregotti, Paolo Macrì, Giacomo Manzoni, Giacomo Marramao, Mimmo Paladino. Indi, l’altro giorno, il 6 agosto, un’appendice per invitare a non fare “generiche adesioni”, ossia a non farsi contagiare dal classico virus presenzialista della sinistra firmaiola, senza sbocchi.

Il vostro punto di partenza è la mancanza di una seria opposizione.

È chiaro che ci si muove perché non c’è nessuna opposizione. Questo lavoro che vogliamo organizzare dovrebbe essere svolto da una grande forza politica d’opposizione.

Facciamolo questo nome: il Pd.

Il senso di questo documento è quello di risvegliare gli assenti, costringere il Pd a dire cosa intende fare, oltre a una sporadica opposizione parlamentare, di quando in quando. Questa è la domanda.

Lei in un’intervista al Fatto di poche settimane fa ha detto che il Pd si salva solo senza i vecchi capi.

È evidente, se non c’è discontinuità, se ci ripresenta con le stesse facce che hanno provocato il disastro, non c’è sbocco.

Il vostro appello resta comunque in quel campo.

Che piaccia o no, il Pd è il principale interlocutore. Non credo che possano nascere nuove forze politiche da qui alle elezioni europee. La nostra speranza è che si mettano in moto anche dinamiche di discontinuità nel Pd.

E il vostro contributo pragmatico?

Deve entrare in un confronto articolato per un congresso vero e aperto, non stabilito a tavolino. Non è una novità questa, è accaduto pure dopo lo scioglimento del Pci. Noi vogliamo aiutare la formazione di un nuovo gruppo dirigente. La mia storia dimostra che non sono uno che aiuta a disfare e basta.

I nomi?

C’è Cuperlo che ha già risposto con un articolo all’appello, c’è Orlando, c’è il governatore del Lazio Zingaretti. E poi ci sono da recuperare Tito Boeri, Fabrizio Barca, Lucrezia Reichlin. L’importante è che ci sia una drastica rottura con il renzismo e tutto il resto.

Nel frattempo voi fate i supplenti. Intellettuali nel senso più gramsciano del termine.

Un intellettuale sa perfettamente che non può essere un supplente della politica. Noi vogliamo fare pressione in un momento drammatico. Ma come si fa a non capire quello che sta succedendo? L’Europa rischia il suicidio.

Da Salvini all’ungherese Orbán.

Attenzione, io non li condanno Salvini e Orbán. Tutto questo è arrivato per un assurdo allargamento dell’Ue a Paesi che non avevano ancora compiuto il loro Risorgimento nazionalista. Quell’allargamento è stato astratto, astorico, direi massonico. Questo per dire che il nostro non è un approccio moralistico, ma improntato al realismo.

A differenza di altri appelli.

Noi non indossiamo alcuna maglietta. Con Saviano abbiamo vari punti in comune, ma il suo approccio è di tipo morale contro Salvini. Il nostro documento è diverso da quelli che se la prendevano con Berlusconi. Realismo significa che qui ci sono in gioco interessi materiali. Se si chiudono gli spazi per uomini e merci, se prevalgono gli interessi degli staterelli, l’Europa è spacciata.

Salvare l’Europa, sia dai burocrati, sia dai sovranisti.

Il nostro è un appello contro questa politica fatta dagli incompetenti, fatta da persone che non sanno un cazzo. Vogliamo uno spazio politico unificato, non identitario.

L’opposizione parlamentare non fa altro che aspettare la fine della luna di miele del governo Conte.

Mangiando popcorn.

Esatto.

Ecco: io penso che la catastrofe di questo governo sia possibile ma non faccio il tifo perché avvenga. Io non mi auguro catastrofi, anche perché se l’opposizione continua a mancare meglio tenerci questo governo.

Realismo a oltranza. Però adesso siete anche voi in campo. Altre adesioni?

Bernardo Bertolucci, Gennaro Sasso. Mi hanno chiamato da Bologna altri amici interessati ai problemi della formazione.

