La Super Lega di Borghezio: i piani per la rete anti-Ue

Lo ha capito da tempo Matteo Salvini. Il tavolo da gioco non è più solo italiano. C’è un rimescolamento geopolitico, dove le forze si contano, si posizionano, conquistano terreno. La Lega, nata e cresciuta su salsa locale, ora punta alla partita europea. Tra meno di un anno ci saranno le elezioni per rinnovare il parlamento dell’Unione e sarà quello il momento per capire quanto contino veramente i movimenti sovranisti, che l’Unione la disprezzano. C’è il blocco di Visegrad, con a capo Orban. C’è l’Austria dell’Fpö. C’è una Germania che ribolle politicamente e una Francia con le periferie pronte ad incendiarsi. E c’è un politico americano del peso di Steve Bannon che ha già annunciato di voler svolgere un ruolo non secondario, puntando a creare un movimento europeo, anzi, “The movement”. Con sede a Bruxelles, portando l’attacco dei nazionalisti trumpiani, gradito al russo Putin, nel cuore del sistema più odiato.

Quando a Pontida Salvini ha lanciato il progetto “Lega delle leghe” – una sorta di internazionale dei sovranisti, con alla base l’ideologia identitaria nata dalla nouvelle droite francese e cresciuta nei circoli dell’estrema destra continentale – tra la folla Mario Borghezio girava con in mano il giornale Idee. Le foto lo ritraggono come una sorta di uomo sandwich, che imbraccia le copie fresche di stampa. In posa con i militanti, ma anche con pezzi del mondo della destra estrema che indossano orgogliosamente la maglietta di “Lealtà e azione”, l’organizzazione militante neofascista. “Borghezio fa la sua battaglia, è sempre stato un cane sciolto, ma è ben collegato a livello europeo, è uno dei più presenti a Bruxelles”, racconta una fonte di alto livello della Lega.

Una carriera – quella di Borghezio – legata da sempre alla galassia nera europea, con rapporti stretti con il mondo identitario francese, che lo ha acclamato più volte nei congressi d’Oltralpe. Oggi Borghezio invita a guardare al partito nato dal gruppo voluto da Salvini e Marine Le Pen in Europa. “Esiste già un primo nucleo di questa formazione che Salvini ha voluto lanciare con l’espressione Lega delle leghe, e cioè il Movimento per l’Europa delle nazioni e delle libertà (Menl) in sede europea – spiega Mario Borghezio –. Abbiamo anche fatto un bel convegno a Nizza, circa sei mesi fa, nel quale erano presenti varie nazionalità, e periodicamente vengono invitati movimenti che non fanno ancora parte di questo partito come gli spagnoli di Vox, realtà in ascesa della destra identitaria e anti-immigrazione in Spagna. Io invece ho fatto invitare dal Menl il piccolo partito patriottico maltese, con cui avevo stabilito rapporti nel corso di un viaggio a La Valletta”.

Per Borghezio, la palla resta in mano al “vulcanico segretario” Salvini, ma il suo è comunque un ruolo chiave nella composizione dello scacchiere identitario europeo: “Credo che non potremo ignorare l’esperienza del Menl, che è già avanzata – prosegue Borghezio – insieme a movimenti con cui abbiamo già sperimentato la collaborazione. Inoltre c’è un variegato arcipelago di realtà riconducibili a questo progetto, anche se non tutti con le stesse caratteristiche. Ci saranno diverse anime, l’anima identitaria, l’anima populista e l’anima dei movimenti e dei partiti che si oppongono all’immigrazione”. C’è l’Afd tedesco (Alternativ fur Deutschland). Ci sono i fiamminghi, “sia quelli del Vlaams, tradizionalmente più vicini alla Lega, sia quelli al governo (i Cristiano democratici e fiamminghi) – chiosa Borghezio – che hanno il 20 per cento e il ministero delle Finanze e della Difesa in Belgio”.

Ci sono i francesi del Front National con la Le Pen “interessata a stare nella scia di Salvini, pur non essendo di pura stirpe identitaria”. Infine “l’ungherese Orban, che se non rimane nel Ppe, verrà con noi”. Ma quanto è forte la componente identitaria nella Lega? “Bella domanda, non lo so dire – sorride Borghezio – certo il consenso di Salvini è legato alla sua persona e al messaggio politico. Lavoriamo perché questa prateria in cui il messaggio di Salvini sta dilagando venga permeata anche da queste idee. Nel 32 per cento della Lega (secondo i sondaggi, ndr) non ci sono tutti leghisti, non lo erano e non lo saranno mai. Noi sovranisti comunque pensiamo di avere molto filo”. Via Gregorio VII 160 a Roma è l’indirizzo ufficiale della Fondazione federalista per l’Europa dei popoli, il think tank di Borghezio, la culla dove l’eurodeputato sta cercando di far crescere il verbo identitario e sovranista. Il civico corrisponde ad una rampa che scende nel seminterrato, con le bandiere italiane issate all’ingresso. Una porta a vetri si apre sulla segreteria. Poi una serie di open space modernissimi. Tanti ragazzi ai computer, l’ambiente appare subito come quello di una redazione. “La fondazione Europa dei Popoli? Mai sentita”, spiega una segretaria. Ma basta fare il nome di Mario Borghezio e le porte si aprono. In una piccola stanza c’è l’editore Luciano Lucarini: “Sono un amico di Borghezio da tantissimo tempo. La fondazione? Sono un punto di appoggio, tutto qui”. L’editore si chiama Pagine, la società che ha ripreso le pubblicazioni delle riviste di riferimento della destra, il Borghese e il Candido. Vecchi legami che ritornano. Seguendo il segretario generale di “Europa dei popoli” si aprono le porte del mondo della sicurezza, tema da sempre caro alla Lega.

