“Lo so, posso sembrare pericolosa. Ma non è così. Anzi, spesso inciampo”

Valeria Golino zoppica. Nulla di grave, per carità, ma il tutore c’è, ed è solo l’ultima conseguenza di un atteggiamento oramai consolidato nella sua vita: “Mi capita spesso di farmi male, in particolare quando ho un appuntamento importante. Posso rompermi le costole. Cadere. Sbattere. Sempre così, fa parte di me”. Questa volta il colpevole è stato il viaggio a Cannes per il Festival: “Correvo verso il pulmino che mi avrebbe portato all’aereo per Nizza, tutta emozionata perché presentavo il mio film…”. E si è ribaltata. “Davanti a tutti, e tutti estranei: Isabella Ferrari, Valerio Mastandrea e la mia agente erano già in aereo ad aspettarmi, io come al solito in ritardo, quindi correvo da scriteriata e sono crollata da disgraziata”. E scoppia a ridere, con quella sua risata figlia di una voce roca, una voce alla-Golino, senza troppi atteggiamenti impostati, ma da cinquantenne conciliante con se stessa, le proprie debolezze, i propri errori, ma in grado di non esaltarsi per i successi e di trattare il termine “diva” come un attributo non fondamentale per giudicare l’esistenza di una persona.

La parola “film”, viceversa, la qualifica: Euforia (dal 25 ottobre in sala) è elaborazione sentimentale, autobiografia indotta, canto libero. Si regge benissimo, la Golino meno.

Sbadata.

Capita subito prima o subito dopo una data importante. In questo caso ho nettamente anticipato i tempi e mi sono rovinata la festa dall’“antipasto”: ghiaccio, antidolorifici, calzettone nero, niente tacchi… Però cado con dignità.

Sempre con dignità.

Perché lo so e mi vergogno.

Non si concede. Dorme mai al mare, in pubblico?

No, e sempre per lo stesso motivo; nella vita mi è capitato di ubriacarmi, mai in maniera eclatante, evito i sensi di colpa del giorno dopo.

Tutto sotto controllo.

È una questione di pudore e orgoglio, sono loro a impedirmi di sfondarmi, pur avendone tutta l’aria: so perfettamente di trasmettere l’impressione di una sciamannata. E invece no.

A Cannes il presidente di giuria di “Un Certain Regard” era Benicio Del Toro, suo ex fidanzato.

Inizialmente non ci siamo neanche lasciati bene, poi ci siamo ritrovati, siamo affettuosi, e quando ho saputo del suo ruolo ho pensato: “Mmmmm, non so se andrà bene”.

Ne avete parlato?

Mai visti a Cannes. Riccardo (Scamarcio) lo ha incontrato, mentre io stavo in stanza con la caviglia nel ghiaccio, e a lui ha detto: “Bel film”.

Niente premi.

Ho partecipato a tante giurie e so perfettamente che è un terno al lotto, una serie di incastri, e alla fine i giurati restano con la strana sensazione di non aver lavorato bene.

Arte del compromesso.

È la prima dote quando si giudica ai Festival.

Con “Miele” ha vinto un premio a Cannes…

Quello Ecumenico, e la mia prima reazione è stata: “Perché?”. Poi mi sono data della stupida, e quando ho scoperto che lo stesso riconoscimento era stato assegnato a La grande bellezza, da stupida sono passata a cretina.

È l’idea di “ecumenico” ad averla turbata.

I premi in generale sono effimeri: quando ne conquisti uno ti fa piacere per le persone alle quali vuoi bene, di solito eccitate, ma tutto finisce lì.

Preferisce più i premi o gli applausi?

I premi, ma solo perché gli applausi mi imbarazzano, soprattutto quando durano più del previsto. Avverto una sensazione di disagio, di vacuo, non riesco mai a gioirne; mentre quando vedo qualcosa di bello quasi mi sbraccio.

Preferisce fare regali o riceverne?

Tutti e due e quando vedo che non mi arriva nulla, chiedo.

Dopo Cannes le ha scritto Del Toro?

No, e un po’ mi dispiace; aspettavo un suo messaggio. Al suo posto mi sarei comportata diversamente.

Lei i complimenti li fa?

Sempre, anche se la persona mi sta antipatica.

A Sorrentino?

È un amico, ma ha un certo pudore nel riceverli.

“Loro” le è piaciuto?

Sì, è ho provato a parlarne con lui, e come al solito, imbarazzato, mi ha interrotta: “Non ti preoccupare, non ti preoccupare”.

Non è soddisfatto del risultato?

In assoluto è difficile capire com’è Paolo, e in qualsiasi occasione: è una persona molto pudica dei suoi film.

Lei è pudica?

Le mie emozioni sono più lampanti.

Bazin diceva: “Ci sono due cose che non si possono filmare: il sesso e la morte”.

Li evito più che posso. In Miele muoiono tutti, ma non li ho filmati; e poi la morte è rappresentata in continuazione, ne siamo pregni, così come il sesso, soprattutto a causa delle serie tv statunitensi.

Non ama le serie tv…

Si sono impossessate di tutti gli argomenti, anche quelli che una volta appartenevano solo al cinema, e in maniera spregiudicata; all’improvviso il grande schermo si è ritrovato senza più la priorità sui suoi temi, i tabù, gli scandali; ma c’è una speranza: spesso le serie non lasciano traccia.

“La Casa di Papel” è un successone.

Vista e mi sono molto divertita, ci sono un paio di personaggi strepitosi, e il momento in cui cantano Bella ciao è una scena da brividi; però non sono contro le serie, le considero solo dei predatori.

Cosa ne pensa delle “quote rosa” nel cinema?

Mi imbarazza l’idea di “specie protetta”, bisogna passare dai vari stadi di questa fase storica, per poter raggiungere l’equilibrio tra teoria e realtà.

Tradotto.

Ci sono dei fatti, poi opinioni e mentalità.

I fatti.

A pari ruolo le donne vengono pagate meno, e a questo punto dovremmo smettere di parlarne e scovare la soluzione.

Weinstein lo ha conosciuto?

Eccome.

E…

Ha tenuto con me più o meno lo stesso atteggiamento.

