Austria-Ruanda in sei ore e mezza: Niki volava veloce

Niki Lauda sarà costretto a pazientare, cosa nella quale non è bravo. Secondo i medici austriaci il trapianto di polmone è andato bene, ora per il 69enne ex tri-campione di Formula 1 (a cui in passato sono stati trapiantati anche i reni) si tratta di sostenere il decorso, che per un paziente della sua età e del suo stato può essere lungo e periglioso, difficile possa accelerarlo come ha sempre tentato di fare nella sua vita. A iniziare da quando tornò a pilotare la sua Ferrari a 6 settimane dal rogo del 1° agosto 1976 al Nurburgring, per poi perdere il Mondiale per un punto a favore di Hunt, ritirandosi sotto la pioggia torrenziale dell’ultimo gran premio della stagione. Ma il “computer”, come fu soprannominato, non ha mai alzato il piede dall’acceleratore, larger than life direbbero gli inglesi (fuori dall’ordinario, ma anche esagerato), sempre nel suo stile secco e asciutto, pieno di azioni, ma refrattario dal mostrare emozioni. Come quando, nel dicembre del 1996 si aggirava più indispettito che soddisfatto sulla pista dell’aeroporto di Kigali, nel Ruanda post-genocidio dove aveva portato, pilotandolo, un cargo pieno di aiuti della Caritas austriaca.

Eravamo partiti dopo la mezzanotte di Vienna con Lauda testimonial, comandante e tuttofare del jet che lui stesso aveva messo a disposizione. Squarciate le nuvole di pioggia gelata invece di dirigersi verso sud, verso l’Africa, il pilota padrone della compagnia Lauda Air aveva puntato a est, “per prendere i venti siberiani d’alta quota che ci spingeranno poi a sud”, spiegò nella cabina di pilotaggio. Il bireattore superò per diversi tratti i mille chilometri orari, velocità ben superiore a quella usuale di crociera, raggiungendo la pista – dove ancora erano presenti un paio di buche lasciate dai mortai durante la battaglia tra hutu e tutsi del 1994 – della capitale ruandese in 6 ore e mezza.

Lauda era il pilota e il motore della missione umanitaria. Al tempo indossava il cappellino rosso col cavallino rampante di cui era consulente (nel 2012 è diventato presidente onorario dell’arcinemica Mercedes) ed elogiava Michael Schumacher neo-pilota della Ferrari, anche lui un pignolo della messa a punto della monoposto. Nella notte di Vienna Lauda si occupa di tutto: dal carburante al carico nella stiva. E il suo controllo assoluto su ogni aspetto tecnico e organizzativo è ancor più evidente a Kigali: pigramente gli inservienti del piccolo aeroporto si muovono verso il Boeing 767, più per curiosità che per mettersi a scaricare le 35 tonnellate di aiuti, destinati ai profughi che tornano dalla Tanzania. Lauda comincia a girare in cerca di un rimorchio, poi di un elevatore per prendere i container. Infine discute con l’addetto al carburante. Fa tutto lui per il suo aereo. “Ayrton Senna” l’ha battezzato. “Lui era il più grande davvero. Ha vinto una volta dietro l’altra, non si sarebbe fermato, è un peccato…”, mormora senza cambiare il tono monocorde e un po’ meccanico della voce. “Anche quando non c’è la guerra è un disastro qui”, dice, non si sa se più stizzito dalla mancanza d’efficienza o dispiaciuto per la condizione del paese. A chiedergli se gli piacerebbe vedere un po’ il Ruanda, risponde che “non c’è tempo, bisogna ripartire, l’aereo serve altrove”. Serve sulla rotta più battuta dalla Lauda Air, quella verso i resort del divertimento facile e spesso assai ambiguo dei turisti tedeschi (ed europei in generale) in Thailandia.

Sugarfree, quattro amici al Festivalbar. Sono rimasti in tre

Erano “affetti da una strana forma di cleptomania”, che se li è portati via (metaforicamente, eh): il successo, per gli Sugarfree, è durato appena un lustro – dal 2004, anno di uscita del singolo Cleptomania, al 2009, quando il frontman Matteo Amantia Scuderi viene sostituito da Alfio Consoli, la chitarra passa da Luca Galeano a Salvo Urzì e il tastierista Vincenzo Pistone abbandona il gruppo. Dopodiché, le déluge, che a Catania suona quasi come una bestemmia, ma tant’è.

Negli anni la formazione è cambiata diverse volte, in un tira-e-molla artistico e sentimentale degno di un fogliettone. Dal 2015 la band si è stabilizzata, e al momento è composta da Amantia Scuderi (voce e chitarra), Giuseppe Lo Iacono (batteria) e Carmelo Siracusa (basso e contrabbasso). La fluidità è nel dna del gruppo, nato “nel 2004 dalla fusione e dal rimescolamento di due precedenti formazioni”, spiega il vocalist Amantia. “Io ho poi deciso di mollare nel 2009 per motivi artistici: in quel periodo avevo parecchi brani da far uscire, ma la casa discografica imponeva una linea in cui non mi ritrovavo più. Così ho lasciato gli Sugarfree e intrapreso una carriera da solista: album, sperimentazioni, tanta musica elettronica, tutti progetti che tuttora porto avanti”. La reunion, con alcuni almeno, è di qualche anno fa: “Sono venuti a trovarmi in studio i miei vecchi colleghi: ‘Che vogliamo fare?’, ci siamo detti. Siamo tutti adulti per decidere se vogliamo rimettere in piedi la band e riprovarci. E così abbiamo fatto”.