Edoardo Maria Anghinelli, imprenditore romano, 37 anni, affianca Borghezio nella guida della fondazione. È amministratore delegato della European Techno Group, società che sul suo sito web promuove servizi informatici per “Homeland security”. Prodotti che vanno dalla vigilanza delle frontiere al monitoraggio delle acque marittime nazionali. Temi sicuramente di stretta attualità.

Anghinelli, come imprenditore, ha il pallino degli accordi internazionali: “Abbiamo incontrato il primo ministro ungherese Peter Szijjarto – annuncia con un comunicato nel dicembre del 2016 – prospettando investimenti e cooperazione con imprese nel settore tecnologico”. Butta un occhio anche verso l’Africa la società di Anghinelli, annunciando affari in Uganda. Come a dire, “aiutiamoli a casa loro”. Settori? Di tutto, dal caffè all’energia.

Il segretario generale della fondazione di Borghezio politicamente è attivo da anni. Con la sua associazione “Italia sicura” ha seguito attentamente il dossier del Mediterraneo centrale. Le ong? Frutto del “network che gira dietro al business migratorio, da OpenPolitics, ad Avaaz ai vari fanatici mondialisti aderenti alle carte di Roma e di Lampedusa”. Il nemico giurato dell’area sovranista.

Il direttivo della sua associazione – che oggi sembra non attiva – poteva contare su un parterre niente male: da un funzionario del Viminale ad una esperta Onu, passando per manager legati a Finmeccanica, secondo quanto riportato sul sito. “Abbiamo rivitalizzato la Fenl (Foundation for a Europe of Nations and Freedom), distribuendo la rivista cartacea che avete visto a Pontida, e soprattutto un giornale online della stessa testata che sviluppa questo tema. Abbiamo intenzione di dare una veste sempre più europea e pubblicare contributi nelle varie lingue”, prosegue Borghezio. In mente ha il regionalismo, ovvero l’antenato politico dell’identitarismo, movimento della destra radicale europea oggi contigua alla Lega: “Nell’ultimo numero abbiamo pubblicato un articolo in catalano, un bell’articolo del presidente del gruppo della Le Pen in Europa, contiamo di pubblicare materiale dai fiamminghi, per usare questa fondazione come strumento per far circolare queste idee e questi temi”. Il ruolo centrale della fondazione è il vecchio pallino dell’eurodeputato d’esperienza, diventare ponte con la destra tradizionale: “Il 24 luglio c’è stato un incontro a Palestrina della festa tricolore della destra, e in quell’occasione ho parlato a lungo di questi temi con Sabbatani Schiuma che è il capo storico di questa nouvelle droite, e lui è d’accordissimo ed è molto interessato. Mi ha assicurato un contributo per il numero della rivista che uscirà a fine agosto. Penso che anche Fratelli d’Italia non potrà rimanere silente rispetto a questa iniziativa”.

Riuscire a unire il cuore sovranista e nazionalista, incarnato da Marine Le Pen e dalla destra italiana erede del Msi, con il nuovo movimentismo nero cresciuto in Francia dagli anni ’70 in poi è la chiave che la Lega sta cercando.

“L’informazione della Rai deve ritrovare credibilità”

“Il vero problema è il dilettantismo, non il populismo”. Flavio Cattaneo, 55 anni, ha guidato negli ultimi cinque anni i treni di Italo, poi Telecom Italia, poi di nuovo Italo che da poco ha venduto a un fondo americano con un incasso personale di 115 milioni di euro. Soldi che in parte ha reinvestito, insieme agli altri soci storici, proprio su Italo, mentre a settembre partirà con una nuova iniziativa da investitore, un “club deal”: con l’aiuto di una rete di privati, vuole rilevare quote di controllo di “aziende che hanno bisogno di trasformazione e crescita o start up come Italo”. A Italo, dice, “abbiamo costruito, insieme a un gruppo di azionisti visionari e una squadra di manager competenti, una società che da zero è diventata di rilevanza nazionale”. Un investimento seguito da una robusta cura manageriale. La stessa che tra 2003 e 2005 ha applicato anche alla Rai, di cui era stato nominato direttore generale dall’allora governo di centrodestra.

Flavio Cattaneo, 15 anni dopo la sua gestione, come sta la Rai?

Ha sempre avuto una struttura interna legata all’informazione molto forte, più di 1.000 giornalisti, con una presenza in tutte le Regioni. Ma questa forza si è indebolita a causa della tecnologia, il web ha una capillarità maggiore di qualunque rete di redazioni regionali. Ma la Rai ha un brand riconosciuto come istituzionale e su questo deve scommettere.

