La rete di Irina Osipova: Dio, patria, Donbass (e Salvini)

Sono destini incrociati, storie, sigle e personaggi che tornano. Con un punto zero, una sorta di camera di compensazione. San Pietroburgo, Russia. È il marzo del 2015, il Forum Internazionale Conservatore promosso dal partito nazionalista Rodina richiama gli esponenti principali dell’estrema destra europea. Ci sono le sigle della galassia nera di Italia, Svezia, Spagna, Germania, Bulgaria, Grecia. Nell’elenco degli oratori c’è, tra gli altri, Roberto Fiore, il leader di Forza Nuova. E in platea la giovane moscovita, Irina Osipova, che l’Italia la conosce benissimo. Figlia di Oleg Osipov, presidente del centro Rossotrudnichestvo di Roma (Centro Russo di Scienza e Cultura), donna che da anni svolge un ruolo di raccordo nel mondo in fermento della destra italiana. Si candida alle comunali di Roma per Fratelli d’Italia, flirta con la Lega, lavorando, nel 2015, al polo sovranista – poi fallito – ovvero l’alleanza tra il partito di Salvini e Casapound. Stretto il legame con Matteo Salvini, che accompagnerà nel suo viaggio in Russia del 2014, quando la Lega avviava il rapporto con Vladimir Putin.

La donna dei contatti, tra destra e Donbass

Il nome di Osipova appare nelle carte dell’inchiesta della Dda di Genova – non è indagata – come una delle figure di rilievo nei rapporti tra l’Italia e il Donbass, il fronte ucraino dove finivano i mercenari filo russi colpiti da un’ordinanza di custodia cautelare. Due gli episodi significativi citati dai magistrati. L’importanza dell’incontro del 2015 a San Pietroburgo – luogo, prima di tutto, di contatti – con la presenza registrata di due indagati dell’inchiesta genovese, Orazio Maria Gnerre – leader dell’organizzazione di estrema destra filoucraina Millenivm-Pce – e Luca Pintaudi. E, soprattutto, un’intervista del 2014 a Andrea Palmeri, alias “il generalissimo”, realizzata da Osipova per il sito dell’associazione dei giovani russi in Italia Rim. Una specie di Rambo della destra italiana, che da latitante mercoledì mattina ironizzava su Facebook: “Sì sono un terrorista, lo ammetto”, pubblicando foto che lo ritraggono mentre distribuisce viveri nel Donbass. I magistrati, poi, sottolineano anche il peso politico che aveva la giovane italo-russa tra il 2014 e il 2015: “Sta collaborando al lancio di Sovranità, la forza politica di cui è promotrice Casapound nell’ambito della sua alleanza con la Lega Nord”.

Osipova intervista Andrea Palmeri il 9 ottobre 2014, come ricordano i magistrati: “Premetto che la scelta di andare a combattere nel Donbass – si legge sul sito di Rim – non è stata una scelta di impulso, ma ho meditato a lungo”. Palmeri è una vecchia conoscenza per le forze di polizia, volto ben conosciuto degli ambienti radicali della destra di Lucca: “Noto skinhead, ex capo del gruppo ultras lucchese denominato “Bulldog 1998”, gravato da numerosi pregiudizi di polizia per reati contro la persona, danneggiamento, associazione per delinquere, discriminazione razziale, lancio di materiale pericoloso in occasione di manifestazioni sportive, resistenza a pubblico ufficiale e stupefacenti”, annota il Gip di Genova.

Da anni è anche il volto più in vista del gruppo degli italiani partiti per il Donbass. “Le battaglie di un fascista di oggi sono state l’amore e la difesa della patria, soprattutto da ingerenze esterne, la difesa della famiglia, il rispetto della tradizione e della religione”, aggiungeva nell’intervista alla giovane russa, rivendicando la sua militanza. E a rafforzare la sua vicinanza a Palmeri la sorridente Osipova si è poi fatta fotografare abbracciata al “Generalissimo”.

Andrea Palmeri viene ritenuto dai magistrati vicino al partito di Roberto Fiore: “È un camerata – spiegava Gnerre in una intercettazione ambientale – viene pure da Forza nuova (…) è un grande!”. E lo stesso Gnerre nel corso del Forum di San Pietroburgo avrebbe avuto un contatto con il partito di estrema destra, sostenendo di “essere amico del leader di Forza Nuova, Fiore Roberto, il quale, durante il convegno tenutosi a San Pietroburgo nel mese di marzo 2015, gli aveva asseritamente fatto delle proposte di collaborazione”, scrivono i magistrati di Genova.

