Dalla Asl al governatore dem: così inizia l’indagine sulla sanità

Il reato di corruzione viene contestato ad alcuni indagati dell’inchiesta della Procura di Matera sulla sanità lucana. Nel mirino dei pm ci sono finiti infatti presunti scambi di favori di un dirigente sanitario, che in un caso, per fare un esempio, favorendo un imprenditore otteneva in cambio lavori per la sua abitazione. In questa indagine, ma per altre vicende completamente diverse, viene indagato Marcello Pittella, governatore dem della Basilicata: non è accusato di corruzione ma di abuso d’ufficio. L’inchiesta nasce con la denuncia del 2016 di un ex dipendente della coop Croce Verde Materana il quale racconta “irregolarità contributive da parte del datore di lavoro nell’espletamento del servizio appaltato dalla Asl per il trasporto degli infermi svolto a suo dire da personale non regolarmente assunto”.

Mentre indagava, però la Finanza di Matera ha scoperto anche altri reati, commessi da dirigenti pubblici. Ne è venuto così fuori “un avvilente quadro di tale condizionamento della sanità pubblica da parte di interessi privatistici e di vile asservimento a logiche clientelari politiche”, come scrive il gip Nettis. Il giudice parla di un “sistema di corruzione e asservimento della funzione pubblica”, con la “politica che condiziona la gestione delle aziende sanitarie e le procedure per assumere personale”.

Il supermarket delle sentenze, vendute per 500 euro

Da cinquecento a mille euro. Secondo i magistrati di Bari, era il costo pagato a pubblici ufficiali corrotti per ottenere decisioni favorevoli da parte delle commissioni tributarie provinciali di Foggia e regionali. Per gli investigatori era un sistema fraudolento, “nell’ambito del quale si sono verificati 52 episodi corruttivi in relazione a contenzioni proposti da 40 contribuenti”.

Così a novembre scorso sono state emesse dal Tribunale di Bari 10 ordinanze di misura cautelare e 3 misure interdittive. Corruzione in atti giudiziari, truffa e falso, erano i reati contestati a vario titolo. Secondo le accuse, alcuni funzionari amministrativi in cambio di denaro o altre utilità pilotavano le cause su giudici compiacenti o anche svogliati: alcuni giudici – per gli investigatori – emettevano decisioni favorevoli al contribuente in cambio di somme di denaro; altri, invece, pur in mancanza di utilità personale, frodavano l’amministrazione tributaria delegando completamente, di fatto, la giurisdizione a funzionari che deliberavano, limitandosi alla sola firma della sentenza con introito delle indennità previste per l’attività decisoria. E c’era anche un commercialista foggiano che aveva uno dei funzionari tributari direttamente a libro paga, per 400 euro al mese.

“Sei fuori dalla lista”: e partì il terremoto nell’Università

Il ciclone che travolge l’università di Firenze parte a settembre del 2017. Con strascichi che continuano anche l’anno successivo. Lo scorso autunno nel mirino dei magistrati fiorentini finisce il mondo delle abilitazioni per aspirare alle cattedre universitarie di Diritto tributario. Alcune per i pm sono pilotate. Sette professori universitari vanno ai domiciliari (tutti revocati), 22 vengono sospesi. Mentre 59 erano gli indagati della Procura di Firenze. L’inchiesta nasce dall’esposto dell’avvocato Philip Laroma Jezzi: aveva titoli superiori ai candidati proposti da due studi tributari.

Ha denunciato tutti dopo che gli fu detto: “Non sei nella lista, ritirati dal concorso”. Una frase che, per gli investigatori, nasconde logiche di spartizione territoriale e scambi di favori, “con valutazioni non basate su criteri meritocratici, bensì orientate a soddisfare interessi personali e professionali”, come la descrivono i finanzieri (l’indagine è stata delegata al Nucleo di polizia economico-finanziaria di Firenze).