Errori recenti?

Parlo da una prospettiva manageriale, non politica: per esempio a Rai3, il pur molto competente direttore ha ereditato una rete che negli anni ha abbandonato quella centralità dell’informazione che la caratterizzava, colpa anche del fatto che si confrontava con governi con lo stesso orientamento culturale. Il vuoto nel pluralismo informativo è stato occupato intelligentemente da La7, che si è messa su posizioni critiche.

E il resto delle reti Rai?

Quella che ha più difficoltà di posizionamento, secondo me, è sempre Rai2, che non si può davvero considerare una rete per giovani, complementare a Rai1 che parla al pubblico più maturo. Ai tempi della nostra gestione affrontammo il problema con innesti di programmi nuovi: nel 2005 mandammo in onda la prima edizione de l’Isola dei famosi, che nella serata finale toccò punte del 52 per cento di share, più della nazionale di calcio. In ogni mestiere si parte dal prodotto e la televisione non fa eccezione.

I manager, incluso il nuovo dg Fabrizio Salini, per innovare dovrebbero avere un mandato chiaro dall’azionista, cioè il governo.

Abbiamo visto già troppe volte politici che nominano manager indipendenti e poi li scaricano perché hanno fatto scelte nell’interesse dell’azienda e non dei loro mandanti. I politici devono capire che quando sono in maggioranza dovrebbero fare norme che tutelino anche l’opposizione perché prima o poi tutti diventano opposizione.

La Rai deve competere con Netflix o essere solo la tv dei discorsi di Mattarella e di Sanremo?

Netflix ha un modello di business che si basa sull’abbonamento mensile a pagamento. La Rai ha già il canone, non può neanche pensare di mettersi in concorrenza. Sul mercato italiano c’è anche Tim Vision che ha raggiunto numeri importanti. Vodafone ha comprato da Liberty Global il secondo operatore via cavo in Germania. In Spagna Telefònica ha la prima pay tv: la convergenza tra telefonia e contenuti sta già nei fatti.

Che spazio resta alla Rai?

La Rai dovrebbe essere una via di mezzo. Deve investire sul suo brand istituzionale, aumentare l’informazione, svecchiare alcuni programmi e valutare la cessione di parti dell’azienda per innescare la competizione tra gli editori, sempre col senso di responsabilità che si richiede a un servizio pubblico.

Mediaset sfida Rai e La7 con il rilancio di Rete4 piena di nuovi talk show. Ce la farà?

La Rai è sempre stata regina nella credibilità dell’informazione, mi ricordo Ballarò che faceva il 16-18 per cento. Poi ha perso un po’ di smalto. Mediaset ha meno storia dal punto di vista dell’informazione, anche se ha buone competenze per fare un tentativo.

Quando è stato indicato Marcello Foa alla presidenza, molti si sono allarmati per le sue posizioni filo-russe e anti euro. Quanto conta l’orientamento culturale dei dirigenti sulle scelte della Rai?

C’è un differenziale di tempo tra quando si prende una decisione e quando questa diventa efficace. Cambiare un conduttore è facile, cambiare l’identità culturale dell’azienda può essere velleitario. Immaginiamo che si vogliano usare le fiction per dare il messaggio che gli immigrati sono una minaccia e non una opportunità: i risultati si vedranno – forse – fra 3-4 anni, ammesso che ci sia una presa forte sulla struttura da parte dei vertici.

Da manager con poco tempo che dieta mediatica segue?

Mi alzo presto e alle 7 ho già letto 3-4 giornali, per lavoro in Telecom guardavo le principali serie televisive, Breaking Bad, Narcos, La Casa di Carta, studio il prodotto e guardo le trasmissioni di informazione con mia moglie. Molto spesso mi sono trovato a passare dalla Rai a La7 perché era lì che si sviluppava il dibattito politico.

Il tetto di 240.000 euro di stipendio annuo che vale anche per il nuovo dg Rai è un problema o è giusto chiedere a chi lavora per lo Stato di accettare compensi diversi che nel privato?

Le aziende che stanno sul mercato si devono adeguare alle logiche di mercato. Diverso se ci sono enti o istituzioni che non si rivolgono al mercato e possono chiedere un impegno da civil servant, con un compenso limitato o addirittura a titolo gratuito. Ma non si può chiedere a chi guida Eni e Enel o Leonardo di essere un civil servant. Se si vuole che la Rai stia sul mercato, si potrebbe prevedere per il capo azienda una base di stipendio bassa e una parte variabile più alta legata a risultati chiari e misurabili da parte dei cittadini.


Dove vede del potenziale nel settore dei media, così in affanno?

Sul web ci sono spazi enormi perché i giornali tradizionali ripropongono il giornale di carta in versione digitale, cambia il supporto tecnologico ma non la sostanza. Mentre il web vive di filmati, di immediatezza, poco testo e tanto vissuto diretto. Sono i video l’informazione del futuro.

Con De Magistris la sinistra riparte da Riace

A Riace, non solo per difendere il “modello” di accoglienza dei migranti, ma anche per far partire il laboratorio di politica della nuova sinistra a trazione De Magistris.

