Olimpiadi a Roma 2024. Milioni buttati, che sia di lezione per i Giochi del 2026

Vorrei sapere se c’è un’indagine in corso per conoscere che fine abbiano fatto i 20 milioni di euro di noi cittadini che Malagò, Montezemolo e compagnia affermano di avere speso per le Olimpiadi a Roma. Li hanno spesi, ovviamente, ancora prima che l’evento sportivo venisse assegnato e mi chiedo se si riuscirà mai a conoscere in che modo. O si insabbierà tutto, come sempre?

Fabrizio Virgili

per le olimpiadidi Roma 2024 (o meglio, le Olimpiadi mancate di Roma 2024, visto che non le organizzeremo mai) tra il 2015 e il 2017 (arco di tempo in cui è rimasta in piedi la candidatura, e poi i mesi necessari a liquidare le attività del Comitato promotore) sono stati spesi esattamente 12,792 milioni di euro. In realtà il Coni non ha mai costituito un Comitato autonomo, solo un’unità operativa all’interno della società Coni servizi, e quindi non è disponibile un bilancio analitico del progetto, ma alla cifra si può risalire ugualmente cercando fra le pieghe dei vari bilanci del Coni. Così si scopre che di questi 12 milioni e passa, solo uno viene da sponsor privati: il resto sono 2,5 milioni di contributi statali, e 9,1 di fondi Coni (quindi pure questi soldi pubblici). Altri 8 milioni erano stati stanziati dal governo per il 2017, ma il no di Virginia Raggi ha posto fine al progetto prima che venissero utilizzati. Come siano stati spesi lo abbiamo raccontato in varie inchieste su Il Fatto quotidiano: alcuni bandi e procedure aperte, assegnate con grande (troppa?) disinvoltura, muovendosi fra le maglie del vecchio e del nuovo codice degli appalti; affidamenti diretti in serie, spesso dall’importo di 39.900 euro (o giù di lì), appena sotto la soglia di 40mila euro prevista dalla legge; e poi incarichi e consulenze da centinaia di migliaia di euro. Anche sulla scorta di questi articoli, l’associazione Adusbef presieduta da Elio Lannutti, senatore del M5s, aveva presentato un esposto alla Corte dei Conti per cui è stato aperto un fascicolo per danno erariale, ma ad oggi non risultano contestazioni al Coni. Di tutto ciò non c’è da stupirsi: organizzare le Olimpiadi costa molto, e anche solo sognare di ospitarle ha il suo prezzo. Specie se si fanno le cose in grande, come Malagò e Montezemolo per Roma 2024. Chissà che quella storia finita male, senza Giochi e con solo spese, non sia servita di lezione: adesso per le Olimpiadi invernali 2026 il Coni promette un progetto rigorosamente low-cost. Staremo a vedere cosa ne pensa il nuovo governo.

Lorenzo Vendemiale

Mail box

 

Un mondo che dimentica gli ultimi (e la democrazia)

Il pluralismo si sta restringendo. Sembra quasi che ciascuna collettività non conti più nulla, quando un leader o un gruppo di comando si profilano all’orizzonte della storia di un popolo.

Lo stato di Israele cambia la sua Costituzione nel senso di restringere la sovranità ai soli nativi ebrei, nulla per gli altri.

Nel Movimento 5 stelle, a detta di Casaleggio, tra un decennio il Parlamento non conterà più, conterà solo la “democrazia diretta” cioè i pochi che saranno interpellati dai capi con un semplice clic.

Ma chi risponderà a tale appello non sarà informato, non avrà “dossier” a sua disposizione, non avrà tempo, per cui la sua risposta sarà già pilotata in partenza.

Di recente tutta la stampa, nazionale e internazionale, ha espresso le sue lodi (meritate) a Marchionne per le sue qualità di capitano d’industria.

Nessuno – che io sappia – ha ricordato la bella poesia di Bertolt Brecht Domande di un lettore operaio che dice: “Tebe dalle sette porte chi la costruì? Ci sono i nomi dei re, dentro i libri. Sono stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?”. Oggi nessuno si chiede se la rinascita della Fiat sia stata solo merito di Marchionne.

