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La Bonino invece di battere i pugni ammetta i suoi errori

L’onorevole Emma Bonino batte i pugni contestando la politica sui migranti del governo: “Voi sapete come me qual è la verità, sapete che non esiste nessuna pacchia”. La verità però, va detta tutta, perché c’è stato qualcuno che la pacchia l’ha fatta con i migranti. “Tu non sai quanto ci guadagno con gli immigrati. Il traffico di droga rende meno”, diceva Salvatore Buzzi. Un caso isolato? Chissà. La Bonino, in virtù delle sue transumanze dalla destra alla sinistra e viceversa, dovrebbe fare mea culpaper aver condiviso le disastrose politiche sui migranti dei due schieramenti. Dal demenziale trattato di Dublino (destra) alla ipocrita accoglienza della sinistra, non accompagnata da seri progetti di integrazione. Con il risultato che, tuttora, tanti disperati stazionano davanti a ogni chiesa, parcheggio ed esercizio commerciale a chiedere la carità. Insomma i radical chic hanno lasciato che la situazione peggiorasse fino a diventare insostenibile e oggi per nascondere la propria incompetenza si sono inventati la categoria dei populisti.

Paradossalmente a provvedere all’integrazione sono stati i vari racket dei mendicanti, degli ambulanti abusivi e così via. Dunque i forzisti, il Bomba e i pugni della Bonino ci hanno lasciato in eredità una bomba sociale.

Maurizio Burattini

 

Con il Tav ci si occupa di merci e non dei poveri passeggeri

A proposito dell’articolo di Travaglio sul Tav: non sono solo le merci che viaggiano ad altissima velocità, ma casomai i passeggeri. Si sono mai visti vagoni merci viaggiare a 280 km/h? Non esistono nè in Cina, Francia e Stati Uniti. Anzi negli Usa non esiste proprio il Tav. Chi ha fretta prenda l’aereo e arrivi prima. Anche le curve delle linee Tav non sono compatibili con il trasporto merci. Sarebbe più utile pensare al trasporto dei pendolari che viaggiano male stivati come sardine.

Lucio Usai

 

Rabbia per il vincitore del premio Fields emigrato

Il fatto che un giovane matematico italiano abbia vinto il premio internazionale più prestigioso per la materia – la Medaglia Fields – mi ha fatto piacere, ma per poco. Giusto il tempo di vedere dal suo curriculum che il nostro “genio” era andato presto all’estero, dove è stato apprezzato e messo in condizione di crescere ancora. Nel nostro Paese, se vali, entri subito in conflitto con la mediocrità dominante. Non solo quella che si organizza nelle cordate dei concorsi universitari, ma quella che riposa nel concetto comune di eccellenza. Che viene riconosciuto e rispettato solo a favore di chi diventa ricco. Chi invece è molto preparato in un campo del sapere, non viene supportato dal sistema-Italia, ma sopportato. Perché nella conoscenza, solo la qualità riconosce la qualità. E ai nostri vertici di selezione, di qualità ce n’è davvero poca.

Massimo Marnetto

 

Contestando le nomine Gentiloni ha perso il suo stile

Dopo essere apparso come un premier signorile ed equilibrato Paolo Gentiloni, attaccando le nomine del governo Conte nei vertici degli enti pubblici, perde lo “stile” e si rivela per quello che è, cioè un politico ipocrita tale e quale ai peggiori esponenti dei vari partiti.

Evidentemente dimenticando di avere prorogato a fine legislatura gli incarichi ai vertici degli enti pubblici, Gentiloni si scatena contro il governo perché fa nomine non gradite al Pd.

Insomma, se da leader parlava il meno possibile, adesso “viene scongelato” per mostrarsi un vero e proprio sepolcro imbiancato.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Ha ragione Montanari: contro Salvini serve orecchio

Tomaso Montanari afferma che per battere Salvini “ci vuole orecchio”. Aggiunge che il governo gialloverde non potrà mai essere sconfitto da coloro che direttamente o indirettamente hanno sostenuto e condiviso le strategie dell’ultimo Pd.