È successo questo in Calabria tra le bandiere rosse con il sindaco di Napoli e la sindaca progressista di Barcellona. Luigi De Magistris e Ada Colau al fianco del “collega” Mimmo Lucano che da oltre un anno si ritrova indagato per aver aperto le porte ai migranti. Da tre giorni ha iniziato lo sciopero della fame per protestare contro il Viminale che ha bloccato i fondi dei progetti Sprar negando anche il saldo dei finanziamenti già approvati. De Magistris non ha dubbi: “Usano la legalità formale per bloccarlo. Ma se la legalità formale è contro la Costituzione, si disobbedisce. Anzi si obbedisce ma alla Costituzione, perché è in atto un’operazione di distrazione di massa. A questo governo vorrei chiedere: ma il problema è l’immigrazione o l’emigrazione dei giovani?”.

Conosciuto da tutti come Mimmo “il Curdo”, il sindaco di Riace è riuscito nell’ennesima utopia: quella di riunire nella Locride l’anima di quella sinistra che non ci sta a farsi condizionare dalla “paura del migrante”. Lo dice il sindaco di Barcellona Ada Colau: “Una grande città europea come la nostra deve venire a Riace e imparare. Alcuni vogliono usare l’immigrazione per aumentare le paure della popolazione”. Il riferimento è al ministro dell’Interno Matteo Salvini che nelle settimane scorse ha definito Lucano “uno zero”: “Salvini – aggiunge Colau – rappresenta il caos, il disordine e la distruzione dell’Europa. Ma l’Italia non è Salvini”.

Per De Magistris, la colpa è anche dei 5stelle: “Hanno consentito a una forza minoritaria di ottenere il premier di fatto. Il ministro dell’insicurezza nazionale aveva il 17%. Ma chi è Salvini? Ma Mimmo Lucano non è solo”. Alla frase di De Magistris, oltre 400 persone si sono alzate ad applaudire in un tripudio di bandiere rosse: “Chi pensa di colpire il sindaco di Riace colpisce i diritti e la democrazia. Per me non esiste la distinzione tra rifugiati, richiedenti asilo, migranti economici, migranti climatici e migranti per scelta. Se loro sono clandestini, lo sono pure io. Oggi noi tre, per ciò che stiamo dicendo, perdiamo voti. Non ci interessa, è una lotta per le nostre libertà”.

Vuole riorganizzare la sinistra partendo da Riace, De Magistris, ma con persone “credibili che hanno dimostrato, coi fatti, di sapere coniugare rivoluzione e affidabilità. Se la resistenza è difesa, la fase più bella è il contrattacco. Ora bisogna mettere passione, associazioni, comitati e sindaci”.

Dopo il Tav, governo diviso sul Tap: “Meglio fare strade”

È sulle grandi opere che si consuma uno scontro di visioni e intenzioni tra gli alleati del governo che a colpi di tweet, video e post solcano il terreno: da una parte il vicepremier leghista Salvini che preme per andare avanti su Pedemontana, Tap e Terzo valico, “perché i benefici sono superiori ai costi”, e dall’altra ci sono i Cinque Stelle che frenano. “Caro Matteo, in Italia servono le infrastrutture, ne ha un estremo bisogno il Sud che a causa della mancanza di investimenti ha subito una perdita ulteriore di posti di lavoro di 300.000 unità durante gli anni della crisi”, scrive piccata su Facebook la ministra per il Sud, Barbara Lezzi, da sempre contraria al Tap, tanto da diventare uno dei volti della campagna per il no. “Quello che si aspetta il Paese – scrive ancora la Lezzi – sono strade sicure, ferrovie, scuole, ricerca, università, bonifiche, anti-dissesto idrogeologico ed energia pulita”. Una presa di posizione sul tema che è diventato l’epicentro di un confronto quasi quotidiano nel governo.

A intervenire per primo sul gasdotto che dovrebbe arrivare in Puglia – e che il premier Giuseppe Conte ha definito “strategico” davanti al presidente Usa Donald Trump, salvo poi parlare di “valutazione del progetto” – è il vicepremier leghista che, dalla festa della Lega Romagna, spinge per realizzare l’opera: “Nel contratto di governo c’è l’esame-costi benefici e il Tap porterebbe un risparmio del 10% sulle bollette energetiche delle famiglie e delle imprese”.

Più che un annuncio, una risposta diretta ad Alessandro Di Battista che in un intervento video dal Messico (in cui non ha risparmiato né la Lega né lo stesso M5S, al quale ha chiesto di restare se stesso nelle sue battaglie simbolo) ha fatto conoscere la sua contrarietà verso le grandi opere: “Il Movimento deve fare il Movimento, abbiamo fatto battaglie importanti, contro Tap e Tav, opere del tutto inutili, sulla legge anticorruzione, a sostegno dei cittadini, contro la bancocrazia: coraggio, questo è il momento di spingere. Non ci possiamo far distrarre da queste robe sul razzismo, questa è una distrazione di massa”.

