Incidenti nautici, tre morti in poche ore in Laguna

Tre morti e una decina di feriti a poche ore di distanza in due distinti incidenti nautici nella Laguna di Venezia.

Nel primo schianto tra un motoscafo e un barchino, hanno perso la vita due amici con la passione per la pesca, Renzo Rossi e Natalino Gavagnin, 69 anni entrambi, veneziani. Improvvisamente, intorno alle 23.30, sul loro barchino è piombato uno scafo, forse a velocità eccessiva, con a bordo 4 giovani veneziani, due ragazzi e due ragazze. L’urto violento ha sbalzato in acqua i due anziani. Non erano trascorse neanche 24 ore, e nella Laguna Sud, tra le località di Giare di Mira e Valle Averto, il secondo incidente mortale. Un barchino con diverse persone a bordo (almeno 5) si è rovesciato nella calma piatta della laguna, probabilmente a causa di un’onda. Un 76enne, di Campagna Lupia (Venezia), è finito in acqua, e quando è stato recuperato dai soccorritori per lui non c’era più nulla da fare. Sbalzati in laguna altri 4 occupanti della piccola imbarcazione, tra cui il nipote del 76enne; hanno riportato solo ferite lievi. Le indagini dei Carabinieri dovranno accertare se l’onda sia stata provocata da un altro natante.

“Il sindaco mente sulla donazione di Zucchero”

Sindaco, assessori, consiglieri comunali, presidenti di partecipate e funzionari pubblici adesso si spartiscono anche poltronissime e poltrone dei concerti. E a Venezia alcuni di loro utilizzano perfino il motoscafo comunale per andarci. L’evento musicale dell’anno in laguna, è stato “The Best Live”, concerto in due serate di Zucchero Fornaciari il 3 e 4 luglio in piazza San Marco, uniche date italiane del tour europeo.

Molti veneziani, timorosi di vedere per la prima volta dopo sette anni i masegni del salotto buono e le Procuratie sfiorati dalla musica, avevano storto il naso. Ma ci aveva pensato il sindaco Brugnaro a smorzare le polemiche sfoderando un sorriso d’ordinanza e un più concreto annuncio. “Zucchero è una persona straordinaria che ama veramente Venezia. Non solo ha sostenuto tutte le spese. Ma ha donato 80 mila euro alla città per la manutenzione di piazza San Marco e aiutare in modo concreto Venezia”. E aveva sottolineato che l’artista sostiene la campagna “EnjoyRespectVenezia”. Che Zucchero sia bravo e ami Venezia è fuori discussione. Altrettanto che il concerto, 5 mila posti a sera, sia stato un successo. Eppure non è tutto oro ciò che luccica. Infatti i due consiglieri comunali 5s Davide Scano e Sara Visman, con un semplice accesso agli atti, hanno scoperto che la donazione è in realtà un contratto. Che la somma pagata è inferiore a quella indicata dal sindaco. Che comprende anche una serie di servizi aggiuntivi come la pubblicità. E che la nomenklatura lagunare si è ritagliata un piccolo status symbol collettivo, di 100 biglietti omaggio per serata pari a 22 mila euro.

L’avvocato Scano ha fatto un’interrogazione consigliare (“Si chiede al sindaco di spiegare perché ha mentito all’intera città”) e il contratto tra Vela spa (del Comune) e F&P Group, la società milanese che organizza concerti. L’intenzione di Zucchero era genuina, voleva “lasciare un segno tangibile alla città, come contributo per la conservazione ed eventuale restauro di Piazza San Marco”. Ma l’amministrazione ci ha messo del suo cambiando i termini dell’accordo. Ecco che la donazione diventa un “contratto di consulenza tecnica e amministrativa” con pagamento a favore della società partecipata. Gli 80 mila euro sbandierati dal sindaco sono in realtà 60 mila, cui va aggiunta l’Iva, che è un’imposta statale, non comunale. I soldi sono un corrispettivo per l’occupazione di 7.200 mq di suolo pubblico, per 20 spazi pubblicitari agli imbarcaderi e per 200 biglietti omaggio. Questi ultimi, suddivisi nelle due serate, equivalgono a 60 poltronissime (160 euro), 60 seconde poltrone (100) e 80 terze (80). In totale 22 mila euro che, guarda caso, sono la differenza tra i 60 mila euro della supposta donazione e gli 80 mila indicati dall’ufficio stampa in un comunicato.