Dobbiamo sempre dimenticare i piccoli, gli umili, i modesti?

Mauro Bortolani Associazione reggiana per la Costituzione

 

La riforma della legittima difesa non crei la legittima offesa

La legittima difesa dei propri beni, quelli di natura economica per intenderci, non può trasformarsi per legge in legittima offesa ovvero in esecuzione sommaria, seduta stante, del ladro che si è intromesso in casa.

Perché in quel caso il ladro avrebbe un altro diritto legittimo da far valere, quello della difesa della propria vita, che nel paragone con la difesa di un bene esclusivamente economico sarebbe giuridicamente prevalente. Nel bilanciamento dei contrapposti interessi è prevalente quella della difesa della propria vita.

Il ladro minacciato della sua vita avrebbe ogni diritto a difendersi dato che eserciterebbe una legittima difesa.

Quindi se non si vuole modificare tutto il diritto facendo precedere – con tutte le conseguenze che ne deriverebbero – il valore dei beni economici su quello della vita umana bisognerà stare molto attenti nel formulare la nuova legge sulla legittima difesa.

Franco Prisciandaro

 

C’è bisogno di un nuovo spirito imprenditoriale italiano

L’Italia, ormai in tanti settori strategici per vari motivi parla straniero; anzi, pare proprio che siamo diventati una succursale per le grandi multinazionali.

Sono rimasti in pochi gli imprenditori capaci di imprimere un salto di qualità al nostro made in Italy.

Naturalmente si spera che prima o poi le cose cambino, che l’Italia ritorni a essere un Paese produttivo. Soprattutto per chi vuole fare impresa, ricerca, creare ricchezza e migliorare il futuro di tutti i cittadini.

Massimo Aurioso

 

La certezza della pena è l’unico strumento contro il Far West

Le cronache dicono che c’è in Italia una rom senza fissa dimora, ladra seriale, che da 12 anni ruba e scippa, e non va in galera, perché fa figli come se piovesse, (ne ha già nove) e quindi niente sbarre, esattamente come il vecchio film di De Sica con Sophia Loren.

Il problema ovviamente non è solo della ladra rom, ma in Italia ci sono mille motivi per non finire in carcere pur delinquendo: se hai più di 70 anni, se la pena è inferiore ai 4 anni, se sei parlamentare quindi immune, se hai meno di 18 anni, se sei incinta, se sei malato in modo che qualche medico stabilisca che la malattia non è compatibile con la carcerazione, se sei colpevole ma prescritto.

Insomma per finire in galera devi proprio ammazzare il Papa o il Presidente della Repubblica davanti ai carabinieri.

Questo fa capire che il nuovo governo, pur nelle mille emergenze e riforme che si trova ad affrontare, come la disoccupazione e la crisi economica, farebbe bene a mettere ai primi posti dell’agenda una riforma della giustizia seria, che non costringesse poliziotti e giudici a liberare una marea di gente dopo averla condannata, per leggi demenziali o carenze di organico.

La certezza della pena è l’unica cosa che può frenare la delinquenza, e rinsaldare il patto fra cittadino e Stato, evitando il far west.

Enrico Costantini

 

Bonisoli fa bene a bloccare l’ingresso ai musei gratis

Un plauso e un incoraggiamento al ministro Bonisoli per la sua posizione sull’ingresso gratuito ai musei ogni prima domenica del mese, scelta deprecabile del ministro Franceschini, sia sotto il profilo economico che del danno a un patrimonio unico al mondo invaso da orde incontrollate e incontrollabili per carenza di personale, per vastità e delicatezza dei siti.

Quanto, poi, alle critiche dei cosiddetti onorevoli del fu Pd, come dice il Sommo Poeta: “Non ti curar di loro ma guarda e passa”. D’altra parte, se avessero avuto senno non avrebbero eliso un patrimonio di consenso politico.