Patti, contatti, alleanze nella Russia di Putin

. L’incontro di San Pietroburgo è il primo evento dove i legami stretti tra i partiti e movimenti della destra dell’Europa occidentale e orientale sono emersi apertamente. Nel documento finale la questione Ucraina è definita un affare interno, “ma che senza dubbio coinvolge molto di più la Russia rispetto ad altri paesi”. E Mosca “non può rimanere indifferente rispetto a questa situazione”. Se il fronte ucraino era il tema caldo del Forum, la discussione finale puntava ad una alleanza di ampio respiro: “Noi siamo forze conservative – si legge nel documento finale – (…) e l’attività più importante a nostro avviso deve essere il ritorno alle tradizioni, con un alto tasso di natalità”. Dio, patria e famiglia.

Daisy, identificati gli aggressori: “Abbiamo agito per goliardia”

Con i propri genitori commentavano il caso di Daisy Osakue. Ma avevano paura di essere arrestati, perché sapevano che a lanciare le uova contro la campionessa di atletica – che ora rischia di saltare gli Europei a Berlino – erano stati loro. Nessuno però ha confessato cosa fosse avvenuto la sera del 30 luglio scorso.

Fino a ieri quando a casa sono arrivati i carabinieri della compagnia di Moncalieri, alle porte di Torino, dove è avvenuto il fatto. I responsabili sono tre giovani di 19 anni, liceali e appartenenti a famiglie in cui nessuno ha mai avuto problemi con la giustizia. I tre ai militari hanno spiegato di aver fatto quel gesto per “goliardia”, non per razzismo. E non era la prima volta: era già successo sette volte da giugno e mezz’ora dopo Daisy avevano colpito anche un’altra vittima. Un dettaglio sulle loro famiglie – sulle quali gli investigatori avevano cercato di mantenere il massimo riserbo – però lo ha fornito Matteo Salvini che ha spostato la vicenda di cronaca nel campo della politica.

“L’informazione ‘ufficiale’ – scrive il vicepremier – ha occupato pagine di giornali e ore di telegiornali per denunciare l’emergenza razzismo alimentata da quel cattivone di Salvini (…) Vi aggiungo un dettaglio: pare che uno dei ‘lanciatori’ sia il figlio di un consigliere comunale del Pd”. Si tratta di un consigliere dem di Vinovo. Il figlio Federico, con una passione per il calcio, è stato denunciato con due amici per lesioni e omissione di soccorso. Nessun movente razzista dietro il loro gesto. Ma “goliardia”, come hanno spiegato. Partendo dai video delle telecamere i carabinieri hanno scoperto che il proprietario della Fiat Doblò, dalla quale è partito il lancio di uova, era il consigliere Pd. Quella sera l’auto l’aveva il figlio Federico. Che ha confessato, facendo anche il nome di due amici. “I miei assistiti – spiega Alessandro Marampon, legale dei tre – hanno realizzato le conseguenze (…) guardando la tv al mare, dove sono andati dopo l’episodio. Hanno pensato anche di costituirsi ma gli inquirenti li hanno preceduti”. Oggi la campionessa si sottoporrà a un’altra visita per stabilire se potrà partecipare alle gare nonostante le cure di cortisone.

Bagarre in aula contro il Guardasigilli. Casellati: “No offese”

Question time decisamente agitato, ieri, a palazzo Madama. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede era stato chiamato a rispondere a due interrogazioni. Una riguardava i suoi rapporti con l’avvocato Lanzalone, l’ex presidente di Acea finito nei guai nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio della Roma. L’altra gli chiedeva conto delle motivazioni con cui ha stoppato la riforma delle intercettazioni: era stata fatta, disse in un’intervista, per “mettere il bavaglio alla stampa” dopo l’inchiesta Consip. Ieri, rispondendo ai senatori del Pd, Bonafede ha detto: “Ricordavo che il question time fosse uno strumento serio con cui il Parlamento pungola il governo. Non ricordavo che fosse uno strumento per trasformare il Senato in un circolo ricreativo per i partiti”. La frase ha scatenato la bagarre in Aula, tanto che la presidente del Senato è stata costretta a sospendere la seduta. Poi, la stessa Casellati, ha redarguito il ministro: “Con tutto il rispetto, a nessuno è permesso di usare espressioni che possano offendere la dignità di quest’aula”. Bonafede ha risposto così alle polemiche: “Rispetto sempre il Parlamento, lo dimostreremo anche stasera in cdm. Il resto sono chiacchiere”.

