“Ne scelgano uno nuovo o l’azienda è bloccata”

“Il nome di Marcello Foa non può essere riproposto in commissione”. Roberto Zaccaria, presidente della Rai dal 1998 al 2002 e professore di diritto costituzionale all’Università di Firenze, non ha dubbi: “La legge è chiarissima, manca il requisito normativo per continuare a proporre un nome già bocciato dalla Vigilanza”. Il “consigliere anziano” Foa – spiega Zaccaria – è dotato di poteri minimi: “Può limitarsi a convocare il consiglio d’amministrazione”.

La Lega spera di superare lo stallo politico e riuscire a conferire un incarico pieno a Foa. Può farlo?

Il nostro ordinamento non prevede assolutamente che si possa riproporre lo stesso nome alla commissione di Vigilanza. La lettura per un giurista è evidente: è previsto dalla legge che ha riformato la Rai (la 220 del 2015) ma è soprattutto un principio generale.

Quale?

I pareri parlamentari non possono essere replicati all’infinito. Se non si determina il quorum, la maggioranza dei due terzi – che è la condizione risolutiva di efficacia – quell’operazione è conclusa. Non si può insistere sullo stesso nome.

Se la maggioranza provasse a forzare questo principio?

Dovrebbero intervenire i presidenti di Camera e Senato, o il presidente della Bicamerale, e dire “Mi spiace, ne bis in idem, non si può fare”. I presidenti delle Camere peraltro non sono i soli soggetti interessati. C’è anche la Corte dei Conti, che è custode dei comportamenti di legittimità della Rai ed è tenuta a vigilare sul rispetto delle procedure normative.

Gli atti del Cda sotto la regia di Foa sarebbero passibili di danno erariale?

Se il soggetto che non ha titolo di presidente ma semplicemente di consigliere anziano dovesse esercitare le prerogative presidenziali – cioè tutte quelle che vanno al di là della convocazione del Cda – credo sarebbe necessario l’intervento della Corte dei conti. Per i consiglieri può comportare una possibile responsabilità contabile. Insomma, la situazione è chiara: non si deve far altro che individuare un’altra figura di presidente.

Così però la Rai è ferma. Domani il Cda dovrebbe occuparsi dei diritti sugli highlights del calcio e del rinnovo di Un posto al sole. Senza presidente non può farlo?

Non conosco il dettaglio dei singoli atti, ma bisogna considerare che normalmente l’amministratore delegato della Rai ha poteri molto ampi dal punto di vista economico e quasi tutte le attività possono essere attribuite a lui. Dopo di che, se si dovesse configurare la necessità straordinaria di approvare un atto indifferibile e urgente che non può fare l’ad, in quel caso l’ufficio legale potrebbe valutare una deroga. Ma è una situazione al limite, molto delicata, non può essere una valutazione discrezionale. Se fossi un consigliere ne sarei molto preoccupato.

Rai, la Vigilanza prova a mettere in mora il cda

La commissione di Vigilanza paralizza il Cda Rai. Di fatto commissariandolo e intimandogli di non fare nulla, perché tutte le azioni che potrebbe mettere in campo, dalle nomine alle delibere, potrebbero essere oggetto di impugnazioni e ricorsi. Insomma, sarebbero illegittime. Questo il senso del discorso che il presidente della Vigilanza, Alberto Barachini, deputato di Forza Italia ed ex uomo Mediaset, terrà questa mattina all’ufficio di presidenza della Vigilanza, dove darà lettura del parere legale da lui stesso richiesto in merito al caso Foa.

Parere del professor Beniamino Caravita di Toritto, che sul tema è stato chiaro in due recenti interviste: “Foa può convocare il Cda della Rai solo per procedere al voto sul presidente, ma non può fare altro, tanto meno farne partire l’attività”, ha detto Caravita a Corriere e Messaggero. A suo parere, dopo la bocciatura in commissione di Vigilanza, Marcello Foa non può nemmeno essere riproposto alla presidenza: “Ci sarebbe una palese violazione della volontà del Parlamento espressa appunto dalla Vigilanza”, ha spiegato Caravita.

Barachini, dunque, illustrerà ai capigruppo i motivi per cui il Cda non è legittimato a operare e ogni suo atto può essere causa di ricorsi e contestazioni. Stesse conclusioni, con qualche sfumatura diversa, cui sono giunti nei giorni scorsi da una parte il consigliere eletto dai dipendenti Rai Riccardo Laganà e dall’altra Usigrai e Fnsi. Forte del parere legale degli avvocati Bruno Del Vecchio e Luigi Principato, ieri il sindacato dei giornalisti Rai ha scritto al Cda, ai presidenti di Camera e Senato e alla Vigilanza.

