Cancro, evita di confidarti con il collega. Vergine: chiudi i libri e passa all’azione

ARIETE – “Al macellaio sembrava che tutti sapessero la verità, e lo guardassero con disprezzo”. Anche tu hai combinato un macello, ma Marco Vichi è fiducioso: Se mai un giorno (Guanda) la smetterai con le marachelle amorose, non sarai più sotto gli occhi e sulla bocca di tutti.

TORO – Ti sgrida nonna: “Alzati da quella panca! Non osare scolarti veleno come tuo marito!”. D’accordo che ti sei perso tra I nove continenti come Xiaolu Guo (Md’A), ma la nonna ha sempre ragione: elimina la sedentarietà e i veleni fino a Ferragosto. Poi bagordi.

GEMELLI – Lynn Hunt (Laterza) rivela che “le persone comuni non volevano apparire ordinarie nei loro ritratti”, perciò si facevano abbellire dai pittori. Ricordati che photoshoppare è umano: cerca di avere La forza dell’empatia nei confronti dei vanitosi amici di Instagram.

CANCRO – Dopo aver ispezionato la tua Dark Hall (Mondadori), ovvero l’ufficio, Lois Duncan ti avverte:“R. non mi piace. C’è qualcosa in lei che blocca. Non saprei dire esattamente cos’è, ma ho la sensazione che dentro sia fredda come il ghiaccio”. Evita di confidarti con questa collega.

LEONE – Chiedi al cielo e a Carmela Scotti (Garzanti): “Sei tu l’unico proprietario della tua coscienza: puoi continuare a star male o essere libero. So che sei intelligente e farai la scelta giusta”. Spicciati a risolvere una grana di lavoro, o manda in giro il tuo bel cv.

VERGINE – Brianna Wolfson ti mette in guardia dal Mondo colorato di Rosie (HarperCollins): “I libri non dicono niente di una bimba con il cuore in frantumi. E R. non ha bisogno di leggere per sapere che deve afferrare l’istante”. Chiudi i libri e passa all’azione, o rischi di perdere chi sai.

BILANCIA – Sebastiano Marraro dice che Va tutto bene (Rizzoli), ma mai fidarsi di un poeta innamorato, uno per cui “l’amore è una droga,/ lo è per davvero”. Hai due soluzioni: chiuderti in rehab per un mese, oppure diversificare le sostanze.

SCORPIONE – Ian Stewart racconta i grandi matematici: Riemann “si adeguò alla vita accademica. Per via della sua timidezza tenere lezioni lo metteva a dura prova”. Tu certo non sei tra I numeri uno (Einaudi), però faresti meglio a vincere la ritrosia, pena demansionamento.

SAGITTARIO – Vatti a fidare delle Donne in traduzione (Bompiani), come Di Giovanni e Zanotti o quelle che frequenti tu: “La narratrice ricorda l’ansia che accompagna, nella giovane donna, l’attesa delle mestruazioni”. Ecco, appunto: prima di ricucire con lei aspetta il ciclo.

CAPRICORNO –Scrive Alessandro Piana nel Diario di un condannato a morte (Bookabook): “Nella mia prossima vita realizzerò al meglio il mio potenziale e diventerò una persona positiva, che vuole fare la differenza”. Seee. Piuttosto rimedia a un errore in azienda.

ACQUARIO – In WcPedia 3 (Bur), si scopre che non tutti i calciatori possono cantare l’inno nazionale: “Gli spagnoli, ad esempio, tengono la bocca chiusa perché il loro inno non ha testo”. Tu ti ritrovi nella stessa situazione col partner: puoi tacere o dar voce al malumore a gesti.

PESCI – Rassegnati, è L’anno dei fuggiaschi (Chiarelettere). Sunjeev Sahota, però, ti chiede di fare uno sforzo, almeno con quel tizio particolare: “Potresti tenerlo d’occhio comunque, restare in contatto con lui, per assicurarti che stia bene?”. Alla fine, passa all’incasso.