Giustissimo: ci sono milioni di persone che attendono di essere rappresentate da una forza alternativa ai populismi e ai renzismi.

Queste persone hanno il diritto/dovere di ascoltare, ma perché questo accada occorre anche che qualcuno parli e dica cose sensate. È ora che qualcuno abbia il coraggio di dar vita ad un nuovo unitario progetto democratico.

Un luogo in cui le persone possano ricominciare a dare non solo “orecchio”, ma anche cuore e cervello.

Tito Fornola

Le istituzioni intervengano sullo scempio di Poggioreale

Dopo i due casi di suicido verificatisi nel carcere di Poggioreale (Na), l’associazione ex detenuti è sul piede di guerra e punta il dito contro le istituzioni.

Le accuse riguardano l’invivibilità della casa circondariale, la struttura fatiscente, i circa 600 detenuti in più che affollano le celle e le condizioni disumane a cui vengono sottoposti questi nostri fratelli sfortunati.

In presenza di questi fatti gravi e sconcertanti, è necessario porre fine a questo spettacolo indegno che non fa affatto onore all’Italia. È opportuno restituire a queste persone la giusta dignità, in un Paese civile e democratico.

Le istituzioni non possono rimanere sorde di fronte a uno scempio simile.

Franco Petraglia

“Sporco comunista di merda”: giornalista accoltellato a Milano

Aggredito sulla porta di casa e minacciato con un coltello da due persone al grido “sporco comunista di merda”. È successo a Enrico Nascimbeni, giornalista, scrittore e cantautore veronese, residente a Milano. Lo ha raccontato lui stesso sulla sua pagina Facebook. “Sono tornato poco fa dalla stazione Garibaldi dei Carabinieri che ringrazio per tutto quello che hanno fatto e per il loro garbo la loro umanità e per come stanno svolgendo il loro lavoro e le indagini”, ha scritto, “in breve uno dei due fascisti che mi hanno aggredito sulla porta di casa mi ha tirato una coltellata al viso che per reazione istintiva ho parato con un braccio che ovviamente ha un taglio non grave”. L’artista ha raccontato che gli aggressori sono fuggiti dopo averlo insultato. “Mi sono chiuso in casa. Mi sono ripigliato un po’ e ho chiamato i Carabinieri (e ne sono arrivati tanti) ed è arrivata una ambulanza”, ha aggiunto, “non mi aspettavo una violenza del genere contro un giornalista, uno scrittore un cantautore per le sue idee”. Nascimbeni “era stato bloccato da Facebook per prese di posizione contro il razzismo e il fascismo e anche dopo sono continuati gli attacchi violenti e offensivi contro di lui”, spiegano i Sentinelli di Milano.

Vasvija “Madame furto” sempre incinta. L’“Adelina”della Loren ha la sua erede

Vasvija, nome d’arte Madame furto (così l’hanno ribattezzata gli investigatori romani) è stata beccata un’altra volta ieri. A Termini, nel senso di stazione della metro, è stata fermata mentre sfilava il portafogli al solito turista. E non è mica la prima volta. A febbraio era stata sorpresa mentre si cucinava un altro turista sempre nella ressa della metro, alla fermata Repubblica, in compagnia di tre sue allieve cui stava insegnando i fondamentali rudimenti dell’antico mestiere.
Ma la signora – anzi la madame, 32 anni, rom di origine bosniaca senza fissa dimora (sia detto per dovere di cronaca: di questi tempi è sempre meglio precisare) – non si è scomposta più di tanto. A breve scopriremo perché. Segnalano agenzie e siti d’informazione – d’estate queste cronache acquisiscono il fascino indolente dell’afa – che nel corso degli “accertamenti dattiloscopici” Madame è risultata destinataria di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, dovendo scontare una pena di 17 anni e 6 mesi, per i numerosi furti messi a segno in 12 anni di fulgida carriera. Lei, dicevamo, non ha fatto una piega. E non per la consuetudine con le manette. “Tanto non farò un giorno di galera, come tutte le altre volte”. Il fatto è che Madame è enceinte, come si direbbe in un romanzo vittoriano.

