Il primo Meeting dell’era gialloverde: tantissimi leghisti ma nessun grillino

Il primo Meeting della Terza Repubblica (a destra il classico logo) comincerà domenica 19 agosto. Tema: “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”, frase di Vaclav Havel intestata al fondatore don Luigi Giussani che invece ne disse una simile: “Le forze che muovono la storia sono le stesse che muovono il cuore dell’uomo”.

In ogni caso sempre di “forze” si tratta e il concetto è ampio e trasversale e comprende ovviamente anche le forze politiche. Il tradizionale raduno di Comunione e Liberazione, in tempi di Seconda Repubblica, è stato infatti l’appuntamento rigorosamente bipartisan che segnava la ripresa della stagione politica. Si pensi, per esempio, al gruppo interparlamentare per la sussidiarietà, vero cavallo di battaglia ciellino, una volta presieduto da Enrico Letta.

E oggi, in piena era gialloverde? Scorrendo il programma, al solito intenso, che andrà avanti fino al 25 agosto si leggono i nomi di tanti politici, compresi i ministri Bussetti e Moavero Milanesi: Giorgetti, Delrio, Violante, Gelmini, Lupi, Marattin, Mulè, Rampelli, Attilio Fontana, Toti, Ascani, Cattaneo, Prodi, Bertinotti, Tajani, Centinaio, Speranza, persino Gianni Letta, presenzialista d’antan ma raramente parlante. Rappresentati dunque la Lega, il Pd, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Liberi e Uguali.

Una sola, lampante assenza a incrinare la fatidica trasversalità del Meeting: quella del Movimento Cinquestelle, il maggior partito del Paese. Chiusura, pregiudizio antipopulista? L’unica partecipazione grillina risale al 2015, quando l’attuale sottosegretario Mattia Fantinati fece un intervento choc: “Sono qui, onestamente, per denunciare come Comunione e Liberazione, la più potente delle lobby italiane, abbia trasformato l’esperienza spirituale e morale in un paravento di interessi personali, finalizzati sempre e comunque a denaro e potere”.

A dire il vero, il pregiudizio potrebbe essere solo pentastellato. Nel senso che alcuni esponenti di governo sarebbero stati interpellati. Invano.

Insomma un Meeting di tutti i colori, tranne il giallo. Senza il primo partito di governo. Quasi un ossimoro per il pragmatismo ciellino.

La lezione di Tommy contro il rancore di un mondo d’odio

È un personaggio speciale, Tommaso. Anche se non lo conosci, basta meno di un giorno per capirlo. Lo guardi nei suoi pochi andirivieni tra la spiaggia e il mare, lo studi mentre sta sotto l’ombrellone e rimira il cielo, e subito provi quell’attrazione tipica per chi possiede qualcosa di importante che noi, purtroppo, non abbiamo. Tommaso è allegro, prima di tutto. In un mondo imbevuto di rancori e in cui tanti scoprono di poter dare un senso alla vita solo odiando qualcuno, lui palesemente non odia nessuno. Proprio non ci pensa. Gruppi di bambini gli corrono e gli urlano accanto, ora alzando sabbia ora frignando, e lui non si scompone. Anzi sembra gradirne la presenza, farsene ragione di piacere estetico, anche quando sonnecchia. A volte guarda perfino con visibile affetto una bimbetta che gli ronza ciclicamente intorno, Lulù la chiamano gli adulti. Nella spiaggia in cui abbondano i richiami ad alta voce, come a garantire improbabili protagonismi, lui preferisce stare in silenzio e contemplare.

Sembra non amare i tavoli e le pedane in legno di bar e ristorante in cui si realizzano rumorose convivialità. Sarà per via di quelle musiche che spesso si fanno martellanti, senza distinzione di orari, come se la vita fosse un’immensa discoteca, ma difficilmente lo vedete aggiungersi ai clienti di birre e di insalate. Piuttosto potete vederlo mentre sotto l’ombrellone consuma il leggero pasto portato da casa. Un prodigio di educazione, poiché quando finisce non resta sulla sabbia nessun relitto grande o piccolo, né plastica né briciole né carta, come nel più esemplare dei pic nic svizzeri. Tommaso ha il corpo bruno e snello, non un filo di grasso; ma invano vi cerchereste le tracce di un tatuaggio nel rutilare estivo di corpi scolpiti e palestrati, inondati di geroglifici e di aquile. Il miracolo del corpo umano basta e avanza, nella concezione che egli sembra avere della vita: né simboli bruti né ricordi di incontri memorabili né opere d’arte sul fisico abbronzato, come per elevarlo di senso, novello Icaro dalle pedestri ambizioni. Semmai mostra ogni tanto sottili sentieri di crema bianca sul viso, che addosso a lui spariscono in un attimo. Tutto sembra ruotargli intorno come splendido dono o, nel peggiore dei casi, come fastidio da rimuovere leggero, un po’ come ogni tanto ci è raccomandato dai medici per vivere sereni e come purtroppo non sappiamo fare, ma come lui dimostra con estrema naturalezza che è possibile.

