Legge Mancino: da abolire o no?

“Abroghiamo la legge Mancino, che in questi anni strani si è trasformata in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano”, così ha scritto due giorni fa su Facebook il ministro Lorenzo Fontana. Il riferimento è alla legge 25 giugno 1993, n. 205 che sanziona e condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista, e aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali.

Abbiamo chiesto a Tomaso Montanari e Massimo Fini un parere sull’ultima sparata del ministro leghista della Famiglia.

Tir contro furgone. Quattro braccianti perdono la vita

Avevano tutti finito di lavorare nei campi, dove raccoglievano pomodori, e sono stati investiti da un tir che trasportava proprio quegli ortaggi. È così che quattro uomini sono morti e altri sono rimasti gravemente feriti. L’incidente è avvenuto ieri pomeriggio, intorno alle 15,30, sulla strada provinciale 105 tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri, in provincia di Foggia.

Secondo una prima ricostruzione, riportata dal sito Foggia Today, il camion proveniva da Foggia e avrebbe occupato la corsia del furgone, su cui viaggiavano otto braccianti stranieri, che invece percorreva la strada di Ascoli Satriano. I due mezzi si sono scontrati e poi il camion si è poi ribaltato, ma il suo conducente è rimasto ferito in modo non grave. Oltre a lui, altre quattro persone sono rimaste ferite, ma in maniera più grave: sono tutte state trasportate agli Ospedali Riuniti di Foggia. Sul posto sono intervenuti vigili del fuoco, polizia stradale e ambulanze del 118.

Per gli inquirenti e i soccorritori è stato molto difficile identificare le vittime perché non portavano con loro dei documenti d’identità.

“Famiglia Cristiana” parla a nome soltanto dei cattolici più progressisti

Il clamoroso titolo di copertina di Famiglia Cristiana contro Matteo Salvini (Vade Retro!) ha suscitato curiosità per la posizione della Chiesa nei confronti del nuovo governo. È un atteggiamento diffuso all’interno della Chiesa?

Quelle parole riflettono l’opinione solo di quella porzione esplicitamente militante a sinistra. Il resto della Chiesa, clero e fedeli (tolta l’estrema destra tradizionalista e islamofoba), certo non apprezza i toni del ministro dell’Interno ma non arriva a pronunciare contro di lui un anatema così severo. Oltre che per questioni di stile, per timore delle conseguenze (anche di quelle fratture che questo causerebbe dentro la comunità cattolica). E non è abituata ad opporsi in modo radicale ai potenti che guidano il Paese. Lo scontro frontale con i governanti si è verificato, di recente, solo sui temi dell’etica sessuale e affettiva, come nel caso dei diritti delle coppie omosessuali che il governo Prodi voleva riconoscere e che la Cei di Camillo Ruini si è impegnata a negare. Salvini non sembra rappresentare, almeno per ora, agli occhi di molti dirigenti cattolici, una minaccia così grave per la Chiesa da giustificare una grande mobilitazione collettiva. E non pochi vescovi, soprattutto del Nord, apprezzano in silenzio il tentativo del leader leghista di ridefinire le politiche dell’immigrazione a livello europeo. L’attacco di Famiglia Cristiana sembra rivolto, oltre che a Salvini, proprio a quella parte della Chiesa più pigra nel mobilitarsi a difesa dei migranti o disposta, assecondando gli umori di molti cattolici, a concedere una apertura al leghismo.

Per contrastare xenofobia e razzismo, le copertine delle riviste sono utili, ma le azioni concrete lo sono più. Sarebbe molto più efficace che, recependo davvero l’invito del pontefice di tre anni fa, la Chiesa si impegnasse davvero sull’accoglienza, spalancando le parrocchie a rifugiati e richiedenti asilo. L’approdo in canonica di questi ultimi rappresenta infatti, come testimoniano le positive esperienze già avviate, una sfida concreta alla diffidenza xenofoba, creando un contatto quotidiano tra i presunti “invasori stranieri” e i parrocchiani, così da depotenziare le pulsioni razziste e aggressive. Ma per praticare e non solo predicare davvero l’accoglienza di massa, la Chiesa cattolica dovrebbe avere un clero più giovane, più aperto e progressista nella mentalità e soprattutto più disposto a a rinunciare ad alcuni privilegi per raccogliere la sfida. E anche i laici che frequentano la parrocchia dovrebbero essere meno anziani e meno conservatori.

