Avvocato per trovare affari in Africa: nuova carriera per Alfano

Dagli affari pubblici a quelli privati, in una posizione di tutto rispetto. Non è restato con le mani in mano l’ex ministro Angelino Alfano. Finita l’esperienza di governo il primo giugno, è stato reclutato dallo studio legale Bonelli Erede. Si tratta del primo studio legale italiano, 150 milioni di fatturato annuo, ottenuti agevolando gli affari e risolvendo le grane dei maggiori gruppi industriali e finanziari. In effetti, il ministro più longevo della storia della Repubblica, laureto in giurisprudenza e con un dottorato di ricerca in diritto dell’impresa, è avvocato, ma la professione non l’ha mai esercitata.

Figlio di un notabile della Dc di Agrigento, Angelino è eletto a 25 anni, nel 1996, all’Assemblea regionale siciliana, diventando subito capogruppo degli Azzurri. Nel 2001 vola a Roma alla Camera dei deputati. Pupillo di Gianfarnco Miccichè l’uomo d’azienda (Publitalia) che in pochi mesi ha costruito il partito di Berlusconi nell’isola, fa carriera in fretta entrando nelle grazie dello stesso fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri. Fino a ricoprire, per tre volte, a partire dal 2008 la carica di ministro, prima alla Giustizia, poi agli Interni e infine agli Esteri, con un intermezzo da vicepresidente del Consiglio nel Governo Letta del 2013.

Non è del resto il ruolo di avvocato quello che gli si chiede ora. Il settore di cui è entrato a far parete si chiama “Public International Law & Economic Diplomacy”, con l’ultima parola che fa capire il genere di occupazione cui è destinato. La qualifica è “of counsel”, consulente, con sede di lavoro ufficiale quella storica di Milano, una delle dodici dello studio.

“Le competenze di Angelino Alfano verranno integrate con quelle di molti professionisti che già da anni si occupano di materie collegate al diritto internazionale pubblico. L’obiettivo è assistere non solo le aziende, ma anche Stati, Enti, Istituzioni dell’area del Mediterraneo, Africa e nel Medio Oriente per favorire gli investimenti”, spiega una nota dello studio (che in Africa e Medio Oriente conta sedi al Cairo, Addis Abeba, Dubai, Beirut e Ryad). Quanto guadagnerà non si può sapere ma, come spiega un avvocato del giro: “Per le consulenze su grossi affari una figura come quella viene pagata a provvigione, è legata ai risultati”. Di che importi si tratta? “La success fee può essere tra il 5% e il 10% per gli affari più contenuti, minore per quelli che fanno guadagnare allo studio parcelle milionarie”.

Anche se, va detto, l’esperienza in faccende internazionali dell’ex ministro, anche per ciò che riguarda l’Africa, non conta grandi successi.

Quando era al Viminale si è raggiunto il picco di sbarchi di clandestini, del suo ministero alla Farnesina, si ricorda soprattutto lo smacco dell’Ema, l’agenzia europea del farmaco, soffiata da Amsterdam a Milano, nonostante la città lombarda avesse carte migliori. Così come è da ricordare il fallito tentativo, raccontato dal Fatto, di far ricostruire l’aeroporto di Tripoli da ditte italiane, mai decollato causa veti delle autorità antagoniste della Cirenaica e proteste dei francesi, cui il lavoro era già stato promesso. Per promuovere gli affari italiani in Libia, Alfano aveva organizzato ad Agrigento nel luglio 2017 il primo “Forum economico italo-libico”, con la partecipazione, tra gli altri, del vice primo ministro libico Ahmed Maiteeg. Un’iniziativa che non ha prodotto nulla, ma che già dava un segnale delle aspirazioni affaristiche del ministro. Relazioni per le quali ora Angelino si farà pagare.

Air Force, perché può essere danno erariale

Il governo Conte ha deciso di esercitare la clausola rescissoria del contratto di leasing dell’Airbus A320, noto come Air Force Renzi, al fine di garantire un complessivo risparmio di spesa per le casse pubbliche tra i 70 e i 100 milioni di euro.

Tale decisione induce ad alcune riflessioni sulle conseguenze giuridiche della scelta a monte, operata dal governo Renzi, di stipulare il contratto e sulla possibile configurabilità di una responsabilità amministrativo contabile proprio in ragione della perdita economica ingiustificata che l’operazione commerciale ha prodotto.

Nessuna norma esclude la configurabilità di una tale responsabilità in conseguenza di attività compiuta da dipendenti ministeriali o governativi, essendo anch’essi parte della Pubblica amministrazione: il danno erariale consiste appunto nel danneggiamento o nella perdita di beni o denaro prodotto alla propria o ad altra amministrazione o nel mancato conseguimento di incrementi patrimoniali.

Il danno erariale può emergere non solo a fronte di una condotta contra ius, ma anche nel momento in cui ci si trovi di fronte a una condotta che, pur formalmente regolare o nell’ambito dei poteri di competenza del soggetto agente, si palesi inopportuna, in riferimento a norme o principi giuridici generali, o in ogni caso non conforme all’ottenimento di esiti utili, come tale causa di dispendio inutile o di perdita di pubbliche risorse.