Di nuovo incinta: ha già nove figli. Pallottoliere alla mano, circa uno ogni due anni di galera. La matematica in questi casi è fondamentale: ce l’ha insegnato Sophia Loren in Ieri, oggi, domani di Vittorio De Sica, pluripremiato film che molti ricordano per lo strepitoso striptease dell’episodio “Mara”. Ma la prima storia, magistralmente scritta da Eduardo, è altrettanto celebre, e forse tanto magistrale da diventare “cattiva maestra”.

Adelina, che vive a Forcella con il marito disoccupato (Marcello Mastroianni) e il primo figlio, campa vendendo sigarette di contrabbando: “Americane, inglesi, svizzereee”. Dovrebbe scontare in carcere una condanna, ma non si può perché “tiene la panza”: l’avvocato le svela che con “quella panza” mica ci può andare in galera, è la legge. Comincia così una fertile attività parallela, la fabbrica dei pargoli. “I figli so ‘na gran cosa” dice il proletario Mastroianni davanti alla sempre più numerosa prole. Anche perché “a me i figli mi fanno bene. Ci sono certe femmine che si scasciano dopo il primo. E guarda qua, io sette…” dice la bellissima fattrice con le mani sul ventre, ai tempi sogno proibito di mezza Italia. E ogni volta che scadono i termini dell’impunità – concepimento, gravidanza, parto, più sei mesi di allattamento in libertà – bisogna adempiere ai doveri coniugali per scampare il gabbio: “Sotto Natale ti devi dare da fare”. Il talamo sarebbe dolce, la consorte invitante. Insomma “il desiderio c’è”, ma vuoi la miseria, vuoi la fatica del genitore, succede l’imponderabile: il povero marito fa cilecca, finendo suo malgrado per spedire l’ardente Adelina in cella. Ed è qui che entrano in scena i giornalisti. Come spiega l’avvocato davanti a un crocchio di cronisti, “la stampa ha un grande peso, si capisce, per fare pressione sull’opinione pubblica”. E sui poteri: così è che la domanda di grazia per Adelina, madre e moglie davvero esemplare, non passa inosservata. Il Presidente della Repubblica firma e la famiglia si riunisce in un gioioso abbraccio collettivo, tutti sopra il fecondo lettone. Se siete arrivati fin qui, vi domanderete se c’è una morale. Nessuna: non chiediamo grazia o giustizia, limitandoci in queste cronache agostane a constatare come siano numerosi i modi e i motivi per invertire il nostro deprimente trend demografico.

Messina Denaro, la strana fuga del “commercialista”

Nella famiglia mafiosa del latitante Matteo Messina Denaro aumentano le primule rosse. Da oltre un mese magistrati e investigatori danno la caccia a Vito Bigione di 66 anni originario di Mazara del Vallo, per gli addetti al crimine è “il commercialista”, con specializzazione in traffici internazionali di stupefacenti. Per anni – da fuggiasco – è stato l’Ambasciatore delle cosche nel continente africano, con base in Namibia e quando nel 2004 fu arrestato a Caracas (Venezuela) era nell’elenco dei trenta ricercati più pericolosi d’Italia. Fino a pochi mesi fa l’uomo è stato visto in città a Mazara del Vallo, portare a spasso il cane o andare al supermercato dinanzi casa. Il mese scorso la Corte di Cassazione lo ha condannato a 15 anni di carcere per mafia e traffico di stupefacenti (operazione Igres) e quando gli agenti del Commissariato di Polizia di Mazara – su indicazione della Procura Generale di Reggio Calabria – sono andati a cercarlo nella sua abitazione non hanno trovato nessuno in casa: Bigione è tornato latitante.