Lei, di solito non brilla mai per ottimismo.

Siamo sulla soglia pure stavolta. Al momento sono voci ancora essenzialmente di intellettuali.

Il cammino è lungo ma il tempo è pochissimo e non bastano solo le firme generiche.

Speriamo di muovere qualcosa.

Altrimenti.

Non lo so.

Crimi (M5S): “L’ordine dei giornalisti? Potremmo abolirlo”

A ottobre il governo valuterà se abolire l’Ordine dei giornalisti, che “non è una cosa che si fa così”. Lo ha annunciato ieri il sottosegretario all’Editoria e all’Informazione Vito Crimi durante un’audizione della commissione cultura della Camera. L’esecutivo aspetta “il processo di autoriforma generale che stanno cercando di mettere in atto” i nuovi vertici dell’organizzazione, “una proposta ad ampio raggio che non riguarda solo la governance ma anche l’accesso alla professione”. A quel punto “se si deciderà di abolire l’Odg ovviamente andrà rivisto tutto il sistema perché è chiaro che oggi l’iscrizione all’Ordine comporta automatismi che oggi sono legati all’iscrizione e domani no”.

Le sue dichiarazioni, però, hanno suscitato le reazioni dell’opposizione, dell’Ordine e della Federazione nazionale della stampa italiana, sindacato dei giornalisti. “Nessuno pensi che minacce abolizioniste dell’Ordine possano tacitare i giornalisti”, ha detto il presidente dell’Odg Carlo Verna. Per la deputata Pd Alessia Rotta, “la convocazione dei vertici dell’Ordine suona come un avviso minaccioso”.

Più poteri a Centinaio, Fontana e Costa. Passa il dl ministeri

Il passaggio al ministero dell’Agricoltura (retto dal leghista Centinaio) delle competenze sul Turismo tolte alla Cultura, l’istituzione di un ministero per la Famiglia e la disabilità (che avrà competenze su adozioni e politiche giovanili) con a capo Fontana (sempre leghista). L’abolizione della struttura di missione sul dissesto idrogeologico voluta da Renzi a Palazzo Chigi per riportare competenze e fondi al ministero dell’Ambiente (Costa, M5S), che prende anche le deleghe sulla Terra dei fuochi dall’Agricoltura. Sono le principali novità introdotte dal decreto sul riordino dei ministeri approvato in via definitiva dalla Camera. Un provvedimento che modella la struttura del governo giallo-verde, ma viene approvato tra le polemiche, con 269 sì di M5S e Lega, 144 no di Pd, FI e Leu e l’astensione di 25 di Fdi. A surriscaldare l’Aula della Camera è in particolare l’istituzione, voluta dalla Lega, di un ministero per la Famiglia e la disabilità. La Lega rivendica di aver mantenuto un impegno assunto da Matteo Salvini in campagna elettorale. Ma il Pd, con Maria Elena Boschi, denuncia il rischio di “ghettizzazione” dei disabili: “State creando il ministero della discriminazione, della segregazione”.

Bando periferie, Decaro annuncia: 96 sindaci sono pronti alla diffida

Sul rispetto degli impegni assunti per il bando periferie 96 sindaci potrebbero diffidare la Presidenza del Consiglio: lo annuncia il presidente dell’Anci Antonio Decaro. “Nel decreto milleproroghe noi sindaci cogliamo un segnale positivo e uno molto, molto negativo. Se è vero, infatti, che sembra avviata la procedura per sbloccare gli avanzi di amministrazione, un obbligo dopo le sentenze della Corte costituzionale, la sospensione delle convenzioni del Bando Periferie per 96 tra città e aree metropolitane è una decisione preoccupante e gravissima”, avverte Decaro. “Parliamo di atti già firmati dalla Presidenza del Consiglio e dagli enti interessati, convenzioni in virtù delle quali le amministrazioni hanno avviato attività di progettazione quando non anche le gare. Quei 96 sindaci potrebbero diffidare la presidenza del Consiglio ad adempiere a quanto deciso e sottoscritto dal governo”.