La responsabilità amministrativo-contabile risulta astrattamente configurabile nel caso in cui il danno venga cagionato da una condotta di natura “amministrativa”, del dipendente, mentre dovrebbe essere esclusa in ipotesi di scelte compiute nell’ambito del potere prettamente politico.

L’acquisto, rivelatosi successivamente inutilmente dispendioso e non giustificato, di una “auto blu” da parte del rappresentante di una comunità locale non porrebbe, per esempio, alcun problema circa l’astratta configurabilità a carico di questi di una responsabilità contabile. La diversa natura soggettiva dell’agente, così come l’ampiezza degli interessi sottesi alla scelta non sembrano deporre per un’esclusione a priori della responsabilità erariale. Ciò che piuttosto appare determinante risulta il fine ultimo che la scelta assumeva nel caso dell’Air force Renzi.

Su quest’ultimo aspetto, dalle dichiarazioni rese, sembra che l’aereo sia stato acquistato al fine di garantire una adeguata rappresentanza nel caso di missioni internazionali condotte da imprese private nazionali, così da rilanciare le esportazioni.

Un fine che non pare possedere quelle caratteristiche di “autodeterminazione dei fini” che costituisce la vera essenza dell’atto politico e la differenza di questo dall’atto avente natura amministrativa.

Tuttalpiù, potrebbe essere riconosciuta tale natura alla decisione a monte di rilancio dell’export italiano, ma la scelta dell’acquisto del velivolo sembrerebbe piuttosto rappresentare un’operazione esecutiva di tale decisione, assunta a livello governativo, e pertanto un’attività di mera trasposizione concreta della volontà politica; il che, tuttavia, rappresenterebbe un’attività amministrativa, come tale soggetta alle regole dettate in tema di responsabilità contabile, qualora la stessa comporti, per il pubblico erario, un mancato guadagno o una perdita patrimoniale, dovute anche a condizioni economiche illogiche e ingiustificate.

Queste considerazioni sembrano confermare non solo la sussistenza del danno ingiusto arrecato alle pubbliche risorse, ma anche la presenza dell’elemento psicologico della colpa grave, alla luce della riconosciuta e riferita anti-economicità dell’operazione.

* avvocato e professore

Tutti gli articoli dell’inchiesta che rivelò la figuraccia

Le puntate precedenti. La baruffa dei Rolex si consumò tra la notte di domenica 8 e l’alba di lunedì 9 novembre del 2015, nel corso di una visita di Stato in Arabia Saudita, dove la nostra delegazione fu protagonista di un increscioso incidente: durante la visita al re Salman viene omaggiata di orologi di lusso ma si rende protagonista di una zuffa senza precedenti per accaparrarsi i cronografi di maggior valore, nonostante ogni orologio avesse un biglietto che indicava chiaramente chi fosse il destinatario. L’8 gennaio 2016 il Fatto Quotidiano svela in un primo articolo il fattaccio, ma furono necessari poi più articoli per stabilire la dinamica del pasticcio e del tentativo di porvi rimedio, anche per la reticenza di Palazzo Chigi a fare chiarezza. Il 21 gennaio successivo il Fatto pubblica la testimonianza dell’interprete che era al seguito delle delegazione il quale conferma il parapiglia e il fatto che la delegazione partita da Roma non aveva rispettato le regole che impongono ai dipendenti pubblici di rifiutare e, soprattutto, di non trattenere omaggi di un valore oltre 150 euro, limite che aumenta a 300 per i membri di governo. Racconta anche dei tentativi maldestri di recuperare i regali, ma non in maniera formale. Del rifiuto di predisporre documenti che certificassero la restituzione dei cronografi. Del resto, era già partita l’operazione parallela del premier. Matteo Renzi spiegò che lui stesso aveva dato ordine di radunare gli orologi, finiti così nella disponibilità della Presidenza del Consiglio e che sarebbero stati incamerati dallo Stato, come vuole la legge. Poi però i Rolex sono spariti, non figuravano tra i doni restituiti da dipendenti e neppure nel registro di quelli pervenuti a ministri e premier, secondo le leggi in materia. Ancora a febbraio 2017 gli elenchi delle restituzioni non riportavano traccia dei Rolex d’Arabia, tanto che non era possibile neppure diradare dubbi sul fatto che anche Renzi non avesse riconsegnato il proprio. Che persistono anche oggi, per come ha gestito l’intera vicenda, conclusa sono con l’uscita di scena e in violazione di quella legge che per amor di trasparenza e contro il rischio di corruzione e appropriazione indebita ha stabilito tetti molto bassi ai doni (150-300 euro) che si possono ricevere e la riconsegna “immediata” di quelli di valore superiore a quella cifra.