Ma a riscaldare l’alleanza giallo-verde, che fatica a trovare una sintesi comune, sono anche le altre grandi opere. “Il Tav è nel contratto di governo. Sono contento che il ministro dell’Economia francese, che ho incontrato questa settimana, abbia detto che capisce i miei dubbi sul Tav Torino-Lione”, spiega l’altro vicepremier, Luigi Di Maio. Diametralmente opposta la linea della Lega: “Culturalmente sono più per fare che per disfare. Bisogna calcolare fino all’ultimo centesimo, aspetto i risultati degli studi”, replica Salvini. Ma i calcoli che cita il vicepremier hanno già aperto un’altra bagarre con il presidente del Piemonte, Sergio Chiamparino, che ha annunciato un’analisi costi-benefici redatta dalla Regione che faccia da contraltare a quella del governo.

Unico punto fermo: entro il 2018 ci sarà una decisione sul Tav. “Stiamo avviando tutte la valutazioni relative al progetto, contiamo di chiudere entro la fine dell’anno. Ma se non è redditizia, meglio bloccarlo”, annuncia il ministro di Infrastrutture e Trasporti, Danilo Toninelli.

“Silvio ha ceduto lo scettro, in Forza Italia decide Tajani”

Il filosofo Paolo Del Debbio è stato tra i fondatori di Forza Italia, un quarto di secolo fa. Indi, nella sua vita da conduttore televisivo, ha incarnato più di ogni altro quel populismo da talk, su Mediaset, che a Silvio Berlusconi è stato rinfacciato dai cosiddetti moderati azzurri.

Tra B. e Salvini siamo ai materassi, ormai.

Perché Berlusconi?

È il capo di Forza Italia.

Io ti dico che lo scontro è tra Tajani e Salvini.

Il grigio Tajani.

Non sottovaluterei il ruolo di vicepresidente che gli ha affidato Berlusconi in Forza Italia. È un’autentica unzione a differenza di altre del passato, tipo Alfano. Il peso di Tajani oggi è notevole.

E quindi sulla Rai hanno litigato Salvini e Tajani.

Berlusconi si è ritagliato un ruolo terzo, di mediatore, si è tenuto fuori dallo scontro. Su Foa non era così rigido.

L’ennesimo indizio del crepuscolo berlusconiano.

Questo non lo so, so che però il mandato a Tajani è un mandato vero. Ecco, per risponderti sul crepuscolo berlusconiano: diciamo piuttosto che questa è la fase aurorale di Tajani. Nei partiti si cambia.

Ma Forza Italia non è cambiata per cinque lustri.

Oggi nel centrodestra gli spazi occupati dalla Lega di Salvini sono impraticabili per un’altra forza di quel campo. E ci sono praterie tra i moderati, ex dc o socialisti.

E Tajani li rassicura?

Partiamo da un punto: non c’è dubbio che Forza Italia attraversi una grave crisi di consensi. Nell’ultima campagna elettorale sembrava il Pd. E il Pd sembrava Forza Italia. Adesso servono parole nuove e chiare.

Le Europee sono tra pochi mesi.

Tajani è un punto di riferimento per l’Europa anti-populista. È presidente del Parlamento europeo, la sua figura è dentro l’eurocrazia.

Non è un programma da urlo, visti i tempi che corrono.

Infatti, se posso dare un consiglio elettorale, suggerirei una campagna centrata sull’Italia più che sull’Europa. Macron non lo nominerei mai.

Di questo passo, leghisti e azzurri divorzieranno.

Ma tu, scusami, ce lo vedi Salvini insieme con Tajani sullo stesso palco?

No.

Se si continua così la strada è tracciata. E a sostenerlo non è Del Debbio, ma la realtà dei fatti. A meno che…

A meno che?

La mediazione di B. non sia risolutiva per un nuovo accordo con Salvini.

Nel frattempo l’annessione leghista di Forza Italia sui fatidici territori è un incubo.

Succederà come al Palio di Siena, molti decideranno al secondo giro.

E qui si ritorna al voto europeo del 2019.

Gli indecisi si butteranno sui vincitori.

Per Strasburgo si corre col proporzionale.

Le Europee saranno decisive per capire quale sarà il futuro di tutti, non solo di FI.

C’è una tendenza, però, a favore dei sovranisti alla Salvini. Che cos’è il populismo, tu che sei esperto?

Espertissimo, figuriamoci. La Lega è populista nel senso che ha intercettato voti cavalcando tutta una serie di temi, proponendo soluzioni facili a problemi difficili. Ma non è stata la sola a fare questo. Sulla flat tax era d’accordo anche Forza Italia mentre sui migranti il Pd ha avuto Minniti. Il populismo è una tentazione trasversale.

Tu hai dato un contributo fondamentale. Al punto che Rete4 è stata normalizzata in senso moderato.

Mah, non credo che Del Debbio abbia spostato voti.

Circolano voci su un futuro nella Rai gialloverde.

La prossima stagione tv sarò ancora a Mediaset.

Con quale programma?

Te lo direi se lo sapessi, ci stiamo lavorando.

Il giudizio sul governo?

Sospeso, né positivo, né negativo, gli darei ancora tempo. Ma il decreto dignità non mi è piaciuto.

Come finirà tra Lega e FI?

Oggi l’operato di Salvini gode di un grande consenso popolare.

