Inchiesta per individuare chi sfruttava le vittime. I sindacati divisi in piazza

A Foggia, dopo il dolore per la morte di 16 braccianti nel giro di 48 ore, sarà la giornata delle proteste. Nelle campagne i braccianti sciopereranno mentre in città ci saranno due manifestazioni contro il caporalato, la mattina della Usb, il pomeriggio di Cgil, Cisl e Uil.

Sull’incidente di lunedì la procura, guidata da Ludovico Vaccaro, ha avviato due inchieste: oltre a quella sullo schianto ce n’è una che mira a verificare se le dodici vittime fossero nelle mani dei caporali: “Stiamo cercando di individuare le aziende in cui hanno lavorato gli immigrati per verificare anche le eventuali condizioni disumane in cui lavoravano – ha spiegato Vaccaro –. Si stanno verificando gli orari, per vedere da che ora a che ora hanno lavorato, capire se c’è stato sfruttamento e intermediazione”. Il procuratore ha anche denunciato il modo in cui sono stati trattati i superstiti: “Questa povera gente ha avuto problemi anche per trovare posto in ospedale. Sono dovuto intervenire personalmente per far sì che venissero trovati posti sia a Foggia che in altri ospedali della provincia”. Secondo Vaccaro c’è “bisogno di interventi straordinari per risolvere una situazione divenuta tragica, insostenibile” perché “non è possibile assistere ad uno scempio del genere, sulla pelle di povere persone che vengono qui con la speranza di poter migliorare le loro condizioni di vita”. Interventi straordinari sono stati promessi ieri dal ministero dell’Interno Matteo Salvini, arrivato alla prefettura di Foggia per il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, potenziando gli organici di procura e forze dell’ordine, ma anche sgomberando i ghetti e riducendo l’arrivo di migranti per ridurre “gli affari per chi sfrutta questa persone”.

Secondo Salvini “questo è un problema di mafia, non di manodopera in nero, caporalato”: “Non permetto che l’agricoltura italiana venga etichettata come fuorilegge perché pochi decidono di arricchirsi con illegalità”. Per questo vuole modificare la legge sul caporalato, voluta dal Pd nella scorsa legislatura: “Può e deve essere aggiornata per permettere agli agricoltori per bene di lavorare legalmente”. “Vanno rafforzati i controlli, va rafforzata tutta la squadra dell’ispettorato del lavoro”, ha dichiarato il ministro per il Sud, Barbara Lezzi, mentre il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha annunciato “un concorso straordinario per ispettori del lavoro”.

“Doppio ribasso”, affamare gli ultimi per fare più soldi

Corpi straziati. Auto distrutte. Sirene di ambulanze e polizia. In due giorni, nel foggiano, sedici morti. Fatalità? Comuni incidenti stradali? Che di “comune” vi sia ben poco è di assoluta evidenza, perché le vittime della strage sono tutti braccianti trasportati per la raccolta dei pomodori. Un capitolo di quel romanzo criminale chiamato caporalato: sfruttamento che sfocia in schiavitù. Una piaga che da decenni investe il nostro Paese. Non un’emergenza di cui preoccuparsi solo quando un “fattaccio” ci scuote. Un fenomeno strutturale, che riguarda il funzionamento stesso di parte della nostra economia.

Oltre ai lavoratori (che pagano i prezzi peggiori) a essere penalizzate sono l’immagine del Made in Italy nel mondo e le tantissime aziende che rispettando le leggi subiscono un pesante dumping. Dopo anni di parole vuote e di indignazione effimera, di questo profilo strutturale si è finalmente occupata la legge 199/2016 votata da tutte le forze parlamentari della passata legislatura con l’astensione di Lega e Forza Italia. Un atto di civiltà. Una prima risposta alla vergogna delle troppe morti nei campi italiani. La nuova legge inasprisce il quadro normativo di contrasto al caporalato in agricoltura e ha portato nel primo anno di applicazione ad un numero di arresti (oltre 70) che prima ce li sognavamo. Un indiscutibile passo avanti lungo la strada giusta. Nello stesso tempo la legge prevede azioni positive, come la Rete del lavoro agricolo di qualità e le sue sezioni territoriali, volte a prevenire lo sfruttamento con l’introduzione di forme di collocamento e trasporto legale. Per questi aspetti la legge purtroppo è ancora inapplicata e i ritardi continuano ad accumularsi.

Ma invece di attivarsi su questo versante, i ministri Salvini e Centinaio hanno di recente manifestato l’intenzione di cambiare decisamente rotta (ieri a Foggia Salvini ha corretto il tiro parlando di “miglioramenti”) ma la cosa giusta è andare avanti e non tornare indietro svuotando la legge dei suoi contenuti innovativi. Magari sacrificando sull’altare di una malintesa sburocratizzazione la responsabilità in solido delle aziende introdotta dalla nuova legge.

Ho definito le morti del Foggiano come il capitolo di un romanzo criminale. Come in ogni noir anche in questo caso il racconto svela meccanismi inconsueti, se non impensabili. Mi riferisco alle “aste elettroniche inverse al doppio ribasso” per l’acquisto di prodotti agricoli e agroalimentari. In estrema sintesi – ma molto di più si può trovare in un articolo di Ciconte e Liberti su Internazionale – si tratta di questo: la grande distribuzione chiede alle aziende fornitrici del pomodoro di presentare offerte di vendita; raccolte le proposte, viene indetta via Internet, partendo dall’ offerta più bassa, una seconda gara al ribasso. Si aggiudica la commessa chi offre di meno, anche se così finisce in perdita, perché vuole stare sul mercato e perché spera poi di rifarsi; in particolare pagando il meno possibile gli agricoltori; che a loro volta saranno costretti a rivalersi sulla mano d’opera. Ecco il caporalato, un effetto a cascata dove a rimetterci sono soprattutto gli ultimi, gli anelli più deboli della catena. Attenzione: non tutti i gruppi della grande distribuzione ricorrono al “doppio ribasso”. Molti hanno firmato un protocollo predisposto dal passato governo rinunciando alle aste elettroniche. Ma altri no (le cronache parlano di Eurospin) argomentando in sostanza che questo è il mercato, bellezza!

