Non chiamatelo “Air Force Renzi”, per carità. L’ultimo giapponese sull’isola del Nazareno si chiama Davide Faraone, già sottosegretario e plenipotenziario dell’ex premier in Sicilia. Oggi – senatore semplice al pari di quello di Scandicci – Faraone regala una perla straordinaria; un’allucinata, disarmante argomentazione per assurdo: “Il Fatto – dice – ha ammesso la sua stessa bufala. Lo chiamano da mesi AirForceRenzi, ma l’aereo non ha mai volato con Renzi a bordo”. Il ragionamento è micidiale: non conta che sia stato Renzi a volere il disastroso contratto di leasing dell’Airbus A340-500 (sul quale indaga la Corte dei Conti). Non conta che sia stato Renzi ad avallare un restyling degli interni del velivolo per renderlo più adatto al trasporto delle autorità per un ulteriore esborso (massimo) di 16 milioni di euro. Non conta, insomma, che sia stato Renzi a volere l’Air Force Renzi. Siccome l’ex premier non ha fatto in tempo a godere della sua intuizione – ci spiega il geniale Faraone – la responsabilità politica non può ricadere su di lui. E dunque quella del Fatto è una bufala: avremmo dovuto chiamarlo Air Force Alfano.
Trenta straccia il contratto dell’Airbus: paga Alitalia
C’è una data per la rottamazione dell’Air Force Renzi: il 7 agosto. Il ministro della Difesa Elisabetta Trenta ieri ha annunciato di aver formalizzato la richiesta di rescissione dal contratto di leasing con Alitalia (che fa da intermediario con Etihad, proprietaria del velivolo) per la cui risoluzione è stata convocata una riunione tecnica tra tre giorni: sul tavolo il tema delle penali, stimate a spanne in 70 milioni di euro, quasi metà della spesa stabilita con gli impegni assunti dal governo Renzi. Una cifra non da poco.
Dal ministero filtra però la strategia per evitare di pagare: lasciare il conto ad Alitalia. Il ragionamento è questo: la compagnia italiana ha un debito con lo Stato di 120 milioni circa, quindi “quando ci diranno di pagare le penali, diremo che paghiamo, ma iniziando a scalare quanto ci dovete”. A quel punto, a seconda del contratto che la lega a Etihad, proprietaria dell’Airbus 340, Alitalia potrebbe anche valutare la possibilità di avvalersi delle norme che consentono alle imprese in amministrazione straordinaria di rescindere contratti non indispensabili all’operatività aziendale. E quindi, a sua volta, di stracciare il contratto con gli arabi.
Trenta ha insistito anche sull’aspetto politico e simbolico della decisione: “Oggi chiudiamo la storia dell’Airbus di Renzi. Si chiuderà l’era degli sprechi e dei privilegi. Questo Paese tornerà a essere normale”. Sprechi sempre al centro della contesa politica perché – insieme alla rottamazione dell’accordo – Palazzo Chigi ha attivato le procedure per desecretare i contratti correlati, compreso quello da 16 milioni, poi saltato, per dotare l’Airbus di “un’area dedicata all’autorità, suddivisa nella cabina letto, con annesso bagno e doccia, nello studio privato, nonché in un’area riunioni con lo staff”. Il governo vuole capire bene cosa prevedesse il capitolato del contratto e se fossero già stati attivati contatti con aziende che avrebbero dovuto eseguire i lavori. Renzi si è sempre difeso così: “Niente lusso, è solo un aereo di linea normale”. La sua versione è che non ci sarebbe stata nessuna modifica strapagata agli interni. Adesso però si scopre che questo non è avvenuto non per uno slancio di sobrietà, quanto per i ritardi nel progettare il restyling da parte di Alitalia.
Palazzo Chigi era piuttosto attivo nel chiedere le modifiche sin da metà novembre 2016, poco prima che l’esito del referendum portasse Renzi alle dimissioni. Ecco infatti cosa il colonnello Valerio Celotto, coordinatore del Servizio per i voli di Stato di Palazzo Chigi scriveva lo scorso gennaio al segretario generale in un documento che il Fatto ha potuto visionare: “Con nota del 15 novembre 2016 è stato richiesto ad Armaereo (la direzione degli armamenti aeronautici della Difesa) di attivare le procedure negoziali previste dal contratto per la realizzazione della riconfigurazione interna”.