Conclusione dell’avvocato Scano: “Le frottole di Brugnaro sono servite solo a far digerire alla città l’utilizzo di San Marco per un grande concerto. Vorremmo sapere se e chi ha pagato la tassa Cosap e l’energia elettrica. E chi sono i 200 fruitori dei biglietti, che avrebbero dovuto acquistare di tasca propria”.

Spiaggia a bordo Tevere: Roma prova a riqualificare il fiume

Alle tre del pomeriggio una trentina di persone – di cui solo cinque in costume da bagno – “affollavano” l’inaugurazione del “Lido Tiberis”, la nuova spiaggia di 10mila metri quadri sulle rive del Tevere, a Roma, poco distante dal ponte Guglielmo Marconi. Un’inaugurazione sui generis. Nessuna cerimonia in pompa magna – mancava anche il primo cittadino Virginia Raggi – e una corsa agli ultimi ritocchi che ha ridotto due operai, che erano lì per sistemare qualche ingombro tecnico, a lavorare incessantemente a lido ormai inaugurato.

Metà spiaggia e metà prato inglese, il lido è dotato di una trentina di ombrelloni e sdraio, otto docce, i servizi igienici, due distributori di cibi e bevande. È prevista – ma ancora non esiste – un’area per i cani. Appena dopo l’entrata al lido, due campi sportivi – che gli organizzatori hanno tenuto a sottolineare “sono regolamentari” – e gli spogliatoi. Il fiume è transennato con piante e dissuasori in corda. “Non era necessario, chi mai si butterebbe nel Tevere per uscirne radioattivo?”, ha commentato un bagnante. E in effetti il fiume è ovviamente deserto, eccezion fatta per le papere. C’è chi dice che “almeno una piscina potevano installarla, qui si muore di caldo”, e c’è chi risponde “signò, ce stanno ‘e docce!”. Nessun “fagottaro” all’orizzonte né borse frigo dalle fantasie improbabili, forse tutti speravano nel pranzo luculliano sotto l’ombrellone preparato da un qualche punto ristoro all’interno di Tiberis, e invece no, solo snack e bibite dalle macchinette: “Amò, dicono che a ottobre mettono er chiosco” esclama una signora in costume bianco, forse influenzata da qualche pettegolezzo. “A ottobre, eh? Ma de quale anno?” la incalza il marito mentre si spalma la crema. Uno dopo l’altro sono poi arrivati cronisti, fotografi, cameraman: tutti presenti per immortalare l’evento della spiaggia sul fiume Tevere.

È un susseguirsi di scatti fotografici, domande e riprese video, il tutto dribblando tra una sdraio e un’altra. Alla ragazza dai capelli biondi che si avvicina e chiede a una coppia di anziane signore che occupano il primo ombrellone all’imbocco del lido di posare per una foto per il suo giornale viene risposto: “Te prego, n’artra foto no. Stamo a occupà tutti i telegiornali e la stampa de oggi. Chiedi a qualcun altro”. Risposta: “Eh, ma non c’è nessuno, però grazie lo stesso”. Molti dubbi e incertezze per i visitatori della prima giornata di spiaggia sul Tevere: chi lamenta disservizi, chi vorrebbe qualcosa di più, chi qualcosa di meglio. Ha vinto la saggezza popolare dell’uomo che, rivolgendosi alla moglie, ha detto: “Come se dice a Roma, queste cose le poi fa’ ma non le poi dì”, come a dire che l’idea è buona, ma visto il flop era meglio non pubblicizzare troppo.