La certezza del tg estivo: “Anziani soli e animali in strada”

Ho svolto accurate ricerche d’archivio. Ho effettuato confronti e sovrapposizioni. Non c’è alcun dubbio, i telegiornali di agosto sono sempre gli stessi dal 1962. Forse addirittura dal 1958.
Ogni rete televisiva ha il suo, ma il responso è lo stesso: il tg estivo risulta identico a quelli di estati ormai antiche, quando la Fiat 600 era in pieno boom, i ggiovani ballavano l’Hully Gully e la Sinistra stava a sinistra; più che telegiornale potremmo definirlo un copione dai testi religiosamente tramandati di generazione in generazione di mezzibusti. Un Tg-Afa preconfezionato, pronto per essere sfornato ad ogni arrivo di canicola.
Un po’ come la pizza surgelata che la tieni là finché non arriva il momento di scongelarla e la servi come se la mozzarella te l’avessero appena portata da Sorrento.

Il sospetto m’è venuto quando ero lì che cercavo sollievo con la testa direttamente dentro il condizionatore (in condizioni di afa estrema se po’ fa’) e dal televisore m’è giunta, ovattata dalle raffiche di Bora artificiale, ma comunque comprensibile, la voce grave dello speaker.

Il mezzobusto invitava a “non uscire nelle ore di caldo, soprattutto gli anziani, spesso purtroppo abbandonati in una società distratta, velocizzata e ripiegata su se stessa”. Quelle parole le avevo già sentite. Nella stessa successione. Da bambino. Ho un’ottima memoria per le parole sentite da bambino, specie quelle di mio padre quando mi esercitavo a diventare vignettista sul muro del salotto di casa.

Ho estratto la testa dalla macchina del freddo e mi sono messo ad ascoltare con maggior attenzione. Il tizio continuava in modalità “poveri anziani”, ammonendo i canuti abbandonati (lì m’è scattato un deja vù che quasi pronunciavo le parole prima del televisore) “a non aprire agli sconosciuti che si spacciano per dipendenti dell’azienda del gas, mostrano un tesserino contraffatto e approfittano della buona fede del nonnino di turno” (ha detto proprio il “nonnino di turno”) “per entrare in casa e derubarlo dei pochi risparmi”. Ora, a parte che il nonnino non deve essere per forza un morto di fame, anzi oggi con quello che ti danno le banche il materasso torna ad essere un’opzione, ma almeno dopo tanti anni cambiate le parole! Le sapevo a memoria! “Una-vergogna-che-si-ripete-quella-dei-nostri-fedeli-amici-a- quattro-zampe- abbandonati-in-autostrada-da-coloro-nei-quali-avevano-riposto-tutta-la-loro-fiducia-innocente-e-incondizionata” l’ho recitato in coro con lo speaker e considerando che i veicoli in transito sull’Autosole (si chiamava così all’epoca delle riprese) erano Lancia Appia e Alfa Romeo Dauphine e che nessuno dei cani era un pitbull (provaci a legarlo al guardrail, quello capisce e legato ci resti tu amputato delle braccia) ho intuito che perfino le immagini erano d’epoca, giunte intatte fino a noi! Il citofono ha suonato, è salito un mio amico ridotto allo stato liquido, è filtrato sotto la porta e ci siamo messi a scommettere davanti alla tv: io ho puntato su “ci sentiamo di consigliare di mangiare più frutta e verdura che contenendo alte quantità di sali minerali combattono meglio la deidratazione”, lui sul simpatico siparietto “anche il nostro piccolo amico elefante, piccolo si fa per dire nonostante sia ancora un baby, ha fatto il bagno nella tinozza grazie a una pompa da giardino e a un solerte custode”. Hanno montato prima il piccolo elefante e la birra fredda l’ha vinta il mio amico.

Sulle immagini di esodo e controesodo autostradale abbiamo tolto l’audio e il commento lo abbiamo fatto noi, con spavalda sicurezza. Ai turisti che fanno il bagno nelle fontane abbiamo riscommesso e stavolta ho vinto io: tedesco prima, ragazza con canottiera dopo, pizzardone simpatico che si asciuga il sudore e suore che scappano ridendo; la birra fredda è tornata a casa. A fine tg stavamo per spegnere per non ribeccarci un episodio paleolitico della “Signora in Giallo”, come da quaranta estati a questa parte, quando è apparsa una cosa nuova! Uno che ballava e rideva da solo. Gianluca Vacchi, hanno detto! Allora qualcosa di nuovo… poi abbiamo capito, lo chiamano Vacchi, ma è Auanagana, tedioso replay pure quello. Speriamo che settembre arrivi presto e, finita l’afa, tornino i tg veri.

La settimana Incom

 

N.c.