I Rolex d’Arabia sono spariti da Palazzo Chigi per un anno

Rolex, bugie e videotape. Alla fine saltano fuori i cronografi sauditi al centro della baruffa tra i componenti della delegazione di Palazzo Chigi in trasferta a Ryad nel novembre 2015, raccontata a puntate dal Fatto e costata una figuraccia planetaria al governo di Matteo Renzi. Eccoli qui, in foto e video esclusivi del Fatto(il video uscirà sul sito): tre Yacht Master da 15mila euro, altri cronografi da 4mila in sù, ma anche penne d’oro e gioielli finora ignoti. Le immagini arrivano direttamente dalla cassaforte al secondo piano del palazzo di via della Mercede 96, presso il Dipartimento dei beni strumentali (Diprus) della Presidenza del Consiglio, dove restano in attesa di una valutazione e di una destinazione. La domanda ora è: c’è proprio tutto?

L’inventario dei preziosi, emerso solo ora grazie a un nuovo accesso agli atti presso la Presidenza del Consiglio, fa risaltare un dettaglio: la consegna al Diprus è avvenuta a fine dicembre 2016, cioé con 13 mesi di ritardo sulla tempistica dettata dalla legge in materia di doni ai dipendenti pubblici che ne impone la “restituzione immediata”. Fino all’uscita di scena di Renzi, si scopre ora, sono rimasti nelle mani del suo capo scorta, il colonnello Giovanni Serra, anziché presso gli uffici previsti: ecco perché ancora oggi, dopo quasi tre anni, nessuno può giurare che al Diprus sia arrivato tutto quel che partì da Ryad.

Di certo, il tempo ha dato un senso e una svolta alla vicenda partita da una volgare zuffa innescata dalla scorta di Renzi per assicurarsi i cronografi più preziosi, spariti e poi riemersi nella più ipocrita riservatezza. E come nei migliori gialli estivi, la soluzione riserva colpi di scena e nuovi misteri.

Intanto si scopre, ad esempio, che il forziere è ben più ricco di quanto si sapesse, degno davvero di un sultano d’Oriente come è re Salman. La lista dei doni riporta 16 preziosi: 6 orologi di marca Mouawad, tre Rolex modello Yacht Master II (circa 15mila euro ciascuno), un Datajust II e due Oyster Swimpruf (3-4mila euro), un cofanetto Girard Perregaux (orologio, penna d’oro Dior, anello, gemelli, collana), analogo cofanetto Hublot (penna marca Aurora, gemelli, collana). Tutti destinati ai componenti della delegazione al seguito di Renzi, al quale ufficialmente andava solo una scultura, inserita nel registro dei doni e restituita: le carte non menzionano alcun orologio per lui, ma più di un testimone oculare ne ha raccontato la consegna presso il palazzo reale a Ryad. Fonti a lui vicine fanno sapere che Renzi non ha trattenuto alcun Rolex ma che la lite per gli orologi ci fu eccome, tanto che lui stesso pretese la loro riconsegna prima di lasciare Palazzo Chigi. Fece mettere a verbale che tutti, nessuno escluso, avevano riconsegnato i doni. Compreso il suo, mai toccato. Altri lo avevano preso, ma furono costretti a riconsegnarlo.

Il tentativo di raddrizzare le cose, però, passa per la profanazione seriale di varie leggi dello Stato. Intanto i dipendenti pubblici non possono accettare omaggi di valore superiore ai 150 euro (direttive Monti 2012 e legge Patroni Griffi 2013), che diventano 300 per premier, ministri e familiari (decreto Prodi 2007): li devono “mettere immediatamente a disposizione del Dipartimento competente in materia di risorse strumentali a cura del dipendente”. Del capo del Cerimoniale dunque, non di altri. Invece, fa sapere Chigi, la riconsegna dei tesori sauditi “è avvenuta con unico versamento da un funzionario della suddetta delegazione italiana, come risulta dai verbali di consegna in possesso di questa Amministrazione”. Il Fatto li ha potuti visionare e sono effettivamernte firmati dal capo scorta di Renzi. Il verbale è datato 23 dicembre 2016, un anno e un mese dopo la “baruffa di Ryad” e dopo svariati articoli del Fatto.

Le cose sono andate così. Il 7 dicembre 2016 Renzi si dimette, cinque giorni dopo il suo capo scorta Serra va al Diprus e avvia le “operazioni di consegna dei doni ricevuti in occasione della visita istituzionale in Arabia Saudita in data 9 novembre 2015”. Le operazioni si concludono due settimane dopo, alla presenza di funzionari “in qualità di testimoni”, circostanza che rende ancora oggi impossibile stabilire se ci fosse “tutto”. Il verbale di consegna certifica le bugie di Palazzo Chigi (quando, all’epoca, sosteneva che quei doni erano nella sua disponibilità, mentre erano stati recuperati alla spicciolata e affidati al capo scorta di Renzi) e allunga altre ombre: l ’elenco dei preziosi controfirmato da Serra e dai presenti precisa che “i suindicati doni erano destinati ai componenti della delegazione al seguito del presidente del Consiglio”. Subito sotto l’inventario riporta una scultura “che viene inserita nel registro dei doni alla Presidenza”, si legge. Neanche qui salta fuori il Rolex per Renzi, verosimilmente il più costoso. Da nessuna parte viene siglato col sangue, come ancora assicurano dalle parti dell’ex premier Renzi, che tutti, nessuno escluso, avevano riconsegnato.

