Tatuaggi senza legge: l’Ue condanna gli inchiostri

Le notizie sono due: la prima è che l’Agenzia europea per le sostanze chimiche ha stilato un catalogo di almeno 4mila principi alla base degli inchiostri per i tatuaggi che potrebbero essere dannosi per l’uomo. La seconda è che questo dato ha reso evidente che non esiste una normativa di riferimento per questi prodotti né alcuno standard di riferimento a livello europeo su ciò che un tatuatore può iniettare sotto pelle. Insomma: se i coloranti devono soddisfare rigorose norme di sicurezza quando utilizzati in cosmetici o tessuti, non ci sono limiti ufficiali nei saloni di tatuaggi.

”L’industria – scrive Politico. Ue – è frammentata, con molti piccoli operatori. E i produttori generalmente producono pigmenti per altri scopi, poi utilizzati dai tatuatori come inchiostri per tatuaggi. Inoltre, sebbene alcune delle sostanze trovate negli inchiostri abbiano dimostrato di essere cancerogene, non ci sono stati studi che testino il legame diretto tra tatuaggi e cancro nell’uomo”.

L’anno scorso, la Commissione europea ha chiesto all’Echa (l’agenzia europea per le sostanze chimiche) di analizzare le sostanze presenti negli inchiostri. Ne è scaturito un dossier di oltre 500 pagine (la relazione più estesa mai realizzata) con l’indicazione di restrizioni che potrebbero coinvolgere anche 4mila sostanze chimiche. I comitati scientifici dell’Echa entro fine anno invieranno la proposta alla Commissione, che ha tre mesi per decidere se adottarla. In Europa, il 12% della popolazione oggi ha almeno un tatuaggio. Era il 5% nel 2003.

Tra le informazioni rilevate, il fatto che non sempre gli inchiostri sono realizzati per i tatuaggi: i pigmenti sono spesso creati per “applicazioni esterne in prodotti come tessuti, automobili e materie plastiche”, secondo un rapporto del Centro comune di ricerca dell’Ue del 2016. “I produttori di pigmenti non affermano che i loro coloranti possono essere utilizzati nei prodotti per tatuaggi e trucco permanente, anche se ciò accade e sono riluttanti ad assumersi la responsabilità”.

A livello Ue non esistono norme comunitarie sulla sicurezza degli inchiostri per tatuaggi. Esiste solo una risoluzione del 2003 del Consiglio d’Europa che è stata poi aggiornata 5 anni dopo e a cui hanno aderito solo 7 Paesi. Stabilisce che gli inchiostri per tatuaggi devono soddisfare i requisiti minimi per i prodotti cosmetici e alimentari ed esclude l’uso di alcuni prodotti chimici.

E in Italia? Non c’è una normativa. Alcune Regioni hanno emanato dei regolamenti per disciplinare l’attività dei tatuatori, ma spesso sono in contraddizione tra loro o comunque non vengono seguiti. Esistono poi delle linee guida del Ministero della Salute emanate nel 1998 che indicano quali procedure seguire per tatuaggi e piercing in condizioni di sicurezza. Le circolari considerano i rischi di infezioni di tutti i tipi, da quelle dovute alla trasmissione ematica alle cutanee nonché gli effetti tossici. Per il controllo del rischio, si forniscono informazioni sulle norme igieniche generali, le precauzioni, le misure di controllo ambientale. E basta. Nessuna indicazione sulle materie prime.

Assad e i suoi padrini: la Siria dopo la guerra ha un padrone solo

Nessuna operazione militare a tappeto su Idlib. Quella che, fino a pochi mesi fa, sembrava una soluzione obbligata da parte della coalizione in appoggio al presidente siriano Bashar al-Assad, potrebbe essere accantonata o modificata. Almeno per ora. Mosca e Teheran sembrano riuscite a calmare Assad, desideroso di spazzare via qualsiasi resistenza interna, imponendo un piano per limitare gli effetti collaterali. Duro con i gruppi terroristici sunniti, Daesh ma non solo, dialogante coi curdi, Assad è costretto a negoziare con la parte ribelle protetta da Erdogan.

Osservando la mappa attuale ci si accorge di come le ‘macchie’ che un tempo rappresentavano il controllo delle fazioni islamiste radicali e quelle occupate dal Califfato siano, a parte Idlib, quasi scomparse. Piccole sacche di resistenza cancellate dal risiko siriano, dove Assad sembra ormai aver vinto la sua guerra interna, iniziata quasi 7 anni e mezzo fa. Vincente, ma con le mani legate dai suoi partner, senza cui oggi non sarebbe a questo punto. Proprio i creditori di Damasco stanno dettando la linea applicata durante gli accordi di Astana, pronti a essere rinegoziati a settembre.