Corruzione, induzione indebita e turbativa del procedimento amministrativo erano i reati contestati a vario titolo. Per qualche mese il terremoto si assesta. Ma a gennaio arriva un’altra scossa: altri due professori vengono interdetti. E un’altra ancora il mese successivo: altri tre non possono più insegnare.

2018 da record: in cinque mesi raddoppiate le mazzette 2017

Dall’inizio dell’anno in Italia sono girate quasi 40 milioni di euro di mazzette. E si tratta solo di quelle scoperte dalla Guardia di Finanza. È questa la fotografia delle condotte corruttive che impressiona ancora di più se si pensa che l’anno scorso, in tutto il 2017, il valore si è assestato a 27 milioni. Cifra abbondantemente superata nei soli primi cinque mesi di quest’anno.

A raccogliere i numeri che raccontano la corruzione nel nostro Paese sono le Fiamme Gialle, al cui interno è stato istituito nel 2015 anche un Nucleo specifico per il contrasto alle mazzette. I report dei finanzieri, aggiornati fino a due mesi fa, fanno un identikit di tutto il Paese.

In diciassette mesi, da gennaio 2017 a maggio 2018, sono state portate a termine 2.732 operazioni. Un numero crescente rispetto a quello di due anni fa: dal 2016 al 2017 gli interventi sono aumentati del 24 per cento e solo quest’anno ce ne sono stati 642, con 115 arresti per reati contro la pubblica amministrazione, come concussione, corruzione, abuso d’ufficio e peculato.

Il 2017 è stato l’anno di inchieste come quella della Procura di Firenze sulle corruzioni nel settore delle abilitazioni per accedere alla cattedra di diritto tributario (i pm in questo caso non ipotizzavano scambio di denaro ma accordi corruttivi che influenzavano le valutazioni dei candidati da parte dei membri delle commissioni) o anche quella della procura di Matera su un presunto supermarket delle sentenze nelle commissioni tributarie provinciali di Foggia e regionali, con dispositivi venduti anche per mille euro, secondo l’impostazione iniziale dei magistrati.

E non sono più rassicuranti i dati sul peculato, reato che riguarda i pubblici ufficiali. Il valore del peculato è in aumento costante. Negli ultimi 17 mesi ha sfiorato 358 milioni di euro: 323 milioni lo scorso anno, che è comunque il 42 per cento in più rispetto al 2016. E pensare che si tratta di un reato commesso da chi dovrebbe rappresentare lo Stato.

Tasto dolente anche il settore degli appalti pubblici. Secondo i numeri raccolti dalla Guardia di Finanza, il valore complessivo delle procedure sulle quali le fiamme gialle hanno fatto accertamenti, da gennaio 2017 ad oggi, si assesta a circa 7,2 miliardi di euro: di questi su appalti per 2,9 miliardi di euro sono state riscontrate irregolarità, 300 milioni solo nel 2018.

E qui entra in gioco anche la Corte dei Conti. Solo nel 2018 sono stati accertati 605 milioni di danni erariali, con le casse dello Stato in sofferenza, “collegati a procedure contrattuali pubbliche”: praticamente è già stata raggiunta la cifra (695 milioni) dell’interno 2017.

Al di là di intercettazioni e denunce, la corruzione (che ha diverse forme, oltre alla vecchia tangente) viene scoperchiata anche grazie alle segnalazioni di operazioni sospette che spesso danno modo agli investigatori di far emergere forme di riciclaggio e di reimpiego di denaro “sporco”: da inizio 2017, 397 segnalazioni sono confluite in procedimenti penali. In parte si tratta di tesoretti nascosti nei cosiddetti paradisi fiscali, sui quali lo Stato italiano con difficoltà riesce a mettere le mani. E non serve andare troppo lontano: per fare un esempio, da tempo la procura di Roma fa il braccio di ferro con le autorità svizzere per il denaro di due imprenditori che è stato sequestrato o confiscato ma che non si riesce a recuperare.