“Per abbracciare le cose di mano ci vuole qualità”

La prima volta fece perdere le sue tracce nel 1995, adesso invece si trovava libero per scadenza dei termini. Capelli brizzolati, baffi scuri come gli occhiali da sole e polo rossa. I carabinieri di Trapani lo hanno intercettato tra agosto e novembre dello scorso anno mentre tentava di far recuperare un credito di 20 mila euro a un produttore di formaggi. Fedele alla famiglia di Mariano Agate e ossequioso con Vito Gondola, ultimo capo riconosciuto, morto nel luglio 2017. Aveva ripreso a frequentare personaggi legati alla mafia mazarese, tra cui Dario Messina, poi arrestato nell’operazione Anno Zero. “Per abbracciare le cose di mano ci vogliono qualità”, diceva commentando le dinamiche della famiglia mafiosa, “nel mio piccolo me le sono abbracciate le mie cose, Dariù… il Signore qua mi guarda”. La sua è una storia fatta di complicità altolocate, pezzi da novanta di mafia e ’ndrangheta, ma anche link con agenti dei servizi segreti. Bigione si trasferì in Camerun e poi nel 1998 si spostò in Namibia. Secondo gli investigatori italiani lì avrebbe offerto un punto d’appoggio ad alcuni latitanti e alcune fonti – riportate dal sito Correctiv – dicono che in Namibia si sarebbe rifugiato anche Matteo Messina Denaro. “Uuff, non ne parlare, qua il cinquanta… il 50% è francese e la rimanenza è tutta italiani”, diceva parlando al telefono con il titolare di un pastificio siciliano. Bigione era conosciuto come un rispettato armatore di una flotta di 12 pescherecci, ormeggiati in un porticciolo creato di proposito a mezzora d’auto da Walwis Bay la cittadina in cui si trova il sontuoso “La Marina Resort”, ristorante affacciato sullAtlantico.

Nella sua agenda nomi di broker e trafficanti

È stato un affidabile partner di Vito Roberto Palazzolo (imprenditore dei diamanti, in contatto con i corleonesi) diventando socio nel “Sandrose’s Safari”. Nel 1999 finì in galera per un traffico di cocaina dal Brasile a Lampedusa ma pagò una cauzione di 50 mila dollari namibiani e si diede alla latitanza. Due testimoni raccontarono i dettagli di quel traffico e quando gli investigatori sequestrarono l’agendina di Bigione trovando una sfilza di nomi di broker e trafficanti disseminati in tutto il mondo. A difenderlo pubblicamente fu la moglie Veronique Barbier, nota imprenditrice francese che si schierò anche contro la richiesta di estradizione inviata dai pm italiani. L’Alta Corte la rigettò e Bigione continuò i suoi affari. È considerato uno dei broker più affidabili. La prima denuncia per traffico di stupefacenti risale al ’85, indagato per mafia dal ’87. L’uso dei motopesca è una costante nei suoi traffici, sia dal lontano Brasile che dal vicino Marocco. È a lui che nel 2002 si rivolge una joint venture di trafficanti di Cosa Nostra e ’ndrangheta, con l’ausilio di un turco e un greco, come raccontato dall’operazione Igres. Bigione venne contattato, organizzò il viaggio, recuperò la cocaina in Venezuela e la portò a largo delle coste mazaresi. La consegna fallì a causa di alcuni controlli anti-immigrazione nel Mediterraneo e lo scambio si concluse venti giorni dopo su un imbarcazione spagnola di un certo “Il Principe”.

La rete di imprenditori italiani in Africa

Si trasferì in Venezuela mentre gli investigatori erano a un passo dal ricostruire la sua rete, fatta da imprenditori italiani trasferiti in Africa, uno dei quali in contatto con un agente del Sisde.

I contatti rimasero nebulosi, mentre Bigione dal Latino America organizzava un nuovo traffico di cocaina, stavolta destinato all’Inghilterra. Le autorità inglesi segnalarono l’episodio, gli agenti italiani (Sco, Sisde e Squadre Mobili di Trapani e Palermo) lo arrestarono. Fu fermato assieme alla moglie in un appartamento perquisito, in cui custodiva soldi e dei passaporti falsi. Nel giro di poche ore atterrarono a Malpensa, ma adesso la fuga è ricominciata.