Il progetto Tiberis nasce come primo atto di riqualificazione del Tevere, un progetto che ha visto un iniziale investimento – nel 2019 la spesa, si spera, dovrebbe essere coperta dagli incassi – di alcune decine di migliaia di euro sia per la bonifica dell’area sul fiume, sia per l’allestimento dello stabilimento e che si prevede dia i suoi frutti a lungo termine, cercando di mantenere la struttura attiva durante l’anno e smantellando unicamente l’attrezzatura estiva: “Contiamo di fare largo uso di quest’area. Smonteremo ombrelloni e sdraio a fine ottobre. Almeno chi vorrà godersi l’ultimo sole potrà farlo. E per il resto dell’anno troveremo soluzioni per utilizzare quello spazio”, ha detto Massimo De Maio dell’assessorato all’Ambiente.

È il primo evento di questa natura dai tempi del parco Tevere della Magliana, pensato da Veltroni, inaugurato da Marino e poi abbandonato, e può diventare un’occasione importante per collaborare in futuro con Agenda Tevere, la rete di associazioni che si occupa della bonifica e della riqualificazione di alcune aree nella Capitale. Per ora, le uniche aree che ha in concessione il Comune di Roma sono, appunto, quella sul Tevere e che da ieri verrà utilizzata come stabilimento e la pista ciclabile “striscia rossa”. Agenda Tevere sta cercando di capire chi ha in mano le concessioni dei demani così da poter cominciare l’opera di riqualificazione.

Di Maio: “No a strappi con l’Ue. L’aumento dell’Iva? Fake news”

Il giorno dopo il super vertice economico a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio Conte, è il vicepremier Luigi Di Maio a tracciare alcuni punti fermi nell’azione dell’esecutivo in vista della prossima legge di Bilancio, una manovra da almeno 20-22 miliardi. “Non c’è bisogno di nessuno strappo con l’Unione europea”, ammette Di Maio in visita a Fabriano, dove ha annunciato un “piano di edilizia pubblica” antisismica per rimettere a norma gli edifici pubblici, “ma di un dialogo decisivo e sincero” per riuscire a ottenere delle cose per ottenere quei margini di manovra imprescindibili per far fronte alla lista delle priorità. Prima fra tutte quella di sterilizzare gli aumenti dell’Iva per 12,4 miliardi. Ad oggi le clausole di salvaguardia prevedono da gennaio del 2019 il passaggio dell’aliquota ordinaria dal 22% al 24,2% e di quella ridotta al 10% al all’11,5%. E una delle ipotesi sul tavolo, che Di Maio ha però definito “fake news”, potrebbe essere appunto quella di lasciare aumentare l’imposta sul valore aggiunto, anche se solo parzialmente, per convogliare parte di quelle risorse in altre misure pro-crescita. “Nulla è ancora deciso”, trapela nella maggioranza.

Luce e gas, slitta ancora al 2020 il mercato libero

La fine del regime di maggior tutela di gas e luce, mercato in cui si trova ancora la maggioranza delle famiglie, slitta ancora una volta: dal 1° luglio 2019 al 1° luglio 2020 grazie all’approvazione di un emendamento targato Lega-M5s al decreto Milleproroghe approvato in commissione Affari istituzionali del Senato. “La misura – ha spiegato il sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico, Davide Crippa – si è resa indispensabile, perché non sussistono le necessarie garanzie di informazione per i consumatori su mercato, competitività e trasparenza”. Richiesta lanciata giovedì scorso dal futuro presidente di Arera (l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente) durante un’audizione in Parlamento.

Già nella passata legislatura i due partiti avevano espresso dubbi sulla fine del regime di maggior tutela: se la liberalizzazione del mercato nasce, infatti, da un’esigenza di maggior concorrenza tra gli operatori e di più ampi margini di guadagno che possano portare a maggiori investimenti nel settore, le offerte libere già presenti sul mercato non sempre si sono rivelate convenienti. Senza sottovalutare il rischio per 22 milioni di famiglie del mercato del tutelato della luce e 18 milioni del gas di ritrovarsi un nuovo gestore senza averlo scelto e senza possibilità di risparmio. Anche se dal 2015 è stato avviato l’iter per lo stop definitivo al regime di maggior tutela, tecnicamente è stato fatto ben poco per preparare gli italiani a questo passaggio. Dubbi che anche nel 2017 hanno portato a una proroga, prevista dal ddl Concorrenza, dopo la levata di scudi delle associazioni di consumatori per i possibili rincari alle bollette e le fibrillazioni interne alla maggioranza Pd.