 

La parabola di Funiciello

Eterno astro nascente nel Pd veltroniano-renziano-gentiloniano Antonio Funiciello ha appena esordito con una rubrica su l’Espresso. Amara parabola: sui giornali aveva iniziato da giovane blairiano, ai giornali ritorna nell’ora più buia del riformismo. Funiciello aveva scalato le gerarchie a suon di incarichi, consulenze e ruoli più o meno prestigiosi nei travagliati anni che hanno portato all’ascesa e alla dissoluzione del Pd. Prima portaborse di Morando, poi vicino un po’ a tutti quelli importanti nel partito – nell’ordine: Zanda, Giorgio Napolitano, Veltroni, poi persino Epifani (che lo fece responsabile Cultura nella sua breve segreteria) – il nostro era esploso definitivamente all’apogeo del renzismo. Vicino a Matteo nel momento d’oro, molto rapido a ricollocarsi dopo il disastro del referendum, malgrado fosse lui stesso il direttore del comitato BastaunSì. Funiciello è stato portavoce di Luca Lotti e poi capo dello staff di Gentiloni. Perfetto prototipo di “Homo Gentilonianus”, secondo la definizione dello stesso Marco Damilano che oggi dirige l’Espresso e gli offre una consolazione, forse magra, dopo i fasti di Palazzo Chigi. Era “l’intellettuale per eccellenza del renzismo” (Lettera 43), ha attraversato tutte le stagioni (e tutti gli uomini) del Pd di governo. È tornato, per ora, a fare il giornalista. Ma sicuramente non finisce qui.

La bio-rivoluzione Lego: in arrivo mattoncini vegetali

Lego porta la plastica vegetale tra i suoi mattoncini. La compagnia ha iniziato a mettere in commercio un set realizzato con un polietilene “bio”, una plastica morbida ottenuta dalla lavorazione della canna da zucchero. La novità, annunciata nel marzo scorso, ha raggiunto per primi i negozi Lego di Germania, Austria e Regno Unito, per poi toccare Usa, Canada e altri Paesi. Il primo set lanciato si chiama “Plants from Plants” (“piante dalle piante”) e contiene 29 pezzi tra alberi e cespugli. Fino al 17 agosto sarà consegnato in regalo a chi fa acquisti di almeno 35 euro nei tre Paesi europei. Lego ha collaborato con il Wwf per sostenere e creare la domanda di mercato per una plastica generata da fonti sostenibili e ha aderito alla Bioplastic Feedstock Alliance, un’iniziativa dell’associazione ambientalista per garantire l’approvvigionamento sostenibile della materia prima – la canna da zucchero – per l’industria delle bioplastiche. Lego è una delle oltre cento grandi compagnie che hanno aderito a Re100, la campagna per raggiungere il 100% di energie rinnovabili. La società danese ha annunciato di essere arrivata al traguardo nel maggio del 2017.

“Attentato” dei fake: a Palermo primi indagati

Non è ancora possibile fare alcuna conclusione: il direttore del Dis, Alessandro Pansa, ascoltato ieri dal Copasir sulla questione degli attacchi web contro il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nella notte tra il 27 e il 28 maggio, dopo la mancata nomina di Paola Savona alla guida del ministero dell’Economia, ha chiarito che c’è materiale per andare avanti nelle indagini. Nel frattempo, sono “attentato alla libertà del presidente della Repubblica e offesa all’onore e al prestigio del Capo dello Stato” i reati per i quali procede la Procura di Roma nel fascicolo avviato sui presunti attacchi web, dietro i quali si sospetta possa esserci l’azione di troll russi.

Insomma, si starebbe assistendo a una sorta di complotto internazionale. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Antonio Racanelli e dal pm Eugenio Albamonte (reati informatici e antiterrorismo), è stata avviata alla luce dell’informativa della polizia Postale. Nel procedimento si ipotizza anche il reato di sostituzione di persona in relazione agli oltre quattrocento profili twitter, tutti riconducibili ad un’unica origine, comparsi sui social la notte tra il 27 e il 28 maggio.