Ecco una cosa concreta che la nuova maggioranza dovrebbe subito fare: rendere il protocollo vincolante per tutti, come in Francia, anticipando una direttiva che l’Europa ha in programma di varare nel 2019 prima della fine della legislatura. Nello stesso tempo si dovrebbe approvare la riforma dei reati agroalimentari predisposta da tempo con l’obiettivo ultimo di una etichetta “narrante” che dica tutto sull’origine la lavorazione gli ingredienti e quant’altro serva per sapere ciò che davvero si mangia e si beve. Sarebbe un formidabile antidoto anche contro il caporalato. Senza la riforma a rimetterci sarebbero i consumatori. Affossarla sarebbe un favore all’italia degli affaristi impuniti.

*Presidente Osservatorio Agromafie Coldiretti

Gli schiavi fanno comodo: la legge ha le armi spuntate

Il governo non ha mai approvato il piano di accoglienza dei braccianti stranieri, pur previsto dalle nuove norme, e le aziende del foggiano non hanno mai reclutato operai attraverso la “Rete del lavoro agricolo di qualità”. Buona parte della legge anti-caporalato, approvata nel 2016 dal governo Renzi, è in realtà rimasta sulla carta. A farlo notare è Giovanni Mininni che fa parte – per conto della Flai Cgil – della Cabina di regia nazionale. È l’organo di coordinamento delle reti che dovrebbero agire sul territorio per prevenire il caporalato. E quindi per evitare tragedie come quelle che negli ultimi cinque giorni hanno causato la morte di 16 persone in Puglia.

La legge, infatti, è divisa in due parti. La prima punta alla repressione, con pene severe per il reato di intermediazione illecita e sfruttamento. La seconda, invece, prevede interventi per migliorare la vita dei braccianti stranieri e sottrarli al rischio di finire sotto caporale: progetti per l’ospitalità, trasporti sicuri verso i campi, e reclutamento regolare delle aziende. È questa seconda parte, però, quella inattuata. Giuliano Poletti, allora ministro del Lavoro, avrebbe dovuto emanare un decreto, con i colleghi di Agricoltura e Interno, con il piano per l’accoglienza e la logistica nelle zone delle raccolte stagionali. Avrebbe permesso di sostituire i ghetti, come quello smantellato a Rignano, con strutture a norma. Quel provvedimento, però, non ha mai visto la luce nonostante la scadenza fissata a 60 giorni dall’approvazione della legge (quindi gennaio 2017). Il sindacalista Mininni lo segnala da tempo, ma purtroppo non è cambiato nulla.

Nonostante l’inerzia del governo, proprio a Foggia negli ultimi mesi sembrava che qualcosa si stesse muovendo, anche grazie al prefetto Iolanda Rolli che ci ha creduto molto. Risultati tangibili, però, non sono arrivati. A marzo 2018, nella Provincia pugliese si è finalmente insediata Rete territoriale del lavoro agricolo di qualità, che stila l’elenco delle imprese che rispettano le regole e non hanno ricevuto condanne o sanzioni amministrative.

Il ruolo di queste reti è stabilito proprio dalla legge contro il caporalato: “Promuovono modalità sperimentali di intermediazione fra domanda e offerta di lavoro nel settore agricolo e iniziative per la realizzazione di funzionali ed efficienti forme di organizzazione del trasporto dei lavoratori”. La legge, quantomeno nelle intenzioni, incaricava questi enti di intervenire su uno dei principali pericoli per la sicurezza dei migranti stagionali: il trasporto. “I pullman dei caporali – racconta Mininni – sono spesso mal ridotti e con le gomme lisce”. La Rete di Foggia, alla quale sono state ammesse 50 imprese (solo 3.600 in tutta Italia), ha provato ad attivarsi in questi mesi, ma senza successo. L’idea era comprare furgoni per garantire gli spostamenti. “Avremmo usato il Fondo asilo, migrazione e integrazione (Fami) del ministero dell’Interno – spiega Mininni – e la Regione Puglia avrebbe anticipato i soldi”.

Lo scopo era creare un “corridoio umanitario”. Quanto all’accoglienza, inizialmente si era pensato di coinvolgere i Comuni, poi però i sindaci hanno fatto resistenza. Così, sono state individuate strutture regionali come Casa Sankara di San Severo. Un altro obiettivo era far nascere un sistema trasparente di incrocio di domanda e offerta. L’organo, del quale fanno parte anche Coldiretti, Confagricoltura e Cia, avrebbe quindi garantito sulla regolarità dei reclutamenti. L’ingranaggio si è inceppato proprio qui: “Nessuna azienda ha inviato richieste”, denuncia Mininni, che ieri ha riportato tutto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in visita a Foggia. Le assunzioni, quindi, non sono passate attraverso il sistema pubblico. Questo non significa che tutte le aziende assumano irregolarmente (i dati parlano di più di una su due che non applica i contratti). Sta di fatto, però, che almeno finora nessuna ha voluto fruire della Rete. Per Giuseppe De Filippo, presidente di Coldiretti Foggia, i motivi sono diversi: “Le novità – spiega al Fatto – incontrano sempre difficoltà in partenza. Poi c’è una diffidenza culturale da parte di alcune imprese verso le istituzioni. Infine, ci sono aziende serie, come la mia, che ogni anno assumono regolarmente persone fidate. Perché dovrebbero chiederne altre alla Rete se non ne hanno bisogno?”.

