Daisy sta meglio, parteciperà agli Europei Under 23

Daisy Osakuepotrà partecipare agli Europei di Berlino. La discobola azzurra, che nella notte di domenica scorsa a Moncalieri (Torino) era stata colpita a un occhio da un uovo lanciato da una macchina con tre giovani poi identificati, è stata sottoposta ieri mattina a una visita presso l’Istituto di Medicina dello Sport a Roma. Il controllo ha dato esito favorevole e i medici hanno dato l’ok alla sua partecipazione alla rassegna continentale, in programma da lunedì a Berlino.

Nel referto – redatto dal direttore sanitario dell’Istituto di Medicina e Scienza dello Sport del Coni, Antonio Spataro – si parla di “un miglioramento del quadro clinico che consente la sospensione progressiva della terapia cortisonica e la partecipazione ai campionati Europei di atletica a Berlino”.

La primatista italiana Under 23 di lancio del disco farà quindi regolarmente parte della squadra azzurra che domani partirà per i campionati europei in Germania che si terranno nella settimana tra il 6 e il 12 agosto.

Il decreto incubo della destra e delle curve

C’è un incubo ricorrente nel mondo della destra neofascista. Si chiama “Operazione Runa”, ha la data del 5 maggio 1993. Fu la prima applicazione del decreto Mancino sulla discriminazione razziale, firmato pochi giorni prima dell’azione della polizia di Stato contro il gruppo di estrema destra. Ad essere colpita fu la sigla Base autonoma, network che includeva Movimento politico del romano Maurizio Boccacci – oggi militante attivo dell’area vicina a Forza nuova – e diversi gruppi skinheads italiani. Quell’inchiesta riuscì a smantellare un’organizzazione ritenuta estremamente pericolosa. Da allora la legge che prende il nome dall’ex ministro dell’interno è divenuta il nemico numero uno dell’area della destra radicale. E delle tifoserie più oltranziste, gruppi spesso legati spesso al neofascismo, vivai dove le sigle di area pescano manovalanza, trasformando le curve in vetrine. Come avviene negli stadi, con striscioni che diventano messaggi in codice, rivendicazioni, evocazioni. Temuta anche dall’area leghista, dopo la condanna a due mesi – definita nel 2009 – per l’ex sindaco di Verona Flavio Tosi per “propaganda di idee razziste”.

La legge 205 del 1993 ha nel frattempo accumulato una solida giurisprudenza. Scorrendo le sentenze della Cassazione degli ultimi cinque anni, consultabili sul database Italgiure, si ha una casistica significativa, una sorta di indicatore dei contesti colpiti dai magistrati. Non è necessario, ad esempio, che vi sia l’esplicito riferimento ad una “superiorità” etnica o religiosa, richiamando le teorie del razzismo biologico di stampo nazifascista. Basta “rendere percepibile all’esterno e a suscitare in altri analogo sentimento di odio etnico, e comunque a dar luogo, in futuro o nell’immediato, al concreto pericolo di comportamenti discriminatori” per vedere riconosciuta l’aggravante, hanno scritto i giudici di Cassazione lo scorso marzo. Il caso riguardava l’aggressione di due immigrati avvenuta a Busto Arsizio nel 2010: “Che venite a fare qua, dovete andare via”, aveva gridato un gruppo di giovani durante l’azione.

Nel maggio dello scorso anno la Cassazione si è espressa sul ricorso di un imputato di Lucca al quale era stata contestata l’aggravante dell’odio razziale. Confermando le condanne – i fatti riguardavano alcuni insulti antisemiti in ambito calcistico – i magistrati hanno definito il confine sottile tra propaganda e odio razziale: “La propaganda di idee consiste così nella divulgazione di opinioni finalizzata ad influenzare il comportamento o la psicologia di un vasto pubblico ed a raccogliere adesioni, l’odio razziale o etnico è integrato non da qualsiasi sentimento di generica antipatia, insofferenza o rifiuto riconducibile a motivazioni attinenti alla razza, alla nazionalità o alla religione, ma solo da un sentimento idoneo a determinare il concreto pericolo di comportamenti discriminatori”.

In almeno due casi anche il “saluto romano” è stato ritenuto punibile. In un processo conclusosi con il riconoscimento dell’applicabilità del decreto Mancino – ma con una assoluzione per prescrizione dei fatti – i giudici hanno sottolineato come l’esibizione di braccia tese all’interno di uno stadio “nel corso di un incontro di calcio valido per la partecipazione ai campionati mondiali di calcio, al quale assistevano 20.000 spettatori, trasmesso in televisione” violasse legge del 1993. La platealità del gesto è stata ritenuta un elemento di peso. Nel 2014 la Cassazione ha poi confermato il divieto di accesso agli stadi ad indagati per la violazione della legge 205 del 1993 accusati di insulti contro un calciatore di colore.

