Inferno a Bologna Scoppia tir col Gpl. Almeno un morto

Alcuni hanno pensato a un attentato. Qualcun altro ha pensato si trattasse dello scoppio di una bombola, salvo poi cambiare idea. Chi ha visto da vicino le fiamme si è trovato di fronte a scene apocalittiche: una colonna di fuoco e fumo si è alzata sul cielo, visibile da tutta Bologna. Almeno una vittima, decine i feriti, 14 in gravi condizioni.

Verso le 13.45 di ieri sull’autostrada A14 Bologna-Taranto all’altezza di Borgo Panigale, quartiere popolare alla periferia del capoluogo emiliano, un’autocisterna che trasportava gpl è andata contro un altro camion fermo a causa dell’incolonnamento. I mezzi coinvolti hanno subito preso fuoco. Per fortuna, nonostante il traffico di questi giorni d’agosto, c’è stato tempo di allontanare gli altri veicoli che percorrevano l’A14 e la vicina tangenziale nord, perché nel giro di pochi minuti il liquido infiammabile nell’autocisterna è esploso: “La deflagrazione è stata molto violenta e ha squarciato le lamiere dell’autocisterna che molto probabilmente trasportava Gpl”, ha spiegato il coordinatore emergenze dei vigili del fuoco dell’Emilia-Romagna Giovanni Carella. Il botto è stato talmente forte che una parte dell’autostrada, sopraelevata rispetto al terreno, è crollata su via Emilia Ponente e via Marco Emilio Lepido.

I veicoli di due concessionarie sono andati a fuoco, mentre finestre, vetrine e serrande degli edifici nei paraggi sono stati danneggiati dall’onda d’urto.

Un solo morto, accerta la prefettura che coordina i soccorsi. È il conducente dell’autocisterna. 68 invece i feriti ricoverati negli ospedali cittadini. Quattordici persone sono gravi e tre sono state trasportate ai Centri grandi ustionati di Parma e Cesena. Molti dei feriti sono delle forze dell’ordine, undici carabinieri e tre agenti della polizia stradale, di cui uno in condizioni serie.

I vigili del fuoco, arrivati anche da Modena, Ferrara e altre zone, hanno spento le fiamme in tre ore usando pure un elicottero che si caricava di acqua al fiume Reno. I pompieri, poi, hanno raffreddato l’area per cercare altre eventuali vittime con le squadre “Urban search and rescue” e quelle cinofile. Nel frattempo i volontari di protezione civile distribuivano bottiglie d’acqua ai cittadini costretti a lasciare la propria abitazione. La procura ha aperto un’inchiesta contro ignoti ipotizzando il reato di disastro colposo. A occuparsene sarà la polizia stradale.

Molti i messaggi di cordoglio. “Come sempre Bologna saprà tirare fuori tutta la sua solidarietà istintiva che abbiamo visto in altri fatti analoghi che hanno coinvolto la città – ha detto l’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi –. Sono certo che anche questa tragedia sarà affrontata con il concorso di tutti”. “Come sempre Bologna sa reagire e agire – ha commentato il sindaco Virginio Merola –. Questa è la forza della nostra città”.

Oggi arriverà il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: “Quello che noi possiamo assicurare come governo è di agire subito – ha detto il vice, Luigi Di Maio – e rispondere alle informative urgenti proposte da alcuni senatori”. “Approfondiremo le cause degli incidenti – ha annunciato il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli su Twitter – e interverremo laddove possibile per evitare che simili tragedie capitino di nuovo”.

Un volo pindarico da 18 miliardi di euro

È considerato da Vito Riggio, presidente dell’Enac (Ente nazionale aviazione civile), il coronamento di una vita. Per l’ex politico democristiano, che il prossimo 21 ottobre deve lasciare la carica nell’ente pubblico, tenuta per 15 anni, il raddoppio dell’aeroporto di Fiumicino si deve fare e Basta. Quando il nuovo ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli (5 Stelle) ha osato mettere in forse l’opera, Riggio gli ha intimato di non immischiarsi: “Il nostro programma – ha detto – è basato su un piano approvato con il parere della Conferenza Stato-Regioni e un decreto del presidente della Repubblica. Uno può fare tutti gli studi che vuole ma se l’Enac non è d’accordo si va avanti”.