Non ha una gran dentatura, Tommaso. Certo non ha il sorriso smagliante dell’attore da copertina. Indovini anzi, anche da lontano, alcuni vuoti tra le sue gengive. Eppure il sorriso che ogni tanto elargisce ai vicini o soprattutto alla bimbetta che gli gira intorno, e che lo chiama affettuosamente Tommy, ha un che di accattivante, evoca sentimenti che vorresti governassero la terra. Sotto i capelli ricci e neri, in verità un po’ radi, sembra spalancarsi una felice meraviglia verso l’universo. Che continua anche quando un ambulante, sottraendosi alle regole, gli sbuca di dietro d’improvviso fermandosi all’ombrellone accanto con le sue luccicanti mercanzie. Tommaso non lo incoraggia ma nemmeno lo minaccia o svillaneggia. Semplicemente guarda lui e i suoi possibili avventori (tutte donne) in un silenzio curioso e comprensivo. Lascia la spiaggia un paio d’ore prima del tramonto, il sole ancora caldo, dopo un lungo sonno sulla sdraio. Con lui si incammina verso la strada una giovane donna, anche lei dai capelli ricci e neri, che lo abbraccia e sembra amarlo molto.

Non vi ho però fin qui detto l’età di Tommaso, se egli sia un giovane eversore dei tempi o un saggio malinconico arrivato diritto in spiaggia da un romanzo di García Márquez. Svelerò dunque il mistero. Tommaso (cognome Picerno, ho indagato) ha nove mesi e due dentini. L’ho studiato con amore per cinque-sei ore, e mai esperienza è stata più rilassante: volevo osservare come possiamo essere allo stato di natura e provare a immaginare quando e perché, e sentendo quali parole, poi cambiamo. E ho concluso che ben poderosa dev’essere – in pensieri, parole, opere e omissioni – la macchina sociale del rancore. Che Tommaso le resista.

Pro natura, gli ambientalisti arrivati dalla Resistenza

Nell’estate di settant’anni fa, il 25 giugno 1948, nel castello di Sarre, in Valle d’Aosta, veniva fondato il Movimento italiano per la protezione della natura, oggi Pro Natura. Era la prima associazione del genere sorta in Italia dopo la Liberazione. L’assemblea costitutiva era stata preceduta da una riunione svoltasi nella villa in Brianza, a Oreno, del conte Gian Giacomo Gallarati Scotti, noto per le sue battaglie per la tutela degli orsi. Tra i presenti c’era lo scrittore Dino Buzzati, che sul Corriere della Sera scrisse: “Di fronte alla natura, se si riesce a guardarla con animo sincero, le miserie si sciolgono, gli uomini si ritrovano l’un l’altro dimenticando di avere questo o quel colore. (…) Ma che importa – dirà qualcuno – se l’orso scomparisse dalle Alpi? È un po’ come chiedere perché sarebbe un guaio se il Cenacolo di Leonardo andasse in polvere. Sarebbe un incanto spezzato senza rimedio”.

A lanciare l’idea era stato Renzo Videsott (Trento, 1904-Torino, 1974), docente alla Facoltà di Veterinaria dell’Università di Torino, alpinista provetto sulle Dolomiti e direttore del Parco nazionale del Gran Paradiso (che guidò fino al 1969; in seguito venne ingiustamente estromesso). Durante la guerra e la Resistenza, che lo aveva visto partecipare nelle formazioni di Giustizia e libertà, il professore trentino aveva già contribuito alla salvezza degli stambecchi delle Alpi, che erano in via di estinzione. Alle vicende che condussero alla creazione di Pro Natura, e alla figura di Videsott, è dedicato ora un documentato libro del botanico Franco Pedrotti. S’intitola Il Movimento Italiano per la Protezione della Natura (1948-2018). Renzo Videsott e la sua eredità.

L’intreccio tra valori della Resistenza contro il nazifascismo, la salvaguardia della natura e dei parchi nazionali, consolidati in quei rapporti amicali sorti nei venti mesi di guerra partigiana, sono testimoniati dallo stesso spirito che permeava il pensiero e l’azione del professore di Trento. A cominciare dalle sue convinzioni, vicine a quelle di Giustizia e libertà, e pure alle componenti federaliste e autonomiste-alpine della Resistenza, ma sempre irrorate dall’amore per la montagna. Nella lettera inviata ai partecipanti delle riunioni di Oreno e di Sarre, infatti, Videsott rammentava che “c’è da render cosciente, nel campo sociale, un vivificato amore alla natura, quale mezzo di una lontana elevazione spirituale ed artistica, di un ancor più lontano affratellamento fra gruppi di popoli. Perciò anche questo può scivolare degnamente sul piano concreto, operante del federalismo europeo”. Non prese parte alla lotta armata, raccontò, pur mettendosi “varie volte in situazioni da essere fucilato, solo perché mi ricordavo della gioia che dava il rischio sulle montagne”. Nei partigiani, comunque, vedeva “molta purezza ideale”, ed “io ero tagliato per affrontare freddamente la morte”.

