L’indignazione selettiva di Cassese per lo spoil system

Sul Corriere della Sera l’insigne giurista Sabino Cassese dà una lezione sulla democrazia un po’ troppo ex cathedra per l’argomento. Se vaccinare o no i bambini è meglio farlo decidere alla comunità scientifica che al televoto. Ma delegare la democrazia a scienziati pur valorosi è troppo. Anche perché per discutere di vaccini bisogna aver studiato quella roba lì, per capire i giochi di parole degli Azzeccagarbugli è sufficiente saper leggere. E c’è in gioco una cosa importante quanto i vaccini: il conflitto tra la legalità e l’arroganza delle cricche burocratiche. Cassese è allarmato dallo spoil system che consente al governo giallo-verde di cambiare i vertici dell’amministrazione premiando burocrati fedeli. La preoccupazione è condivisibile, il fatto che il professore scopra a 82 anni uno scempio pluridecennale è un segno incoraggiante di freschezza mentale. Addirittura l’ex giudice costituzionale denuncia “il rischio di superare quella sottile linea che separa l’uso legittimo dei poteri dalla violazione delle norme”, e porta come esempio di “forzatura” la vicenda del presidente della Consob Mario Nava. L’atto di nomina, argomenta il giurista, “è stato già da tempo firmato dal presidente della Repubblica”, e “porre in dubbio, a distanza di mesi, tale nomina e la sua correttezza, apre una strada senza fine”. Cassese chiama in soccorso Norberto Bobbio, James Madison, Thomas Jefferson, Alexis de Tocqueville e il principio dello stare decisis, tradotto dal latinorum in “non si riaprono le partite chiuse”. Chi abbia frequentato l’Università con meno profitto del professor Cassese sa che la cultura goliardica ha espresso questa discutibile accezione dello stare decisis (letteralmente “stare alle cose decise”) nella più intuitiva “legge del menga”, molto più nota e diffusa nei tribunali italiani (penali, civili e amministrativi).

Nel caso specifico, l’applicazione della legge del menga alla nomina di Nava riformula il noto brocardo “fatta la legge, trovato l’inganno” in “fatta la nomina, coperto l’inganno”. Ma, con buona pace di Cassese, i giuristi possono piegare le leggi, non i fatti. Nava non è messo in discussione dal governo Salvimaio perché non abbastanza razzista, ma perché si sospettano nella sua nomina profili di illegittimità. È stato messo alla presidenza della Consob un signore che, in violazione della legge, non è indipendente ma resta dipendente dalla Commissione europea, alla quale tra tre anni dovrà chiedere il rinnovo del permesso di presiedere la Consob con la formula del distacco o del comando, non si sa bene (perché questi fini giuristi, spesso allievi di Cassese, quando si va sul tecnico riescono anche a fare dei pasticci niente male).

L’emergenza democratica non è l’abuso dello spoil system (un sistema barbaro importato in pieno accordo da Ulivo e Berlusconi), ma l’abuso di potere di una casta burocratica molto coesa che fa ruotare sulle poltrone che contano sempre gli stessi giudici del Consiglio di Stato (un po’ come gli allenatori di serie A che campano in trenta su venti panchine) che a loro volta si coprono l’un l’altro con decisioni, pareri e sentenze. A proposito. Il governo Conte si prepara a nominare alla presidenza del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi, con scelta discrezionale anziché basata sull’automatismo dell’anzianità. Siccome il Consiglio di Stato giudica la legittimità degli atti di governo, il governo si sceglie il suo giudice. E sceglie Patroni Griffi che ha lavorato in distacco per tutti i governi dal 1993 al 2011, quando nel governo c’è entrato direttamente come ministro. Chissà che cosa ne dice Cassese, magari dopo aver consultato Madison, Jefferson, Tocqueville e Bobbio.

Aperta la caccia al nemico globalista

Dunque questo è il nuovo. Di solito il nuovo porta euforia. Qualcuno vede nel nostro Paese tracce di umore sereno, se non di euforia? Vincere le elezioni (specialmente se si vince di molto), porta buoni sentimenti negli eletti e negli elettori. Questa volta, forse la prima, almeno nella memoria di chi ha visto molte vittorie e molte sconfitte, prevale, si rafforza e dilaga un cattivo umore risentito.