Il decreto Dignità è legge: ok del Senato

Una stretta di mano tra il premier Conte e il ministro Di Maio, qualche polemica in aula tra maggioranza e opposizione e il voto finale del Senato: adesso il decreto Dignità è legge. Subito prima delle ferie e della pausa estiva del Parlamento è arrivato l’ok definitivo di Palazzo Madama, con 155 sì, 125 no e un astenuto, dopo quello della Camera arrivato la settimana scorsa. Il provvedimento, che prevede una serie di misure in particolare per il mondo del lavoro, è stato fortemente voluto dal M5s, che infatti ha salutato la sua approvazione con soddisfazione. “È il primo decreto che dopo tanti anni mette al centro il cittadino, gli imprenditori, i giovani precari”, ha detto il ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio. Critiche invece le opposizioni che hanno protestato durante la discussione e al termine del voto finale. Queste le novità principali introdotte dal decreto.

Precariato

Stretta sui contratti a tempo determinato, con la diminuzione della durata massima da 36 a 24 mesi e l’introduzione delle causali obbligatorie già dopo 12 mesi. Passa dal 20 al 30% il tetto massimo per le aziende di contratti a termine rispetto agli indeterminati. Previsto l’aumento delle indennità per i contratti a tutele crescenti (da 4 a 6 mensilità il minimo, da 24 a 36 il massimo). Sale il numero massimo di mensilità (da 18 a 27) da riconoscere in sede di conciliazione per licenziamenti illegittimi.

Assunzioni

Confermati fino al 2020 gli incentivi per assunzioni di under 35.

Voucher

Vengono reintrodotti i “buoni lavoro” (della durata massima di 10 giorni) per le aziende agricole, alberghiere e le strutture che operano nel settore del turismo fino a 8 dipendenti.

Delocalizzazioni

Previste multe (da 2 a 4 volte il valore dei benefici) per le aziende che delocalizzano prima che siano trascorsi 5 anni dalla fine dei contributi pubblici ricevuti.

Scuola

Arriva la sanatoria per i diplomati magistrali, le maestre che rischiavano il licenziamento dopo la sentenza del Consiglio di Stato: resteranno in cattedra fino a fine anno e intanto sarà avviato un concorso riservato.

Scommesse e slot

Divieto di pubblicità e sponsorizzazioni per giochi e scommesse con vincite in denaro; a partire dal 2020, inoltre, scatta l’obbligo di montare sulle slot machine dei lettori di tessera sanitaria (per ostacolarne l’utilizzo da parte dei minori).

Sovranisti squattrinati: anche la Le Pen rischia la bancarotta e attacca le toghe

Lunga e travagliata è l’estate dei tesorieri sovranisti. Matteo Salvini e Marine Le Pen sembrano condividere un destino comune pure quando si tratta di soldi e magistratura.

Anche la destra francese ha le casse vuote per una decisione delle toghe: l’ex Front National – ora Rassemblement National – il 28 giugno ha subìto la confisca di 2 milioni di euro di rimborsi elettorali.

Non saranno i famigerati 49 milioni della Lega, ma il sequestro deliberato dal tribunale di Parigi è stato definito da Le Pen una “condanna a morte” per il suo partito, che secondo l’allarme dei dirigenti rischia di smettere di pagare gli stipendi e di dichiarare la bancarotta “entro la fine d’agosto”. L’ex Fn ha chiesto ai militanti di mettere mano ai portafogli. In meno di un mese – scrive Le Figaro – sono stati raccolti più di 500mila euro grazie al contributo volontario di quasi 8mila donatori. Tanti soldi, ma molti meno di quelli che sperava Le Pen, che aveva bisogno di una cifra quattro volte più grande.