Natale Russo

Il passante di Genova che arricchisce i Benetton

Sono almeno 22 anni che a Genova aspettano una soluzione che sollevi la città dal caos del traffico delle autostrade da cui è toccata e attraversata. Allora era l’Anas, l’azienda statale delle strade, che sarebbe dovuta intervenire, oggi è Autostrade per l’Italia (Aspi) della famiglia Benetton. Al rimedio di volta in volta ipotizzato hanno trovato un nome, chiamandolo in alcuni casi Passante in altri Gronda, ma per ora di lavori veri e propri ce ne sono stati zero. Poco prima delle elezioni del 4 marzo il ministro dei Trasporti di allora, Graziano Delrio (Pd), aveva annunciato di aver finalmente trovato la quadra. Ma si tratta di una soluzione per modo di dire la sua: il piano concordato con Aspi dall’ex ministro scaricava infatti sullo Stato, cioè gli automobilisti e i contribuenti, un costo da 4 a 5 volte superiore a quello preventivato per la Gronda che è di 4 miliardi e 300 milioni di euro.

Signori del casello. Il progetto, presentato all’Unione europea, si basa sull’affidamento della costruzione alle società dei Benetton in cambio di un allungamento della concessione di 4 anni, dal 2038 al 2042, per tutti i circa 3 mila chilometri della rete autostradale che gli stessi Benetton possiedono attraverso la holding Atlantia. In più, prevede che chiunque provi a subentrare ai Benetton nella gestione delle autostrade alla fine della concessione, Stato compreso, avrebbe dovuto pagare un balzello di quasi 6 miliardi di euro come diritto di subentro. Di fatto grazie alla Gronda di Genova i Benetton e presumibilmente i loro eredi si sarebbero trasformati in una dinastia regnante su più della metà del sistema autostradale italiano con una rendita di posizione stellare. Più che una soluzione quella di Delrio&Benetton era una stangata per l’Italia. Ovvio che il nuovo ministro, Danilo Toninelli (5 Stelle), prima di andare avanti voglia vederci chiaro, soprattutto per quanto riguarda i piani finanziari dell’opera, tenendo presente che una soluzione per il traffico autostradale di Genova ci vuole, ma per averla non è necessario che lo Stato si genufletta di fronte ai signori del casello.

Il tracciato. Il primo progetto ufficiale della Gronda fu inserito nella Convenzione del 2002 tra lo Stato e la società dei Benetton. Costava meno di 2 miliardi di euro, ma da allora ci sono state diverse e significative modifiche. C’è stato un secondo progetto definitivo nel 2011 che ha comportato un aggravio di costi facendo lievitare la spesa a 3,26 miliardi di euro. Poi nel 2016 sono state apportate altre modifiche imposte soprattutto dalla necessità del previsto trattamento delle rocce amiantifere degli scavi che ha comportato un ulteriore aggravio di costi di 1,15 miliardi euro. Alla fine il costo complessivo in base al progetto approvato dal ministero dei Trasporti a settembre di un anno fa è di 4,3 miliardi di euro per un tracciato di circa 40 chilometri quasi tutti su ponti sospesi e in galleria. Le caratteristiche principali sono queste: attraversamento della Val Polcevera in corrispondenza dello svincolo di Bolzaneto con un ponte “strallato”, cioè sospeso. Il tracciato finale viene allontanato dal mare e viene assicurata un’interconnessione con la A10 Genova-Ventimiglia a nord di Vesima.

Opere simili. In Italia non sono mai state realizzate opere con caratteristiche simili alla Gronda di Genova tranne, forse, la Variante di Valico dell’Autostrada del Sole sull’Appennino tosco-emiliano per collegare Firenze e Bologna: 32 chilometri tra la Quercia e Barberino del Mugello costati circa 3,8 miliardi di euro e inaugurati nel dicembre 2015 dopo circa 11 anni di lavoro effettivo. Nel mondo il progetto più simile alla Gronda è il Big Dig (Grande Scavo) di Boston, 11,2 chilometri tutti in mezzo alla città per un costo di 14 miliardi di dollari. Un’altra opera simile è l’M30 di Madrid, autostrada urbana di 32,5 chilometri, un anello intorno alla città come il romano Gra, ma sotto terra con gallerie che sono le più lunghe d’Europa: costo 4,7 miliardi di euro.

Difficoltà. Secondo Autostrade per l’Italia le difficoltà principali per la costruzione della Gronda sono date dal fatto che si tratta di avere a che fare con “materiali particolarmente pericolosi in area di lavoro fortemente antropizzato e con una penuria estrema di basi e infrastrutture logistiche”.