Del resto, quello italiano è già tecnicamente un mercato libero: dal 2003 per il gas e dal 2007 per la luce è possibile scegliere il proprio fornitore (come si fa per la telefonia) o restare nel regime tutelato dove l’Arera ogni tre mesi stabilisce il prezzo. Un importo, frutto dell’acquisto collettivo di energia senza ricarichi, ma soggetto alle oscillazione del prezzo del petrolio e delle numerose voci che compongono la bolletta, come le spese di gestione e gli oneri di sistema che da sole rappresentano il 35% del totale della bolletta della luce. Nel mezzo ci sono un terzo delle famiglie che non sa quanto spende davvero, mentre l’80% ignora addirittura il tipo mercato in cui si trova. Tanto che, fino ad oggi, chi ha abbandonato il mercato libero (il 34,4% dei clienti domestici dell’elettricità e poco meno del 38% del gas, ma è alta la percentuale di quelli ai quali sono stati “estorti” i contratti), dopo la scadenza del primo biennio, su cui vengono applicati gli sconti, si è ritrovato a pagare più di prima. Mentre solo i più smanettoni sul web sono riusciti a risparmiare fino al 13%, secondo le elaborazioni di Ref Ricerche.

Che succederà ora ai clienti? In attesa che il governo decida se affossare per sempre lo stop o continuare a far slittare la decisione – una proroga che non piace affatto alle associazioni dei consumatori (“Equivale a mettere la testa sotto la sabbia”, commenta Luigi Gabriele di Codici) – si continueranno a ricevere decine di telefonate aggressive dai call center, così come emerge da un provvedimento dell’Antitrust di prossima pubblicazione che ha aperto un procedimento a carico di Enel – leader del mercato con il 24% di quota; seguono Edison (6,1%) ed Eni (5,5%) – perché dall’inizio dell’anno starebbe facendo passare i propri clienti del tutelato al mercato libero con poca trasparenza e troppa facilità.

A scuola senza vaccini, cresce dissenso M5S. “Ma l’obbligo resta”

Dopo Elena Fattori, arriva il secondo parlamentare del Movimento Cinque Stelle che dissente sull’emendamento vaccini. Si tratta di Giorgio Trizzino, che oltre a sedere in Senato tra i pentastellati è anche direttore sanitario dell’Ospedale Civico di Palermo.

Insomma, dopo che venerdì il Senato, durante la conversione del decreto Milleproroghe, ha rimandato di un anno l’obbligo di certificare la vaccinazione per l’ammissione dei bambini ai nidi e alle scuole materne, le polemiche non si fermano. Anzi, ieri sono proseguite per tutta la giornata e, come detto, non si tratta della normale dialettica tra maggioranza e opposizione: lo scontro è tutto interno in casa M5S. Il ministro Giulia Grillo, invece, prima ha evitato di esprimersi, poi in serata ha provato a gettare acqua sul fuoco: “I bambini dovranno continuare a essere vaccinati ha detto la titolare della Salute – e i genitori dovranno ancora presentare le certificazioni. È stata sospesa per un anno una delle tre forme sanzionatorie”.

Già venerdì sera, la senatrice Elena Fattori si era detta “indignata” per l’approvazione dell’emendamento. Ieri, invece, è stata la volta di Giorgio Trizzino, medico e parlamentare pentastellato. “Non si ritenga – ha scritto su Facebook – che per garantire l’accesso ad asili nido e materne si possa immaginare qualsiasi forma di deroga sull’obbligo a vaccinare i bambini”. “Da quasi 40 anni lavoro in un ospedale pediatrico – ha aggiunto – e ho visto bambini morire a causa di morbillo, meningite, ma non ho mai visto bambini perdere la vita a causa di complicanze post vacciniche”.