Ieri la corte d’appello di Parigi ha prolungato la sofferenza del partito nazionalista: la decisione sul ricorso è stata posticipata al 26 settembre. L’ex Front National è accusato di appropriazione indebita e truffa per l’utilizzo illecito dei rimborsi europei: secondo i magistrati i fondi Ue destinati gli assistenti parlamentari di Strasburgo sarebbero stati dirottati per pagare gli stipendi dei dipendenti del partito che lavorano in Francia. Un trucchetto con cui sarebbero stati spostati circa 7 milioni di euro fra il 2009 e il 2017

I dirigenti del Rassemblement National hanno definito a vario titolo l’intervento delle toghe un “attacco alla democrazia”, “un autentico colpo di Stato”, “un assassinio politico”.

Anche qui devono aver preso appunti dai cugini leghisti. Salvini ha usato praticamente le stesse espressioni per attaccare i pm di Genova che hanno confiscato i 48,9 milioni del Carroccio. A differenza di Le Pen, il sovranista di casa nostra ha portato la questione fino alla presidenza della Repubblica (ma Sergio Mattarella nell’incontro al Quirinale ha fatto finta di non sentire).

Marine non è ancora arrivata a tanto, ma in compenso ha invitato i suoi elettori a “sollevarsi contro una dittatura che vuole uccidere il primo partito d’opposizione” e contro “una condanna a morte a titolo preventivo”.

Minoli, l’autocandidato che s’offre sempre a tutti

“Ogni politico che incontro mi dice che Giovanni Minoli è andato a farsi raccomandare, mi ha fatto martellare da chiunque”. La perfida confessione è di un uomo generalmente misurato come Luigi Gubitosi, ex presidente della Rai nella breve ma sanguinolenta stagione di Mario Monti e degli altri professori. Correva l’anno 2013. L’aneddoto sull’eterno Minoli torna d’attualità in questi giorni di grande confusione sotto il cielo di Mamma Rai. La poltrona di presidente, come noto, è sguarnita per la bocciatura di Marcello Foa e la successiva impuntatura della Lega, che non si muove da quel nome.

Nei retroscena degli ultimi giorni però si fa largo un’alternativa, una suggestione che compare ciclicamente negli articoli su Viale Mazzini: “Spunta Minoli”. Non tanto perché i partiti ne siano davvero persuasi – non risulta che lo siano – quanto perché egli stesso non può fare a meno di sponsorizzare una candidatura così autorevole: la sua.

Minoli si definì a suo tempo (anno 2009) uomo dalle certezze incrollabili: “Sono, sono stato e sempre sarò di centrosinistra, non cambio quando cambiano i vertici”. Dopo il 4 marzo, però, l’ultima muta gli ha fatto crescere sulla pelle un manto nuovo, dai riflessi gialloverdi. Il cambio d’abito – ennesimo di una carriera lunga e proficua – s’intravede in un’intervista di fine giugno su Libero, nella quale Minoli definisce la Rai nientemeno che “l’ ultima stazione del welfare cattocomunista”. Il creatore di Mixer confessa di aver avuto un confronto sull’arretratezza del servizio pubblico “sia con Matteo Salvini, sia con Luigi Di Maio” e di avere avuto “colloqui approfonditi anche con Giorgetti”. Con una conclusione: “La rivoluzione deve prendere l’indirizzo per il quale sono tutti d’accordo”. Insomma – direbbe Gubitosi – Minoli ha “martellato” i nuovi potenti, è “andato a farsi raccomandare” – o almeno ci ha provato – dagli ultimi vincitori.

Che gli manchi la Rai non è mistero. Poco prima dell’intervista al giornale di Angelucci e Verdini, aveva preparato il gran ritorno candidandosi per un posto nel consiglio di amministrazione. E dunque, come tutti gli altri, inviando il suo curriculum a Viale Mazzini. Dieci pagine tutte in terza persona – l’ha raccontato Gianluca Roselli sul Fatto – nelle quali non dimentica di sottolineare come “Mixer sia diventato il più importante news magazine televisivo italiano, sinonimo di una televisione di contenuto” e come con Un posto al sole abbia contribuito alla “creazione di oltre 1500 posti di lavoro” con un indotto che va “dai cestini per il pranzo ai costumi”. L’uomo è ben consapevole della propria grandezza, costruita con incessante attività davanti e dietro le telecamere.