Quale?

Quello descritto da le altre attrici.

E…

Ho scelto di non parlarne perché credo che a questo punto sia inutile, quindi sto vivendo un #MeToo personale, una riflessione con me stessa. Ci penso e mi analizzo.

Perché non lo ha detto prima?

Avrei dovuto denunciarlo a suo tempo, o ne avrei dovuto parlare, e invece sono rimasta zitta e per mille motivi.

Prova sollievo nel vederlo in manette?

Per niente e non credevo neanche che si sarebbe arrivati qui, con lui diventato la personificazione del male.

Per lei è un trauma?

Sono più di trent’anni che sono nel mondo del cinema, e lui è stato una delle tante persone incontrate con questo tipo di atteggiamento, e di volta in volta mi sono barcamenata per non vergognarmi di me.

Quindi non è l’unico.

Purtroppo no, e per questo non è stato un trauma, ma un episodio molto fastidioso.

In carriera ha incontrato altri attori accusati, come Dustin Hoffman, Charlie Sheen e Quentin Tarantino…

Nessuno di questi è stato molesto. Anzi. Quindi non so cosa pensare. Charlie in particolare è un tesoro, poi negli anni l’ho anche visto andare via via fuori di testa, e in maniera interessante.

Come, interessante?

Seguire il suo processo, assistere al suo delirio, offre visioni uniche. È uno molto intelligente… sì, con me è stato simpatico, carino e gentile.

Hoffman.

Uguale.

Restano le molestie.

L’abuso di potere è imperdonabile, mettere la sessualità, il sesso per ottenere è una vergogna, e non la perdono a nessuno; però è necessario tenere conto di un dato: trent’anni fa c’era un’altra percezione di questi episodi, quello che oggi incaselliamo in un modo, allora veniva derubricato a parte del sistema.

Differenti consapevolezze.

Per questo non so com’era Dustin 40 anni fa, ai tempi di Kramer contro Kramer …

Anni Settanta e Ottanta…

Oggi sarebbero impensabili gli spifferi, le chiacchiere, le illazioni o le certezze di qui tempi; oggi alcune trasmissioni di allora con le donne, anche giovani, scosciate, l’amante in video, non verrebbero accettate.

Lei fa parte di “Dissenso comune”.

Perché è giunto il momento di cambiare certe situazioni, e poi voglio aiutare tutte le donne a non vergognarsi come è capitato a me, a non provare quello che ho provato io.

Da regista è più facile abusare?

Sei a capo di un baraccone.

Citto Maselli disse: “Valeria fece un provino meraviglioso, era giovane e distante dall’attrice che sarebbe diventata; era piena di sogni e ingegni. Sognava di essere ricordata da bomba sexy”.

Lo provocavo solo per innervosirlo, perché lui mi voleva come attrice ideologica.

Tutto qui.

Mi esponevo volontariamente al ridicolo (Ci pensa) . Ho da poco rivisto una vecchia intervista e ho scoperto che ero bellissima.

Non se lo aspettava?

Proprio no, allora non lo pensavo, e mi sono chiesta: “Perché nessuno me lo ha detto, veramente!?” Magari sarei diventata sex symbol.

Lo è.

No, avrei potuto, anche se sono arrivata al cinema in un momento in cui in Italia c’era la divisione tra pseudo attrici bonone e attrici suore. Io mi sono trovata nel mezzo.

C’è ancora la biforcazione?

Forse sì.

Ha detto: “Umorismo ed erotismo non vanno d’accordo”.

Non in assoluto, è il mio erotismo a non andare d’accordo con l’umorismo; per altri non è così, sono molte le amiche che mi dicono: “L’uomo mi deve far ridere”.

A lei, no…

Mi deve far sentire in pericolo: mi accendo di più, mi incuriosisco maggiormente. Gli amici mi fanno ridere.

I suoi amori sono gossipati.

Forse perché i miei rapporti lunghi sono stati con attori; o il motivo è il non avere una famiglia e dei bambini, quindi ci si sente più liberi di domandare; ah, poi sono stata a lungo con Riccardo (Scamarcio), lui è pure molto più giovane.

Poi lei è una delle poche star in circolazione.

Soprattutto perché ho lavorato all’estero, e negli Stati Uniti è normale parlare della vita privata, molto più del lecito.

Dei suoi uomini, chi l’ha fatta sentire in pericolo?

Tutti inizialmente. Poi mi sono accorta che erano irrimediabilmente buoni, quando sembravano cattivi

È più pericolosa lei.

Posso sembrarlo.

Si rivede?

Come regista sono obbligata, da attrice può capitare, e mi piace rilevare le differenti percezioni, il mutare del mio occhio. A volte mi stupisco.

Un esempio.

Dopo tantissimo tempo ho rivisto Le acrobate, e a suo tempo, segretamente, mi ritenevo più brava e più brillante di Licia (Maglietta). E non è vero per niente.

Lo ha detto a Soldini?

Sì, e non ricordo la risposta, avrà sicuramente borbottato qualcosa come “non rompere le palle con queste cose”. Io e Silvio non andiamo quasi mai d’accordo.

Litigate.

Sempre e allegramente. È come se avessimo due differenti letture della vita, su tutto. Oramai è un po’ una scenetta.

Rubini ha detto: “Perché tra noi non c’è stata una storia? Percepivo la gitanità di Valeria come un pericolo”.

(Scoppia a ridere) Senti chi parla. Lui è uno degli uomini più pericolosi che hanno mai toccato la Regione Lazio, la Puglia, e forse tutto il territorio nazionale.

Addirittura…

Lo conosco bene, ha lasciato frantumi. Forse ci siamo solo riconosciuti.

Del suo periodo statunitense si è definita sciatta e noncurante…

Per molti versi è stata una fase divertente, piena d’incontri; però c’era un’ambivalenza tra il restare un po’ sciatta e noncurante, e il professionismo degli altri. Ho pure sbagliato nel rifiutare dei film.

Con “Rain Man” ha capito di dover smettere con le canne.

Non era il caso: sono arrivata sul set con un approccio brado, e probabilmente era un modo per difendermi davanti a un progetto troppo grande per la Valeria d’allora; così sminuivo la questione per poter abbracciarla in toto.