Della restituzione, del resto, non c’è traccia neppure nel registro dei doni della Presidenza del Coniglio, aggiornato a maggio 2018, che il Fatto Quotidiano ha chiesto e ottenuto per vie ufficiali sempre da Chigi.

Di sicuro nel Golfo Persico sono più certi di prima che gli italiani vanno letteralmente pazzi per gli orologi di lusso donati dagli sceicchi. A novembre 2017 il premier era Paolo Gentiloni e quando porta una delegazione in Qatar, viene salutata con una pioggia di 47 orologi, in questo caso prontamente riconsegnati e “devoluti a fini istituzionali”. Per pudore o forse per prudenza, la dicitura è però solo “orologi varie marche. Di Rolex, meglio non parlar più.

In fondo a sinistra

Chi riesce a seguire le cronache sulle mosse di quel che resta del centrosinistra, e a rimanere sveglio, non può non domandarsi: ma questi signori l’hanno capito perché hanno perso le elezioni? A cinque mesi dalla disfatta del 4 marzo, la risposta è no. Anzi, l’impressione è che non si siano neppure posti la domanda. Continuano a comportarsi come dinanzi non a una catastrofe epocale, ma a un incidente di percorso, a un’afflizioncella passeggera: aspettano fischiettando che passi la nuttata, o il cadavere del nemico giallo-verde, che peraltro non fanno nulla per capire chi sia e perché continui a guadagnare consensi. Un premier semisconosciuto come Conte, stando ai sondaggi, gode del 69% di popolarità, di poco superiore a quella del suo governo e dei dioscuri Di Maio e Salvini. Eppure la maggioranza Frankenstein nata due mesi fa passa gran parte del suo tempo a litigare, a commettere errori puerili e gaffe plateali, ad annunciare cose che non potrà mai fare, a smentire le voci dal sen fuggite a questo o quel ministro, in una cacofonia incoerente e pasticciona che dovrebbe gonfiare le vele delle opposizioni. E invece porta altro fieno in cascina ai governativi. Possibile che a sinistra, fra una maglietta rossa e un appello antifascista, nessuno capisca quel che sta accadendo?

Eppure è tutto molto chiaro: il ricordo dei disastrosi governi precedenti è talmente vicino, vivido, incombente che nessun errore dei nuovi arrivati può suscitare un rimpianto per i partiti sconfitti alle elezioni. Ci si accontenta che i nuovi arrivati facciano ogni tanto il contrario dei vecchi: qualche freno al precariato, qualche nomina per merito e non per tessera (dall’ad Rai ai nuovi vertici Fs), lo stop all’ultima svuotacarceri e al bavaglio sulle intercettazioni, la rimessa in discussione di grandi opere assurde come il Tav Torino-Lione. Anche perché né il Pd, né Leu (o come diavolo si chiama ora) né tantomeno FI fanno assolutamente nulla per distaccarsi da quel passato e poter dire agli italiani: “Ora siamo un’altra cosa, voltiamo pagina e ripartiamo da zero”. FI non può per una dannazione genetica: è nata con B. e morirà con B. Ma il Pd e la sinistra non dovrebbero avere problemi a trovare nuovi leader: oltretutto ci sono abituati, avendone cambiati una trentina in vent’anni. Però un conto sono i nuovi leader, un altro sono i leader nuovi. Gente, cioè, capace di parlare un linguaggio diverso, portare contenuti diversi e raggiungere elettori diversi: perduti e mai avuti. Finora, invece, lo scouting pidino si è concentrato su leader nuovi, o seminuovi, o di seconda mano, o di seconda fila.

Dirigenti che stavano al governo e vorrebbero dirigere il partito, come se il partito non avesse perso proprio per i disastri fatti al governo. Martina e Gentiloni sono brave persone, ma chi li ha mai sentiti prendere le distanze da Renzi su questioni sostanziali come lavoro, povertà, precariato, nomine, casta, corruzione, tasse? Le ultime cartine al tornasole sono due casi all’apparenza minori, almeno per l’impatto sui conti pubblici (non sull’immaginario collettivo): i vitalizi e l’Air Force Renzi (gemello dei Rolex d’Arabia). Per farla finita con i privilegi pensionistici dei parlamentari bastava – come scrisse il Fatto due anni fa in un appello con centinaia di migliaia di firme – una delibera degli uffici di presidenza di Camera e Senato. I 5Stelle, appena Fico s’è seduto a Palazzo Madama, hanno subito provveduto, trascinandosi dietro una Lega riottosa. La casta confidava nella rivincita al Senato grazie alla santa patrona Maria Elisabetta Casellati Alberti Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare. Che ha chiesto pareri a tutti nella speranza che qualcuno le rispondesse che no, tagliare i vitalizi non si può. Invece persino il Consiglio di Stato ha detto che sì, si può. Così ora anche il Senato sarà costretto a imitare la Camera. E chi se ne gioverà? Il M5S.