Ma mi faccia il piacere

Il pistola. “Vicenza, spara dal balcone e prende un operaio immigrato: ‘Miravo al piccione’” (Il Giornale di Vicenza, 27.7). Cioè stava tentando il suicidio.

La rimonta. “Felice della vittoria di Simona e di tutta la squadra nelle amministrative del comune di Pergine Laterina. Complimenti a tutte e tutti!” (Maria Elena Boschi, deputata Pd, sulle elezioni in un comune aretino di 6.637 abitanti, Twitter, 30.7). E sono soddisfazioni.

Fatti e olfatti. “Storie di tradimenti. Lei una bomba sexy, io eccitatissimo. Vado per baciarla, ma il suo alito…” (Alberto Fraja, lettore di Libero, prima pagina, 4.8). “Persino nelle corna comanda l’olfatto… Di norma la moglie è preferibile alle donne che non hai annusato preventivamente” (Vittorio Feltri, ibidem). Lo dice anche il proverbio: la donna va annusata finchè è calda.

Dal Ku Klux Klan al Pd. “Daisy Osakue è una campionessa italiana. Ieri è stata selvaggiamente picchiata da schifosi razzisti” (Renzi, Twitter, 28.7). “Mio figlio è un cretino, ma non è un razzista” (Roberto De Pascali, capogruppo Pd al Comune di Vinovo e padre di uno dei lanciatori di uova contro Daisy, Repubblica, 4.8). Poi dicono che il Pd è inutile: come smacchiatore, non c’è chi lo valga.

Lulusconi. “Mi candido anche dal carcere e vedrete che con me il Brasile rinascerà” (Luiz Inácio Lula da Silva, ex presidente del Brasile, condannato a 12 anni di carcere per corruzione e arrestato, Repubblica, 4.8). Non vi ricorda qualcuno?

Minaccia o lusinga? “Calenda molla: del Pd non mi occupo più” (Repubblica, 16.7). Infatti ha già ripreso i colori.

L’ideona. “In carcere non c’è più posto: ‘Impossibile inasprire le pene’” (La Stampa, 23.7). Se vanno in overbooking gli ospedali, che si fa: sterminiamo i malati?

Treno marci. “Il collegamento con la Francia è importante. Per andare da Torino a Parigi più velocemente, per non sovraccaricare il traffico su gomma, per creare lavoro…” (Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 2.8). Posto che il Tav Torino-Lione è un treno merci e che Cazzullo sogna di salirci sopra per arrivare più presto a Parigi, Cazzullo non sarà mica una merce?

Nomen omen. “’Craxi il nigeriano’ pusher dei Navigli già arrestato sei volte… Onyekachi Craxi Kecious, detto ‘Craxi il nigeriano’ ha iniziato da ladro” (Corriere della Sera, 4.8). Buon nome non mente.

Coerenzi. “Quando giro all’estero e faccio conferenze, difendo sempre e comunque l’Italia. Giusto o sbagliato, è il mio Paese. Tuttavia è innegabile che sia cambiato il clima: scarsa fiducia, fughe del risparmio, incertezze degli investitori. Del resto ogni giorno c’è Toninelli che attacca la Tav, Di Maio che ferma Ilva, Di Battista contro il Tap: gli investitori esteri leggono i giornali. E questo vuol dire decine di migliaia di posti di lavoro in meno: più clienti per il reddito di cittadinanza … Un danno enorme” (Matteo Renzi, senatore Pd, Il Messaggero, 5.8.2018).”La Tav rischia di essere un investimento fuori scala e fuori tempo… Iniziative come la Torino-Lione non sono dannose, sono inutili. Sono soldi impiegati male… Prima lo Stato uscirà dalla logica ciclopica delle grandi infrastrutture e si concentrerà sulla manutenzione delle scuole e delle strade, più facile sarà per noi riavvicinare i cittadini alle istituzioni. E anche, en passant, creare posti di lavoro più stabili” (Renzi, Oltre la rottamazione, Rizzoli, 2013). Tesoro, dicci, che ti è successo in questi cinque anni?

I profeti. “Questo governo fallirà presto” (Renzi, ibidem). “L’improvvisazione al comando. Per quanto possiamo andare avanti? In America, in Europa, in Italia: i partiti populisti hanno vinto le elezioni e ora sono al potere. Hanno il diritto e il dovere di governare, certo. Ma hanno la competenza per farlo?” (Beppe Severgnini, Sette-Corriere della sera, 3.8). “L’esecutivo? La luna di miele finirà con la manovra” (Maria Elena Boschi, deputata Pd, Corriere della sera, 1.8). Fassino, è lei?

Voce del verbo. “Tav, il fronte del Sì in trincea: ‘Ma il referendum non paga’” (La Stampa, 31.7). Pagano meglio i tangentisti.

Colpa di Virginia. “A Roma regali del governo ‘amico’ che sblocca 125 milioni per le buche” (Repubblica-Roma, 31.7). Vergogna: finanziare addirittura la Capitale d’Italia, dove andremo a finire.

Senti chi parla. “De Luca su ‘Gomorra’: ‘Rovina i giovani’” (Messaggero, 31.7). Poi capiscono chi è De Luca.