Armaereo chiede così ad Alitalia “sulla base di un cronoprogramma preventivamente concordato di far pervenire entro il mese di febbraio 2017 i preventivi”. Ma la compagnia la tira per le lunghe per un anno, forse perché il riallestimento vip non è così banale. Si legge infatti nella missiva di Celotto: “Nonostante i numerosi solleciti formali ed informali da parte di Armaereo nei confronti di Alitalia, anche attraverso la convocazione di riunioni, (…) Alitalia ha comunicato solo in data 22 dicembre 2017 di aver di fatto concluso l’acquisizione dei preventivi delle 6 società selezionate”. A quel punto, “in ragione del forte ritardo di Alitalia”, la presidenza del Consiglio, con Paolo Gentiloni premier da tempo, non è più certa di confermare la riconfigurazione. Anche perché ci sono tempi di completamento dei lavori “non inferiori ai 12-15 mesi”, e visto che il leasing scade nel 2024, con possibilità di proroga di due anni, tutto questo impone “serie riflessioni sulla convenienza stessa ad affrontare le significative spese, in ragione del limitato residuo di tempo di utilizzo”. Sui dubbi influisce probabilmente anche una considerazione che in quei mesi fanno nei corridoi di Palazzo Chigi: per contratto, tutto quanto verrà montato sull’aereo, dovrà poi essere smontato, prima di restituirlo a Etihad. Altri costi e altri mesi di stop. Su 8 anni di leasing, l’aereo rischia di essere usato solo per 5 anni. I 150 milioni del costo totale, se parametrati su un periodo così breve, rischiano di essere ancora più esplosivi. E poi siamo alla vigilia delle elezioni: potrebbe essere opportuno, scrive Celotto, “rinviare la decisione al nuovo esecutivo che dovrà utilizzare l’aeromobile praticamente quasi al termini del leasing”. E così sarà, fino alla decisione dell’attuale governo Conte di rottamare il contratto.
Pd&Salvini Production
Com’era chiaro fin dal primo giorno – dalla dinamica dei fatti, dal racconto onesto e sobrio della stessa vittima, dai precedenti lanci di uova dalla stessa auto su pensionati e donne di pelle bianca, dalla prudenza dei Carabinieri di Moncalieri e della Procura di Torino – il tiro al bersaglio contro la campionessa italiana d’origine africana Daisy Osakue non era un raid razzista e non c’entrava niente col nuovo governo e con le sparate xenofobe di Salvini & C.. Era, diversamente da altri truci delitti xenofobi, la schifosa bravata di un branco di bulli con la testa vuota, da raccontare e da punire per quello che era. L’unica novità emersa dalle indagini degli inquirenti, chiuse l’altroieri con l’identificazione e la confessione degli aggressori, è che uno di loro è figlio di un consigliere comunale del Pd. Cioè del partito che fin dal primo momento, seguito a ruota dalla stampa sottostante, aveva usato la povera Daisy per buttarla in politica e fare un po’ di propaganda a buon mercato. E ora si ritrova col suo consigliere comunale costretto a smentire il razzismo del pargolo e dei suoi amichetti. L’ennesimo boomerang che si ritorce contro chi l’aveva lanciato, per la gioia di Salvini. Che, se avesse scritto la sceneggiatura, non sarebbe arrivato a tanto.
Matteo Renzi: “#DaisyOsakue è una campionessa italiana. Ieri è stata selvaggiamente picchiata da schifosi razzisti. Gli attacchi contro persone di diverso colore della pelle sono una EMERGENZA. Ormai è un’evidenza, che NESSUNO può negare, specie se siede al Governo. Italia, #torniamoumani”.
Deputati Pd (che citano Graziano Delrio ed Emanuele Fiano): “La vile aggressione all’atleta nazionale italiana di origine nigeriana #DaisyOsakue è grave e inaccettabile. Esprimiamo la solidarietà della nostra comunità e chiediamo che il governo venga urgentemente in Aula a riferire”.
Dario Stefàno: “Ogni giorno un nuovo episodio di violenza a sfondo razzista. Oggi tocca all’atleta azzurrina #DaisyOsakue. C’è un clima pericoloso che attraversa il Paese, figlio di una propaganda permanente fondata su odio e intolleranza. #BastaRazzismo”.
Stefania Pezzopane: “#DaisyOsakue è una campionessa italiana, sue lacrime sono dolore per tutti, selvaggiamente colpita da indegni razzisti, ormai ogni giorno aggredite persone di diverso colore della pelle. Mai in #italiarepubblicana #governorazzista“.
Paolo Montagna (sindaco di Moncalieri): “Moncalieri è una città sana, ma Salvini ora abbassi i toni”.
Alfredo Bazoli: “Roma, Caserta, Vicenza, Aprilia, Partinico. Ora l’aggressione alla azzurra #DaisyOsakue Gli episodi si moltiplicano mentre #Salvini parla di ‘invenzione della sinistra’. Ecco il ‘cambiamento’, stiamo diventando un Paese fascista e razzista #BastaRazzismo #bastaodio #fermiamoli”.
Raffaella Paita: “A #Osakue mentre tornava a casa a #Moncalieri le (sic, ndr) sono state lanciate delle uova. È stata colpita al volto e operata per una lesione alla cornea. È l’ennesimo vile atto razzista, questa politica d’odio non è più tollerabile”.
Dario Nardella: “Hanno aggredito #DaisyOsakue e lo hanno fatto solo per il colore della sua pelle. Quel branco di bestie vigliacche si sente anche incoraggiato dalla retorica razzista che sempre più cresce in Italia”.
Alessia Morani: “Ho appena letto che il #m5s condanna l’aggressione a #DaisyOsakue. Invece di fare ipocrite note stampa fermate la spirale d’odio innescata dal vostro alleato #Salvini oppure ne siete corresponsabili #bastarazzismo”. “Ecco i risultati delle politiche d’odio di #Salvini #bastarazzismo”.
Andrea Romano: “Anni di talk su ‘emergenza stranieri’, anni di irrisione e sberle tv contro chi provava ad argomentare: la violenza contro #DaisyOsakue e contro gli altri non nasce dal nulla, ma da una semina lunga e accurata. I seminatori e i loro complici non fingano stupore”.