I suoi colleghi…

Tom (Cruise) e Dustin (Hoffman) avevano una dedizione incredibile, una passione totale, mentre io ero parziale.

Ha lavorato con i grandi.

E tra questi chi mi ha stupito maggiormente è Sean Penn, uno brillantissimo…

Torniamo al pericoloso…

Dopo i primi reciproci sguardi pericolosetti, abbiamo capito che era meglio lasciar perdere; un giorno mi ferma: “Rischiamo di metterci nei guai”. Da quel momento siamo diventati amici.

Solo amici?

Mi ha insegnato molto, mi ha regalato consigli che poi ho ritrovato nella vita professionale, in particolare su come non seguire sempre l’istinto, l’inconsapevolezza, quando prima ero stata forgiata così, pensavo fossero le basi da preservare a ogni costo.

Professionismo…

Mi ha inculcato empiricamente cosa vuol dire, e che l’importante non è risultare credibili, ma guardabili; se non sei guardabile, nessuno giudicherà la tua credibilità.

Woody Allen.

Non ci ho mai parlato.

Pure lui accusato.

Ci lavorerei subito, anche se a degli amici attori non è piaciuta l’esperienza: lo definiscono un po’ freddo, un po’ antipatico.

E non importa.

Anni fa stavo per lavorare con Elia Kazan, in un film poi non realizzato, e sarebbe stato il ruolo più bello della mia vita; intorno alla sua figura aleggiava un pessimo clima, con accuse plurime, ma era un grande regista, e si può essere dei grandi artisti, e non degli essere umani apprezzabili.

Ne è certa.

Quanti scrittori del ’900 sono stati filo nazisti? Viaggio al termine della notte non è comunque un gran romanzo?

Vacanze?

Con la mia amica e sorella Valeria (Bruni Tedeschi: il nuovo film da lei diretto e interpretato dalla Golino, Les estivants, è fuori concorso a Venezia): con lei accade l’imprevedibile, l’avventura dove meno te l’aspetti, e allo stesso tempo sai perfettamente l’arrivo dell’avventura… Devo recuperare la caviglia.

Mannaggia la sbadataggine.

Valeria mi sollecita sempre: “Chiediti perché ti sei rotta le costole. A che scopo?”

Risposta.

C’è qualcosa in me, come se mi frenassi. Poi riparto. Riparto sempre.

Benalla, le foto con Macron per rimorchiare su Tinder

Il settimanale francese Closer rivela che Alexandre Benalla, ex bodyguard di Macron, era iscritto a Tinder, l’applicazione per incontri. Il risvolto piccante è che le foto pubblicate sulla app lo ritraevano proprio vicino al presidente francese. Una scelta fatta per farsi bello nei confronti di eventuali prede, ma decisamente fuori luogo. Benalla viene accusato di essersi esposto, oltre al cattivo gusto di utilizzare la posizione lavorativa per guadagnare credito agli occhi di donne interessate a una relazione, al pericolo di geolocalizzazione. Per immaginare un incontro Tinder richiede di specificare la posizione in cui ci si trova in quell’ istante.

Le Mani pulite sbarcano anche in Argentina

Otto quaderni manoscritti in cui sono contenuti oltre dieci anni di annotazioni di tangenti. Così Oscar Centeno, autista di Roberto Baratta (numero due dell’ex ministro kirchnerista della pianificazione Julio De Vido), rischia di entrare nella storia argentina come il detonatore di un caso di corruzione che potrebbe oscurare il famoso Lava Jato brasiliano. Centeno conservava i quaderni ma non immaginava che l’ex moglie, Hilda Horovitz, li consegnasse alla stampa dopo averne parlato con un magistrato. Così è stato svelato un giro di tangenti vertiginoso che, nel peggior momento del Governo Macri, dà inizio al tanto atteso Mani pulite argentino.

È un po’ il segreto di Pulcinella, dato che da anni è risaputo quanto i governi di Nestor e Cristina Kirchner abbiano rappresentato esecutivi tra i più corrotti nella storia del Paese.

Tutto prende il via il 25 maggio del 2003, giorno dell’ascesa alla poltrona presidenziale di Nestor Kirchner, ex Governatore della Provincia patagonica di Santa Cruz, dopo un valzer di presidenti durati lo spazio di un mattino succedutesi durante il tragico 2001. Già all’epoca alcuni deputati provinciali che lo conoscevano bene, in particolare Mariana Zuvic, avevano lanciato l’allarme su un sistema di dominio e corruzione che minacciava di estendersi a tutta la Nazione. Ed è ciò che puntualmente avvenne. Il metodo corruttivo era basato addirittura sull’introduzione di “un’unità di misura delle tangenti”: il famoso ladrillo (mattone) costituito da una quantità di banconote da 500 euro del peso di un chilo.

In questi anni si sono succedute inchieste giornalistiche, libri, documenti che lasciano poco spazio ai dubbi: non solo le opere pubbliche – spesso pagate profumatamente con fondi statali e mai realizzate – ma tutto il sistema politico basato su di un populismo di facciata, fosse in realtà mosso dalla corruzione in cui sono state coinvolte anche diverse organizzazioni per i diritti umani, prima fra tutte quella delle Madri di Plaza de Mayo fondata da Hebe de Bonafini.

L’attuale presidente Mauricio Macri aveva promesso, fin dalla sua elezione a presidente nel dicembre del 2015, di lottare a fondo contro la corruzione ma finora si è proceduto solo a una serie di arresti preventivi di alcuni protagonisti, primi fra tutti quelli dello stesso De Vido e di Lazaro Baez, l’ex impiegato bancario diventato miliardario come prestanome di Nestor Kirchner stesso .