I neuroni specchio dei due Matteo

Per quanto vogliano apparire diversi, e uno dei due abbia persino coniato un hashtag per proclamare il suo essere #altracosa, i due Matteo, Salvini e Renzi, si somigliano molto. Certo, Salvini è più bravo (infatti vince), e aderisce così perfettamente al suo personaggio da far passare le sue studiatissime uscite per l’effetto di un temperamento troppo genuino; l’altro è scarsetto, respingente, risentito, affetto da una patologica distonia dell’io che lo porta a credersi molto più gradevole di quanto non sia. Salvini ha fatto dell’anti-retorica e del politicamente scorretto la sua retorica; Renzi sguazza nella retorica, al punto da non farsi scrupolo di usare morti e malati per corroborare le sue tesi (a una Festa dell’Unità mostrò la foto del bimbo morto sulla spiaggia turca, e nella campagna referendaria lui e la Boschi promettevano uguali cure per i malati di diabete e tumore del nord e del sud). Ma c’è qualcosa che li svela affini, ancorché antagonisti, e perciò complementari. Entrambi nativi televisivi, animali da quiz, condividono lo stesso immaginario agonistico (le metafore calcistiche; i “rosiconi”: le élite, l’Europa, i radical chic, i professoroni) e non disdegnano di tirare in ballo i figli per costruirsi addosso una parvenza di affettuosità e affidabilità.

In questi giorni i neuroni specchio dei due rimandano infantilismi conformi: Salvini continua a citare Mussolini, quello tronfiamente ridicolo degli slogan priapeschi stampigliati su tutta la paccottiglia nostalgica. Prima il “Tanti nemici tanto onore” (che un esercito di filologi filo-leghisti ci ha spiegato essere non di Mussolini, bensì di Giulio Cesare anzi di Von Frundsberg, condottiero degli Asburgo nel 1500 nella battaglia di La Motta, episodio storico che ha inciso un’indelebile traccia nella memoria del piccolo Matteo); poi il “Chi si ferma è perduto” (più volte parafrasato dal Renzi degli inizi), sotto a un selfie che lo ritrae accanto a un aereo coi motori accesi, la faccia che prelude a un’azione eclatante, a metà tra l’impresa di Fiume e il lancio di gavettoni sul lungomare di Rimini. Tanto vale buttarla lì; ma Salvini non scimmiotta il duce per suggerire una analogia con Mussolini, quanto per sfidare chi dice che non si può evocare il fascismo, e così lanciare un richiamo agli elettori ostili all’etichetta castale (“vedete, non ho paura di loro”). Insomma, continua a fare ciò che sa fare meglio: il capitano dell’opposizione, stante l’aporia che adesso lui sarebbe al governo.

Renzi, rompendo la promessa di stare zitto per due anni a cui a per la verità nessuno aveva creduto, delira nell’ultima e-news. L’atleta di origine nigeriana colpita da un uovo, l’occupazione (inaudita) della Rai, l’archiviazione delle accuse al regista Brizzi (esito, vedrete, di tutte le indagini a carico di suoi amici e congiunti): tutto concorre a creare uno scenario emergenziale in cui crede ci sia motivo di provare nostalgia per lui. La chiusura di Casa Italia (“Usano la ruspa persino contro Renzo Piano, vi rendete conto?”, sic) fa rimpiangere i tempi del suo tour della misericordia nelle zone terremotate, con Donna Agnese che medicava gli infermi e confortava gli sfollati.

Non manca “una diretta Facebook sulla questione dell’aereo di stato, l’AirBufala di Toninelli e Di Maio”. Chissà se sarà inviata anche alla Corte dei Conti, che ha deciso di indagare sull’acquisto dell’aerone da satrapo megalomane.