Più recentemente la Procura di Perugia ha chiesto l’aggravante dell’odio razziale per un jihadista , per alcune dichiarazioni “contro ebrei e cristiani”. L’ipotesi non ha retto poi al momento delle misure cautelari, ma rimane un precedente di rilievo.

Altra provocazione leghista: “Via la legge su odio razziale”

La salvinata del giorno la pronuncia (di nuovo) Lorenzo Fontana, ministro della Famiglia e della Disabilità leghista: vuole abolire la legge Mancino, quella che punisce la propaganda razzista, gli atti di discriminazione per motivi etnici, nazionali o religiosi, gli slogan fascisti. Secondo Fontana la legge Mancino “si è trasformata in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano”.

Lo schema della comunicazione leghista è facilmente riconoscibile: un esponente del partito (in genere Salvini stesso) lancia una proposta provocatoria, estremista o comunque non contemplata nel patto di governo stipulato con gli alleati grillini. Le opposizioni protestano. I Cinque Stelle (e il premier Giuseppe Conte) sono costretti a marcare precipitosamente le distanze. Poi la Lega ritira la proposta o se ne rimangia una parte, ma intanto l’obiettivo è raggiunto: l’elettorato di destra viene galvanizzato, la dichiarazione sopra le righe diventa la notizia del giorno (non si parla mai di lavoro, di economia, di fisco, ma di migranti o antifascismo) e i salviniani, nel bene o nel male, restano al centro del sistema mediatico. In questo senso Fontana – che alle cariche nella Lega somma il ruolo da tesoriere nella Fondation pour une Europe des Nations et des Libertés (Fondazione per un’Europa delle Nazioni e della Libertà, affiliata al gruppo dei partiti europei di estrema destra fondato da Marine Le Pen) – è uno dei più prolifici. Nei primi mesi di governo si è distinto per le crociate antiabortiste e per un’attenzione molto insistente nei confronti dei diritti degli omosessuali (“Le famiglie gay non esistono”, “La famiglia sia quella naturale, dove un bambino deve avere una mamma e un papà”, “Bisogna fermare la trascrizione nei registri dello stati civile dei bimbi nati all’estero, figli di coppie dello stesso sesso”).

Fontana spara, Salvini ricuce (senza mai delegittimarlo). Ieri il capo della Lega ha in qualche modo benedetto le parole del suo ministro sull’abolizione della legge Mancino, cavallo di battaglia del nuovo Carroccio nazionalista: “Già in passato la Lega aveva proposto di abolirla. Sono d’accordo con la proposta di Fontana: alle idee si contrappongono altre idee, non le manette”, ha detto all’Ansa. Poi ha specificato: “Non è comunque una priorità del governo e della Lega”.

Anche perché nell’altra faccia del mondo gialloverde, il protagonismo del ministro veronese non è apprezzato. Luigi Di Maio ha risposto in tempi brevi e con risolutezza inusuale: “Questo tema non è nel contratto di governo e serve solo a distrarre dalle reali esigenze del Paese”. Il premier Conte ha aggiunto: “Ritengo la legge Mancino uno strumento sacrosanto contro violenza e discriminazioni”. La voce più critica è di nuovo quella di uno degli uomini più vicini a Di Maio, il sottosegretario Vincenzo Spadafora (titolare della delega alle Pari Opportunità): “Non solo siamo contrari all’abolizione della legge ma vorremmo renderla ancora più incisiva, estendendola anche all’omofobia”. L’insofferenza di Spadafora era emersa già dopo le sparate leghiste su diritti gay e antirazzismo: è un termometro che misura la tensione tra gli alleati. Un governo che Pd e LeU hanno definito, con varie sfumature, ormai “apertamente fascista”. Non è chiaro quanto a lungo la Lega possa stressare il rapporto con Di Maio e i suoi. Salvini ha ribadito che le priorità sarebbero “lavoro, tasse, giustizia e sicurezza”. Temi – eccetto l’ultimo – di cui la sua propaganda non si occupa mai.