L’Enac tifoso. Più che un ente di controllo e garante tecnico, quando si parla di Fiumicino il presidente dell’Enac che si sbraccia come un tifoso della curva nord. Arrivando a sostenere tesi ardite, come quella esposta sul sito istituzionale. Per spiegare che il raddoppio è indispensabile, si sostiene che per far fronte allo stesso traffico che a Heathrow (Londra) si svolge su 2 piste, a Fiumicinio ce ne vogliono 5. Siccome è desiderabile che lo scalo romano cresca come quello londinese e siccome raddoppiare Fiumicino dal punto di vista delle piste vuol dire asfaltarne una quarta, e forse una quinta, ecco dimostrato ciò che a Riggio sta a cuore.

Il raddoppio. Da un decennio la società concessionaria della gestione, Aeroporti di Roma (Adr) del gruppo Atlantia, della famiglia Benetton, insiste per il raddoppio. Il progetto fu presentato per la prima volta con una cerimonia a villa Madama a Roma il 15 ottobre 2009 alla presenza del capo del governo, Silvio Berlusconi, del presidente Adr del tempo, Fabrizio Palenzona, del sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta e del sindaco di Roma, Gianni Alemanno. I Benetton sono i proprietari della riserva di Maccarese, cioè di 900 dei 1.300 ettari che dovrebbero essere occupati dalle nuove piste e dai nuovi terminal. Quei 900 ettari sarebbero espropriati dallo Stato, presumibilmente ben pagati, visto che dovrebbero servire per la realizzazione di una’ opera di interesse nazionale.

Speculazione. Sulla gigantesca operazione grava quindi il forte sospetto di una eccezionale speculazione fondiaria. Il valore complessivo degli investimenti è di circa 18 miliardi di euro, 6 volte il Tav Torino-Lione. Dodici miliardi e mezzo sarebbero a carico di Adr, finanziati con l’aumento delle tariffe di 10 euro a biglietto aereo già in vigore dalla fine del 2012 grazie al governo Monti. Cinque miliardi e mezzo di euro li dovrebbero mettere enti pubblici come Anas e Ferrovie.

Il progetto. Adr prevede di realizzare il raddoppio in tre fasi nell’arco di 27 anni a partire dal 2018. Nella prima fase (2018-2021) dovrebbero essere effettuati gli espropri per far posto alla quarta pista, lunga 3 chilometri e 300 metri. Nella seconda, dal 2021 al 2030, dovrebbe essere costruito il megaterminal a nord dell’attuale sedime, una struttura parallela alla pista lunga quasi un chilometro e mezzo e larga 50 metri, ma sorprendentemente priva di un people mover per gli spostamenti interni. Nella terza fase, 2030 – 2045, dovrebbe essere costruito un secondo terminal uguale al precedente e la pista numero 5.

Il traffico. Il gancio a cui Adr e Enac hanno appeso la necessità del raddoppio è il traffico di passeggeri stimato in enorme crescita a Fiumicino. Le previsioni ufficiali per quanto riguarda i movimenti (atterraggi e decolli) stimavano che sarebbero stati 354.633 nel 2017. In realtà sono stati 297.961, ai livelli di 15 anni fa, con uno scarto negativo del 18%.

Stato dell’arte. Enac a marzo 2017 ha presentato al ministero dell’Ambiente lo Studio di impatto ambientale (Sia), che avvia la procedura di Valutazione di impatto ambientale (Via). Di recente il nuovo ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ha sospeso le nomine per la commissione Via effettuate a febbraio dal suo predecessore Gianluca Galletti. Il Sia non risulta approvato e in mancanza di questa approvazione il progetto di ampliamento di Fiumicino è sostanzialmente bloccato. Nel 2013 il ministero dell’Ambiente ha escluso qualsiasi tipo di edificabilità su molti terreni del raddoppio tra i quali quelli della Riserva naturale del litorale romano. Enac ha fatto ricorso al Presidente della Repubblica che ha chiesto un parere al Consiglio di Stato, che ancora non si è espresso. Si sono espressi invece contro il raddoppio la Presidenza del Consiglio dei ministri, la Regione Lazio e il comune di Fiumicino.