Volare, no no In una bella intervista a Il Giornale, Franca Gandolfi, vedova dell’indimenticato Domenico Modugno, fa un bilancio dei sessant’anni di “Nel blu dipinto di blu”: “A Sanremo nessuno voleva cantarla. Non la capivano. Il direttore del Festival disse a Modugno: a questo punto l’unico che può cantarlo sei tu. Fu il primo cantante di Sanremo che fosse anche autore del brano. Così forse è nata la parola cantautore… Insomma, Modugno cercò Johnny Dorelli (ai tempi il Festival era a coppie) e insieme la presentarono. Il resto è storia”. Tutto bene? Non proprio, alla fine della chiacchierata, la signora spiega: “l Festival di Sanremo non l’hanno ricordato. Mi è sembrato così strano”. Tra una canzone di Baglioni e un’altra canzone di Baglioni non c’era spazio: dopotutto è solo Volare, mica Qpga.

La classe non è mara Si scaldano i motori in vista della prossima stagione televisiva. E la signora di Domenica In – ancora tu, ma non dovevamo vederci più? – esordisce così in una chiacchierata con il Messaggero: “Tiè! Quattro anni fa ero una vecchia da rottamare e adesso eccomi di nuovo qui, ancora più vecchia, pronta a condurre Domenica In. Che goduria…”. Sulla non fortunata edizione delle Parodi sisters, dice: “Ho visto la prima puntata. Non tutta”. Ha cambiato canale, le domandano? “Sì. Meglio Barbara”, dice Mara Venier a proposito dell’inarrivabile programma della D’Urso. Cosa bisogna evitare? “Il trash”. Non fa una grinza.

Vacchi si butta in vacchi Non è estate senza il video di Gianluca Vacchi, stavolta in tacchi alti e costume intero. “Life is a joke”, dice il post che accompagna il filmato. Per fortuna, anche life is away (la vita è alle Hawaii).

 

Promossi

Girl power/1 Nel corso di una serata d’eccezione al festival Tivoli Chiama l’immensa Franca Valeri (è la madrina della manifestazione) ha festeggiato il suo compleanno a Villa d’Este. Martedì sera la signorina Snob è stata celebrata, mai verbo fu usato tanto a ragione, per i suoi 98 anni. “La figura di Franca Valeri è entrata nella mitografia italiana” – ha giustamente detto il padrone di casa della serata, il direttore dell’Istituto Villa Adriana – Villa d’Este, Andrea Bruciati. “Ha creato un diverso modo di intendere la cultura. Uno stimolo per le nuove generazioni”. Speriamo!

Girl power/2 Jennifer Aniston non ci sta a far la parte dell’inconsolabile cuore infranto. “Le persone si fanno idee sbagliate su di me: ‘Jen non riesce a tenersi un uomo’, ‘Jen è triste e affranta’. Con tutto il dovuto rispetto, non ho il cuore spezzato. E, in secondo luogo, queste sono ipotesi sconsiderate”. Così l’attrice si sfoga, cinque mesi dopo il divorzio da Justin Theroux. Aggiungendo che non ha mai pensato, “Wow, anche Brad Pitt adesso è single”. Neanche noi, purtroppo.

Video, foto, like e condivisioni: l’anchilosi al braccio è vicina

La distopia è finita, andate in pace. Basta anchilosi al braccio per riprendere tutto il concerto, il triplo carpiato sulla sedia per mostrare il piatto pure quando seduto al ristorante stellato, lo sprezzo del pericolo pur di farsi quel selfie che “vuoi mettere i like?”, l’opinione su tutto, sempre, da pubblicare h24. Dieta. A sottolineare che l’“always on” – cioè l’essere sempre, anche durante l’eclissi del secolo, connessi – fosse un’abitudine controproducente non sono stati i ristoranti con la scritta “No Wi-Fi, parlate tra di voi!” né quelli con la scatoletta per posare gli smartphone e il cartello “il primo che lo prende, paga il conto”. Quella è retorica, buona da spendersi come foto sui social network, per l’appunto.

Il problema, semmai, è stata la velocità. Una rivoluzione, quella digitale, rapida come mai prima d’ora, che ha lasciato impreparati tutti: settori interi, con gli esempi più in bella vista (editoria, discografia, turismo e via andare) a immolarsi in nome dei comuni mortali. Dietro alla difficoltà dell’economia in quel territorio franco, vacante di adeguate norme a tutela del lavoro – perfettamente descritte in Lavoretti – Così la sharing economy ci rende tutti più poveri di Riccardo Staglianò (Einaudi) – c’eravamo tutti noi, altrettanto spaesati nel capire come diavolo usare tutta quella potenza sempre a portata di mano.