Ha tre caratteristiche. La prima è l’impegno a fare le cose in fretta, come se mancasse il tempo, e fosse necessario esibire subito un risultato, come se le prossime elezioni fossero vicine (non lo sono e non possono esserlo). La seconda è “di fargliela pagare”, inventando un nemico, il “globalismo”, che difficilmente può essere una persona, una legge o un partito. È come l’ondata di caldo del momento, un fatto planetario che si presta più al lamento che alla discussione. Chi apre la porta non è la causa del caldo. Ma qui, adesso, viene combattuto come tale. Il terzo è la vendetta trasversale. Con molta attenzione si cerca che cosa sta a cuore, che cosa è irrinunciabile per coloro che sono estranei alla rivoluzione dello strano e tetro “nuovo” in cui stiamo vivendo, dunque nemici.

Una volta trovato il punto debole (il rigetto del razzismo, la ripulsa del fascismo, il conoscere la Storia, il rispetto della Costituzione, il ricordo di via Tasso) si è trovato dove colpire. Strumenti sono il sarcasmo, un progetto di legge offensivo, la pronuncia ministeriale, l’autorevole ripetizione della dichiarazione che sbatte, in modo calcolato, contro i tuoi sentimenti, “declamando” a nome di tutti gli “italiani” sentimenti opposti che però, detti dal potere, non sono più sentimenti, suonano come regole di condotta, e anche, un po’ come minaccia, perché il potere ha sempre un modo di intromettersi nella tua vita.

Forse, negli ultimi giorni, i casi più interessanti sono stati l’aggressione online al Quirinale e al presidente della Repubblica, dopo che Di Maio, irritabile come i suoi capi (non dico Conte, dico Grillo) e il suo maxi-collega, ha chiesto prontamente l’impeachment del Presidente della Repubblica per avere respinto (e motivato) la nomina di un ministro e la improvvisa dichiarazione filo-fascista del ministro della famiglia Fontana. Nel primo caso, come in Guerre Stellari, si vede che una macchina da guerra di robotica internazionale è pronta a scattare contro il simbolo chiave della democrazia italiana, curiosamente manovrata (eppure stiamo parlando di sovranisti gelosi delle frontiere) fuori dai nostri confini. Nel secondo caso scatta non solo la vendetta trasversale dell’attaccare e offendere brutalmente gli antifascisti e le vittime sopravvissute del fascismo. Ma anche una nuova grande messa in scena alla Evola: giganti globalisti si aggirano in mezzo a noi, resi forti dalla legge Mancino che punisce le offese e le persecuzioni agli antifascisti, qualcosa che non si può tollerare se si vuole colpire il globalismo.

Dunque, per difendersi dai globalisti (che, apprendiamo, sono antifascisti) Lega e Cinque Stelle devono cancellare le leggi che frenano il libero esercizio di un nuovo fascismo. Fontana accenna anche al fatto che le idee non si possono fermare per legge. Dimentica che si può fare per l’idea di omicidio, il giuramento di mafia e alcune altre cose non migliori e non peggiori del fascismo. Quando vorrà, Fontana potrà ricevere una lista dei morti del fascismo e del nazi-fascismo (ad opera di assassini, sicari, prigioni e campi di sterminio) cominciando da Gobetti. Faccia spazio nel suo ufficio, gli serviranno parecchi armadi.

Qualcosa di interessante però accade: mentre crollano tutti gli indicatori economici e l’Italia appare un Paese sempre più allo sbando, il quadro bizzarro impiantato da Grillo come prova della sua fervida immaginazione copre qualche cos’altro di cui non sappiamo nulla. Nessuno ha provato a spiegare che cosa ci fanno i russi in casa dei leghisti e in casa dei Cinque Stelle. Nessuno ci racconta i legami con Putin e lo strano fervore di sconosciuti personaggi russi nell’attacco mediatico al Quirinale, nella notte del 27 maggio. Non risulta alcun tipo di contatto fra la Presidenza della Repubblica e il resto del governo italiano. Non si capisce perché, nelle stesse ore, cominci il tormento di un certo Marcello Foa che deve essere a tutti i costi presidente della Rai. Benché decine di migliaia di attacchi mediatici contro Mattarella si moltiplicassero (scatenati, si direbbe, dalla capricciosa affermazione di Di Maio che aveva chiesto pubblicamente, sia pure per un giorno, l’impeachment del Capo dello Stato), il resto del governo si è tenuto fuori dalla disputa (chiamiamo così un gravissimo e misterioso evento). Chi è intervenuto, chi ha guidato, chi ha indagato? Con quali connessioni con gli altri affari italiani (Rai)? Come vedete è difficile che il nuovo sia lieto, nella versione di questa strana alleanza di vendette.