Infine il colpo di genio: “Ogni giorno ci sono tanti commentatori che dicono che non c’è opposizione”, per via del noto ostracismo dei media nei suoi confronti. Niente paura: “Inizia con oggi (sic) una rubrica di servizio pubblico con i 7 Tweet che diversi parlamentari pubblicano e che i principali organi di informazione non rilanciano”. Ebbene sì, signori, 7 tweet, di Giachetti contro Salvini, della Boschi contro i grillini, della Malpezzi che difende la Buona Scuola, e scusate se è poco. Forse è vero che ogni governo ha l’opposizione che si merita.

Strage di Bologna, Bonafede promette: “Ora basta segreti”

Il 2 agosto a Bologna riapre ogni anno ferite che non riescono a cicatrizzarsi. Di solito, i politici e gli esponenti del governo che vengono a commemorare la strage della stazione e a fare promesse sono criticati e fischiati. Perché sulle stragi, come dice Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione famigliari delle vittime, “non ci sono misteri, ma solo segreti: i misteri hanno a che fare con le religioni, i segreti invece con le protezioni di cui hanno goduto personaggi e strutture”.

Protezioni che resistono, 38 anni dopo la bomba di Bologna, 49 anni dopo quella di piazza Fontana. Come ha ribadito Leonardo Grassi, componente della commissione che lavora sugli atti da desecretare e che mercoledì sul Fatto quotidiano ha denunciato: “La desecretazione, gestita oggi dai servizi segreti che ieri hanno depistato, rischia di essere l’ultimo depistaggio”.

Niente fischi, quest’anno a Bologna. Applausi al presidente della Camera Roberto Fico che dice: “Lo Stato ora c’è. La promessa è di esserci fino in fondo”. E ancora: “Oggi i fascismi possono essere di tanti tipi e vanno tutti combattuti. Solo quando sapremo tutto ciò che è stato potremo dirci un Paese unito. È l’unica promessa che vi faccio: come terza carica dello Stato ci sono al 100 per cento e non arretrerò mai di un passo”.

“Siamo usciti ogni anno da questa sala del Comune con tante promesse non mantenute”, ammonisce Paolo Bolognesi, “ora vogliamo i fatti”. Gli risponde il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: “È incredibile che dopo che lo Stato si è dimostrato negligente per 38 anni, i famigliari dimostrino ancora di voler credere nello Stato, dando una lezione di civiltà che la politica non ha mai dato. Ora il tempo delle parole è finito. È un obbligo morale prima ancora che politico che ci guida: giungere a una verità certa, libera da zone grigie e sospetti. Questo è l’unico vero modo di onorare le vittime”.

Quest’anno a Bologna ci sono due fatti nuovi: è in svolgimento un processo a Gilberto Cavallini, accusato di aver fornito ospitalità, sostegno e documenti falsi ai suoi camerati dei Nar già condannati per la strage, Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini; ed è corso una nuova indagine, da parte della Procura generale, sui mandanti dell’attentato e sulle coperture istituzionali. Condannati gli esecutori, intravisti i depistatori (Licio Gelli e due ufficiali dei servizi segreti che hanno già avuto una sentenza definitiva), è tempo di dipanare quel gomitolo di relazioni che univa neofascisti, criminalità, massoneria, apparati dello Stato. Le resistenze sono tante. Continuano a essere riproposte le false piste internazionali (già più volte smontate) che portano a terroristi come il tedesco Kram e al venezuelano Carlos, o ai palestinesi, o a Gheddafi. Continuano a essere negate le conclusioni certe, benché incomplete, delle sentenze passate in giudicato. “I veri colpevoli non sono stati ancora condannati. I giudici a Bologna sono sempre stati prigionieri di logiche idelogiche e giudiziarie con lo scopo non di ricercare la verità ma di riuscire, a tutti i costi, ad arrivare alla conclusione che la matrice fosse nera per ragione di Stato”, attacca la deputata di Fratelli d’Italia Paola Frassinetti, nel solco del neofascismo da cui proviene.

Dopo la denuncia di Leonardo Grassi al Fatto, due deputati del Pd, Andrea De Maria e Walter Verini, hanno presentato un’interrogazione sul comitato consultivo sulla desecretazione a cui partecipano i familiari delle vittime delle stragi. Ha risposto il ministro dei rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro. “Il governo ha già riconvocato il comitato. E s’impegna a rendere la documentazione desecretata davvero trasparente e accessibile. Le istituzioni hanno il dovere di garantire in ogni modo l’accertamento della verità sulle stragi”.