Due settimane dopo il voto del 4 marzo Autostrade per l’Italia ha pubblicato il primo bando per la Gronda per la “prequalifica per i soggetti interessati a realizzare la cosiddetta opera a mare”. In pratica nel porto di Genova, per la precisione tra il cosiddetto canale di calma tra la pista dell’aeroporto Cristoforo Colombo e la diga foranea, deve essere costruita una cassa di colmata per raccogliere le montagne di materiali di scarto ottenuti dalle perforazioni per la costruzione delle gallerie della Gronda. Il costo previsto per la realizzazione della colmata è di 136 milioni e mezzo di euro, la durata dei lavori 4 anni e mezzo.

Alternative.Per costruire la Gronda il metodo Delrio&Benetton basato sull’allungamento della concessione e un diritto stellare di subentro non è ovviamente l’unico possibile. L’alternativa più semplice, ma anche la meno praticabile da un punto di vista politico e sociale, sarebbe quella di aumentare i pedaggi sui 3 mila chilometri della rete di Autostrade per l’Italia per finanziare la grande opera.

Altra soluzione possibile, rivoluzionaria per l’Italia, sarebbe quella di far guadagnare di meno il concessionario, cioè i Benetton, rivedendo da cima a fondo concessioni e piani finanziari. Toccherebbe al governo: ce la farà?

Comunica il decesso di un paziente, picchiato dai parenti

Era andato a comunicare il decesso di un paziente, ma i parenti dell’uomo, un trentatreenne di Rosarno (Reggio Calabria), hanno reagito alla notizia malmenandolo al punto da procurargli un trauma cranico e addominale. È quanto è accaduto nel blocco operatorio dell’ospedale San Giovanni di Dio di Crotone ai danni di un medico anestesista che adesso si trova ricoverato nel reparto di Chirurgia del nosocomio, dove presta la sua attività. L’aggressione nei confronti del medico è stata messa in atto da due donne, parenti della persona deceduta, che sono state denunciate in stato di libertà con l’accusa di lesioni in concorso, danneggiamento e interruzione di pubblico servizio dagli agenti di polizia intervenuti per porre fine al pestaggio. “Questo ennesimo episodio di violenza – scrive l’Ordine dei medici di Crotone – nei confronti di chi si è adoperato al massimo per prestare la migliore assistenza al giovane paziente, che versava in particolari e già comunicate condizioni di acclarata criticità, pre-esistenti all’atto del ricovero, si ascrive, purtroppo, nell’ampio fenomeno di aggressioni nel settore sanitario che in Italia, ad oggi, conta circa tremila episodi l’anno, stando ai soli casi denunciati”.

Rai, pressing Cinque Stelle su Salvini: “Presidente subito, cambiamo nome”

Pressing dei 5 Stelle su Matteo Salvini per scaricare Marcello Foa e proporre un nuovo nome per la presidenza della Rai. In una giornata apparentemente interlocutoria, dove Lega e Forza Italia continuano a tenere il punto, si muove il partito di Luigi di Maio. In questi giorni, dopo aver incassato l’ad con Fabrizio Salini, i 5 Stelle erano rimasti spettatori nella partita per il presidente, lasciata nelle mani del leader leghista. Ieri, però, dopo giorni di polemiche e scontri, i pentastellati hanno deciso di farsi sentire, consigliando a Salvini di abbandonare l’idea di Foa e puntare su un altro nome per sbloccare una situazione che ha creato una difficile impasse politico-istituzionale. Di Maio già giovedì aveva detto di non impiccarsi al nome del giornalista italo-svizzero, ma ieri il concetto è stato ribadito con più forza tramite canali riservati: si lasci cadere l’opzione Foa, si scelga un altro nome di garanzia che vada bene a Fi e si vada avanti, perché non possiamo restare con un Cda azzoppato. In tal senso, però, i pareri divergono: c’è chi dice – come l’ufficio legale Rai – che il Cda è nel pieno delle sue funzioni e può operare e chi, invece, sostiene che qualsiasi provvedimento sarebbe illegittimo e impugnabile.