Tutti catanesi, e a oggi non ancora quarantenni, gli Sugarfree iniziano giovanissimi a suonare cover rock degli anni 50-60. La fama arriva nel 2004 con il singolo Cleptomania, inciso da Warner e seguito dall’album (di debutto) Clepto-manie, già disco d’oro in prevendita. Nel 2006 partecipano sia a Sanremo con Solo lei mi dà sia al Festivalbar con Inossidabile, mentre due anni dopo escono con Scusa ma ti chiamo amore, tratto dall’omonimo film (a sua volta tratto dall’omonimo romanzo) di Federico Moccia. Del 2008 è anche il secondo album, Argento; il terzo invece, Famelico, uscirà nel 2011, quando il gruppo si è già disfatto e rifatto.

Amantia annuncia il ritorno a fine 2014, e nel 2015 la band è pronta a risalire sul palco, con un “Live Tour”. Ma quanto è stato difficile tornare, riproporsi, senza ripetersi? “In molti, e per parecchi anni, ci hanno chiesto un clone dei nostri brani passati, ma abbiamo sempre resistito alla tentazione, restando il più possibile fedeli al nostro percorso artistico. Chiaramente è stata durissima: in questo mondo, ritornare dopo tanto tempo – soprattutto per chi, come noi, ha avuto molta visibilità – non è facile. In ogni caso, ci siamo ancora; in ogni caso, facciamo concerti; in ogni caso, giriamo l’Italia. Ancora una volta. Al momento stiamo lavorando a un nuovo album: dovrebbe uscire dopo l’estate”.

Strada facendo, qualcuno si è perso: non tutti i membri, infatti, hanno continuato e coltivato il sogno della musica. “Il tastierista (Vincenzo Pistone, ndr), che ha mollato prima di tutti, si è trasferito da Catania a Milano e lavora, credo tutt’oggi, per un’azienda telefonica. Ha cambiato proprio vita. Il chitarrista (Luca Galeano, ndr), invece, ha mollato per motivi personali, ma è un professionista e continua a suonare”.

E lei, Matteo, ha mai pensato di mollare tutto e rifarsi una vita fuori dalla sala di registrazione e giù dal palco? “Ovviamente sì. Sono sempre stato tormentato dai dubbi, e non ho preso tanto bene nemmeno la fama. All’epoca ero molto giovane, avevo 24 anni, ma già due figli: è stato difficile vivere il successo nell’ambito più intimo e familiare. Dopo l’album da solista mi sono fermato, dedicandomi solo al centro culturale in provincia di Catania da me fondato insieme ad alcuni amici, e che tuttora gestisco: lì organizzo corsi di musica, eventi, concerti live, mostre di fotografia e di arte, proiezioni… Per un paio d’anni non ho neanche scritto canzoni: non mi andava proprio… Poi, pian piano, è tornata la voglia di scrivere, di esprimermi con la musica”.

Quanto sono cambiati musicalmente gli Sugarfree di oggi? “All’epoca eravamo una grande squadra, c’era un forte collante. Ora invece siamo più isolati: stiamo cercando le persone giuste per ricostituire tutto lo staff, al di là dell’aspetto squisitamente artistico. Poi, non dimentichiamo che all’inizio eravamo supportati dalla Warner: era tutto più semplice, ovviamente”.

Oggi invece passate per “meteore”… “È un’etichetta un po’ triste, però in effetti, se meteora è uno che ha avuto successo e poi l’ha perso, allora sì, ovvio che sono una meteora. Non mi piace come definizione, ma che ci posso fare?… Oggi come oggi vivo tutto più serenamente: sono una persona più consapevole e matura. So benissimo che è difficile tornare ai numeri di 15 anni fa. Ma non ho un piano B: voglio restare a lavorare in ambito musicale, anche come produttore. Sono consapevole del fatto che il successo potrebbe non tornare mai più, ciononostante non mi allontanerei mai dal mondo della musica”.