Maurizio Martina: “Il governo che non riconosce il problema diventa complice di questa spirale di violenza razzista”. “Serve una grande mobilitazione antirazzista. Aperta, plurale, unitaria. Facciamo appello a tutte le energie che non si rassegnano a questo clima d’odio”.
Stefano Bonaccini: “Ha ragione Salvini, gli italiani non sono razzisti: per questo trovo irresponsabile alimentare quotidianamente tensioni e divisioni che incoraggiano gesti scellerati. Chi sta nelle istituzioni deve garantire sicurezza e inclusione, non fomentare violenza”.
Ettore Rosato: “Un’atleta italiana, una ragazza come tante. Oggetto di violenza, stupidità, cattiveria, intolleranza. Ma non è da meno chi ogni giorno nelle sue responsabilità istituzionali minimizza. Con la paura e l’odio si possono prendere i voti ma non si governa una democrazia #DaisyOsakue”.
Piero De Luca: “Roma, Catania, Vicenza, Caserta, Partinico, Latina. Tutti Comuni interessati da episodi di violenza a sfondo razziale. Oggi l’aggressione a #DaisyOsakue… È ora di dire basta al germe dell’odio della politica di #Salvini. Un germe che sta infettando l’Italia”.
Enza Bruno Bossio: “L’odio verbale genera violenza fisica che ha una matrice chiara: il #razzismo. #Salvini può fare finta che tutto questo non avvenga, può anche negare la realtà, questo non lo renderà meno responsabile politicamente. #DaisyOsakue”.
Luciano Nobili: “Così è stata ridotta #DaisyOsakue, italiana, campionessa di atletica, da dei bastardi razzisti. Un’umiliazione per l’Italia intera mentre il ministro Salvini che dovrebbe proteggerla incita a fascismo e odio razziale coi suoi complici a cinque stelle. Vergognatevi”.
Graziano Delrio. “Le lacrime di #DaisyOsakue sono lacrime che fanno male, che feriscono intimamente e che dovrebbero far riflettere chi sta soffiando sul fuoco dell’intolleranza. #bastarazzismo”.
Alessia Rotta: “Questa è Daisy Osakue una nazionale italiana di atletica. Domenica notte è stata aggredita da due ragazzi. @salvini mi stai legittimando la violenza fai da te e la legittima difesa preventiva contro chi ha un colore diverso della pelle. Questo si chiama razzismo! #forzadaisy”.
Sergio Staino (Il Dubbio): “Grillo afferma che il razzismo non esiste. Parla come persona informata dal Fatto”.
La Repubblica: “Il silenzio complice del Viminale”. “Daisy, Grillo attacca i media. Martina: ‘È una vergogna’. L’Agcom studia un regolamento contro il linguaggio d’odio e le discriminazioni”.
Francesco Merlo (la Repubblica): “L’estate del nostro disonore”, “In questo 2018, da Moncalieri a Catania, è la caccia al nero il delitto dell’estate”.
Sebastiano Messina: “Macche razzismo, è tutta una nostra invenzione. È solo una manovra dei media – avverte Beppe Grillo… Dunque anche lui la pensa come il suo alleato Matteo Salvini, che non vuol sentire parlare di razzismo, facendo perdere la pazienza pure ad Avvenire”.
Luca Bottura (la Repubblica): “Secondo Beppe Grillo, che già aprì le porte ai militanti di Forza Nuova purché accettassero le sue idee, l’uovo in faccia che ha colpito l’atleta azzurra è stato un episodio fortuito e non ascrivibile a un clima preciso. Si tratta di una storicizzazione talmente pregnante che è giusto applicarla ad altri episodi del nostro recente passato. Facciamo insieme. Leggi razziali, 1938… Suicidio Mattei, 1963… Strage di Bologna, 1980… Ustica, 1980… Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, and counting… Un po’ come rischia di capitare a chi va in giro a prendere a facciate le uova degli altri, per capirci”.
Marco Tarquinio (Avvenire): “Vergogniamoci. L’atleta italiana di colore Osakue colpita a un occhio. Ma per Salvini il razzismo non c’è. Palazzo Chigi evoca il bullismo”. “Quel mostro da riconoscere”, “Salvini pesi bene le parole, perché negare l’evidenza non fa altro che assolvere e ingigantire il mostro”.
Ps. Così, per sapere: ma questi li paga Salvini, o lavorano tutti per lui gratis?
Il sequel di Henry James a Pordenonelegge (oltre a 57 anteprime)
È stato annunciato il programma definitivo dell’edizione 2018 di Pordenonelegge, che avrà 58 anteprime di grandi autori italiani e stranieri i quali hanno scelto la festa del libro, dal 19 al 23 settembre, per lanciare i loro ultimi lavori. Tra i più noti, Arturo Pérez Reverte, Jeffery Deaver, Ala Al-Aswani, Pierre Lemaitre, Milijenko Jergovic, Margaret George, Antonio Scurati e John Banville, che scrive il seguito di “Ritratto di signora” raccogliendo il testimone di Henry James: “Isabel”, in uscita per Guanda, porterà la protagonista a chiudere i conti con il passato e prendere in mano il proprio destino.