Ciò che viene tradotto con l’immagine di persone in fila chine sui propri schermi portatili, con lo scroll congenito, è emblematica, quanto fuorviante: è piuttosto la conseguenza diretta di una cattiva dieta. Quell’ingordigia da archivio infinito è la stessa che ci ha fatto scaricare miliardi di brani pur di averli, per poi non ascoltarne nemmeno uno. Quella che ci ha fatto scattare miliardi di foto – comprando lo spazio aggiuntivo sul cloud per contenerle – per poi non rivederle per secoli, ché son più noiose delle allora diapositive del viaggio di nozze (quanto meno, in questo caso nessuno viene invitato ad annoiarsi su un divano). Un’abitudine fotografata in Tienilo acceso – Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello di Vera Gheno e Bruno Mastroianni (Longanesi).

La “condivisione” ha cambiato aria semantica diventando atto pratico di solitudine, più che veicolo di moltiplicazione. È ora di fare economia.

È quello che suggerisce il ritorno dei flip phones, come dice Fox News: i telefoni che fanno poche cose, fatte bene. O l’insorgere di organismi come il Center for Humane Technology, che nelle sue fila conta ex dirigenti della Silicon Valley, e che vuole accendere l’occhio di bue sull’impatto della tecnologia sui comportamenti dell’uomo. Facebook e Instagram rilasciano uno strumento per il conteggio delle ore trascorse sulle loro app, mentre i dipendenti delle aziende si pongono dubbi sull’eticità dell’Intelligenza Artificiale fornita alle forze dell’ordine. Partono le denunce per gli haters.

Per archiviare (sul cloud) la generazione del “Buongiornissimo, caffè?”, delle cartoline con frasi a caso e dei commenti al vetriolo serve tutta l’alfabetizzazione mancata fin qui e molta, molta calma.

I boia ci chiedono di star zitti anche sui centri di accoglienza

Dobbiamo molto ai fotografi per sapere e ricordare eventi in cui molta gente è travolta e poca storia rimane. È il caso della guerra di Spagna, quasi del tutto dimenticata. Ma non le immagini di fotografi come Gerda Taro e Robert Capa (riportati a una emozionante attualità dal bel libro di Helena Janeczek). È il caso del Vietnam, di cui oggi molti giovani americani non saprebbero nulla se non ci fossero le celebri immagini di quella guerra (la bambina che fugge dal napalm).

Negli strani giorni che stiamo vivendo, dobbiamo molto a Uliano Lucas, per la sua storia fotografica di immigrati che ti costringe a sapere ciò che è avvenuto in una strana Italia in cui i diritti civili sono stati sospesi. Per questo conta molto il suo libro di immagini del centro di accoglienza Fenoglio di Settimo Torinese, immagini di umanità rispettata, e rasserenata in un Paese che pratica il rigetto dei migranti. In queste pagine l’osservazione del fotografo va molto più a fondo del dolore (Uliano Lucas, Una storia di accoglienza, Fondazione Mudima Editore). Sono i documenti che la sociologia non ci ha dato. Persino noi, i presunti “buoni”, rispondiamo con le nostre emozioni di fronte a queste immagini, con l’intenzione di salvare la nostra umanità, non la loro. Stiamo difendendo noi stessi dal baratro dei morti ammazzati (respingimento, rifiuto, insulto, negazione) in cui gli autori della persecuzione allo straniero ci vorrebbero complici. I boia di questo nostro tempo ci chiedono. Ci chiedono di stare zitti.

Pensate allo scherzo ignobile: il governo italiano si serve di mercanti libici che, dopo aver messo in mare, alle tariffe correnti barche di disperati, li va a cercare (sanno che non ci sono più le fastidiose navi Ong ) e, travestiti da marinai di una presunta guardia costiera libica, li affondano, li “salvano”, li riportano in Libia e li consegnano, incassando il dovuto, alle prigioni-lager dove tutti, anche donne e bambini, diventano schiavi. I sopravvissuti al deserto, al mare, alle navi dell’Eni, sono le persone che vedete nelle fotografie del libro di Uliano Lucas. Sono i protagonisti di un miracolo, perchè sono vivi e temporaneamente liberi, ma sanno che l’incubo del cosiddetto rimpatrio (che vuol dire libera offerta su un mercato africano) pesa su di loro. Perciò questa è la cronaca di una salvezza ma anche l’immagine di un pericolo imminente. Ci sono le immagini di una storia di discriminazione e persecuzione che non è ancora stata scritta.