 

Sarajevo, migranti musulmani nella casa dove abitò Karadzic

Durante il conflitto che tra il ’92 e il ’95 causò oltre 200mila morti, Radovan Karadzic (nella foto) era il leader politico dei serbi di Bosnia. Oggi attende l’esito dell’appello per la condanna a 40 anni inflittagli ad aprile dal Tribunale penale dell’Aja per genocidio e crimini contro l’umanità. Sarebbe lui il mandante dello sterminio di oltre ottomila musulmani a Srebrenica nel luglio del ’95. E proprio di religione musulmana sono i cinque migranti che pochi giorni fa hanno occupato un appartamento di via Sutjeska, nel cuore di Sarajevo dove Karadzic, oggi 73enne, ha abitato per anni. In quell’edificio su due livelli che l’università gli aveva affidato negli anni 60, l’ex leader ha vissuto almeno fino alla primavera del ’92. Ufficialmente poi la proprietà della casa è passata nelle mani della sorella di Ljiljana Zelen, moglie di Karadzic. Siamo nel quartiere di Kosevo (dal nome dello stadio Olimpico), a due passi dal boulevard dedicato al Maresciallo Tito, l’ossatura viaria principale della città che proseguendo entra nel cosiddetto “viale dei cecchini”. Sarajevo e la Bosnia rappresentano, per i migranti della rotta terrestre balcanica, luoghi molto più sicuri rispetto a Serbia, Ungheria e Austria

Russiagate, come un Western duello finale Trump-Muller

Il Russiagate va avanti, coinvolgendo il suo ‘cerchio magico’ e investendolo direttamente; le interferenze russe nelle elezioni 2016 non le nega più neppure lui, anche se a suo dire sarebbero state ordite dai democratici; la figlia Ivanka, finora una ‘irriducibile’, si smarca sulla separazione dei bambini dai genitori alla frontiera e sugli attacchi ai media; ovunque va, suscita critiche e proteste – l’unico suo ‘luogo sicuro’ nell’ultimo mese è stato l’incontro con il premier italiano Conte -, eppure il tasso di approvazione sale e tocca il 50%, secondo un sondaggio Rasmussen, 5 punti in più di Obama allo stesso momento della presidenza.

Il magnate incassa e ringrazia, ovviamente via tweet: “Stiamo lavorando duro”. Poi, sempre via tweet, omologa il giudizio di Ivanka sui media al suo: “I media non sono nemici della gente. I ‘fake news media’ (cioè tutti quelli che lo criticano, ndr) lo sono”.

Le interferenze russe Facebook, che forse ne sa più di tutti, e l’intelligence hanno prove che i russi stanno ancora cercando d’interferire sul voto di midterm, il 6 novembre, quando gli americani rinnoveranno tutta la Camera e un terzo del Senato. La responsabile della Sicurezza nazionale Kirstjen Nielsen, ‘trumpista’ viscerale, chiama a difendere il voto dalle “reali minacce russe”. Il direttore della Cia Christopher Wray dice che le interferenze non hanno per ora toccato i livelli 2016, ma avverte che potrebbe esserci una ‘escalation’ negli ultimi cento giorni – il conto alla rovescia è già cominciato -. Il presidente non può più sostenere che il Russiagate è solo “una caccia alle streghe”, un “gigantesco inganno”.

Il processo Manafort Intanto, è in corso il processo per frode e altro a Paul Manafort, ex capo della campagna di Trump, che un po’ ne prende le distanze (“Ha lavorato per me poco tempo”) e un po’ lo difende (“È trattato peggio di Al Capone”). Le prime battute hanno fatto emergere le spese allegre del manager e lobbista e il flusso di denaro – decine di milioni di dollari – che gli arrivava dall’estero: 60 dall’Ucraina del presidente filo-russo Yanucovich. Manafort cerca di scaricare le responsabilità su Rick Gates, all’epoca suo vice e sodale.

Pressioni (su Sessions) e tentazioni (su Mueller) Sul fronte del Russiagate, Trump continua a oscillare tra le pressioni sul segretario alla Giustizia Jeff Sessions, perché ponga fine alla “caccia alle streghe” – la sua collezione di tweet in merito potrebbe valergli l’accusa di ostruzione alla giustizia – e la tentazione di sfidare Mueller, accettando d’esserne interrogato. I legali cercano di dissuaderlo, perché il procuratore speciale potrebbe avere molte frecce al suo arco in un ‘colloquio’, specie dopo che l’avvocato paraninfo e sleale Michael Cohen ha cominciato a collaborare con la pubblica accusa. Ma preparano anche linee di difesa estreme: “Se anche il presidente fosse stato colluso con i russi, non avrebbe commesso reato”, sostiene Rudolph Giuliani, che ci ha abituato ai paradossi giudiziari.

Mueller non ha fretta: se avrà elementi per portare l’affondo contro Trump, lo farà solo dopo le elezioni di midterm. E solo se i democratici le vinceranno.

La legge che manda la democrazia in vacanza

“Oggi in Turchia abbiamo 81 mini dittatori che rispondono al dittatore massimo, Recep Tayyip Erdogan”. Ertugrul Kurkcu, durante la dittatura militare degli anni 70 incarcerato per 14 anni in quanto esponente di punta della sinistra giovanile extraparlamentare, nonché ex deputato del Partito Democratico dei Popoli (Hdp), la formazione filocurda di cui oggi è presidente onorario, spiega al Fatto la legge appena approvata dal Parlamento turco. Quella che ha sostituito la legge d’emergenza revocata dal presidente Erdogan a luglio, poco dopo la sua rielezione al vertice della Repubblica.