La Russia ha il controllo totale della situazione, al punto da aver relegato Washington a un mero ruolo di comprimario. L’impegno confuso della Casa Bianca in Medio Oriente mostra pro e contro: impotente in Siria, protagonista assoluta in Iraq dove la situazione resta comunque complessa. A poco servono le dichiarazioni di facciata: “Siamo pronti a collaborare con gli Stati Uniti sulle misure da adottare per la stabilizzazione della Siria e della sua ricostruzione”, ha affermato il comandante dello Stato maggiore delle forze armate russe, Valery Gerasimov, rivolto al suo omologo americano, il generale Joseph Dunford. In realtà Putin e il suo ministro degli Esteri, Lavrov, non intendono spartire la torta col rivale storico.

La strategia per Idlib studiata a tavolino da Mosca e Teheran punta a neutralizzare i potenziali jihadisti ‘reclusi’ nella provincia a nord della Siria attraverso azioni mirate. Nessuna task-force militare, nessuna riedizione dei blitz su Aleppo ed Homs a esempio. In questo senso vanno viste le cosiddette ‘Postazioni di osservazione’, una quindicina di punti speciali realizzati attorno al perimetro dell’area di Idlib. Una morsa attorno alle milizie sunnite più oltranziste, tra cui gli ex al-Nusra, diventati oggi, attraverso modifiche nominative più che sostanziali, Hayat Tahrir al-Sham (Hts).

Il ruolo è doppiamente strategico, una tattica allo specchio nei confronti delle 12 postazioni già erette dalla Turchia. La doppia linea di controllo servirà per sradicare i gruppi islamisti su due fronti. Da una parte Damasco e i suoi alleati, dall’altra Ankara, pronta ad armare i suoi ‘ribelli’, in particolare l’Esercito siriano libero (Fsa) per assumere il controllo della provincia più a ridosso del suo confine nazionale, tra le regioni di Hatay e Gaziantep. Tra gli irriducibili, non solo a Idlib, ci sono ancora sparute cellule dell’Isis. La più ostica è a sud, nel deserto di Suweida, al confine con Giordania e Israele. Negli ultimi giorni il regime di Damasco ha bombardato duramente l’area sotto controllo Daesh, provocando almeno 250 vittime. Un’azione resa necessaria dal fallimento della trattativa posta in essere da Mosca per liberare una trentina di ostaggi.

Ieri intanto, lo Stato Islamico ha diffuso un video con la decapitazione di un 19enne di origini druse. Per risolvere la questione degli ostaggi, i curdi dell’Sdf (Forze siriane democratiche) hanno detto di essere pronti a scambiare prigionieri dell’Isis. A proposito dei curdi, l’unico fronte aperto al dialogo da Assad è proprio con loro. Il 28 luglio, a Damasco, c’è stata la prima riunione ufficiale delle delegazioni trattanti. I curdi, per chiudere la partita interna, chiedono di veder soddisfatti 4 punti: un ministero importante nel futuro governo, possibilmente quello del petrolio; l’insegnamento del curdo come seconda lingua oltre l’arabo nelle scuole; un documento d’identità dedicato alla popolazione e l’integrazione della milizia del Ypg nell’esercito siriano. Assad ci sta pensando.

Bimbi di 3 anni obbligati all’Educazione patriottica

Il governo ungherese guidato da Viktor Orban ha sancito con un decreto promulgato il 25 luglio che sarà obbligatoria anche per i bambini di età tra i tre e i sette anni la materia, introdotta l’anno scorso per la scuola primaria e secondaria, nota come “Educazione patriottica”. Una disciplina che ha come basi teoriche “la consapevolezza dell’identità nazionale, i valori culturali cristiani, l’amore per la patria e l’unione della patria e della famiglia” e che si propone nella pratica scolastica di far imparare agli studenti, a seconda dell’età, detti tradizionali, poesie e canzoni ispirate dal folclore ungherese.

A rivelare il contenuto del decreto è stato il giornale d’opposizione Nepszavà. Sull’argomento è intervenuta Anna Bakony, importante rappresentante della Società pedagogica ungherese che ha espresso a nome degli insegnati ungheresi lo stupore di fronte al provvedimento dichiarando: “Non ne sappiamo nulla e per quanto ne sappiamo non si sono consultati con nessuno”. Poi ha aggiunto: “Al momento, leggende e miti ungheresi hanno già un ruolo nell’educazione della prima infanzia e non è chiaro per ordine di chi e perché questo dovrebbe essere rafforzato. Temiamo strumentalizzazioni”.

Prosegue dunque il programma politico del premier Orban che già tempo fa aveva manifestato l’intenzione di rendere obbligatoria l’educazione militare nelle scuole.