Il principiar dell’astro di Zingaretti e quella chiusura del Nuovo Paese Sera

Il giornalismo “novecentesco” è moribondo. La definizione – ma anche la teleologia applicata in Italia – è di Enrico Mentana, pronto per il suo progetto editoriale digitale. E in quel che resta nelle esequie di sì nobile opificio delle idee c’è l’ovvio paragone con i due modelli ideologici di riferimento nei partiti politici – il Pd e FI boccheggiano – trascinati, così come quei fortilizi di carta, nel tramonto un ben preciso modello anche industriale. Tutto di formazione & mobilitazione, l’epica ruggente. Quanto di mesto modernariato l’epilogo.

E non tanto per l’Unità o per Il Popolo, le due testate organiche ai due partiti di massa da tempo defunti – il Pci e la Dc – quanto per i giornali fiancheggiatori. Quale per esempio l’Ora, il quotidiano di Palermo la cui ragione sociale è risolta nell’emancipazione dei siciliani dalla mafia, felicemente custodito nella storia di tutti. Oppure il suo fratello romano, Paese Sera, la cui funzione, nell’occhiuto controllo del centralismo democratico del Pci – dare coscienza, ancora prima che voce, all’erigenda borghesia capitolina – giusto oggi inciampa in un contrappasso da “generone”.

Ebbene sì, quell’umanità di intermediari più che di imprenditori illuminati, quella dei film di Alberto Sordi (e dei fratelli Vanzina, per filiazione), se l’avventura di Luca Parnasi – il costruttore finito agli arresti per lo stadio della Roma a Tor di Valle – incontra Alessio D’Amato, pupillo di Luca Zingaretti, fiore all’occhiello del Pd derenzizzato, per chiudere con 100.000 euro d’investimenti, una sceneggiatura malinconica: la fallita operazione editoriale del Nuovo Paese Sera, diventato mensile.

“Una storia d’intrecci e soldi” ha scritto diffusamente e con cognizione Giampiero Calapà, su questo giornale, lunedì scorso. Tutti i dettagli sono nella sua esaustiva pagina e quella trama di giri di denaro nel 2013 fatti di otto transazioni tra il mensile e la cooperativa Annales vicina all’astro nascente del Pd (se mai ci sarà rinascita) non è solo un capitolo tra i tanti guai che sta passando Parnasi ma la commedia di un’inevitabile arcitalia capovolta rispetto ai buoni propositi e alle altrettanto buonissime intenzioni.

Un canovaccio accuratamente nascosto dagli altri giornali (tutti evidentemente post-novecenteschi se poi nessuno vuole raccontare l’impresa editoriale di D’Amato). Un copione di vite in parallelo, in fondo. Ma è il solito doppiopesismo: con la storica testata del Pci – proponendosi tra i soci della proprietà, per poi chiuderla – D’Amato è tale e quale Valter Lavitola che il fu l’Avanti!, il glorioso foglio del Partito Socialista, lo traghettò da Berlusconi per poi dismetterne le rotative nel tramonto di palazzo Grazioli.

E così il Nuovo Paese Sera, chiuso giusto nel principiar dell’astro Zingaretti.

Le domande su mio figlio. “È autistico: se vuoi aiutarmi non pregare, puliscimi casa”

Cara Selvaggia, sono una felicissima mamma di un bambino meravigliosamente autistico. Al giorni d’oggi quasi tutti conoscono un bambino con autismo, condizione molto studiata ma ancora non ben delineata perché ad amplissimo spettro. Eppure, raramente c’è informazione su come si possa aiutare una famiglia in questa situazione. Un bel modo, semplice semplice, per essere vicino a un genitore di un bimbo autistico, sarebbe evitare di uscire con certe affermazioni:

1. Guarirà. Mica si è sbucciato un ginocchio. Passeranno gli anni, diventerà vecchio, ma dalla sua condizione non guarirà. Probabilmente riuscirà a gestire il suo autismo, e noi ci stiamo adoperando affinché abbia gli strumenti per rendersi il più possibile autonomo. Ma lui sarà sempre autistico. E noi genitori moriremo dannati per l’incertezza del suo futuro.