Il gioiello di B. defilato a Bruxelles e sempre pronto allo schianto

Tolti Mario Draghi, alcuni cuochi e un matematico, Antonio Tajani, 64 anni, romano di Roma con ascendenze ciociare, è l’italiano più alto in grado che abbiamo delocalizzato nella vasta Europa. Sta a Strasburgo dalla bellezza di 27 anni. E a forza di dimenticarcelo è arrivato in cima a quella montagna di burocrazie, corridoi e normative che ogni mattina, da una dozzina d’anni, ci fanno scivolare nelle fauci dei sovranisti, e che da gennaio dello scorso anno lo ha incoronato nientemeno che presidente di tutto quanto il Parlamento. Così in alto che neanche lui ci crede. Il che spiega quel paio di occhi in permanenza sbalorditi. E che ogni tanto trafiggono con il loro sgomento i nostri telegiornali, mentre Berlusconi, con il sorriso sempre più incattivito dalla ingratitudine degli italiani, annuncia per lui elogi e nuovi, intrasportabili fardelli chiamandolo “il nostro gioiello”.

Una vita fa lo ha candidato sindaco di Roma contro Veltroni, schianto garantito. Poi gli ha offerto e revocato cariche dentro il partito, più un paio di collegi farlocchi, dove fare fumo, ma senza il risarcimento dell’arrosto. Il pasto garantito era a Strasburgo e lì Tajani ritornava ogni volta. Sempre ringraziando il Capo in pubblico e lo Spirito santo in privato.

Ora ci risiamo. Due giorni prima del catastrofico 4 marzo lo ha candidato premier. E Antonio si è piegato con la consueta deferenza: “Accetto con onore, presidente” . Salvo che la nuova destra, dopo le urne, è rotolata da tutta un’altra parte. È comparso dal cilindro Giuseppe Conte. E Tajani, meschino, si è di nuovo eclissato in silenzio, verso le belle cerimonie che arredano i giorni di Bruxelles.

Un mese fa il nuovo squillo di tromba: “Ti nomino vicepresidente di Forza Italia”, gli ha detto il Capo, parlandogli al telefono dal salone di Palazzo Grazioli, mentre tutto intorno cadevano gli stucchi dai soffitti e le illusioni dal cuore. “Accetto con onore, presidente” gli ha risposto da lassù. Salvo che stavolta era tutto vero, e bisognava vederlo un paio di giorni fa, il povero Antonio, precipitato nell’afa romana, stretto tra le lupe in decolté di Forza Italia e l’iracondo Renatino Brunetta degradato a peones, davanti alle telecamere del manicomio mediatico, a fare davvero il vicepresidente di un esercito che sembra clamorosamente in rotta. E per una volta – forse la prima – questo elegante figlio della Prima Repubblica, misteriosamente traslocato nella Terza, sembra adatto al ruolo, il simbolo stesso di un nostalgico declino della politica e delle competenze, cominciato tanti anni fa.

Era l’inverno del 1994. Quando suonavi al cancello di Arcore, per le primissime interviste al tele palazzinaro brianzolo che stava per scendere in campo, dietro al guardiano con Beretta ascellare, c’era lui, Antonio Tajani, vestito blu, scarpe nere, camicia bianca, cravatta sempre così stretta al collo, da suggerire un pericoloso deficit d’ossigeno che già allora gli allargava gli occhi spampanati e insieme gli rallentava le parole, come stesse per cedere a uno svenimento o a un sonno. Diceva strascicato: “’Annamo per di qua, collega” e faceva lentamente strada verso il terzo salotto, dove in tuta cachemire, le gambe accavallate, il piede vibrante di nervosismo, il Dottore, 58 anni e ancora qualche capello fuori posto, attendeva elettrico la sua ora di esternazione, masticando il bicchiere di Marie Brizard.

Leggende correvano su questo allampanato romano di Roma, Tajani con la “j”, come “pajata”, 38 anni, padre generale, madre prof di latino. Turbinosa giovinezza-giovinezza al liceo Tasso, in guerra con le zecche comuniste guidate nientemeno che dal conte Paolo Gentiloni Silveri di Filottrano, salvo innamorarsi perdutamente (mai corrisposto) di Lucrezia Reichlin, la “ragazza più bella e più comunista di Roma”. Quietandosi, gli capitò di appassionarsi al giornalismo politico, finendo in piazza di Pietra, redazione romana de Il Giornale del grande Montanelli, guidata a quel tempo da Guido Paglia, ex Avanguardia nazionale, che gli faceva battere i tacchi lungo i corridoi di Montecitorio. Luogo dove Antonio, salvo un schiaffo rimediato un giorno dal missino Pazzaglia, si riempì di amicizie, scrivendo sempre così moderato che quando Paglia se ne andò sbattendo la porta – Montanelli aveva scelto Federico Orlando come suo vice, ignorando le sue pretese – venne naturale promuoverlo a capo della redazione. Fu il solito Gianni Letta a pescarlo da quella scrivania e a spedirlo in missione permanente dal Dottore che lo accomodò per mesi nella foresteria del villone, letto a una piazza, come era già accaduto con Marcello Dell’Utri e come accadrà con Sandro Bondi, tutti argini alla sua paura del buio.