La nuova legge è stata salutata dai media filogovernativi (la maggioranza) come “legge anti-terrorismo”, ma per l’opposizione, dal partito repubblicano (Chp) a quello filo curdo – entrato nuovamente in Parlamento dopo il voto del 24 giugno -, non è altro che un sotterfugio per mantenere la stretta sui diritti come durante il periodo di emergenza proclamato il giorno dopo il fallito golpe del 2016 ed esteso per ben 7 volte.

Durante la campagna elettorale per le presidenziali del mese scorso, il “Sultano” aveva promesso che – in caso di vittoria – avrebbe posto fine allo stato di emergenza. Ma il governo ha presentato al Parlamento una proposta, approvata il mese scorso, che recupera alcuni degli aspetti più duri dello stato d’emergenza. “Un escamotage legale che trasferisce per 3 anni agli 81 prefetti o governatori provinciali e regionali le facoltà di licenziare i dipendenti pubblici ritenuti membri o simpatizzanti di gruppi terroristici. Un modo per continuare le purghe cominciate la sera del fallito colpo di Stato e per impedire alla stampa e alla gente di esprimersi senza violare formalmente l’articolo 15 della Costituzione”, spiega Kurkcu.

L’articolo introduce, tra le altre misure, la restrizione alla libertà di manifestare e di critica. Così, con la legge “anti-terrorismo”, i governatori possono far indagare chi critica Erdogan e i membri del governo. Inoltre un sospetto potrà essere trattenuto senza accuse fino a 4 giorni. La detenzione però potrà arrivare fino a 12 giorni qualora il fermato avrà difficoltà a dimostrare la propria innocenza.

“Se una persona non ha commesso alcun crimine e non conosce le accuse che gli vengono mosse, non potrà certo dimostrare di essere innocente. Mi sembra più che evidente. Anche la polizia, di conseguenza, ha più potere con questa legge”. Le autorità locali potranno anche proibire ai singoli di entrare o lasciare una determinata zona per 15 giorni per motivi di sicurezza, inoltre i parenti di coloro che sono sotto processo potrebbero vedersi sequestrato il passaporto, come è già successo alla moglie del giornalista e scrittore Can Dundar, riparato in Germania dopo essere stato accusato e condannato per spionaggio solo per aver mantenuto la schiena dritta e divulgato informazioni che il “Sultano” avrebbe voluto nascondere.

Dal 2016 a oggi sono state licenziate e sospese più di 16mila persone tra quadri dell’amministrazione pubblica, polizia, esercito, docenti e oppositori e nelle carceri turche ci sono un centinaio di giornalisti. Anche il leader del partito filocurdo, l’avvocato e deputato Selahattin Demirtas, è stato incarcerato dopo il voto che nel 2015 sospese l’immunità parlamentare. “Demirtas è ostaggio di Erdogan dal 4 novembre del 2016. In questi 22 mesi di carcerazione preventiva non ha ottenuto un processo e di certo non lo avrà in agosto quando i tribunali chiudono per le vacanze”. Anche la democrazia turca rimarrà in vacanza, almeno per i prossimi tre anni.

“Un bravo ragazzo rovinato dalle cattive amicizie”

Per rompere un silenzio di anni ha scelto Martin Chulov, corrispondente veterano del Guardian dal Medio Oriente. Alia Ghanem lo ha ricevuto nella sua casa di Jedda, in Arabia Saudita, per un lungo, intimo colloquio sul suo primogenito. Alia è la madre di Osama bin Laden.

Nelle foto che accompagnano l’articolo appare come una settantenne con il trucco pesante sotto l’hijab di un rosa acceso. Sul tavolino del salotto della ricca abitazione di famiglia troneggia un ritratto di Osama in uniforme militare e posa ieratica.

Lei ne parla con affetto e nostalgia, come di un figlio ancora amatissimo: “La mia vita era molto difficile perché lui era così lontano. Era un bravissimo ragazzo e mi amava moltissimo”.

Al colloquio sono presenti i due fratelli minori Ahmad e Hassan e il padre adottivo Mohammad Al-Attas, che ha cresciuto Osama da quando aveva tre anni. Intervengono nella conversazione, ma Chulov chiarisce che è lei, la madre, a condurla, cercando di imporre la sua versione edulcorata, assolutoria della vita del figlio. Un giovane studioso, serio, orgoglio della famiglia, rispettato da tutti.

“Era un bravissimo ragazzo finché non ha incontrato delle persone che gli hanno fatto il lavaggio del cervello quando aveva 20 anni. Una specie di setta. Gli dicevo di stare lontano da loro, ma non ammetteva cosa stava facendo perché mi amava così tanto”.

E invece il timido ventenne lascia gli agi, combatte in Afghanistan con i mujaheddin contro l’Armata Rossa, poi ripara in Sudan. Diventa il capo riconosciuto di al-Qaeda.

Ahmad aspetta che la madre esca dalla stanza per raccontare l’altra verità: “Rimasi sconvolto dalle notizie provenienti da New York (gli attacchi del 2001 alle Torri Gemelle e a Washington che fecero 2.976 morti e circa 6000 feriti, ndr). Capimmo subito che era stato lui e ci sentimmo tutti pieni di vergogna”.