L’ideale, secondo M5S, sarebbe quello di una soluzione veloce, così da arrivare alla pausa estiva con ad e presidente in sella. Ma è più probabile il rinvio a settembre. Per due motivi. Innanzitutto perché la tensione tra Lega e Fi è ancora troppo alta. In secondo luogo, i tempi sono strettissimi. Il prossimo Cda è fissato per mercoledì. I lavori del Parlamento, però, terminano martedì: bisognerebbe indicare un nuovo nome, anticipare il Cda per ratificarlo e poi convocare in tutta fretta una Vigilanza per procedere a un nuovo voto parlamentare. Tempi stretti anche se ci fosse un accordo politico, figuriamoci senza. Nel frattempo dai 5 Stelle arriva una frenata pure sulle nomine, condivisa da Salvini. “Nominare i direttori dei Tg con un Cda senza presidente ci attirerebbe addosso una valanga di critiche. Meglio evitare”, è il ragionamento che si è fatto nella maggioranza gialloverde. Da qui l’input a risolvere al più presto la questione del presidente. Ufficialmente Salvini tiene la posizione: “Andiamo avanti su Foa. L’unico che deve delle spiegazioni è Berlusconi che dice no a un giornalista libero e liberale”. “Il governo condivida con noi un altro nome, di garanzia, e andiamo avanti”, risponde Giorgio Mulè. Ma ora che anche Di Maio si è fatto sentire, Salvini potrebbe convincersi.

Il centrodestra vuole in Regione la legale dei boss

Esperta di mafia lo è, Maria Teresa Zampogna. L’ha vista da vicino, al nord e al sud, a Milano e a Pavia, in Sicilia e in Calabria: per aver difeso un capo di Cosa nostra come Salvatore Lo Piccolo, un boss calabrese come Carmine Valle, un funzionario pubblico legato alla ‘ndrangheta come Carlo Chiriaco, un politico lombardo che comprava i voti mafiosi come Domenico Zambetti. È così esperta, che ora la maggioranza Lega-Forza Italia che guida la Regione Lombardia la vuole nel comitato antimafia regionale.

Protesta la consigliera Monica Forte, del Movimento 5 stelle, presidente della commissione consiliare antimafia della Regione: “Pongo un problema di opportunità: nel comitato devono entrare persone con esperienza nel contrasto alle mafie”. Non nella difesa dei mafiosi. Interviene anche David Gentili, presidente della commissione antimafia del Comune di Milano: “Un avvocato di mafiosi contrasta la mafia? La conosce, questo sì. Attendo di sapere se l’avvocato Zampogna abbia una riconosciuta esperienza anche nel contrasto alle mafie. Per ora la si conosce come avvocato di diversi mafiosi. E per ora io ritengo sbagliata la sua nomina”.

Chi sostiene la sua candidatura sottolinea che il diritto alla difesa è garantito dalla Costituzione e che difendere mafiosi non significa essere mafiosi. Vero. Resta però il problema dell’opportunità: garantire il diritto alla difesa e contrastare la mafia sono due funzioni ugualmente importanti, ma sono diverse tra loro. Ed è opportuno che restino divise. Si metterebbe il difensore di un violentatore in una commissione contro la violenza sulle donne? O il legale di un pedofilo in un organismo contro la pedofilia? No, ma nel caso dell’antimafia, oltre che l’opportunità, si dimentica perfino il buonsenso.

I clienti mafiosi dell’avvocato Zampogna sono tutti personaggi criminali di primo piano. Il boss Lo Piccolo, quando fu arrestato nel 2007, dopo 25 anni di latitanza, era considerato il capo di Cosa nostra a Palermo. Carlo Chiriaco, arrestato nel 2010 in seguito a un’indagine di Ilda Boccassini svolta in collaborazione con i magistrati di Reggio Calabria, era il potentissimo direttore della Asl di Pavia e, intercettato, si vantava delle sue amicizie con i boss della ‘ndrangheta e delle sue imprese mafiose: “Il primo processo l’ho avuto a 19 anni per tentato omicidio… comunque la legge è incredibile, quando tu fai una cosa puoi star certo che ti assolvono, se non la commetti rischi invece di essere condannato… È vero che gli abbiamo sparato… Sono stato assolto per non aver commesso il fatto. Dopodiché io sono un angioletto… Io sono veramente un miracolato, sono stato in mezzo a tanti di quei casini…”. E Zambetti, diventato assessore in Lombardia grazie ai voti comprati dalla ‘ndrangheta a 50 euro l’uno, con il suo arresto ha fatto implodere nel 2012 la giunta regionale lombarda. Allora era quella di Roberto Formigoni; oggi, sei anni dopo, la giunta di Attilio Fontana sta per insediare all’antimafia il suo legale.