Alternative. Il Comitato Fuoripista, organizzazione piccola ma attivissima, si batte contro il raddoppio, non contro la crescita dell’aeroporto che, anzi, auspica. Avvalendosi di tecnici e professionisti il Comitato ha presentato un accurato progetto di sviluppo tutto all’interno dell’attuale sedime con un costo previsto inferiore di 4 volte. Il piano è stato presentato all’Enac, che ha fatto finta di niente.

Sbloccato un miliardo per gli investimenti dei Comuni virtuosi

Allentati i vincoli di bilancio dei Comuni. Grazie a un emendamento di maggioranza al testo del decreto Milleproproghe, approvato ieri in Senato, i Comuni in attivo potranno spendere gli avanzi di amministrazione sui loro territori. ”Negli ultimi anni”, dice il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro, “i Comuni hanno subito tagli pesantissimi, pari a 8 miliardi dal 2011 al 2017. Con il patto di stabilità prima e il pareggio di bilancio poi, i sindaci sono stati costretti a ridurre i servizi. Il Governo intende invertire la rotta dell’austerità”. Con la nuova norma sarà possibile sbloccare 140 milioni di euro per l’anno 2018, 320 milioni per il 2019, 350 milioni per il 2020 e 220 milioni per il 2021. Un miliardo di euro in 4 anni da utilizzare, come si legge nel testo dell’emendamento, in settori di spesa, tra cui “i trasporti, le infrastrutture, la ricerca, la difesa del suolo, l’edilizia pubblica, la riqualificazione urbana”. Soddisfazione anche nella Lega, che da anni chiede la possibilità, per gli enti locali con i conti a posto, di poter spendere le proprie risorse sul territorio.

Ilva, Arcelor Mittal non riduce gli esuberi

Ancora una volta l’incontro tra Arcelor Mittal e i sindacati sul futuro dei lavoratori Ilva è finito con un nulla di fatto. Ieri i proprietari “in pectore” dell’acciaieria sono arrivati senza nuove proposte al tavolo del ministero dello Sviluppo economico. Al termine del vertice, Luigi Di Maio ha anche detto che sta per chiedere all’Avvocatura dello Stato un parere sull’eventuale annullamento della gara (sulla quale l’Anticorruzione ha mosso alcuni rilievi). “La gestione del caso Ilva – ha aggiunto – è stata portata avanti da chi ha sempre governato per le lobby e mai per cittadini”.

Nel frattempo il piano di Arcelor Mittal sull’occupazione resta quindi quello di sempre: il colosso industriale è disposto ad assumere solo 10 mila dei 13.500 attuali dipendenti in servizio negli stabilimenti in mano all’amministrazione controllata. Insomma, restano i quasi 4 mila esuberi di inizio trattativa. Servirà un nuovo round, ma senza un’iniziativa dell’azienda sarà impossibile fare passi avanti. Di Maio ha affermato che “Arcelor Mittal deve battere un colpo: cominci a dire che si sposta dai numeri di Calenda (il suo predecessore allo Sviluppo economico, ndr) e forse possiamo cominciare a ridiscutere”.

Dello stesso avviso sono i sindacati, che però tirano in ballo anche lo stesso governo: “L’esecutivo – ha detto la leader Fiom, Francesca Re David – è uno dei firmatari del contratto di aggiudicazione, e quindi deve assumersi le proprie responsabilità”. Rocco Palombella della Uilm chiede che si riconvochi immediatamente il tavolo. Si è ipotizzata una nuova riunione per domani, ma visto lo stallo è più facile che ci si riveda verso il 20 agosto. Marco Bentivogli della Fim giudica “inaccettabile la posizione dell’azienda sugli esuberi”, ma chiede al governo di “garantire le condizioni di partenza messe in campo dal precedente governo”.