L’audizione di Pansa al Copasir era stata programmata da tempo per un aggiornamento sui temi più caldi della sicurezza – immigrazione, terrorismo internazionale, controllo dei siti strategici, eventuali interferenze sull’economia – ma quattro giorni fa l’ordine del giorno è stato ampliato.

Dunque, l’intelligence e gli uomini della Postale stanno lavorando per capire chi ci fosse dietro i 400 profili che quella notte agirono per sostenere la richiesta di impeachment portata avanti da Luigi Di Maio nel tentativo di far crescere la pressione sul Colle e convincerlo a una retromarcia su Savona. Questo mentre l’incarico a Giuseppe Conte sembrava tramontato e Mattarella aveva annunciato l’intenzione di conferirlo a Carlo Cottarelli.

Ieri, per quanto riguarda le vicende legate alle campagne sui social network e alla presunta creazione di profili twitter, il direttore Pansa ha riferito al Copasir, presieduto da Lorenzo Guerini. Tutto secretato e massimo riserbo da parte dei componenti. Che però hanno deciso, tutti d’accordo, di affidare le informazioni da dare all’esterno a una nota rilasciata dallo stesso Guerini. “Sono in corso i necessari approfondimenti da parte delle strutture specializzate della nostra intelligence e al momento non è possibile formulare conclusioni”: così la nota riassume l’audizione. Insomma, la questione è aperta. Tanto è vero che nell’audizione dello stesso premier Conte, già programmata per settembre, si affronterà anche questo argomento. Sono state poi stabilite le audizioni dei direttori di Aisi e Aise, nonché dei ministri componenti il Cisr (Comitato Interministeriale per la sicurezza della Repubblica).

Anche a Palermo è stata aperta un’inchiesta: sono stati individuati 39 profili, 5 iscritti per attentato alla libertà del capo dello Stato, tra cui un’educatrice palermitana, in attesa dell’esito dell’ordine di esibizione a Facebook per capire se sono perdigiorno individuali o se c’è una ripetitività degli indirizzi IP che lascia supporre una regia. Il Pm non lo esclude: ma tra grande regia internazionale e iniziative individuali, evidentemente la differenza è molta.

Quanto fa chic il dibattito sui troll anti-Quirinale (e “chissene” di Prodi&C.)

Sotto le mura di Capalbio un gruppo di habitué benpensanti e ben vestiti, scopre il sapore forte della resistenza al Governo spalleggiato da Putin. “Ma l’hai sentita questa cosa dei Tvoll russi contvo Mattavella?”, dice la signora con la evve moscia che si porta bene tra Pescia e “Gavavicchio”. Tutti concordano. Vien da chiedersi perché la signora non chieda ai suoi commensali: “L’hai sentita questa storia della società di Alan Friedman che nel luglio 2011 chiedeva 200 mila euro al mese per fare lobby con i politici europei e con i media a favore del presidente Viktor Janukovych, quello filo-Putin?”. Oppure: “L’hai saputo che Friedman era pagato da Paul Manafort, l’uomo della campagna di Trump, quello del Russiagate? E lo hai letto che una società di lobby filo-ucraina pagava l’ex cancelliere austriaco Alfred Gusenbauer? E che Friedman sosteneva nelle sue mail di voler usare Gusenbauer per reclutare altri politici e quello poi pagava Romano Prodi per migliorare i rapporti internazionali dell’Ucraina?”. O ancora: “Lo sai che Prodi ha scritto un articolo sul New York Times, rivisto con Friedman, prima della pubblicazione, e modificato mediante un tale che poi nel 2017 è diventato portavoce di Rick Gates, il socio di Paul Manafort?”. O ancora: “Lo sai che in quell’articolo Prodi si scagliava contro i manifestanti più violenti e chiedeva di non applicare le sanzioni europee contro Janukovich? E che, proprio quel giorno, il 20 febbraio 2014, la Polizia a Kiev uccideva decine di manifestanti?”.