A quell’epoca Tajani era monarchico, stravaganza che noi immaginavamo estinta come certi lepidotteri grazie al gelo della storia, e che invece sopravviveva tra le rughe e l’argenteria della nobiltà romana nullafacente. Di quella desueta civiltà, Tajani, figlio unico, pariolino, ci sembrava un innocuo sopravvissuto, in balia delle improvvise accelerazioni popolane del suo Capo che tra i prosciutti di Casalecchio di Reno, aveva appena dichiarato all’Ansa che tra Rutelli e Fini, candidati sindaci a Roma, lui avrebbe scelto Fini, non ancora titolare di case a Montecarlo, ma semplice neofascista, pupillo di Almirante.

Il giorno in cui Berlusconi va a Milano a licenziare Montanelli lui non si fa vedere in assemblea, e regge il soprabito del Capo in portineria. In cambio entra in lista per la Camera, anno ‘94, ma sfortunatamente la lista di Forza Italia nel suo collegio non viene ammessa per vizio di forma. Da quella disgrazia nascono tutte le sue fortune. Tre mesi dopo viene eletto alle Europee. Sembra un parcheggio a ore. Diventa una sosta permanente. Rinnovata per cinque legislature, un quarto di secolo, durante il quale coltiva l’obbedienza e le lingue, parla inglese, francese, spagnolo, ma continua a dare del lei al Dottore e a alzarsi quando entra. Due volte diventa Commissario Europeo. La prima nel 2008, dicastero dei Trasporti, si occupa di Alitalia e Tav, trascinando danni che ancora ci riguardano. Poi nel 2010, all’Industria, dove si scorda di vigilare sulle emissioni diesel, ma dove anche si guadagna encomi per avere difeso una fabbrica a Gijón, regione spagnola delle Asturie, 250 posti di lavoro a rischio delocalizzazione, una strada intitolata a suo nome.

Zero carisma. Zero eloquio. Fisico ingombrante. Ogni tanto dalla sua lontana orbita emette dei beep che segnalano la sua esistenza in vita. Contro la burocrazia ha detto: “La nostra Europa non è quella dei burocrati”. Contro il razzismo ha detto: “La nostra Europa non è quella del razzismo”. Sull’immigrazione l’ha presa alla lontana: “La nostra storia comincia alle Termopoli, quando i greci hanno respinto l’invasione dei persiani”. E poi: “Comincia sulle isole, in riva al mare, lungo i fiumi. Secoli di scambi, mescolanza di pensieri, dialettica di idee, di arte, di scienza”.

Mescolando pensieri diventa buon amico di Mariano Rajoy, ex leader spagnolo, e di Angela Merkel, di cui ammira tutto, anche i luminosi panta-tailleur. E dunque sta sulle ruspe a Matteo Salvini, l’altro italiano che avevamo mandato lassù, e che stipendio dopo stipendio, è diventato antieuropeista. Quando si trattò di nominare il nuovo presidente del Parlamento, il partito popolare lo scelse contro Gianni Pittella, schieramento socialista, remake involontario di Godzilla contro King Kong, applausi a fine combattimento, e discorso di insediamento durato 13 minuti: “Sarò il presidente di tutti, potrete contare sulla mia totale disponibilità”. Alto concetto che sta cercando di sviluppare anche in queste ore. Ma circondato dalla cagnara di Forza Italia, va spesso in confusione. Ha appena detto che la Rai è un falso problema e che non è questione di poltrone. Gasparri non sa se ridere o incazzarsi. Il Dottore sta per strigliarlo al telefono. Ogni tanto, grazie alla cravatta, riesce a dormire. E quando lo fa sogna Bruxelles, oppure Lucrezia.

