Molestie, il maestro Gatti licenziato dall’Orchestra reale

L’onda lunga delle denunce per molestie sessuali azzera la carriera di Daniele Gatti, licenziato dall’Orchestra reale del Concertgebouw di Amsterdam. Nei suoi confronti erano state mosse accuse da parte di due donne, riportate dal Washington Post. La reazione del maestro Gatti, che si è detto “esterrefatto” è affidata alla nota del suo avvocato, Alberto Borbon: “Il maestro ha dato mandato ai suoi legali di tutelare la propria reputazione e di intraprendere eventuali azioni qualora tale campagna diffamatoria dei suoi confronti dovesse proseguire”. Le testimonianze, che chiamano in causa anche altri nomi della musica classica (Bernard Uzan, e William Preucil, direttore dell’orchestra di Cleveland) sono state pubblicate il 26 luglio. “Queste accuse e le reazioni di Gatti hanno causato molta agitazione tra musicisti e personale – ha dichiarato un portavoce l’orchestra olandese – alcune colleghe dell’Orchestra reale del Concertgebouw hanno riferito di esperienze con Gatti che sono inappropriate alla luce del suo ruolo di direttore d’orchestra”.

Il Washington Post raccontò di due molestie che sarebbero avvenute nel 1996 e nel 2000. Il soprano Alicia Berneche aveva dichiarato: “Mi ritrovai le sue mani sul mio posteriore e la sua lingua in gola”. In seguito alla pubblicazione dell’articolo Gatti aveva ingaggiato una società di pubbliche relazioni – la Reputation Doctor – attraverso la quale fornì le sue scuse: “A tutte le donne che ho incontrato nella mia vita, specialmente a quelle che ritengono non le abbia trattate con il massimo rispetto e dignità che meritano, le scuse sincere dal profondo del mio cuore”. Ed ancora: “Ho intenzione di concentrarmi di più sui miei comportamenti verso le donne, giovani e meno giovani, per essere sicuro che nessuna si senta mai a disagio, specialmente le donne con cui lavoro nell’ambito della mia professione, la musica classica”.

Il Catechismo di Francesco uccide la pena di morte

Papa Francesco puntualizza la dottrina della Chiesa e nel farlo riscrive le regole di una tradizione forse non limpidissima. Sulla pena di morte è categorico, definendola “inammissibile”, perché “contraria all’inviolabilità e alla dignità della persona”. Una posizione morale, a cui si aggiunge un deciso corollario politico, quando il Papa afferma che la Chiesa “si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo”.

A prima vista si tratta di una semplice riscrittura di un articolo del Catechismo della Chiesa cattolica, il 2267. Nell’edizione del Catechismo datata 1992, quando il Papa era Giovanni Paolo II, l’articolo oggi modificato specificava come “l’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani”. Lo stesso testo precisava anche che nelle condizioni storiche attuali, i casi di soppressione del colpevole sono “molto rari se non addirittura praticamente inesistenti”. Già nella versione del Catechismo datata 1997 il ricorso estremo alla pena capitale aveva subito una riformulazione in senso restrittivo. Eppure non era stata completamente modificata.

Un’esitazione che a Bergoglio, evidentemente, non piaceva e non era più disposto a sopportare. Secondo quanto ricostruisce Vatican Insider per il quotidiano La Stampa, il pontefice aveva annunciato la sua intenzione di riforma dell’articolo 2267 già lo scorso ottobre, mentre l’11 maggio, durante un incontro con il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede cardinal Francisco Ladaria (come lui, un gesuita), ha approvato la nuova redazione dell’articolo, poi diffusa ieri attraverso la pubblicazione sull’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede.

Dottrina cattolica a parte, le ripercussioni della nuova posizione di Roma si sentiranno soprattutto oltreoceano. “Negli Usa alcuni gruppi conservatori teorizzano perfino su basi teologiche la legittimità del patibolo”, osserva Jusus Colina, direttore del sito d’informazione cattolica Aleteia.org. “In questo modo invece il Papa insegna che in nessun caso la vita umana può perdere dignità”. E traccia un parallelo sorprendente: “Storicamente è un momento unico, perché da oggi la Chiesa prende coscienza del tema della vita, proprio come fece quando maturò la propria opposizione alla schiavitù”.