Ma i pareri legali fioccano. “Il Cda dovrebbe come prima cosa proporre il presidente, senza il quale l’organismo non ha poteri e non può produrre atti. Si faccia un altro nome e si vada avanti”, osserva l’avvocato Gianluigi Pellegrino, esperto di diritto amministrativo. Ma c’è pure chi la pensa diversamente. “Non c’è alcuna norma che impedisca al Cda di riunirsi e svolgere le sue mansioni nella composizione data. Ovvero emettere delibere e fare nomine. Come nessuna norma vieta che il nome di Foa venga riproposto come presidente al Cda e in Vigilanza”, sostiene il professor Gerardo Villanacci, ordinario di diritto privato all’Università delle Marche. La linea preferita dalla Lega, che in queste ore si sta organizzando anche lei con avvocati e giuristi.

Ieri, intanto, Barachini si è sentito col ministro del Tesoro Giovanni Tria, che ha dato disponibilità a essere audìto in Vigilanza a settembre, così come Luigi Di Maio. Ma ciò che dirà Barachini sarà importante soprattutto in vista del Cda convocato per domani, dove i consiglieri saranno chiamati a decidere sui diritti sui gol della Serie A e B di calcio (4 milioni a stagione per 3 anni) e sul contratto per la nuova stagione di Un posto al sole. Si procederà o verrà tutto bloccato?

Lo stallo politico, nel frattempo, continua, con Forza Italia e Lega sulle stesse posizioni e i 5 Stelle alla finestra. Luigi Di Maio ha fatto arrivare a Salvini il messaggio che sarebbe il caso di trovare una soluzione alternativa, perché non si può tenere paralizzata la tv di Stato per settimane. Pressioni che finora non hanno prodotto effetti. “Per noi la strategia non cambia”, ha detto ieri Salvini a una festa della Lega. “Finché non ci sarà un presidente si andrà avanti così. Io da cattolico spero sempre che ci sia un pentimento da parte di Berlusconi…”, ha scherzato invece il sottosegretario Giancarlo Giorgetti. “Accolgo la mozione di Giorgetti. Noi perdoniamo la Lega per la leggerezza commessa sulla presidenza Rai”, la risposta di Andrea Ruggieri, forzista membro della Vigilanza.

Fonti azzurre, però, prevedono che alla fine “una soluzione verrà trovata su un nome terzo, noi lavoreremo per quello di sponda coi grillini”. E Foa? Per lui c’è “il modello Savona”, ovvero “lo spostamento ad altro incarico, sempre in Rai”. I 5 Stelle, poi, cercano di tranquillizzare tutti facendo trapelare che per le nomine nei Tg ormai se ne parla a settembre. A meno di un colpo d’ala. Dice ancora Barachini: “Serve un’intesa su un nome condiviso, la Vigilanza non va in ferie ed è disposta a lavorare a oltranza”.

B. e quel miliardo a rischio dagli spot. Così è caduto Foa

Dietro l’impasse che paralizza la Rai e il mezzo niet, poi in modo fortuito divenuto pieno, di Silvio Berlusconi a Marcello Foa c’è la pubblicità. O meglio, le garanzie sul mantenimento dell’attuale assetto del mercato pubblicitario che il fu Caimano, indebolito dagli anni e dai tracolli elettorali, chiede all’alleato Matteo Salvini e, tramite lui, ai Cinque Stelle, di cui si fida pochissimo (la nomina di Fabrizio Salini ad amministratore delegato della Rai non gli è piaciuta affatto)

Per capire, serve un breve riassunto. Berlusconi è alla guida di un partito che si va spegnendo e, soprattutto, di un’azienda ancora ricca ma il cui modello di business è obsoleto: il tycoon brianzolo sa che la prospettiva più razionale nel medio periodo è vendere le tv a qualcuno che possa integrare Mediaset in una filiera tecnologica sensata. Serve una media-company ad ampio spettro – cinema, tv, musica, società di comunicazione, internet, telefonia – com’era la Vivendi di Vincent Bolloré, a cui il fu Cavaliere voleva inizialmente rifilare solo la pencolante divisione “Premium” tenendosi “il bancomat” della tv generalista.

Arrivati allo stallo e alle carte bollate dopo un tentativo di scalata, il signore di Arcore e il finanziere bretone hanno provato a mettersi d’accordo, ma l’offerta di Vivendi non è stata giudicata sufficiente. Storia passata, ma rilevante per il futuro: cosa fa la forza di Mediaset? Gli ascolti, certo, ma soprattutto gli incassi pubblicitari fuori scala.

Il mercato pubblicitario e la megaquota di Arcore

I numeri aiutano a capire le preoccupazioni di Berlusconi: in Italia le aziende, i cosiddetti “brand”, investono in pubblicità 6 miliardi abbondanti di euro l’anno; la percentuale di questa cifra riservata alla tv è più del doppio rispetto agli altri Paesi europei e la maggior parte finisce a Mediaset. Publitalia – grazie ad antiche alleanze commerciali coi Centri Media che gestiscono i budget delle aziende (primo tra tutti GroupM del colosso WPP, a lungo guidato da Stefano Sala, attuale numero uno della concessionaria di B.) – riesce alla fine a portare al Biscione circa due miliardi e mezzo: in sostanza le tv del leader di Forza Italia con uno share medio stimabile nella fascia 30-35% incamerano pubblicità per il 55-60% del totale. Un paradiso che, coi nuovi attori spuntati come funghi nel mercato dei media e una maggioranza di governo ostile, avrebbe vita breve: un’apertura del mercato potrebbe costare a Mediaset tra 750 milioni e 1 miliardo l’anno.