Minoli ha portato in Italia l’intervista “all’americana” e l’ha ripetuta per tutta la carriera, fino all’ultimo format su La7, Faccia a faccia. Le sue interviste ai politici possono essere aggressive, ma dietro le quinte i rapporti si fanno più distesi. Negli anni ’80 diventa il volto più popolare della Rai Due lottizzata dai socialisti, nel 1987 il rapporto con Bettino Craxi esonda, quando presta la sua figura alla propaganda elettorale del Psi. Il video è ancora su YouTube, visto con gli occhi di oggi è davvero imbarazzante: Minoli finge di incalzare l’uomo più potente d’Italia con domande posticce, Craxi sorride, appoggiato alla cassa di un supermercato, punta l’indice, agita il garofano socialista dal taschino della giacca. Alla fine compare il logo del partito e si capisce che è solo pubblicità.

Lo spot diventa manifesto di un giornalista che navigherà i vertici della tv di Stato negli anni di Berlusconi (direttore di Rai Due) e in quelli dell’Ulivo (direttore di Rai Tre). E oggi si vorrebbe infilare nello spiraglio di una presidenza vacante rivendicata dai “barbari” pentaleghisti. Ci prova, malgrado un macroscopico conflitto d’interessi: Minoli è marito di Matilde Bernabei, presidente della Lux Vide. Nella stessa società lavorano anche figlia e cognato (lei, Giulia, è sposata con Salvo Nastasi, ex sottosegretario renziano ai Beni Culturali). La Lux Vide produce fiction e format per la Rai per decine di milioni di euro.

Guerra totale sulla Rai: a rischio persino i diritti per i gol di 90° minuto

Il cda della Rai oggi darà il via libera alle delibere sui diritti degli highlights del calcio di Serie A e B e al rinnovo del contratto per la prossima stagione di Un posto al sole. Se non lo facesse, la tv di Stato rischierebbe di perdere i gol, con il campionato che inizia tra dieci giorni, il 18 agosto. E senza quelli non potrebbe andare in onda Novantesimo minuto, trasmissione già in palinsesto. Lo stesso vale per la fiction, le cui riprese devono iniziare il prossimo 27 agosto. Il calcio è una torta da 12 milioni (4 milioni per 3 stagioni), mentre per la soap parliamo di due serie da 12 milioni l’una.

Il problema è che le decisioni che verranno prese sono comunque a rischio ricorsi, come minaccia di fare il Pd. “Qualsiasi atto esporrebbe l’azienda al rischio di contenzioso legale e ciascun consigliere alle contestazioni della magistratura contabile”, avverte il dem Antonello Giacomelli. Ieri, al mattino presto, si è riunito l’ufficio di presidenza della Vigilanza dove, nonostante qualche sfumatura diversa, alla fine si è deciso di inviare una lettera, firmata dal presidente Alberto Barachini, al cda Rai, per non paralizzare l’azienda.

Qui però va raccontato un episodio emblematico del nervosismo di queste ore. In Vigilanza il leghista Massimiliano Capitanio dà il via libera al documento. Nel pomeriggio, però, la cosa non viene presa bene nel Carroccio. Con grande arrabbiatura di Matteo Salvini. E pure di Giancarlo Giorgetti che, verso le 5, alza il telefono e fa una lavata di testa epocale a Capitanio. “Avallando la lettera e non esprimendo il vostro dissenso avete legittimato la tesi secondo cui Foa non può guidare il cda Rai come consigliere anziano. E che quindi il cda non può operare. Vi rendete conto di cosa avete fatto?”, è il tono della telefonata di Giorgetti. Così alle 8 di sera Capitanio è costretto a dettare alle agenzie una nota in cui prende le distanze dalla lettera di Barachini. “Il contenuto non rispetta l’esito della discussione in commissione”, dice il deputato leghista.