Parole importanti, quelle di Bergoglio, anche secondo Eleonora Mongelli, vicepresidente della Federazione italiana dei Diritti dell’Uomo (Fidu) e promotrice della campagna per la moratoria universale della pena di morte. “È un momento in cui l’abolizione della pena capitale sta purtroppo facendo passi indietro”. Mongelli spiega come questo succede anche in Paesi a grande maggioranza cattolica, come le Filippine. Manila aveva cancellato il patibolo nel 2006, salvo poi reintrodurlo nel 2017 per reati di droga. Il presidente Rodrigo Duterte è naturalmente focalizzato nella lotta al narcotraffico – esattamente come ha fatto Trump negli Usa -, inasprendo le pene. “La posizione di Francesco è molto importante perché parla alla sensibilità dei credenti di quei Paesi”, nota Mongelli.

Ma è proprio nell’era di leader muscolari come Trump od Orbán, quando i diritti umani sembrano sempre più venir relegati a una posizione secondaria, che le parole del Papa paiono destinate, a far discutere e dividere.

Randelrapper, più pugni che rime: i clan di Booba e Kaaris se le suonano al gate

Una scazzottata cominciata all’imbocco del gate 1 dell’aeroporto di Orly, a Parigi, e finita nel duty free con danni al mobilio e successivi disagi aeroportuali. Hanno dato spettacolo l’altroieri, come in uno spaghetti western, due celebri rapper della scena francese: Booba e Kaaris. I due si stavano imbarcando su un volo con destinazione Barcellona per i rispettivi concerti in altrettante discoteche del Porto Olimpico, quando Booba, 41 anni, avrebbe attaccato Kaaris, 38 anni, accusandolo di non averlo difeso dagli attacchi di altri due artisti, Rohff e La Fouine. Rancore che ha messo fine a un’amicizia iniziata nel 2012, quando proprio Booba, con il pezzo “Kalash”, aveva lanciato Kaaris come artista emergente. Da allora è guerra tra i clan del rap. Dinanzi ai passeggeri attoniti, i due rapper e i loro rispettivi clan si sono scatenati in una scazzottata, degna dei migliori film di Bud Spencer. Tredici, in totale, le persone fermate dalla polizia, tra cui chiaramente i due artisti.

Sui social network, impazzano i video del violento parapiglia, catturato dagli smartphone dei viaggiatori che hanno assistito alla scena. Sono volati grida, insulti e, secondo alcuni testimoni, bottigliette di profumo afferrate dagli scaffali. Per porre fine alla zuffa è stato necessario l’intervento degli agenti della Compagnia Repubblicana di sicurezza e della Polizia di Frontiera.

Una sceneggiata che avrà ricadute sul piano legale ma che nel frattempo ha fruttato una discreta visibilità ai transalpini. Solo su Huffington Post, la ripresa video della bagarre ha registrato più di 500.000 visualizzazioni; più di 100.000 quelle dei vari reporter improvvisati che hanno subito caricato i contenuti su YouTube.

Anche Google Trends dice di aver registrato un’impennata nelle ricerche che riguarda i due rapper: verso le 23 del 1 agosto, il picco: tutti digitano “Booba vs. Kaaris”. Tutti vogliono sapere chi siano, vogliono vederli. E ascoltare la loro musica.

Le faide nel mondo dell’hip hop sono cosa vecchia, quasi quanto l’hip hop stesso. E qualcuno ci ha pure rimesso la pelle, talvolta facendo un favore al marketing. È il caso di Tupac Shakur, assassinato nel 1996 da con 4 colpi di pistola nella sua auto. Dopo la sua morte: pubblicazioni di brani postumi, vendite dei dischi alle stelle, la consacrazione definitiva come “il rapper nero” con un disco di diamante, la vendita all’asta dell’auto in cui si trovava quando è stato ucciso e quella dell’assassino. Oltre a svariati documentari sulla sua vita.

Altro celebre genio del marketing a sua insaputa è stato The Notorious Big, anche lui morto nella sua auto nel 1997 dopo essere stato raggiunto da 4 colpi al torace. La morte gli varrà una carriera postuma di tutto rispetto, con la pubblicazione di album e singoli, oltre a collaborazioni, alle campionature della sua voce realizzate da numerosi artisti americani, e un film in sua memoria dal titolo “The Notorious” realizzato nel 2003. Anche la sua auto fu venduta all’asta per un milione e mezzo di dollari.

Non c’è solo la ‘ndrangheta: Duisburg e il dragone cinese

Sono passati quasi undici anni da quando a Duisburg, davanti al ristorante italiano Da Bruno, una faida interna alla ‘ndrangheta portò all’esecuzione di sei persone. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti della città che si affaccia sul Reno e dove si trova il più grande porto fluviale d’Europa. E dove attraccano ogni anno 20.000 navi.

