Non si processano i sentimmenti, e l’odio è uno di questi. Meglio un lungo percorso culturale per riconoscere e rispettare le diversità. Massimo Fini, scrittore ed editorialista del Fatto Quotidiano, lo sostiene da tempo e nel merito accoglie la proposta del ministro Fontana, pur partendo da basi diverse: “Sono assolutamente d’accordo”.
Perché?
Abbiamo ereditato dal codice Rocco, senza nulla togliere a un grande giurista, tutta una serie di reati liberticidi come l’offesa alla bandiera, alle forze armate, al capo dello Stato. Li abbiamo mantenuti e ne abbiamo aggiunti altri. Una è la legge Scelba contro la riorganizzazione del partito fascista, che aveva un senso allora dopo la guerra e non ha più senso oggi. Un’altra è la legge Mancino. Con questa si mettono le manette ai sentimenti, come l’odio. Ho il diritto di odiare chi mi pare. Il limite è uno: quando torco il capello a chi non mi piace, per qualsiasi ragione, devo andare in gattabuia.
Più libertà, ma anche più durezza nella repressione?
Sì, ma le pene non devono essere stabilite sull’onda dell’emotività. Le pene devono essere certe. Ed è questo che ci manca.
Nel contesto in cui viviamo, però, è rischioso rimuovere la legge Mancino. Darebbe un via libera all’odio, agli insulti, alle minacce…
Una cosa è l’odio, una cosa sono i reati, che devono essere perseguiti senza distinzioni. Se ad esempio io dicessi che odio i romani, una cosa stupida, ho il diritto di farlo.
Secondo lei esiste un allarme xenofobia?
Sì, esiste proprio nella misura in cui non siamo oggi abituati ad avere confronti col “diverso”, chiamiamolo così. In questo c’è un degrado della cultura italiana: in Italia c’è stata una grande emigrazione dal Sud al Nord, ma a Milano non si crearono mai problemi di razzismo. C’era una polemica molto forte tra polentoni e terroni, ma non razzismo. Noi italiani non siamo fatti per essere tali, siamo stati conquistati da genti diverse. Purtroppo oggi il razzismo si avverte perché è evidente che ci sono un problema migratorio e una guerra tra i popoli: se un italiano si vede scavalcato nell’assegnazione di una casa da uno che viene da fuori si arrabbia. Col debito pubblico che abbiamo non possiamo garantire un’accoglienza decorosa.
Allora come frenare questo razzismo che si manifesta via Internet e in alcuni casi emerge nei fatti di cronaca?
È una questione culturale. Se dovessimo operare con dei divieti, allora io chiuderei tutti i social network che sono fonte di cretineria in cui emergono i sentimenti peggiori coperti dall’anonimato, ma non possiamo neanche proibire la stupidità. L’unica soluzione è culturale, ma sarebbe una strada lunga da percorrere.
Come?
Consiglierei ai giovani di fare stage in altri paesi, altre culture e altri mondi. Solo lì capisci quanto relativi siano i tuoi valori perché ne esistono altri, diversi, che vanno rispettati. Il fatto di essere stato un inviato per molti anni ha avvantaggiato anche me. Mi ha fatto conoscere le culture africane e mediorientali. Insomma, si può fare con la scuola: una volta ci portavano a vedere Mantegna, ora potrebbero portare gli studenti a vedere culture diverse da quella occidentale.
Come le sembra stia agendo il governo?
Il M5s bada al riequilibrio sociale, la Lega alla sicurezza. Ma in questo caso Fontana va in senso opposto a Salvini. Salvini è un razzista antropologico, mentre voler abolire la legge Mancino, una legge liberticida, vuol dire che nel profondo non si è razzisti, perché tratteremmo tutti, bianchi, neri, ebrei, musulmani, indigeni delle isole Andemane, nello stesso modo. Ma dubito che il ministro Fontana se ne renda conto.