L’intesa quadripartisan inizia con Cdp-Telecom

E qui torniamo a Foa, a Salvini, ai 5 Stelle e pure al Pd. L’accordo per lasciare tranquillo lo zio Silvio per qualche anno e dargli tempo di sistemare gli affari di famiglia risale all’inizio della legislatura, quando il governo gialloverde era di là da venire e a Palazzo Chigi c’era ancora Paolo Gentiloni. Fu quell’esecutivo all’inizio di aprile a decidere (benedicenti Renzi, Lega e M5S) l’ingresso di Cassa depositi e prestiti in Telecom per mettere all’angolo Vivendi facendo un bel favore a Mediaset. Sfilati i telefonini ai francesi, bisognava poi garantire lo statu quo nel mercato pubblicitario.

Salvini e la Lega, a suo tempo, avevano dato le loro più ampie garanzie alla casa di Arcore, poi Berlusconi e il partito Mediaset hanno iniziato a non fidarsi più.

I motivi sono molteplici, ne indichiamo alcuni: il primo è l’autonomia politica del leader leghista, che ha smesso di rassicurare Berlusconi e s’è mangiato Forza Italia; un altro è che alla fine la delicata delega sulle Comunicazioni al ministero dello Sviluppo è rimasta in mano a Luigi Di Maio; un altro ancora riguarda la scelta dei nomi per la Rai, concordata da Salvini col solo alleato grillino che ha prodotto l’arrivo a viale Mazzini del nuovo ad Fabrizio Salini, malvisto a Cologno Monzese, e di un presidente quasi sconosciuto. Più fantapolitica che altro invece la notizia per cui i 5 Stelle starebbero mettendo a punto una tassa ad hoc sugli spot pubblicitari in tv: il fatto che uomini Fininvest la prendano sul serio è il segno della paranoia berlusconiana.

Alla fine paga il cronista da una vita al Giornale

Dei malumori dell’ex Cavaliere, alla fine, ha fatto le spese Marcello Foa, per anni cronista del Giornale di famiglia, bocciato come presidente Rai dalla Vigilanza mercoledì scorso anche grazie all’uscita dall’aula di Forza Italia. Come Il Fatto Quotidiano ha già raccontato, proprio mercoledì 1° agosto, di buon mattino, Salvini fece finalmente visita a Berlusconi, ribadendogli – fra le altre cose – che nessuno avrebbe approvato leggi “contro Mediaset”. Il leader di Forza Italia, fino a quel momento schierato sul no al candidato “sovranista” come ritorsione contro l’alleato infido, si decise a cambiare posizione sul nome di Foa (avanzato senza consultarlo) e telefonò ai commissari azzurri per chiedergli di votarlo: peccato, dicono fonti del partito, che a quel punto il (non) voto su Foa ci fosse già stato. Lì accade l’imponderabile: è Forza Italia a ribellarsi, Antonio Tajani e Gianni Letta in testa, spingendo il debole capo al niet definitivo contro il presidente sovranista per staccarlo da Salvini e fare di FI uno dei perni di una futura alleanza anti-populista.

Ora tutti gli attori devono capire come uscire dal cul de sac in cui si sono infilati: bruciato (definitivamente?) come presidente della Rai Marcello Foa, bisognerà trovare un nuovo nome che rigeneri l’accordone sulle tv. Sovranista o europeista, alto o basso, per Berlusconi fa lo stesso: l’importante è che la pubblicità resti dove sta. Il punto è sempre quello: se deve vendere, il prezzo vuole farlo lui. Il problema per l’ex premier è che stavolta potrebbe non avere al suo fianco il Pd: “Nelle prossime ore capiremo qual è il prezzo politico che regolerà ancora una volta i conti tra Berlusconi e Salvini – ha scritto il dem Francesco Boccia su Huffington Post – È dovere del Pd mettere in evidenza queste contraddizioni proponendo una radicale rottura degli schemi che tengono la Rai e ogni operatore privato italiano e non imbrigliato in un sistema vecchio e superato dal tempo”.

Se, però, il Pd si sfila dall’accordone e si mette all’opposizione, il cerino resta in mano ai 5 Stelle: per il ministro competente Di Maio, a quel punto, far finta di nulla rischia di essere assai complicato. Può stare tranquillo l’ex Cavaliere?