La decisione di posticipare all’anno scolastico 2019/2020 l’obbligo per i genitori di attestare l’avvenuta vaccinazione, pena la non ammissione disposta lo scorso anno dal decreto Lorenzin, risponde in teoria solo a un’esigenza tecnica: finora l’applicazione della legge è stata molto complicata per la babele burocratica che si è creata. Il problema nasce soprattutto dall’assenza di un’anagrafe vaccinale nazionale; non tutte le Regioni ne hanno una ed è quindi difficile incrociare i dati. Non si riesce, insomma, a capire se – per esempio – un bambino di 10 anni ha fatto tutte le vaccinazioni prescritte per i primi anni di vita. È così quindi che la maggioranza ha motivato l’emendamento: bisogna creare l’anagrafe, poi gli obblighi potranno partire a regime. Naturalmente, vista la delicatezza del tema, la mossa è sembrata un modo per strizzare l’occhio ai no-vax.

A protestare sono soprattutto le mamme dei bambini immunodepressi, cioè quelli che non possono essere vaccinati e per essere al sicuro devono vivere in un ambiente nel quale esiste la cosiddetta “immunità di gregge”, cioè la copertura al 95%. Il decreto Lorenzin ha portato da quattro a dieci i vaccini obbligatori. Tra quelli aggiunti, c’è il morbillo, sul quale ancora non è raggiunta la soglia di sicurezza. Considerando la copertura a 36 mesi, per esempio, i dati del ministero della Salute del 2017 dicono che siamo al 92,4% (nel 2016 eravamo all’88%).

Discorso simile per altri due vaccini resi obbligatori: la parotite (siamo passati dall’88% al 92%) e la rosolia (stesse percentuali). Sembra che già l’eco mediatica del decreto Lorenzin, che ha fatto diventare l’Italia uno dei Paesi europei con più obblighi vaccinali, abbia contribuito a un innalzamento. Ma finché non si arriverà al valore obiettivo, soprattutto il morbillo sarà ancora considerato un problema al ministero della Salute. La pensa così anche Giulia Grillo che, pur avendolo dovuto difendere, da quanto filtrato resta poco entusiasta dell’emendamento del Senato e, in generale, non è favorevole a un abolizione tout court dell’obbligo. Al massimo, sarebbe disposta a renderlo più graduale diversificando da territorio a territorio. “É allo studio dei parlamentari – ha detto – un disegno di legge che prevede un obbligo flessibile nel tempo e nello spazio; uno strumento razionale e di buon senso, che contempera il diritto alla salute collettiva e individuale”. È confermato, insomma, che a prendere l’iniziativa sulle modifiche al decreto Lorenzin non sarà il governo.

Il velista Mura si dimette da deputato. M5s vuole fargli causa

Rischia di finire in tribunale la breve esperienza in parlamento di Andrea Mura, il deputato-velista cacciato dal Movimento 5 stelle in seguito alle polemiche per l’alto numero di assenze. Dopo l’espulsione dal partito, il parlamentare ha deciso di dimettersi, con una lettera inviata al presidente della Camera, Roberto Fico. In attesa di capire cosa ne penseranno i colleghi le parti annunciano reciprocamente querela. Il capo politico del Movimento, Luigi Di Maio, sarebbe infatti pronto a fargli causa per danno d’immagine. Lui, invece, si dice “vittima di un linciaggio mediatico senza precedenti”, e pronto a “prendere misure in tutte le sedi per difendere la mia reputazione, visto che sono stato espulso dal mio gruppo parlamentare senza essere nemmeno convocato”. Dai 5 stelle, però, non sembrano intenzionati a passi indietro, sottolineando l’alto tasso di assenteismo (appena 7 presenze, il 2,36% delle sedute totali) e auspicando che le dimissioni vengano accolte. In questo caso in Sardegna si tornerebbe alle urne: la legge prevede elezioni suppletive per un seggio attribuito in collegio uninominale che resta vacante. Ma spesso (celebre il caso del senatore Vacciano) le dimissioni sono state respinte.