Ma torniamo alla lettera. Che suona come un commissariamento del vertice di Viale Mazzini. Appurato che siamo di fronte a un’anomalia, si esortano i consiglieri a procedere al più presto con una nuova nomina (sia esso Foa o un altro), che la Vigilanza è pronta a votare anche a Ferragosto. Inoltre si mette il cda in condizione di lavorare sull’ordinaria amministrazione, ma lo si sconsiglia dal fare nomine. “La Vigilanza potrà essere immediatamente convocata per procedere – anche durante l’aggiornamento dei lavori parlamentari – all’espressione del parere prescritto”.

La missiva, con tanto di pareri legali portati a supporto, indica pure il perimetro entro cui muoversi. Ovvero “un esercizio delle proprie funzioni finalizzato all’esclusivo compimento degli atti di ordinaria amministrazione, strettamente necessari per la funzionalità dell’azienda, dei quali la Vigilanza chiede di essere preventivamente informata”. Il consiglio e l’amministratore delegato “dovrebbero invece valutare di astenersi dal procedere ad altri atti, quali le nomine dei direttori di rete, canale e testata”, scrive Barachini. Così Fabrizio Salini ieri pomeriggio ha inviato una lettera alla Vigilanza per informarla sulle questioni in agenda, motivando “la necessità e l’urgenza” delle delibere sui gol e sulla soap napoletana. Su cui oggi, pur con qualche perplessità da parte dei consiglieri per i possibili ricorsi, si procederà.

Al primo punto dell’ordine del giorno, come sottolinea Salini, “c’è sempre la nomina del presidente”. Che però resterà inevasa, visto che l’accordo politico ancora non c’è. La Lega al momento rimane ferma su Foa, ma ora sembra più tattica che reale convincimento, forse per alzare il prezzo sul nuovo nome, in quello che ormai è un sempre più feroce braccio di ferro con Berlusconi che va ben oltre la Rai. Da Forza Italia filtrano altri nomi: prima Giovanni Minoli, poi Fabrizio Del Noce. Ipotesi che Salvini per ora esclude categoricamente. Resiste, sullo sfondo, l’idea Giampiero Rossi. Anche se in parlamento sono pronti a scommettere che il nome per la presidenza, una volta accantonato Foa, sarà nuovo di zecca e potrebbe essere una sorpresa. Magari arriverà prima di Ferragosto, proprio come ha auspicato la Vigilanza.

Migranti sempre, da vivi e da morti

Continuiamo a chiamarli migranti anche adesso che sono morti stecchiti, tagliati in due dallo schianto, immobili. Provate a immaginare cosa sarebbe accaduto – nel paese dei funerali, degli applausi incorporati alle bare, delle lacrime abbondanti purché postume – se i dodici disgraziati morti nel furgone, schiacciati dallo sfruttamento, uccisi da un cattivo autista, da un crudele caporale, dalla pessima rete dei controlli, fossero stati dodici braccianti italiani. Apriti cielo. A quest’ora sapremmo i loro nomi. Conosceremmo i loro volti e i loro sogni. Avremmo ascoltato le loro storie, la testimonianza dei familiari e dei loro vicini. Avrebbero parlato cinquanta politici, cinquanta sindacalisti, cinquanta preti. I giornali avrebbero pubblicato la Spoon River della strage. Con tutte le foto in fila, magari sorridenti con mogli, figli, fidanzate. Editoriali avrebbero singhiozzato sul cimitero della civiltà, sui nostri cieli azzurri sporcati dal rosso del sangue e del pomodoro. Qualcuno avrebbe proposto un giorno di lutto nazionale. Anzi due. E il vescovo più prossimo all’incidente si sarebbe fatto avanti per officiare la messa, cantarla in loro onore, gridando dal pulpito: “Mai più! Mai più!”, con le rose bianche sui feretri, le vedove in lacrime, un po’ di generali in alta uniforme e naturalmente tutte le telecamere ronzanti a celebrare, nella diretta televisiva, il dolore della Nazione, eccetera. Ma siccome erano tutti disgraziati e neri, viaggiavano in piedi su un furgone meticcio, con targa bulgara, guadagnavano due euro all’ora, si vendevano a giornata, sotto i 40 gradi del sole, nel punto più basso della scala sociale, al di sotto persino dei disoccupati italiani, valgono da morti quanto valevano da vivi. Cioè nulla o quasi. E perciò migranti erano e resteranno, per sempre, migranti dentro la nostra memoria, apparsi ieri in viaggio. E già scomparsi.