Riconfermato alla guida del Paese dalle elezioni dell’aprile scorso, che hanno assicurato al suo partito Fidesz il 49% dei consensi, il leader magiaro aveva già messo in chiaro le sue idee nel 2012 con l’entrata in vigore della nuova Costituzione. Secondo la Carta adottata sei anni fa il cristianesimo e la nazione sono da ritenere valori fondamentali per il Paese. I suoi oppositori, che da tempo lo accusano apertamente di fascismo e nazionalismo, da ieri hanno un motivo in più.

O Maduro o la resistenza. Ma con chi sta l’esercito?

“Hanno tentato di assassinarmi”. Per il presidente Nicolás Maduro non ci sono dubbi. E punta il dito contro il presidente (uscente) colombiano Juan Manuel Santos, indicato come il mandante ‘politico’ dell’attentato realizzato sabato con due droni carichi di esplosivo, nel corso di una parata militare a Caracas.

Di fronte ai dubbi sollevati dall’opposizione interna – Il Frente amplio Venezuela libre – e da molti media internazionali sul fatto che si sia trattato di un vero attentato, il ministro dell’Interno, Néstor Reverol, ha informato che sono stati utilizzati due droni modello DJI M600, disegnati per uso industriale e caricati con un chilo di esplosivo (militare) C4, carica sufficiente per colpire a 50 metri di distanza. Uno è stato “disarticolato” mediante inibitori di segnale mentre volava vicino al palco presidenziale. Del secondo è stato perso il controllo (a distanza) e l’ordigno è esploso colpendo un edificio. Sette militari sono rimasti feriti, tre sono in “prognosi riservata”. Reverol ha informato che sono state arrestate sette persone individuate come “autori materiali del tentato assassinio del presidente”.

Il ministro degli Esteri, Jorge Arreaza, ha convocato il corpo diplomatico a Caracas per spiegare la dinamica “dell’attacco terroristico” e ha confermato la rivendicazione giunta attraverso Twitter e successivamente su YouTube di gruppo di militari ribelli del Movimento dei Soldados de Franelas (soldati in flanella). Con “l’Operazione Fénix attuata con droni – recita il comunicato – abbiamo dimostrato che sono vulnerabili. Questa volta non abbiamo avuto successo, però è questione di tempo”.

Per il ministro si tratta di una cellula di “rinnegati” che faceva capo al sergente pilota Óscar Pérez di 36 anni che nel giugno dell’anno scorso, a bordo di un elicottero della polizia, aveva attaccato con alcune granate le sedi del Tribunale supremo di Giustizia e del Ministero dell’Interno. Pérez aveva poi fatto perdere le sue tracce fino allo scorso gennaio quando, nel corso di un assalto di truppe speciali del governo in una casa nella zona El Junquito a ovest di Caracas, è stato ucciso crivellato di colpi. Per l’opposizione, Pérez era stato deliberatamente ucciso per impedirgli di fare rivelazioni che avrebbero messo in difficoltà esponenti del vertice bolivariano. Specie in uniforme. Riferendosi a questa azione il ministro Arreaza, ha dichiarato che “quando questa cellula fu smantellata, dopo ore di negoziati e un inevitabile scontro armato, alcuni governi (stranieri) solidarizzarono apertamente con i terroristi e alcuni presidenti affermarono che si è trattata di un’esecuzione”. Dunque il responsabile della diplomazia venezuelana conferma le accuse che dietro l’attentato vi sia il presidente colombiano.

Il Movimiento Nacional Soldados de Franelas è stato formato nel 2014 e raggruppa “ufficiali, sottufficiali, soldati semplici” con lo scopo di – secondo @SoldadoDfranela- “unire tutti i gruppi di resistenza a livello nazionale – militari e civili patrioti leali al popolo – in modo da rendere efficace la nostra lotta contro la dittatura” di Maduro. Nel comunicato su YouTube i militari ribelli affermano di voler “proseguire la nostra lotta perché le Forze armate bolivariane hanno il compito di garantire indipendenza, stabilità e ordine”.

Il Movimento ribelle sarebbe collegato al Grupo AiresVen (Apoyo Internacional a la resistencia venezolana) che rivendica un assalto condotto l’anno scorso alla base militare Paramacay 2° – secondo il governo si era trattato di ‘mercenari’ assoldati per abbattere il governo di Maduro. Il gruppo ha rivendicato anche un secondo attacco – mai confermato – a Fuerte Tiuna, una delle principali basi militari venezuelane. Dal forte sarebbero stati “sottratti molti veicoli” come prova che all’interno delle Forze armate bolivariane vi sono ‘ufficiali intermedi’ pronti ad abbattere il governo. Questi gruppi avrebbero attivato la “Operación Libertad Venezolana” dopo “anni che ci prepariamo come resistenza clandestina”.