2. A me sembra normale. Anche tu mi sembravi normale, di primo acchito. Comunque sì, è un bimbo solare e sorridente. Se si trova in quello che lui percepisce come un ambiente sicuro, apparirà non diverso da un bambino neurotipico. Dagli 5 minuti, se minimamente frustrato, ti butterà giù la casa. Fidati.

3. Lo proteggi troppo, lascialo libero, alla sua età non devi controllarlo così. Te l’ho già detto che è autistico? Il modo in cui reagisce qui e ora non è un’indicazione di come reagirà tra un’ora. Adesso è perfettamente in grado di stare in una stanza da solo a giocare con la sorella, dopo potrebbe arrampicarsi sul balcone senza un motivo. E il gioco delle probabilità non mi elettrizza più di tanto.

4. Obbligalo a farlo. Mi sembri coraggiosa, dai su, provaci tu. Hai mai provato a discutere con bambino autistico? Hanno una capacità di logica tale da annullare le menti più brillanti. Mio figlio può non solo sostenere che il nero è bianco scintillante, ma alla fine te ne convincerai pure tu. White is the new black.

5. Avrebbe bisogno di una bella sculacciata. Alcune persone me lo hanno detto e sono ancora vive… Tu non proveresti a curare il cancro di un bambino con uno scapellotto, perchè suggerisci di farlo a un bambino con una condizione invisibile?

6. Hai provato a cambiargli la dieta? Lui adesso mangia solo pasta bianca, pizza e pane. E vai di carboidrati. Ma non ti preoccupare, il prossimo mese magari vorrà solo proteine. Così compenserà. Speriamo non arrivi mai il turno delle ostriche.

7. Ma mi guarda negli occhi. Quasi certamente starà guardando se i tuoi archi sopraccigliari sono perfettamente simmetrici.

8. Pregherò per voi. C’é già mia madre che sgrana rosari a tutta forza. Perché non vieni a farmi un po’ le pulizie a casa mentre mi sdraio sul divano e cerco di ignorare le urla per dieci minuti, è lo stesso per te?

9. Ma quindi ha qualche talento speciale come Rainman? Sì. Mio figlio ha il talento di farmi urlare di frustrazione e di essere assolutamente adorabile il minuto successivo. E io non posso immaginare che sia in nessun altro modo. È mio figlio. È la mia vita.
Sabrina

 

Ma è autistico perché lo hai vaccinato? Scherzo Sabrina, volevo solo unirmi ironicamente al coro delle domande sceme per dirti che questo vademecum tradisce sì un grande talento. Anzi, due: quello della sensibilità e dell’ironia.

 

26 anni, la prima volta non arriva mai

Cara Selvaggia, sono una neo laureata a pieni voti in Medicina e chirurgia alla Sapienza di Roma. Ho dovuto fare i conti con una mamma dal carattere, diciamo banalmente, “forte” ma, soprattutto, sempre troppo bella per chiunque; con un papà dolcissimo che adoro, e davvero adoro, ma delle volte un po’ passivo. Ho dovuto fare i conti con gli adolescenti quando non mi sentivo adolescente, con la gente che sta bene con chiunque mentre io sto a fatica con me stessa. C’è stata una fase in cui mi sentivo talmente brutta da pensare di non piacere a nessuno, così inadeguata mentre il mondo girava e io ne ero fuori, e allora mi è stato d’aiuto uno psicanalista per un anno, per cui, giuro la psicanalisi dovrebbero insegnarla dalla prima elementare, oggi mi sento figa quanto la Chiabotto e ancor più intelligente e svelta e scaltra (la fase dei pianti è passata e mamma sarà pure bellissima ma va bene così). Ma, dicevo, è l’amore che non passa di qua. Più passano gli anni (siamo quasi a 26) e più la prima volta che non arriva è un problema. Noto qualcuno così nel mazzo e penso di potercela fare e poi non ce la faccio mai e quelli che notano me, beh, non li degno neanche di troppe chiacchiere. Ora è il turno, anche ricambiato con sguardi e poche parole, di un mio collega di corso di questi anni, che però è fidanzato ma subisce plurimi tradimenti. E che non riesce a staccarsi. Io son migliorata, sono meno ipercritica di prima, conduco una continua e stimolante lotta con me stessa per conoscermi, ma il fatto di non aver provato delle emozioni e quel piacere che è sempre stato un gioco solitario mi pesa tanto ormai.
Francesca

 

Cara Francesca, io apprezzo davvero la tua profondità, la tua sensibilità e persino la tua prosa, ma ecco, ti do un consiglio brutale: puoi abbandonare per un attimo la psicanalisi e attaccare al muro il collega fidanzato e cornuto? Direi che è ora. Anche di assumersi il rischio che la tua prima volta non sia un granché.