La trappola dell’identità

Come in un gioco di immedesimazione, le forze politiche progressiste sembrano ogni giorno più ossessionate da tutto ciò che è marginale. Che si tratti di minoranze o gruppi vulnerabili da difendere, questo atteggiamento ha origine in una visione politica che ha fatto dell’io e delle sue volatili definizioni un simbolo sacro.

La “politica identitaria” è un fenomeno egoriferito e antipolitico. E non è di sinistra né liberale, anche se i democratici, purtroppo, sono caduti nella trappola. La concezione di cui parlo sta rapidamente attraversando l’Atlantico e intacca il vocabolario politico europeo, dove il termine identità è storicamente associato a movimenti conservatori, nazionalisti e neofascisti. Il marxismo è stato il fondamento della politica della sinistra fino al collasso dell’Unione Sovietica, e i partiti socialisti e comunisti hanno costruito i loro programmi politici sulla lotta di classe. In secondo luogo, l’individualismo non è stato una forza sociale potente come negli Stati Uniti, e certamente non è mai diventata un’ideologia. Quando la politica identitaria cominciava a prendere forma in America, l’era dell’immigrazione di massa in Europa non era ancora cominciata.

Oggi queste condizioni sono scomparse. Il marxismo è tramontato, le società europee sono diventate più atomizzate e stanno sperimentando massicci flussi migratori da paesi extraeuropei. Le famiglie sono sempre più piccole, la partecipazione religiosa è in crisi, la tecnologia ci ha divisi invece di unirci. È comprensibile che questa condizione alimenti lo sviluppo di una questione identitaria di destra. Ma è auspicabile che si sviluppi anche la sua versione di sinistra? In Francia c’è una discussione accesa sul multiculturalismo e sul futuro della tradizione repubblicana; in Inghilterra la politica dell’identità sta iniziando a trovare spazio nella corrente del Partito laburista di Jeremy Corbyn, che ha conquistato la leadership mentre il partito perdeva contatto con la sua origine marxista.

Il tema del gender sta diventando sempre più importante, specialmente nei Paesi protestanti del nord Europa. L’espansione dell’immigrazione clandestina offre ai democratici una nuova categoria di ultimi per cui combattere, ora che la classe operaia li ha abbandonati per affidarsi alla protezione dei movimenti populisti. I giovani ripiegati sul proprio io che vogliono comodamente impegnarsi con il mondo senza uscire dalla camera possono impratichirsi con la politica identitaria nello spazio virtuale della rete, dove premere un tasto è considerato un atto rivoluzionario.

La vecchia sinistra considerava l’autonomia nazionale come condizione necessaria dell’autodeterminazione democratica, dalla lotta per l’indipendenza della Grecia nell’Ottocento ai conflitti per la liberazione dei popoli dal giogo coloniale nel Novecento. La sinistra di oggi si ostina invece a trarre le conclusioni sbagliate dalle guerre mondiali, cioè che lo Stato-nazione è per sua natura intollerante e violento, e perciò va superato. Capisco perché i cittadini europei, schiacciati fra i diktat della lontana Bruxelles e l’immigrazione di massa, siano frustrati e abbiano l’impressione di non poter controllare il loro destino collettivo con mezzi democratici. Non c’è da stupirsi se molti, di fronte a questa situazione, sono pronti a considerare il ricorso a mezzi non democratici.

È molto difficile concepire un futuro per la sinistra europea se non si deciderà a riorientarsi sul paradigma della cittadinanza, il che significa assumere un atteggiamento critico verso la burocrazia dell’Unione Europea e combattere apertamente l’immigrazione illegale. Nonostante le differenze, Europa e Stati Uniti hanno un problema comune: il futuro della sinistra.

In America il significato del termine identità è stato usato per la prima volta in politica negli anni Settanta, in riferimento alle diverse identità di gruppi e minoranze. Il tentativo era di mobilitare le varie anime del popolo, di suscitare un qualche senso di appartenenza. La sinistra che cercava un collante nella battaglia per i diritti civili, è nata la retorica dell’orgoglio: orgoglio nero, orgoglio gay e, a seguire, orgoglio di qualunque altro gruppo discriminato. Ma mentre l’energia della New Left andava dissipandosi, la parola identità è stata impiegata per indicare il nostro io interiore che reclamava protezione.