Ieri Oscar Centeno ha confermato alle autorità tutti i dati minuziosamente trascritti negli otto quaderni rinvenuti e ne ha aggiunti anche altri che hanno provocato 16 arresti immediati: 8 funzionari e 8 imprenditori. Numertosa anche la lista degli indagati, tra i quali anche l’ex presidente Cristina Kirchner (ormai assidua frequentatrice dei Palazzi di Giustizia visto che sono in corso altre indagini che la coinvolgono e finora si è salvata dall’arresto solo grazie all’immunità parlamentare), il suo segretario Oscar Parrilli, l’ex capo Gabinetto Juan Abal Medina e l’ex presidente dell’Unione degli industriali argentini, Juan Carlos Lascurain. Ma le indagini condotte da tempo dal giudice Claudio Bonadio, che ieri hanno subito una repentina accelerazione a causa dei “quaderni” apparsi, si estendono anche in Spagna e soprattutto a Miami, dove si indaga su 13 imprese, estese anche al paradiso fiscale del Delaware, e decine di proprietà immobiliari dell’ex segretario di Nestor Kirchner (e per un certo tempo anche di Cristina) il defunto Daniel Muñoz .

Dottori sì, dottoresse no. A Tokyo truccano i concorsi

Dal 2011 l’Università Medica di Tokyo, uno dei più importanti e prestigiosi centri di studio nel settore sanitario del Giappone, ha truccato i test di ammissione ai corsi per evitare di avere nel suo organico più del 30% di studenti di sesso femminile.

A scoprirlo è stato Yomiuri Shimbun il quotidiano più diffuso in Giappone che ha pubblicato un’inchiesta sul tema citando una fonte anonima interna all’ateneo che denunciava come da tempo nell’istituto vigeva un “tacito patto” che limitava il numero di donne ammesse ai corsi di Medicina. La scelta sarebbe stata motivata dal timore che, una volta entrate nel mondo del lavoro, le future dottoresse nipponiche si sarebbero assentate per lunghi periodi in ragione della maternità.

La fonte citata dal giornale ha infatti rivelato come “molte donne abbandonino il ruolo di medico per allevare i propri figli” e ha difeso la scelta di falsare i test come un “male necessario”. La frode sembrerebbe trovare conferma nei dati delle immatricolazioni che testimoniano come fino al 2010, ultimo anno prima dell’inizio dei concorsi truccati, la percentuale di donne ammesse sul totale fosse del 40% e di come, da quel momento in poi, sia invece costantemente scesa al di sotto del 30%. Nell’ultimo anno i vincitori del concorso sono stati 171: 141 ragazzi e 30 ragazze.

La notizia sta avendo una forte risonanza in Giappone, Paese storicamente maschilista, malgrado la questione di parità di genere sia uno dei punti principali del programma di governo del primo ministro Shinzo Abe che nel 2013 aveva dichiarato, in un discorso alle Nazioni Unite, la volontà di rendere il proprio Paese “una nazione dove le donne brillino”. La frase è poi divenuta uno slogan del governo del 63enne Abe che, nel corso degli ultimi anni, si è impegnato per favorire il più possibile la partecipazione delle donne alla vita economica del Paese. La strategia di Abe è stata definita spesso womenomics.

Molti, però, mettono in dubbio i risultati pratici di questa politica. Le statistiche mostrano come sia quasi impossibile per le donne giapponesi arrivare a ricoprire ruoli di responsabilità: oggi solo il 12,4% dei governatori e manager è di sesso femminile e solo il 9,3% dei politici giapponesi è rappresentato da donne.

Tutti elementi che nell’ultimo anno hanno fatto ulteriormente scivolare il Giappone nella classifica globale sul gender gap dal 111esimo posto al 114esimo. E lo scandalo dei concorsi truccati dell’Università Medica di Tokyo non è che l’ennesima conferma di quanto la tradizione maschilista sia ancora fortemente radicata nel Paese. Per Abe la strada verso il raggiungimento della parità di genere è ancora in salita. Su questo ambito il primo ministro trova oppositori anche all’interno del suo stesso schieramento. Appartiene al Partito Liberal Democratico (LDP), anche il parlamentare anziano Kanji Kato (72 anni) che solo tre mesi fa aveva dichiarato: “Le donne giapponesi che non procreano rappresentano un peso per il Giappone”.

Il Quirinale sembra il Cremlino

Quando tra il 27 e il 28 maggio, il presidente Mattarella, scrivendo una pagina politica che potrebbe definirsi fra le più imbarazzanti della storia del Quirinale, cercò di imitare il predecessore Napolitano vagheggiando un governo tecnico Cottarelli invece del governo Conte pur di non vedere il prof. Paolo Savona come ministro dell’Economia, in Italia si aprì un dibattito politico/costituzionale importante. Quali sono i limiti ai poteri di una figura politicamente irresponsabile come il presidente della Repubblica? Twitter, come nella natura di quel social, in qualche modo ne anticipò i temi. Istanti dopo la rinuncia di Conte, trasmessa in diretta dal Tg della sera, io stesso utilizzai i miei 140 caratteri: “Da giurista consapevole della gravità lo dico: Qui è attentato alla Costituzione. Il Parlamento metta in stato di accusa ex Art. 90”. In pochi minuti il tweet veniva fatto rimbalzare 572 volte e veniva letto da oltre 55.000 persone. In serata Di Maio interveniva in un’importante trasmissione tv e a sua volta, con ben altro peso politico, indicava la strada dell’impeachment. L’atto di rifiutare l’incarico fu grave. Le motivazioni ancora peggiori. Il Quirinale avrebbe agito per “tutelare i risparmiatori” (10% degli italiani!) rispetto alle minacce dell’Europa e dei mercati… Il dibattito fra quanti ritenevano che Mattarella dovesse ubbidire alla Costituzione (Articolai la mia posizione sul Fatto del 29 maggio e poi in un intervento video sul blog Byoblu visto da quasi 100.000 persone) e quanti invece pensavano dovesse rispondere all’Europa e agli imperativi delle grandi intese, continuò, genuino e vivace. Intervennero fra gli altri Onida, De Siervo e Zagrebelsky. L’ipotesi dell’impeachment, come noto, presto rientrò ma certamente costrinse Mattarella a una precipitosa (e un po’ patetica) marcia indietro su Cottarelli. Il Quirinale doveva poi finalmente bere l’amaro calice impostogli dalla Costituzione e nominare Giuseppe Conte (con Paolo Savona ministro Affari europei) presidente del Consiglio.