Il riferimento è all’accordo firmato da Arcelor Mittal e l’ex ministro Carlo Calenda. Un’intesa accettata solo dal sindacato dei metalmeccanici Cisl e rispedito al mittente da Cgil e Uil. Prevedeva l’assunzione di 10 mila lavoratori da parte dei nuovi proprietari, e l’assorbimnento di altri 1.500 in una nuova società che si occuperebbe di bonifiche. Per gli altri, incentivi all’esodo volontario (stanziati 200 milioni). Dopo quel mancato accordo le trattative sono proseguite fuori dal ministero, comunque senza mai arrivare a una sintesi. Il problema è che Arcelor Mittal non vuole impegnarsi ad assumere i lavoratori rimasti eventualmente in esubero dopo il 2023. Dare questa garanzia, secondo l’azienda, sarebbe un disincentivo alle dimissioni: insomma, nessun lavoratore andrà via volontariamente se sa che poi, male che vada, sarà riassunto.

Sulle navi alla Libia decide Minniti: il Pd alla Camera non vota

È dopo una giornata di intensa battaglia parlamentare che il Pd a Montecitorio non partecipa al voto del decreto con il quale il governo cede 12 motovedette alla Libia. Provvedimento fortemente voluto da tutto l’esecutivo, che stanzia un milione e 150 mila euro per “il ripristino in efficienza, l’adeguamento strutturale e il trasferimento” delle imbarcazioni in Libia e un milione e 370mila euro per la formazione del personale della Guardia costiera e della Marina libica. Il sì arriva solo in serata con 382 favorevoli e la decisione del Pd di uscire dall’Aula, mentre i voti contrari sono stati 11 (i 3 di +Europa e Leu). Il dibattito segna soprattutto lo smarcarsi dei Dem, che in Senato avevano detto di sì. Ma è l’occasione per tutti i gruppi per tentare di piantare qualche bandierina su un tema cruciale come quello dell’immigrazione.

In mattinata, si registra l’aggressione verbale del relatore (leghista e vicinissimo a Matteo Salvini), Eugenio Zoffili, a Gennaro Migliore (reo di essere intervenuto subordinando il sì del Pd al rispetto dei diritti umani): “Che cazzo vuoi? – gli dice, facendo segno con il gesto della mano -, vieni qui”. Viene poi bocciata la pregiudiziale di costituzionalità presentata da Roberto Magi (Radicali).

Ma è l’intervento di Marco Minniti, ex ministro dell’Interno, che dà la linea al Pd (e alla giornata): “Noi stiamo dando le motovedette alla Guardia costiera libica. C’è un punto vero di dissenso: fino a qualche mese fa la Guardia costiera libica era un pezzo di un sistema di salvataggio e soccorso, insieme con la Guardia costiera italiana, con le organizzazioni non governative, con Sophia e con Frontex. La Guardia costiera italiana deve tornare a occuparsi del Mediterraneo centrale. Non possiamo voltarci dell’altra parte”. Minniti si alza in Aula durante la discussione di uno degli emendamenti del Pd al decreto (quello in cui si chiede la presenza di personale specializzato dell’Oim e dell’Unhcr nei centri e a bordo delle motovedette) per marcare – in una sede ufficiale – la distanza tra la sua politica e quella dell’attuale governo e allo stesso tempo rivendicarne la paternità.

Un equilibrio difficile, che i Dem stavano cercando da giorni. Dice Minniti: “Nei mesi scorsi abbiamo lavorato perché si costruissero le condizioni affinché le Unhcr e Oim andassero a Tripoli. Noi abbiamo fatto i corridoi umanitari, non chiudeteli”.

Minniti dà il via al Pd per non partecipare al voto. Piero Fassino in commissione Esteri ci aveva tenuto a rivendicare la paternità dell’azione del governo, mentre Matteo Orfini aveva cercato di schierare il Pd sul no. Da notare che Nicola Molteni, sottosegretario agli Interni, si riallaccia proprio all’intervento di Minniti per dire che “i migranti devono arrivare in Italia e non solo in Italia”. Lo stesso Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri del M5S, cita l’Oim e l’Unhcr. Per il ruolo e i rapporti che ha avuto (e che ha tuttora) nessuno può o vuole contraddire l’ex titolare del Viminale.