È stata la fortuna popolare della psicanalisi a diffondere l’idea che ogni persona è lo scrigno di un’identità individuale che deve essere coltivata e difesa, ma verso gli anni Ottanta si è affermata allora l’idea che l’identità personale doveva essere rappresentata ed espressa attraverso l’azione politica. Il modo più efficace per mettere in pratica questo scellerato proposito era concentrare le energie su temi specifici che ruotavano attorno all’autodefinizione. Si trattava di un tentativo di colmare il vuoto che il collasso del progetto della sinistra dei diritti civili aveva lasciato. I liberal erano rimasti orfani di cause comuni a cui appellarsi: la guerra del Vietnam era finita, la classe operaia votava per la destra e lo stato sociale non era in grado di risollevare le sorti delle nostre città devastate. Che cosa restava? Avvampavano, nella società, tante battaglie che non erano immediatamente riconducibili a un’ideologia onnicomprensiva: l’ambientalismo, il femminismo, l’attivismo contro gli armamenti nucleari e così via. Per inseguire quella molteplicità incomprensibile la sinistra si è disgregata, diventando una litigiosa famiglia di movimenti sociali senza una visione comune del futuro. Dopo tante discussioni l’unico punto su cui i liberal sono riusciti a trovare un accordo è stata l’identità. L’interesse per l’economia e la politica estera è scomparso, ogni cosa ha preso a ruotare attorno ai nuovi dannati della terra, i discriminati per ragioni etniche o di genere.

Un luogo comune dice che l’America nasce come progetto multiculturale in grado di trascendere e ricomprendere tutte le identità particolari. Non è così. Il motto E pluribus unum, la molteplicità che dà origine all’unità, si riferiva ai gruppi religiosi, non ai gruppi etnici. Gli Stati Uniti sono diventati un paese multiculturale de facto solo nell’Ottocento. Alla fine di quel secolo, infatti, le questioni dell’appartenenza nazionale e della doppia lealtà hanno infiammato il dibattito pubblico. Si sono scontrate due concezioni opposte. Quella incarnata da Theodore Roosevelt, voleva forgiare una nuova identità nazionale; l’altra, rappresentata dal filosofo Horace Kallen, sosteneva il pluralismo dei gruppi e degli stili di vita.

La storia ci è venuta incontro. Il senso di unità nazionale è stato suscitato dalle avversità materiali più che dalle dispute intellettuali. La Grande depressione e la Seconda guerra mondiale hanno infuso per la prima volta la coscienza di uno scopo comune, e la comunicazione di massa ha amplificato questo processo. Negli anni Sessanta è diventato chiaro a chiunque che l’omogeneizzazione culturale non sarebbe mai avvenuta, e che c’erano e ci sarebbero stati elementi impossibili da fondere nel grande crogiolo americano. Così il multiculturalismo si è trasformato in un progetto ideologico teso a delegittimare le istanze della cittadinanza americana universale e dell’esperienza comune. Oggi questa tendenza è diventata una seria minaccia al nostro unum.

Inchiesta Lega: l’Anm difende la Procura genovese dal ministro Salvini

“Auspicare forme di risarcimento a carico dei magistrati come conseguenza della loro attività risulta assolutamente fuori luogo e appare come una inammissibile e inaccettabile interferenza nel lavoro dei colleghi della Procura di Genova”. Con una breve nota la Giunta esecutiva centrale dell’Anm mette i puntini sulle “ì” nella querelle tra procura genovese e segretario della Lega, nonché ministro degli Interni Matteo Salvini, nata dalla inchiesta sui fondi della Lega e dalla ricerca dei 49 milioni di euro che dovrebbero essere sottoposti a sequestro per equivalente, così come disposto dalla Cassazione.