Lesa Mattarellità

È una settimana che vado a letto presto, nella certezza che all’alba mi piomberanno in casa le teste di cuoio dell’Antiterrorismo. Per precauzione, tengo anche pronto un borsone con pigiama, spazzolino, dentifricio e altre cose utili in caso di arresto. Pare infatti che il pool della Procura di Roma specializzato in eversione internazionale, i servizi segreti, la Dia, la Polizia postale e il Copasir indagano sul gravissimo attentato subìto dal presidente Sergio Mattarella la sera del 27 maggio, quando rimandò a casa il premier incaricato Giuseppe Conte perché minacciava di nominare ministro un noto kamikaze delle Brigate No Euro, l’82enne Paolo Savona, sgradito ai “mercati” e dunque al Presidente. Che annunciò un bel governo tecnico appoggiato da nessuno ma presieduto da Cottarelli. Avendo io criticato fra i primi quella mossa e soprattutto le motivazioni illustrate in tv, e avendo ora appreso dalla libera stampa che chi dissentì su Twitter o su altri media (più o meno social) è un “troll” al soldo di Putin e un attentatore della più alta carica dello Stato, potete ben comprendere il mio stato di angoscia. Moltiplicato da titoloni lievemente più allarmanti di quelli sull’attacco al venezuelano Maduro con droni esplosivi.

Corriere della sera: “Così hanno attaccato il Colle. Usati anche server dall’Estonia. Ipotesi di un’azione coordinata tra esposti e tweet. Indaga l’Antiterrorismo”, “L’attacco al Colle via Twitter. Alcune ‘firme’ del Russiagate dietro i messaggi contro il capo dello Stato”, “Le manovre dei russi sul web e l’attacco coordinato a Mattarella”, “Interventi sulla politica italiana dai troll russi che spinsero Trump”, “Quei poteri digitali occulti. Fabbriche del falso”. La Stampa: “La questione russa in Italia. Interferenze cyber”, “Fake news, si apre il fronte di Facebook: ‘Interferenze russe sul voto del 4 marzo. Nel mirino un account che aveva disinformato sul referendum del 2015 (era il 2016, ma fa niente, ndr)”. Repubblica: “Dalla propaganda di Putin 1500 tweet per Lega e 5Stelle. Lo studio sulla fabbrica dei troll al servizio dell’intelligence russa. Mosca dietro il falso messaggio del figlio di Poletti e gli attacchi agli Usa”, “Una pioggia sui social in arrivo da San Pietroburgo”, “Il Pd nel mirino dei troll russi. Offensiva Twitter pro Lega”. Tutto parte dalla sera del 27 maggio: dopo aver sentito Mattarella aggiornare la Costituzione con la sovranità dei “mercati”, ignota ai più, molti italiani si indignarono e chiesero le sue dimissioni. Intanto, in diretta su Rai1, Di Maio annunciava a qualche milione di telespettatori una richiesta di impeachment.

E pure Salvini attaccava a testa bassa. Il che -pensammo ingenuamente- spiegava il pullulare sul web dell’hashtag “#Mattarelladimettiti”. Invece no. Gli italiani sono così ritardati che, per insorgere contro chi affossa un governo politico di maggioranza per crearne uno tecnico di minoranza, non si contentano dei propri orecchi, delle proteste dei vincitori alle elezioni, delle critiche dei giuristi Carlassare, Onida, Villone, Mattei ecc.: no, hanno bisogno degli anonimi tweet russi, non sappiamo se in cirillico o in italiano. La scoperta – secondo i giornaloni – si deve al sito Usa Fivethirtyeight, che han setacciato 2 dei 3 milioni di tweet studiati dal procuratore del Russiagate, Robert Mueller. E hanno svelato cose sconvolgenti: tipo che dal 2012 al 2018 la putiniana Internet Research Agency (Ira) di San Pietroburgo ha inondato l’Italia con la bellezza di 1500 tweet (quasi tutti ritweet): addirittura mezzo al giorno (0,6, per la precisione), in un mondo che ne sforna 150 miliardi all’anno. Roba forte, in grado di spostare milioni di voti, falsare il referendum 2016 e le elezioni 2018, e naturalmente abbattere Mattarella. Infatti – scrive Federico Fubini sul Corriere – è il 27 maggio che “lo slogan Mattarelladimettiti conobbe una diffusione esponenziale, esplosiva”. Non perché Mattarella la fece fuori dal vaso, ma perché “l’operazione fu coordinata con cura” con “snodi digitali anonimi”: come “la figura chiave Elena7617349”,una tipa “molto abile” e soprattutto astuta, che “a volte scrive in inglese e si finge americana” (furba lei), “altre volte però è italianissima: chiama Barack Obama ‘negher’” (dev’essere la sorella del Napalm51 di Crozza). Ma ci sono anche “profili vicini alla Lega come @Lisa DaCa o ammiratori di Grillo come @taxistalobbysta”. E ho detto tutto.