Questa è la Chiesa che vorrebbero quelli di Famiglia Cristiana e molti cattoprogressisti e questa è la Chiesa di cui avrebbe bisogno il Paese. Difficile che possa sorgere proprio in un’epoca lugubre come la nostra.

Il mondo del ministro tutto chiesa, calcio e fascisti

È tutto calcio e chiesa il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, il pasdaran anti aborto, anti diritti LGBT e nemico giurato della legge Mancino. Ancora oggi il suo nome appare sul sito della squadra di calcio dell’Hellas Verona come presidente del circolo dei tifosi di Bruxelles. Indirizzo? Rue Wiertz, 60, ovvero il palazzo del Parlamento di Bruxelles dove sedeva da eurodeputato fino alla nomina a ministro. La sua passione è la curva sud, regno dei tifosi che lo scorso anno diventarono famosi per il coro “Una squadra fantastica fatta a forma di svastica”. Ma Fontana è soprattutto altro.

Verona, cuore nero del Nordest da sempre. È la città dei “Butei”, parola che esprime il senso identitario di appartenenza, ragazzi che girano tra lo spritz in piazza, la curva sud e il cattolicesimo integralista. C’è una foto di gruppo che racconta questo mondo, datata giugno 2015. Era il “Verona family day”, un centinaio di persone che si erano riunite per la cerimonia di “riparazione” dei peccati del Pride. In prima fila, dietro lo striscione, c’era anche il ministro Fontana. Tra gli organizzatori le cronache ricordano il circolo ultra cattolico Christus Rex e Luca Castellini, leader locale di Forza nuova. Lo stesso che alla festa dell’Hellas dello scorso anno, prima di intonare il coro sulla squadra fantastica, gridava dal palco: “Chi ha permesso questa festa, chi ha pagato tutto, chi ha fatto da garante ha un nome: Adolf Hitler”. Ma c’era anche Yari Chiavenato, fuoriuscito da Forza Nuova per fondare il movimento neonazista “Fortezza Europa”.

Eccoli i supporter del ministro che ha chiesto di abolire la legge Mancino. Il “buteo” Castellini l’altro ieri salutava con entusiasmo l’ultima proposta di Lorenzo Fontana, pubblicando gli striscioni di Forza nuova attaccati nel quartiere Appio. Mentre sul sito di “Christus Rex Traditio” campeggiava, senza commenti, il lancio d’agenzia con l’ultima proposta del ministro veronese contro il reato di propaganda e odio razziale. Integralismo cattolico, antigender, curva e identitarismo.

Il nuovo movimento “Fortezza Europa” di Chiavenato, invece, evoca, oltre alle politiche delle frontiere chiuse, l’espressione usata dalla propaganda del Terzo Reich e dagli Alleati per indicare i territori occupati dai nazisti. È a un loro convegno sulla legittima difesa che il 30 novembre 2017 l’allora eurodeputato e vicesindaco di Verona Fontana decide di partecipare portando i saluti introduttivi insieme ad Andrea Bacciga, consigliere comunale della lista del sindaco Federico Sboarina, e al leghista Vito Comencini.

Bacciga, che su Facebook pubblica la sua foto insieme al ministro, in città è un volto noto dell’area della destra radicale. Lo scorso 26 luglio ha scatenato un putiferio salutando con il braccio teso alcune donne presenti nell’aula del consiglio comunale che stavano protestando contro i finanziamenti alle associazioni anti-abortiste.

Contro di lui un gruppo di cittadini veronesi si sta organizzando per presentare una denuncia per violazione della legge Mancino.

Vito Comencini è uno degli uomini più legati al ministro Fontana. Quando approda a Bruxelles nel 2009, occupando il seggio lasciato dal sindaco Tosi, Comencini vola a fargli da assistente al parlamento europeo. Ora nella Lega è il politico più vicino all’estrema destra. È a lui che il leader di Forza Nuova Castellini, nel corso dell’ultimo Vinitaly, consegna una lettera firmata dal segretario Roberto Fiore per Salvini, con un invito a recarsi insieme in Siria con il gruppo europeo di Forza Nuova. E quando il consigliere Bacciga lo scorso ottobre dona il libro Militia dell’ex SS belga Leon Degrelle alla biblioteca comunale di Verona, insieme a una serie di libri sui neofascisti Sergio Ramelli e Franco Freda, Comencini interviene in suo appoggio: “Un bel gesto – dichiara l’ex assistente di Fontana – la storia l’hanno scritta i vincitori ma spesso andrebbe letto anche cosa pensano i vinti”. La maggioranza che sostiene il sindaco Sboarina l’ha voluto come rappresentante del Comune nell’Istituto veronese per la storia della resistenza e dell’età contemporanea.