Sarebbe bastato che un anno fa il Pd facesse altrettanto, anziché presentare la legge Richetti e poi bocciarla, per poter vantare almeno quel successo. Ora, per cancellare quel pessimo ricordo, non basta piazzare Martina, o Gentiloni, o Calenda al posto di Renzi: ci vuole qualcuno che negli ultimi anni facesse altro. L’Air Force Renzi, monumento supremo al superego provincialotto del capo, fu svelato dal Fatto due anni fa: si sapeva fin da subito che era una boiata pazzesca. Ora che il nuovo governo disdice il contratto-capestro Alitalia-Etihad da 150 milioni (e per il leasing, mica per l’acquisto, che sarebbe costato meno; e per fortuna ci siamo risparmiati i 15 o 16 che sarebbe costato il nuovo arredamento sognato dal megalomane di Rignano), nessun pretendente al trono del Nazareno può dire alcunché. Erano tutti lì attorno a Renzi a fischiettare e a parlar d’altro, oppure a salire a bordo (da Gentiloni a Scalfarotto). Casi come questo ne verranno fuori molti altri, ora che i vincoli di solidarietà-omertà si allentano dopo l’uscita del Pd dalle stanze dei bottoni. Qualcuno lo svelerà la nuova maggioranza, aprendo i cassetti e gli armadi. Qualcuno altro magari lo scopriranno le procure. È così difficile capire che il Pd può avere un futuro solo facendo subito tabula rasa del passato e affidandosi a qualcuno che non c’era? Alla festa della Versiliana (30 agosto-2 settembre), abbiamo invitato alcuni esponenti della sinistra che rispondono all’identikit: amministratori di lungo corso, ma estranei alla stagione renziana, come Zingaretti; e giovani molto meno noti che meriterebbero la ribalta nazionale per essere messi alla prova. Se fossero già stati in pista dopo il 4 marzo, avrebbero evitato il capolavoro di un partito che si dice di sinistra e prima spinge i 5Stelle tra le braccia di Salvini, poi comincia a strillare al governo fascista.

Topolino fa novanta: il cartone che ha animato intere generazioni

In questo 2018 si celebrano i novant’anni di Topolino. Nacque direttamente al cinema, primo cartone animato col sonoro sincronizzato all’immagine. Che il personaggio vedesse la luce direttamente come film dimostra il genio avveniristico di Walt Disney. Solo dopo Topolino, e tutta la famiglia gradualmente generata, diventarono un fumetto. Nelle due forme, la creazione di Disney e tutte le vicende delle figure da lui inventate, sono state fra le cose importanti della cultura del Novecento; e oltre.

Dai miei cinque anni i fumetti di Disney erano il mio pane quotidiano. Poi ne arrivarono altri, quelli dell’“Intrepido”, Batman e soprattutto Flash, che mi appassionava di più: ma Flash è di qualche anno posteriore, giacché si coniuga a un’altra mia passione, la fantascienza, la velocità della luce, il viaggio nel tempo. Si aggiunsero, al cinema e come “strisce”, altri prediletti, il coniglio Bunny e il grandissimo Gatto Silvestro. Ma tutto questo nasce dalla prima invenzione di Disney, è un omaggio a lui. Le “strisce” di Topolino recavano allora un testo, e le avventure s’interpretavano leggendolo attentamente. Sin dall’infanzia il topo saputello non mi era simpatico, così come m’infastidiva il libro Cuore, che più tardi ero costretto a leggere. Pure un bimbo piccolo poteva avvertire che Topolino è troppo perbene, troppo bempensante. Alleato del commissario Basettoni, è un difensore dell’ordine costituito basato sulla proprietà e sulla discriminazione di classe. Con un po’ di enfasi, possiamo affermare che Topolino è un cantore della triade “Dio-Patria-Famiglia”. È un piccolo borghese e tale è la sua ideologia. L’Italia fascista lo accolse con condivisione.

La mia simpatia andava a Paperino e alla sua famiglia. Paperino, idealista e sfortunato, eversore come Silvestro, la sua personalità messa sempre in ombra da altri tre cantori dei Buoni Sentimenti, i nipotini, infallibili e sapienti, grazie al loro manualetto tascabile. Anche Zio Paperone, grandioso mostro di avarizia, reincarnazione d’un tipo nato con Plauto e giunto allo Scrooge di Dickens, mi piaceva molto. Che delizia vederlo tuffarsi nella piscina il liquido della quale sono dollari e non acqua, farsi la doccia con le monete! La qualità dei disegni degli ateliers artistici di Disney era strepitosa; nell’infanzia il mio culto mi consentiva di distinguere addirittura le differenti mani dei disegnatori: avevo i miei preferiti. L’esser condotti al cinema per poter godere le avventure di Topolino e della famiglia dei paperi era allora un raro premio.