Duisburg, soprattutto dopo la visita del 2014 del presidente cinese Xi Jinping, è diventata celebre nel Celeste Impero. È anche un importante polo ferroviario grazie ai 25 convogli settimanali che la collegano direttamente con Chongqing, la metropoli da 30 milioni di abitanti.

I treni fanno una sola tappa, a Mosca, e viaggiano per 12 giorni. Sono più costosi delle navi da carico, che però impiegano quasi un mese e mezzo per collegare la Cina alla Germania. I vagoni trasportano una sessantina di container alla volta con merci di ogni genere: dai giocattoli all’elettronica, fino ai prodotti tessili. Duisburg ha mezzo milione di abitanti e un tasso di disoccupazione del 12%, il triplo della media nazionale, ma si trova al centro del bacino della Ruhr. E, soprattutto, almeno per gli strateghi cinesi della logistica, nel vero cuore dell’Europa, come rivela una cartina geografica all’aeroporto di Shanghai. La città tedesca è diventata la Chinatown della Germania, anche se conta appena un migliaio di residenti ufficiali. Ai quali si sommano quelli illegali e gli oltre duemila studenti che frequentano l’università. Nell’intero paese i cinesi censiti ufficialmente sono circa 140.000. Il polo intermodale è diventato il volano per rivitalizzare un centro penalizzato dalla crisi industriale e dalla delocalizzazione.

Il traffico con la Cina prospera e le autorità contano su affari sempre più importanti legati al porto, le cui attività occupano oltre 40.000 persone. Le imprese cinesi sono raddoppiate negli ultimi due anni ed hanno raggiunto il centinaio di unità, una cifra ancora modesta, ma con tendenza a crescere. La criminalità organizzata non è un tema del quale si parla né spesso né volentieri in Germania. Tanto meno a Duisburg, dove è stato fatto di tutto per dimenticare la strage di ferragosto del 2007.

Le triadi sembrano sconosciute: la mafia del Dragone si muove in modo accorto. Almeno secondo la Polizia criminale di Monaco, citata in un documento del 2008. Il 95% dei ristoranti cinesi della città pagherebbe il pizzo e appena l’1% dei crimini verrebbe scoperto. E non necessariamente in Germania: un gestore che aveva denunciato il racket è stato ritrovato a Hong Kong. Morto. Dieci anni fa l’avvento delle triadi veniva ipotizzato in Germania come una “bomba a orologeria” dopo gli insediamenti in altre nazioni europee (Regno Unito, Francia, Paesi Bassi) delle bande con quartier generale a Hong Kong e Macao. Una serie di ristoranti cinesi sono stati aperti in Germania negli anni ‘90. La polizia rileva come diversi esercizi avessero pochi clienti, ma proprietari molto facoltosi. C’è poi il giro delle “massaggiatrici”, una operazione si è svolta anche a Duisburg. Tra le accuse, agli indagati è stata contestata anche l’evasione fiscale per diversi milioni. In Cina le donne venivano adescate con inserzioni sui giornali che promettevano 300 euro di guadagno al giorno: “Era solo per attirare l’attenzione”, ha ammesso durante il processo uno degli imputati.

“Tiziana non è morta da sola, era manipolata”

“Quell’uomo la deve smettere di dire bugie. Ha manipolato prima mia figlia e ora la verità”. Maria Teresa Giglio, la mamma di Tiziana Cantone, non le voleva neppure conoscere le dichiarazioni di Sergio Di Palo, l’ex fidanzato di Tiziana rinviato a giudizio per calunnia e accesso abusivo a sistema informatico, rilasciate durante l’interrogatorio del 2016. E invece, dopo l’articolo che le riassume sul Fatto, non ha paura di fare i conti anche con quelle. Con la verità dell’ex fidanzato della figlia, che racconta di una relazione in cui era lui quello quasi in balia delle perversioni di Tiziana. “Le piaceva provocare le altre persone per eccitare il partner”. “Dopo qualche tempo Tiziana non si accontentava di conoscere persone mediante contatti recuperati dal sito di scambisti ma voleva agganciare persone in modo diretto”. “Aveva fatto altri 60 video prima che mi conoscesse”. Maria Teresa ha letto, dice che da lui non si aspettava nulla di diverso.

“Questi sono racconti assurdi. Sergio Di Palo dice che Tiziana amava provocare? Mia figlia non era neppure vanitosa, non metteva neppure foto su Facebook. Ero io che le chiedevo di poterle fare qualche foto in costume, era così bella, le dicevo ‘sii sfrontata’, invece lei era timida. Il seno se l’era rifatto solo perché aveva subito forti oscillazioni di peso a seguito dei suoi disturbi alimentari”.