Si dice spesso che la legge sul caporalato non sia applicata per gli scarsi controlli. È vero, ma non è tutto: la vera incompiuta è la strategia di prevenzione che avrebbe dovuto, prima che arrestare i criminali, imporre la presenza dello Stato in questi territori fuori controllo.

Vietato ai Minoli

Non sappiamo se il “governo del cambiamento”, per dimostrarsi tale, alla fine cederà e nominerà Giovanni Minoli presidente della Rai. 5Stelle e Lega smentiscono, e persino B. Ma non si sa mai. E comunque è bello sapere che l’illustre pensionato (da 8 anni) è ancora così arzillo da provarci, e soprattutto da crederci. Pare che in questi giorni sia attivissimo, a chiamare, messaggiare e far telefonare a questo e quello per agguantare l’ambita poltrona. L’ultimo stalking autoraccomandatorio ricorda il penultimo, o il terzultimo (abbiamo perso il conto), raccontato nel 2013 da uno sfinito dg Luigi Gubitosi: “Minoli mi fa martellare da chiunque”. Il nostro eroe era reduce dalle sobrie celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia (2011), una cosina da 18 milioni che, in un empito di patriottismo, si era protratta anche per i 151 e i 152. E sarebbe proseguita ancora, se quel rompi di Gubitosi non gli avesse rescisso il contratto proponendogli “un ruolo di autore, senza Rai150 che ha esaurito la sua funzione. Ma lui voleva conservare il ruolo e la struttura”: una robina di 70 persone, da spendere in altri anniversari a caso: le guerre puniche, il compleanno di una prozia, cose così. L’arido Gubitosi rispose picche. E smise di vivere: “Ogni politico che incontro mi dice che Minoli è andato a farsi raccomandare”. Una vita d’inferno. Poi toccò a Campo Dall’Orto: parcheggiato a Radio 24, Minoli si era scoperto renziano e voleva rientrare in Rai. Anche perché in radio ne avevano abbastanza di lui. Lo raccattò Cairo a La7, per motivi (e ascolti) ignoti ai più.

Un mese fa si candida al Cda in quota Pd, che però gli preferisce tal Rita Borioni, già portaborse di Orfini. Allora ha puntato dritto alla presidenza e, siccome tocca a Salvini d’intesa con B., s’è messo a bussare agli usci forzaleghisti. Ma ha trovato chiuso. Ci ha provato pure coi 5 Stelle: invano. A nulla è valsa l’intervista-soffietto sul Foglio a Salvatore Merlo (ergo un soffietto al quadrato: dell’intervistato e dell’intervistatore), in cui diceva un gran bene del nuovo dg: “Sono contento della nomina di Salini. Persona competente e per bene. Adesso ha un compito difficilissimo perché la Rai è una balena spiaggiata, può salvarsi solo se trova un potentissimo rimorchiatore che la riporta in mare”. Tipo lui, per esempio. Passano le ère geologiche e lui è sempre lì. A ogni tornata di nomine Rai, si candida a qualcosa. Come Amato a ogni elezione presidenziale. È il Picasso dell’auto-spintarella, infatti ha pure diretto il Museo d’arte contemporanea di Rivoli. Ma il vecchio Pablo, coi suoi due periodi blu e rosa, gli fa una pippa.

Lui ha conosciuto i periodi craxiano, martelliano, berlusconiano, veltroniano, prodiano, montiano, renziano e ora sovranista (“se sovranismo significa tornare a produrre programmi in azienda, non mi dispiace”). “Sono un perdente di successo – dice, spiritoso – la politica non mi ha mai dato niente”. Ci mancherebbe. Infatti già nel 1987, precoce, “intervistava” Craxi per uno spot elettorale col garofano rosso all’occhiello, seduto su una sedia un po’ più bassa di quella del Capo. E nel 1989 gli scriveva: “Caro Bettino… in questi 10 anni ho prodotto molti dei programmi di Rai2 che hanno avuto più successo… Per questo ritengo che avrei potuto essere considerato un interlocutore nel momento dell’ennesima difficilissima scelta circa il destino della Rete 2… Non sono mai stato capace di spendere tempo nelle manovre di corridoio (sic, ndr) e nelle chiacchiere… Capirai lo sfogo ma anche l’amarezza di chi si sente a posto con la coscienza professionale e la lealtà politica, ma sempre scavalcato dai pregiudizi, dalle informazioni incomplete, tendenziose e forse cattive… Io credo di essere fatto così. Se servo, ci sono…”. La serva serve, diceva Totò. Nel ‘96, alla vigilia della scontata vittoria dell’Ulivo, presentò sobriamente Prodi a Mixer: “Il buon professore, il manager, il politico, l’uomo delle speranze on the road e dell’Antitrust, del liberalismo temperato e del federalismo fiscale. L’antidivo per eccellenza, il sorriso bonario e sereno, gli occhi roteanti e morbidi parlano con le pupille, dialogano con le sopracciglia, comunicano con il cristallino. Le mani, più che gesticolare, dicono”.