A Bologna evitata una strage. E non per caso

I feriti sono ancora 145, di cui quattro gravi (ma fuori pericolo) ricoverati nei centri grandi ustionati di Parma e Cesena, dove ieri si è recato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte prima di visitare i ricoverati a Bologna. L’unico morto è l’autista Andrea Anzolin, 42enne vicentino. Il bilancio dell’incidente di lunedì a Borgo Panigale, importante snodo viario alla periferia della città, si stabilizza col passare del tempo e diventa anche più chiaro il fatto che, grazie alla prontezza degli interventi e alle misure di sicurezza di un carico estremamente pericoloso, il peggio è stato evitato.

Dallo scontro tra l’autocisterna e il camion allo scoppio è passato abbastanza tempo per mettere in sicurezza l’area. Alla base potrebbe esserci stato “forse un momento di distrazione o un colpo di sonno”, ha spiegato ieri il procuratore di Bologna Giuseppe Amato al Giornale Radio Rai.

Il pm lunedì ha avviato un’inchiesta contro ignoti per omicidio, lesioni colpose stradali plurime e disastro colposo: “Mi pare che ci sia un evidente nesso di casualità immediato per cui l’implosione del ponte non è correlata a un possibile difetto di costruzione”. L’area non è stata posta sotto sequestro affinché fosse ripristinata la circolazione.

Ieri pomeriggio al Senato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli ha riferito che secondo “Autostrade per l’Italia” il recupero del cavalcavia costerà circa un milione di euro e durerà tra i tre e i cinque mesi. “Con l’attuale situazione non avremo disagi in autostrada fino a settembre”, ha aggiunto il ministro che per evitare altri incidenti simili vorrebbe “alleggerire il traffico merci su gomma” e “dotare i tir di tecnologie” per ridurre il rischio di errore umano.

Secondo il ministro è necessario “incentivare l’installazione sui mezzi che trasportano merci pericolose di presidi di guida assistita” come dispositivi anticollisione e frenata automatica. Secondo il premier Conte, a cui non sembra che “ci siano smagliature nella legislazione attuale”, bisogna “vigilare sugli standard di sicurezza”. “Questo incidente è stato una casualità, le norme per questi trasporti sono forti, la cisterna ha tenuto abbastanza – spiega al Fatto Massimo Bagnoli, presidente della Federazione italiana autotrasportatori professionisti (Fiap) –, ma il nostro settore deve avvicinarsi alla tecnologia”. Bagnoli sottolinea anche come, per trasporti di questi materiali, vengano impiegati mezzi più sicuri sia perché il carico è pericoloso, sia perché è prezioso. Quello che bisogna evitare, invece, è la guerra al camionista: “Se l’errore è stato umano, le associazioni di autotrasportatori devono sensibilizzare gli iscritti al rispetto delle regole – afferma –, ma non dimentichiamo che è una categoria indebolita dagli abusivi”.

Intanto alcune sigle dei vigili del fuoco chiedono un maggior impiego in queste situazioni: il rappresentante del sindaco autonomo “Conapo”, Antonio Brizzi, vorrebbe “impiegare anche i vigili del fuoco nei controlli alla sicurezza dei trasporti di merci pericolose”. Angelo Raffaele Margiotta, segretario generale della Confsal, e Franco Giancarlo, segretario nazionale della Confsal-Vigili del Fuoco, vorrebbero “presidi sui principali snodi autostradali”.