L’opposizione venezuelana ha preso le distanze da “soluzioni violente” della “crisi umanitaria” che attanaglia il Venezuela: “La soluzione che merita il nostro popolo è democratica e istituzionale”. Gli oppositori temono però che il governo del presidente Madura possa “approfittare dei fatti di sabato per criminalizzare chi legittimamente e democraticamente gli si oppone.

Il Paese attraversa una crisi economico-sociale acuta: secondo il Fmi l’inflazione galoppa verso le cinque cifre, mentre continuano a scarseggiare medicine e generi alimentari. Per far fronte a questa situazione il presidente Maduro ha lanciato un “piano di recupero economico” che dovrebbe scattare il 20 agosto con l’emissione di una nuova moneta “con cinque zeri in meno” per “facilitare le transazioni finanziarie”.

Intanto il Polo patriottico – che raggruppa i partiti di governo – ha organizzato ieri una marcia nel centro di Caracas in appoggio al presidente.

Fontana, il crociato che “uccide” il voto Cinque stelle

Ogni volta che Lorenzo Fontana parla, un elettore del Movimento 5 Stelle muore, o – come minimo – si chiede com’è stato possibile finire al governo con accanto un tizio così. Trentotto anni anche se ne dimostra forse 83, Fontana è nato a Verona. A guardarlo, si capisce subito come l’uomo mangi pane e volpe a colazione: ha sempre lo sguardo di uno che ha letto la biografia di Paperoga, senza però capirne appieno gli snodi. Leghista della prima ora e vicinissimo a Salvini, era già vicesegretario del Movimento Giovani Padani a 22 anni. Consigliere comunale a Verona, eurodeputato nel 2009 e 2014. Nel 2016 è vicesegretario federale della Lega Nord con Giancarlo Giorgetti. L’anno dopo è vicesindaco a Verona. Poi, nel 2018, Salvini lo vuole in Parlamento. Ed è subito leggenda: prima vicepresidente alla Camera e poi Ministro per la famiglia e disabilità, dove ne combina subito più di Bertoldo. L’informazione che detesta il Salvimaio, cioè quasi tutta, lo cerca come nel 2013 inseguiva gli “sciroccati” eletti coi grillini. Fontana sta a questo governo come i fan di sirene & scie chimiche stavano al M5S: non contano granché, ma fanno folclore e alimentano la narrazione ufficiale secondo cui al governo ci sono dei citrulli pericolosi, mentre all’opposizione si stagliano i Pajetta e Bordiga. Anche ieri Fontana ci ha fatto sognare. “Forse 10 vaccini sono troppi, ma non sono un medico” (e allora perché parli?). “Voglio soldi per il mio ministero. Se non servo posso lasciare” (volesse il cielo). “Risorse a famiglie e disabili o ne trarrò le conseguenze” (brrrr, che paura). “Sulla legge Mancino farò una riflessione con Conte e Di Maio, sono persone di buon senso”. Non senza tracce sporadiche di buon senso, a chi lo accusa di razzismo risponde così: “Io detesto fascismo e razzismo. Da identitario e cattolico non potrebbe essere diversamente. E sono anche per sanzionare severamente queste cose. Però la legge non può essere utilizzata come una clava per zittire qualsiasi pensiero non omologato. Non si può accusare di razzismo l’intero governo per il caso di Daisy Osakue, quando — come si è visto — di razzismo in questa vicenda non c’era l’ombra”. Secondo Fontana, “il nostro popolo è sotto attacco” a causa di unioni civili e migrazioni. E già in questa tesi si scorgono tutti i limiti di Basaglia. Sostiene Fontana che “siamo crociati che combattono non con le spade, ma con gli strumenti della cultura, dello studio e dell’informazione veritiera e corretta una battaglia difficile e faticosa. Ma che comunque condurrà alla vittoria”. Daje. “Da un lato l’indebolimento della famiglia e la lotta per i matrimoni gay e la teoria del gender nelle scuole, dall’altro l’immigrazione di massa che subiamo e la contestuale emigrazione dei nostri giovani all’estero. Sono tutte questioni legate e interdipendenti, perché questi fattori mirano a cancellare la nostra comunità e le nostre tradizioni. Il rischio è la cancellazione del nostro popolo”. C’è però una via per la salvezza: “La battaglia finale è quella per la vita”. E come si combatte, secondo il crociato Fontana? Abrogando la Legge Mancino. Ispirandosi a Putin, “il riferimento per chi crede in un modello identitario di società”. Vietando l’eutanasia, perché “se non si rispetta la vita dal concepimento alla fine naturale, si arriva ad aberrazioni”. E battendosi contro il diritto di aborto, come noto (?) “la prima causa di femminicidio nel mondo”. Se Fontana fosse vissuto ai tempi dell’Inquisizione, le streghe si sarebbero date fuoco da sole. Per sottrarsi al supplizio di ascoltare tutta quella grandinata di cazzate.