Dopo gli attentati la famiglia, allora distribuita fra Siria, il Libano, l’Egitto e l’Europa, è stata costretta a tornare in Arabia Saudita, soggetta a controlli, interrogatori, restrizioni alla libertà di movimento.

“Dopo 17 anni lei continua a rifiutare la realtà. Dà la colpa agli altri. Ne ricorda solo la dolcezza. Non ne ha mai visto il volto jihadista”.

L’eredità ideologica dell’Osama jihadista è ancora ben presente fuori e dentro un’Arabia Saudita che l’erede al trono, Mohammed bin Salman, sta cercando di modernizzare, con riforme mal viste dalla componente wahabita di cui Bin Laden era il campione. Eppure, prima della svolta riformatrice, della corrente wahabita e delle imprese di Bin Laden la famiglia Bin Salman è stata una generosa finanziatrice.

di padre in figlio. Oggi, a prendere il posto di Osama sembra destinato il figlio minore, il 29enne Hamza. Starebbe combattendo in Afghanistan, dove il padre si era formato militarmente, e lo scorso anno è stato inserito nella lista dei terroristi globali del Dipartimento per la sicurezza Usa. Ha dichiarato di voler vendicare il padre, sotto gli auspici del nuovo leader di al- Qaeda, quell’Ayman al-Zawahiri che di Osama era il vice. Di quel padre lui non si è mai vergognato.

Il vero prezzo della cultura

Vedere il Louvre in 9 minuti e 43 secondi: l’impresa da Guinness dei tre surreali protagonisti di Bande à part di Jean-Luc Godard (poi emulata, in altra chiave, dai loro stanchi epigoni nei Dreamers di Bernardo Bertolucci) rappresenta una forma estrema di “fruizione” del grande museo, parente delle legioni di “selfie con quadro famoso” che popolano le gallerie Instagram.

Per antifrasi, queste performance servili e insensate richiamano l’attenzione sull’alterità fra la sostanza dell’esperienza “culturale” e la sua mera forma esteriore.

Proprio su quest’ultima, ovvero la forma, insiste la polemica estiva seguita all’abolizione, decretata dal ministro della Cultura Alberto Bonisoli (M5S), dell’accesso gratuito ai musei statali la prima domenica di ogni mese. L’agevolazione delle “domeniche al museo”, molto popolare presso varie fasce d’età, era stata criticata da più parti: non di rado aggravava file e calche strabocchevoli, tali da pregiudicare la visione stessa delle opere, senza peraltro esercitare un apprezzabile effetto di traino sui giorni “a pagamento”. Inoltre, essa forniva ai visitatori stranieri più fortunati – specialmente numerosi in estate – la singolare alea di pescare senza alcun merito visite gratuite nei loro serrati tour del Belpaese; un meccanismo diverso da scelte più mirate come quelle del Louvre (accesso gratuito ai giovani europei under 25) o del Prado (gratuità nelle ultime 2 ore di apertura). Lasceremo qui da parte, in omaggio all’interesse per la “sostanza”, le prevedibili recriminazioni a venire circa gli aumenti e i decrementi dei visitatori: dati controversi, troppo spesso artificiosamente ricondotti alle politiche di questo o di quel governo anziché a fattori ben più sostanziali (la crescita del turismo in Italia e in Grecia negli ultimi anni sarà davvero irrelata rispetto al forzato abbandono di Egitto, Tunisia, Libia, Siria, Turchia orientale ecc.?).

Il Paese per eccellenza dove i musei nazionali – oltre una cinquantina – sono totalmente gratuiti (ma non così le mostre, i cui prezzi astronomici spesso travalicano ogni ragionevole legame con la qualità) è la Gran Bretagna: a Londra capita di poter fare un salto a rivedere per 20 minuti Piero della Francesca o Mark Rothko tra un impegno e l’altro (anche se gli orari di apertura della National Gallery o della Tate sono punitivi), e tre grandi musei gratuiti (Victoria & Albert, Storia Naturale e Scienza) si vantano di attrarre ogni anno messi assieme più visitatori della città di Venezia. Lo spirito di questa gratuità, che al British Museum è connaturata sin dalla sua fondazione (1753), e la cui estensione a tutti gli altri musei inglesi fu fortemente voluta dai governi laburisti nel 2001, è quello di facilitare l’accostamento all’arte – e al patrimonio culturale, inteso come patrimonio condiviso ed elemento essenziale dell’idea di cittadinanza – per il maggior numero possibile di persone. Ebbene, sul piano quantitativo tale incremento si è in effetti verificato, giungendo in molti casi a raddoppiare gli ingressi nel giro di dieci anni. È più controverso che, al di là dell’indubbio impatto sul business turistico (che nel Regno Unito si giova di strutture integrate sconosciute alle nostre latitudini), e al di là dell’effetto di aver spostato gli oneri dei mancati biglietti sul bilancio pubblico britannico, il provvedimento sia servito a rendere più “trasversale” l’accesso alle collezioni in termini di gruppi sociali: il National Museums Directors Council vanta successi in tal senso nei musei di provincia (soprattutto a Liverpool), mentre uno studio del Centre for Public Impact ritiene che i visitatori siano rimasti sostanzialmente gli stessi di prima in termini tipologici, con la tendenziale esclusione delle classi disagiate e la preponderanza della borghesia acculturata.