Il direttore del Parco del Gran Paradiso, che gli era stato affidato nel 1945 dal Comitato di liberazione nazionale, fu amico inoltre di Vittorio Foa, uno dei padri nobili della sinistra italiana. A Foa, nel 1950, scriveva per confessargli di temere che le sue idee in materia di protezione di flora e fauna potessero essere utopistiche, ma subito aggiungeva che, in verità, quelle idee ambientaliste sarebbero state “realtà future in Italia, dopo averle toccate con mano all’estero”. Foa avrebbe aiutato più volte Videssot nei periodi di crisi, per carenza di fondi, del Parco del Gran Paradiso.

Dal mondo partigiano di Gl, e della deportazione dei lager nazisti, provenivano pure altri fondatori e collaboratori di Pro Natura: dal torinese Fausto Penati, una degli animatori del Partito d’Azione, al magistrato antifascista Domenico Riccardo Peretti Griva (suocero dello storico e partigiano Alessandro Galante Garrone); da Paolo Videssot (fratello di Renzo), internato in un campo tedesco, a Bruno e Nino Betta, anch’essi catturati dai nazisti e deportati.

Gli altri presenti a Sarre erano Benedetto Bonapace, Fausto Stefenelli, Raffaelo Prati, trentini; il torinese Celestino Durando, poi, e gli aostani Jules Brocherel, Albert Deffeyes e Mario Stevenin. Personalità che si erano riconosciute nella lettera-invito di Videsott del 1948, “nella quale sottolinea – spiega il naturalista Franco Pedrotti – l’importanza di diffondere l’idea della protezione della natura nel campo sociale: per il salvataggio delle risorse naturali e per l’elevazione spirituale dell’umanità. ‘É una visione che va al di là di ogni confine politico, tanto più al di là delle mie forze e della mia vita’, scrive nella lettera-invito. Si tratta di uno ‘sforzo diastolico e sistolico’ che per Videsott dovrà essere difeso da una troppo elevata concezione poetica, da una troppo angusta profondità scientifica, dalla impaludante retorica, dal formalismo, dall’oppio della burocrazia, dalla piovra delle speculazioni della bassa concezione politica’”.

Il “modello” Marchionne e quelle accuse di invidia

Abbiamo assistito nelle ultime due settimane a un prevedibile profluvio di commenti in memoria di Sergio Marchionne, in larghissima parte agiografici. Ai pochi che non si sono uniti al coro, che hanno mosso qualche critica, è giunta regolare e inesorabile l’accusa: “Siete invidiosi!”. E l’invidia è una brutta bestia… Così ci ha assicurato Matteo Renzi: “Parte dell’odio contro di lui deriva dall’invidia. E sull’invidia per le persone di talento non si costruisce un Paese”. Così tanti altri. Regolarmente poi, il riconoscimento del valore di Marchionne (contro gli invidiosi) si è combinato alla celebrazione dell’uomo di successo, in contrapposizione a un mondo di pelandroni votati solo all’assistenzialismo: “Il lavoro lo crea chi rischia, non chi aspetta il reddito di cittadinanza” (sempre Renzi). Queste reazioni riproducono dinamiche ideologiche antiche. E su queste reazioni, più che sull’uomo Marchionne, bisogna ora riflettere a freddo, perché Marchionne, la sua vita, i suoi meriti e demeriti – persino il lutto per la sua morte – in queste discussioni sono stati secondari. Si è parlato in realtà d’altro: di politica, di diseguaglianze, di giustizia sociale.

Affermare che ogni rifiuto di riconoscere Marchionne come modello di successo equivalga a provare livore e invidia, accompagnati da un culto pigro dell’assistenzialismo, significa in sostanza dichiarare fedeltà a una destra antisociale. L’espressione “politica dell’invidia”, non a caso, divenne popolare tra i conservatori britannici negli Anni ’70 a criticare le politiche laburiste: dalla tassazione progressiva a sanità ed educazione pubbliche e gratuite, fino all’intero edificio dello stato sociale. Ogni misura equalizzante o redistributiva è fondata su null’altro che la passione più miserabile: l’invidia per chi è migliore, ha più talento, ha meritato di più. Rifiutarsi di riconoscerne i presunti meriti e l’annesso diritto di arrogarsi porzioni sempre maggiori di ricchezza collettiva, potere e status, è da invidiosi. Se la motivazione profonda di qualsiasi intervento contro le diseguaglianze crescenti è l’invidia, allora queste misure sono un furto istituzionalizzato verso i più meritevoli.