Nel 2011 Mauro Masi, intercettato nell’inchiesta P4 col faccendiere piduista Bisignani, spiegò ai pm di Roma: “Minoli mi veniva segnalato anche da Letta e quotidianamente da Amato”. Lui intanto aveva chiuso anzitempo Agrodolce, la fiction coprodotta da Rai Educational, da Luca Josi e dalla Regione Sicilia dopo una storiaccia di sprechi, raccomandazioni di amici, amiche e amici degli amici. Nel senso di personaggi in odor di mafia perché – dichiarò il suo braccio destro – “quando le produzioni vanno in Sicilia, devi sottostare alle regole legate alle tradizioni dell’isola: non puoi sceglierti liberamente le comparse che vuoi, c’è qualcuno che te le porta”. Purtroppo – aggiunse – “Josi mi fatto una scenata incredibile, dicendo che lui rapporti con mafiosi non li voleva avere mai e poi mai”. Insensibile alle tradizioni siciliane, tanto care alla Rai minoliana. E anche ai conflitti d’interessi, che sono la specialità della casa. Minoli è maritato con Matilde Bernabei, presidente di Lux Vide, asso pigliatutto delle fiction della Rai che lui potrebbe appaltare direttamente da presidente. Otto mesi fa i pochi adepti del suo Faccia a faccia su La7 lo videro lanciare un memorabile servizio con queste parole: “Continuiamo il viaggio tra le donne top manager d’Italia. Siamo andati a incontrare la presidente della Lux, la società di produzione che da circa 25 anni sforna in continuazione successi d’ascolti per la tv. Lei è Matilde Bernabei!”. Cioè la sua signora. Ma questo si scordò di precisarlo. Se no poi la gente chissà cosa va a pensare.

Grazie a Sky torneremo alle radioline

C’è qualcosa di peggio che essere presi per il collo da Sky (per non dire peggio) se si vuole vedere la serie A in tv (come Paolo Ziliani ha mirabilmente raccontato su queste pagine). Si, non sapere a chi porgere il collo. Immaginiamo un malato di pallone (io). Che per niente al mondo rinuncerebbe a perdersi un minuto soltanto della sua squadra del cuore (io). Che per una forma degenerativa del morbo in questione non vuole privarsi di nulla di quanto il campionato offra , neppure (con tutto il rispetto) di un Frosinone-Sassuolo (questo non sono io ma non poniamo limiti). Costui è abbonato Sky da sempre (di nuovo io). Mai un ritardo nei pagamenti. Così supino ai voleri dell’imperatore delle galassie pay per view da caricarsi dell’intero pacchetto Cinema (compresi i polpettoni di Sky Classic, tipo Ercole e le sette fatiche cartonate). Ora, un tipo così (ma siamo moltitudine) andrebbe aiutato, coccolato, vezzeggiato, come fanno i bravi spacciatori di sogni. Soprattutto quando per un accordo tra i boss del calciotraffico (l’avida Lega Calcio) la somministrazione del pallone comporta un casino indescrivibile. Con altri decoder da acquistare (Sky Q), altre piattaforme da foraggiare (DAZN), altri conti da saldare. Ma chi è nella rete del vizio è pronto a tutto ed eccomi scodinzolante con la carta di credito in bocca che imploro: quant’è? Niente. Buio. Silenzio. Angoscia. A parte la voce inutilmente euforica di un numero verde Sky che ti rimanda a un operatore che non c’è e non ci sarà perché le linee sono occupate, forse per sempre (lasciate ogni speranza voi ch’entrate) da una moltitudine di altri coglioni (pardon abbonati) disposti a tutto a pochi giorni dall’inizio del campionato. Ma la vera domanda è: cosa diavolo può spingere un colosso televisivo a prendere prima per il collo poi a calci negli stinchi per non dire peggio i propri affezionati clienti? Improvvisa, ecco l’illuminazione. Ma è così semplice: Sky persegue un meritorio programma di disintossicazione dal calcio in tv. Come quei miliardari che dopo una vita di loschi profitti si dedicano al riscatto delle loro vittime accompagnandole verso la virtù, l’Emittenza (non è certo un caso lo spot dei conduttori muniti di angeliche ali) ha deciso di farci cambiare vita. E ci spinge (con le cattive) fuori dal costoso paese dei balocchi. E dunque ragazzi basta con le overdose di Diretta Gol. Basta con le maratone di Sky Calcio. Addio Caressa e Bergomi. Torneremo a seguire la squadra del nostro cuore attraverso la cara, dolce radiolina di Tutto il Calcio (Rai). Sii, diventeremo tifosi migliori e più ricchi dentro (ma anche nelle tasche). Grazie Sky.

Redford dà l’addio alla scene: “Questo è il mio ultimo film”

Appena dopo il suo debutto – sul palco di Broadway 60 anni fa – il padre gli disse: “Perché non ti trovi davvero un lavoro?”. Sarebbe orgoglioso, oggi, quel padre di sapere che il figlio non solo ha trovato lavoro, ma ha pure maturato una dignitosissima pensione, frutto di un duro impegno sul set: perciò, basta così, si è detto Robert Redford, pronto a uscire di scena.

“Mai dire mai – ha rivelato in un’intervista all’Entertainment Weekly –, ma sono giunto alla conclusione che questo (The Old Man & The Gun, ndr) sarà il mio ultimo film in termini di recitazione e poi mi avvierò alla pensione, perché faccio questo lavoro da quando avevo 21 anni”.

Stop quindi all’attività di attore, confermando quanto aveva già detto nel 2016, mentre a quella di regista (e inventore-animatore di festival cinematografici) non è dato sapere.