I titoli della settimana. “L’attacco al Colle via Twitter”, “Le manovre dei troll russi sul web e l’attacco coordinato a Mattarella” (Corriere della sera, 3.8). Mattarella telegrafa: “E cu minchia sugnu ‘stu tuitter, ‘stu uebbe e ‘sti trolli?”.

La chiave di svolta

Cari lettori del mio cuore sensibile, se non mi piglio una vacanzella mi friggono i neuroni superstiti. Ma come ogni anno non vi abbandono, riproponendo una “Antologica d’agosto” delle strip da voi più apprezzate, a giudicare dai social implacabili. Questa uscì a ottobre 2017 e vi si ravvedono le prime inequivocabili avvisaglie dell’inanità della sinistra e del temibile, tuttora attuale, cambiamento dei tempi.

Diego, il Mito che ha cambiato tante vite

Accade. Accade che il Mito intacchi la nostra biografia di comuni mortali ché si ha il privilegio di guardare o di toccare l’Idolo diventato carne. Ora e qui. Immaginate la fortuna onirica che ebbero i guerrieri omerici spettatori del duello tra Ettore e Achille. Oppure i ragazzini cubani che videro il Che conquistare Santa Clara alla fine del 1958.

Ecco tutto questo può dare l’idea – e non sarà mai abbastanza – di come la vita di un tifoso napoletano sia stata segnata dall’avvento di Diego Armando Maradona, il più grande giocatore di tutti i tempi. Un racconto che diventa pubblico e personale, fatto di gioia ma anche di dolore. Un racconto soprattutto unico e sempre diverso. Come dimostra il bellissimo libro di Marco Ciriello, dal titolo esplicito: Maradona è amico mio. Scrittore e giornalista, Ciriello ha il talento di scrutare dentro gli spazi visibili e invisibili come pochi, aiutato finanche dalla sua laurea in Architettura. Era poco più che bambino, lo scrittore, quando negli anni Ottanta il destino gli diede Maradona, lo scudetto del Napoli e il mondiale di Diego in Messico e gli tolse il papà che assomigliava a Dustin Hoffman.

Maradona è amico mio non è infatti l’ennesima biografia del Pibe de Oro. È molto di più. Per esempio, è la testimonianza oculare e sentimentale di un’intera famiglia che può guardare l’abitazione maradoniana a Napoli dal proprio terrazzo di casa. Fino alla lacerante fuga di Diego dalla città, nel 1991. Quel giorno Ciriello si ritira all’aba e trova la nonna in camicia da notte sul terrazzo: “Quella mattina mia nonna non mi chiese dove fossi stato né con chi, mi sorrise e poi si mise a prepararmi il caffè e preparando il caffè mi disse: ‘Se ne sono andati’”. Diego e i suoi. Maradona è amico mio è la vita di Ciriello, classe ’75, scandita dall’epica maradoniana.

È successo a tanti napoletani, compreso chi scrive questo articolo, che ha un figlio di nome Diego Maria. Maradona è il nume di un romanzo di formazione. Lutti, distacchi, delusioni, studi, amicizie, amori che sono dirimpettai – ma forse dirimpettai è riduttivo – della parabola di un Mito “sopravvissuto ai suoi attentati, ai suoi inciampi e ai suoi errori”. “Maradona come unità di misura”.

Ciriello si accosta al “suo” Maradona senza retorica e con umile consapevolezza. Come quando assiste, da cronista, al suo ritorno al San Paolo nel 2005. Lo scrittore avrebbe voluto dirgli: “Diego la tua vita è stata presentissima nella mia”. “E mi sarebbe bastato un: ‘Lo so’. Invece non dissi nulla. Sorrisi, e lui non ricambiò, perso dentro ai fatti suoi, che come sempre erano più grandi e non comprendevano i miei”.

Ovviamente, la scrittura notevole di Ciriello tratteggia gli eventi principali della vita maradoniana, a partire dalla sua Betlemme dove già realizzò tutto senza essere visto: Villa Fiorito, di fatto una bidonville. Diego è uscito indenne dal Novecento, il secolo dei crolli. Washington Cucurto, scrittore argentino di sinistra, confessò allo stesso Ciriello: “È l’unico mito che mi rimane, ed è capitalista”.

E ai tanti moralisti farisei che non lo hanno capito, va ricordata la scena dell’arresto di Maradona, a Buenos Aires nel 1991: “Al poliziotto che mettendolo in auto gli aveva detto: Gilipollas, eri l’eroe di mio figlio, rispose: Cabrón, l’eroe di tuo figlio devi essere tu”.

Diego fu un sogno immortale. E lo sarà sempre.

La Bonelli come la Marvel, dai fumetti di carta alle serie tv

Pochi giorni dopo l’uscita di un numero di Dylan Dog scritto dal regista horror Dario Argento (con Stefano Piani), la Bonelli annuncia una svolta epocale per la casa editrice che una volta era la più cauta del mondo: nasce un ramo Entertainment, dedicato alla produzione dei contenuti video con protagonisti i personaggi bonelliani. C’è già in cantiere una serie horror da 10 episodi di 50 minuti dedicati a Dylan Dog. La Bonelli ha anticipato la notizia a Variety, la rivista americana specializzata in cinema, così da dare una rilevanza internazionale alla svolta.