Chi crede davvero nei musei vorrebbe rendereli luoghi non più “separati” ma familiari a tutti sin dalle prime fasi dell’istruzione, non già in quanto vene di “petrolio” da mungere o futuribili fonti d’impiego (questa l’ottica anche dell’Alternanza Scuola-Lavoro, che non sempre chiarisce peraltro il grado di sfruttamento cui certe cooperative attive nei musei costringono i loro dipendenti), bensì come patrimoni di conoscenza e di identità che tengono unito il corpo della nazione (si rifletta per un momento sullo stato e lo status degli studi di Storia dell’arte, e di Storia tout court, nelle nostre scuole di ogni ordine e grado).

Chi crede nei musei vorrebbe dare loro autonomia e strumenti per condurre ricerca di alto livello, che non proceda dall’ “aura” di un direttore straniero catapultato lì per qualche anno, ma coinvolga specialisti competenti e impiegati stabilmente nella conservazione e nella presentazione dell’esistente e nell’organizzazione di mostre innovative e godibili a un tempo (presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia, per esempio, si è appena chiusa una straordinaria rivisitazione del Neoclassicismo lagunare degli anni 1820 tra Canova e Hayez, che ha ridato senso e prospettiva a una mal nota eredità locale dall’assoluto valore europeo).

Chi crede nei musei vorrebbe far capire agli Italiani che il valore profondo di quelle istituzioni sta meno nei quattrini che fruttano e più nella bellezza che conservano e nei valori civici e morali che trasmettono, non tutti condivisibili o attuali (alcuni anzi ripugnanti o obsoleti), ma parte del nostro passato e dunque della nostra coscienza: “Il museo è un’istituzione senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo” recita la definizione ufficiale dell’International Council of Museums.

Una volta messe le cose in questi termini, come sostiene da anni Tomaso Montanari, la scelta di rendere perennemente gratuiti i musei (come le biblioteche) diventerebbe quasi automatica per uno Stato che si rispetti. Ma viviamo in un mondo diverso, e se sulle “domeniche al museo” si può opinare in un senso e nell’altro, sarebbe intanto un buon segnale se con le risorse recuperate il ministro imponesse biglietti più economici per tutti (18 o 20 euro sono cifre proibitive) e un serio piano di rilancio della ricerca dentro i musei medesimi (con le relative, indispensabili assunzioni). Ma nulla funzionerà se non si coinvolgeranno i cittadini in un discorso più profondo sulla cultura e il suo significato, che deve partire dalla scuola e dalla sensibilizzazione civica, affinché il museo non sia solo un intrattenimento estetico o lo sfondo di un selfie da gita domenicale, ma divenga una scintilla di quel pensiero che solo può renderci vivi e consapevoli. “L’arte, anche se la malediciamo e se a volte ci sembra del tutto pleonastica, e se anche siamo costretti ad ammettere che essa in realtà non vale un accidente, se osserviamo, qui, i quadri di questi cosiddetti Antichi Maestri, che molto spesso, e com’è naturale sempre di più con il passare degli anni, ci sembrano senza senso e senza scopo, … malgrado tutto non c’è nient’altro che salvi la gente della nostra fatta se non proprio quest’arte maledetta e dannata” (Thomas Bernhard, Antichi maestri).

Un’anatra zoppa alla guida della tv pubblica

“Credo che la politica debba fare un passo indietro rispetto a quella che è stata definita l’occupazione della Rai”. (da un intervento di Sergio Zavoli ai Seminari della Commissione parlamentare di Vigilanza – Atti del Senato, 2010 – pag. 66)

Neppure ai tempi del regime televisivo berlusconiano avevamo assistito a una tale occupazione “manu militari” della Rai, come quella che sta mettendo in atto ora la maggioranza giallo-verde. Il servizio pubblico radiotelevisivo rischia di diventare così un feudo del governo e in particolare della Lega, un partito che alle ultime elezioni s’è presentato insieme a Forza Italia e ha raccolto da solo il 17,3%. Per quanto i sondaggi gli attribuiscano oggi una quota intorno al 30%, si tratta pur sempre di un consenso virtuale che dovrà essere verificato alle prossime politiche. E in ogni caso, la rottura della coalizione depotenzia e delegittima il risultato ottenuto dal Carroccio il 4 marzo scorso anche in forza di quella alleanza, ridimensionando il potere contrattuale di Matteo Salvini rispetto ai nuovi partner del Movimento 5 Stelle.

È un colpo di mano, un atto di arroganza politica e istituzionale, quello con cui lo schieramento giallo-verde pretende adesso di mantenere alla guida della Rai il candidato leghista, Marcello Foa, bocciato dalla Commissione parlamentare di Vigilanza a cui spetta per legge la nomina con la maggioranza qualificata dei due terzi. In primo luogo, perché quello è –per definizione – un ruolo di garanzia e come tale appunto dovrebbe essere attribuito all’opposizione: così fu, infatti, quando venne assegnato a Lucia Annunziata, Claudio Petruccioli o a Paolo Garimberti, durante il ventennio di Sua Emittenza. Se la legge consente a Foa di esercitare provvisoriamente questa funzione, in quanto consigliere d’amministrazione anziano, la dignità e la decenza dovrebbero impedirglielo: tanto più che lui è uno dei due membri indicati dal governo, mentre la presidenza è invece di nomina parlamentare.