Grandi Opere, ora proviamo a fare i conti

Anche il ministro dei Trasporti del governo precedente voleva fare i conti. Ha anche pubblicato delle buone linee guida su come farli, e ne ha reso virtuosamente obbligatorio l’uso per valutare i progetti come si fa in molti paesi sviluppati. Poi ha cambiato misteriosamente idea, e ha deciso che le linee-guida valevano per i progetti degli altri, non per quelli che decideva lui. Uno pensa: magari due o tre. Non esattamente: una infinita lista, per un totale che si aggira sui 130 miliardi di Euro, che, data la situazione del bilancio italiano, è tutto quello che verosimilmente si potrà fare nei prossimi decenni. A scanso di rischi che qualche ministro postero possa avere idee di far cose diverse.

Per nessuno di questi progetti dunque si sono finora fatti conti. Uno pensa: vabbè, le linee-guida parlano di analisi costi-benefici sociali, che sono complicate. Ma non si sono fatte nemmeno banalissime analisi finanziarie (cioè costi e ricavi per lo Stato). Vabbè, il denaro non è tutto. Ma non si sono fatte nemmeno analisi di traffico: cioè non si sa cosa ci passerà su nei prossimi anni. Qui il “vabbè” viene più difficile…

In realtà, qualche analisi costi-benefici è stata fatta, ma si è chiesto senza vergogna sempre all’oste se il vino è buono: per le ferrovie alle Ferrovie dello Stato, per autostrade alle autostrade ecc.. Infatti nessuna di queste analisi è risultata negativa, a volte anche a costo del ridicolo (previsioni di traffico gonfiate, attese di benefici inesistenti ecc.).

Quando qualcuno pensa che è ora di decidere, e che si sono fatti fin troppi conti, dovrebbe ripensarci. Altri che pensano che comunque le grandi opere fanno crescere l’economia del Paese e ci portano in Europa, dovrebbero invece rendersi conto che opere costosissime e di scarsa utilità ci portano in Grecia, non in Europa.

Visto poi che le opere più costose per lo Stato sono quelle ferroviarie (sono le uniche per cui pagano soltanto i contribuenti, gli utenti pagano solo per i treni che usano, e spesso neanche per quelli), per queste ci vuole la massima cautela, grandi o piccole che siano.

Adesso il ministero dei Trasporti guidato da Danilo Toninelli ci prova, pur con tempi e risorse limitate da vari vincoli politici e tecnici (per avere un’idea, le analisi economiche e finanziarie per la Banca Mondiale sono stimate dover costare circa un millesimo del valore del progetto, trattandosi qui di progetti per oltre una decina di miliardi si può capire il problema…). D’altronde, fare scelte che risultino uno spreco anche di parte di quei miliardi costerebbe al Paese di più.

Le analisi costi-benefici sociali (dette “social cost-benefit” in inglese, non hanno a che vedere con le analisi finanziarie: misurano anche i costi ambientali, quelli di sicurezza, i risparmi di tempo, gli effetti occupazionali ecc.).

Queste analisi sono solo stime, non dicono verità, che in questo settore non esistono. Ma sono giudicate a livello mondiale le migliori stime possibili. E non valgono tanto per il loro contenuto tecnico, ma per quello politico, in quanto riducono, non eliminano, l’ “arbitrarietà del principe” nell’uso dei soldi dei contribuenti. La politica deve mantenere l’ultima parola nelle scelte. Ma non può non fare le analisi, e deve renderle pubbliche. Nei Paesi sviluppati questo si chiama “accountability”. Il concetto è da noi così poco praticato che è difficile tradurre il termine.

* Professore di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano, editorialista del Fatto fin dagli inizi, è stato incaricato (senza compenso) dal ministero dei Trasposti di coadiuvare la struttura tecnica di missione per l’analisi costi-benefici delle opere in via di realizzazione

I difensori dei boss fuori dall’antimafia

La battuta che circola tra i ragazzi dei movimenti antimafia milanesi è impietosa: “Un difensore di mafiosi nell’antimafia è come Dracula alla presidenza dell’Avis”. Il caso è quello di Maria Teresa Zampogna, voluta da Forza Italia nel comitato antimafia della Regione Lombardia. La battuta, in verità, è vecchia e non dà piena ragione del fatto che il diritto alla difesa è costituzionalmente garantito a qualunque cittadino.

