“Sono un povero disgraziato”. Vincenzo Scarantino fu indotto a mentire sulla strage di via D’Amelio: uno dei più gravi casi di depistaggi nella storia giudiziaria italiana che rende necessario “interrogarsi sulle finalità perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di questo disegno criminoso”. Lo scrivono i giudici della Corte d’Assise di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza del Borsellino quater, che ha condannato stragisti e falsi pentiti mentre il reato di calunnia contestato a Scarantino è stato prescritto perché riconosciuta l’attenuante dell’induzione. Calogero Montante, il suo avvocato, annuncia ricorso, “puntiamo all’assoluzione”. Scarantino è stato un pupo vestito da collaboratore, un piccolo spacciatore trasformato in un nuovo Tommaso Buscetta. Perché? Da chi? Con quali complicità? Al momento c’è un nuovo processo contro tre poliziotti della squadra Falcone-Borsellino, guidata all’epoca dallo scomparso Arnaldo La Barbera. “Il dottore aveva carta bianca”.
È stato in Cosa nostra?
Mai. Io sono stato “combinato” nel giugno 1994 (mese dell’inizio della collaborazione, ndr) da poliziotti, La Barbera che era il mio padrino, Bo (quest’ultimo è nuovamente indagato per calunnia, ndr) e da Riccardi (quest’ultimo indagato e archiviato, ndr). Mi ha fatto mafioso lo Stato.
Viene arrestato nel 1992 e, dopo qualche mese, portato a Pianosa. Che succede nel supercarcere?
A Pianosa mi fanno tutte le schifezze che si possono conoscere nel mondo. Io pesavo 105 chili, ne ho persi 50. Mi hanno riempito di bastonate. Nel cibo mi mettevano i vermi da terra, le mosche. Non mangiai più.
Da piccolo spacciatore come è diventato superpentito?
Sono stato predestinato dal dottore La Barbera, dal dottore Bo. Io andavo ai colloqui piangendo, non sopportavo Pianosa. Io gli dicevo di farmi fare i colloqui con chi mi accusava per la strage di via D’Amelio perché era tutto falso. Mi resi disponibile a collaborare nell’indagine per droga, nella quale poi fui condannato, ma sulla strage io non sapevo niente. Niente di niente, non sapevo neanche dove era via D’Amelio.
Lei, però, a un certo punto inizia a inventare tutto?
Io a La Barbera gli dicevo che non sapevo niente, ma loro mi spiegarono che dalle loro indagini risultavano alcuni soggetti che mi indicavano in foto e io iniziai a dire sì e confermare quello che loro volevano che confermassi.
Perché si è finto pentito?
Perché avevo perso 50 chili e il cervello diventa come la carta: fragile. Così ho ceduto a fare l’infame, a un certo punto credevo veramente di aver ucciso Borsellino.
E ha accusato innocenti?
Esatto. Ho rovinato la mia vita e la loro, non smetterò mai di chiedere scusa.
Ma quando vedeva i magistrati perché non ha detto niente, le è convenuto fare il falso pentito?
Il dottor La Barbera aveva carta bianca anche coi magistrati. Se andavo dal magistrato a dire “non so niente”, mi ammazzavano. Una volta, nel 1995, chiamai i giornalisti. Bo (il poliziotto, ndr) arriva a casa mia e mi dice che mi porterà in un carcere peggio di Pianosa. Vengo portato via e il poliziotto resta sopra con la mia ex moglie, risalgo, con la scusa di fare la pipì, e vedo che le sta parlando animatamente, intervengo e lui mi prende a calci dicendomi che “io non ero nessuno”. Lo fanno davanti ai miei figli, tanto non valevo niente.
Nel 1995 lei fa un confronto con altri collaboratori e viene smentito su tutto?
Mi fecero nero, mi sbugiardarono. Alla fine mi confrontai con il gruppo Falcone-Borsellino di La Barbera, un magistrato e i poliziotti mi dissero “tranquillo” nessun pentito potrà smentirti.
Chi deve pagare per il depistaggio su via D’Amelio?
Tutto il gruppo Falcone-Borsellino e poi i garanti.
Chi sono i garanti?
Chi gli ha dato carta bianca. Tutti sapevano che era una farsa. Tutti. Oggi conficcano il coltello su di me, ma non esce sangue.
Ebbe il processo per droga?
Su quello ero pentito davvero per quello che avevo fatto, ma quando io dicevo la verità su qualcosa nel traffico di droga, non c’era seguito.
Una volta parlò della cocaina che il boss Ignazio Pullarà avrebbe fatto arrivare a Silvio Berlusconi, negli Anni ‘80, verbale che non ebbe alcun seguito giudiziario, poi ritrattò anche questo…
Di questo non voglio parlare.
Perché?
No, no.
Lei ora che fa?
Ora vivo nella miseria, senza lavoro con questo passato schifoso che ho.
Crede nello Stato?
Io non credo in niente. La mafia se vuole eliminarti, ti spara in testa, ti accasci e finisce il film. Lo Stato, invece, fa come i polli alla brace che si devono cuocere lentamente. O ti impicchi o muori lentamente.