Dopo le inchieste si dimette il “pitbull” di Chiara Appendino

Una cena ha sugellato la fine del suo lavoro come portavoce della sindaca di Torino, Chiara Appendino. Da giovedì notte Luca Pasquaretta ha lasciato l’incarico che ricopre dal giugno 2016, quando la candidata del Movimento 5 Stelle è stata eletta prima cittadina del capoluogo piemontese. Dietro la decisione ci sono i guai giudiziari di Pasquaretta (un’inchiesta per un allestimento abusivo di un maxischermo per la finale di Champions League nel 2017 e quella sulla consulenza da 5mila euro al Salone del libro), ma anche il malumore dei consiglieri M5s e degli assessori nei confronti del portavoce, il cui potere e la cui influenza sulla sindaca erano aumentati dopo le dimissioni dell’ex capo di gabinetto, Paolo Giordana, in seguito ad altre inchieste giudiziarie.

Pasquaretta, cronista sportivo con qualche esperienza come addetto stampa, aveva cominciato a lavorare con Appendino in campagna elettorale in modo gratuito ed è poi stato nominato capo ufficio stampa del Comune di Torino. La sindaca lo aveva soprannominato il suo “pitbull” per come la difendeva. Ora lui terminerà le ferie smaltite e dai primi di settembre lascerà il Comune.

“Incostituzionale cedere motovedette alla Libia”

Domani la Camera vota il decreto per fornire 12 motovedette alla Guardia costiera libica. Prima dell’annunciato provvedimento di Ferragosto sui rimpatri, prima delle misure allo studio del governo (ovvero del Viminale) più generale sull’immigrazione. Il Parlamento si avvia a un sì quasi all’unanimità: oltre alla maggioranza, lo voteranno anche Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Nel Pd qualche dubbio c’è, ma pare destinato a infrangersi sul fatto che a fornire motovedette alla Libia l’anno scorso era stato Marco Minniti. Piero Fassino, intervenendo in Commissione Esteri a Montecitorio ci ha tenuto a puntualizzare che l’azione proposta non costituisce una novità rispetto a quanto fatto dal precedente governo. Il Pd sembra pronto a sostenere la linea che le priorità in politica estera non cambiano perché al Viminale c’è “un demagogo”, peraltro su un provvedimento piccolo e tecnico.

Oltre a Leu che ha annunciato il suo no, gli unici a sollevare obiezioni decise sono stati i Radicali (Emma Bonino ha votato contro anche in Senato). Riccardo Magi ha presentato una pregiudiziale di costituzionalità che verrà votata sempre domani. Si basa sul fatto che la Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra relativa allo status di rifugiato e che quelle che si stanno cedendo non sarebbero unità navali adatte al soccorso in mare: “Queste motovedette saranno utilizzate per mettere in atto respingimenti interposti”, sostiene Magi. Se si possa parlare di questo, in punta di diritto, non è chiaro. Ma il rischio è stato evidenziato dal caso della nave battente bandiera italiana, la Asso 28, che avrebbe riportato in Libia 108 migranti soccorsi nel Mediterraneo: sarebbe una palese violazione della Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati, dal momento che nessuno dei migranti riportati a Tripoli, pur essendo formalmente in territorio italiano, ha avuto la possibilità di fare domanda d’asilo, come invece garantito dalla Convenzione. Tanto è vero che sia Matteo Salvini che Danilo Toninelli – come raccontato dal Fatto – spingono le navi commerciali italiane, chiamate a compiere i salvataggi nelle acque Sar di competenza libica, debbano coinvolgere le autorità nordafricane, che non solo coordineranno i soccorsi, ma porteranno le persone in Libia. In questo modo si configurerebbero i respingimenti mascherati.

Magi ricorda anche che “con il decreto motovedette stiamo dando strumenti, assetti della nostra Guardia Costiera e della nostra Guardia di finanza per rafforzare la Guardia Costiera di uno Stato che non esiste”. Queste motivazioni, però, non scalfiscono le decisioni non solo della Lega, ma neanche dei Cinque Stelle. All’interno del Movimento un confronto c’è stato, ma alla fine le perplessità sono state relative.

Tanto è vero che ieri i componenti della Commissione Esteri della Camera hanno fatto una nota congiunta. Posizione finale: “Cedendo unità navali a titolo esclusivamente gratuito, fornendo alla Libia supporto logistico e addestramento che rispetti i parametri del diritto umanitario, gettiamo le basi per gestire in modo efficace il fenomeno migratorio”.