L’apertura sarà nel segno di Pierluigi Cappello: il 19 settembre al Teatro Verdi si presenta “Un prato in pendio. Tutte le poesie 1992-2017”, l’opera omnia con alcuni inediti. Al festival anche l’“Asimmetria” di Lisa Halliday da cui affiora Philip Roth, gli otto anni alla Casa Bianca con Obama raccontati dal ghost writer David Litt e Robert Harris che, per la prima volta, parla al pubblico del suo “Monaco”.
“Mi sento il nuovo Salgari, tradotto in venti Paesi”
Inventore di grandi serie noir del Medioevo, Marcello Simoni è nella top ten dei libri più venduti in Italia con Il patto dell’abate nero, secondo tomo della Secretum Saga.
Simoni, lei scandaglia il Medioevo senza sciatterie e con una grande competenza. Nonostante lo stereotipo dell’epoca buia, sono i secoli ideali per uno scrittore di thriller storici. Qual è stata la scintilla iniziale?
Proprio la volontà di dimostrare che il Medioevo non era una sacca di “secoli bui”, ogni epoca contiene la sua giusta dose di luce e di oscurità. I mille anni che vanno dal declino dell’Impero romano (il cosiddetto Tardoantico) al fiorire del Rinascimento sono un lungo periodo di incubazione in cui l’uomo inizia a guardare il mondo, la società e persino Dio attraverso un nuovo modo di pensare. Un pensiero fortemente connotato dal simbolo, come ci dimostrano Dante Alighieri e Tommaso d’Aquino. Le suggestioni derivate dall’Evo di mezzo sono però innumerevoli, e vanno dalla nascita delle università ai rapporti, non solo conflittuali, tra Oriente e Occidente. È grazie agli arabi infatti che apprendiamo l’algebra, rivoluzioniamo la geometria e la medicina. Non a caso, i protagonisti dei miei romanzi sono sempre “a cavallo” tra questi due mondi.
Il paragone con Ken Follett è quello che si avvicina di più a un autore come lei che vende tantissimo?
Se cerchiamo confronti con i grandi nomi, mi sento forse più vicino a scrittori come Emilio Salgari e Clive Cussler. Al pari di Falcones, Ken Follett entra nel Medioevo attraverso saghe familiari e vicende amorose che fanno della Storia uno sfondo ben documentato, che “avvolge” la trama come una sorta di alone rassicurante. Il mio approccio è più avventuroso. Il Medioevo che descrivo trascina i miei personaggi in vicende di corsari, di fuorilegge e di viaggi senza fine. Senza contare che, come Cussler, io non mi baso sulla mera documentazione, ma su ciò che ha definito il mio modo di pensare fin da prima che diventassi un narratore. La mia esperienza di bibliotecario e di archeologo ha fatto sì che sviluppassi nei confronti delle culture antiche una sorta di familiarità. Proprio come per Cussler la vita di mare.
Il suo secolo prediletto?
Qualsiasi epoca storica va bene, purché sia lontana dallo squillare dei cellulari, dalla tv e da Internet. Reputo che negli ultimi 200 anni l’uomo abbia iniziato a pensare e a concepire la realtà in modo differente rispetto a quanto accadeva in precedenza, e ciò grazie al boom della tecnologia che, se da un lato ci ha dato sicurezza, dall’altro ha impoverito la nostra creatività e il nostro modo di ragionare. L’immaginario dell’uomo contemporaneo è un loop omologato, prevedibile, ripetitivo, perché si nutre di una cultura di massa fondata su cliché sempre più banali e facili da assimilare. Mi capirà quindi se trovo più avvincente, e autentica, la trama che parte da un bestiario medievale o da un trattato di alchimia del XVII secolo.
Nel Patto dell’abate nero si comincia con Alghero: il ghetto ebraico, l’influenza catalana. Lei, al solito, ricostruisce tutto con cura.
La visione che offro dell’Alghero ebraico-catalana del XV secolo è parziale, visto l’impianto avventuroso del mio romanzo. Gli ebrei del Quattrocento giocarono un ruolo di predominanza in questa “villa” fortificata sul mare, ma ciò non accadde in nome della tolleranza, bensì del profitto economico che gli ebrei stessi furono in grado di assicurare al re d’Aragona. La paura del diverso, purtroppo, è un male destinato a morire soltanto con l’uomo. Con l’uomo ignorante, mi correggo, ovvero quel genere di individuo destinato a portare sempre con sé i veri secoli bui.
Oggi si dice che stiamo tornando al Medioevo per indicare il buio totale di valori.
Se oggi guardo fuori dalla finestra, vedo molto più buio di quanto non ce ne fosse nel Medioevo. Per non parlare, poi, delle rare volte in cui accendo la tv…
Con l’abate nero, siamo anche nella Firenze medicea. Lei tratteggia Cosimo, banchiere e mecenate, come un uomo aspro, talvolta violento e senza scrupoli.
In altre parole, tratteggio il vero Cosimo de’ Medici. Difficilmente quell’uomo avrebbe potuto sopravvivere ai suoi nemici e diventare un grande, se fosse stato diverso. Cosimo il Vecchio era disincantato, nato col talento del denaro e della persuasione. Fortunatamente aveva anche la passione per i libri e per l’arte, e ciò lo rende diverso, anzi migliore, dalla maggior parte degli uomini di potere della nostra epoca.
