Niki Lauda sarà costretto a pazientare, cosa nella quale non è bravo. Secondo i medici austriaci il trapianto di polmone è andato bene, ora per il 69enne ex tri-campione di Formula 1 (a cui in passato sono stati trapiantati anche i reni) si tratta di sostenere il decorso, che per un paziente della sua età e del suo stato può essere lungo e periglioso, difficile possa accelerarlo come ha sempre tentato di fare nella sua vita. A iniziare da quando tornò a pilotare la sua Ferrari a 6 settimane dal rogo del 1° agosto 1976 al Nurburgring, per poi perdere il Mondiale per un punto a favore di Hunt, ritirandosi sotto la pioggia torrenziale dell’ultimo gran premio della stagione. Ma il “computer”, come fu soprannominato, non ha mai alzato il piede dall’acceleratore, larger than life direbbero gli inglesi (fuori dall’ordinario, ma anche esagerato), sempre nel suo stile secco e asciutto, pieno di azioni, ma refrattario dal mostrare emozioni. Come quando, nel dicembre del 1996 si aggirava più indispettito che soddisfatto sulla pista dell’aeroporto di Kigali, nel Ruanda post-genocidio dove aveva portato, pilotandolo, un cargo pieno di aiuti della Caritas austriaca.
Eravamo partiti dopo la mezzanotte di Vienna con Lauda testimonial, comandante e tuttofare del jet che lui stesso aveva messo a disposizione. Squarciate le nuvole di pioggia gelata invece di dirigersi verso sud, verso l’Africa, il pilota padrone della compagnia Lauda Air aveva puntato a est, “per prendere i venti siberiani d’alta quota che ci spingeranno poi a sud”, spiegò nella cabina di pilotaggio. Il bireattore superò per diversi tratti i mille chilometri orari, velocità ben superiore a quella usuale di crociera, raggiungendo la pista – dove ancora erano presenti un paio di buche lasciate dai mortai durante la battaglia tra hutu e tutsi del 1994 – della capitale ruandese in 6 ore e mezza.
Lauda era il pilota e il motore della missione umanitaria. Al tempo indossava il cappellino rosso col cavallino rampante di cui era consulente (nel 2012 è diventato presidente onorario dell’arcinemica Mercedes) ed elogiava Michael Schumacher neo-pilota della Ferrari, anche lui un pignolo della messa a punto della monoposto. Nella notte di Vienna Lauda si occupa di tutto: dal carburante al carico nella stiva. E il suo controllo assoluto su ogni aspetto tecnico e organizzativo è ancor più evidente a Kigali: pigramente gli inservienti del piccolo aeroporto si muovono verso il Boeing 767, più per curiosità che per mettersi a scaricare le 35 tonnellate di aiuti, destinati ai profughi che tornano dalla Tanzania. Lauda comincia a girare in cerca di un rimorchio, poi di un elevatore per prendere i container. Infine discute con l’addetto al carburante. Fa tutto lui per il suo aereo. “Ayrton Senna” l’ha battezzato. “Lui era il più grande davvero. Ha vinto una volta dietro l’altra, non si sarebbe fermato, è un peccato…”, mormora senza cambiare il tono monocorde e un po’ meccanico della voce. “Anche quando non c’è la guerra è un disastro qui”, dice, non si sa se più stizzito dalla mancanza d’efficienza o dispiaciuto per la condizione del paese. A chiedergli se gli piacerebbe vedere un po’ il Ruanda, risponde che “non c’è tempo, bisogna ripartire, l’aereo serve altrove”. Serve sulla rotta più battuta dalla Lauda Air, quella verso i resort del divertimento facile e spesso assai ambiguo dei turisti tedeschi (ed europei in generale) in Thailandia.