Con un articolo a firma Marzio Breda, il Corriere della Sera ci mette al corrente ora di dati oggettivi di questa vicenda che ci erano sfuggiti. Intanto chi riteneva Mattarella avesse largamente abusato dei propri poteri sarebbe un “ultrasovranista” che twittava fake news (come per esempio l’esistenza dell’Art. 90 della Costituzione!). Solo chi invece inondava la rete di appelli a favore di Mattarella ultimo baluardo contro i populismi (la posizione del Pd) era un “cittadino in carne ed ossa verificato” (pare ce ne siano stati 400.000), perché noi invece eravamo dei trolls al servizio delle ingerenze di Putin nel nostro sistema politico! La posizione del Corriere fa ridere per non piangere (io piango per come s’è ridotta la libera informazione pensando che un tempo sulle sue pagine poteva scrivere Pasolini) ed è stata meravigliosamente ridicolizzata da un articolo di Riccardo Saporiti su Wired il quale è andato a verificare i dati del rapporto Mueller sul Russiagate che, secondo il Corriere, proverebbero le ingerenze russe sulla nostra democrazia. Il dato italiano semplicemente non esiste nel dossier statunitense! Purtroppo però il Corriere non si limita a diffondere notizie senza neppure verificare l’attendibilità delle fonti. L’articolo infatti insinua pure (con tono di velata intimidazione) che Claudio Messora, che sul videoblog Byoblu da anni dà spazio a quanti sostengono opinioni libere (e dunque escluse dai canali tradizionali) sarebbe vittima di dossieraggio da parte dello stesso Mattarella! Il presidente antipopulista, dunque, non solo in maggio aveva minacciato di querelarlo ma ora deterrebbe corposi dati sul pericoloso sovversivo Messora… Povera democrazia se fosse vero che Mattarella (che è pure presidente del Csm) insieme alla Polizia Postale tiene dossier sulla libera informazione! Ma non era Vladimir Putin a usare questi metodi?

“Mi chiamo Vitaly, sono russo e di professione facevo il troll”

“Finché i miei nervi hanno retto”. Finché i suoi nervi hanno retto Vitaly Bespalov è rimasto nell’edificio bianco a 4 piani a via Savushkina 55 di San Pietroburgo. Tutti la chiamano fabrika trolli, la fabbrica dei troll, ma per lui è “quella delle lozh, delle bugie”: è l’Ira, Internet Research Agency. Il ragazzo pallido, minuto, biondo dietro lo schermo Skype è stato al fronte di una delle guerre russe. Immerso nella canea digitale, Vitaly è stato decine di persone mai esiste, dal settembre 2014 al gennaio 2015: creava falsi account, scriveva notizie favorevoli a Mosca e poi diffondeva.

Siberiano, 28 anni, era arrivato sul Baltico perché, dopo la laurea a Tobolsk, voleva fare il giornalista. Se nel 2014 ha risposto a un annuncio di lavoro dove venivano forniti pochi dettagli, lo ha fatto per il motivo per cui l’hanno fatto i colleghi: soldi. “Sono tra i 40 e i 45mila rubli al mese”, meno di mille euro, per circa “20 notizie al giorno”.

Propaganda russa: tra i 2,9 milioni di tweet prodotti da 3mila account falsi, – ora sotto esame dei servizi segreti e del Congresso americano – , ci sono probabilmente anche i suoi. Se è vero che la storia a stelle e strisce è stata cambiata alle elezioni 2016 da un algoritmo, è perché dietro lo schermo c’erano tanti Vitaly. Quando gli chiedi se dietro la fabrika ci sia il Cremlino, risponde: “Absolutno”, assolutamente.

“Bisognava riportare notizie riscritte da un punto di vista russo”. Plasmare. Screditare o amplificare. Nei suoi compiti rientrava a volte solo correggere le parole: “Evitare ‘separatisti’ o ‘terroristi’, come scriveva la stampa ucraina durante le guerre del Donbass, ma usare i termini ‘soldati’ o ‘opolchenzje’, truppe”.

L’obiettivo era minare l’equilibrio, scrivere blog da citare nei komentary, commenti da riportare poi nei tweet, finché non scompare la fonte madre, originale. È Vitaly uno dei protagonisti di “War in 140 characters” dell’inviato britannico David Patrikarakos.

Quando Vitaly dopo un paio di giorni ha capito dove si trovava, ha deciso di restare per capire fino in fondo quello che stava succedendo, finché non è ushol, se n’è andato, ha chiuso la porta scura del palazzo dove non è più rientrato e ha cominciato a parlare finendo sui tabloid anglosassoni. “Non ho firmato accordi di riservatezza, per quanto può suonare strano, tutto era agli inizi”.

In un video del Time mostra come con una scheda telefonica crea un profilo falso in pochi minuti: data di nascita, nome, cognome di una donna che non esiste, “perché per qualche ragione le donne, almeno in Russia, appaiono più credibili”. In fabrika “ognuno aveva un compito e veniva assegnato a un otdelenie, un dipartimento. C’era il projekt Ukraina 1, poi il projekt Ukraina 2”, ed era in quelli che lui lavorava per la russkaja auditoria, il pubblico russo. C’erano altri dipartimenti che lavoravano nelle “divisioni America ed Europa”, ma “le persone parlavano poco tra loro, potevi scambiare qualche parola solo alla kurelka, angolo per fumatori”.

Di cosa si facesse al secondo piano, lui che lavorava al primo, non sapeva nulla. Tutto funzionava a compartimenti stagni all’Ira che dal 2017 non è più in via Savushkina 55, un indirizzo che troppi giornalisti avevano cominciato a conoscere.

Ora Vitaly posta tweet e commenti sui diritti Lgbt in Russia, foto di compleanno sul suo vero profilo Facebook, dove le torte sono color arcobaleno, mentre a Washington continuano a indagare su quello che è probabilmente il più grande cyber attacco della storia.