In secondo luogo, la figura professionale di Foa non corrisponde a quelle caratteristiche di imparzialità che sono richieste per garantire “super partes” il pluralismo dell’informazione e quello culturale del servizio pubblico, finanziato da tutti i cittadini attraverso il canone d’abbonamento. Si può dire, anzi, che il paladino leghista è legittimamente un uomo di parte, schierato apertamente sulle posizioni più oltranziste del Carroccio: no vax, no euro e ultrà di Putin. Né risulta che la sua candidatura sia stata preventivamente sottoposta al vaglio delle opposizioni o che queste siano state consultate per cercare un’intesa: non a caso al momento del voto sono uscite dall’aula della Vigilanza per evitare sorprese nello scrutinio segreto.

Non sappiamo ora se Silvio Berlusconi manterrà fino in fondo il suo dissenso. Il leader del partito-azienda è innanzitutto un uomo d’affari e potrebbe anche aprire una trattativa sulle direzioni delle reti e dei tg della Rai, per ottenere qualche poltrona o poltroncina e mantenere i suoi uomini all’interno del suo principale concorrente.

Quale che sia l’epilogo di questa vicenda, è chiaro comunque che Foa – ove mai restasse alla guida della Rai – sarebbe, come si suol dire, un’anatra zoppa. Un presidente dimezzato, privo di un riconoscimento e di un’investitura parlamentare. Il rappresentante di una tv nazional-populista; l’emblema di un servizio pubblico ridotto al rango di un’emittente “sovranista”; il testimonial di un autoritarismo di governo che rischia di compromettere definitivamente l’identità e l’immagine della più grande azienda culturale del Paese.

Tav, leggete gli accordi: niente penali

Caro direttore, la mia lettera sulle fake news relative alle penali dovute in caso di rinuncia al Tav Torino-Lione, ha evidentemente toccato un nervo scoperto. Non solo è stata ignorata dai direttori di Stampa e Repubblica ai quali era diretta, ma mi ha meritato un rimbrotto via twitter da parte di un noto giornalista del Corriere della sera (che, colpevolmente, non avevo citato tra i diffusori di bufale). Il rimprovero che mi muove Marco Imarisio è di “aver letto tutte le carte, tranne l’accordo Italia-Francia e i 24 appalti firmati finora, tutti con penali”.

Effettivamente non ho letto i 24 contratti di appalto relativi al tunnel di base tra Italia e Francia (con o senza penali) perché, come confermato da tutti i protagonisti, non esistono: sono solo previsti e, per ora, congelati. Se poi Imarisio si riferisce agli appalti già conclusi o in corso per studi, progetti o lavori propedeutici al tunnel di base scopre l’acqua calda. Solo non c’entrano nulla con le asserite penali per la rinuncia all’opera di cui stiamo parlando.

Ma veniamo a quello che il giornalista del Corriere chiama l’accordo Italia-Francia, forse ignorando che di accordi ce ne sono almeno cinque. Una foto allegata al suo cinguettio sembra peraltro chiarire che il riferimento è al Grant Agreement del 25 novembre 2015, sottoscritto da Italia, Francia e Unione europea. Qui l’infortunio si fa clamoroso. L’accordo citato, infatti, dice esattamente il contrario di quanto sostiene Imarisio.

Il testo è di una chiarezza rara nella normativa pattizia internazionale. Nell’allegato II, articoli 14,15 e 16 (da pagina 38 in poi), esso prende in esame le possibili vicende dell’infrastruttura per cui è previsto un finanziamento dell’Unione, considerando le varie possibili evenienze (forza maggiore, sospensione o completamento dei lavori e via elencando), e conclude in modo perentorio (articolo 16.4.3, pagina 45) che “neither part shall be entitled to claim compensation on account of a termination by other party” (ovvero, “nessuna delle parti ha diritto di chiedere un risarcimento in seguito alla risoluzione ad opera di un’altra parte”).

Imarisio lo ignora e passa al successivo articolo 17.1, che si trova nella riga successiva della stessa pagina 45, dedicato alle “sanzioni amministrative e pecuniarie”, in cui si legge: “il beneficiario che abbia commesso errori sostanziali, irregolarità o frodi, abbia reso false attestazioni nel fornire le informazioni richieste o non abbia fornito tali informazioni al momento della presentazione della domanda o durante l’esecuzione della sovvenzione, o sia stato riscontrato in grave violazione degli obblighi derivanti dall’accordo può essere assoggettato: a) a sanzioni amministrative consistenti nell’esclusione da tutti i contratti e le sovvenzioni finanziate dal bilancio dell’Unione per un massimo di cinque anni a decorrere dalla data in cui l’infrazione è accertata in contraddittorio e/o b) a sanzioni pecuniarie dal 2 al 10% del contributo CEF che ha diritto a ricevere (…)”. Chi tiene comportamenti scorretti, irregolari o fraudolenti per procurarsi dei vantaggi economici è soggetto a sanzioni amministrative e pecuniarie (oltre – aggiungo io – a quelle penali). Ci mancherebbe che così non fosse! Ma cosa c’entra con l’eventuale rinuncia all’opera dell’Italia, della Francia o di altri eventuali partner?