Lei è un autore di bestseller: a quanti milioni di copie è arrivato, in quanti Paesi è tradotto?
Stiamo sfiorando i due milioni e venti Paesi esteri, ma ogni romanzo è sempre come se fosse il mio primo. Il trucco, anzi l’ambizione, è quella di voler continuare a stupire i miei lettori. A portarli dentro storie che sappiano sempre stupirli come bambini.
Qual è il libro più misterioso del Medioevo?
C’è l’imbarazzo della scelta, ma d’istinto mi viene in mente un titolo che, pur nutrendosi della simbologia medievale, vede la luce nel 1499. Mi riferisco all’Hypnerotomachia Poliphili: un romanzo allegorico decorato con 169 xilografie di Aldo Manuzio. È un preziosissimo incunabolo che si affaccia ancora al gusto per l’enigma nato nei secoli bui.
Tutto incrocia la fede cattolica nei suoi libri: che cos’è una città senza cattedrale, per citare Giovanni da Fiesole?
Una nave senza albero maestro, mi verrebbe da rispondere. O forse una città che vuole appartenere più agli uomini che a Dio. E considerato ciò che a volte è stato fatto in nome di Dio, forse non sarebbe un concetto del tutto sbagliato.
L’altra strada di Joan. “Il mondo si può cambiare”
Qualcuno canterà di nuovo “We shall overcome” (“Noi ce la faremo”, il canto degli schiavi neri, che era diventato l’inno della lotta americana per i diritti civili negli anni 50 e 60)? Non so chi ha fatto la domanda per primo, se io a Joan Baez, che mi telefonava dalla Germania prima del suo prossimo concerto in Italia (l’ultimo, lei dice, il 6 agosto, a Roma, alle Terme di Caracalla) o lei a me. Strana vita la nostra.
Dico “la nostra” ripensando alle tante volte in cui ci siamo trovati vicini, fin da quando lei, diciannovenne, cantava per Martin Luther King, per la liberazione dei neri americani, in testa ai cortei e di fronte a una polizia minacciosa, e io ero nel gruppo di Andrew Young e Jesse Jackson, che organizzava le marce guidate da King, ne scriveva, le filmava per le televisioni del mondo.
Fin da quando Joan ha dedicato tutta se stessa all’impegno per la nonviolenza e contro la guerra nel Vietnam, e ha guidato masse di giovani e giovanissimi americani a dire no anche personalmente e fisicamente alla guerra (bruciavano le cartoline-precetto di un servizio militare allora obbligatorio, rischiando prigione e futuro), e io raccontavo e filmavo quegli eventi per la Rai e TV 7. Fin da quando eravamo ad Hanoi negli stessi giorni e ci siamo trovati sotto i bombardamenti americani perché si erano interrotte le trattative di pace a Parigi fra Kissinger e LeDuc Tho.
E adesso, mentre chiacchieriamo al telefono, prima di rivederci a Roma, ci rendiamo conto che ognuno di noi ha il suo Trump, la sua cattiveria di Stato, il gesto di qualcuno che si fa quattro risate sulle speranze di un mondo senza guerre e sul progetto di rendere meno pericolosa, meno oppressa la vita di tanti, quelli che invano tentano di fuggire. Il fatto strano, quasi una brutta fiaba, è che tutto ciò avvenga proprio in coda a una avventura che ci era sembrata bellissima.
“Ma è stata bellissima – lei dice – e poi la vita ricomincia da capo, col suo peggio e col suo meglio, è piena di gente che non noti, rispetto alla potente assemblea distruttiva che occupa il campo. Ma quella gente c’è, vive, respira e cambia il mondo (lo cambierà) solo per il fatto di esserci e di portarsi addosso un contagioso senso di contatto con gli altri, un rapporto di responsabilità con le altre vite”.
“Ti racconto una cosa – ha aggiunto –. Prima di questo giro finale in Europa ho deciso di fare una cosa che a prima vista è impossibile: un concerto a Istanbul. Quelli che mi volevano, a Istanbul, hanno ottenuto una piazza grande e io ho trovato quella piazza gremita di migliaia e migliaia di persone, moltissimi giovani (la grande sorpresa), moltissime donne. E ho sentito che tutta quella folla era lì per dare un senso allo stare insieme, per usare le mie canzoni come un legame comune. E allora ho potuto usare le parole – diventate canzone cantata in turco – del loro grande poeta Hikmet. La sua poesia si è unita a noi, amata da quella folla, creando una barriera fortissima contro ogni idea di vendetta e violenza. Vedi, c’era qualcosa che andava al di là della loro condizione del momento, qualcosa come un passaparola o una consegna, come una corda a cui tenersi forte in un momento di estrema turbolenza”. Poiché credo di conoscerla, so che non sta parlando di un fatto mistico o magico, ma di un tipo di cambiamento che non avviene per scontro, ma lungo il misterioso percorso (che era caro a Martin Luther King fino alla pallottola sul ballatoio del piccolo Hotel Lorraine di Memphis, a Marco Pannella nella confusa e avventurosa vita italiana, nel ricordo comune di Gandhi) della nonviolenza, che scarta l’odio e lo ignora, nonostante i tanti e attivissimi portatori di odio.