Emanuele Scieri vittima di nonnismo: ci sono tre indagati

Tre persone sono indagate di omicidio volontario in concorso per la morte di Emanuele Scieri, 26enne deceduto il 16 agosto del 1999 nella caserma “Gamerra” a Pisa, centro di addestramento dei paracadutisti. Non è stato un suicidio, come emerso nelle vecchie inchieste, ma la conseguenza del “nonnismo”. La commissione parlamentare d’inchiesta ha chiesto alla procura di Pisa ad aprire una nuova indagine culminata ieri con gli arresti domiciliari di Alessandro Panella, 39 anni, all’epoca caporale. Dietro la morte di Scieri c’è stata “un’aggressione da parte dei ‘nonni’”, ha spiegato il procuratore capo Alessandro Crini. L’accelerazione nell’indagine è arrivata mercoledì: “Una delle tre persone da tempo indagate stava per lasciare il territorio nazionale e sarebbe stato complicato riportarcelo”, ha detto il pm. Panella oggi sarebbe ripartito negli States, dove vive da anni. Gli altri due sospettati, tra cui un militare ancora in servizio, sono indagati a piede libero.

Scieri scomparve la sera del suo arrivo nella caserma e fu trovato morto tre giorni dopo ai piedi di una torre per il prosciugamento dei paracadute. Parenti e amici non hanno mai creduto alla tesi del suicidio.

“Mancano i mandanti occulti. Rifate il processo Mormile”

Mafiosi e spioni deviati. I primi: esecutori e mandanti, i secondi: suggeritori, interessati a tal punto da diventare loro stessi mandanti. Questo il quadro nel quale sarebbe maturato l’omicidio di Umberto Mormile, educatore penitenziario nel carcere di Opera a Milano. A sostenerlo il fratello Stefano che due giorni fa, con il supporto dell’avvocato Fabio Repici, ha depositato sul tavolo del procuratore aggiunto della Dda di Milano Alessandra Dolci una denuncia per riaprire il caso e individuare ulteriori responsabili. Tra questi “soggetti appartenenti ad apparati dello Stato”. Mormile fu ucciso a Carpiano l’11 aprile del 1990. A rivendicare l’omicidio con una telefonata la nota sigla “Falange armata” (fu la prima volta).

Sul caso pesano, ad oggi, due sentenze definitive, l’ultima chiusa nel 2011. Nei giudizi i mandanti vengono individuati nei fratelli Antonio e Domenico Papalia (oltre al boss di Lecco Franco Coco Trovato), esponenti dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta, storicamente radicata nell’hinterland di Milano.

Esecutori materiali furono, invece, il killer Antonio Schettini (braccio destro di Trovato) e Antonino Cuzzola, che guidava la motocicletta. Entrambi pentiti, ma con atteggiamenti differenti, almeno a leggere le 38 pagine di denuncia depositate dall’avvocato Repici. Schettini fu “protagonista di un depistaggio”. Dopo aver portato a processo Antonio Papalia, scelse il giudizio abbreviato, mentre nel processo ordinario si avvalse della facoltà di non rispondere. Cuzzola, invece, fin da subito, siamo all’inizio degli anni Duemila, spiegò che il movente era legato “alla volontà di Domenico Papalia di sopprimere colui che nel penitenziario di Parma era stato testimone di propri incontri abusivi con i servizi segreti”, circostanza che Mormile “aveva rivelato ad altro detenuto del carcere di Opera”.

In realtà, le motivazioni milanesi dell’omicidio riconducono il movente al fatto che Mormile, “già corrotto a Parma dallo stesso Papalia”, nonostante la promessa di venti milioni (poi incassati) per addomesticare una perizia favorevole al boss, si rifiutò sempre di redigere quel documento. A corroborare questa tesi anche il pentito Emilio Di Giovine. In realtà, si legge nella denuncia, “non combaciano nemmeno i periodi di servizio di Mormile al carcere di Parma con i benefici concessi a Domenico Papalia”. Insomma una verità giudiziaria che oltre a essere parziale, lega Mormile a “una ingiusta condanna morale”. Mormile non fu mai un corrotto. Ora la tesi iniziale sostenuta da Stefano Mormile trova conferme nell’attualità. Già nel 2006 “nell’operazione Invisibili” della Dda di Reggio “venivano spiegate le relazioni tra Domenico Papalia e appartenenti ai servizi segreti, come pure la capacità dei Papalia di ottenere trattamenti privilegiati dentro le carceri”. Nel 2017, poi, l’inchiesta “‘Ndrangheta stragista”, che coinvolge anche Giuseppe Graviano, rimette in fila le carte del caso Mormile, attraverso le testimonianze di alcuni pentiti.