Era stata anoressica?

Sì, aveva avuto problemi perché era buona, era fragile. Il padre non l’aveva voluta conoscere, aveva bisogno di essere amata. Ogni tanto beveva un po’ ma era intollerante all’alcol, bere le faceva male. Prendeva degli psicofarmaci per l’oscillazione dell’umore, era stata seguita a lungo da uno psicoterapeuta. Lui l’avrebbe dovuta proteggere… invece l’ha manipolata affettivamente.

In che modo?

A Tiziana all’inizio lui non piaceva neanche, lo trovava brutto, ma mia figlia guardava altre cose e lo trovava intelligente. Sergio ha cominciato a manipolarla con bugie, allontanandola da me, perché avevo un legame fortissimo con Tiziana e gli facevo paura.

Lui dice che Tiziana avesse girato già decine di video hard prima di conoscerlo.

E dove sono questi video? Per uscire pulito da questa storia ha scaricato ogni responsabilità su mia figlia che non può più dire nulla. Ma poi, se Tiziana avesse davvero amato fare queste cose, visto che ha sempre detto che la voleva proteggere, perché ha continuato a farglieli fare? E poi all’inizio ha detto che il telefono era andato perso, poi che lui e Tiziana lo hanno distrutto insieme a casa mia… la verità non si capisce mai.

Tiziana ha avuto altri fidanzati. Ha chiesto a loro se aveva queste inclinazioni sessuali anche prima di conoscere Sergio?

Certo. Hanno tutti detto che Tiziana non ha mai avuto queste fantasie. Anche lo psicologo che l’ha seguita a lungo mi ha confessato che era proprio il contrario, Tiziana aveva problemi a provare piacere, non si sentiva a suo agio con il sesso.

Però questi video li ha girati. Quando ha scoperto tutto, cosa le ha detto?

Che a lei non piaceva farlo, che lui si eccitava così e lei desiderava compiacerlo. Io sono andata a leggere i primissimi messaggi che si mandarono, lui già era ossessivo nel chiederle foto e nonostante lei si raccomandasse di tenerle per sè, lui le girava già a un amico dogsitter. Lei era manipolata, quando stava con lui era sempre triste.

Non può semplicemente essere che condividessero questo modo di vivere il sesso?

Con grande fatica ho guardato i cinque video di Tiziana e lui non si vede mai. Se era davvero un gioco di coppia come mai la faccia di Sergio non si scorge neppure una volta?

Tiziana però mandò dei suoi video ad altri.

Sì, però gli account Facebook di Tiziana con cui adescavano le persone con cui fare questi giochi li gestiva Sergio, aveva le password. Una delle persone coinvolte in questi giochi mi ha detto che ha sempre trovato stridente il linguaggio scurrile che Tiziana usava con lui nelle chat e quello gentile che Tiziana aveva al telefono. Le chat le gestiva lui, ne sono certa.

Sergio dice che era Tiziana che cercò gente fuori da quel sito di scambisti con cui “giocare”.

Mia figlia prima di conoscerlo non era mai entrata in un sito per scambisti, lui già dal 2013. Tiziana ha avuto tanti momenti di vulnerabilità nella vita, ma non era mai successo nulla di tutto questo. Lui fa parte di quella categoria maschile che si eccita nel sentirsi dare del cornuto mentre la propria donna va con altri. Se mia figlia fosse stata un’esibizionista la popolarità le sarebbe piaciuta, l’avrebbe cavalcata, invece è stata sempre zitta, non è più uscita di casa dalla vergogna. Ed è finita come sappiamo.

Perché si arriva a un processo dopo così tanto tempo?

Perché le indagini sono partite male fin dall’inizio. Quel maledetto giorno i carabinieri hanno trovato Tiziana già a terra, perché hanno dato per scontato che si sia trattato di suicidio? Il foulard era sciolto, lei era in una posizione strana, inginocchiata, con le infradito, in una tavernetta che non amava perché la trovava angusta. L’ultima telefonata prima della sua morte l’ha fatta a Sergio, sono stati un’ora al telefono. Si doveva indagare per omicidio.