Vaccini, ok al rinvio. Fattori (M5s) vota no “Sono indignata”

Anche per quest’anno effettuare le vaccinazioni previste per legge non sarà obbligatorio per frequentare le scuole dell’infanzia e gli asili nido: con un emendamento al Milleproroghe il governo ha deciso di rinviare al 2019/2020 l’esclusione per i bimbi per cui non vengono presentati i certificati. Il provvedimento è stato duramente contestato dall’opposizione (“Hanno vinto i no-vax”, il commento dell’ex ministra della Salute, Beatrice Lorenzin) ma ha creato qualche dissenso anche all’interno della stessa maggioranza. Elena Fattori, senatrice del Movimento 5 stelle, non ha seguito le indicazioni del partito, spiegando che “per storia personale, professionale e, dolorosamente, di madre, non posso fare altro che dissociarmi dal mio gruppo ed esprimere un indignato voto contrario”: “Questo provvedimento – ha detto – non ha nessuna possibilità di aumentare le coperture vaccinali, come abbiamo sempre dichiarato come MoVimento”. Il voto finale del Senato al Milleproroghe è previsto per lunedì e a quel punto la sospensione dell’obbligo per un anno sarà ufficiale. Il problema, comunque, è soltanto rinviato alla prossima estate.

Troll russi a impatto zero: i punti deboli dei dossier

“Non abbiamo idea di quante persone abbiano ritwittato questi messaggi o quei retweet. C’è il potenziale per raggiungere un pubblico molto ampio, ma è difficile sapere quanto sia grande”: a spiegare al Fatto, prima di qualsiasi numero o analisi, l’impatto che avrebbero avuto sulla politica e l’opinione pubblica italiana gli account e i post riconducibili ai troll russi dell’Ira di San Pietroburgo (l’Internet Research Agency accusata di diffondere sul web con la propaganda filo-Trump) è Darren Linvill, professore della Clemson University, che insieme a Patrick Warren li ha raccolti (sono oltre 3 milioni) per l’Fbi e l’indagine sul Russiagate. “La maggior parte dei tweet italiani – spiega – arriva a marzo e aprile del 2017 con un altro piccolo picco a settembre e ottobre 2017”. Con quale effetto? “È molto difficile stimare il possibile impatto delle operazioni russe su qualsiasi elezione. Stiamo facendo ulteriori analisi per ottenere una risposta migliore, ma dubito che ogni risposta sarà mai certa. Ci sono troppe variabili sconosciute”.

Contenuti. Il dati emersi finora sono residuali e necessitano quanto meno di approfondimenti, nonostante i maggiori giornali italiani abbiano deciso di dedicare ampio spazio alla notizia. I due ricercatori ci inoltrano un file che contiene tutti i tweet italiani, sono 12.610 e provengono da soli otto account: Anna Romano, 1lorenzofava1, Frannervia, Gattisilgatti, Giovanna_Moret, Marialuigi5, RossiRossivin, Sergio_Maestri. Hanno pochissimi follower, circa cento a testa.

Proviamo a fare una ricerca tematica: non ci sono contenuti “originali” ma solo dei retweet, ovvero il rilancio di contenuti creati da altri. Si tratta soprattutto di cronaca. Da “Renzi” a “Pd”, passando per “Salvini” e “M5s”, ci sono centinaia di condivisioni di notizie di politica ‘pura’ e di altre tanto a favore quanto contro tutti i partiti (nonché retweet del tipo “Il bacon che frigge fa lo stesso rumore della pioggia che cade”). Le condivisioni casuali e random fanno pensare si tratti di bot (in pratica robot) che producono contenuti in modo automatico per far sì che gli account restino attivi e che non vengano eliminati dal social network. In teoria, per mantenere attivo una sorta di piccolo esercito automatizzato pronto ad essere usato in caso di bisogno. Per i due studiosi, si tratta però di account gestiti da persone in carne ed ossa.

I dossier. Sui giornali italiani, questo set di dati si incontra – senza che i confini siano ben spiegati – con un altro dossier proveniente dal Quirinale che ha cercato di tracciare gli attacchi rivolti al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tra il 27 e il 28 maggio, quando il Movimento Cinque stelle ne aveva chiesto l’impeachment ed era partito l’hashtag #mattarelladimettiti. Vengono identificati soli 20 account in qualche modo (ma non si capisce bene come) riconducibili agli account russi. Facciamo una verifica su uno dei più citati perché considerato ‘chiave’: l’utente Elena07617349. Scopriamo che viene citato dai fake del Cremlino dieci volte, su tre milioni di tweet. Inoltre, il Corriere riferisce di 400 nuovi account che tutti in una volta si sarebbero “attivati” quella notte contro il presidente Mattarella, provenienti da “un’unica origine” poi confermata dalla Polizia Postale. Non si spiega però come, se sia stata Twitter o altri elementi a confermarlo. Fonti della polizia postale dicono al Fatto che in quella data non avrebbero lavorato nello specifico su questo evento, bensì su singoli account Twitter che venivano segnalati per ingiuria, diffamazione e minacce. Insomma, per ipotesi di reato. Anche perché, una dinamica diversa potrebbe far ipotizzare un controllo quasi a tappeto sugli utenti che potrebbe apparire quanto meno illegittimo.