Questo schema argomentativo (come mostrato da Douglas Cairns) si trova già, per dire, nell’Antidosis di Isocrate (IV secolo a.C.): lì il retore connette l’invidia per il suo successo professionale all’invidia del popolo ateniese per i ricchi, che è per lui alla base della forte tassazione della ricchezza (che finanziava vari servizi pubblici). Isocrate la pensa insomma come Renzi: da un lato c’è il merito e il talento, dall’altro l’invidia che alimenta l’assistenzialismo. Aristotele, nella Retorica, ci spiega cosa sia questa invidia (phthonos): è un rancore focalizzato verso la fortuna altrui, rivolto dal basso verso l’altro. Nella Politica aggiunge che in democrazia i poveri, per invidia verso i ricchi, sposano una visione della giustizia per cui, dal momento che sono uguali ai ricchi per status giuridico e politico, ritengono (per lui erroneamente) di avere diritto all’uguaglianza anche nelle altre sfere. E quindi depredano i ricchi delle loro ricchezze e le redistribuiscono. Ma l’analisi non finisce qui: il filosofo identifica anche un altro tipo di phthonos esclusivo ed escludente: la gelosia delle proprie prerogative che è tipica dell’élite e che la spinge ad arrogarsi sempre di più alle spese di chi sta più in basso, affinché rimanga più in basso. Questo phthonos genera spinte inegualitarie speculari a quelle democratiche: i ricchi, in quanto ricchi, sono convinti di essere intrinsecamente superiori e per questo meritevoli non solo di sempre maggiori ricchezze, ma di sempre maggiore potere, onore, controllo sulla vita della collettività. Un passo rivelatore della Retorica ad Alessandro (di un contemporaneo di Aristotele) consiglia all’oratore che voglia scatenare lo phthonos delle masse contro i ricchi di dipingere la loro fortuna come immeritata, ingiusta, illegittima. Questa che è descritta dall’alto come invidia è chiaramente, per le masse in cui viene suscitata, qualcos’altro.

È un sentimento morale di ingiustizia, di indignazione di fronte a una distribuzione di potere e risorse predatoria e ingiustificabile sulla base del merito. È da questo sentimento di ingiustizia che, secondo Aristotele, ha origine l’azione politica democratizzante delle masse contro le élite. La tattica delle élite per neutralizzarlo è caratterizzarlo al contrario come una passione meschina: l’invidia verso chi è migliore di noi.

Marchionne è stato una figura polarizzante. Ma il discrimine tra ammiratori e critici non è semplicemente l’invidia. Affermarlo è accettare che l’ordine morale ed economico di cui è stato simbolo (con i suoi compensi osceni, le sue battaglie contro i sindacati, le sue delocalizzazioni) – un ordine di asimmetrie e ineguaglianze vertiginose – sia giusto, naturale, inevitabile. Per chi a questo ordine vuole opporsi, il risentimento verso ciò che Marchionne ha rappresentato non può e non deve essere invidia, ma giusta indignazione da radicare in un’idea diversa, più giusta, di società. Al contrario, l’incapacità mostrata da coloro che di quell’ordine sono vittima, e dalle forze politiche che dovrebbero rappresentarli, di osare una critica al simbolo, al santino prima ancora che all’uomo Marchionne, è sintomatica della loro rinuncia ad articolare un’alternativa.

“Io, falso pentito di Stato in miseria: cercate i garanti”

“Sono un povero disgraziato”. Vincenzo Scarantino fu indotto a mentire sulla strage di via D’Amelio: uno dei più gravi casi di depistaggi nella storia giudiziaria italiana che rende necessario “interrogarsi sulle finalità perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di questo disegno criminoso”. Lo scrivono i giudici della Corte d’Assise di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza del Borsellino quater, che ha condannato stragisti e falsi pentiti mentre il reato di calunnia contestato a Scarantino è stato prescritto perché riconosciuta l’attenuante dell’induzione. Calogero Montante, il suo avvocato, annuncia ricorso, “puntiamo all’assoluzione”. Scarantino è stato un pupo vestito da collaboratore, un piccolo spacciatore trasformato in un nuovo Tommaso Buscetta. Perché? Da chi? Con quali complicità? Al momento c’è un nuovo processo contro tre poliziotti della squadra Falcone-Borsellino, guidata all’epoca dallo scomparso Arnaldo La Barbera. “Il dottore aveva carta bianca”.

È stato in Cosa nostra?

Mai. Io sono stato “combinato” nel giugno 1994 (mese dell’inizio della collaborazione, ndr) da poliziotti, La Barbera che era il mio padrino, Bo (quest’ultimo è nuovamente indagato per calunnia, ndr) e da Riccardi (quest’ultimo indagato e archiviato, ndr). Mi ha fatto mafioso lo Stato.

Viene arrestato nel 1992 e, dopo qualche mese, portato a Pianosa. Che succede nel supercarcere?

A Pianosa mi fanno tutte le schifezze che si possono conoscere nel mondo. Io pesavo 105 chili, ne ho persi 50. Mi hanno riempito di bastonate. Nel cibo mi mettevano i vermi da terra, le mosche. Non mangiai più.

Da piccolo spacciatore come è diventato superpentito?

Sono stato predestinato dal dottore La Barbera, dal dottore Bo. Io andavo ai colloqui piangendo, non sopportavo Pianosa. Io gli dicevo di farmi fare i colloqui con chi mi accusava per la strage di via D’Amelio perché era tutto falso. Mi resi disponibile a collaborare nell’indagine per droga, nella quale poi fui condannato, ma sulla strage io non sapevo niente. Niente di niente, non sapevo neanche dove era via D’Amelio.

Lei, però, a un certo punto inizia a inventare tutto?