Dovevo avere sei anni quando con una zia mi mandarono a vedere Fantasia. È uno dei capolavori della storia del cinema, e l’incanto non nasce solo dal suo essere un film musicale, con grandi opere classiche, e in eccelse esecuzioni dirette da un Maestro come Leopold Stokowski. Topolino pure vi partecipa, interpretando il delizioso episodio del Poema Sinfonico di Dukas L’apprendista stregone, che deriva da una Ballata di Goethe. Tanto per dichiarare il livello culturale al quale il topino, qui non saccente, era portato dal suo creatore. Fantasia è dall’inizio alla fine una serie d’immagini squisite, partorite dal più alto gusto figurativo. Il connubio di esse con la musica a volte è racconto di una storia, a volte è pura astrazione simbolica. Presupponeva troppo dallo spettatore, non si dice infantile, anche dall’adulto. Di allora. Figuriamoci oggi quest’astrazione chi può afferrarla. Una infantile mente vergine ne sarebbe educata al pensiero.

 

Con quest’arte si mangia (soprattutto in provincia)

Ci si nutre (anche) di cultura: è questo “il fatto” che deluderà l’ormai celebre quanto infelice adagio attribuito all’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti (2010) “Con la cultura non si mangia” (in realtà, la frase in risposta al collega Sandro Bondi – alla guida del dicastero ai Beni e alle Attività Culturali – che si lamentava dei tagli alla cultura fu: “Non è che la gente la cultura se la mangia”), stando almeno al numero di visitatori con cui le mostre dei più importanti musei italiani chiudono la stagione 2017-2018 prima della pausa estiva.

Il 2018 è, difatti, l’anno europeo del patrimonio culturale e da una nota di questi giorni del MiBAC si scopre che sono stati oltre 21 milioni gli ingressi nei Musei italiani solo da gennaio a maggio, con un incremento del 7,8% rispetto allo stesso periodo del 2017, anno che si è tuttavia chiuso assai positivamente con la cifra di 50.103.996 visitatori totali e di 193.631.308 euro di incassi.

Un tale aumento di visitatori del primo quadrimestre ha generato, segue a spiegare sempre la nota ministeriale, anche un florido incremento degli introiti, la cui cifra supera gli 87 milioni di euro soltanto in quei primi mesi.

Di certo, le grandi città quali Roma, Firenze e Milano confermano e anzi migliorano i loro numeri: basta citare solo i 468.479 visitatori per Monet. Capolavori dal Musée Marmottan Monet di Parigi al Complesso del Vittoriano a Roma; i 360.029 per la mostra monografica Frida Kahlo. Oltre il mito, ospitata al Mudec di Milano e i 405.390 per Dentro Caravaggio, a Palazzo Reale sempre nel capoluogo lombardo; o ancora i 62.954 visitatori che, nei soli quattro giorni del ponte del Primo maggio di quest’anno, si sono recati agli Uffizi, a Palazzo Pitti e al Giardino di Boboli a Firenze. Non a caso, il Lazio e la Toscana sono la prima e la terza regione per numero assoluto di visitatori: 9.916.926 ingressi per la prima, e 2.989.362 i biglietti staccati per la terza.

A questi vanno ovviamente aggiunti i numeri del “patrimonio archeologico” – Pompei, Paestum, Colosseo, Fori Imperiali, Ostia Antica, Ercolano, l’Appia antica e i grandi musei nazionali come la Reggia di Caserta (che da sola totalizza 445.524, solo da gennaio), il Museo archeologico Nazionale di Napoli, il Museo nazionale romano e poi ancora Taranto, Venezia e il ben ritrovato Museo Archeologico di Reggio Calabria con i celeberrimi Bronzi di Riace – che secondo il MiBAC rappresenta da solo circa un terzo della totalità sia di visitatori che di introiti.

Ma la vera svolta sono state le città di provincia. A Catania, l’antologica su Escher a Palazzo della Cultura registra 114.976 ingressi – un ottimo risultato per la città siciliana – e rimanendo sempre a Sud, Napoli chiude la stagione con 70.010 visitatori per la mostra Da De Nittis a Gemito. I napoletani a Parigi negli anni dell’Impressionismo; 84.699 visitatori per Le mille luci di New York. Basquiat, Clemente, Haring, Schnabel, Warhol (entrambe alle Gallerie d’Italia del celebre Palazzo Zevallos Stigliano). Eccellenti risultati che vengono confermati dal MiBAC, secondo cui la Campania, con 3.603.754 di biglietti staccati, è la seconda regione per numero assoluto di visitatori.

Risalendo la penisola verso nord, la Toscana e l’Emilia Romagna danno il loro apporto con 120 mila visitatori per Il quotidiano e l’Eterno. Tra Michelangelo e Caravaggio a Forlì, 45 mila visitatori per Stati d’animo. Arte e Psiche tra Previati e Boccioni a Ferrara a Palazzo dei Diamanti, 42 mila per Kandinsky. Spiritualità, Arte e Musica a Palazzo Magnani a Reggio Emilia.