Quel che è certo è che ora Redford è impegnato in The Old Man and The Gun, diretto da David Lowery e in ottima compagnia (Sissy Spacek, Danny Glover, Tom Waits, Casey Affleck…): prodotto dalla Fox, il film uscirà in sala in America il 28 settembre, passando pure per il “Toronto International Film Festival”.

Redford ne è il protagonista, alias Forrest Tucker, un rapinatore seriale quanto geniale: “Ha svaligiato 17 banche, è stato beccato in 17 occasioni ed è finito in prigione 17 volte. Ma è anche scappato 17 volte. Perciò mi sono chiesto: non è che forse era lui a farsi catturare così da poter provare il vero brivido della sua vita, cioè la fuga?”, ha raccontato il divo.

Come Forrest, anche il premio Oscar sta tentando di evadere dalla prigione dorata chiamata Hollywood, e infatti ha spifferato, in modo sibillino: “Per me questo è un ruolo meraviglioso da recitare a questo punto della mia vita”.

Certo sarà difficile immaginare Redford in pantofole, o ai giardinetti con il cane, lui che è stato protagonista di film western, sex symbol e giustiziere, cattivone e seduttore, militare e miliardario – da Come eravamo aI tre giorni del condor, da La stangata a La mia Africa.

Il 18 agosto compirà 82 anni e poco dopo – si immagina –, una volta sceso dal palco, si dedicherà alle sue altre passioni: la pittura e la regia (“Vedremo”, ha detto), continuando forse a presenziare nei salotti buoni del cinema e nelle kermesse più chic, come il “Sundance Film Festival”, da lui fondato nel 1990 insieme con l’amico regista Sydney Pollack.

Da pensionato troverà anche il tempo di spolverare le sue preziose statuette: i due Oscar vinti nel 1981 – come Miglior Regista per Gente comune – e nel 2002, alla Carriera, commuovendosi intanto per i premi annusati e mai ritirati, come le nomination per La stangata (Miglior Attore) e per Quiz Show (Miglior Regista e Miglior Film).

Nonostante l’allure di uomo elegante, distinto, pacatamente democratico e perennemente belloccio, Redford, anche nella vita privata, non si è fatto mancare l’avventura: figlio di un lattaio e di una casalinga, ha lavorato come contabile ed è entrato in università grazie a una borsa di studio sportiva per poi reinventarsi come artista bohémien – e autostoppista professionista – in Italia e in Francia.

Dopo i primi ingaggi in televisione, negli Anni Sessanta, la fama gli arride grazie al maxischermo: il debutto vero è del 1962 in Caccia di guerra di Denis Sanders, per poi essere scritturato in altre pellicole di successo come A piedi nudi nel parco con Jane Fonda e Butch Cassidy con Paul Newman.

Anche solo a rivedere tutti i suoi film, da lui diretti o interpretati, nonno Redford – “il più bel nonno in circolazione”, così si è definito – non avrà certo di che annoiarsi.

“Il mondo del libro mica è il Salone del Mobile”

“Esiste un tema di ‘povertà educativa’ e tutti gli uomini di buona volontà sono chiamati a dire il vero e a opporsi al falso su temi fondamentali della vita pubblica, come ad esempio l’immigrazione. Ciascuno deve fare il proprio, ovviamente anche gli editori e i giornali”. Elisabetta Sgarbi, mente e anima de La Nave di Teseo, ha da poco concluso il suo Festival, la Milanesiana, che quest’anno ha toccato – oltre a Milano – Ascoli Piceno, Ferrara, Cancelli, Collodi, Bormio, Verbania, Torino e Firenze. “La ricchezza dei contenuti – spiega – con nomi importanti del mondo letterario, musicale e cinematografico, si è sposata a collaborazioni di grande qualità”.

Perché le persone affollano i Festival letterari?

Non tutti i Festival, quelli che sono in grado di gettare radici, di costruirsi un’identità. Non mi stupisce: per lo stesso motivo si va a un concerto invece di ascoltare la musica nelle cuffie. Esiste un bisogno irripetibile di essere testimoni di un accadimento unico e condiviso da una comunità. E, per alcuni scrittori, vale anche un principio di autorevolezza: vado ad ascoltare chi può dire qualcosa di rilevante sulla mia vita. Infine credo sia importante decontestualizzare: ad esempio nella Mostra della Collezione Cavallini Sgarbi a Ferrara, prorogata sino a settembre, ho invitato scrittori a leggere i loro libri in mostra, davanti a quadri da loro scelti. Questo spostamento rispetto alla normalità, spesso proprio anche dei festival, genera una differente e più profonda attenzione.

Eppure in Italia si legge sempre meno…

Direi che sta cambiando la geografia della vendita dei libri. Ci sono canali come l’e-commerce in crescita esponenziale e le librerie tradizionali in difficoltà. E ora anche le catene (di proprietà di gruppi editoriali) faticano. A mio parere – ma questa è una battaglia che La Nave di Teseo ha fatto, perdendola – dipende da una particolare configurazione del mercato italiano, segnato da una forte concentrazione editoriale.

Nelle ultime settimane le classifiche sono “drogate” dal Premio Strega. Altrimenti si venderebbero solo Camilleri e gli altri giallisti. Cosa si può fare per riavvicinare le persone alla lettura?