Io a La Barbera gli dicevo che non sapevo niente, ma loro mi spiegarono che dalle loro indagini risultavano alcuni soggetti che mi indicavano in foto e io iniziai a dire sì e confermare quello che loro volevano che confermassi.

Perché si è finto pentito?

Perché avevo perso 50 chili e il cervello diventa come la carta: fragile. Così ho ceduto a fare l’infame, a un certo punto credevo veramente di aver ucciso Borsellino.

E ha accusato innocenti?

Esatto. Ho rovinato la mia vita e la loro, non smetterò mai di chiedere scusa.

Ma quando vedeva i magistrati perché non ha detto niente, le è convenuto fare il falso pentito?

Il dottor La Barbera aveva carta bianca anche coi magistrati. Se andavo dal magistrato a dire “non so niente”, mi ammazzavano. Una volta, nel 1995, chiamai i giornalisti. Bo (il poliziotto, ndr) arriva a casa mia e mi dice che mi porterà in un carcere peggio di Pianosa. Vengo portato via e il poliziotto resta sopra con la mia ex moglie, risalgo, con la scusa di fare la pipì, e vedo che le sta parlando animatamente, intervengo e lui mi prende a calci dicendomi che “io non ero nessuno”. Lo fanno davanti ai miei figli, tanto non valevo niente.

Nel 1995 lei fa un confronto con altri collaboratori e viene smentito su tutto?

Mi fecero nero, mi sbugiardarono. Alla fine mi confrontai con il gruppo Falcone-Borsellino di La Barbera, un magistrato e i poliziotti mi dissero “tranquillo” nessun pentito potrà smentirti.

Chi deve pagare per il depistaggio su via D’Amelio?

Tutto il gruppo Falcone-Borsellino e poi i garanti.

Chi sono i garanti?

Chi gli ha dato carta bianca. Tutti sapevano che era una farsa. Tutti. Oggi conficcano il coltello su di me, ma non esce sangue.

Ebbe il processo per droga?

Su quello ero pentito davvero per quello che avevo fatto, ma quando io dicevo la verità su qualcosa nel traffico di droga, non c’era seguito.

Una volta parlò della cocaina che il boss Ignazio Pullarà avrebbe fatto arrivare a Silvio Berlusconi, negli Anni ‘80, verbale che non ebbe alcun seguito giudiziario, poi ritrattò anche questo…

Di questo non voglio parlare.

Perché?

No, no.

Lei ora che fa?

Ora vivo nella miseria, senza lavoro con questo passato schifoso che ho.

Crede nello Stato?

Io non credo in niente. La mafia se vuole eliminarti, ti spara in testa, ti accasci e finisce il film. Lo Stato, invece, fa come i polli alla brace che si devono cuocere lentamente. O ti impicchi o muori lentamente.

Il boss della ’ndrangheta vuole portare la Madonna delle Neve: processione bloccata

Giuseppe Accorinti, presunto boss della ’ndrangheta, si è avvicinato alla Madonna delle Neve, durante la processione che si tiene ogni anno a Zungri, in provincia di Vibo Valentia, per farsi includere tra i portatori dell’effigie. Ma quando i responsabili del comitato promotore dei festeggiamenti gli hanno negato la possibilità è scaturita una discussione che ha spinto i carabinieri che erano lì presenti a bloccare immediatamente la processione. Solo dopo che Accorinti si è allontanato, la processione è ripresa regolarmente. I carabinieri hanno deciso di sentire il parroco di Zungri, don Giuseppe La Rosa, e alcuni fedeli per ricostruire i fatti e inviare un’informativa alla Procura della Repubblica di Vibo Valentia. Accorinti non avrebbe attualmente alcun conto in sospeso con la giustizia.

Lo Sinn Féin: “Pronti a unificare l’Irlanda con un referendum”

“La Brexit infliggerà un colpo mortale a un Paese come l’Irlanda e dovremmo opporci a un possibile ritorno della violenza”. Mary Lou McDonald è, da febbraio, la presidente del Sinn Féin dopo i molti anni di controversa leadership di Gerry Adams. Un’eredità pesante, ma anche una scelta lungimirante da parte di Adams, all’insegna della discontinuità da un passato di sangue e del necessario rinnovamento del partito. Non solo è una donna a capo di una formazione tradizionalmente misogina, ma è anche nata e cresciuta a Dublino in una famiglia middle class, estranea per biografia e cultura alla stagione dei Troubles, la guerra a bassa intensità, in Ulster. Non a caso, non ha mai preso pubblicamente le distanze dalla lotta armata, ma per storia politica e personale è credibile nel presentarsi come volto di un partito pronto a voltare pagina. La Brexit rischia però di far tornare indietro la Storia, riaprendo le ferite di quel conflitto. “Theresa May sta giocando un gioco molto pericoloso: l’Irlanda del Nord rimanga nell’Unione europea”.

Quale rischia di essere l’impatto economico della Brexit sull’Irlanda del Nord?