Buon Ferragosto sovranista: le vacanze “pop” dei gialloverdi

Niente ombrelloni blu dell’Ultima Spiaggia. Né passeggiate con o senza bandana tra i vicoli di Porto Rotondo. Addio anche alle gite in barca a Portofino e alle serate nelle ville di Sabaudia. E pure Forte di Marmi è in decrescita felice. La nuova maggioranza gialloverde e il governo di Giuseppe Conte ridisegnano la mappa del potere politico in vacanza. Quando cambiano gli inquilini di Palazzo Chigi, si sa, mutano pure le spiagge della classe dirigente. Ma mai come quest’anno si era registrato uno stravolgimento così radicale. Perché ad accomunare 5 Stelle e Lega c’è un tratto “popular” pure nelle ferie d’agosto. E le vacanze sovraniste, ma pure quelle pentastellate, eleggono come prediletti luoghi dove in passato i leader di destra, centro e sinistra mai avrebbero messo piede.

Così ecco tornare in auge la riviera romagnola e marchigiana, la Puglia centro-settentrionale, il Cilento, la Calabria, il lago di Garda. Milano Marittima al posto di Capalbio. Le Isole Tremiti al posto di Pantelleria o delle Eolie. Rosa Marina invece del Forte. Alba Adriatica meglio della Costa Smeralda. Perché i nuovi arrivati, sobriamente, preferiscono passare le ferie nei luoghi d’abitudine, dove hanno legami familiari o di amicizia.

Prendiamo Salvini, per esempio. Da più di una settimana il leader leghista è a Milano Marittima, la cittadina in provincia di Ravenna assurta a luogo di vacanza ideale del leghismo 2018. E nella piccola Atene sovranista in questi giorni, causa festa della Lega, di padani se ne sono visti parecchi: Giorgetti, Fedriga, Zaia, Lorenzo Fontana, Molteni, i ministri Stefani e Bussetti. Ma Milano Marittima è soprattutto il regno di Salvini (qui insieme al primogenito Federico ed Elisa Isoardi) che, tra selfie, uscite a pesca, partite a beach volley, relax al Papeete e scorpacciate di crostacei, ieri sera è stato intervistato in piazza da Gennaro Sangiuliano, vicedirettore del Tg1. Poi Elisa e Matteo faranno rotta verso le Tremiti. Altro che Minorca, l’isola delle Baleari da cui è stato definito “persona non gradita”.

Anche il premier Conte tornerà nei suoi luoghi del cuore: trascorrerà qualche giorno in Puglia, tra Rosa Marina, Ostuni e San Giovanni Rotondo. Altri esponenti della maggioranza in ordine sparso: la leghista Lucia Borgonzoni ha postato una foto da Taormina; Gianluigi Paragone e Vito Crimi sono stati avvistati a Cesenatico; il sottosegretario Manlio Di Stefano si è fatto vedere nel parco sommerso della Gaiola, nel napoletano. Il ministro Elisabetta Trenta andrà in Sardegna, ma in luoghi defilati. Per trovare qualcuno che varca i confini nazionali bisogna arrivare a Paola Taverna, che andrà in Ecuador, dove parteciperà a un convegno sulle donne sudamericane. Mentre Danilo Toninelli, avvistato nel bresciano, partirà a breve per un viaggio in auto con famiglia tra Francia e Spagna.

In controtendenza resistono imperterriti a Forte dei Marmi il sottosegretario leghista Raffaele Volpi e il suo collega Massimiliano Romeo. Come pure l’ultra-sovranista Daniela Santanché, che però qui ha i suoi affari (è proprietaria del Twiga con Briatore). Capalbio, invece, non pervenuta. Qui finora dei nuovi potenti non si è visto nessuno. E pure Capalbio libri è orfana di politici, al contrario dell’anno scorso quando ci passò mezzo governo (Franceschini, Calenda, Pinotti e pure Renzi). “Abbiamo provato a fare qualche invito, ma risposte non ne arrivavano, così abbiamo desistito. Forse i nuovi amano poco il confronto, visto che qui non c’è nulla di preparato e anche il pubblico può intervenire”, racconta il direttore della kermesse, Andrea Zagami. L’estate sovranista impazza, ma non da queste parti.