Anzitutto le classifiche rappresentano una percentuale piuttosto piccola del mercato dei libri. I segnali di allarme – semmai – non sono nelle top ten ma molto più in basso. E comunque, quello che ha vinto lo Strega è un libro letterario, quindi mi pare una buona cosa che sia in vetta. C’è stabilmente Paolo Giordano, c’è Dicker con La scomparsa di Stephanie Mailer, è un romanzo di grande respiro. E poi i gialli sono una realtà nobile della letteratura, non minore: Camilleri e De Giovanni sono due classici del genere, usano bene i meccanismi del giallo per raccontare il mondo intorno a noi.

Il ministro Bonisoli ha affermato che dobbiamo migliorare l’attenzione verso i giovani. Come?

C’è stato un momento in cui la politica e gli organi competenti dovevano intervenire nel mercato editoriale italiano (come era accaduto in Francia), e non l’hanno fatto. I giovani faranno la loro strada e, se ne saranno capaci, cambieranno le cose.

Non ci sono più gli Eco, i Tabucchi, i Fo. Quando Roberto Saviano si appella agli intellettuali per contrastare la nuova ondata di razzismo, a chi si rivolge davvero?

Anzitutto il primo appello lo ha fatto Sandro Veronesi, sul Corriere, chiedendo a Saviano di andare con lui su una nave Ong. Esiste un tema di “povertà educativa” e tutti gli uomini di buona volontà sono chiamati a dire il vero e a opporsi al falso su temi fondamentali della vita pubblica.

Due Saloni del libro, entrambi in crisi: Torino con un enorme buco di bilancio, Milano in perdita (tanto che a settembre l’ente Fiera deciderà il da farsi). È stato un azzardo sdoppiare gli appuntamenti?

L’errore – lo dissi all’alba di questa vicenda – fu di alcuni editori e dell’Aie che scelsero la via della contrapposizione a Torino come arma di affermazione per Milano. Si scommise sulla morte di Torino e invece sì assistette alla sconfitta di Milano. Rimango convinta che il capoluogo lombardo possa avere il suo Salone: lo vedrei a febbraio, ma cercherei di far capire agli organizzatori che se vogliono una adesione numericamente e qualitativamente importante degli editori devono abbassare i costi di partecipazione. Il mondo del libro non è il Salone del Mobile.

La rivoluzione della Nave di Teseo, anche qui una scommessa. Si sente di fare un bilancio, a tre anni dalla sua fondazione?

La rivoluzione mi pare una parola bella. La Nave di Teseo ora è un po’ più grande, avendo accolto a bordo Baldini + Castoldi, la Tartaruga, Linus, Oblomov. Ma un bilancio vero – a parte quelli contabili – ha bisogno di tempi più lunghi, l’editoria si giudica sulla durata. Ci sono tanti segni positivi, che mi rendono fiduciosa, pur con la mia naturale circospezione da farmacista (quale sono).

Laguna Blu, la favoletta soft porno che si fa cult

Due bambini alla soglia della pubertà, Richard (Christopher Atkins) ed Emmeline (Brooke Shields), naufragano su un’isola paradisiaca nel mezzo del Pacifico, riescono a sopravvivere, a innamorarsi e a mettere su famiglia rompendo ogni tabù sociale e morale. Ma guai a pensare che Laguna Blu, il film del 1980 diretto da Randal Kleiser e tratto dall’omonimo romanzo del 1908 di Henry De Vere Stacpoole, sia antesignano di un nuovo genere cinematografico che va da Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (il film del 1974 di Lina Wertmüller) a Cast Away (diretto nel 2000 da Robert Zemeckis e con protagonista Tom Hanks).

Senza essere esperti cinefili, ma avendolo vissuto in piena adolescenza, ci si può permettere di scrivere che la pellicola è diventata un cult movie degli anni Ottanta non tanto per i paesaggi incantevoli o per la proverbiale recitazione dei protagonisti (alzi la mano chi si ricorda il finale del film dalla trama troppo lenta e inverosimile!), quanto perché è il più rappresentativo delle romanticherie dei ragazzi tutto brufoli, in pieno risveglio ormonale, trasformando un sogno esotico in erotico senza bisogno di nascondersi dai genitori per vederlo. Del resto, grazie al gonnellino di foglia di banano che non ce la fa quasi mai a contenere l’esuberanza di Richard, e alle numerose scene di nudo dell’allora 14enne Brooke Shields (che finirà addirittura in tribunale, nonostante fosse stata utilizzata una controfigura), Laguna Blu dopo 38 anni rappresenta ancora la favoletta soft porno che ha intenerito i cuori di milioni di adolescenti che non avranno così mai colto il messaggio originale del film: il brutale contrasto tra civiltà urbana e libertà selvaggia.

Uno, due o tre figli e imprecisati mariti: Tarocchi da roulette

Due figli, anzi uno; due mariti, anzi nessuno; una amante, un uomo-tigre, quattro matrimoni e alcun funerale: guida alla Roma tarocca. Primo, munirsi di contanti; secondo, non uscire prima del tramonto. I cartomanti, come le zanzare, si appalesano in orario aperitivo: a piazza Navona verso le 18; a Trastevere non prima delle 20; a Castel Sant’Angelo dopo le 21; in via del Corso a tutte le ore.

Si muovono in gruppo, fan capannello, fan cartello: piantano i tavolini vicini vicini, chiedono tutti 20 euro a seduta e sono perlopiù di natali stranieri, benché il tarocco sia un’invenzione italiana. Parlano, in media, diciotto lingue: braccia rubate agli ombrellini delle guide turistiche.