“I pagamenti erano cash, ufficialmente non sapevamo chi finanziava tutto ma ufficiosamente sì”. A dare l’ordine sistematico di cucinare notizie era “lo chef di Putin”, l’oligarca vicino allo “Zar”, fornitore miliardario delle mense dell’esercito di Mosca: Evgeny Prigozhin, colpito dalle sanzioni Usa per aver interferito alle elezioni del 2016. Prigozhin è anche il finanziatore dei Wagner, gruppo di mercenari fondato da Dimitri Utkin, ex delle forze speciali. Sui Wagner indagava il giornalista Maksim Borodin, caduto misteriosamente dal quinto piano. E tre reporter russi, che avevano seguito tracce dei Wagner in Repubblica Centrafricana, sono morti pochi giorni fa in un agguato. Cosa facciano mercenari russi in Africa non si sa. A Pietroburgo qualcuno sì.

Un’opera senza fondo per “salvare” la Laguna

Funzionerà per davvero o sarà destinato a incepparsi, magari a causa della sabbia che si insinua nei delicati meccanismi idraulici? Vale la pena finirlo? E quanto costerà alla fine una contestatissima opera, che nel tempo ha visto la spesa lievitare da 1,6 a 5 miliardi di euro? E quante decine di milioni all’anno saranno necessarie per la manutenzione, rebus contabile tuttora irrisolto? Il Mose, acronimo del Modulo sperimentale elettromeccanico, è l’opera faraonica che dovrebbe salvare Venezia dalle acque alte. Pensata più di vent’anni fa quale contributo principale (ma non esclusivo) alla salvaguardia della Laguna, è stata cantierata nel 2003. È un intervento bipartisan, perché tutti i governi hanno autorizzato i finanziamenti, rivelatisi drammaticamente – con l’inchiesta e gli arresti del 2014 – un’enorme mangiatoia per imprenditori, politici, amministratori, esponenti di articolazioni dello Stato, a cominciare dal Magistrato alle Acque. Ma quella è una storia giudiziaria nota e quasi conclusa, a suon di condanne e patteggiamenti. In cima a tutti quello del governatore del Veneto Giancarlo Galan, 2 anni e 4 mesi patteggiati per corruzione, 2,5 milioni restituiti e altri 5,8 chiesti dalla Corte dei Conti; anche se il dominus del Mose e del sistema tangentizio, l’ingegnere Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, è da anni negli Usa, vecchio e incapace di ricordare. Sostanzialmente impunito.

Fine lavori. La storia attuale è quella, non meno inquietante e onerosa, del fine-lavori fissato al dicembre 2021. A darne conto sono i commissari del Consorzio Venezia Nuova. Nominati (dal prefetto di Roma), su richiesta del presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, quando si è capito che l’organismo era incapace di portare a termine l’opera con trasparenza. Pochi giorni fa l’ingegnere Francesco Ossola e l’avvocato Giuseppe Fiengo sono comparsi davanti alla commissione Ambiente della Camera e hanno fornito la sintesi più aggiornata. Dati tecnici, scadenze, ma anche la descrizione di un sistema economico-imprenditoriale che, già inconsueto per via della concessione unica (che autorizza gli affidamenti diretti degli appalti, cioè senza gara), è andato fuori controllo, in una spirale di malaffare e sprechi di soldi pubblici.

I soldi che mancano. Ossola descrive la situazione con toni abbastanza ottimistici: “Le opere eseguite hanno raggiunto il 93%. A fine 2018 verrà ultimata la posa delle 78 paratie mobili alle bocche di porto. A gennaio 2019 cominceranno le prove di funzionamento. La fase d’avvio sarà ultimata a fine 2021”. Problemi di finanziamenti? I soldi per ora ci sono, ma per completare tutto dovranno arrivare ancora circa 500 milioni di euro. L’opera è valida? Secondo i commissari “L’idea è buona, il progetto è serio”. I problemi sarebbero semmai relativi a “una situazione di scarso collegamento tra le imprese che controllano il Consorzio Venezia Nuova, con una grande fatica a mettere assieme le parti”.

Tutte le criticità. Ma poi comincia il capitolo delle criticità, per malfunzionamento o deperimento delle strutture, già quantificate in 100 milioni di euro. Si va dalla corrosione delle paratoie, alla fessurazione dei cassoni, al deposito di sabbia. “È una somma che corrisponde al 2% per cento dell’intera opera, una dimensione fisiologica. Abbiamo impiegato 15 milioni per gli studi di cosa va fatto e per gli interventi di emergenza. Servono 85 milioni per una soluzione definitiva. Ma le risorse le abbiamo trovate nelle pieghe del budget e quindi non c’è aggravio di spesa”. Da almeno un anno la lista delle criticità però si allunga. Replica Ossola: “Prendiamo le fessurazioni nei cassoni, che pesano ciascuno 22 mila tonnellate e sono composti di 10 mila metri cubi di calcestruzzo. Tutti i calcestruzzi hanno fessurazioni, con un dato non raggiungibile di perfezione di 0,10 millimetri. Noi siamo a 0,12-0,15 millimetri. Ampiamente all’interno dell’accettabilità”. I costi futuri di manutenzione, ipotizzati in 80 milioni di euro l’anno? “Per sapere meglio quali saranno bisognerebbe smontare due paratie, sostituirle con quelle di riserva, portarle nel cantiere, ripulirle e tinteggiarle, poi rimetterle in loco. Solo così possiamo quantificare i costi futuri”. Che rischiano di essere appesantiti da aspetti burocratici. Un esempio. “Solo a Venezia i sedimenti (sabbia e fango che si depositano nella struttura ndr) vengono considerati come rifiuti e come tali vanno trattati. Ma ciò costa dieci volte di più. Da due anni facciamo conferenze di servizi: abbiamo trovato solo resistenze, perché il trattamento dei sedimenti come rifiuti è un affare lucroso per chi lo fa”.