Respinti i 2 emendamenti dem, la discussione si infuoca nel pomeriggio dopo l’intervento della deputata del Movimento, Sabrina De Carlo, che attacca i democratici: “Con il loro voto contrario confermano che non hanno a cuore questo Paese; pensano solo ai loro conflitti interni, le lotte intestine tra le correnti di un partito ormai ridotto in pezzi”. Intervento che fa scattare il Pd. “Non partecipiamo al voto perché riteniamo che ci sia una questione che va al di sopra degli interessi di parte. E non abbiamo visto da parte della maggioranza nessuna intenzione di venire incontro a questo tentativo”, rivendica la responsabile Esteri, Lia Quartapelle, che in questi giorni ha cercato di tenere il gruppo unito. Parte l’ostruzionismo: tutto il Pd si iscrive a parlare. E poi esce dall’Aula. Prove tecniche di opposizione.

Calano le entrate tributarie, ma solo per gli slittamenti

Nei primi sei mesi 2018, le entrate tributarie ammontano a 198,515 miliardi, in calo di 6,406 miliardi rispetto allo stesso periodo 2017 (meno 3,1%). Lo comunica il ministero dell’Economia. Questa diminuzione, però, è dovuta solo allo slittamento a luglio del versamento delle imposte in auto-liquidazione e allo spostamento, da maggio a novembre, del versamento dell’acconto dell’imposta sulle assicurazioni. Al netto di questi fattori, quindi, le entrate sono aumentate del 2,6%. Il gettito delle imposte dirette è pari a quasi 103 miliardi di euro, con una diminuzione di 7,6 miliardi rispetto al primo semestre del 2017. Il gettito delle imposte indirette, invece, ammonta a 95.565 milioni di euro e registra una crescita di 1,270 miliardi (più 1,3%). Il risultato è legato all’andamento del gettito dell’Iva aumentata di quasi 1,2 miliardi. Le entrate dei giochi, nei primi sei mesi del 2018, ammontano a 7,35 miliardi di euro con una variazione positiva di 501 milioni di euro (+7,3%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le entrate tributarie derivanti dalle attività di accertamento e controllo si sono attestate a 4,58 miliardi (più 224 milioni di euro, pari a +5,1%).

Vaccini e proroghe: i ricorsi sono un’incognita

Dalle proroghe alle Regioni che minacciano ricorsi: al via un’altra stagione di polemiche sui vaccini dopo i due emendamenti di Lega e M5s al Milleproroghe per cancellarne l’obbligo per le scuole dell’infanzia e, qualora il decreto non fosse approvato in tempo, per il mantenimento dell’autocertificazione come unico vincolo.

Proroghe. Lo slittamento dell’obbligo al 2019-2020 sarebbe la seconda proroga in due anni: il decreto Lorenzin aveva spostato al 2018 la scadenza per presentare la documentazione ufficiale (10 marzo e 10 luglio) dell’avvenuta immunizzazione. L’ex ministra aveva parlato di una “fase di transizione” necessaria per permettere alla macchina di avviarsi, alle aziende ospedaliere di adeguarsi. Solo dopo ci sarebbero state sanzioni e allontanamenti dagli istituti. Le nuove autocertificazioni, invece, non hanno scadenza.

Reati.Dal punto di vista del ministero, un’autocertificazione non veritiera è comunque a rischio di reato di falso in atto pubblico. I dieci vaccini, infatti, restano obbligatori. Ma c’è il primo nodo è: chi dovrebbe controllare? Sempre la scuola. Tra uffici senza personale e l’assenza della connessione vaccino-iscrizione, è difficile che gli istituti si dedichino a una mansione così impegnativa in aggiunta a quelle tradizionali. Ieri, il periodico Tuttoscuola ha messo in dubbio la validità della misura sostenendo che per legge non sia possibile autocertificare la condizione di salute: “Certamente non è una nota ministeriale a modificare la normativa di settore.”

Modifiche.L’idea del governo è di emanare una legge che adegui le vaccinazioni alle necessità locali, sulla base di eventuali problemi nelle coperture vaccinali. Per farlo c’è però bisogno di un monitoraggio puntuale e di un’anagrafe vaccinale che contenga elenchi dei bambini vaccinati, da vaccinare o non vaccinabili. È anche previsto un finanziamento di 2 milioni di euro. I sistemi di monitoraggio locali sono ancora lacunosi e differenti tra loro, le banche dati non dialogano. Alcuni sostengono che il piano richiederebbe almeno due anni, durante i quali si rischia la riduzione delle coperture (aumentate del 4%).