Il ministro del Mojito

Tra un selfie e l’altro nella ridente Milano Marittima, Matteo Salvini prosegue la propaganda quotidiana, soprattutto via social. Sempre gli stessi ingredienti: un po’ di neri, un po’ di polizia, un po’ di foto ghignanti a torso nudo, un po’ di filosofia spicciola. Ore 9: “Buon sabato a chi non si arrende, mai. E a chi regala un sorriso a un’altra persona, non costa niente e può dare un gusto migliore a una giornata storta” (Twitter). Ore 17: “Con il #DecretoSicurezza che ho in mente STRACCEREMO la richiesta d’asilo a chi commette questi reati!” (Twitter, annesso link con ennesimo episodio di cronaca con protagonisti stranieri). Ore 19: “Eroici. Orgoglioso delle nostre Forze dell’Ordine, sempre!” (Twitter, anesso link su poliziotti fuori servizio che salvano la vita a quattro persone). Ore 19 e 10: “Vi voglio bene Amici, alla salute!” (Twitter, il nostro posa dalla spiaggia con sorrisone, petto villoso in primo piano, mojito in mano). Ore 20: “Foa è l’uomo giusto al momento giusto per la Rai. Il Pd che ci accusa di lottizzare fa vincere tutta la spiaggia” (Ansa). Ore 20 e 10: “Non penso si possa chiudere l’Ilva, una potenza come l’Italia non può rinunciare a produrre acciaio” (LaPresse). Ore 20 e 10: “Non possiamo rinunciare a una compagnia di bandiera come Alitalia. Alcuni commissari dovrebbero rispondere civilmente e penalmente di quello che hanno fatto” (LaPresse).

La forza Matematica del Classico

Nel giro di pochi giorni due ex allievi del Liceo Classico italiano, un 34enne e un 77enne, sono stati premiati con i massimi riconoscimenti internazionali nell’àmbito della matematica e della fisica matematica.

Del più anziano, Giovanni Gallavotti, premio Poincaré 2018, occorre appena ricordare che è figlio di Carlo, uno dei grandi grecisti del Novecento italiano, originale studioso di Saffo, Aristotele, Teocrito, e insigne conoscitore di manoscritti. Diventato uno dei massimi fisici mondiali, Giovanni non mancò, già nel lontano 1998, di deplorare l’involuzione della scuola secondaria italiana verso la semplificazione, l’insegnamento dell’inglese veicolare e delle più banali applicazioni tecnologiche a premio sulle materie “tradizionali”: per lui, lo studio di greco e latino “inteso come messa in opera e insegnamento del ragionamento astratto, avulso da immediate applicazioni, fornisce gli strumenti essenziali per raggiungere qualsiasi conoscenza”. Solo grazie alla formazione classica, proseguiva Gallavotti, la scienza appare come una disciplina viva, in divenire continuo, anziché come una sfilza di teoremi.

Il ben più giovane Alessio Figalli, medaglia Fields 2018, è anch’egli uscito dal classico, dal Vivona di Roma, dove il suo docente di latino e greco Paolo Lauciani lo ricorda come capace e puntiglioso anche nelle versioni da Sofocle e da Livio. La mia immagine di Figalli è legata al collegio Timpano della Scuola Normale di Pisa, dove lo vidi entrare quando ero ormai già perfezionando, e dove la sua carriera fulminea – prima in Francia, poi oltreoceano – assunse ben presto dei tratti leggendari perfino per gli standard dell’istituzione. Lo ricordo circolare negli stessi corridoi dove fino alla sua morte (1996) il grande matematico Ennio de Giorgi (allievo del liceo classico Palmieri di Lecce), una delle persone più modeste e disponibili che abbia mai conosciuto, passava ore intere a risolvere problemi ed equazioni con studenti di tutte le età, non pochi dei quali usciti anch’essi dal classico, e pronti a discettare poco dopo di etimologie greche o del sacco di Roma del 390 a.C.