Sappiamo già che per il prossimo trimestre c’è da aspettarsi una recessione, e che l’uscita dall’Europa rischia di aver un impatto rovinoso, soprattutto se si dovesse uscire senza un accordo, visto che sono decine di migliaia i posti di lavoro legati agli impegni commerciali con l’Irlanda.

E quello politico?

Ancora più grave. Gli accordi di Good Friday si fondano sulla premessa che entrambe le parti siano in Europa e da questo discendono decenni di leggi e accordi bilaterali su cui sono fondate le nostre istituzioni. Perdere questo significa infliggere un colpo mortale alla fiducia nella politica e nella sua buona fede in un Paese uscito da un conflitto civile, che di tutto ha bisogno meno che di un inamovibile governo britannico conservatore pronto a spazzare via la nostra vita politica e sociale. Sarebbe davvero da irresponsabili dare quello che abbiamo costruito per scontato e temo che Theresa May, con il supporto del suo partito, stia giocando un gioco molto pericoloso con gli equilibri nord irlandesi. Parliamo della vita quotidiana di migliaia di persone.

Si sente di escludere un’escalation in caso di ritorno del confine?

Sto entrando a Derry mentre parliamo. Qui, come a Belfast, le cose sono migliorate grazie al processo di pace e le comunità sono determinate a non tornare indietro. Ma questo è un Paese di reduci, ed è vero che sopravvivono frange di estremisti e di dissidenti che possono trarre dall’instabilità politica la spinta per un ritorno alla violenza. Ci opporremo con tutte le forze.

Anche con la disobbedienza civile?

No, per ora stiamo ribadendo con fermezza che questo è un problema europeo, e abbiamo ottenuto la solidarietà di Bruxelles e di molti paesi dell’Unione. Tutta l’Irlanda, eccetto il Dup, è unita nel rigettare Brexit.

Qual è la soluzione?

La May si è impegnata a proteggere gli accordi di pace: l’unico modo è accettare un negoziato su misura, che mantenga l’Ulster nell’Unione doganale e nel mercato unico. Le soluzioni proposte finora non possono funzionare, questa è la verità.

Il referendum per l’unificazione dell’Irlanda è ora più vicino?

Lo prevedono gli accordi. La questione non è più se ma quando: consideriamo realistico un orizzonte di 5 anni. Se poi il Regno Unito deciderà di uscire senza accordo, trascinando l’Irlanda del Nord nella rovina, dovremo andare al voto.

Belfast, paura di Brexit e ritorno della violenza

Nel ginepraio che è diventato il negoziato su Brexit, il dossier nord-irlandese occupa fin dall’inizio il ruolo non invidiabile di elefante nel negozio di cristalli. Il problema senza soluzione.

Gli equilibri politici, sociali ed economici dell’Irlanda del nord (o Ulster) – di fatto, il suo presente e il suo futuro – si reggono sugli accordi di Good Friday, quella miracolosa stretta di mano fra Tony Blair per la Gran Bretagna e Bertie Ahern per l’Irlanda che, il 10 aprile del 1998, un venerdì di Pasqua, sancì la fine dei 30 anni di conflitto fra unionisti leali all’Inghilterra e repubblicani pro Irlanda.

Da quel Good Friday nel Paese è in corso un faticoso processo di pace, fondato su una delicatissima divisione dei poteri a tutti i livelli fra le principali forze politiche: il Sinn Fein, repubblicano e filo-irlandese, e il Dup, unionista, che identifica la madrepatria nell’Inghilterra.

Il simbolo più potente di questo compromesso è lo smantellamento dei controlli al confine fra le due Irlande, quei check point minacciosi baluardi dell’occupazione militare britannica. In virtù di quegli accordi, fondati sulla comune appartenenza all’Unione europea, fra le due Irlande non c’è, di fatto, alcun confine, e la gente vive in Ulster e lavora in Eire, facendo della convivenza e della tolleranza un esercizio quotidiano che idealmente dovrebbe sanare, nello spazio di un paio di generazioni, le profondissime ferite dei Troubles, il conflitto nord-irlandese: 3.700 morti, decine di migliaia di feriti, una eredità ancora presente di sofferenze irrisolte.

“È una popolazione traumatizzata”, ci spiega Alan McBride, che dopo aver perso la moglie 29enne in un attentato dell’Ira, negli Anni 90 ha fondato Wave, un centro per il sostegno dei sopravvissuti che oggi ha cinque sedi: “Il processo di riconciliazione sta funzionando? Solo in parte. Alcuni riescono ad andare avanti, molti altri rimangono esattamente dov’erano, preda di divisioni settarie che non sono mai cambiate. In questi giorni assistiamo persone traumatizzate dalle violenze recenti”.