Ma l’ha trovata sua cognata col foulard al collo, appesa al gancio di un attrezzo ginnico…

Certo, l’istinto naturale è stato quello di soccorrerla, di vedere se fosse ancora viva. Ma chi doveva indagare l’ha trovata in una posizione diversa. Tiziana è stata uccisa. Si è tolta la vita per tutti i commenti che sono stati fatti sul web da gente che era ben consapevole del meccanismo che innescava. Quelli che hanno riso di lei, diffuso il video, dato vita a questo fiume di umiliazioni sono assassini.

Le fabbriche dei troll di Putin: Stachanov sta piangendo

Era tanto che non si parlava di fabbriche sui giornali. Almeno di quelle aperte. Ieri, invece, sono tornate in auge grazie a Vladimir Putin, che ne ha alcune “di troll” per influenzare l’opinione pubblica mondiale. Ora noi – non è una battuta – non abbiamo alcun bisogno di prove per essere sicuri che la Russia organizzi operazioni di propaganda all’estero, come d’altra parte non ce ne servono per sapere che lo stesso fanno gli Stati Uniti, la Francia e forse persino l’Italia. La cosa che ci stupisce dell’ennesima puntata delle grandi inchieste Usa sui troll russi – riprese dai media italiani – sono i numeri: stavolta gli americani hanno trovato 1.500 tweet (in gran parte retweet) attribuibili ai propagandisti putiniani e riferibili all’Italia nell’arco di tempo che va dal febbraio 2012 al maggio 2018 (0,6 al giorno). Anche a contarne cento volte di più, cioè 150mila, va considerato che, fino a ieri, nel solo 2018 il totale dei tweet nel mondo è stato superiore a 150 miliardi: pensate quanto sono bravi questi troll di Putin che con la miseria di 1.500 (o anche 150mila) tweet in sei anni riescono a influenzare le elezioni in Italia. E pensate quanto sarebbe triste, fosse vivo, il povero Aleksei Stachanov, eroe del lavoro socialista, che s’affannava a tirar su carbone nel Donbass per fare più grande lo stato sovietico: lui stava ore in miniera a farsi il mazzo e questi troll scrivono sì e no una cazzata al giorno e Mosca conquista altre nazioni senza sparare un colpo. Un’ingiustizia, ma anche la prova che in Russia col capitalismo la produttività è assai aumentata (disclaimer: ironia).

È partita la caccia ai lupi, gli animali che sanno fare pace

Estate, tempo da lupi. Non per follie meteorologiche, ma per contese sui lupi, intesi proprio come animali selvatici, canidi lupini. Scontri che neanche gli odiatori da social, che neppure le corride contro i fascioleghisti o i turborenziani o i pentastellati. Nell’arco alpino, ma anche più a sud. I fratelli Manca, per dire, hanno una azienda agricola in provincia di Viterbo e hanno dichiarato guerra ai lupi: le loro pecore sono state attaccate – ci raccontano le cronache locali – “mentre pascolavano tra Grotte Santo Stefano e Bagnaia”. Gli allevatori della zona chiamano alla crociata: nelle ultime settimane ci sono state aggressioni anche “a Grotte di Castro, Farnese e ora, novità, anche nella Teverina”. Un gregge è stato decimato nei giorni scorsi. Gli esperti delle Asl sono al lavoro per capire se gli aggressori sono davvero lupi. Intanto la Coldiretti locale lancia l’allarme: “Non possiamo escludere neppure rischi per l’uomo”. Mentre scriviamo, l’attivista Rinaldo Sidoli sta incontrando a Roma il ministro dell’ambiente Sergio Costa, a cui ha portato centinaia di migliaia di firme raccolte su change.org per salvare i lupi: “Fermiamo questo massacro!”.

In Veneto è nato addirittura un organismo consultivo che si chiama “Tavolo regionale per la gestione del lupo e dei grandi carnivori”. Lo ha riunito a Venezia l’assessore regionale all’agricoltura, che giustamente si chiama Pan, Giuseppe Pan. Ne fanno parte gli ambientalisti che vogliono incrementare i lupi e gli allevatori che vorrebbero la soluzione finale. Proposta intermedia avanzata dal divino Pan: mettere un radiocollare a una decina di lupi “presenti nelle aree comprese tra Lessinia, Monte Carega a Altopiano di Asiago, che stanno creando gravi danni agli allevatori”. Per “monitorarne abitudini di vita, spostamenti e attività”, spiega Pan, “e arrivare a una gestione ‘proattiva’ del lupo che da qualche anno ha ripopolato l’area montana del Veneto. È la prima esperienza in Europa dell’utilizzo della telemetria per la mitigazione del conflitto tra uomo e lupo”. E chi poteva farla, se non Pan? Lì vicino, però, le province di Trento e di Bolzano hanno approvato l’abbattimento dei lupi (e degli orsi). Gli animalisti protestano: “È un grave attacco alla nostra Costituzione. Abbiamo chiesto al ministro Sergio Costa di impugnare quelle decisioni davanti alla Corte costituzionale, perché i lupi, come gli orsi, sono specie protette, sono un patrimonio per l’Italia”.