Infine: “lo sai che sul sito del giornale che ha lanciato giovedì l’allarme contro i troll russi, il Corriere, c’è un video del 14 marzo 2014 nel quale Prodi, con Friedman accanto, parla di Ucraina vantandosi di aver votato contro il suo ingresso in Europa e di aver parlato del tema con Putin?”.

Nessuna di queste domande echeggia nelle sere di Capalbio, ma nemmeno nelle redazioni dei giornali. Le interferenze russe sono di moda solo se riguardano i tweet che partono da San Pietroburgo in favore di Salvini e Di Maio, non se imbarazzano Prodi e Friedman, due soggetti ben integrati nell’establishment che controlla i giornali.

Alessandro Pansa, capo del Dis che coordina i servizi segreti italiani, è stato chiamato a riferire in Parlamento sui tweet. La Procura di Roma ha aperto un’indagine contro ignoti nella quale si ipotizza accanto al vilipendio, punito fino a 5 anni, anche l’attentato alla libertà del capo dello stato, punito da 5 a 15 anni. La Polizia Postale e l’antiterrorismo sono già sulle tracce dei troll travisati e si contesta anche la sostituzione di persona, punita fino a un anno. In questo clima il Corriere ha scomodato la sua migliore cronista, Fiorenza Sarzanini, per scovare la pistola fumante, un tweet, scelto tra tanti forse perché triangola con i sovversivi annidati nel nostro giornale: “In risposta a @fattoquotidiano Mi vergogno di essere siciliano come #Mattarella il siciliano è un popolo da sempre succube della mafia. Ora abbiamo un Presidente della Repubblica SUCCUBE.” Firmato Davide S.”.

Il messaggio farebbe parte, secondo il Corriere, della tempesta di tweet anti-Mattarella originata da un’unica fonte, nella notte tra il 27 e il 28 maggio 2018, quando il Capo dello Stato si oppose alla nascita di un governo con Paolo Savona ministro dell’Economia.

Il pezzo del Corriere bolla quell’attacco come “un tentativo andato a vuoto che però non cancella la pressione politica esercitata sulla più alta carica istituzionale e dunque consente ai magistrati del pool antiterrorismo di Roma di procedere nell’ipotesi che dietro il tweet storm ci fosse un disegno eversivo”. Ecco spiegata l’inchiesta per attentato alla libertà di Mattarella. A troll estremi, estremi rimedi. Nel pezzo si delinea l’identikit di chi avrebbe dato il via al coro anti-Colle: “Una società specializzata (…) il primo profilo sarebbe stato creato con un’iscrizione avvenuta in Italia, quella dello snodo dati che si trova a Milano”.

A ben vedere prima della tempesta di tweet non c’era la quiete. La sera del 27 maggio Luigi Di Maio telefonò a Fabio Fazio in diretta tv per chiedere la messa in stato d’accusa di Mattarella. Quattro milioni di italiani sentirono non un troll ma il leader che aveva appena preso 10,5 milioni di voti fare pressione sul Capo dello Stato. Al confronto la pressione dei tweet messi in circolo dai 360 profili nel mirino della Procura sembra una piuma. Eppure la Procura ha scelto di sparare con il bazooka dell’articolo 277 codice penale sul branco dei leoni da tastiera anonimi del 27 maggio, ignorando il capo branco a volto scoperto.

Se dietro alla tempesta dei tweet ci fosse una sola mano sarebbe una notizia dal punto di vista giornalistico. Se poi la società fosse legata a Lega e M5S sarebbe una doppia notizia anche dal punto di vista politico. Ma siamo proprio sicuri che sarebbe anche una notizia di reato?