Si riferisce ai sei giorni di scontri nelle prime settimane di luglio, a Derry e East Belfast, in occasione delle celebrazioni della vittoria di Guglielmo III d’Orange contro le forze del re cattolico Giacomo II nella battaglia di Boyne il 1° luglio del 1690. Per le migliaia di affiliati dell’Orange Order, protestanti unionisti, le marce tradizionali in ricordo di quella vittoria, che si tengono il 12 luglio, sono il simbolo del predominio britannico sull’Irlanda e riaccendono antiche tensioni. Quest’anno c’è stata un’escalation, con lanci di molotov, roghi d’auto e attacchi alla polizia. Dietro quelli di Derry ci sarebbero i dissidenti repubblicani, membri paramilitari della nuova Ira, mentre a Belfast, la notte dell’11 luglio, si sono scatenati i lealisti dell’Ulster Volunteer Force, che hanno acceso falò non autorizzati e intimidito la popolazione. Nella notte successiva, due ordigni esplosivi sono stati lanciati contro la casa di Gerry Adams, ex leader del Sinn Féin, cioè il braccio politico dell’Ira, e di Bobby Storey, uno degli “eroi” della resistenza irlandese all’occupazione britannica. “Le violenze non sono una novità – spiega la giornalista irlandese Mary Carson, veterana dei Troubles – ma stavolta abbiamo visto un salto di qualità nell’organizzazione. Queste fazioni flettono i muscoli, sono rinvigorite dalla Brexit, dal populismo crescente e dal vuoto di leadership”. Un vuoto letterale. A gennaio 2017, gli equilibri politici in Irlanda del nord sono saltati quando Martin McGuinness, vice primo ministro e storico militante dello Sinn Féin, si è dimesso con lo scopo di costringere alle dimissioni Arlene Foster, primo ministro e leader del Dup coinvolta in una inchiesta su un programma di energia pulita pagato dai cittadini, i cui costi sono misteriosamente lievitati.

Il Paese non ha un governo da allora. La situazione si incancrenisce a giugno 2017, quando un incauto calcolo politico porta Theresa May a indire le disgraziate elezioni che le fanno perdere la maggioranza in parlamento. Nelle febbrili consultazioni post-voto, l’unica stampella che trova è quella del Dup di Arlene Foster e dei suoi 10 parlamentari che le assicurano l’appoggio esterno e la tengono così in ostaggio. Le conseguenze sono due: la prima è che il governo britannico, che del rispetto degli accordi di pace di cui si fece promotore dovrebbe fare da garante, non è più percepito come super partes, e non sembra avere la forza di opporsi ai costanti tentativi di boicottaggio del Dup per un ritorno a un governo e assemblea parlamentare funzionanti. La seconda è che ha le mani legate sull’impatto di Brexit in Irlanda del nord, benché qui il 56% degli elettori abbiano votato Remain.

Il dilemma è chiaro: il governo May a Londra sogna la quadratura del cerchio, in cui il Regno Unito lasci formalmente mercato comune e unione doganale ma eviti di ristabilire un confine fra le due Irlande. Problema: la May si è impegnata sia a rispettare gli accordi del Good Friday sia a portare il suo Paese fuori dall’unione doganale e dal mercato unico, due promesse incompatibili. Se l’Irlanda del nord esce dall’Europa, deve ristabilire un confine fisico con quella del Sud che ci resta. Con gravissime ricadute sugli scambi commerciali con Dublino, che valgono il 35 per cento delle sue esportazioni, 4 miliardi in prodotti e servizi. Per non parlare dell’impatto simbolico, di portata incalcolabile.

Un accordo ad hoc è auspicato da Bruxelles e da Dublino, ma sia i Brexiteers che gli alleati del Dup si sono opposti a ogni ipotesi di “allineamento regolatorio”, termine diplomatico per mantenere lo status quo. Piuttosto che cedere sovranità sembrano disposti a far saltare il governo May. Per ora, e a soli otto mesi da quel 29 marzo 2019 fissato per l’uscita, nessuno ha la soluzione all’impasse. Visto da Belfast lo spettro dell’addio all’Unione europea è particolarmente sinistro.

I droni, le bombe, le accuse ai colombiani. Assedio totale: Maduro si sente agli sgoccioli

Grazie allo scudo protettivo dell’eroica Guardia nazionale, del popolo e alla benedizione di Dio sono rimasto illeso dopo l’attacco criminale nei miei confronti. Sono pronto a proseguire la battaglia”. Meno di due ore dopo il presunto attentato con cariche esplosive a bordo di un drone, il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, twitta il suo sollievo e la volontà di andare a fondo. Sabato pomeriggio in avenida Bolivar, il cuore di Caracas, era in programma una parata militare per celebrare proprio l’81° anniversario della Guardia nazionale. Verso le 17,45 ora locale (quasi mezzanotte in Italia) le esplosioni e lo sguardo di Maduro, della moglie Cilia Flores e dei suoi fedelissimi sul palco, da Delcy Rodriguez a Diosdado Cabello, catturati da ciò che sta accadendo in cielo. Le immagini tv della cerimonia mostrano pochi istanti di smarrimento, poi un fuggi fuggi generale, la parata che smobilita e le guardie del corpo intente a proteggere Maduro con degli scudi antiproiettile. Il bilancio delle esplosioni parla di sette feriti, nessuno in maniera grave.

Secondo fonti governative, la polizia avrebbe arrestato alcune persone sospettate, mentre è da valutare la rivendicazione arrivata via social network da parte del sedicente gruppo ribelle Soldados de franela (Soldati in t-shirt).