Ora capirete perché attendo impaziente l’arresto, o almeno la perquisizione dell’Antiterrorismo: anziché su Twitter, il 29 maggio criticai Mattarella su Rai3, senza sapere di essere un troll telecomandato dalla Russia con furore. Ora però un po’ mi rincuora apprendere che la ricerca Usa rilanciata dai giornaloni fino a innescare l’inchiesta della Procura non fa cenni a troll russi anti-Mattarella. Infatti, sotto il titolo “Le manovre dei russi sul web e l’attacco coordinato a Mattarella”, lo stesso Fubini deve ammettere che “è impossibile sapere se i troll russi abbiano avuto un ruolo anche nell’alimentare l’ultima campagna contro il capo dello Stato”. Ah sì? E allora di che parliamo? Boh. Ieri poi, en passant, il Messaggero dava per “abbandonata la pista russa”, a vantaggio di quella milanese. Da Mosca a viale Moscova. Bastava leggere Wired per scoprire che i tweet russi per l’Italia sono 4 in tutto, di cui uno pubblica foto di Claudia Cardinale e uno esalta Che Guevara. Infatti, sull’entità del terrificante cyber – attacco al Colle, si registra una certa disunione fra i segugi nostrani: “oltre 300 account nati in una notte”, “360 troll anti-Mattarella” (Repubblica), “400 profili creati nella notte”, “almeno una ventina di account su Twitter” (Corriere), “quegli 8 account italiani mascherati in un sistema che ha la regia in Russia” (Stampa). Cifre varie, ma modiche, si direbbe. Non però per il direttore della Stampa Maurizio Molinari, allarmatissimo per “un’operazione di interferenza nella vita politica italiana che segue binari paralleli: l’indebolimento della credibilità delle istituzioni della Repubblica e il sostegno alla reputazione del Cremlino”. E, “come se ciò non bastasse, c’è anche… almeno un viaggio in Italia di Michael Cohen, l’avvocato di Trump, nel luglio 2016, e possibili transazioni sospette attraverso la filiale cipriota di una banca internazionale con sedi in Russia e in Tanzania”. Non so se mi spiego. “Non a caso un alto responsabile dell’attuale governo” (un troll anonimo?) paventa “danni tali da far impallidire l’attacco terroristico all’America avvenuto l’11 settembre del 2001”. Perbacco.

In attesa delle prove, i pm capitolini indagano contro ignoti (i temibili troll anonimi) per sostituzione di persona (casomai scoprissero chi si è sostituito a chi), vilipendio al capo dello Stato e attentato alla sua libertà: roba da 20-25 anni di galera. Il tutto perché il 27 maggio qualcuno twittò e qualcun altro ritwittò che Mattarella doveva dimettersi (cosa che non è ancora reato), o sbagliava (cosa di cui si rese conto lo stesso Presidente, forse anche grazie alle critiche, benedicendo poi il governo Conte con Savona ministro). A quella campagna magari si associò qualche addetto alla propaganda russa, che esiste legittimamente da che mondo è mondo, come quella americana, francese, tedesca, inglese, forse persino italiana. Con una tecnica, quella del mail bombing, usata in tutto il mondo, anche dal Pd di Renzi (vedi i falsi account di finti terremotati che esultavano per il ritorno a casa e poi sparivano da Twitter). Ma evidentemente l’ordinaria amministrazione, se c’è di mezzo il Quirinale, diventa lesa maestà da ergastolo. Al punto che il Colle non smentisce il Corriere quando scrive che “lo staff” del Presidente ha “messo insieme un dossier che si somma ad altri fascicoli di analogo ‘interesse sensibile’ e noti da almeno un paio d’anni. Per esempio quello, gonfio di pagine, di ‘Byoblu’, canale… ultrasovranista gestito dal blogger Claudio Messora”. Il Quirinale raccoglie dossier su giornalisti e blogger dissenzienti? Impossibile. L’unica spiegazione è che l’assalto al Colle abbia avuto successo, Mattarella sia già stato deposto e al suo posto troneggi Vladimir Putin.
Ps. Io, fra l’altro, dovrei andare in ferie e attendo lumi dall’Antiterrorismo. Che faccio: aspetto il blitz o parto?

Vessati dalle banche: è difficilissimo spuntarla. Ma c’è chi la fa troppo facile

Da alcune settimane appare su Panorama, sul Sole 24 Ore, ecc. un’inserzione pubblicitaria con scritto in massima evidenza: “Hai perso i tuoi soldi investendo in titoli? Noi te li facciamo restituire”. Questo è meraviglioso! Interessa anche a me. Avendo in portafoglio decine di titoli diversi, è logico che su alcuni abbia perso (sono mica onnisciente!). Ma ora è arrivata Martingale Risk Italia srl e così recupero tutte le perdite e conservo tutti i guadagni.

Peccato che non ci creda. Qualcuno però può essere abbastanza ingenuo e/o sufficientemente disperato per crederci. È vero che nel seguito la pubblicità fa riferimento a “se e quanto puoi recuperare” e che sarebbe da appurare cosa capita a chi si rivolge loro. Quanti hanno ottenuto indennizzi? Quanti sono stati condannati dal tribunale per lite temeraria? In ogni caso è ingannevole l’affermazione in tutte maiuscole “Noi te li facciamo restituire” rivolta in generale a chi “ha perso soldi in titoli”. Molti li hanno persi senza colpa della banca, sim o altro intermediario; e da loro non li recupereranno.

A leggere come la fanno facile, viene in mente Sdl Centrostudi spa, concentrata sulle vertenze su usura e anatocismo. Sulle sue disavventure giudiziarie ha riferito Luigi Franco su ilfattoquotidiano.it il 12 giugno scorso, segnalando anche l’interessante sito www.deborahbetti.it.