Il maestro dell’avvocato Zampogna è Armando Veneto, presso il cui studio romano la legale s’appoggia. Veneto, che è stato senatore dell’Ulivo, fu il difensore di Tommaso Buscetta, che però lo cambiò subito dopo la decisione di collaborare con la giustizia e raccontare i segreti di Cosa nostra a Giovanni Falcone. Veneto è sempre restato invece il legale dei Piromalli. Fu investito dalle polemiche quando, in una giornata piovosa del febbraio 1979, tenne nella chiesa di Gioia Tauro, davanti a una folla enorme e a una distesa di corone di fiori, l’orazione funebre per Girolamo Piromalli, “don Mommo”, boss riconosciuto della ‘ndrangheta della Piana. Amico di Marcello Dell’Utri, Armando Veneto è più volte citato dai boss che tra il 2007 e il 2008, intercettati, parlano con il fondatore di Forza Italia di affari e di voti mafiosi da garantire e soprattutto di 41 bis, il carcere duro da cancellare o almeno ammorbidire per Giuseppe Piromalli, detto “Facciazza”.

Il “Comitato tecnico-scientifico per la legalità e il contrasto alle mafie” della Regione Lombardia è formato da sette membri. I cinque espressi dal Consiglio regionale sono stati votati il 31 luglio. Oltre a Maria Teresa Zampogna (proposta da Forza Italia), sono stati indicati (dalla Lega) il poliziotto Stefano Memoli ed Erica Antognazza, che è il capogruppo del Carroccio a Tradate. I Cinquestelle hanno suggerito Claudio Meneghetti e l’ufficio di presidenza della commissione antimafia ha indicato il professor Nando Dalla Chiesa, possibile presidente del comitato. Al presidente della Regione Attilio Fontana, ora, il compito di confermare Zampogna o di consigliarle il passo indietro.

“Cretino chi tira uova”. Ma il leghista le tirò contro D’Alema

Chi di uova feriscedi uova perisce. Il web non ha perdonato Matteo Salvini che ha chiuso sulla questione di Daisy Osakue- la ragazza che nei giorni scorsi è stata ferita a un occhio per il lancio di uova – tuonando “Chi lancia uova è un cretino”, ricordandogli che proprio lui, nel 1999, era stato prima denunciato e poi condannato a 30 giorni per oltraggio a pubblico ufficiale. Il motivo? Lancio di uova al presidente del Consiglio dell’epoca, Massimo D’Alema, e qualche divisa sporcata.

Non si sono fatti attendere alcuni esponenti della politica che hanno subito ripreso la notizia. A cominciare da Alessia Rotta, vicepresidente vicaria dei deputati del Partito Democratico, che ha twittato: “Concordo con il ministro Salvini. Evidentemente è un argomento che il vicepremier conosce bene, memore della condanna a 30 giorni di carcere per il lancio di uova contro pubblici ufficiali”. Spunta poi anche un tweet di Matteo Renzi: “Matteo Salvini ironizza sulla vicenda di Daisy dicendo che chi lancia uova è un cretino. Condivido la definizione. Sapete per cosa è stato condannato nel 1999 Matteo Salvini? Lancio di uova. Come si autodefinisce allora il nostro ministro dell’Interno?”.

“Negro di merda”, due spari contro un migrante ospite di una parrocchia

Adesso è tiro al migrante. Due aggressioni con colpi di arma da fuoco sono avvenute giovedì sera prima a Napoli e poi a Pistoia. E, ancora una volta, i bersagli degli sparatori sono due migranti con regolare permesso di soggiorno.