Tap, il sindaco di Melendugno parla di stop. Conte frena

Il premierGiuseppe Conte ieri ha incontrato Marco Potì, il sindaco di Melendugno (Lecce) dove è previsto l’approdo del Tap. “Con il premier abbiamo avuto una lunga discussione, lo ringraziamo per questa attenzione. – ha detto il sindaco -. Noi abbiamo esposto con i tecnici le criticità e il premier ha affermato che le valuteranno come fatto per Ilva per valutare se ci sono delle possibilità per fermare la realizzazione del gasdotto”. Diversa e decisamente più cauta (senza accenni a qualsiasi stop) la versione del governo: “Oggi ho avuto lungo confronto con il sindaco di Melendugno, accompagnato da consulenti tecnici e giuridici che mi hanno rappresentato alcune criticità del progetto Tap. All’esito di questo scambio, ho assicurato loro che questo governo opererà una valutazione approfondita di tutti gli aspetti segnalati e una attenta ricognizione delle attività sin qui svolte. Ovviamente ho anche rappresentato che si tratta di impegni giuridici già deliberati dal precedente governo”. Prudenza confermata da fonti di palazzo Chigi: “Non sono stati assunti impegni al di là di una attenta valutazione dell’intero dossier. Conte ha chiarito che l’opera resta strategica”.

E Renzi restò con 600 euro l’anno

Il disastro finanziario del 2008 è partito dai mutui subprime, garantiti a chi aveva un lavoro precario e un reddito incerto. La lezione è servita? Sembra di no, a guardare la storia del mutuo concesso a Matteo Renzi: 900mila euro per l’acquisto di una casa a Firenze del valore complessivo di 1,3 milioni di euro con un acconto di 400mila euro che l’ex premier ha versato cash all’atto del preliminare di vendita. L’analisi per la concessione di un finanziamento si deve basare innanzitutto sulla capacità reddituale del richiedente (quanto guadagna) e poi, in secondo luogo su una eventuale garanzia (se non mi paga, su cosa vado a rivalermi), come l’ipoteca sull’immobile.

Per determinare il reddito minimo necessario che un richiedente debba avere per sopportare il pagamento delle rate di un nuovo mutuo, le banche seguono un criterio: l’ammontare annuo delle rate del prestito non deve essere superiore al 30% (o al massimo al 35) del reddito netto dei richiedenti.

Renzi, secondo quanto riportato da Il Sole24Ore, ha un reddito lordo di circa 107.000 euro che, al netto della tassazione (supponiamo un’aliquota media del 40%), significa un introito netto di circa 65.000 euro.

Siccome il mutuo è stato contratto in cointestazione con la moglie, dobbiamo aggiungere anche il reddito da lavoro dipendente di una insegnante di ruolo in un istituto superiore che, secondo una analisi di Economia Italia pubblicata dal ministero dell’Istruzione può aspirare a un guadagno medio di circa 25.000 euro lordi annui che, sempre al netto delle imposte (immaginiamo un aliquota del 23%), equivale ad una entrata netta annua di circa 19.000 euro. Totale dei redditi netti disponibili della famiglia Renzi: 84.000 euro.

Come ricostruito da Davide Vecchi sul Fatto, i Renzi hanno già impegni mensili (rate di altri mutui) per circa 4.250 euro, pari a 51.000 euro annui che, sottratti al reddito netto, determinano un “reddito disponibile” di soli 33.000 euro circa. Per essere considerati affidabili come debitori per il nuovo mutuo della villa, i Renzi dovrebbero impegnare soltanto il 30% (o il 35%) di questo importo. Quindi una cifra compresa tra i 10.000 (30%) e i 12.000 (35%) euro circa.

Ora supponendo che Renzi, in virtù di una convenzione che preveda tassi agevolati per i parlamentari, abbia stipulato un mutuo alle migliori condizioni possibili e cioè a 30 anni e a un tasso variabile del 0,5% (quasi in perdita per la banca visto che l’euribor ad un mese è -0,37), la rata mensile dovrebbe essere di circa 2.700 euro, cioè circa 32.400 euro annui. Gli rimarrebbero quindi circa 600 euro all’anno per soddisfare i suoi bisogni primari. Vorrei confrontarmi con chi, in quella banca, ha deliberato quel mutuo e chiedergli se questi criteri vengono applicati anche ai comuni mortali.