Joan detta Joanie, nella sua casa di legno in cima alle colline di Palo Alto, insiste nella sua visione di “un piano di sopra”.
“Nella piazza di Istanbul vedevo che agli accadimenti politici si sovrappone, come una pioggia invisibile, un altro strato di realtà. In apparenza ti copre, quasi ti nasconde, in realtà ti porta di là da quello che accade, dandoti un senso di libertà, persino se la libertà non è l’intenzione di chi manovra il potere. A Vienna, con quel che succede a Vienna, tra la folla del Wiener Konzerthaus che ci ospitava, ho sentito la stessa scossa, gente che va per una strada fatta di incontro e di vita condivisa, ignorando le frontiere chiuse manovrate dai governi. Mi sono detta che noi non facciamo abbastanza per trovare questa strada nascosta che è la via di fuga e di salvezza, non solo fisica, di tanti”.
Ma Joan Baez ha pronta una seconda vita. Dipinge, a un livello già conosciuto e apprezzato e cercato, in America. C’è già stata una mostra e un catalogo nella sua California. Ne progettava una a Roma. Ma a Roma è agosto. Succederà un’altra volta.
E sarà una sorpresa. Come tutta la vita, la voce, il canto di Joan Baez da Selma, ad Hanoi, a Istanbul.
Inizia l’esodo: “Mega gita in carovana” fantozziana
Esodo di agosto, le fabbriche si chiudono e ordate di italiani andavano in vacanza. Fra loro anche Fantozzi. Immortale per tutti, il personaggio stracult assoluto generato dal genio compianto di Paolo Villaggio ci riporta a diverse sequenze dedicate alle “mostruose” gesta del ragioniere nazionalpopolare dell’Italietta sottomessa, quella che continua a farci (sor)ridere perché ci rappresenta (purtroppo) così puntualmente. E allora perché non rivisitare la scena dell’apocalittica apertura della sdraio (Le comiche, 1980) oppure, soprattutto, della “megagita in carovana”, nata da un “raptus del ragionier Filini” racchiusa in Fantozzi subisce ancora, il quarto film della saga fantozziana diretto da Neri Parenti nel 1983. Dalla partenza cittadina dello sgangherato consesso di colleghi all’arrivo nell’agognato lido, che in realtà è una discarica abbandonata nota solo agli autostoppisti: ecco una delle scene vacanziere più esilaranti del nostro cinema pop. Le risate iniziano nel momento in cui Ugo e Filini “optano” per la stessa roulotte: inconsapevolmente si trovano a trainarla su lati opposti spezzandola inesorabilmente a metà. Ma se Fantozzi ripiegherà sulla mitica 600, l’occhialuto suo collega si pregerà di un tank “stile El Alamein” con tanto di cannoni. Ma il climax arriverà sia con l’ingresso in scena di un carro funebre (effetto comic-macabre) sia con quello di una vecchia ambulanza equivocata per camper: tutti accodati, tutti tragicomicamente felici verso un’avventura indimenticabile per generazioni di spettatori.
In quel codazzo che porta da Roma alla discarica marina si concentrano le “tipologie” dell’immaginario collettivo più completo del nostro Paese: la famiglia, i colleghi di lavoro, i desideri proibiti, la casa (portatile) delle vacanze, fino alla malattia e alla morte.
Affittasi monolocale vista Muraglia: Airbnb promette una notte da favola
Affittasi antico monolocale con due posti letto, un bagno e vista panoramica. Disponibilità per una notte. Segni particolari: la location. E non è difficile capire il perché, visto che la camera si trova nel bel mezzo della Muraglia cinese, ricavata per la prima volta dentro una torretta e affittata da Airbnb per l’inizio del prossimo mese, in una notte compresa tra il 3 e il 9 settembre.
Non male come ferie last minute: il colosso online mette a disposizione il viaggio per la Cina, una cenetta a lume di candela al tramonto, colazione tipica e visita guidata per un tratto della Muraglia assieme a Dong Yaohui, lo storico ufficiale dell’opera. Senza dimenticare alcune esperienze di contorno incluse nel pacchetto, come un corso di incisione o di calligrafia.
Piano con i facili entusiasmi, però, perché la Muraglia, da buona meraviglia del mondo, non concede a chiunque i suoi 8mila chilometri di lunghezza vecchi ormai di oltre 2.200 anni. La notte esclusiva nella camera, infatti, non è in vendita: l’affittacamere più famoso del web ha pensato di bandire un concorso mondiale per permettere a tutti di aggiudicarsela.
Per sperare nella vacanza si dovrà compilare un format sul sito di Airbnb e scrivere una lettera sul perché è importante abbattere le barriere culturali. Il termine è fissato all’11 agosto, poi, entro due giorni, il colosso online comunicherà i vincitori.
Occhio alle regole. Uno: bisogna portare rispetto ai vicini, inteso gli 1,38 miliardi di cinesi. Due: niente musica alta, perché potrebbe infastidire le guardie nelle mura antiche. E infine, se avvistate un drago, niente panico e non disturbatelo: era lì molto prima di voi (e ci resterà ancora a lungo).