“Mi-To-Co unica via ma sui Giochi il M5s ha diritto di veto”

Milano, Torino e Cortina, “Mi-To-Co” 2026: la candidatura dell’Italia alle Olimpiadi invernali è diventata uno strano mostro a tre teste, che moltiplica tutti i problemi per il numero delle città ospitanti. Ma non si può dire che la colpa sia tutta del Coni di Giovanni Malagò, che ha seguito le indicazioni del governo: la politica l’ha voluta per evitare tensioni in maggioranza e la politica adesso dovrà decidere subito dopo l’estate. Le carte sono già a Palazzo Chigi nelle mani del sottosegretario con delega allo Sport Giancarlo Giorgetti, a cui spetterà l’ultima parola. E di Simone Valente, deputato che segue il dossier per il M5s.

Olimpiadi low-cost, ma spalmate addirittura su tre città: non è un controsenso?

È un po’ quello che temiamo: così aumentano le opere accessorie, per non parlare delle infrastrutture, della logistica, della sicurezza: è tutto moltiplicato per tre. Anche per questo abbiamo cercato di frenare gli entusiasmi nelle prime dichiarazioni.

Però siete stati voi a chiedere “soluzioni condivise”.

Noi con l’indirizzo dato dal Consiglio dei ministri volevamo tutelare i sindaci, e in fondo le stesse chance olimpiche dell’Italia: probabilmente la candidatura non sarebbe sopravvissuta alle tensioni politiche derivanti da una scelta fratricida fra due città così importanti. Diciamo che Mi-To-Co crea un fronte politico ampio, ma comporta più problemi organizzativi da valutare.

Ma ora che il Coni ha fatto esattamente ciò che volevate, avete ancora la forza per dire no?

Noi abbiamo dato dei suggerimenti, la Commissione li ha seguiti ma il governo non ha firmato nessuna cambiale: manteniamo totale liberta di scelta.

Malagò ha detto che si stupirebbe se da Palazzo Chigi arrivasse un rifiuto.

Spero non abbia brutte sorprese: l’ultima parola spetta all’esecutivo ed è giusto che sia così, perché parliamo di un investimento pubblico, con i soldi di tutti gli italiani. È il governo che li rappresenta, il Coni ha un altro ruolo.

Il progetto “a tre punte” gioca più a favore o a sfavore?

Né l’una, né l’altra: si tratta di decidere se l’Italia vuole o meno le Olimpiadi, a prescindere dal numero di città. Io auspico una valutazione tecnica, forse da questo punto di vista avere coinvolte amministrazioni di colori diversi può essere un vantaggio: aiuta a sgombrare il campo da pregiudizi politici.

Quale può essere il punto di forza di una candidatura tripla?

È difficile da dire, è un progetto senza precedenti, unico nel suo genere. Forse l’aspetto più interessante è proprio quello dell’unità, avere una proposta rappresentativa di tutto il Paese.

E il punto di debolezza?

Tutte le complicazioni di un’organizzazione così estesa. Anche far convivere i tre sindaci non sarà facile.

Su cosa si baserà la scelta?

Essenzialmente sull’analisi dei costi e dei benefici della manifestazione. Ma anche sull’idea di Italia che abbiamo: in un momento così delicato bisogna capire se ospitare i Giochi è davvero una priorità. In cima alla mia lista per lo sport ci sono impiantistica di base e attività a scuola: onestamente non so serve un’Olimpiade per centrare questi obiettivi. Però un grande evento può fare da traino al movimento.

La Lega sogna di portare i Giochi al Nord, voi siete più freddi: non c’è il rischio che le Olimpiadi diventino motivo di crisi in maggioranza?

Assolutamente no. E sapete perché? È già successo che non fossimo d’accordo su alcune cose: quando non lo siamo decide il contratto. E nel programma di governo non c’è una parola sui Giochi.

Quindi niente Olimpiadi?

Non è detto, al momento le percentuali sono 50 e 50, dipende tutto dalle carte e per questo mi riservo ogni giudizio dopo averle studiate. Di una cosa però sono certo: dovrà esserci accordo totale fra le due forze di governo. Come M5s rivendichiamo una sorta di diritto di veto sulle Olimpiadi: se il progetto non ci convincerà fino in fondo, non si faranno.