Ricorsi.Intanto, nei giorni scorsi molte Regioni hanno annunciato ricorsi alla Consulta. “La competenza sulla sanità è sia dello Stato che delle Regioni – spiega il costituzionalista Enzo di Salvatore – ma i livelli essenziali delle prestazioni sono invece competenza dello Stato”. In pratica, è lo Stato che stabilisce dove arrivano i livelli essenziali che riguardano i diritti. “L’eventuale conflitto d’attribuzione potrebbe riguardare l’impugnazione di un provvedimento che non sia una Legge (come un decreto ministeriale o un atto amministrativo). Una legge andrebbe invece impugnata entro 60 giorni e la motivazione potrebbe essere l’invasione della competenza regionale”. Il coinvolgimento delle Regioni infatti, non è previsto per la stesura delle leggi mentre può essere richiesto nei casi in cui si produce un atto amministrativo. “Funziona così: lo Stato stabilisce i principi e le Regioni fanno il resto. Se però lo Stato dovesse ritenere che ci siano esigenze di carattere unitario da salvaguardare in modo uniforme sul territorio, può entrare anche nel dettaglio e al massimo, poi, prevedere il coinvolgimento delle Regioni tramite un accordo”. A novembre, ad esempio, la Consulta ha respinto i ricorsi presentati dal Veneto perché la scelta dell’obbligo vaccinale “spetta al legislatore nazionale”. Poi però ha specificato: “È una scelta ragionevole per difendere la salute collettiva, prevenendo la diffusione delle malattie”.

 

Consob, l’unica via d’uscita per Nava: ammettere l’errore

Il presidente della Consob Mario Nava ha una via d’uscita dall’angolo in cui si è messo: ammettere che la linea tenuta in questi mesi era sbagliata e chiedere l’aspettativa dalla Commissione europea di cui è funzionario o presentare a Bruxelles le dimissioni. Il dossier sulla sua nomina, decisa dal governo Gentiloni, è sul tavolo di palazzo Chigi: il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è un giurista amministrativo e ha ben chiaro quanto è delicato il caso. Dopo lo scontro tra il ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio e il presidente dell’Inps Tito Boeri sugli effetti negativi del decreto Dignità, l’ultima cosa che Conte vuole è dare all’esterno l’impressione di un attacco dell’esecutivo all’autorità indipendente che vigila sulla Borsa. Ma a Conte è altrettanto chiaro che la situazione va risolta. E il verdetto finale spetta proprio ai commissari Consob.

Riassunto delle puntate precedenti. Quando Nava si è insediato, lo scorso 16 aprile, ha dichiarato come di rito di non avere cause di incompatibilità. Eppure la legge istitutiva della Consob è chiara: i dipendenti pubblici “sono collocati d’ufficio in aspettativa”. Nava è dipendente della Commissione europea che, sostiene chi contesta la nomina, è equiparata a un ente pubblico italiano. Ha ottenuto da Commissione e governo Gentiloni di andare in Consob in distacco, anzi, come si è scoperto poi leggendo i documenti interni, “in comando”, cioè rimanendo dipendente a tutti gli effetti della Commissione, senza quei requisiti di indipendenza che sono necessari per la Consob, dicono i critici.

Ai tempi di Gentiloni la presidenza del Consiglio, il Quirinale, la Corte dei Conti e la Commissione hanno tutti dato il via libera alla nomina, anche se il distacco di Nava dura soltanto tre anni e il mandato in Consob sette. Ma questo non basta a chiudere il caso oggi, tra interrogazioni del M5S e perplessità crescenti anche nelle istituzioni.

Non c’è alcuna versione ufficiale chiara sul perché Nava si sia così impuntato invece di prendere l’aspettativa o dimettersi, come fece per esempio un altro funzionario europeo, Enzo Moavero Milanesi nel 2011, peraltro per fare il ministro in un governo con un anno di vita. Oltre alla garanzia di stipendi futuri superiori a quello da presidente Consob (240.000 euro), Nava conserva così intatte le sue prospettive di carriera a Bruxelles e può ambire a incarichi più elevati, visto che continuerà a maturare anzianità.