Ancora prima il giudice nella sua ordinanza scrive come lo stesso Mormile, rifiutando i soldi della ‘ndrangheta avesse detto “che lui non era uno dei Servizi, alludendo ai rapporti di Domenico Papalia, risposta che aveva mandato su tutte le furie il capo mafia e che gli era costata la vita”. Nel processo, oggi in fase dibattimentale, Vittorio Foschini, boss di Quarto Oggiaro, spiega: “Mormile fu ucciso per l’allusione sui rapporti Servizi-Papalia. Papalia disse che Mormile andava ucciso, precisò che bisognava parlare con i servizi visto che non si doveva sospettare di loro (cioè dei Papalia). Ne seguì che Antonio Papalia, come ci disse, parlò con i servizi che, dando il nulla osta all’omicidio Mormile, si raccomandarono di rivendicarlo con una sigla terroristica che loro stessi indicarono”. Fu Antonio Papalia, ricostruisce il pentito Cuzzola, a farsi indicare dai Servizi la sigla della Falange armata e il “numero riservato dell’Ansa di Bologna” cui far chiamare da una cabina telefonica di Modena. Ancora Cuzzola: “Si sapeva che Domenico Papalia era in rapporti con i servizi segreti. Pino Piromalli me lo disse in carcere a Cuneo nel 2000. C’erano documenti che lo provavano”.

A livello mafioso, il via libera all’omicidio arrivò dal cosiddetto Consorzio. Spiega il pentito Salvatore Annacondia, detto “manomozza”: “Il consorzio era la mamma di tutti i gruppi. Era una realtà che ricomprendeva ‘ndrangheta, pugliesi, siciliani, campani. La Lombardia era la sua terra di elezione”. Per questo Stefano Mormile è convinto che “esistono ulteriori responsabili”. Tra questi “componenti del Consorzio e soggetti dello Stato che hanno suggerito, sollecitato, imposto l’assassinio e la rivendicazione della Falange Armata”.

M5S e Lega rinviano al 2019/2020 obbligo di vaccini a scuola

Due emendamenti identici, a firma M5S e Lega all’articolo 6 del Decreto milleproroghe, sono stati approvati ieri in commissione Affari costituzionali del Senato. Entrambi puntano a procrastinare all’anno scolastico 2019- 2020 il divieto di accesso ai servizi educativi e alle scuole per l’infanzia, dei bambini le cui famiglie non presentino la documentazione comprovante l’avvenuta vaccinazione. “Con questo atto M5S stelle e Lega dichiarano la vittoria dei no vax e soprattutto si assumono la responsabilità di diminuire l’immunità di gregge e ciò va a scapito dei più piccoli, dei bambini, dei più fragili, così come accaduto oggi a Bergamo, dove due neonate sono morte di pertosse perché prive di protezione vaccinale”, denunciano in una nota i senatori del Pd Dario Parrini, capogruppo in commissione Affari costituzionali, e Simona Malpezzi, che è intervenuta nel dibattito. Soddisfatto il sottosegretario alla Salute Maurizio Fugatti (Lega): “Una decisione di buon senso per la quale esprimiamo grande soddisfazione”.