Ilva, domani al Mise nuovo incontro sui posti di lavoro

Riparte lunedì, al ministero dello Sviluppo economico, la trattativa sull’Ilva con il tavolo sull’occupazione fra i sindacati e ArcelorMittal, dopo la discussione del piano ambientale proposto dal colosso siderurgico, pronto a rilevare il complesso industriale di Taranto: la convocazione è in via Veneto alle 13, con la Fiom che ritiene gli impegni di Arcelor ancora non sufficienti, mentre la Fim chiede al governo di prendere una decisione senza ulteriori perdite di tempo. A settembre, infatti, come hanno già ammonito i commissari, quando scadrà l’amministrazione straordinaria la cassa sarà vuota. L’incontro, cui parteciperà il titolare del ministero Luigi Di Maio, fa seguito alla trattativa della scorsa settimana sulle problematiche ambientali, su cui c’erano state polemiche anche per la decisione del leader del M5s di allargare il tavolo ad oltre sessanta sigle sindacali. Anche la prossima riunione si annuncia molto incerta, vista lo scontro politico sullo sfondo e la volontà dell’esecutivo di portare avanti una linea di discontinuità nella gestione.

“Mi aspetto che il legale dei mafiosi si dimetta”

Una nomina che, più che inopportuna, ha il sapore del grottesco: un’avvocata difensore di mafiosi di primo piano, tra cui l’ex boss di Palermo, Salvatore Lo Piccolo, e il calabrese Carmine Valle, nominata nel Comitato tecnico-scientifico antimafia della Regione Lombardia. Si tratta di Maria Teresa Zampogna, proposta da Forza Italia. A denunciare la vicenda è Monica Forte, consigliere del Movimento 5 Stelle e presidente della Commissione consiliare antimafia.

Chi giustifica la nomina fa presente che il diritto alla difesa è garantito dalla Costituzione e che essere difensore di boss non vuol dire esserne collusi.

Qui non si tratta né del principio del diritto alla difesa, né delle capacità professionali dell’avvocato. La questione è semplice: la legge che ha istituito il Comitato tecnico-scientifico, che è un organo importantissimo per il lavoro della Commissione, sancisce che i membri che ne fanno parte abbiano comprovata esperienza nel contrasto ai fenomeni criminali. E questo non mi pare proprio il caso dell’avvocato Zampogna. Inoltre, c’è un problema di conflitto d’interesse: la Commissione, per esempio, potrebbe trovarsi a dover audire delle vittime degli stessi mafiosi che lei difende. Ma, al di là di questo, mi sembra anche una questione di buon senso.

Nando Dalla Chiesa, figura di primo piano del movimento anti mafia e membro del Comitato, ha fatto sapere che la sua permanenza è incompatibile con l’arrivo di Zampogna. Ci sono altre prese di posizione?

David Gentili, presidente della Commissione antimafia del Comune di Milano ha detto che ritiene sbagliata la nomina. Tutte le associazioni antimafia dissentono in pieno, poi non so se ora prenderanno iniziative ufficiali. È chiaro che si tratta anche di un danno di immagine delle istituzioni regionali. Ricordo che stiamo parlando di un avvocato che era il legale di Domenico Zambetti, diventato assessore lombardo comprando i voti dalla ‘ndrangheta, condannato in appello a 7 anni e mezzo e il cui arresto, nel 2012, portò all’azzeramento della giunta Formigoni.

Qual è la genesi della nomina? Una volontà precisa o scarsa conoscenza del curriculum?

Magari è stata solo una nomina non valutata bene. Me lo auguro.

Chi di preciso l’ha sponsorizzata?

Ufficialmente l’ha proposta il gruppo di Forza Italia in Regione, il capogruppo è Gianluca Comazzi.

Come si può risolvere ora la questione?

Manca ancora il decreto ufficiale del Consiglio. Io credo comunque che ci saranno le sue dimissioni. Se la cosa andrà avanti, chi l’ha nominata dovrà prendersi le sue responsabilità. Quando ho avuto la segnalazione, ho preso contatti col Consiglio e la Giunta, la cosa migliore per tutti sarebbe un intervento informale, dall’interno. Spero ancora che la cosa si possa risolvere con un passo indietro dell’avvocato Zampogna.

Dibba punge il M5S: “Serve coraggio, dite no a Tap e Tav”

“Diciamo che Alessandro gioca a fare il Beppe Grillo. Anche perché a stare così lontano magari un po’ soffre…”. In un sabato di afa agostana, un parlamentare di peso dei Cinque Stelle semina un commento più agro che dolce. Ha appena guardato su Facebook il video del neo 40enne Alessandro Di Battista, l’ex deputato e trascinatore, ora fermo (almeno) un giro, ma libero di parlare, anzi di “pungolare il Movimento” come assicura lui.