 

Schede sparite e scelte fasulle: le mani dei Caf sul 5 per mille

Scelte condizionate, preferenze scomparse, milioni di euro girati ad associazioni amiche. Così, secondo la Corte dei Conti, è andata avanti per anni la gestione del 5 e dell’8 per mille da parte dei Caf, i centri di assistenza fiscale che aiutano (finanziati dallo Stato) i cittadini nella compilazione dei moduli sulle tasse, compresi quelli che servono a destinare parte dell’Irpef a enti, istituti o organizzazioni.

Adesso, dopo i rapporti della Corte sugli anni precedenti al 2015, si è mossa anche l’Agenzia delle Entrate, che ha completato la propria indagine sul comportamento degli intermediari che raccolgono e le trasmettono le scelte dei contribuenti.

Le dichiarazioni controllate tra il 2014 e il 2015 sono state 8.502: tra queste, a contenere irregolarità sono 485 schede, ovvero il 5,7 per cento del totale. Una quota non trascurabile, se si considera che nei due anni di indagine il gettito del 5 e dell’8 per mille ha sfiorato i 3 miliardi di euro e che dunque, con una proporzione, la percentuale di irregolarità potrebbe aver mosso cifre nell’ordine di 150 milioni di euro.

A goderne, in molti casi, sono stati associazioni o enti vicine agli stessi sportelli che aiutavano i cittadini con la documentazione. Le leggi vigenti non impediscono che l’intermediario possa essere beneficiario del contributo, ma – specifica la Corte dei Conti nella sua relazione – “la possibilità confligge potenzialmente con la necessità di una assoluta terzietà del titolare della funzione”.

La stortura è evidente: chi fa da tramite tra i contribuenti e lo Stato non dovrebbe essere soggetto interessato della transazione economica. E invece l’Agenzia delle Entrate ha scoperto che in 87 casi – sui circa 8mila dell’indagine – la scelta del cittadino è stata del tutto cambiata, mentre in altri 398 (4,6 per cento del totale) la preferenza è andata perduta. E non è un dettaglio, perché nella distribuzione del gettito dell’8 per mille, nel caso in cui il contribuente non esprima alcuna preferenza, i fondi vengono ripartiti tra gli enti beneficiari in proporzione alle scelte espresse: in altre parole, i soggetti che raccolgono più preferenze (cioè la Chiesa Cattolica, che incassa oltre l’80% del totale) aumentano il proprio gettito grazie alle schede lasciate senza indicazioni.

Nella relazione della Corte dei Conti si scoprono anche alcune anomalie specifiche. A Bari e a Bitonto, per esempio, all’interno della sede del Caf Cisal era stato fatto circolare un volantino pubblicitario dell’Università telematica Pegaso, proprio mentre, secondo i magistrati tributari, a San Bonifacio (Verona) il responsabile dello stesso sportello “suggeriva ai contribuenti manifestanti incertezze di effettuare la scelta a favore della medesima Università”. A insospettire la Corte era stato un dato eloquente: il 96% delle dichiarazioni trasmesse da quella sede riportavano come beneficiario proprio l’Istituto Pegaso.

A Rovigo, invece, un Caf consegnava ai contribuenti una documentazione che già conteneva l’indicazione di preferenza, pronta per essere firmata. Se i cittadini avessero voluto esprimere una scelta diversa, avrebbero dovuto cancellare la preferenza e modificare il modello cartaceo, con procedure ben più complicate del normale.

“Significativo – scrive la Corte – è il fatto che le entrate dei beneficiari provengono, per il 2012 e il 2013, per la quasi totalità, dai Caf di riferimento”. Nessun reato, ma numeri che fanno riflettere su come vengono riscossi il 5 e l’8 per mille: delle 248.847 preferenze concesse nel 2013 ad Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani) il 97 per cento arriva da Caf di riferimento, stessa percentuale che riguarda le 152.198 di Mcl (Movimento cristiano lavoratori), mentre anche Acai (Associazione cristiana artigiani italiani) raccoglieva l’88 per cento delle scelte nei propri Caf.