L’ultima frontiera del lusso: le valigie a prova di proiettile
“Questa qui è la mia scheda di Singapore. Meglio che mi chiami sul mio cellulare italiano, altrimenti parlare con me le costerà una fortuna”. Da Giacomo Valentini – manager, imprenditore, designer e titolare di aziende (Orobianco e TecknoMonster le più celebri) leader nel settore dei prodotti in pelle e carbonio, categoria extra lusso –, non ci si aspetta un’attenzione così verso le spese altrui. Anzi, solitamente chi si rivolge ai suoi prodotti è perché vuole spendere di più…
“Non deve stupirsi. Anche tra i clienti che frequento, uomini ricchissimi che si comprano super-yacht in carbonio, ci sono quelli che cercano il posto più adatto per prendersi un cappuccino al costo più basso”. C’è chi lo chiama artista, chi filosofo, creatore, pittore, esteta e così via, ma lui preferisce una sola definizione: “Italiano”. E non è un capriccio. “Diciamo una peculiarità. Non può essere un caso che i nostri antenati, mi riferisco agli antichi romani, costruissero case di mattoni e non di cartone come in Asia oppure che mangiassero seduti ponendo i cibi su un tavolo e non in terra… Anche quando sono all’estero – e io viaggio moltissimo: Giappone, Cina, Stati Uniti, Russia… – vengo riconosciuto come italiano”.
Un italiano che fa parlare di sé tutto il mondo grazie alle sue aziende con prodotti all’avanguardia, prevalentemente borse, valigie, trolley ma anche piccola pelletteria e accessori molto ricercati sul mercato internazionale. Soprattutto nella fascia extralusso. “Il successo nasce dalla combinazione di due fattori: l’artigianato tipico dei nostri padri unito alla capacità di introdurre quei materiali, carbonio e titanio, che è possibile sfruttando la tecnologia”.
Una sua valigia può arrivare a costare anche 50mila euro. In questo modo l’oggetto più caro non è il contenuto ma il contenente… “È fuori strada: la nostra produzione riguarda un settore particolare. Persone molto facoltose che chiedono prodotti sempre più unici e all’avanguardia. Ebbene il nostro trolley a prova di proiettile l’abbiamo pensato proprio per coloro che vi inseriscono il computer. È quello l’oggetto più prezioso che hanno, perché contiene dati e informazioni fondamentali per la loro attività professionale, e quindi vogliono che sia protetto in ogni momento”.
I dati statistici economici rilevano come l’1% della popolazione mondiale è composto da ricchi che ogni anno diventano sempre più ricchi mentre il restante 99% ogni anno diventa sempre più povero. Per Giacomo Valentini, che fa affari, soprattutto all’estero, con quell’1% di Paperoni, c’è il rischio che il mercato non si allarghi mai. “Non ho questa paura. Chi si è specializzato in prodotti di alto livello avrà sempre clienti disposti a pagare per assicurarsi l’eccellenza. Il dato che cita lei mette in crisi quelle aziende che si rivolgono alla middle class che invece sta scomparendo”.
Declinando il sostantivo viaggio non si può escludere la sua accezione più drammaticamente attuale: la migrazione e i migranti.
Certo siamo completamente fuori target… “E invece lei ha colpito nel segno. Quando vedo in tv questi barconi carichi di disperati penso sempre che anche chi abbandona la propria terra debba avere il diritto a portare con sé delle borse, di tela ovviamente non in pelle pregiata e carbonio, per non separarsi anche da quegli effetti di cui ha bisogno”.
Del resto il senso stesso del viaggio è insito nei bisogni primari dell’essere umano. Spostarsi è una necessità insopprimibile. “Ricorda Ötzi? La mummia ritrovata anni fa in Val Senales? Un uomo dell’età del rame vissuto circa 5000 anni fa. Ebbene con sé aveva una specie di zaino in cui custodiva frecce e utensili”. Se tra 5000 anni ritroveranno un trolley antiproiettile chissà che cosa penseranno di noi. Qualcuno lo deve pur fare.
Parigi val bene una messa in scena: si recita il Maggio
La Sorbona fu occupata dagli studenti il 3 maggio, e l’occupazione durò fino al 16 giugno. Il famoso anfiteatro dove avevo ascoltato le lezioni dei prof al vertice della carriera divenne sede di un’assemblea permanente, dove si discuteva di tutto e si votava di tutto. Oggi si parla tanto di democrazia diretta, ma era quella che cercavamo di praticare allora. Non c’era alcun filtro: chiunque fosse presente alle assemblee aveva diritto di voto. Tutti potevano prendere la parola.