Da notare che nelle pubblicità di facili recuperi non compaiono mai studi legali, quando la via da adire per ottenere indennizzi è poi sostanzialmente quella giudiziaria. Sembra un’accortezza per evitare interventi da parte dei Consigli distrettuali di autodisciplina degli avvocati.

Certo che a volte qualcuno ci riesce, ma che sia facile ottenere indennizzi è una speranza ingenua o una sparata pubblicitaria. Né certo aiuta il fatto che un avvocato possa avere molti clienti, se perde nove cause su dieci, ma sa sbandierare sulla stampa la sola che ha vinto, in virtù dei rapporti che coltiva con giornalisti amici (o complici).

Che le banche si arricchiscano a danno dei clienti e, in particolare, dei risparmiatori sono il primo a dirlo. Ma di regola lo fanno rispettando le leggi e la normativa, che poi sono quelle che esse stesse hanno scritto e fatto votare da governi al loro servizio.

Così i venditori porta a porta, furbescamente ribattezzati in consulenti, in una sola cosa sono davvero bravi. Ovvero nell’ottenere tutte le firme che incastrano il cliente e tutelano dal rischio di cause la società di cui piazzano i prodotti.

 

Una grana in Piemonte. I medici sono pochi

Il Piemonte è in ginocchio. La Regione di Sergio Chiamparino è uscita dal piano di rientro di debito sanitario nel marzo 2017 dopo oltre sei anni di misure lacrime e sangue. E oggi si ritrova con un fabbisogno di 672 nuovi medici specialisti ma i contratti di formazione concessi dal Miur sono poco più della metà (390) e appena dieci le borse in più che la Regione riesce ad autofinanziare. Contro le 100 dell’Emilia Romagna, le 90 del Veneto e le 55 della Lombardia. “Due pronto soccorso della provincia di Torino, quello di Cuorgnè e quello di Lanzo, si affidano al 100% a medici a chiamata che arrivano da fuori Regione – denuncia Chiara Ravetti dell’Anaao –, reclutati da agenzie del personale che fino a qualche anno fa al massimo collocavano infermieri. Mentre a Chivasso quelli a chiamata sono la metà”. Questo succede perché i concorsi vanno deserti e i pochi specialisti dell’emergenza preferiscono trovare un posto nella Medicina interna per evitare lo stress e i rischi dei pronto soccorso. Alcuni reparti sono addirittura a rischio chiusura. Intanto all’ospedale di Borgosesia, nel vercellese, il punto nascite resterà chiuso dal 1° agosto fino al 30 settembre.

Salassi d’estate, dall’auto all’aereo pesa il caro petrolio

Tra Matteo Salvini che dopo un bel “chi se ne frega a Maiorca” trascorrerà le sue ferie in Italia e i calciatori che nelle scorse settimane hanno preso d’assalto le mete esotiche, agli altri 34,5 milioni di italiani che si possono permettere la pausa estiva resta un’unica certezza: la loro di vacanza sarà all’insegna dei rincari. Che si tratti dell’affitto di lettino e ombrellone, del pedaggio in autostrada, del rifornimento alla pompa di benzina o dell’adeguamento del costo del carburante del volo non c’è via di scampo. Andiamo con ordine. Secondo un’indagine di Federalberghi, la spesa media complessiva (viaggio, vitto, alloggio e divertimenti) stimata per le vacanze estive si attesta sui 911 euro pro capite contro gli 838 euro del 2017 (+8,7%) per un giro d’affari complessivo di 24,1 miliardi di euro, in aumento del 9,5% rispetto ai 22 miliardi dello scorso anno.

Numeri alla mano, se – come conferma l’Istat – a giugno il prezzo dei servizi ricettivi e di ristorazione è cresciuto dell’1% rispetto al 2017, per Federalberghi, a spingere all’insù l’importo finale della spesa è soprattutto il costo dei trasporti, con un incremento dei prezzi pari al 19,7% su base annua per le tariffe aeree, del 12,5% per il gasolio e del 9,3% per la benzina. Tanto che, secondo quanto rilevato da Quotidiano Energia, chi è alle prese con il pieno all’auto si metta all’anima di non spendere meno di 1,630 euro al litro per la benzina (nel 2017 ci volevano 1,502 euro) e 1,502 euro per il diesel (contro 1,352 euro dello scorso anno). E non va meglio per il trasporto aereo passeggeri che ha registrato una crescita dei prezzi del 19,7% rispetto a giugno 2017.

Un importo che per l’Osservatorio nazionale Federconsumatori è addirittura rivisto al ribasso. L’associazione dei consumatori ha, infatti, calcolato che per una famiglia con due figli tra i 10 e i 16 anni, i costi supereranno i 3.800 euro per una settimana al mare mettendo insieme i costi del viaggio in auto, dell’albergo e dello stabilimento balneare, qualche escursione, sport e divertimenti e un paio di serate fuori, al ristorante e al pub. Anche se l’esborso è minimo, quando si prenota un albergo bisogna poi sempre calcolare la tassa di soggiorno che grava sul budget delle vacanze. Bloccata dalla legge di Stabilità per due anni e reintrodotta nel 2017, questo dazio nel 2017 ha superato quota 463 milioni di euro di incasso e – secondo l’Osservatorio nazionale sulla tassa di soggiorno di Jfc – nel 2018 si andrà oltre 660 milioni dopo l’accordo raggiunto con Airbnb. La tassa è in vigore in 900 Comuni è oscilla da 1 a 5 euro a persona per ogni giorno di pernottamento, da pagare direttamente al gestore della struttura alberghiera.