Di questi problemi la Corte dei Conti e l’Agenzia delle Entrate hanno più volte informato i Caf. Lo scorso 28 giugno un rappresentante della Consulta nazionale dei Caf, scrive la Corte, ha preso atto di queste anomalie, dichiarando la disponibilità ad affrontare il tema anche attraverso una modifica legislativa.

Difficile che se ne facciano promotori gli stessi Caf, anche perché si tratterebbe di intervenire proprio sulla loro terzietà o sull’istituzione di un organo centrale – magari pubblico – che gestisca la riscossione e il trasferimento del 5 e dell’8 per mille.

Ma in attesa di eventuali novità, per il momento resta nero su bianco la stroncatura della Corte: “L’infedele trasmissione e l’interferenza nel processo decisionale delle opzioni” operate dai contribuenti nella scelta sul 5 e sull’8 per mille “rappresentano un grave vulnus all’istituto, in quando questo trova la sua ragion d’essere proprio nella libera scelta dei cittadini”.

L’Agcom multa Amazon: “Attività postali senza titolo”

Amazonsvolge anche attività postali, come la logistica e la consegna di pacchi o la gestione dei centri di recapito, senza titolo autorizzativo. Lo ha verificato l’Agcom, che ha comminato una sanzione complessiva di 300mila euro a tre società del colosso dell’e-commerce: 50mila euro ad Amazon Italia Logistica, 100mila ad Amazon Italia Transport e 150mila ad Amazon Eu. L’Autorità ha anche avviato un’analisi di mercato sui servizi di consegna dei pacchi. L’istruttoria era partita nel mese di marzo con l’atto che contestava all’impresa di operare senza le dovute autorizzazioni. Adesso l’Autorità ha riscontrato che “il gruppo Amazon svolge nel ben più esteso perimetro di attività della filiera del commercio online, anche attività postali, quali la logistica e la consegna di pacchi o la gestione dei centri di recapito”. La sanzione deliberata è la massima consentita per illeciti di questo tipo. “Valuteremo la decisione presa da Agcom – ha commentato Amazon – e siamo disponibili a cooperare con le autorità al fine di fornire ulteriori informazioni relative alle nostre attività”.

Primo sì al decreto Dignità: l’asse con la Lega lo ha annacquato

Il decreto Dignità ha superato la prova della Camera e ora passa al Senato per l’approvazione definitiva. Dopo l’esame di Montecitorio, il provvedimento esce modificato, in alcuni passaggi annacquato.

Nonostante le diversità di vedute in maggioranza, non è servita la fiducia: necessaria, a tal fine, è stata l’attività del ministro per i Rapporti col Parlamento Riccardo Fraccaro. A cambiare il testo uscito dal Consiglio dei ministri il 2 luglio sono state soprattutto le commissioni, mentre l’Aula si è limitata a limare alcuni aspetti. Ecco quindi che cosa prevede la nuova versione del decreto, che sarà legge dopo aver ottenuto il semaforo verde a Palazzo Madama.

Stretta sul precariato.Come previsto fin dalla stesura del decreto, sarà più difficile usare contratti a tempo determinato: ogni rapporto non potrà essere rinnovato più di quattro volte (prima erano cinque) e non potrà superare i 24 mesi (prima erano 36). Nei contratti che durano più di un anno, bisognerà indicare le causali, cioè il motivo per cui l’azienda usa il lavoratore a termine. Lo stesso vale per i rinnovi. Nel passaggio parlamentare, però, è stato introdotto un periodo transitorio per permettere alle imprese di adeguarsi alle novità. I contratti che erano in vigore il 14 luglio potranno essere, entro il 31 ottobre, rinnovati secondo le vecchie norme (quindi anche per la quinta volta, oltre i 24 mesi e senza causale). Questo potrebbe trasformarsi in una beffa per quei lavoratori che negli scorsi giorni sono già stati mandati a casa e sostituiti dai propri datori, che hanno applicato il testo originario del decreto che non conteneva il periodo cuscinetto fino al primo novembre. Le commissioni, inoltre, hanno previsto una sanzione per le aziende che non rispettano le nuove regole: il contratto si trasforma automaticamente a tempo indeterminato. Ogni datore potrà usare personale a termine o interinale massimo nella misura del 30% rispetto agli stabili (non più il 20% oggi in vigore).