“Non si processa un sentimento, anche l’odio lo è”

Non si processano i sentimmenti, e l’odio è uno di questi. Meglio un lungo percorso culturale per riconoscere e rispettare le diversità. Massimo Fini, scrittore ed editorialista del Fatto Quotidiano, lo sostiene da tempo e nel merito accoglie la proposta del ministro Fontana, pur partendo da basi diverse: “Sono assolutamente d’accordo”.

Perché?

Abbiamo ereditato dal codice Rocco, senza nulla togliere a un grande giurista, tutta una serie di reati liberticidi come l’offesa alla bandiera, alle forze armate, al capo dello Stato. Li abbiamo mantenuti e ne abbiamo aggiunti altri. Una è la legge Scelba contro la riorganizzazione del partito fascista, che aveva un senso allora dopo la guerra e non ha più senso oggi. Un’altra è la legge Mancino. Con questa si mettono le manette ai sentimenti, come l’odio. Ho il diritto di odiare chi mi pare. Il limite è uno: quando torco il capello a chi non mi piace, per qualsiasi ragione, devo andare in gattabuia.

Più libertà, ma anche più durezza nella repressione?

Sì, ma le pene non devono essere stabilite sull’onda dell’emotività. Le pene devono essere certe. Ed è questo che ci manca.

Nel contesto in cui viviamo, però, è rischioso rimuovere la legge Mancino. Darebbe un via libera all’odio, agli insulti, alle minacce…

Una cosa è l’odio, una cosa sono i reati, che devono essere perseguiti senza distinzioni. Se ad esempio io dicessi che odio i romani, una cosa stupida, ho il diritto di farlo.

Secondo lei esiste un allarme xenofobia?

Sì, esiste proprio nella misura in cui non siamo oggi abituati ad avere confronti col “diverso”, chiamiamolo così. In questo c’è un degrado della cultura italiana: in Italia c’è stata una grande emigrazione dal Sud al Nord, ma a Milano non si crearono mai problemi di razzismo. C’era una polemica molto forte tra polentoni e terroni, ma non razzismo. Noi italiani non siamo fatti per essere tali, siamo stati conquistati da genti diverse. Purtroppo oggi il razzismo si avverte perché è evidente che ci sono un problema migratorio e una guerra tra i popoli: se un italiano si vede scavalcato nell’assegnazione di una casa da uno che viene da fuori si arrabbia. Col debito pubblico che abbiamo non possiamo garantire un’accoglienza decorosa.

Allora come frenare questo razzismo che si manifesta via Internet e in alcuni casi emerge nei fatti di cronaca?

È una questione culturale. Se dovessimo operare con dei divieti, allora io chiuderei tutti i social network che sono fonte di cretineria in cui emergono i sentimenti peggiori coperti dall’anonimato, ma non possiamo neanche proibire la stupidità. L’unica soluzione è culturale, ma sarebbe una strada lunga da percorrere.

Come?

Consiglierei ai giovani di fare stage in altri paesi, altre culture e altri mondi. Solo lì capisci quanto relativi siano i tuoi valori perché ne esistono altri, diversi, che vanno rispettati. Il fatto di essere stato un inviato per molti anni ha avvantaggiato anche me. Mi ha fatto conoscere le culture africane e mediorientali. Insomma, si può fare con la scuola: una volta ci portavano a vedere Mantegna, ora potrebbero portare gli studenti a vedere culture diverse da quella occidentale.

Come le sembra stia agendo il governo?

Il M5s bada al riequilibrio sociale, la Lega alla sicurezza. Ma in questo caso Fontana va in senso opposto a Salvini. Salvini è un razzista antropologico, mentre voler abolire la legge Mancino, una legge liberticida, vuol dire che nel profondo non si è razzisti, perché tratteremmo tutti, bianchi, neri, ebrei, musulmani, indigeni delle isole Andemane, nello stesso modo. Ma dubito che il ministro Fontana se ne renda conto.