In fondo un cittadino, se non esagera fino al vilipendio, ha il diritto di criticare il presidente per la scelta (a parere di chi scrive legittima, ma secondo alcuni costituzionalisti al limite delle sue prerogative) di porre il veto su un nome del nascente governo. Magari è stupido ma è lecito chiedere la messa in stato di accusa e le dimissioni di un Capo dello Stato che sacrifica sull’altare dei mercati un ministro indicato dalla maggioranza.

Il limite del codice penale resta quello dei reati di vilipendio e attentato alla libertà del Capo di Stato, ora contestati ai troll ignoti. Entrambi sono un retaggio dell’epoca monarchica e sul reato più grave non c’è praticamente giurisprudenza. Sul più lieve vilipendio la Corte di Appello, dopo una condanna in primo grado, ha assolto Francesco Storace che aveva usato parole poco gentili verso Giorgio Napolitano: “indegno di una carica usurpata a maggioranza”. L’attentato alla libertà e all’onore invece è stato contestato già dai pm di Palermo a cinque utenti che avevano contestato troppo duramente Mattarella a maggio.

Oggi il tintinnar di manette però non è rivolto verso chi insultò il presidente sui social in solitudine. Bensì verso chi aprì il 27 maggio tanti profili twitter finti per attaccare Mattarella simultaneamente.

Ora sarà il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a dover autorizzare la Procura a procedere, come per il caso del presunto vilipendio contro Mattarella del padre di Alessandro Di Battista. Certamente Bonafede autorizzerà e sapremo finalmente chi sono registi della tweet-storm. Però resta la sensazione che una pena da 5 a 15 anni di galera sia eccessiva. In fondo i tweet ora all’attenzione dei pm di Roma, presi individualmente, non erano stati incriminati. Oggi lo sono perché secondo i giornali ci sarebbe una regia unica. Ma le orde organizzate dei troll non sono una novità. Tutti i personaggi pubblici subiscono ondate di offese da utenti anonimi. Al massimo querelano il singolo e non invocano la Polizia per scovare il regista. Si dirà che il Capo dello Stato non è un cittadino qualunque. Ma siamo sicuri che sia un bel Paese quello nel quale un gruppo di troll (magari organizzati da un partito) può attaccare un giornalista o un cittadino mentre la stessa strategia diventa reato gravissimo quando nel mirino finisce un’alta carica? L’antica regola della stampa, nata per servire i governati e non i governanti, si dovrebbe applicare anche a Twitter. Se poi davvero dietro alla fabbrica dei troll anti-Mattarella ci fossero i russi, le cose sarebbero diverse: le interferenze andrebbero investigate a fondo dai servizi segreti e dalla Polizia.

In quel caso sarebbe utile persino una commissione di inchiesta contro le ingerenze della lobby filo-Putin anche per individuare i rimedi normativi alle incursioni estere. Però, oltre al presunto regista dei tweet anti-Mattarella, bisognerebbe convocare in Commissione anche Prodi per chiedergli dettagli sui soldi che ha preso dall’ex cancelliere austriaco Alfred Gusenbauer e sulle mail scambiate con Friedman. Il Fatto ci ha già provato, senza successo.

Toninelli vs Salvini: “Dire sì al Tav viola contratto di governo”

“L’unica grande opera che è stata inserita nel contratto di governo è il Tav, il treno ad alta velocità Torino-Lione: chi dice che è un’opera buona o cattiva non sta rispettando il contratto di governo”. Lo ha detto il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli a margine di una visita alla spiaggia di Ostia. “Perché lì c’è scritto – ha aggiunto riferendosi al contratto di governo – che va ridiscussa integralmente in base agli accordi tra Italia e Francia ed il sottoscritto sta facendo proprio questo”.