Cambia l’interinale. Secondo le vecchie regole, al lavoro in somministrazione , cioè quello che le agenzie forniscono alle aziende, non si applicavano i limiti temporali tipici del tempo determinato. Il decreto Dignità uscito dal Cdm aveva invece totalmente parificato le due tipologie. Le agenzie interinali hanno protestato e le commissioni hanno ridotto la portata del provvedimento. Ora i limiti si applicano solo all’utilizzatore, cioè all’azienda che usa i lavoratori “in affitto”, e non anche all’agenzia che somministra (che, formalmente, è titolare del rapporto di lavoro). Quindi lo stesso lavoratore non potrà essere inviato presso la stessa impresa per più di 24 mesi. Dalla stretta sul lavoro interinale vengono esentati i portuali. La somministrazione fraudolenta, quella che ha il solo obiettivo di eludere i contratti, torna a essere un reato: la sanzione è molto lieve (20 euro per lavoratore).

Tornano i voucher. Il passaggio più contestato riguarda il lavoro accessorio: i vincoli vengono alleggeriti per le imprese agricole e quelle del turismo. Nel caso degli alberghi, i voucher potranno essere usati da quelli che hanno meno di otto dipendenti a tempo indeterminato (e non più cinque). Le strutture ricettive, insomma, potranno evitare di applicare i contratti stagionali (più costosi perché garantiscono più tutele ai lavoratori) e usare i voucher purché il totale delle retribuzioni degli addetti pagati con questo strumento non superi i 5 mila euro (2.500 per lavoratore). I sindacati stanno protestando da giorni. “Quelli pagati con i voucher – spiega Stefano Franzoni di UilTucs – non avranno gli straordinari pagati, per fare un esempio, e non potranno accumulare contributi per il sussidio di disoccupazione”. Sia per gli alberghi sia per le aziende agricole è permesso di utilizzare il “voucherista” entro dieci giorni dalla comunicazione all’Inps.

Licenziamenti ingiusti. Nel decreto non c’è stato spazio per il ritorno dell’articolo 18, promesso in campagna elettorale dai Cinque Stelle. Il testo, però, aumenta i risarcimenti per i licenziati: il minimo passa da quattro a sei mensilità; il massimo da 24 a 36. Il Pd aveva presentato un emendamento per tagliare gli indennizzi ma poi ha fatto marcia indietro. Leu, invece, proponeva di ripristinare l’articolo 18, con il diritto al reintegro, ma l’emendamento è stato bocciato. La modifica proposta dal Pd, con l’aumento degli indennizzi in caso di conciliazione è stato approvata: il minimo passa da due a tre mensilità, il massimo da 18 a 27.

Bonus assunzioni. Assenti nel testo originario del decreto, gli incentivi per le imprese che assumono sono entrati dalla finestra del passaggio parlamentare. Si tratta però di un intervento molto limitato: i bonus introdotti dal governo Gentiloni si applicheranno agli under 35 (e non solo agli under 30, come previsto dalla norma precedente) anche negli anni 2019 e 2020.

Multe a chi delocalizza. Le imprese che hanno preso aiuti pubblici e poi si spostano all’estero saranno multate, dice il decreto. In sede di conversione, però, è stato ristretto il raggio d’azione: si potrà sanzionare solo l’azienda che trasferisce “l’attività economica specificamente incentivata”. Comunque, per chi si sposta restando in Ue (area di libera circolazione) la multa si può irrogare solo se l’aiuto era destinato a “investimenti specificamente localizzati ai fini dell’attribuzione del beneficio”. Restano salvi i finanziamenti già concessi e i bandi già pubblicati.

Basta spot ai giochi.Viene vietata la pubblicità al gioco d’azzardo; alla Camera sono state aumentate le sanzioni per chi viola il divieto. Approvato, inoltre, l’emendamento del Pd per il quale sui gratta e vinci ci sarà la scritta “nuoce alla salute”.

Misure fiscali. Lo split payment, il meccanismo per il quale lo Stato trattiene l’Iva per i suoi pagamenti, viene cancellato per i professionisti. Questo era scritto nel decreto e così è rimasto. Nel passaggio in commissione è stata aggiunta al 2018 la compensazione delle cartelle esattoriali per quelle imprese che abbiano crediti nei confronti della pubblica amministrazione.