Vedere Dylan Dog alle prese con frustini e safeword nel numero sadomaso scritto da Dario Argento (e disegnato da un grande Corrado Roi) è stato per molti lettori meno straniante che scoprire questa svolta video. Sergio Bonelli nella sua lunga vita da editore era sempre stato molto cauto nel far uscire i suoi personaggi dalle pagine del fumetto: era rimasto così traumatizzato dai pochi esperimenti da non volerne più sapere. C’è un dimenticabile film su Tex e il signore degli abissi del 1985 con Giuliano Gemma, nel 1994 Michele Soavi girò Dellamorte Dellamore, soggetto di Tiziano Sclavi in persona, creatore di Dylan Dog, con Anna Falchi e – unica cosa che i lettori hanno apprezzato – Rupert Everett, l’attore che la Bonelli aveva scelto nel 1986 come riferimento per i disegnatori che dovevano lavorare sulle storie dell’Indagatore dell’incubo. Era un film su Dylan Dog ma senza Dylan Dog, tratto da un romanzo di Sclavi. Nel 2011 esce un altro film americano “ispirato a” Dylan Dog (interpretato da un palestrato Brandon Routh): ha incassato soltanto 4,6 milioni di dollari nel mondo e ha fatto urlare i lettori di raccapriccio più che di terrore. Sergio Bonelli concedeva volentieri i suoi eroi soltanto per cause benefiche, tipo le campagne contro l’abbandono dei cani in autostrada, ma quasi mai per finalità commerciali.

Oggi è un altro mondo: nel 2009 la Disney ha comprato la Marvel, la casa editrice americana di Spider Man e gli Avengers, reduce da anni tormentati, soltanto per la sua schiera di personaggi da utilizzare al cinema. Ha messo ordine nel caos creato dalle licenze a produttori diversi (da Sony alla Fox) e dentro i suoi Marvel Studios ha iniziato a costruire il Marvel Cinematic Universe, un mondo narrativo coerente con continui rimandi che si è trasformato in una fonte di trionfi miliardari. Avengers: Infinity War, uscito pochi mesi fa, è stato il culmine di questa strategia ormai decennale di cui gli incassi certificano il successo: 2 miliardi di dollari di ricavi nel mondo, con una crescente penetrazione nel decisivo mercato asiatico.

Anche tutto il settore della nuova tv su abbonamento si regge sui personaggi dei fumetti: Netflix può contare su Alias, Luke Cage, Daredevil, Punisher (tutti della Marvel), o su Black Lightning (il supereroe delle grandi questioni razziali, targato DC). Netflix si è poi comprata l’intero universo a fumetti creato dallo sceneggiatore Mark Millar. Amazon Prime ha dimostrato di fare sul serio quando ha messo sotto contratto di esclusiva Robert Kirkman, il creatore della serie a fumetti The Walking Dead e poi del serial televisivo omonimo per il network AMC.

Il mercato italiano non ha le potenzialità di quello americano anche se questo è proprio il momento per essere ambiziosi, dopo i successi internazionali di Gomorra, Suburra e, a breve, de L’amica geniale, tratta dai romanzi di Elena Ferrante. E la Bonelli ha sempre avuto una certa proiezione internazionale – negli Stati Uniti Dylan Dog per esempio è pubblicato dall’editore Dark Horse – pur senza mai raggiungere i volumi di vendite degli anni d’oro italiani (i primi ‘90). Di certo la Bonelli si è molto evoluta in questi anni per farsi trovare pronta. I suoi fumetti sono stati rinfrescati, perfino Tex è uscito dal suo immobilismo (ce n’è una versione per il mercato francese, speciali sulla sua adolescenza, storie più complesse…) e su Dylan Dog è arrivato un curatore col senso del marketing come Roberto Recchioni, che è un autore di successo ma era già un influencer del web quando al posto dei social c’erano i blog. Poi l’azienda, che ora è guidata da Davide Bonelli, figlio di Sergio, e da un recente acquisto, l’esperto manager Simone Airoldi, ha fatto vari esperimenti: sia di nuove testate che di loro declinazioni in altri media, dai radiodrammi o dai “fumetti animati” di gusto un po’ vintage (roba da Supergulp anni ‘70) fino ai cartoni animati. Dragonero, la serie fantasy per pubblico adolescente inventata da Stefano Vietti, diventa ora un cartone animato per la Rai e si è addirittura sdoppiata in una versione da edicola per bambini. La Bonelli ha anche recuperato il primo marchio della casa editrice, “Audace”, per lanciare una nuova linea di serie prive dei vincoli politicamente corretti tipici della casa: il primo episodio in edicola, Deadwood Dick, pare un po’ un numero di Tex con più parolacce, ma ci sono anche prodotti molto più maturi come il graphic novel Sessantotto di Gianfranco Manfredi e Luca Casalanguida.

Se il mercato delle serie tv decolla, insomma, la Bonelli ha un serbatoio di idee cui attingere che è al livello di quello della Marvel.