I motivi.In una intervista al Messaggero, Patrick Warren ha spiegato che comunque non c’è nulla di strano. Quella russa è una strategia collaudata. “A loro non interessa diventare famosi, vogliono trovare contatti locali, o che sembrino locali, ai quali dare il compito di esaltare il nome e l’influenza di elementi estremisti che già esistano nel Paese. A loro interessa creare il caos, quindi sostengono estremismi opposti”. Sulle prove di contatti diretti con i partiti italiani “la strategia russa è quella di dividere un paese e aumentare la prevalenza di punti di vista estremi – spiegano Linvill e Warren – . Nel farlo, tuttavia, sembrano avere parti e candidati preferiti. Sicuramente negli Stati Uniti lavorano per aumentare i messaggi positivi sul presidente Trump e tentare di dividere il partito democratico”. In un modo o in un altro, insomma, cercherebbe comunque una strada. “Il lavoro dell’Ira fa parte di un programma molto più ampio e sfaccettato per destabilizzare le democrazie occidentali. Un buon confronto con l’Italia potrebbe essere la Germania”.

Contesto. Per valutare il rischio reale è utile considerare il contesto. Twitter, oggi, è il social network con il minor numero di utenti: 330 milioni a fronte degli oltre 2,2 miliardi di Facebook e del miliardo su Instagram. In Italia, gli utenti di Twitter sono 8 milioni circa, 30 milioni quelli di Facebook. Quando si parla quindi di “interferenze straniere nel dibattito” bisogna tener conto delle dimensioni del bacino. Gli account bloccati da Facebook, ad esempio, sono stati solo 32. I tweet che sono stati definiti pro Lega e M5s solo 1500. Ma ogni giorno su Twitter vengono pubblicati circa 600milioni di cinguettii, una mole di circa 200 miliardi l’anno.

Si addensano nubi di spread, Tria promette reddito e flat tax

Prime avvisaglie di quello che ci attende in autunno: lo spread supera i 252 punti. Ma non è l’unico problema, al curva dei rendimenti si è appiattita, cioè salgono i rendimenti a breve termine invece che – come sarebbe fisiologico – quelli a medio lungo. La tensione si registra soprattutto a due anni: il rendimento dei Btp biennali è salito fino all’1,27%, come a inizio giugno, nei momenti di maggiore tensione della crisi politica prima dell’inizio del governo Conte.

Nel mercato estivo si muovono di solito bassi volumi, quindi basta poco a creare grosse oscillazioni. Ma ieri gli operatori sono rimasti stupiti nell’osservare forti ordini, soprattutto dall’Asia, di vendita, a prescindere dai prezzi in caduta dei titoli italiani (sono saliti gli spread di quasi tutti i titoli europei). Come se ci fossero ordini precisi di liberarsi di asset. Ieri è intervenuto direttamente anche il ministero del Tesoro che ha ricomprato quasi un miliardo di euro di titoli italiani a breve scadenza (tra due e quattro anni) . Un segnale sia per calmare i mercati, ma anche per dimostrare che l’Italia ha abbastanza munizioni per arginare eventuali speculazioni al ribasso.

Chi opera sui mercati sa leggere il segnale che arriva da questi movimenti: sta arrivando la tempesta, c’è l’attesa di qualche evento negativo e gli investitori si stanno posizionando. Per l’Italia l’evento negativo, su questo sono tutti d’accordo, perfino il Financial Times, è la legge di Bilancio che il governo dovrà iniziare a delineare dopo l’estate e mandare a Bruxelles entro il 15 ottobre.

Ieri si è tenuta una prima riunione tra il ministro dell’Economia Giovanni Tria e altri membri dell’esecutivo coinvolti nella legge di Bilancio, da Enzo Moavero (Esteri) a Paolo Savona (Affari europei) al vicepremier e ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio.

Al termine di questo incontro, atteso e temuto dagli investitori da due giorni prima ancora di saperne il contenuto, Tria dice solo che c’è “compatibilità” tra gli obiettivi politici e i vincoli sui conti pubblici. Tra gli obiettivi ci sono flat tax e reddito di cittadinanza, da far partire nella legge di Bilancio. Sui numeri, però, al momento resta il mistero.