Gioia e tripudio, intanto, in Friuli. Nel 2016 era stata segnalata la presenza di un lupo maschio nella contigua provincia di Treviso e nel 2017, dicono le cronache, “si è avuta la conferma della formazione di una coppia stabile” nella bassa friulana. Entra allora in campo l’università di Udine che installa in zona fototrappole. Ecco che il 25 luglio queste riprendono – per la gioia di youtube – un evento che non accadeva dal 1931, quasi un secolo fa: in provincia di Pordenone sono nati sei lupacchiotti. La specie era scomparsa in regione e l’ultimo lupo era stato abbattuto agli inizi del Novecento.

Ora i lupi son tornati. E dobbiamo affidarci a uno studio degli etologi dell’università di Vienna pubblicato su Royal Society Open Science per apprendere che i lupi, secolari vittime della superstizione popolare e delle favole per bambini, dopo un conflitto sanno riconciliarsi tra loro, a differenza dei loro antichi parenti, i cani, che restano rancorosi perché hanno disimparato l’arte della riconciliazione. Gli etologi viennesi hanno provato che i lupi “si infiammano in fretta”, ma altrettanto velocemente fanno pace; mentre i cani, in millenni di amicizia con l’uomo e di vita lontana dal branco, hanno dimenticato la difficile arte del lasciarsi i conflitti alle spalle. Non ditelo agli odiatori da social.

Musei gratis, è finita la propaganda

I pareri favorevoli dei direttori, italiani e stranieri, dei grandi Musei alla decisione del ministro Alberto Bonisoli di sostituire le prime domeniche del mese gratis con forme flessibili di gratuità decise dagli stessi responsabili dimostrano che egli ha ascoltato i propri tecnici. Al contrario di Dario Franceschini che imponeva dall’alto misure spesso propagandistiche o cervellotiche. Come la sua Riforma/Deforma che fa acqua da tutte le parti.

Cervellotiche erano le domeniche gratis anche in piena stagione turistica per siti già visitatissimi come il Colosseo (oltre 20.000 di media al giorno, 35.000 in quelle domeniche, un delirio) o Pompei, oppure per Musei quali gli Uffizi o l’Accademia di Firenze. Esse sottraevano incassi che pure Franceschini magnificava (anche se gli introiti totali di siti e musei forniscono il 7-8% appena del bilancio del Mibac), generavano una calca e una confusione incredibili, con danni anche seri. Molti uscivano scontenti per non aver visto spesso quasi nulla. In certe situazioni di calca estiva bisogna graduare bene gli ingressi altrimenti nei luoghi chiusi l’umidità conosce picchi incredibili e tele e affreschi ne soffrono. “Pensi lei”, mi diceva anni fa Antonio Paolucci quando dirigeva gli Uffizi, “se i visitatori sono cinquemila le ascelle che sudano sono però diecimila, come i piedi che strascicano, e così via, sono prosaico? No, realista”.

Per prima cosa Franceschini aveva abolito gli ingressi gratuiti, fruibili tutto l’anno, per gli anziani over 65, molto spesso residenti, impedendo a nonni e nipoti di andare insieme al museo. Al suo posto, una misura imposta dall’alto la prima domenica del mese che contraddiceva una razionale programmazione delle visite e la stessa autonomia reclamata per i direttori dei maggiori musei. Essa può funzionare per il piccolo Museo statale periferico dove si possono allestire anche mostre o lezioni attraenti di storia e di archeologia locale.

In realtà, queste gratuità comandate dall’alto servivano al ministro Franceschini per enfatizzare le cifre dei visitatori. Gli ingressi gratis si possono valutare a spanne. E a spanne ogni anno ingigantivano garantendo (si giurava) la “fame di cultura degli italiani”. Che, vista l’abissale ignoranza nazionale, richiederebbe una didattica museale capillare. Che c’è soltanto a macchie (rade) di leopardo. L’ultima stima delle domeniche gratis parla di oltre 3.500.000 di visitatori. Non basta: al Pantheon – tuttora senza ticket nonostante gli sforzi di Franceschini – gli spannometri ufficiali assegnano, tutto fa brodo, ben 8 milioni di visitatori, 23.000 in media al giorno accalcati in piazza del Pantheon, una Curva Sud e mezzo della Roma. Roba da scoppiare a ridere. Per non piangere. Ma si può?