Disastri finanziari. Il futuro del Mose è affidato anche a queste problematiche. Il passato è un intreccio di interessi delle tre imprese che del Consorzio sono state padrone assolute: Fincosit, Condotte e la veneta Mantovani di Piergiorgio Baita. “Assieme hanno un deficit di un miliardo di euro, contratto per altre attività, non dal Mose”, spiegano i commissari. Le prime due sono in amministrazione controllata, la Mantovani sta facendo uno spezzatino societario, cedendo rami d’azienda. “Per il Mose hanno fatto la scelta di subappaltare, limitandosi alle intermediazioni. Abbiamo chiesto le carte di tutto – spiegano ancora i commissari – ma abbiamo trovato resistenze. Il progettista è stato allontanato dall’ultima gestione, per cinque anni, noi lo abbiamo richiamato per ridare continuità”. Gli effetti? “Le parti tecniche sono deboli, raccogliticce… Mancavano i progetti ambientali”. In pratica, le tre imprese (poi inquisite) decidevano tutto e incassavano, senza controlli. “Era un meccanismo sofisticato, sperimentato. Abbiamo dovuto smantellarlo”. Tutto nascosto in un mare di 300 mila documenti (di cui solo 52 mila per ora scansiti).

Uno scenario che non aiuta a fugare i dubbi sulla funzionalità e la validità dell’opera che dovrebbe salvare la laguna di Venezia.

Mail Box

 

Ci vorrebbe una raccolta firme per far dimettere Fontana

Credo che il ministro Fontana abbia ormai passato il segno. Libero di avere tutte le idee che vuole, ma essendo ministro di questo governo doveva limitarsi a esternare ipotesi comprese nel “Contratto” sottoscritto. Onde evitare le solite urla scomposte delle opposizioni che con le loro argomentazioni strumentali spesso finiscono per dar ragione anche a chi, come in questo caso, non la ha minimamente, si avvii una raccolta di firme solo tra gli elettori “che sostengono questo governo” per far dimettere il ministro Fontana in quanto protagonista di un danno al governo stesso. La legge Mancino non è perfetta (e quale legge lo è?), ma rappresenta un punto fermo per contrastare ogni forma di razzismo e le ideologie che lo sostengono. Essa interpreta il sentire di larghissimi strati di popolazione e degli stessi elettori dei 5 Stelle oltre, almeno credo, della maggioranza della stessa Lega. Quindi Di Maio e Salvini traggano le opportune conseguenze onde evitare che le parole di un singolo sconsiderato mettano in difficoltà l’operato del governo e il sostegno di cui gode.

Carlo De Lisio

 

Sulla pena di morte la Chiesa arriva dopo la Repubblica

Papa Francesco dichiara inammissibile la pena di morte e di conseguenza modifica il catechismo. Sarebbe una notizia se la Chiesa avesse assunto tale posizione prima dello Stato Italiano. Invece, ha abolito la pena di morte nella città del Vaticano prima de facto con Paolo VI nel 1967 e poi de iure con papa Wojtyla solo nel 2001. È dunque in ritardo di decenni rispetto alla Repubblica italiana e alla sua Costituzione. A tale proposito, la Chiesa, che per secoli si è proclamata mater et magistra, non ha nulla da insegnare allo Stato laico.

Maurizio Burattini

 

DIRITTO DI REPLICA

Nel vostro articolo “Pascoli & boschi, la ‘terra di tutti’ rosicchiata dai privati” si dà particolare risalto al territorio di Baunei, riportando fatti non veri e circostanze non rispondenti alla realtà, alludendo al fatto che nel Comune che mi onoro di governare invalga una gestione del territorio all’insegna di “occupazioni, progetti privati, abusivismo”, tanto da assegnare illegittimamente un intero altopiano ad un mio parente.Si tratta, evidentemente, di una rappresentazione erronea e fuorviante che lede la mia immagine e, soprattutto, quella del mio Comune dove, piuttosto, tutto avviene in ossequio ad ogni crisma di trasparenza, in ogni fase della nostra azione politica e amministrativa, dalla pianificazione degli interventi sul territorio alla loro realizzazione. Così è stato anche per l’area in oggetto (poco più di 4 ettari, non un altopiano) concessa ad un cittadino che se l’è aggiudicata legittimamente, risultando vincitore di una gara ad evidenza pubblica indetta nel 2014. Un sindaco, evidentemente, non si occupa di concessioni amministrative, le quali vengono alla luce all’esito di un rigoroso e complesso procedimento amministrativo che deve seguire l’iter scandito dalla legge, con un Bando ad opera degli Uffici competenti e la nomina di una Commissione esaminatrice.Così è stato per la gara in oggetto, su un’area sulla quale è stato sospeso l’uso civico aggiornandone la destinazione ad un uso economicamente ed ecologicamente compatibile.

A Baunei, finalmente, le aree d’interesse pubblico soggette ad uso civico sono al centro di una precisa strategia di valorizzazione, tutela e gestione patrimoniale, basata sul partenariato pubblico-privato ed incentrata sulle c.d. “concessioni di valorizzazione” che consentono ai Comuni di dare in concessione aree ed immobili a soggetti privati, a titolo oneroso, per un periodo di 15 anni, affinché gli stessi possano effettuare, in qualità di concessionari, quegli interventi di riqualificazione e tutela necessari per una migliore valorizzazione del patrimonio immobiliare civico. Com’è evidente, non di abusivismo si tratta, bensì di concessioni perfettamente rispondenti ai crismi di legge.

Salvatore Corrias

 

Ciò che abbiamo scritto risulta da atti pubblici. E dal contenuto di una telefonata – registrata dal cronista – con il sindaco Corrias. Non abbiamo detto che siano stati compiuti illeciti. Abbiamo riportato la versione del sindaco, dando conto di critiche e dubbi, contenuti nelle interrogazioni in consiglio comunale e in un esposto alla Procura. È diritto di informazione, essenziale, visto che si tratta di beni di valore storico e di proprietà di tutti i cittadini.

F. Sa.

 

I NOSTRI ERRORI

Per un errore redazionale, nell’occhiello del titolo di prima pagina di ieri dell’articolo Lombardia, l’avvocato dei boss nella commissione antimafia abbiamo citato a sproposito Monica Forte. Monica Forte è una consigliera regionale dei Cinque Stelle che presiede la commissione Antimafia in Regione. Mentre il discusso nome che Lega e Forza Italia propongono per il comitato antimafia regionale è quello di Maria Teresa Zampogna, contestata perché da avvocato ha difeso alcuni capi di Cosa Nostra e un politico che comprava voti mafiosi.