Il primo episodio è accaduto nel quartiere Vasto di Napoli e a farne le spese è stato Cissè Elhadji Diebel, senegalese di 22 anni che di mestiere fa il venditore ambulante. Secondo le prime ricostruzioni, intorno alle 22 di giovedì sera due ragazzi hanno raggiunto il gruppo di senegalesi esplodendo tre colpi di pistola, uno dei quali è andato a segno conficcandosi nella gamba del venditore ambulante. Il ragazzo è stato subito ricoverato all’ospedale Loreto Mare ma non è in pericolo di vita: per il momento il questore di Napoli Antonio De Iesu dice che è “prematuro” parlare di movente razzista anche se non è esclusa alcuna pista. L’altro episodio è accaduto pochi minuti dopo a Vicofaro, quartiere periferico di Pistoia. Intorno alle 22.30, due ragazzi in bicicletta hanno raggiunto Buba Ceesay – gambiano accolto nella parrocchia di Don Massimo Biancalani – mentre faceva jogging e gli hanno urlato contro “negro di merda”. Poi uno di loro ha esploso un colpo con una pistola scacciacani, per fortuna a vuoto.

“Adesso ho paura” dice al Fatto Quotidiano il 24 enne arrivato in Italia a marzo. L’episodio è stato denunciato alla Questura di Pistoia da Don Biancalani, parroco che nella sua comunità ospita più di 100 migranti e già vittima di intimidazioni per la su attività pro-accoglienza: un anno fa i militanti di Forza Nuova fecero irruzione mentre celebrava la messa e da ottobre ad oggi ha ricevuto minacce di morte con lettere anonime. “I miei ragazzi sono spaventati e alcuni di loro adesso stanno pensando di lasciare l’Italia – racconta Don Biancalani –. Questo episodio increscioso è il frutto del clima d’odio delle ultime settimane e del linguaggio razzista di politici come il Ministro dell’Interno Matteo Salvini”.

Aggredito senegalese: “Sono italiano”. Due minuti e mezzo di calci e pugni

De minuti e mezzo di calci e pugni nelle orecchie fino a farle sanguinare, un pestaggio brutale e gratuito in pieno centro a Partinico, a 40km da Palermo, preceduto dalle parole “guarda quel figlio di puttana negro, siete tutti figli di puttana, ve ne dovete andare dal nostro Paese” è costato al senegalese Dieng Khalifa, 24 anni, sette giorni di prognosi. I suoi aggressori, Gioacchino Bono, 34 anni e Lorenzo Rigano, 37, quest’ultimo pregiudicato per spaccio, sono finiti agli arresti domiciliari per violenza e lesioni aggravate dalle “finalità di odio etnico e razziale caratterizzato dalla presenza di più persone che ridevano compiaciute e manifestavano di fatto piena condivisione”, come scrive il gip di Palermo Filippo Anfuso che nell’ordinanza sottolinea come l’odio razziale “è verosimilmente alimentato anche da recenti e notorie manifestazioni di intolleranza che hanno avuto ampia eco mediatica”. Ad inchiodare i due aggressori del senegalese, ospite della comunità Simpatheia del paese, le immagini di due video camere di una tabaccheria e di un bar in piazza Santa Caterina, a Partinico, che hanno ripreso tutte le fasi dell’aggressione. Gratuita e brutale, scrive il gip, visto che Dieng, giunto in bicicletta in piazza con un amico, non aveva risposto alle provocazioni di un gruppo di giovani seduti al bar mostrando anzi il proprio documento e dicendo “Vedi, io sono come te, sono italiano”.

“Ma quale cazzo di italiano”, è stata la replica dei tre razzisti che si sono diretti verso il giovane senegalese iniziando a picchiarlo. Le indagini dei carabinieri, coordinate dal procuratore aggiunto Marzia Sabella, e condotte dai pm Geri Ferrara e Alessia Sinatra, hanno portato a galla, come scrive il gip, una “diffusa e desolante omertà che ha contraddistinto la generalità dei soggetti – tantissimi – che hanno assistito alle varie fasi dell’aggressione nessuno dei quali ha manifestato senso civico e atteggiamento collaborativo con gli inquirenti fornendo elementi utili per l’identificazione degli aggressori che sono abituali frequentatori della piazza e dei locali ivi ubicati”.