Savona archiviato nell’indagine di Trani per usura bancaria

Il giudice delle indagini preliminari d di Trani, Raffaele Morelli, ha archiviato l’inchiesta per usura bancaria che vedeva coinvolti il ministro delle Politiche europee Paolo Savona e altri 61 personaggi tra ex e attuali figure di spicco di Monte dei Paschi, Banca nazionale del lavoro, Unicredit e Popolare di Bari, ma anche di Banca d’Italia e ministero del Tesoro. Il ministro era coinvolto per fatti relativi al suo passato in Unicredit. La Procura li accusava di aver praticato tassi e interessi usurari sui finanziamenti concessi, dal 2005 al 2012, a una serie di imprenditori. Gli altri nomi di spicco del panorama bancario nazionale indagati nell’ambito di questa inchiesta erano, Alessandro Profumo (ex amministratore delegato di Unicredit), Luigi Abete (presidente di Bnl), Giuseppe Mussari (ex presidente di Mps), Marco Jacobini (presidente di Popolare di Bari), e, ancora, Fabrizio Saccomanni (ministro dell’Economia del governo Letta) e Anna Maria Tarantola (poi diventata presidente Rai) per i loro ruoli in Banca d’Italia. Era stato lo stesso pubblico ministero a chiedere l’archiviazione che il gip ha disposto in questi giorni nonostante l’opposizione di alcuni denuncianti perché “la notizia di reato è infondata”.

Consob, Nava ora rischia sull’incompatibilità

La posizione di Mario Nava alla guida della Consob traballa sempre di più. Non c’è solo il governo, per decisione del premier Giuseppe Conte, che ha chiesto le carte relative alla sua nomina, sotto attacco di Lega e M5s. C’è soprattutto una novità dirompente: Nava non sarebbe in semplice “distacco” dalla Commissione europea, ma “in comando”, cioè in nome e per conto di Bruxelles. La novità emerge dal parere espresso dall’avvocato generale dell’Authority di Borsa, Fabio Biagianti. A questo si aggiungono le incongruenze tra i documenti ufficiali e quanto sta emergendo.

Breve riassunto. Nava – nominato dal governo Gentiloni prima di Natale – ha deciso di restare formalmente un dipendente di Bruxelles, dove guidava la Direzione mercati finanziari, mettendosi in “distacco” anziché in aspettativa come chiede la legge istitutiva dell’Authority. Il distacco, peraltro, è triennale, mentre l’incarico Consob è di 7 anni. Una stranezza che non ha impedito a Palazzo Chigi di nominarlo, dopo una trattativa con Bruxelles di 4 mesi. Il Quirinale ha vidimato la decisione senza fare valutazioni giuridiche, e la Corte dei Conti l’ha registrata, ma con una riserva legata proprio alla stranezza del distacco triennale. Lega e M5s hanno depositato interrogazioni parlamentari chiedendo al governo di rivedere la nomina.

Al momento di insediarsi, il 16 aprile, Nava ha dichiarato di non avere cause di incompatibilità, senza però convincere i commissari del collegio, che hanno chiesto un parere a Biagianti. Il tema riguardava proprio la natura del distacco, visto il dubbio che si potesse trattare di altro. Biagianti dopo aver interloquito con Nava, ha lasciato tutti di stucco consegnando – notata anche dal Sole 24 Ore – un parere in cui si spiega che il neo presidente è “in comando”, non in distacco, anche perché quest’ultimo non sarebbe previsto dallo statuto dei lavoratori europei. La differenza è rilevante: il comando implica una dipendenza sostanziale da Bruxelles, anche gerarchica, e diversi obblighi normativi, come quello di rendicontazione, di segnalazione delle pratiche, di ottenere l’autorizzazione preventiva per un’attività esterna, di lealtà verso l’Ue. In pratica Nava presiederebbe un’autorità indipendente italiana in nome e per conto del suo datore di lavoro, che è la Commissione. La seconda anomalia è che i documenti ufficiali, sia di Palazzo Chigi che della Corte dei conti menzionano solo il distacco, mai il comando. Come è possibile? Solo un problema di traduzione? O c’è dell’altro?

Il collegio dei commissari ha preso atto del parere, consegnato al governo. Il regolamento Consob prevede che il collegio, qualora incorrano incompatibilità dei suoi membri, le segnali al premier. Al momento non è successo. La spiegazione fatta filtrare è che le norme si riferiscano solo a incompatibilità sopravvenute, non a monte della nomina, come nel caso di Nava. Una versione che però Palazzo Chigi – a cui spetta la valutazione di legittimità dei regolamenti Consob – non condivide, al punto che, quando ha rivelato di aver chiesto le carte, ha ribadito di attendersi l’esito della valutazione del collegio. La situazione di Nava espone la Consob a rischio di ricorsi per qualsiasi atto, mentre il malumore nei palazzi romani, anche sul Colle più alto, cresce sempre di più. Nessuno, però, sembra voler assumersi la responsabilità di dire che il Re è nudo.