Fq

 

Nell’articolo di ieri “Pd&Salvini Production” il tweet attribuito ad Alfredo Bazoli era in realtà della eurodeputata Pd Michela Giuffrida. Me ne scuso con gli interessati e con i lettori.

M. Trav.

Imbecilli, razzisti, criminali: la graduatoria dell’idiozia

 

“Non facciamo parte di alcun gruppo politico e non siamo affatto razzisti. È stata una stupida goliardata per passare una serata diversa”.

Federico De Pascali, 19 anni, figlio del capogruppo Pd di Vinovo, autore con due suoi amici del lancio di uova che ha ferito all’occhio l’atleta Daisy Osakue

 

Non tutti gli imbecilli sono razzisti. Ma tutti i razzisti sono anche degli imbecilli. Per esempio: i lanciatori di uova di Moncalieri negano di essere razzisti ma si dichiarano dei perfetti imbecilli. Per esempio: i “tanti che fanno la fila” per andare a trovare in carcere Luca Traini, pistolero razzista di Macerata (Repubblica) sono sicuramente dei razzisti ma pure degli imbecilli al cubo.

Sull’argomento esistono graduatorie diverse. L’ex funzionario del Senato che ha ferito la bimba rom con un fucile di precisione è nell’ordine: un imbecille, un razzista e un criminale. Mentre il “lupo” Traini è nell’ordine un razzista, un criminale e un imbecille (il fatto che si fosse candidato con Salvini non costituisce aggravante ma neppure attenuante).

Gli sparatori che a Pistoia e Napoli hanno aggredito e ferito i migranti invece rappresentano un kit: l’equipaggiamento perfetto del nuovo italiano a spasso che racchiude in dosi equivalenti criminalità, razzismo, imbecillità e un cicinin di fascismo. Anche se non tutti i fascisti sono degli imbecilli, anzi (come quei furbacchioni di Casapound che sul duce ci campano benone). Non sappiamo invece se i partecipanti alla ronda notturna di Aprilia, e finiti sotto accusa per la morte di un immigrato, siano razzisti e criminali. Ma se una volta arrestati hanno piagnucolato “siamo rovinati” la patente di imbecilli col botto se la danno da soli.

Proviamo adesso a immergerci nella complessità dell’idiozia. Il ministro leghista Fontana che vuole abrogare la legge Mancino, che “in questi anni si è trasformata in una sponda normativa usata dai globalismi per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano”, è un imbecille? Fino a ieri non risultava anche se la succitata frase può creare pesanti sospetti. Lui e il suo “capitano” Salvini sembrano piuttosto degli sfruttatori intensivi di imbecilli. Come quegli avventurieri che all’inizio del secolo scorso trovarono in Texas il petrolio che nessuno cercava, i nostri eroi un giorno devono essersi interrogati su come ricavare profitti (politici) dai giacimenti di imbecillità che la Rete dei social aveva fatto prima zampillare e poi dilagare (grazie anche ai carotaggi dei Cinque Stelle). Bisogna ammetterlo: stanno facendo un grande lavoro. Naturalmente esiste anche l’imbecille di sinistra che tuttavia non può essere in nessun modo riciclato (come la plastica nei mari) in quanto danneggia il prossimo senza conseguire alcun vantaggio per se stesso (vedi il Pd renziano).

In definitiva, resta sempre attuale la risposta che il generale De Gaulle diede a un suo collaboratore. “Mon général, morte ai cretini”. “Caro amico, il suo programma è troppo ambizioso”.

Il desiderio di vita e d’amore non si sazia con i pani e i pesci

In quel tempo, quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: “Rabbì, quando sei venuto qua?”.

Gesù rispose loro: “In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”. Gli dissero allora: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”. Gesù rispose loro: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato”.

Allora gli dissero: “Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo”. Rispose loro Gesù: “In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. Allora gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane”. Gesù rispose loro: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!” (Giovanni 6,24-35).

Visto il miracolo compiuto da Gesù sfamando migliaia di persone con appena cinque pani e due pesci, la gente lo cerca per acclamarlo come il profeta che ci occorre e che dovrebbe venire. Da questo entusiasmo interessato, effimero ed equivoco Gesù si sottrae perché vuol portare l’attenzione della folla e degli apostoli sul cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo darà.

Gesù sa bene ciò che compie. Vuole introdurre consapevolmente tutti coloro che hanno goduto di quel dono nella comprensione profonda e autentica di questo segno che va purificato da una fiducia ingenua e legittima, ma nel quale, loro da soli, non sono ancora capaci di riconoscervi la promessa di Dio che si va compiendo in Gesù stesso. Il significato del segno consiste nel rivelare che Dio è fedele nell’attuare le sue promesse e che il Salvatore è in azione nel mondo. I segni, quindi, alimentano la fede sicura che Dio è Gesù: Questa è l’opera di Dio, credere in colui che egli ha mandato.

Come i testimoni di questo miracolo, anche noi siamo chiamati a chiederci come sfamiamo il nostro desiderio di vita, chi e che cosa ci sostiene in questa ricerca, se verrà saziato il nostro bisogno d’amore. La felicità è un nostro destino appetibile? Allora come oggi, Gesù ci mette sull’avviso: Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Egli spiega che viene dal Padre per dare la vita al mondo offrendo la sua vita: il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo. Nutrire la vita è l’opera di Dio, non mediante cose, ma donando se stesso: Io sono il pane della vita. Egli è inviato dal Padre per donarci pienezza della vita e introdurci nella logica della gratuità più immeritata, che sola sazia la nostra sete e fame di esistenza, chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!

Entrare in comunione con Gesù è possibile mediante l’unica opera che Dio ci chiede di compiere: la fede. Diventare credenti è fidarsi della logica assunta da Gesù nel realizzare il disegno del Padre: lasciare che Lui ci doni la vita per diventare noi stessi datori di vita e servitori dell’uomo vivente. Ci lascia anche un Pane, l’Eucaristia per alimentare la vita per sempre e comanda ai discepoli: fate questo in memoria di me.

* Amministratore Apostolico di Camerino-San Severino Marche