Leggono tutto: cinque carte, tre carte, arcani maggiori, arcani minori, tarocchi orientali, scartoffie consunte senza più illustrazioni. Il metodo però è lo stesso: il “bastone-carota”, un complimento e un anatema, una fortuna e una sfortuna. “Quanto vuole?”, chiedo a uno. “Mmmh”, temporeggia lui. “Più di 20 euro non vorrei spendere”. Certo, annuisce, accompagnandomi a sedere. È la prima domanda mia, con conseguente risposta mia, di una lunga serie. Sì, perché i cartomanti, più che dare risposte, fanno domande. Da Delfi in giù non è cambiato niente: una volta si andava all’oracolo, e sul tempio, ad accoglierti, stava scritto “Conosci te stesso”. Come a dire: “Prrr”. Ma l’ironia degli antichi fa difetto ai moderni: perciò abbiamo “provato per voi” le migliori piazze di spaccio dei tarocchi romani.

VIA DEL CORSO. Ezio (nome di fantasia) è albanese: ha un mazzo così consumato e annerito che per leggerlo ci vorrebbe la scientifica. “Sei una donna disponibile. Non sessualmente, eh!”, attacca lui, che ha benissimo introiettato il #MeToo, per cui ogni insinuazione è una molestia. “Tu dai sicurezza, lui no. Ha un’altra, non sa che cosa vuole. Ma anche tu: sempre avventurieri ti cerchi. Vai come una Ferrari contro i muri”. Partiamo bene: in quarta. Lo incalzo: “Nessuno di nuovo?”. Ed esce un uomo con la gorgiera: “Shakespeare!”, dico io. “No, è un uomo buono”, fa lui, che evidentemente conosce William di persona. “Però devi prenderti una pausa di due mesi”. Da che cosa, non si sa.

PIAZZA NAVONA. Olga (nome di fantasia) è russa, ma inizia il consulto spruzzandolo di oroscopo cinese: è globalista, non sovranista, lei. Mi parla di un “uomo tigre: chiunque entri nella sua gabbia viene mangiato”. Poi aggiunge che avrò due matrimoni e due figli, e che un nuovo compagno è all’orizzonte: dopo la tigre, sarà il turno del domatore del circo. Mi offre nel pacchetto anche la lettura della mano. La prego di non parlare di salute. “No, no, traqvilla, no vedo malattii terminalie!”. A quel punto vorrei palparmi scaramanticamente, ma una mano è stretta tra le grinfie sudaticce di Olga e l’altra non posso muoverla, pena malocchio. Alla fine mi rivela che “non do importanza ai soldi”. Con tutti quelli che sto buttando via in cartomanzia, dovrebbero darmi un premio alla beneficenza-deficienza…

TRASTEVERE. Arianna (nome di fantasia) è italo-argentina: ha carte parlanti, con la spiega sotto le figure, per cui pure io posso “interpretarle” facilmente; anzi, sto già pensando di acquistarne un mazzo su Amazon Prime. Per non farsi mancare nulla, sul tavolo ha predisposto un tappetino buddhista e un porta-incenso induista. Non lo fa per afflato spirituale o per amicarsi lo spirito altrui, ma perché a quell’ora è pieno di zanzare, che mal sopportano i fumi d’incenso e gli altarini divini: le zanzare sono atee. Io sto zitta, intimorita: è lei che per prima vuole leggermi la situazione attuale. “Hai problemi con tuo figlio”, insinua. “Ma io non ho figli”, rispondo, sempre intimorita. “Comunque, vedo una terza persona. Potrebbe essere una amante”. Uguale. Quanto al lavoro, avrò una “bella sorpresa” e “persino un figlio” (partorirò in ufficio?). Non sto a puntualizzare che la precedente indovina aveva detto due figli, tanto Arianna è preoccupata solo del tizio che sta montando un banchetto accanto al suo. “Abusivo”, sussurra. “Adesso cacceranno anche noi”.

CASTEL SANT’ANGELO. Nicola (nome vero), editore e libraio di Tlon, legge le carte in senso letterale, cioè legge le figure: il volto pallido della Papessa, la ieraticità dell’Imperatrice, i cavalli bizzarri del Carro, i bagnanti al Sole… Ponderato e filosofico, non prevede nulla: si limita a porre questioni. Le carte mi sembrano buone, ma lui non è convinto, e ci ritroviamo a parlare del Talmud. Però non vale. Nicola non si fa pagare: per saldare il consulto basta acquistare un libro sulle bancarelle di “Letture d’estate”. Così, complice lo sconforto accumulato, mi butto su un saggio sulle vite dei matematici: che danno i numeri sì, ma quelli giusti.

AL TELEFONO. La mattina dopo, a pezzi, decido di chiamare il mio “tarologo” di fiducia, Fulvio. Lui mi spiega, pacatamente, che “è normale che i cartomanti di strada azzardino previsioni negative, o quantomeno incerte, anche per spingere a interrogare di nuovo le carte, e quindi a spendere, a tornare. Lo fanno soprattutto gli indovini telefonici, online…”. Queste mezze risposte, lacunose e negative, funzionano come un gancio tra le parti, innescando spesso un meccanismo di dipendenza nel cliente. Galvanizzata, gli chiedo un consulto veloce. E lui: “Non posso: hai messo troppe cose sul piatto e vorrei tutelare la mia lettura. Però, se sei in difficoltà, possiamo parlarne. Da amici”.

Mia moglie in crisi mistica va alla messa (in scena)

Mia moglie viveva il silenzio come una minaccia fisica, quasi che lasciare scivolare anche soli pochi istanti di vuoto sonoro si rivelasse fatale per la sua stessa sopravvivenza. Passava al telefono intere mezzore per baloccarsi con il riverbero della sua stessa voce. Ogni movimento domestico era sempre brusco e avventato, capace di produrre un fracasso degno di un cantiere. La tv restava sempre accesa, anche a tarda notte, e con un volume ai limiti del tollerabile.