Non so cosa possano fruttare, sulla base dei criteri Anvur, delle classifiche Ocse-Pisa o dei parametri Invalsi, le ore spese da queste persone a tradurre Tucidide, o quelle passate da De Giorgi a confrontarsi con le matricole. Mi rimane però il sospetto che spesso la “via italiana” che ha creato grandi figure di scienziato passi per un’istruzione non quantificabile con formule o semplici algoritmi, e strettamente legata a quella che Nuccio Ordine ha definito l’ “utilità dell’inutile”: il Liceo Classico, che come mostra Federico Condello (La scuola giusta

, Mondadori 2018) è tutt’altro che una scuola per letterati e promuove tramite lo studio grammaticale e l’esercizio di traduzione quegli hard skill

destinati a servire a qualunque cittadino adulto, gioca in questo senso un ruolo centrale.

E mi rimane il sospetto che l’istruzione classica, e un certo modo di intendere la formazione “umanistica”, non serva dunque soltanto a formare i futuri geni, ma, magari in misura diversa, anche a noi comuni mortali nelle nostre professioni e vite di ogni giorno.

Cultura, l’uomo di Di Maio per “sorvegliare” Bonisoli

Ieri il Mibac festeggiava l’assunzione di 247 professionisti, tra architetti, archivisti, archeologi e storici dell’arte, frutto di un concorso bandito ai tempi del ministro Dario Franceschini. Eppure c’è un nuovo arrivo che, negli uffici di via del Collegio Romano, minaccia di rovinare il rientro dalle vacanze di dirigenti e funzionari: Giovanni Panebianco, neo segretario generale dei Beni Culturali, è l’uomo che da settembre guiderà la macchina amministrativa del ministero. L’incarico deve essere ancora formalizzato in Consiglio dei ministri, due giorni fa l’iter per la nomina è stato avviato dal ministro Alberto Bonisoli, ma tutti sanno che a volerlo è il vicepremier Luigi Di Maio in persona. E da giorni, al ministero, si chiedono che cosa c’entri con musei, cinema e arte in generale, un dirigente che finora per la pubblica amministrazione si è occupato soprattutto di sport e droga. Panebianco, 48 anni, crotonese, è un finanziere che nel 2002 è stato distaccato a palazzo Chigi per occuparsi “di sicurezza economico-finanziaria”. Anche lui, come il sottosegretario Vincenzo Spadafora, è stato vicino all’ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici Angelo Balducci, poi condannato per gli appalti del G8. Nel 2008 diventa Coordinatore del programma culturale delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Ha guidato l’Ufficio per lo sport dal 2012 al 2015, poi per altri tre anni è passato al coordinamento amministrativo e contabile del dipartimento politiche antidroga.

Parliamo di un uomo-macchina molto accreditato, a cui Di Maio si era affidato già quando era aspirante premier per conoscere i meccanismi della presidenza. Poi, una volta ceduto il passo a Giuseppe Conte, aveva pensato a lui come possibile vicesegretario generale di palazzo Chigi. Ed è proprio il rapporto con il leader del Movimento la “zavorra” che, al ministero, credono si stia caricando Bonisoli e che viene interpretata come un “commissariamento” dei Beni culturali da parte di Di Maio. Va detto che Bonisoli – ex direttore della Accademia Naba e presidente dell’associazione delle scuole private di arte e design – in questi due mesi aveva convinto anche i più scettici, non fosse altro per l’aver avviato una serie di incontri e colloqui con i massimi esperti del panorama culturale italiano. Poi, a far storcere per la prima volta il naso, era arrivata la conferma di Tiziana Coccoluto come capo di gabinetto: la magistrata – stimatissima dal presidente Anac Raffaele Cantone – occupava la stessa posizione nell’era Franceschini, ragion per cui è considerata tuttora garante del sistema che si vorrebbe scardinare. Il ministro ha confermato a capo della segreteria tecnica del ministero anche un’altra dirigente uscente, Giorgia Floriani, che però lascerà l’incarico alla fine dell’estate. A capo del legislativo è in arrivo Lorenzo d’Ascia, avvocato dello Stato. Segretaria particolare del ministro è Francesca Tarditi che lavorava con lui alla Domus Academy, mentre si occuperà di “cultura diffusa” Valentina Tornielli, già responsabile ufficio stampa del M5S di Milano.