Buoni pasto “Qui! Group”, il problema resta

“Avevo assicurato la soluzione in tempi brevi per il caos dei buoni pasto: il 6 agosto riprenderà il servizio”. Il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, sblocca con questo tweet il bubbone esploso tre settimane fa, quando la Consip (la centrale acquisti del Tesoro) ha revocato la convenzione a Qui! Group “per reiterato, grave e rilevante inadempimento delle obbligazioni contrattuali” rendendo de facto carta straccia i ticket in possesso di quasi un milione di dipendenti pubblici, forze dell’ordine e ministeriali compresi, che hanno perso in media 140 euro al mese ciascuno. Ora, a subentrare nella gestione dei due lotti del bando Consip da 388 milioni di euro vinto lo scorso 2016 dalla società genovese, sarà la multinazionale fracese Sodexo che da lunedì prossimo potrà cominciare a riemettere i buoni nelle 5 Regioni coinvolte – Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta, Lombardia e Lazio – dove, da inizio 2018, è stato impossibile spendere i ticket dopo che bar, ristoranti e supermercati hanno deciso di non accettarli più a causa del mancato rimborso da parte di Qui! Group. Poi, tempi tecnici permettendo, i lavoratori riceveranno i nuovi buoni da fine settembre.

Ma nella partita dei “buoni”, c’è poco da esultare. La riattivazione degli acquisti risolve solo il problema per il futuro: per il recupero degli arretrati il compito tocca alle singole amministrazioni che dopo aver recuperato i buoni dati ai dipendenti pubblici, per riavere i soldi indietro, devono rifarsi sulla società ligure seguendo le vie legali; stessa procedura che dovranno seguire gli esercenti.

Una bolla, quella di Qui!Group, che ancora non è esplosa. La scorsa settimana la procura di Genova ha aperto un fascicolo per atti relativi affidato al sostituto procuratore Patrizia Petruzziello che starebbe acquisendo i numerosi decreti ingiuntivi da parte dei creditori: le ipotesi di reato sono quella di falso in bilancio e bancarotta fraudolenta. Il gruppo, che ha chiuso il 2017 con 560 milioni di euro di ricavi consolidati, nel 2016 ha infatti registrato 191 milioni di euro di debiti che, comunque, per Consip non hanno rappresentato un ostacolo per l’aggiudicazione della gara vinta due anni fa.

Intanto, il subentro della multinazione Sodexo durerà fino a fine anno, quando si chiuderà la gara “Buoni Pasto 8” – e che vede tra gli ammessi con riserva anche la Qui! Group – che assegnerà un miliardo di euro a chi si aggiudicherà il nuovo appalto per i buoni cartacei ed elettronici della Pubblica amministrazione. La nuova legge sulla concorrenza consente, infatti, per la prima volta a un’unica società di aggiudicarsi tutta la torta. Ma a destare preoccupazione soprattutto nella Fipe, la federazione degli esercenti, “sono le proposte spregiudicate che sono state già presentate che si sfidano a colpi di ribasso del 20%”, le stesse che hanno caratterizzato il bando del 2016.

In mezzo, ci sono il milione di statali e oltre 300mila imprese del settore esasperate dalle commissioni, fino al 15 per cento.

Geronimo, il topo più esportato del “made in Italy”

Il Made in Italy non è fatto solo di cibo e vestiti firmati (anche se in realtà la voce più consistente del nostro export è rappresentata dalle macchine utensili, 69,3 miliardi nel 2017). All’estero ci comprano grandi scrittori come Umberto Eco ed Elena Ferrante, dive del pop come Laura Pausini e neomelodici misconosciuti in patria, tenori vecchi e nuovi, oltre a una sfilza di direttori d’orchestra e di bravi illustratori.