Alle assemblee alla Sorbona ci andavo spesso con Delphine. Mi accompagnava in giro a godersi quel Maggio. Vidi quindi gli eventi da due punti di vista: da quello mio, ventenne fin troppo sintonizzato sulle passioni del tempo, e da quello di una dame scafata. Era come se durante la Rivoluzione Francese avessi vissuto tra i sanculotti in compagnia di Madame de La Fayette. Delphine mi turbava dicendomi: “I tuoi compagni credono di essere contro i professori, ma vedi che poi, dopo tanto sbraitare, fanno proprio quello che dicono i loro profs gauchistes. Ripetono, in modo più caotico, i concetti dei loro docenti. Questa protesta di studenti, in fondo, realizza un sogno professorale”. Quando, poi, vidi da vicino i movimenti studenteschi italiani negli anni successivi, capii che lei aveva ragione: gli studenti erano tutti alla ricerca del Gran Maestro. Io però avevo già trovato i miei maestri, al di fuori della politica: Barthes, Lacan, Foucault, Eco, Lotman…
Siccome nelle caotiche assemblee della Sorbona chiunque poteva votare, anche Delphine alzava il braccio. Sia lei che io tendevamo a votare per le mozioni più radicali e meno compromissorie, io per coerenza con la mia urgenza rivoluzionaria, lei per divertirsi di più. Dopo una lunga serata di dibattiti e votazioni, quando ce ne andammo lei esclamò: “Ma come siamo stati bravi, tu e io! Abbiamo votato sempre con la maggioranza”. Non ci avevo fatto caso. In passato, mi trovavo piuttosto a votare con le minoranze, ma ora, grazie al Maggio, mi trovavo al calduccio tra i piumoni della maggioranza. La sbronza del Maggio: per una volta eterne minoranze – come sono, sempre, i radicali – vissero l’ebbrezza di sentirsi, finalmente, maggioranza. Oggi si direbbe che le nostre idee nel giro di qualche settimana erano divenute virali. Ma non c’è nulla di più illusorio della sensazione di sentirsi “egemoni” – come si diceva allora, gramscianamente.
Si è denunciata anche la tentazione totalitaria dietro la festa della democrazia diretta. In effetti, il progetto rousseauiano di democrazia diretta – il superamento della rappresentanza politica – porta in nuce una carica totalitaria perché mira all’unanimità. Allora volevamo che dalle assemblee uscisse una volontà unica, indivisa, e quindi le minoranze, scivolando nella posizione di frange anti-rivoluzionarie, andavano eliminate. Non ci era chiaro, allora, che la specificità della democrazia, invece, è proprio lo spazio e la tutela dati alle minoranze. “Il popolo” è sempre diviso.
Non a caso il Maggio studentesco ebbe come epicentro dei teatri. Oltre all’anfiteatro della Sorbona, in quei giorni, proprio mentre gli operai occupavano le fabbriche, fu occupato il teatro dell’Odéon al Quartiere Latino. Allora era diretto dal grande attore e regista Jean-Louis Barrault, il quale non si oppose all’occupazione, anzi tacitamente la favorì. Fu così che, finito il Maggio, fu licenziato dal governo e ricominciò da zero la sua carriera. Comunque, per una sorta di riflesso atavico, la pièce rivoluzionaria trovò nelle sale di teatro i suoi luoghi deputati. Molte rivoluzioni del passato cominciarono nei teatri. È pensabile il Risorgimento senza la Scala e le opere di Verdi?
All’Odéon c’era una tribuna permanente, chiunque poteva parlare. Ventiquattro ore su ventiquattro, anche di notte c’era sempre qualcuno che aveva voglia di parlare o di ascoltare. Questo fa capire quanto una parte dei parigini in quei giorni stesse nel pallone. Mentre le assemblee nelle facoltà occupate pretendevano di avere anche un potere decisionale, la tribuna dell’Odéon era una sorta di versione rivoluzionaria dell’Hyde Park Corner a Londra, un angolo dove chiunque poteva prendere la parola, una delle attrazioni turistiche londinesi all’epoca. Non a caso poi il Maggio verrà interpretato come prise de la parole, presa della parola, termine introdotto dallo storico gesuita e lacaniano Michel de Certeau. A quei tempi non c’erano radio libere né televisioni private, non c’erano Facebook, chat lines, Twitter, e tutti gli altri aggeggi della chiacchiera di massa. Allora i grandi strumenti di comunicazione, in Italia e in Francia, erano nelle mani dello stato e politicamente controllati, o in mano ai potentati giornalistici. Che ci fossero luoghi in cui chiunque si potesse esprimere – oltre ai graffiti sui muri – appariva allora un atto di per sé rivoluzionario.
Ovviamente il Maggio non aveva un programma politico. Molte organizzazioni ne avevano uno proprio, ma nell’insieme, che cosa in fondo tutti volevamo? Ciò che volevamo era solo quel che avveniva. Come Nietzsche, volevamo solo l’eterno ritorno di ciò che ci stava accadendo.
Alcuni amici molto seriosi, pur essendo comunisti, non sembravano affatto estasiati da quella baraonda, che de Gaulle chiamò chienlit. È termine cinquecentesco di Rabelais che significa letteralmente “caga nel letto”. Per questi amici la politica era un processo cartesiano: c’è un progetto politico, un programma che ne discende, e un’azione per realizzarlo. Chiedere a un movimento spontaneo di avere programmi chiari e distinti era semplicemente ridicolo. La “cagata nel letto” del Maggio preannunciò la società liquida di cui oggi tutti parlano. Allora fu come se tanti musicisti, ognuno col proprio strumentino – dalla tromba allo scacciapensieri, dal pianoforte alle nacchere –, si fossero ritrovati d’un tratto, senza alcun direttore d’orchestra, a suonare, per un mese e mezzo, una trascinante sinfonia. È un po’ come accadde negli stadi, quando la massa dei tifosi creò la ola, l’onda regolare che nasce non da un comando ma da una improvvisa sintonia collettiva. Il Maggio fu una deliziosa ola politica.