Attentato messo in dubbio dalla testimonianza dei vigili del fuoco in servizio nei pressi di avenida Bolivar dove, in un appartamento, si è verificato un incendio con diverse esplosioni. Sempre dal cielo, nel giugno del 2016, l’ex agente di polizia dissidente ed attore Oscar Perez (poi ucciso in uno scontro a fuoco l’anno successivo) aveva attaccato i palazzi del potere di Maduro a bordo di un elicottero. Diverso quanto accaduto il 12 aprile del 2016 a San Felix quando, durante l’ennesima commemorazione, alcuni manifestanti lanciarono pietre contro il presidente venezuelano. Solidarietà a Nicolas Maduro è arrivata dai suoi colleghi latinoamericani. A partire da Raul Castro e dal neo presidente cubano Miguel Diaz Canel “piena solidarietà e appoggio illimitato a Nicolas Maduro” e dal presidente boliviano Evo Morales, passando per Daniel Ortega, leader nicaraguense alle prese con una situazione interna altrettanto difficile. Maduro ha subito puntato il dito su due orizzonti: a nord, verso Miami, base logistica e pratica dell’attacco secondo lui, e a sud-ovest, in direzione di Bogotà e del presidente Juan Manuel Santos (prossimo al cambio della guardia col neo eletto Ivan Duque), ritenuti i mandanti. Accuse rispedite al mittente.

Il 20 agosto entrerà in circolazione il ‘Bolivar sovrano’, la nuova moneta a cui le autorità hanno tolto 5 zeri. Una moneta senza valore, prosciugata da un’inflazione che a fine anno dovrebbe raggiungere un tasso di un milione per cento. E dall’inizio dell’anno mezzo milione di persone sarebbe scappato verso Colombia e Brasile.

Dal Menl ad Apf, le coalizioni dei partiti contro l’Europa

In pochi li conoscono. Vivono di finanziamenti pubblici – erogati dal parlamento di Bruxelles – e hanno spesso un’attività più virtuale che reale e immersa nei territori. I partiti politici europei giocheranno però un ruolo decisivo nelle prossime elezioni dell’Unione. Sono il luogo dove passano alleanze e strategie comuni, dove si formano le linee politiche che diventano sempre di più continentali. “Guardate al Menl”, ha spiegato Borghezio per indicare il percorso della nuova “Lega delle Leghe”. Otto i partiti che vi aderiscono, secondo l’ultimo elenco ufficiale depositato al Parlamento europeo: l’Fpö austriaco, il Front National di Marine Le Pen, l’Spd della Repubblica Ceca (nulla a che fare con l’omonimo partito socialdemocratico tedesco), il Vlaams Belang belga, il Knp polacco, il Volya bulgaro e il Nea Dexia. Oltre, ovviamente, alla Lega.

Ventinove i parlamentari europei aderenti, cinque eletti in Italia: Mario Borghezio, Mara Bizzotto, Angelo Ciocca, Danilo Oscar Lancini e Giancarlo Scottà. Fino al 4 marzo i due esponenti di punta erano Matteo Salvini e Lorenzo Fontana, ora ministri del governo Conte. Il programma politico depositato al parlamento europeo ha un taglio apertamente sovranista: “Il Menl è convinto che la sovranità degli Stati – si legge all’articolo due – e dei popoli, appoggiandosi sulla cooperazione tra le nazioni, è una soluzione. Rigetta, dunque, la politica che punta a creare un Super-Stato o tutti i modelli sovranazionali”.

La lotta all’Unione europea è aperta e radicale. La seconda parola chiave del programma è l’identità: “I partiti e i deputati europei del Menl – recita l’articolo 3 – fondano la loro alleanza politica sulla preservazione dell’identità dei popoli e delle nazioni d’Europa”. Un richiamo diretto al movimento identitario, che – nel programma del Bloc Identitaire francese, vicino politicamente a Borghezio e alla Lega – propone soluzioni radicali sul tema immigrazione. La difesa dell’identità ha, anche per il Menl, la conseguenza diretta sul controllo ferreo delle frontiere: “Il diritto di controllare e di regolare l’immigrazione è dunque un principio fondamentale condiviso dai membri del Menl”. Il partito della Lega e del Front National non è l’unico schieramento di destra a livello europeo. Su posizioni ancora più estreme – anche queste ispirate all’identitarismo – è l’Alleanza per la pace e le libertà (Apf), presieduta da Roberto Fiore dell’italiana Forza nuova. Dallo scorso marzo tra i membri del partito europeo di estrema destra siede anche Jean Marie Le Pen, il patriarca del Fronte nazionale francese. Una vecchia conoscenza per Mario Borghezio, ed il segno di come l’ultradestra d’oltralpe abbia un ruolo importante nelle alleanze continentali. C’è poi l’Alleanza europea dei movimenti nazionali (Aemn), il cui presidente è Bela Kovacs, politico ungherese già sospettato di stretti contatti con la Russia di Putin. L’Italia è rappresentata dall’ex Fiamma tricolore, che alle ultime elezioni politiche del 4 marzo si è presentata in cartello con Forza nuova.