C’è, poi, una voce che non compare nei report, ma che dovrebbe destare preoccupazione per i vacanzieri che decidono di spostarsi in aereo: il fuel surcharge, il cosiddetto adeguamento del carburante; uno dei peggiori incubi dei viaggiatori.

Adottato più di dieci anni fa dalle compagnie aeree per tutelarsi dalle oscillazioni del prezzo del petrolio in piena crisi economica, avrebbe dovuto fare riferimento al prezzo del barile e, invece, non sembra mai adeguarsi al petrolio quando il prezzo poi scende. È successo nel 2015 quando il prezzo dell’oro nero è arrivato a 40 dollari al barile rispetto ai 110 dollari dell’anno prima e sta accadendo in questi giorni di contrattazione frenetica a causa delle tensioni commerciali con Donald Trump che gioca al rialzo sulla guerra dei dazi contro la Cina e per le incombenti sanzioni sull’Iran che hanno già iniziato a limare i flussi di greggio in uscita dal Paese con il prezzo del petrolio che oscilla intorno ai 70 dollari al barile. Un rincaro che, tuttavia, non giustifica la raffica di aumenti che le compagnie aeree e i tour operator stanno comunicando ai passeggeri dei voli di linea: un surplus di prezzo che va dai 25 euro per le tratte brevi fino a oltre 450 euro per le tratte intercontinentali.

Sui forum specializzati è un continuo di post sull’argomento tra smarrimento e arrabbiature. “Fra 15 giorni parto per Santo Domingo e oggi – scrive Leleb0613 – mi è arrivata dall’agenzia dove ho prenotato il viaggio l’adeguamento carburante che equivale a 425 euro per tre persone. Non è troppo secondo voi? Perché succede solo sui charter?”.

In parole semplici, quando si prenota il viaggio, il petrolio ha un prezzo più basso di quando poi si partirà. E questo accade con i viaggi acquistati sui cataloghi che hanno un prezzo deciso mesi prima. Tant’è che il balzello non è applicato ai voli di linea e ai low cost che inglobano già l’oscillazione nel prezzo. Tant’è che nelle ultime pagine del catalogo di ogni operatore si possono leggere i parametri utilizzati per il calcolo del prezzo con l’adeguamento che va comunicato almeno 20 giorni prima della partenza.

Le notti in spiaggia a cantare

Rosso come un tuorlo lucido si immerge nell’orizzonte il sole di questa sera d’agosto, e rapido come il tempo lascia il palcoscenico del firmamento all’altra protagonista, la luna. Oggi è sera d’eclissi e siamo tutti in spiaggia a goderci questo meraviglioso spettacolo. Manolita si è portata il cannocchiale e spiega a tutti con dovizia il fatto dell’allineamento tra pianeti. Troppa dovizia forse, perché viene presa e gettata in acqua tra le matte risate, qualcuno la prende pure in giro: “E mo’ spiegaci l’alta marea!”. Lei se ne frega e comincia a nuotare nel taglio di luce del faro, alla faccia di tutti, luna compresa! Stanotte la luna ha una faccia rossastra, ancora un po’opaca. Io penso all’immenso giramento di palle astronomiche di cui parlava Petrolini. E poi Leopardi che faceva chiedere al pastore errante: “Che fai tu luna in ciel…”. Non c’è satellite che abbia ispirato di più poeti e artisti! Per non parlare delle canzoni: qualcuno si arma di chitarra e comincia a intonare tutto il repertorio lunare: da Luna rossa a Guarda che luna, passando per Gianni Togni e Fiordaliso.

In lontananza arriva un suono di tastiera e batteria che pian piano sovrasta le nostre voci stonate. Poi comincia a cantare, proprio lei, la Luna. Eccola, è Loredana Bertè: “E la luna bussò alle porte del buio… fammi entrare…”. Rimaniamo ipnotizzati a ad ascoltare, come se questa fosse la canzone della luna, l’unica, la più vera. “E allora giù… quasi per caso…”, la canzone finisce e spalanca un emozionante silenzio, rimaniamo tutti zitti zitti. Lo rompe Manolita che puntualizza: “La Bertè è fantastica, ma l’ha scritta Mario Lavezzi, un grandissimo autore che…”. “E allora giù, giù, giù…”, gridiamo tutti mentre la acchiappiamo per un altro tuffo a mare, stavolta molto, ma molto poco per caso.