Ma qui il diritto alla difesa non c’entra nulla, né c’entra “l’attacco all’avvocatura penale”, tanto che il caso Zampogna è stato inizialmente segnalato proprio da alcuni avvocati del foro di Milano. Il problema è di opportunità e di buon senso: chi difende un violentatore è preferibile non sia nominato in un organismo contro la violenza alle donne. “Lotta alla mafia e diritto alla difesa sono funzioni altrettanto importanti, ma diverse tra loro. Ed è bene che restino divise”, scandisce il professor Nando dalla Chiesa, nominato nello stesso comitato, ma che ritiene la sua presenza “non più utile in un organismo gravato da questa ipoteca”.

Monica Forte, M5S, presidente della commissione antimafia del Consiglio regionale della Lombardia, aggiunge: “Potrebbero scoccare casi di sovrapposizione di ruoli e di conflitto d’interessi: la commissione potrebbe trovarsi a chiamare in audizione le vittime dei mafiosi difesi dall’avvocato Zampogna”.

Chi puntava sul buon senso sperava in un passo indietro del legale che ha difeso, come raccontato il 4 agosto dal Fatto Quotidiano, un capo di Cosa nostra come Salvatore Lo Piccolo, un uomo della ’ndrangheta come Carmine Valle, un funzionario pubblico legato alla mafia calabrese come Carlo Chiriaco. Niente da fare. Zampogna non coglie quanto sia inopportuna la sua presenza nel comitato antimafia. Stila un lungo comunicato di smentita in cui non smentisce nulla. Conferma anzi di aver davvero difeso Lo Piccolo, arrestato nel 2007 dopo 25 anni di latitanza e considerato il capo di Cosa nostra a Palermo: “L’ho assistito a Milano soltanto per quanto concerne i diritti carcerari a Opera del 41 bis, ottenendo dalla Cassazione l’eliminazione della telecamera in toilette”. Conferma di aver difeso Chiriaco, il potentissimo medico che si vantava delle sue imprese mafiose, da “colletto bianco” ma anche da “soldato” (intimidazioni, violenze e perfino un tentato omicidio): “Dopo averlo assistito per un mese dall’arresto”, precisa, “ho scelto di rinunciare al mandato”.

Nega invece di aver difeso Domenico Zambetti, diventato assessore in Lombardia grazie ai voti comprati dalla ’ndrangheta: è il politico che con il suo arresto ha fatto implodere nel 2012 la giunta regionale allora guidata da Roberto Formigoni. Ha ragione, l’avvocato Zampogna: non ha assistito il politico che comprava i voti, ma – peggio – il mafioso che glieli vendeva.

È Alessandro Gugliotta, calabrese impiantato ad Arona, figlio del boss di Oppido Mamertina e affiliato al clan Di Grillo-Mancuso. Arrestato insieme a Zambetti e processato con rito abbreviato, è stato infine condannato con sentenza definitiva a 9 anni e 10 mesi. Aveva portato a “Mimmo” Zambetti i voti che gli avevano permesso di diventare assessore alla Casa, in cambio di soldi e di appalti promessi a società legate alla ’ndrangheta. E, già che c’era, Gugliotta si dava da fare in Lombardia partecipando anche a estorsioni nei confronti di imprenditori e commercianti ed è indicato nell’ordinanza d’arresto come uno dei partecipanti al sequestro-lampo di Mauro Galanti, rapito a Cornaredo e rilasciato dopo il pagamento di un riscatto.

A proposito di smentite che non smentiscono, anche l’avvocato Armando Veneto – ex senatore dell’Ulivo, amico di Marcello Dell’Utri e “maestro” di Maria Teresa Zampogna – ha inviato una letterina di protesta al Fatto che aveva ricordato la sua orazione funebre al funerale di Girolamo Piromalli, “don Mommo”, boss riconosciuto della ’ndrangheta della Piana. “Andai al funerale di Piromalli perché lo avevo strenuamente difeso”, ammette il Pigmalione della Zampogna, che conferma pure di aver preso la parola, “per ringraziare gli intervenuti come ancora oggi si usa fare a Gioia Tauro”. Niente di preparato però, assicura, solo la risposta (positiva) alla richiesta di un parente, “al quale, data la circostanza, non potevo sottrarmi”. La richiesta fu esaudita: “Mi limitai a ringraziare a nome dei familiari”. Un’orazione funebre lampo e improvvisata.

Dal passato al presente, dal sud al nord, dalla Calabria del vecchio avvocato di Palmi alla Lombardia della sua discepola, Maria Teresa Zampogna, l’avvocato dei boss che oggi vuole a tutti i costi sedere nel comitato antimafia.

Mail box

 

L’esperienza dei docenti conferma l’articolo di Pontani

Ho molto apprezzato l’articolo di Pontani sulla scuola, che condivido pienamente nel contenuto e ho salutato con soddisfazione per la forma pregevole. Posso solo aggiungere che l’esperienza mia e di amici universitari prima studenti e poi docenti di materie scientifiche concorda pienamente.