Con buona pace di Imarisio il testo dell’accordo e il suo senso sono chiarissimi e ovvi: le scelte politiche non sono soggette a sanzioni (ma solo alle conseguenze stabilite da accordi politici tra gli Stati e le realtà sovranazionali interessate) mentre lo sono le scorrettezze, le irregolarità, le frodi, consumate o tentate.

Grazie per l’ospitalità e prometto di fermarmi qui.

Rai, mission impossible (anche) per i 5 stelle

Anche se ci mettessero tutto il loro migliore impegno e la più buona e onesta volontà, il tentativo dei 5stelle di riformare la Rai in senso meritocratico e non partitocratico è una mission impossible. Parlo dei 5stelle perché sono nuovi, tutti gli altri hanno alle spalle una lunghissima pratica spartitoria e la Rai è una stratificazione geologica, a tutti i livelli, di berlusconiani, di leghisti, di dem, di renziani e, prima di loro, di democristiani, di socialisti, di comunisti o pdessini che dir si voglia.

Il presidente della Rai è nominato dal Consiglio di amministrazione che è frutto di un accordo tra i partiti, come vediamo bene in questi giorni e abbiamo visto sempre da quando siamo entrati nell’età della ragione. E anche la nomina dell’Amministratore delegato, che formalmente spetterebbe al ministro dell’Economia, è frutto di un accordo fra i partiti sia attraverso i membri che siedono nel Consiglio di amministrazione sia fuori da quelle stanze. La Commissione di Vigilanza è formata da esponenti di partito che quindi dovrebbero vigilare su se stessi. Quis custodiet custodes? Se per caso capita in Rai un corpo estraneo, non legato a nessuno se non alla propria capacità e professionalità, ne viene estromesso al più presto com’è stato il caso di Carlo Verdelli. Sfido chiunque a trovare in Rai un direttore di rete o di testata ma anche un redattore semplice e persino un bidello che non sia in qualche modo legato a un partito. Del resto anche decidere del merito è difficilissimo. Ci sono in Rai ottimi giornalisti che non smettono di esser tali perché sono legati a questo o a quel partito, a questa o a quell’area politica. Cosa facciamo, eliminiamo anche costoro? Eppoi qual è il criterio decisionale? L’audience? Ci sono programmi di qualità che, spesso proprio per questo, hanno una bassa audience. Eliminiamo anche questi?

In realtà una soluzione ci sarebbe. Mantenere una sola rete pubblica sotto il controllo del governo – perché anche il governo, che ci rappresenta tutti, ha il diritto e il dovere di fare lato sensu una sua politica soprattutto culturale – com’è il caso della Bbc inglese che pur è considerata una delle migliori, se non la migliore, del mondo. Le altre due Reti dovrebbero essere messe sul mercato e vendute a soggetti diversi. Ma questo comporterebbe che anche Mediaset vendesse due delle sue tre Reti. È quello che un tempo si chiamava “disarmo bilaterale”. Ma anche questo è pura utopia.

In realtà la Rai è solo l’emblema, il più evidente e conosciuto perché la vediamo tutti da quando siamo nati, della situazione di un Paese divorato dalla partitocrazia, cioè dall’occupazione a opera dei partiti di tutto il settore pubblico e spesso anche di parti di quello privato. Di questa stortura, diciamo pure di questo cancro, ci si era accorti, anche ad alto livello, già più di mezzo secolo fa. Nel 1960 il presidente del Senato Cesare Merzagora, eletto come indipendente, fece un vibrante discorso, proprio in quella Camera, cioè nella sede più autorevole (Twitter non esisteva ancora e dubito che se mai fosse esistito uomini come Merzagora o Fanfani o Nenni o Saragat o Togliatti o Almirante lo avrebbero usato) contro il dilagare dei partiti che previsti in un solo articolo della nostra Costituzione (art. 49: tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale) tendevano a mettere le mani anche sugli altri 138. Sempre nello stesso anno un grande giurista, Amedeo Giannini, che proprio di questioni costituzionali si era occupato e si occupava, diede lo stesso allarme. Associarsi a un partito è una libertà non un obbligo. Ma fu tutto inutile. I politici fecero orecchie da mercante. E così, passo dopo passo, siamo arrivati alla situazione attuale.

Per scardinare un simile sistema, questa mafia che non osa dirsi tale ma che tutti noi, qualsiasi sia il posto che occupiamo nella società, conosciamo sin troppo bene, ci vorrebbe un’autentica rivoluzione. Non credo proprio che il buon Di Maio, ma neanche il più focoso Alessandro Di Battista, che peraltro se ne è andato prudentemente in Sud America, possano riuscire in questa impresa ciclopica.