 

Inviate le vostre lettere a:

il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2. selvaggialucarelli @gmail.com

Quel comico non fa ridere, e a Riace c’è chi resiste

Brutta storia, caro Coen, quella che racconti. Hanno aggredito uno “sporco comunista”, lo hanno preso a randellate, ma non bastava. Siccome lo “sporco comunista”, scrive articoli e libri, e compone canzoni, volevano anche accoltellarlo alla gola. Il messaggio è chiaro: dalla sua bocca non devono più uscire parole di pace, accoglienza, solidarietà, uguaglianza, giustizia. Poveri noi, nel senso di tutti. E poveri anche noi, nel senso di noi due. Perché, caro Coen, mi sono accorto che da un po’ di tempo questa nostra rubrica è triste. Prima ci piaceva giocare su questa Italia eternamente divisa tra Nord e Sud. Usavamo l’ironia e lo sberleffo per parlare, tu della tua Milano, io della mia ipotetica repubblica del Sud ribelle, ora non più. In tempi cupi è difficile essere allegri. Quando ombre nere calano su democrazia, ragione e su quegli elementi minimi che distinguono la civiltà dalla barbarie, possono sorridere solo gli orbi, gli opportunisti e i complici. Sarò “veteroqualcosa”, fuori dalla Storia, ma io non sorrido.

Io sono allarmato e incazzato nero. Non mi piace il poeta che con dolcezza mi invita a non vedere il brutto, l’odio e i razzismi, e mi propone di contemplare il grano crescere. Non mi piace il comico che si fa la diretta video con il nero muscoloso spaparanzato su una sdraio al mare e la telefonata a Salvini: “Dove sei? Li vedi questi, sono al mare con i nostri soldi…”. E giù risate. Non rido, perché quella roba lì, il Salvini e la sua ideologia, caro comico, l’hai allevata tu e ora rischia di travolgerti. E non mi fanno ridere quelli che danno consigli al 40% di italiani che non sopportano il “governo del cambiamento”. Dovete fare così, dire questo e non dire quello… E l’unica soluzione che propongono è che gli altri, quelli che non osannano né Matteo, né Giggino, si chiudano in casa, muti, silenziosi, impotenti. Scrivo da un paese della Calabria, caro Coen, sono a Riace a parlare con chi non si arrende.

Il Nord ribolle di odio fascista: solidarietà a Nascimbeni

Milano ribolle più dell’ascella di un fornaio. Sogniamo onde di refrigerio, ci sorbiamo le onde nere del fascismo risorto e tollerato. La melma del livore si espande nei Navigli, risale il Lambro, inquina il Seveso, avvelena l’Olona: “Il fascismo è la falsità che afferma che il nemico scelto da un leader dev’essere il nemico di tutti. In quest’ottica, la politica prende le mosse dall’emozione e dalla falsità”, ha scritto Timothy Snyder, storico di Yale, nel saggio La paura e la ragione dove spiega come Putin ha riadattato il fascismo e l’ha esportato per destabilizzare l’Occidente con nazionalismi e populismi, influenzando le opinioni pubbliche con la Rete, facendo leva sul malessere provocato dalla crisi della democrazia e dal collasso delle sue istituzioni.

Per debellare la paura dell’autoritarismo e di questo infestante fascismo 4.0, Snyder si affida alla ragione della società liberale, fedele ai principi di eguaglianza, solidarietà e libertà. I principi per cui si batte l’amico Enrico Nascimbeni, giornalista, scrittore e cantautore. E che la sera del 1° agosto, ha visto materializzarsi il fascismo nella sua forma più vile e criminale, quella dello squadrismo. Un agguato sotto casa, a Milano: hanno tentato di colpirlo alla gola. Enrico, istintivamente, si è protetto col braccio: il taglio, per fortuna, è stato leggero: “Non mi aspettavo una violenza del genere. Me la sono vista brutta”. Prima di scappare, gli hanno gridato: “Sporco comunista di merda!”. Una firma politica? Sui social Enrico è nel mirino dei troll. Insulti, minacce. La macchina dell’odio: dalle parole ai coltelli, un déjà vu della Storia. Invece di scoprire chi sono gli squadristi del web, Facebook ha bloccato la sua pagina. L’aggressione è un chiaro messaggio intimidatorio. Che riguarda Enrico, ma anche la Milano che si ostina a difendere la legalità e i diritti dell’uomo: “L’autoritarismo nasce quando non siamo più in grado di indicare la differenza tra ciò che è vero e ciò che ci risulta attraente” (Snyder).