La dichiarazione del ministro delle Infrastrutture del Movimento 5 Stelle arriva all’indomani di quelle del collega Salvini, ministro dell’Interno, intervenuto per rispondere ad Alessandro Di Battista, che aveva richiamato il M5S alla purezza dei principi no Tav (e no Tap): “Bisogna calcolare fino all’ultimo centesimo – aveva detto il titolare del Viminale – Aspetto i risultati degli studi. In linea di massima, culturalmente sono più per fare che per disfare – conclude Salvini -“. Se non fare il Tav ci costasse due, tre o quattro miliardi, è chiaro che andrebbe fatto”.

La strage dei braccianti: 16 vittime in 3 giorni

Altri dodici migranti morti e tre feriti. È questo il bilancio dell’incidente stradale avvenuto ieri nei pressi di Lesina – lungo le campagne del Foggiano –, poco distante da dove un altro scontro, tre giorni fa, aveva provocato quattro vittime. La dinamica è la stessa: un tir che trasportava prodotti farinacei ha impattato contro un furgone con targa bulgara carico di passeggeri extracomunitari di ritorno dai campi di pomodori dove lavoravano come braccianti.

Tra le cause dell’incidente la più probabile sembra essere quella di un colpo di sonno dell’autista del furgone che potrebbe aver invaso la corsia del camion. In serata la polizia ha poi fatto sapere di aver identificato sette dei dodici stranieri morti, risultati tutti immigrati regolari residenti in Italia.

I tre sopravvissuti, tra cui l’autista del tir, sono stati trasportati all’ospedale di San Severo (Foggia) e adesso sono fuori pericolo. Il groviglio di lamiere sulla scena dell’incidente ha complicato non poco il lavoro degli inquirenti, subito intervenuti sul posto assieme ai vigili del fuoco e alle ambulanze del 118. Il loro compito, adesso, sarà quello di ricostruire la vicenda e accertare se, come già denunciato dai sindacati, i braccianti fossero impiegati nella raccolta dei pomodori con modalità riconducibili al caporalato.

Gli extracomunitari provenienti dal Nord Africa costituiscono la maggior parte della manodopera impiegata nei campi di pomodori, con turni di lavoro che possono superare le dodici ore e con paghe da non più di 4 euro l’ora.

Proprio la Puglia – la provincia di Foggia in particolare – è da tempo al centro di continue sollecitazioni da parte delle sigle dei lavoratori: “Chiediamo un intervento pubblico per il controllo del territorio – ha detto ieri Pino Gesmundo, segretario della Cgil Puglia – e l’istituzione di servizi per l’accoglienza e trasporto pubblico”.

Dopo l’incidente di ieri, l’Unione sindacale di base ha rilanciato per domani uno sciopero dei braccianti agricoli. Una marcia, più che uno sciopero, perché nelle intenzioni del sindacato la protesta si muoverà dall’ex ghetto di Rignano, l’accampamento abusivo dove vivevano oltre 500 braccianti, fino al centro di Foggia. I partecipanti indosseranno un berretto rosso con stampata la sigla del sindacato, per ricordare quelli che portavano sulla testa i migranti morti nell’incidente di sabato.

Neanche il dramma, però, riesce a unire tutti i sindacati: nello stesso giorno della “marcia dei berretti rossi”, Cgil, Cisl e Uil hanno indetto un’altra manifestazione in piazza della Stazione a Foggia, a cui parteciperanno assieme alle rispettive sigle di categoria, alla segretaria generale della Cgil Susanna Camusso e a una serie di associazioni e enti (tra cui Caritas, Arci e Legambiente).

Lì, nonostante le rassicurazioni di Matteo Salvini – che ha annunciato “controlli a tappeto per combattere il caporalato” e che oggi sarà a Foggia, come anche il presidente Giuseppe Conte – i sindacati arriveranno con richieste specifiche per il governo: “Il ministro Salvini – è la voce di Pietro Buongiorno, segretario generale dell’Unione italiana lavoratori agroalimentari – si renda conto di cosa accade per le strade in questi giorni di grandi raccolte e convochi immediatamente un tavolo di crisi al Viminale”.