(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Ascoltare la Natura e i saggi per evitare un’Apocalisse

L’American meteorogical society ha pubblicato un autentico rapporto choc in base al quale si sarebbe raggiunta la più alta concentrazione di CO2 (biossido di carbonio) degli ultimi 800mila anni. Da qui caldo rovente, siccità, scioglimento dei ghiacciai, ecc. Insomma, nella storia dell’umanità, che è anche storia di disastri e calamità, siamo arrivati davvero al limite invalicabile oltre il quale non c’è altro che il baratro. Nell’antichità le calamità e i disastri evocavano lo sconvolgimento del patto di alleanza tra uomini e dèi, la rottura della pax deorum. Lo stesso avvenne nell’èra cristiana. Secondo i cristiani e i Padri della Chiesa ogni disastro era considerato un presagio nefasto. Agostino vi scorgeva quasi il preannuncio della fine del tempo, l’imminente l’Apocalisse, e dunque occasione per pentirsi, redimersi e riconciliarsi con Dio. Eppure c’era anche chi, con grande lucidità scientifica e laica pacatezza, come Lucio Anneo Seneca, spiegava, per esempio a proposito dei terremoti, che gli eventi calamitosi nulla avevano a che fare con la sfera divina: “Gioverà anche mettersi nella disposizione d’animo che gli dèi non fanno niente del genere e che gli sconvolgimenti del cielo e della terra non sono le conseguenze della collera divina questi fenomeni hanno le loro cause, e non infuriano a comando, ma gli elementi, come i nostri corpi, vengono alterati e, mentre sembra che facciano del male, lo subiscono” (Quaestiones Naturales 6.1.1-3.1). Studiare la natura, capirla e rispettarla: questi gli insegnamenti saggi che ci giungono non solo dagli scienziati contemporanei ma anche dalle migliori voci antiche. Evitare l’Apocalisse dipende da noi!

Facce di casta

 

Bocciati

Prima gli italiani che spendono Curioso sistema quello di farsi pubblicità utilizzando la politica e poi lamentarsi perchè non si ottengono gli effetti sperati.
Aldo Presutti, albergatore di Ischia, offre di applicare nel suo hotel lo sconto #salvininonmollare “per tutti gli amici e sostenitori di Salvini”.
Eccellente trovata pubblicitaria nel pieno di un’estate che con il tifo politico da stadio ha sostituito perfino i vari tormentoni estivi sole-cuore-amore: un espediente di marketing talmente scaltro che i più sospettosi avrebbero potuto addirittura dubitare dell’assoluta genuinità del gesto.
La rete, però, è come il can che dorme e quando la svegli non sai mai cosa può tornarti indietro: l’albergatore è stato ricoperto d’insulti ed alcuni clienti hanno cancellato le prenotazioni che avevano effettuato.
Presutti ha allora rimosso il tweet, ha negato ogni tipo di appartenenza politica (“Non sono un politico e non m’interessa la politica”) e si è cimentato in un’apologia di se stesso da record mondiale di arrampicata sugli specchi.
Il titolare dell’hotel ha sostenuto di aver difeso Salvini dagli attacchi dei consiglieri comunali di Maiorca che l’hanno definito ‘ospite non gradito’, unicamente in quanto rappresentante delle istituzioni italiane.
“Quando viene offeso un nostro ministro, chiunque esso sia, che si chiami Salvini, Di Maio, Berlusconi, Renzi o Gentiloni, veniamo offesi noi italiani.
E da qui è nato il mio tweet”, e ha sostenuto di voler indennizzare con la sua proposta i supporter del segretario, anch’essi vittime dell’oltraggio baleare.
“Ho deciso di offrire un trattamento di favore anche ai sostenitori del Ministro perché anche loro sono stati offesi dai consiglieri comunali di Maiorca”.
Destino infausto: uno compie un gesto di solidarietà patriottica e il mondo lo scambia per un’astuta strumentalizzazione a fini commerciali.
Che tempi cinici i nostri.

voto 2

 

Parlare per esperienza Arriva il commento di Maria Elena Boschi all’attuale successo di Lega e Movimento Cinque Stelle nell’elettorato: “Sono in luna di miele con il Paese.
Succede sempre all’inizio di un’esperienza di governo, però sono fasi che si esauriscono”.
E se non lo sa lei…

voto 5

 

Promossi

Un Matteo di buon senso “La ricerca Svimez è la miglior risposta all’interrogativo che ci portiamo dietro da 5 mesi: perché abbiamo perso le elezioni?”: dopo mesi di apologie grottesche che hanno visto come massima concessione qualche ‘non abbiamo saputo comunicare quello che abbiamo fatto’, finalmente una risposta diretta con un’implicita assunzione di responsabilità si leva dalle file del Pd per bocca di Matteo Richetti.
Il Rapporto Svimez 2018 fotografa un Sud da cui i giovani scappano, dove i servizi sanitari e pubblici in generale scarseggiano, e dove crescono preoccupantemente i ‘working poors’, ovvero i lavoratori a bassa retribuzione: se una sinistra già dichiarata specie protetta non comincia a farsi un’esame di coscienza, dal rischio estinzione non può davvero salvarla più nessuno.

voto 7