Dal campo alla tv, che squadrone

Immaginate un club che a inizio millennio avesse annunciato l’acquisto di Maldini, Figo e Shevchenko: i giornali ci avrebbero campato un’estate. Ebbene, è di questi giorni la notizia che Maldini, Figo e Shevchenko sono entrati a far parte di Dazn, la piattaforma di streaming (già ribattezzata la Netflix dello sport) che trasmetterà, da sabato 18 agosto, tre partite di ogni turno di serie A per i prossimi tre campionati (le altre 7 partite sono di Sky). Maldini, Figo e Shevchenko sono le ultime new entry del nutrito gruppo di calciatori che dopo aver appeso le scarpe al chiodo si sono consegnati alla tv. Ecco in ordine alfabetico lo squadrone dei calciatori in tv.

Daniele Adani. Gavetta a Sportitalia, poi a Sky, è il super-tecnico per antonomasia. Ogni suo intervento è una tesina di laurea per Supercorsisti di Coverciano. A volte esagera. 100% pallone.

Massimo Ambrosini. Bei modi e buon eloquio, un suo fuori onda anti-Milan (“Ne prende 3”) gli scatenò contro le ire dei suoi ex tifosi. Nuovo capo-delegazione della Under 21, deve decidere cosa fare nella vita. Amletico.

Beppe Bergomi. Coppia di fatto con Fabio Caressa sia in telecronaca che in studio (il privè del Club del sabato notte), ha dilapidato l’amore del popolo interista accucciandosi troppo spesso al maschio alfa che lo tiene al guinzaglio. “Sì Fabio, dici bene Fabio”. Cocker.

Zvonimir Boban. Di tanto in tanto a Sky, restano indimenticabili le risate in faccia a Massimo Mauro impegnato a sostenere che Modric era un giocatore normale che non aveva mai vinto niente. Mito.

Esteban Cambiasso. Volto nuovo 2017-2018, è stato inserito in corsa nel Club di Caressa per annacquare il tasso di juventinismo spinto. Normalmente da solo vince contro quattro. Maciste.

Fabio Capello. Avesse reso bello il gioco delle sue squadre come sa rendere avvincenti telecronache (specie di Liga e Premier) e interventi in studio, sarebbe stato Rinus Michels. Illuminato.

Alessandro Costacurta. Il bon ton fatto opinionista. Salvo scivolare in fuori onda in cui dà della testa di cazzo a Mancini o sghignazza sulle lacrime di addio al calcio di Paolo Cannavaro. Marco Cattaneo di Sky gli rifilò un giorno una pedata in faccia. Per sbaglio? Ghiacciolo.

Alex Del Piero. Tanto geniale da calciatore quanto smorto da opinionista. E però, la sera di Real Madrid-Juve se ne uscì a sorpresa a dire che il rigore c’era e che Buffon straparlava. Medaglia al merito.

Paolo Di Canio. Di gran lunga il più simpatico, competente e accattivante della compagnia, paga ancora oggi il tatuaggio “fascio” mostrato sul braccio in trasmissione e che gli valse sei mesi di squalifica. Detto questo gli altri gli fanno un baffo. David Letterman.

Ciro Ferrara. Specialista in complimenti a chiunque, fosse anche l’allenatore appena sconfitto 5-0, è il prototipo del fifone: siccome vorrebbe (anche) allenare, parla bene di tutti. Cacasotto.

Giovanni Galli. Saggio, intenditore, equilibrato: pur senza i fuochi d’artificio di Di Canio, è interessante e pertinente. Grande capo.

Ciccio Graziani. Simpatia allo stato puro, è rimasto il Ciccio che nel reality “Campioni” urlava cose turpi ai giocatori del Cervia minacciando di sfasciare lo spogliatoio. Ciclone.

(1. continua lunedì prossimo)