Addio ai vitalizi, il Consiglio di Stato dice sì (con paletti)

Il Consiglio di Stato ha detto sì, con dei paletti. E su quei limiti è guerra di interpretazioni. Però la certezza è che i senatori possono abolire i vecchi vitalizi come si è fatto alla Camera, con una delibera dell’ufficio di presidenza, senza rischiare richieste di risarcimento.

È quanto affermano i giudici amministrativi nel parere richiesto sulla riforma dei vitalizi dalla presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati, che aveva posto tre quesiti. Ovvero quale fosse “la fonte normativa idonea” per abolirli, i “profili di legittimità costituzionale del provvedimento” e ragguagli “sull’eventuale responsabilità in cui potessero incorrere i membri del Consiglio di presidenza”. Il Consiglio di Stato risponde che si può intervenire tramite delibera, e che i senatori dell’ufficio di presidenza non corrono rischi, anche in virtù dell’articolo 68 della Costituzione (“I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”). Più complesso il tema dei limiti di costituzionalità. Perché secondo i giudici si possono toccare i diritti acquisiti “quando la nuova disciplina sia razionale e non arbitraria, non pregiudichi in modo irragionevole la situazione oggetto di intervento e sussista una causa normativa giustificata da una inderogabile esigenza di intervenire o da un interesse pubblico generale”. Sillabe che provocano molte reazioni. Con ambienti del Senato che leggono il parere come la dimostrazione che “la cautela della presidente Casellati era giustificata” e che forse la delibera Fico, adottata a Montecitorio, si è spinta troppo oltre. E comunque “si andrà avanti sui vitalizi senza ostruzionismi”, ascoltando in audizione il presidente dell’Inps Tito Boeri. Mentre va oltre l’ex senatore del Pd Ugo Sposetti: “Viene confermato quanto detto dai costituzionalisti sentiti in Parlamento, non si poteva fare una legge arbitraria e retroattiva. Gli stessi principi sanciti nelle sentenze della Corte costituzionale, palesemente violati dalla delibera della Camera”. È tutt’altra la reazione dei 5Stelle. Con il presidente della Camera Fico che rivendica: “Il parere dimostra che Montecitorio per il taglio dei vitalizi ha agito con lo strumento adatto”. Ovvero con la delibera.

Mentre il capogruppo del M5S Stefano Patanuelli pressa Casellati: “Finora il Consiglio di presidenza si è riunito solo una volta per discutere di vitalizi, ma non si può perdere altro tempo”. E allora è opportuno ascoltare gli esperti. Come Gaetano Azzariti, docente di Diritto costituzionale presso l’università La Sapienza di Roma: “Il Consiglio di Stato dice che la riforma si può fare, ma il vero nodo è come si possa fare, e i giudici spiegano che l’intervento sui vitalizi deve essere ragionevole e proporzionale. In particolare, non deve violare l’articolo 38 della Carta (secondo cui i lavoratori “hanno diritto a mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”, ndr). Ma la delibera Fico rispetta quei parametri? Azzariti replica: “Questo non poteva essere chiesto ai giudici. Però rispetto all’articolo 38 si può citare il caso dell’ex deputato Franco Grillini (malato di tumore, dice che non potrà pagare più le cure per il taglio al vitalizio, ndr). E quello può essere un punto critico”. Ossia può facilitare ricorsi? Il professore è scettico: “Per le delibere dell’ufficio di presidenza vale il principio dell’autodìchia, quindi quell’atto può essere ridiscusso solo da un organo della Camera di appartenenza. Il ricorso a un giudice esterno, ossia alla Consulta, non mi pare affatto facile”.

Poi c’è l’avvocato amministrativista Gianluigi Pellegrino, secco: “Il Consiglio di Stato ha tolto ogni alibi alla presidenza del Senato, che li cercava con i suoi quesiti. La chiara speranza era di intervenire tramite legge, che è sottoponibile a ricorsi. Ma i giudici affermano che si può intervenire tramite delibera, e che essendo un atto di carattere normativo non se ne può chiedere conto ai parlamentari”. Obiezione: non si incide su diritti acquisiti? “Il Consiglio scrive chiaramente che i vitalizi sono qualcosa di meno rispetto alle pensioni, quindi che sono meno protetti, e a maggior ragione si può intervenire anche in via retroattiva purché in modo razionale”.