La potenziale incompatibilità di Nava rischia di aprire un inferno di ricorsi da parte di chi non vorrà contestare le decisioni della sua Consob e ormai è diventata anche una questione di principio per il governo e – pare – per il Quirinale. Pur nel rispetto delle rispettive competenze e dell’indipendenza della Consob, Conte ha fatto capire di non considerare affatto chiusa la questione. Anzi, non considera chiuso neppure il processo di nomina di Nava che pure si è insediato in aprile.

L’articolo 4 del regolamento interno Consob, infatti, stabilisce che “ove un componente incorra in una delle cause di incompatibilità (…), la Commissione, esperiti gli opportuni accertamenti e sentito l’interessato, stabilisce un termine entro il quale il componente è tenuto ad esercitare l’opzione”. In teoria dovrebbe essere il presidente della Consob a riferire al Consiglio dei ministri sull’esito della procedura. Ma a palazzo Chigi non danno peso al cavillo: i quattro commissari dovranno riferire al governo se Nava è incompatibile. Il premier Conte “prenderà atto” dell’esito della procedura. Tra i quattro commissari c’è in corso un vivace dialogo sul da farsi, Giuseppe Maria Berruti e Paolo Ciocca pare siano per la linea dura. Così non sarà il governo a mettere in discussione la permanenza di Nava alla Consob, ma gli altri commissari. E l’indipendenza dell’authority sarà rispettata.

Le dimissioni di Nava dalla Consob non sono uno scenario auspicato da nessuno. Ma l’economista milanese ha un unico modo per togliere tutti dall’imbarazzo: mettersi in aspettativa o dimettersi dalla Commissione Ue.

Seggiolini salva-bebè obbligatori dal 2019. Ma servono incentivi

Una legge per evitare altre tragedie di bambini morti perché dimenticati per distrazione sui seggiolini in auto. Negli ultimi 10 anni sono state registrate 8 vittime, e per questo ieri la commissione Trasporti della Camera ha approvato una norma che prevede l’obbligo di montare a bordo dei speciali dispositivi acustici che ricordino la presenza del bimbo. Il ddl è firmato dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorga Meloni, ma ha trovato consensi bipartisan: prevede la modifica dell’art. 172 del codice della strada, ora serve la ratifica del Senato perché diventi legge. L’obbligo scatterà comunque solo a luglio 2019: prima il governo avrà tempo per lavorare sugli incentivi, visto che i sensori possono costare anche centinaia di euro. Per obbligare i costruttori di veicoli o seggiolini ad adeguarsi ci sarebbe voluto un intervento a livello europeo, così la novità rischia di ricadere tutta sulle spalle delle famiglie. Un impegno a finanziare contributi o detrazioni è stato garantito dal ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, ma lo stanziamento dovrà essere concordato col Ministero dell’Economia e ancora non ci sono certezze sulle cifre.

Il Pd si appella a Fico e Casellati: “Tutelino il Parlamento”

Mentrela questione della presidenza Rai è lontana dall’essere risolta, il Partito democratico pretende garanzie contro eventuali forzature regolamentari della maggioranza. Per questo ieri i capigruppo dem Andrea Marcucci e Graziano Delrio hanno incontrato la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e il presidente della Camera Roberto Fico: “Abbiamo apprezzato la disponibilità dei presidenti di Camera e Senato, – hanno commentato gli esponenti Pd a fine incontro – abbiamo posto con molta forza la questione della presidenza della Rai. È chiaro l’indirizzo e la bocciatura da parte della commissione di Vigilanza del candidato presidente Marcello Foa”. Il governo, secondo i dem, dovrebbe quindi “prenderne atto“ e agire di conseguenza: “Abbiamo lanciato un appello e chiesto a Fico e Casellati di intervenire a difesa del Parlamento, della Camera e del Senato e delle nostre prerogative”. L’incontro di ieri con i presidenti era stato richiesto dai capigruppo Pd Marcucci e Delrio la scorsa settimana.