Ecco perché mi sorpresi quando – in quel luglio torrido che trasformò l’angolo di Brianza nel quale vivevamo in una colonia tropicale – cominciò a implorarmi di accompagnarla in chiesa. Sempre nel primo pomeriggio, in quella fascia sospesa del giorno in cui mentre un sole cocente batte sulla vita che si dipana, entrare nel silenzio della dimora di Cristo equivale a consegnarsi alla lenta estinzione di sé stessi. I movimenti scomposti dell’intimità domestica qui diventavano felpati. La sua mano si tuffava lievissima nel battistero. Si segnava sulla fronte e sulle spalle, genuflessa, con una grazia che non le conoscevo. Se il mio passo risuonava appena oltre la superficie di quel silenzio incontaminato mi rivolgeva uno sguardo di feroce disapprovazione. Con un cenno mi invitava a sedere e si infilava rapida in confessionale. Ne riemergeva dopo un tempo interminabile.

Mi domandavo quale urgenza la spingesse a pronunciare litanie davanti a un prete sconosciuto, quale conforto presumesse di ricavarne. Io nel frattempo mi guardavo intorno, in un inarrestabile roteare del capo. Mi sentivo assediato dalle vetrofanie, i cui riverberi luminosi incombevano sulla navata dalle pareti laterali. I santi e gli angeli trapassati sul vetro dal tepore di un’estate irriducibile. Da qualche spiraglio di tanto in tanto giungeva l’eco di voci euforiche di bambini e quel fiotto di vita che entrava in quella quiete assoluta mi turbava nel profondo non perché violasse la sacralità del luogo ma perché mi ricordava il mio tributo di ipocrisia.

Ero lì solo per lei, per assecondare la sua volontà. Restavo seduto davanti al crocifisso appeso alle spalle dell’altare come fossi un turista annoiato in un museo sinistro. Tutto mi sembrava un reticolato di orrori. Non solo certi sguardi di angeli, volti innocenti sfigurati da sorrisi satanici. Ma anche il volto di quella madonna tanto mesta e addolorata da comunicare subito sentore di morte, circondata da un recinto di candele accese. E poi quelle ombre nere, furtive, che pattinavano come fantasmi ai lati della navata. Preti allampanati che non si aprivano mai a un sorriso. Tutto era patibolare. Era questo il luogo che dicevano della speranza e della misericordia? A me pareva piuttosto il contrario.

Mia moglie sentiva il bisogno di consegnarsi ogni settimana a questi guardiani della tristezza che non potevano garantirle nulla in cambio se non parole smerciate come quelle degli imbonitori di piazza? Cosa cercava in quel raccoglimento in penombra, in quei gesti appena abbozzati, in quelle parole mormorate a filo di voce davanti a un uomo con la talare? Una medicina contro il dolore o una salvezza che nessuna preghiera poteva mai propiziare? Non capivo questa sua ostinazione nel frequentare un luogo di culto. Ne aveva sempre avuto un aristocratico disprezzo. Mentre io restavo sordo alle lusinghe dello spirito, lei ne pareva fagocitata.

Mi arrabbiavo, spesso volavano parole grosse nelle discussioni a casa. “Cosa cerchi di ottenere, cosa speri di guadagnare?”, le gridavo. E lei, con gli occhi lucidi, con un gesto della mano a spezzare l’aria, mi ammoniva con uno sguardo muto di tacere, di non infierire, di non trasformare la fede in una nuova contesa coniugale. Non era mancanza di rispetto. Non era furia ottusa. La mia era proprio la volontà di sottrarla a una nuova illusione. Come i più deboli di carattere dinanzi al mistero del male, si rivolgeva agli amministratori di Dio per implorare una quiete dell’anima che aveva sempre visto come una mera invenzione umana. Vederla muoversi in chiesa, con quella compunzione da beghina, mi colpiva come un affronto.

Un giorno, uscendo dal confessionale, con il volto rigato di lacrime, si inginocchiò davanti all’altare con una postura affranta, pregando come se ne andasse della sua stessa vita. Il prete mi fissava dal confessionale aperto. Io mi guardavo intorno smarrito. A piccoli passi si avvicinò, mi prese delicatamente per un braccio, si sedette vicino a me sulla fila di sedie a metà navata. “So come la pensa” mi sussurrò. Io subito accennai un moto di stizza. Ora non volevo subire anche l’onta di una predica. Non l’avrei consentito. Il prete mi strinse il braccio con più vigore, quasi a costringermi ad ascoltarlo. Mi parlò mentre io guardavo fisso un punto in lontananza. “Sua moglie non è caduta in un delirio mistico, non si preoccupi. Finge di pregare. In realtà ripassa la sua parte. Nel confessionale lei recita le sue battute e io quelle degli altri personaggi”.

Dapprima pensai a uno scherzo. Non capivo questo prete burlone. Ma il tono era fermo, lo sguardo di vetro. “Ma di che diavolo sta blaterando?” ringhiai a denti stretti. Lui riprese con calma glaciale. “Sia comprensivo. Sua moglie sarà Bianca nei Dialoghi delle carmelitane. Metteremo in scena Bernanos a fine agosto qui in parrocchia. So che lei è contrario. Ma lasci vivere a sua moglie questa passione del teatro. Guardi a cosa l’ha costretta. A una messinscena per poter recitare”.