Si obietta: coltiviamo il “valore della gratuità”. Giustissimo. Personalmente renderei gratuiti tutti i musei, i siti e i parchi (come Boboli o Capodimonte) alla maniera di Londra: sarebbe un richiamo turistico strepitoso. Lo è stato per la capitale britannica che ha visto crescere del 50% il turismo culturale. Parallelamente si dovrebbe incrementare almeno da 2 a 3 miliardi il magro bilancio dei Beni culturali per il quale siamo, scandalosamente, al 23° posto in Europa, prima delle sole Grecia e Romania. Li recupereremmo in abbondanza dall’indotto turistico. Modello ardito, per ora.

Misure utili: a) ripristino della gratuità generale per gli ultra 65enni; b) domeniche gratis flessibili a discrezione dei direttori, meglio per i piccoli musei; c) tessere da 5 euro l’anno per i residenti con libero accesso a scavi e musei, sul modello del Comune di Roma. E mano alla Riforma della Deforma che vede l’Appia Antica senza sede, né mezzi, né personale e 18 milioni stanziati invece futilmente per una Arena gladiatoria al Colosseo. Roba da matti.

Questo Stato meritava Borsellino?

Una confidenza e tre pensieri. La confidenza: confesso il mio turbamento. Ero scettico sulle basi giuridico-penali del processo sulla trattativa Stato-mafia. Pensavo che: a) in quella drammatica e cruenta congiuntura, ci potesse stare che, chi a vario titolo portava responsabilità istituzionali, si interrogasse su come porre fine alla strategia stragista di Cosa nostra e potesse anche sbagliare in buona fede (difficile dubitare delle oneste intenzioni di una figura limpida come quella del Guardasigilli Giovanni Conso, che pure, mal consigliato, commise l’errore della revoca dei 41 bis); b) i servizi segreti, quasi per missione, agiscono su un terreno opaco e di confine tra legalità e illegalità, non vanno per il sottile e talvolta si spingono ai limiti e oltre il mandato dei politici. Ma sono troppo chiare e ben argomentate le motivazioni della sentenza e io sono costretto a confessare che mi sbagliavo. Di qui tre riflessioni.

La prima. La parole scolpite dai magistrati sono pietre. La loro portata storica, morale e politica, oltre che giuridica, è sconvolgente. Esse non ci consentono di archiviarle distrattamente. Ci costringono a rileggere con altri occhi quella cupa stagione della nostra storia repubblicana. Prescrivono di metterla in relazione con la storia più lunga degli oscuri legami tra criminalità, politica, istituzioni; con le complicità e le coperture di apparati dello Stato nei misteri della Repubblica. Confermano che la nostra democrazia è malata, difettando di trasparenza e legalità, che ne rappresentano un prerequisito. Suscitano sconcerto e incredulità al pensiero che ancora oggi occupino la scena pubblica e ruoli istituzionali soggetti politici che, direttamente o indirettamente, portano la responsabilità di quelle trame. Possiamo reiterare stanchi rituali celebrativi di Falcone e Borsellino e di altri servitori dello Stato dopo questa sentenza senza che nulla cambi?

Seconda riflessione. In queste ore, il mio pensiero è andato a mons. Cataldo Naro. Mi si chiederà: che c’entra? Storico, teologo, vescovo di Monreale succeduto a un prelato chiacchierato, mons. Naro, prematuramente scomparso, nella sua Sicilia, fu promotore e animatore di convegni e di studi centrati sul tema del “martirio civile”. Sull’onda dell’assassinio del “giudice ragazzino” Rosario Livativo e delle veementi parole di Giovanni Paolo II all’indirizzo della mafia. Il senso di tale riflessione, cui parteciparono teologi e vescovi siciliani, può sembrare rarefatto ma non lo è: estendere a chi sacrifica la vita per la società e lo Stato il concetto di “martire”, tuttora canonicamente circoscritto a quanti danno la vita per la fede religiosa (chi versa il proprio sangue a causa e a difesa della fede). Non sfuggano le implicazioni teoriche e pratiche, specie per una Chiesa che, in passato, in Sicilia, aveva conosciuto rapporti opachi con ambienti mafiosi. Più in generale, un contributo a un prezioso arricchimento del concetto di santità e di martirio, comprensivo di chi dà la vita per la “città dell’uomo” e le sue istituzioni. Accreditando l’immagine di una Chiesa non autoreferenziale, non clericale, non ignava, ma che concepisce se stessa e la propria missione per la vita degli uomini e della comunità, lottando per la giustizia.