La partita più calda, però, è quella per la guida della macchina del Mibac, tant’è che, insieme al vicepremier e ai suoi fedelissimi, in parecchi si sono cimentati nelle sponsorizzazioni, compreso il deputato grillino Emilio Carelli che ha tentato, invano, di far promuovere una soprintendente. Ma alla fine Panebianco ha avuto la meglio, nonostante “chiarimenti” sul suo curriculum siano stati richiesti perfino da Davide Casaleggio e Pietro Dettori, i due che hanno portato Bonisoli dentro la squadra di governo. Si sarebbero fatti convincere dai rapporti poco cordiali di Panebianco con il Coni di Malagò, quando era coordinatore dell’ufficio per lo Sport. A quanto pare, per il Movimento, una medaglia sufficiente a superare ogni altra perplessità.

Baci alle uova: flashmob pro-Salvini alla Regione Liguria

I consiglieri regionali della Lega Nord in Liguria hanno inscenato un mini flashmob a Genova con uova fresche baciate e mostrate a favore di obiettivo al termine dell’ultima seduta dell’assemblea prima dell’inizio delle vacanze estive. “Fermo restando che il lancio di uova contro chiunque passi per strada è un pericoloso atto di teppismo da condannare e che fin da subito avevamo espresso gli auguri di pronta guarigione all’atleta azzurra Daisy Osakue, con questa iniziativa abbiamo voluto esprimere solidarietà al nostro segretario federale e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, vittima di ingiusti, violenti e vergognosi attacchi da parte del Pd e dei vari buonisti di sinistra”, hanno spiegato in una nota i consiglieri. Le immagini che raffigurano i rappresentanti della Lega in Regione con le uova hanno subito fatto il giro del web, scatenando commenti ironici e anche qualche polemica. Tra le più dure, l’ex presidente del Municipio Val Polcevera, Iole Murruni, che ha scritto: “Vergognatevi: ecco chi governa la Liguria, tutti con le uova in mano… e c’è chi ha detto che se avesse un figlio gay lo brucerebbe nel forno”. Il riferimento è al consigliere Giovanni De Paoli, anche lui ritratto con un uovo in mano.

L’ultima guerra di Ugo: “Ci sarà un giudice pro vitalizi a Berlino?”

“Vogliono colpire la politica e delegittimare il Parlamento. E io non ci sto. Ci sarà un giudice a Berlino che darà ascolto a un ex parlamentare?”. Se esiste un avversario irriducibile del taglio dei vitalizi questo è Ugo Sposetti, già tesoriere dei Democratici di sinistra, più volte in Parlamento per Pci, Ds e Pd. Fu lui, un anno fa, a promettere di guidare la rivolta in Senato contro il disegno di legge Richetti sulle pensioni dei parlamentari, che non divenne legge. Nel frattempo però è arrivata la delibera Fico, che taglierà i vitalizi degli ex deputati. E ieri è stato diffuso il parere del Consiglio di Stato sul tema, richiesto dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati. Un pronunciamento che per Sposetti sconfessa la delibera di Montecitorio.

I giudici scrivono che si possono tagliare i vitalizi tramite delibera, ed escludono che i parlamentari possano essere sottoposti a richieste di risarcimento per averla votata. Non pare una vittoria per i contrari.

E va bene, si può fare tramite delibera. Ma il punto è che il Consiglio di Stato ha posto dei paletti. E non è affatto vero che adesso la presidente Casellati non abbia più alibi.

Che ponesse dei limiti in fondo era naturale, no?

I giudici si richiamano ai pronunciamenti della Corte costituzionale. E precisano come la retroattività del provvedimento non possa comportare un sacrificio individuale particolarmente oneroso.

Il concetto di “particolarmente oneroso” è opinabile…

Quando togli più dell’80 per cento a singoli parlamentari qualcosa non torna.

Addirittura così tanto?

Certo. Ma c’è un altro punto importante: il provvedimento non può essere definitivo ma deve essere temporaneo, come il vecchio contributo di solidarietà.

Il parere cita il contributo, ma non chiede esplicitamente un taglio temporaneo.

Il Consiglio di Stato è chiaro su questo. E lo è anche quando spiega che il risparmio derivante dal taglio deve essere destinato alla previdenza. Mentre invece i questori della Camera lo hanno accantonato in attesa dei ricorsi.

Sono stati accorti, no?

Quei soldi non possono essere destinati al bilancio della Camera.

La sostanza è che i giudici hanno sgombrato il campo da molte obiezioni.

Insisto, il Senato può fare la delibera solo seguendo certi criteri. Come si fa a togliere l’80 per cento della pensione a un 80enne?