Ferrante ha venduto finora due milioni di copie negli Stati Uniti, la Pausini ha toccato quota 70 milioni di dischi. Ma la Armani del nostro export culturale si chiama Elisabetta Dami: se non la conoscete, avrete senz’altro in mente il suo topo-giornalista Geronimo Stilton: tradotta in 47 lingue, è arrivata a vendere 140 milioni di copie, più di dieci soltanto in Cina. Sono solo alcune delle cifre svelate da un’inchiesta di Fq MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez, in edicola da domani. Un numero questo dedicato all’Italia vista da lontano, con inchieste, reportage, interviste sulle luci e ombre del nostro Paese agli occhi degli stranieri. Compresi i famosi “mercati” che tanto condizionano le scelte politiche: resterete sorpresi nel leggere i giudizi trancianti espressi nei report riservati di alcune banche internazionali, redatti dopo la nascita del governo giallo-verde, che FqMillenniuM ha potuto consultare. Scorrendo le pagine del mensile, viene fuori il ritratto di un Paese ricco di singole e invidiate eccellenze, che stentano però a fare squadra. Complice un’instabilità politica difficilmente comprensibile a chi ci guarda da fuori. Lo scrittore Tim Parks, inglese da molti anni residente in Italia, racconta il suo personale shock culturale: arrivato qui foderato di prestigiose lauree anglosassoni, scopre che da noi per far carriera l’appartenenza ai “giri” giusti conta più del merito. Nel contempo, e inaspettatamente, esportiamo anche legalità. Carla Del Ponte, magistrata svizzera oggi in pensione, racconta come l’incontro con Giovanni Falcone, arrivato nel suo ufficio a Lugano un giorno del 1984 per inseguire i soldi di Cosa nostra, sia stato determinante per scrivere, molti anni dopo, la legge antiriclaggio attualmente in vigore nella Confederazione elevetica. Burocrazia, leggi farraginose, corruzione, mafia e incertezza politica spaventano i potenziali investitori, come certificano le camere di commercio di Regno Unito, Francia e Spagna, a cui si sono rivolti alcuni “infiltrati” del mensile presentandosi come imprenditori desiderosi di aprire nuove attività economiche nel nostro Paese. In parallelo, però, fanno registrare un vero e proprio boom gli acquisti di case da parte di nordeuropei, nordamericani e non solo, che nei nostri borghi più belli decidono di passare le vacanze, o di trasferirsi, magari a godersi un buon ritiro: più 17% nel 2017 rispetto all’anno precedente, pari a 8.200 compravendite, con richieste quadruplicate in cinque anni. Accanto ai classici, dal Lago di Como al Salento, paesini semisconosciuti scampano così allo spopolamento. È il caso di Cianciana (Agrigento) dove hanno trovato un tetto oltre 200 famiglie tra inglesi, canadesi, polacchi e svedesi. Luci e ombre si riflettono sui movimenti della popolazione.

Un reportage dall’Africa racconta come ci vedono i migranti in attesa della traversata. Per lo più perfettamente consapevoli dei rischi del viaggio, dalle violenze ai naufragi al clima ostile che li attende. Ma, spiegano, in molti dei loro Paesi la vita è insostenibile, fra povertà, tirannie e guerre più o meno dichiarate. Intanto emigriamo anche noi. Il mensile dà voce ai nostri giovani expat. Gli italiani trasferiti all’estero sono mezzo milione, la metà ha fra i 20 e i 40 anni. Al Sud è esodo: in 15 anni il saldo della popolazione è calato di oltre 700mila persone, tre su quattro fra i 15 e i 34 anni, uno su tre laureato. Un’emergenza che pare non appassionare nessuno.

La criminologa tv accusata di favorire la ‘ndrangheta

Corrompeva i periti che dovevano certificare l’incompatibilità al regime carcerario degli affiliati alla cosca Cacciola di Rosarno. Avvicinava le guardie penitenziarie di Rebibbia che portavano pizzini e messaggi ai boss detenuti. Voleva essere la “regina della penitenziaria” e, da ieri, il carcere lo vede dalla prospettiva peggiore.

È finita dietro le sbarre la criminologa Angela Tibullo. È tra i 45 arrestati nell’inchiesta “Ares” dei carabinieri. Dai salotti de “La vita in diretta” alle puntate di “Un giorno in pretura”, la professionista adesso è accusata di concorso esterno con la ’ndrangheta. Era lei, per i pm della Dda di Reggio Calabria, che avvicinava i medici legali nominati dai vari Tribunali per verificare le condizioni psicofisiche dei detenuti. Alcuni li pagava con denaro, altri con le escort, messe a disposizione dalle famiglie mafiose. Uno di loro, però, si è rivolto ai pm a cui ha riferito che, in cambio di una perizia favorevole al boss Teodoro Crea che si trova al 41bis, la Tibullo gli disse “che avrebbe saputo compensarmi adeguatamente. Mi specificò che tanti altri periti avevano accettato le sue richieste”.