Maurizio Galliera

 

L’ipocrsia dei buonisti inciampa sulla frittata

Mi permetto di rispondere all’interessantissima domanda di Travaglio al Pd&Salvini Production: nessuno paga tutti i gentiluomini e le gentildonne smaniosi di emettere fiati! Grande ipocrisia, enorme voglia di protagonismo, ricerca spasmodica di buonismo a buon mercato. Chi meglio di una frittata in faccia a una brava ragazza di colore, per giunta italiana, può portare acqua al mulino dei renzomani in cerca di una resurrezione impossibile? Mai capitava che tre imbecilli (uno figlio piddino), svegliassero i buoni istinti, per niente interessati, di una massa di rosiconi privi di ritegno: un po’ di sana vergogna non guasterebbe a gente che vive di ipocrisia e falsa solidarietà. Mi piacerebbe sapere se tutta questa buonissima indignazione ci sarà quando altri accadimenti simili coinvolgeranno i poveri raccoglitori della piana del Salento. Non atleti, non conosciuti, anzi invisibili per tutte quelle bocche aperte, solo per dare aria alle ugole! Forse davvero lavorano gratis. Per sè stessi.

Susanna Di Ronzo

 

La scarsa trasparenza delle compagnie telefoniche

Pochi giorni fa mi arriva sul cellulare Vodafone un sms che dice che il servizio “Rete Sicura” si rinnoverà al costo di un euro. Poichè non ho mai richiesto quel servizio e non ne sapevo nulla chiamo il 190. Dopo 15 minuti di attesa mi risponde dall’Albania una gentile signorina che mi dice che ho quel servizio attivo da maggio, cioè da quando ho chiesto un cambio di tariffa.

Ma io obietto che non ho richiesto quel servizio e nessuno mi ha avvertito che era in automatico collegato ai cambi di tariffa. Mi dice anche che può disattivarlo subito, ma non può ridarmi indietro i 4 euro fin qui prelevati dal mio conto telefonico.

Ora, mi risulta che Vodafone in Italia ha milioni di clienti. Se fa così anche solo con un terzo di essi si mette in tasca milioni di euro, sottratti a clienti inconsapevoli che per 4 euro non le faranno certo causa. Se così fosse, visti i numeri, un pensierino a una causa collettiva andrebbe fatto.

Albertina Lodi

 

Sui gay Papa Bergoglio ha ancora molto da fare

Si è avuto notizia che dopo un breve pausa matrimoniale (o meglio, viaggio di nozze) con un altro uomo, l’ex parroco di Selva di Progno (Verona) Giuliano Costalunga, tornerà a dire messa. In una serata di Luglio, il vescovo di Verona Monsignor Zenti spiegò ai fedeli scioccati i contorni della vicenda. A sorpresa, al termine della comunicazione pubblica di sospensione automatica al sacerdote presente tra la folla, Zenti abbracciò il novello sposo e lo congedò dicendogli “sei un mio prete”. Nonostante le lusinghiere parole proferite in extremis, Zenti non rinnovò la carica al primo “sposo sacerdote” sdoganato da un alto prelato. Probabilmente deluso per il mancato reintegro, mediante la pagina Facebook della Chiesa Vetero Cattolica Americana, il don&marito Giuliano ha comunicato che il 6 settembre celebrerà messa eucaristica presso la parrocchia Grassobbio (Bergamo). Un’occasione persa per Chiesa di Verona e per i molti fedeli diversamente orientati che avevano visto in Giuliano Costalunga il discepolo perfetto di Bergoglio che non giudica i gay.

Gianni Toffali

 

DIRITTO DI REPLICA

Con riferimento all’articolo, pubblicato il 28 giugno 2018, dal titolo: “Copiava, la sospesi: ora la Ferragni fa l’influencer”, riguardante l’intervento, da me svolto nel corso del convegno “Le innovazioni che cambieranno il mondo. Le utilities sono pronte?”, organizzato dall’associazione delle imprese di servizi pubblici e rivolto, dunque, nelle mie intenzioni, ai soli presenti, circa un centinaio, vorrei correggere un’imprecisione in cui sono incorso, nel citare fatti risalenti al 2011, confidando nella mia memoria.

Ho, infatti, erroneamente riferito che la Signora Chiara Ferragni, al tempo studentessa di Giurisprudenza, anche se non del mio insegnamento, era stata sospesa per sei mesi. La effettiva decisione della Signora Ferragni di lasciare gli studi universitari, dunque, non ha avuto alcuna attinenza con un episodio mai verificatosi.