E allora in un intervento di sette minuti e qualcosa dal Messico, Di Battista lancia il suo richiamo al M5S di governo: “Il Movimento deve fare il Movimento, abbiamo fatto battaglie importanti, contro il Tap, contro il Tav, opere del tutto inutili, sulla legge anti corruzione, a sostegno dei cittadini, contro la bancocrazia: coraggio, questo è il momento di spingere. Non ci possiamo far distrarre da queste robe sul razzismo, questa è distrazione di massa”.

Ed è il monito del volto che riempiva le piazze: sul no alle grandi opere il Movimento aveva fatto precise promesse. E allora non si può traccheggiare o cambiare rotta, magari annaspando dietro la Lega e il suo eterno rilanciare sui migranti: “Ribadiamo i no sani che abbiamo detto con forza perché ci abbiamo preso i voti su quella roba là”. Tantissimi voti, grazie anche al Di Battista che si era sgolato in mille incontri contro il Tav e il Tap. “Una volta al governo il gasdotto lo bloccheremo in due settimane” giurava il fu deputato romano in un video che in questi giorni sui social è rimbalzato ovunque, come prova fumante del M5S che ha rinnegato la linea e un po’ se stesso, soprattutto sul Tap. L’ex politico romano ha visto, e non ha gradito. E così ecco il video, dritto ma cauto, ed è un paradosso dove c’è tutto Di Battista.

Perché mentre condanna la linea attuale l’ex deputato è però attento a salvare Luigi Di Maio, il capo politico e vicepremier, che pure la linea la costruisce: “Ho molta stima di Di Maio, sta combattendo tantissimo”. Piuttosto i discoli da rimproverare sono altri, “tutti gli altri ministri M5S che dovrebbero avere lo stesso coraggio di Luigi”. Lo aveva già detto in un altro post più o meno un mese fa, Di Battista. “Siate più ostinati, come Di Maio che ha un coraggio da leone” vergava. E oggi come allora, più di un ministro non avrà gradito. Però l’ex deputato che ora viaggia e fa reportage gioca così. Risparmiando sempre il Di Maio da cui pure si è spesso differenziato per atteggiamenti e posizioni in questi anni, nel nome di una rivalità negata e sottesa ma comunque palpabile. E ovviamente ieri neanche una sillaba dal vicepremier. Così le reazioni ufficiose arrivano dai ministeri. Per esempio, da ambienti del dicastero delle Infrastrutture, dove ricordano che sul Tav va fatta per forza “un’analisi dei costi e dei benefici”. E che comunque prima di decidere bisogna parlare con la Lega, ossia con il partito con cui si governa. E il sottotesto è che governare ha le sue complessità. Concetto che deve essere chiaro anche al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che di fronte a Donald Trump ha ribadito come il Tap sia opera strategica. E il ministro per il Sud Barbara Lezzi, che la battaglia sul gasdotto ce l’ha in casa essendo leccese, non ha proprio brindato.

Ma in mezzo alla contesa ora si è infilato Di Battista: che parla per difendere le sue vecchie promesse, certo, quindi la purezza del Movimento che fu. Ma anche per ribadire che lui non è mica fuori partita per sempre. “Ho restituito tutto il mio assegno di fine mandato, 43mila euro netti, e l’atto con cui ho chiuso la mia prima esperienza, poi vedremo…” butta lì nel video.

In fondo, un intervento proprio alla Grillo, che come lui non è nei Palazzi, ma ogni tanto va in direzione contraria, da padre nobile che Di Maio deve ascoltare per etichetta. Ma senza trarne spunto per cambiare rotta, perché quella ormai si decide altrove. E questo vale anche per il Di Battista che si fa sentire da terre assai lontane. A cui, sibilano dentro il M5S, non essere nelle stanze dei bottoni dà fastidio. Anche se lui lo nega, a tutti. E comunque, sentimenti e sensazioni a parte, le sue parole potranno smuovere qualcosa, almeno a livello locale. “Tav e Tap sono temi sentiti sui territori, ed è lì che il suo intervento può incidere” riassume un eletto della vecchia guardia. Quella del Di Battista che monita, a distanza.