Ma non mancano all’appello anche le città del Veneto, capaci di fare la differenza. Vicenza soprattutto con i 460 mila visitatori che sono accorsi in città per Van Gogh, alla Basilica Palladiana; seguono: Auguste Rodin (1840-1917) a Treviso, al Museo Civico in Santa Caterina con 64 mila, e Secessione. L’onda della modernità a Rovigo, Palazzo Roverella con 45 mila ingressi. In Piemonte, capolista è Torino con 101.798 visitatori per Giovanni Boldini alla Reggia di Venaria, 119.076 per Miró! Sogno e colore a Palazzo Chiablese.

Da nord a sud, da Catania a Vicenza, passando per Forlì, Ferrara, Treviso, Rovigo, è dunque la provincia il nuovo nido di fecondità culturale dove davvero l’arte cresce e fa crescere.

Un salasso economico per lo stesso prodotto

Sabato 18 agosto ricomincia il campionato di serie A, e ancora non è chiaro dove e come potremo vedere le partite. Dubbi. Perplessità. Preoccupazioni, anche sul piano economico per una moltiplicazione (ingiustificata?) dei costi. Di seguito vi illustriamo in 10 punti fondamentali, per uscire indenni dalla giungla di informazioni contrastanti.

1. AUMENTO. Fino a un anno fa per vedere tutta la serie A su Sky il costo era di 36,80 euro al mese: 21,60 per il pacchetto (obbligatorio) Sky Sport e 15,20 per Sky Calcio. Quest’anno i 36,80 euro sono diventati 45,10: e solo per i primi 12 mesi, perché dal secondo anno balzeranno a 63,80, cioè quasi al doppio.

2. MENO PARTITE. Domanda: l’aumento è giustificato da un’offerta migliore? No. Anzi, se fino a ieri vedevi tutte e 10 le partite, ora paghi di più per vederne solo 7. Le altre 3 le gestisce infatti Dazn.

3. MATCH-CLOU. Altra domanda: forse Sky si prende le 7 partite migliori lasciando a Dazn le 3 più brutte? No. Dazn avrà sempre il prestigioso anticipo del sabato alle 20:30 e la domenica il match delle 12:30 e uno dei tre alle 15:30. Per fare un esempio: alla 1^ giornata Dazn darà Lazio-Napoli sabato e Sassuolo-Inter domenica. Mica noccioline.

4. DOPPIO ABBONAMENTO. Se vuoi vedere tutto come un anno fa, quindi, non solo devi pagare a Sky un canone aumentato, ma devi anche abbonarti a Dazn: che per le sue 3 partite chiede 9,99 euro al mese. Quindi i 45,10 che paghi a Sky (dal secondo anno 63,80) diventano 55,09 (dal secondo 73,79).

5. NUOVI SUPPORTI. Cominci a sentirti male? Beh, siamo solo all’inizio. Devi sapere infatti che Dazn trasmette le sue 3 partite solo via internet: per vederle devi dotarti di Smart-tv o tablet o smartphone o console PlayStation o Xbox, oggetti costosi, e poi abbonarti a internet: costo mensile dai 16 ai 25 euro. Col totale che lievita a 75 euro circa (95 dal secondo anno) senza contare l’acquisto del tablet o di altro supporto utile.

6. TUTTO SU SKY. Hai i sudori freddi o appartieni a quella fascia di persone cosiddette “non tecnologiche” che tremano al solo sentir parlare di Wi-Fi e connessioni veloci? Niente paura, c’è mamma Sky che pensa a tutto; le 3 partite mancanti te le mostrerà lei in tv e con ben 2 euro di sconto sui 9,99 chiesti da Dazn: 7,99 basteranno. Per vedere le stesse partite di un anno fa spenderai il doppio ma almeno, dici, le avrai tutte in tv senza dover ricorrere a nuovi supporti. E invece…

7. NUOVO DECODER. E invece Sky, che ha il cuore grande e ti sconta le partite Dazn di 2 euro, ti costringe a dotarti di un nuovo decoder. Se vuoi vedere in tv le 3 partite Dazn devi passare a “Q Platinum”, che serve tutte le tv che hai in casa e che di sola attivazione costa 199 euro (più 12,40 di canone mensile), oppure al più modesto “Q Black” che serve una sola tv, costa 79 di attivazione e 5,40 di abbonamento. E attento: se sei abbonato da almeno 6 anni ti sarà chiesto un surplus di 4 euro, se lo sei da meno di 6 ne dovrai sborsare 15.

8. UNO SU DIECI. Come dici? Hai il decoder My Sky e non avevi mai sentito parlare di “Q Platinum”, quindi ti senti un po’ obsoleto, tagliato fuori? Beh, risparmia i sensi di colpa: sei in buona compagnia. Sky ha chiuso l’esercizio 2017 con 4 milioni e 873 mila abbonati (dato ufficiale): di questi 3 milioni e 400 mila hanno il decoder My Sky, 1 milione ha My Sky HD e meno di 500 mila hanno “Q Platinum” o “Q Black”. Per capirci, 9 abbonati su 10 se vorranno vedere le 3 partite Dazn su Sky dovranno spendere 199 euro per “Q Platinum” (o 79 per “Q Black”) e pagare, oltre alle partite, 12,40 di canone mensile per il nuovo decoder (5,40 per il più piccino). E non chiederci a quanto ammonta ora la tua spesa: dovremmo pagare un commercialista per calcolarla.