“Idea pericolosa. Il fascismo leghista è ormai esplicito”

La legge Mancino deve rimanere. Tomaso Montanari, storico dell’arte e presidente di “Libertà e giustizia”, ritiene che la sua abolizione sia uno sdoganamento del razzismo, ma non è sorpreso dalla proposta del ministro Lorenzo Fontana. “Non mi sorprende – spiega –. Matteo Salvini ne aveva già parlato esplicitamente a Pontida un anno fa ed è nel programma della Lega. Tira giù un velo rispetto a questo esplicito fascismo della Lega. Fa capire che non siano coincidenze fattuali, ma programmi per trasformare la Lega Nord di Umberto Bossi in un partito lepenista e di estrema destra”.

Tuttavia la legge Mancino in molti casi non viene applicata. Serve ancora?

È una legge utile che può funzionare oggi anche per il web. Dopo l’iniziativa della magliette rosse noi di “Libertà e giustizia” abbiamo ricevuto molti insulti e minacce contro le quali stiamo facendo delle denunce. Le legge Scelba e quella Mancino sono strumenti giuridici utili, ma sono state utilizzate con troppa tolleranza e timidezza e andrebbero usate più frequentemente oggi. Spero che l’esecutivo spinga affinché siano attuate e la magistratura agisca.

Il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha difeso la legge.

Per una volta ho apprezzato cosa ha detto Conte, mentre Luigi Di Maio ha detto una cosa ridicola, cioè che l’abolizione che non è nel programma di governo: cosa direbbe se qualcuno proponesse i campi di concentramento? Il premier invece ha preso una posizione netta su una proposta intollerabile.

Il Movimento 5 Stelle anche qui è timido.

Il M5s è sempre stato ambiguo sull’antifascismo nonostante la posizione di alcuni suoi esponenti, tipo Roberto Fico. Il problema in Italia non è stato soltanto il fascismo, ma la “zona grigia”, come diceva Primo Levi, gli indifferenti. Il M5s deve capire se vuole restare indifferente.

L’annuncio è stato fatto da un ministro della Lega, forse il più oltranzista, che ha già rimesso in discussione alcuni diritti civili. C’è un disegno anche qui?

Mi sembra ordinaria cialtroneria neofascista, un fascismo da bar dello sport. Ciò che mi irrita è che Fontana si dica cattolico. Io sono cattolico e sono cresciuto con l’insegnamento di don Lorenzo Milani, che sui banchi di Barbiana aveva due libri, il Vangelo e la Costituzione. Fontana riesce a calpestarli entrambi dicendosi cattolico e ministro della Repubblica. Mi pare un tentativo di creare un consenso intorno a posizioni estreme sapendo benissimo che poi per le famiglie italiane Fontana non farà nulla.

Trova che sia un elemento rivelatore l’aver proposto l’abolizione della Mancino venerdì, in un periodo di atti contro i migranti?

Non credo ci sia una pianificazione in questi atti, ma come diceva Rita Levi Montalcini, non esiste la razza, ma esiste il razzismo. E aggiungo che esistono i razzisti e gli imbecilli pericolosi. Il ministro della Repubblica fornisce loro un alibi dicendo che non si deve considerare l’aggravante razzista, ne diventa complice.

Alcuni negano un aumento dei casi e della xenofobia.

Magari il numero non è aumentato, ma c’è stato uno sdoganamento. Credo che la presenza al Viminale di Matteo Salvini tolga delle remore e incoraggi quella minoranza. Salvini la sdogana e la porta nelle istituzioni sdoganandole. Poi c’è l’effetto emulazione, come il sindaco di Firenze Dario Nardella che sale sulla ruspa per spianare un campo rom.

Cosa c’è alla base di tutto ciò?

Una delle cause è la scarsa scolarizzazione che, insieme alla crisi economica e sociale, crea il terreno fertile. Al centrosinistra, che per anni è stato al potere tagliando sulla cultura, non basta organizzare manifestazioni. Il Pd deve interrogarsi sull’Italia che ha creato. Un paese più scolarizzato non si affiderebbe a Salvini e Fontana.