Motovedette alla Libia: Pd diviso sul post-Minniti

Lunedì la Camera vota il decreto che prevede la cessione alla Libia di 12 motovedette (10 “unità navali CP”, classe 500, in dotazione al Corpo delle capitanerie di porto, Guardia costiera; 2 da 27 metri, classe Corrubia, in dotazione alla Guardia di finanza). Provvedimento già passato al Senato e talmente importante per il governo da portare le firme del premier Giuseppe Conte e di ben 4 ministri (Salvini, Toninelli, Moavero e Tria).

Voteranno a favore – oltre a Lega e Cinque Stelle – anche Forza Italia e Fratelli d’Italia. E il Pd – praticamente fuori tempo massimo – ha cercato di smarcarsi, con l’obiettivo dichiarato di cercare far emergere spaccature nella maggioranza, ma con il risultato di spaccarsi. In Senato, i dem prima si sono astenuti in Commissione Esteri (dove siedono, tra gli altri, Renzi, Pinotti, Casini), poi in Aula hanno votato a favore. La discussione è partita giovedì a Montecitorio, con una parte del gruppo convinta che il Pd dovesse dire di no. Posizione difficilmente sostenibile visto che – come ammettono molti nel partito – il decreto in se stesso, in piena continuità con quanto fatto da Marco Minniti, va bene. E allora? Le risposte divergono. Si va da chi dice “non ci fidiamo di Salvini” a chi – come Graziano Delrio, il capogruppo – parla di una “richiesta unanime alla maggioranza di “mettere condizioni su monitoraggio e trattamento dei centri libici”, a Matteo Orfini che va all’attacco, promettendo un no “perché alla Lega non importa niente dei diritti umani”. Alla ricerca (complicata) di una sintesi i dem hanno presentato due emendamenti (prima firma la responsabile Esteri, Lia Quartapelle) per chiedere “sostegno” e “finanziamento”, ai programmi di crescita, “completamento del sistema di controllo dei confini terrestri del sud della Libia”, “adeguamento dei centri di accoglienza temporanei in territorio libico e alla formazione del personale libico”, oltre alla preparazione nel primo soccorso e nella tutela dei diritti umani”.

La cornice è il Memorandum d’Intesa del 2017 tra Gentiloni e al Serraj. La Lega però non ha intenzione di accoglierli. Perché – spiegano dal Viminale – il riferimento al Trattato è nella premessa della legge. Piero Fassino ha chiesto al governo di intervenire per dare conto dell’azione complessiva sulla Libia, prima del voto in Aula. Richiesta fallimentare in partenza: si vota lunedì. Il tentativo era quello di uscire dall’empasse in cui si è cacciato il partito, tra la voglia di scartare a sinistra e quella di non sconfessare politiche già iniziate con Minniti. Prove tecniche di un’opposizione incerta. I Dem sottolineano come manchi tutta la parte più umanitaria della questione e non si abbia chiara quale sia la politica del governo in Libia. Replicato in Aula il Sottosegretario agli Interni, Nicola Molteni (Lega): “È parte integrante, di questo decreto l’articolo 5 del memorandum, che fa del rispetto degli accordi internazionali, delle convenzioni internazionali vigenti e del rispetto dei diritti e dei principi umanitari una parte fondamentale del decreto stesso”.

Da notare che il relatore del testo è un leghista, dell’inner circle di Salvini, Eugenio Zoffili e che politicamente in Parlamento è seguito dallo stesso Molteni. I Cinque Stelle si accodano. Un elemento però c’è: nel provvedimento gli unici finanziamenti previsti sono per le motovedette. Spiegano dal Viminale: “È questo l’obiettivo del provvedimento. Che è all’interno di una visione strategica generale: tutte le altre misure seguiranno”. Nel frattempo, Federico Fornaro, che con Leu voterà contro, si appella alla violazione della Convenzione di Ginevra. Il Pd cerca l’exit strategy: votare compatto a favore e salvare la faccia. Ma qualche no ci sarà.