9. DIRETTA GOL. Ti senti preso in giro? Infinocchiato? Turlupinato? Hai ragione. Anche perché diciamolo: fino a un anno fa pagavi 36,80 euro al mese per avere tutto ma non è che te ne guardavi 10, di partite. Di Benevento-Udinese, con tutto il rispetto per Benevento e Udinese, ti bastava vedere gol e azioni salienti, e lo stesso sarebbe adesso per Frosinone-Spal, Empoli-Sassuolo, Cagliari-Parma. Magari in tempo reale durante “Diretta Gol”, che quest’anno sarà possibile solo per le tre partite della domenica alle 15 (tutte le altre avranno orario e collocazione ad hoc). Solo che adesso una delle tre è di Dazn, quindi ti hanno rovinato anche questo piacere. E insomma non si scappa: o ipotechi la casa per abbonarti a Sky con la pistola alla tempia oppure i gol di Ciano del Frosinone e di La Gumina dell’Empoli dovrai scordarteli.

10. “L’abbonato pagherà il calcio in tv di meno”, avevano ripetuto per più di un anno i mammasantissima di Lega e Coni. Come diceva Ermanno Catenacci, alias Giorgio Bracardi, in “Alto Gradimento”, un solo commento è possibile: “In galera!”.

La stagione afosa dietro la finestra di Hitchcock

Presentato in anteprima a New York, il primo agosto 1954, oltre a inaugurare la 15° edizione del Festival di Venezia, riportando gli incassi più alti mai registrati da una pellicola di Alfred Hitchcock fino ad allora, La finestra sul cortile è l’indiscusso capolavoro del brivido, l’apoteosi della soggettiva in cui gli spettatori diventano i testimoni oculari di un efferato delitto, un femminicidio, in cui le pulsioni umane scatenano un misto di terrore, dramma e morbosità senza però mai provocare disgusto, quanto piuttosto un’innocente occasione per il protagonista, il fotoreporter L.B. Jefferies (interpretato da James Stewart) – che poi siamo tutti noi – di trascorrere l’ultima lentissima settimana di una calda estate bloccato in casa con una gamba ingessata prima di poter tornare ai reportage d’assalto, la vita vera.

Nel frattempo si deve accontentare di spiare i suoi vicini dalla finestra del salotto insieme alla fidanzata Lisa (Grace Kelly) che rischierà addirittura la vita per assecondare la ricerca della verità di Jeff nel trovare l’assassino. Tutto attraverso gli occhi di un io narrante che non racconta la vicenda ma la vive. Che il signor Thorwald sia il colpevole è abbastanza intuitivo e non serve la confessione finale. Quello su cui Hitchcock insiste è la conseguenza dell’atto voyeuristico: con il suo binocolo può osservare indisturbato e in tutta sicurezza le vite degli altri. Così la finestra che dà sul cortile è la trasposizione del schermo cinematografico e la sedia a rotelle di Jeff è la poltroncina rossa della sala. Una sorta del buco della serratura, come cerca di ricordare Lisa al fidanzato: “Siamo diventati un Paese di guardoni. Ciascuno farebbe bene a guardare in casa propria!”.

Addio a Zombie Boy, tra i modelli più tatuati e amico di Lady Gaga

Lo zombie dell’alta moda, Rick Genest, è stato trovato morto nella sua casa di Montréal mercoledì 1° agosto. Il ragazzo, famoso per i suoi tatuaggi che nel tempo lo hanno reso sempre più simile, appunto, a uno zombie, aveva iniziato la sua carriera grazie alla maison Thierry Mugler, sfilando come modello.

All’epoca Rick era già ampiamente tatuato. Il suo amore per i tatuaggi risale infatti al periodo adolescenziale. Aveva solo 16 anni quando si è fatto il primo tatuaggio su una spalla e 19 anni quando ha incontrato l’artista Frank Lewis, che ha tatuato il 90% del suo corpo. È nato così Zombie Boy, una sorta di opera d’arte vivente che rappresenta il corpo umano al di sotto dello strato di pelle. Grazie ai suoi tatuaggi, Rick è entrato nel “Guinness dei Primati” raggiungendo il record di tattoo: 315 in totale.

Poi sono arrivati i servizi per GQ, Vanity Fair e Vogue. Ma la svolta arriva con Lady Gaga: è lei a volerlo come sua spalla, nel 2011, per il videoclip di Born this way. Da quel momento seguiranno altre collaborazioni con la cantante. Ed è stata proprio Gaga tra i primi a ricordare Zombie Boy con un tweet nei giorni scorsi: “Il suicidio del mio amico Rick è devastante. Dobbiamo lavorare di più per cambiare la cultura e portare la salute mentale in prima linea cancellando quello stigma di cui non si può parlare”.