Peraltro, tengo a precisare che, nel contesto del discorso, il riferimento a Chiara Ferragni, sia pure errato, aveva lo scopo di sottolineare come la scelta di diventare “fashion blogger” fosse stata vincente e dunque il suo esempio è stato citato solo per valorizzare e riconoscere la capacità dei giovani di creare percorsi professionali innovativi, sottolineando il talento di una persona in grado di diventare leader riconosciuta a livello mondiale nella sua professione, avendo il coraggio di abbandonare strade più tradizionali e sicure e, perciò, ancor di più mi spiace dell’involontario equivoco.

Giovanni Valotti

Troppa enfasi su CR7. Non è juventinità, è “solo” la notizia dell’anno (calcistico)

Con l’arrivo di Cristiano Ronaldo tutte le tv e tutti i media in generale si sono rincorsi nel chi parlava di più di questo nuovo giocatore della Juventus. Si sa in Italia il correre verso il carro dei vincitori è il nostro sport nazionale per eccellenza. Lei signor Beccantini non è stato da meno, in più ci ha messo la sua risaputa juventinità. Certo nel parlare di questo arrivo alla Juve ha elencato a corredo “tutti” gli arrivi di calciatori eccellenti dagli anni ’80 in poi (non tutti da condividere come campioni), ma ha omesso di parlare dell’arrivo di Paulo Roberto Falcao in una squadra che in quel periodo combatteva in Italia (si fa per dire) la “sua” Juventus, con le armi della legalità sportiva, che non bastarono alla A.S. Roma a farle vincere gli scudetti che avrebbe meritato. Infatti negli anni a venire scoppiò Calciopoli con la Juventus al centro della antisportività che di solito le è normale. Infine, le volevo ricordare, che è più difficile e dignitoso il no di Di Natale che il sì di Cristiano Ronaldo.

Ermanno

 

Gentile Ermanno, mi creda: questa volta il carro del vincitore – sul quale, come ha correttamente chiosato, noi italiani siamo maestri nel salire e nello scendere – non c’entra un tubo. E non c’azzecca neppure il richiamo a Calciopoli, mai negata. Il fatto (non quotidiano) è stato e rimane il trasferimento di Cristiano Ronaldo dal Real Madrid alla Juventus.

Una notizia. Di più: “la” notizia. A maggior ragione per via dell’età, 33 anni, le cui insidie non sono state certo trascurate. Prenda il Maradona che irrompe a Napoli nel 1984 e lo sposti nel 2018: lei stesso si sarebbe speso come si sono spesi i giornali e le tv con Cristiano. Capisco il suo tifo, la sua passione e persino la sua gelosia, ma quand’anche avessi sbagliato a non inserire Falcao, e magari ho sbagliato – perché, come diceva Voltaire, “il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola” – neppure un errore del genere avrebbe ridimensionato la portata dell’epifania del cinque volte Pallone d’oro, al netto dell’enfasi che può averla infastidita. Non l’ho inserito, Falcao, perché arrivò in Italia che, appunto, non era ancora Falcao. Lo diventò a Roma nella Roma grazie alla Roma. Ricordo lo scetticismo di molti colleghi della capitale. Gli altri che ho citato erano già “nomi”, non solo “cognomi”. E, nel rispetto della sua opinione, anche campioni.

Quanto poi al rimbalzo tra il no di Di Natale e il sì di CR7, mi sono limitato a porre dei confini cronologici. Liberissimo, lei, di trasformarli in dogane moraleggianti.

Roberto Beccantini

Il Nucleo speciale Fiamme gialle: 2 mila interventi nel 2017

1680 interventi nel 2016, che sono aumentati del 24 per cento l’anno successivo. Sono i numeri – tra indagini di polizia giudiziaria e accertamenti amministrativi su richiesta dell’Autorità Nazionale Anticorruzione – delle operazioni sulla corruzione degli scorsi anni della Guardia di Finanza. E c’è un gruppo in particolare delle Fiamme Gialle che si occupa di contrastare proprio i fenomeni della corruzione. È il Nucleo speciale anti-corruzione che è stato istituto nel 2015 . Nei prossimi mesi è in programma un potenziamento, con due ufficiali e altre 14 persone da inserire nell’organico. La struttura è divisa in due gruppi: quello “Anticorruzione e trasparenza” e quello “Funzione pubblica”, che contano complessivamente 87 finanzieri. Il Nucleo ha delle specifiche articolazioni, dislocate nei capoluoghi di Regione, da Roma a Palermo, da Genova a Potenza. Qui lavora il gruppo della finanza che è referente dell’Anac e che agisce su delega dell’ispettorato per la funzione pubblica. In altre parole si occupa degli accertamenti sulla regolarità amministrativa e contabile delle pubbliche amministrazioni, ma anche delle procedure di assegnazione degli appalti pubblici, di cui controlla anche costi e risultati.