Non sono tutti 80enni in difficoltà. Ci sono uomini abbienti che hanno percepito cifre enormi per un giretto in Parlamento.

Nella delibera Fico non ci sono differenziazioni tra redditi, e io la avrei messa. Guardi, un provvedimento di carattere temporaneo, che tenga conto delle varie posizioni reddituali e magari di altre pensioni maturate, stabilendo dei tetti, lo voterei.

Comunque sia, sarà difficile contestare le delibere davanti ai giudici. Secondo legali e costituzionalisti, per gli atti delle presidenze delle Camere vale l’autodichìa: solo un organo interno può metterla in discussione.

Non sono un costituzionalista, ma secondo me l’autodichìa vale per i dipendenti. E comunque, come è possibile sostenere che un ex parlamentare non possa rivolgersi a un tribunale? È un cittadino di serie B?

La sua è una battaglia per la casta.

Ma quale casta. Io difendo i diritti di migliaia di donne e uomini che hanno dato la loro vita per la politica, e che avevano diritto a essere liberi anche dopo il mandato, con un’indennità adeguata. E Luigi Di Maio, che parla di privilegi rubati, deve scusarsi.

Ora lei che farà?

Pochi giorni fa ho mandato una lettera ai presidenti delle due Camere spiegando le mie posizioni sui vitalizi.

E cosa le hanno risposto?

Non mi hanno risposto. Ma chi sono io in fondo?

I gol e “Un posto al sole”: il caso Foa fa rischiare la Rai

La Rai rischia di restare senza i gol di Novantesimo minuto e senza Un posto al sole. Il caos sulla presidenza della Rai finora si era limitato alla polemica politica. Molto dura, dopo la bocciatura di Marcello Foa alla presidenza da parte della Vigilanza, ma confinata entro le mura del Palazzo. Ora però lo stallo rischia di provocare seri danni economici a Viale Mazzini. I due Cda che si sono tenuti in settimana, infatti, non hanno preso alcuna decisione né deliberato atti, tranne l’assegnazione a Bruno Gentili dell’interim di Raisport in attesa della nomina di un nuovo direttore. Ma il Cda in programma mercoledì prossimo ha all’ordine del giorno due questioni importanti: la delibera sui diritti degli highlights del calcio di serie A e B, senza i quali non potrà andare in onda, per esempio, Novantesimo minuto, e quella sul rinnovo del contratto di Un posto al sole, uno dei gioielli di mamma Rai, in onda ininterrottamente dal 1996. Il problema è che, senza presidente, non si comprende se queste decisioni potranno essere prese e se poi, una volta fatto, possano essere oggetto di impugnazione o ricorso. Se finora si è scherzato, d’ora in avanti lo scontro sul presidente rischia di far perdere alla tv di Stato soldi, pubblicità, telespettatori.

Se da una parte, infatti, l’ufficio legale della Rai ha fatto sapere in maniera informale che il Cda, anche senza presidente, è nel pieno delle sue funzioni e può procedere in tutte le sue mansioni, altri pareri contestano questa versione. Tanto che il consigliere eletto dai dipendenti, Riccardo Laganà, ha scritto a Sergio Mattarella e ai presidenti di Camera e Senato per sottolineare come “tutti gli atti sottoposti alla firma di Foa, in qualità di consigliere anziano con funzioni di presidente, sono in realtà privi di qualsiasi effetto, con gravissimo danno per la Rai, dal punto di vista giuridico ed erariale”. Col rischio di un remake del caso Bianchi Clerici e del Cda condannato per danno erariale per la nomina a direttore generale di Alfredo Meocci (in quel caso, il problema era l’incompatibilità del dg). Alla stessa conclusione erano giunti in precedenza Fnsi e Usigrai. “La situazione di stallo rischia di esporre l’azienda a pesanti danni anche dal punto di vista erariale”, osserva il sindacato Rai. “Con tutto il rispetto per Laganà, valuto con più attenzione il parere di altri legali”, la risposta di Matteo Salvini che, da Milano Marittima, ribadisce che “Foa per la Rai è la persona giusta al momento giusto”.

La nuova legge dà all’ad Fabrizio Salini autonomia di spesa fino a 10 milioni. Al di sopra occorre l’approvazione del Cda. I diritti sui gol su cui si dovrà deliberare mercoledì valgono quattro milioni a stagione per tre anni e quindi, in teoria, sono fuori dal tetto concesso all’ad.