Infine, il terzo interrogativo. Il più urticante e tuttavia ineludibile. Sul quale già riflettevo di recente a quarant’anni dal sacrificio di Moro. Ero convinto allora (e ancora non me la sento di cambiare opinione, ma non ne sono più così sicuro) che, nelle condizioni date, fosse difficile rinunciare alla linea della fermezza. Ma ciò che abbiamo appreso poi, da inchieste, processi e commissioni parlamentari, circa omissioni e inquinamenti negli apparati dello Stato, ci costringe a rimettere in discussione le certezze di un tempo. Molti, troppi ancora i buchi neri. Tanto più ora, dopo la sentenza Borsellino, sorge spontanea e ineludibile la domanda: non lo Stato nel suo statuto ideale, ma questo nostro concreto Stato, quale si rivela da indagini e atti giudiziari, meritava e merita il sacrificio della vita di uomini speciali, tanto migliori di noi?

Ricordo che Leopoldo Elia, consigliere giuridico di Moro a lui affezionatissimo e tuttavia allora schierato con intima sofferenza per la linea della fermezza, nel tempo finale della propria vita, con inquietudine, si poneva tale interrogativo. Concludere che no, non meritava sarebbe una tragica sconfitta, un torto arrecato ai nostri stessi martiri civili, decretando l’inutilità del loro sacrificio. Ma altrettanto e più ingiusto sarebbe non porsi e riproporsi, sempre e di nuovo, con serietà la domanda e fare tutta intera la nostra parte perché lo Stato, questo nostro Stato, se ne mostri degno. Cominciando dalla onesta, amara presa d’atto che oggi non è affatto scontato.

Vertici Rai. L’atteso “cambiamento” passa per le poltrone da occupare?

Sono un lettore del Fatto Quotidiano sin dal suo esordio, per questo sono – dopo gli ultimi avvenimenti – convinto che la teoria del “non fare prigionieri” (Previti docet) per poi “ricostruire”, non ha alternative visto quanto il “vecchio potere” ha ramificato le radici. Basta vedere la reazione della “informazione mediatica” e la difesa di vecchi privilegi agli annunci di cambiare. Mi riferisco al governo gialloverde. Se vogliono sopravvivere e non deludere milioni di cittadini che li hanno votati, devono adottare questo apparente e discutibile principio, pena la scomparsa degli stessi movimenti e principi da cui è nato il M5S: non possono fermarsi. La Rai è l’emblema di questo possibile cambiamento. Devono azzerare tutto per poi cambiare radicalmente, anche con provvedimenti ai limiti delle leggi e della Costituzione. Il difficile verrà dopo “l’azzeramento”, quando ci sarà la tentazione di sostituirsi “ai vecchi”, nel vuoto creato, conservando gli stessi sistemi e privilegi. Insomma cambiare tutto per non cambiare nulla? Lì sarà la svolta del M5S e Lega.

Michele Lenti

 

Gentile Michele,lei coglie un punto: ogni idea, inclusa quella di “cambiamento”, cammina sulle gambe delle persone che le devono applicare. È molto difficile che dirigenti da sempre inseriti in pachidermi tipo la Rai o le Ferrovie dello Stato o certi ministeri. Ma il vero cambiamento non è sostituire amministratori delegati e presidenti lottizzati dagli avversari con i propri. La Rai è stata occupata dai berlusconiani, poi dai renziani, ora si preparano i gialloverdi. La svolta sarebbe cambiare il processo di nomina: si stabiliscono regole chiare per individuare i candidati e un criterio noto ex-ante su come scegliere tra questi (c’erano 236 candidati per i membri del cda Rai di nomina parlamentare, ma nessun criterio per decidere quali scegliere se non la solita spartizione tra partiti). Nel caso dei capi azienda – ad e presidenti – lo Stato azionista non deve solo scegliere persone specchiate (come Fabrizo Salini, nuovo direttore generale Rai). Ma deve anche indicare a questi manager che mandato hanno, su quali obiettivi verificabili saranno misurati, possibilmente in Parlamento. Altrimenti la fedeltà al politico di turno continuerà a essere l’unico criterio per premiare o punire i manager pubblici. Tutti sostengono di lottizzare per un fine superiore, per premiare i migliori, per cacciare i peggiori, per aggirare i vincoli burocratici. Ma il vero cambiamento consiste nel rendere la lottizzazione impossibile.

Stefano Feltri