Sanzione record al Gruppo Ferrovie: “Manca trasparenza”

È la multapiù alta mai comminata dall’Authority dei Trasporti (Art) quella inflitta ieri a Rfi (società del Gruppo Ferrovie dello Stato) per non aver assicurato condizioni eque e non discriminatorie sull’accesso alla rete. La sanzione da 620mila euro è stata spiegata nella delibera pubblicata sul proprio sito dall’Authority dove si è potuto leggere che “per quanto attiene alla gravità della violazione, si evidenzia come la condotta di Rfi risulti lesiva dei principi di trasparenza, equità e non discriminazione in ordine alle condizioni di accesso all’infrastruttura ferroviaria. E ciò anche mediante il mancato assolvimento, in maniera tempestiva e simmetrica, dell’obbligo informativo sull’upgrade dell’infrastruttura oltre i 300 km/h, con pregiudizio per il mercato del trasporto ferroviario di riferimento, con la sola eccezione dell’incumbent Trenitalia”.

Il procedimento sanzionatorio concluso da Art era stato innescato da una denuncia di Italo-NTV del 2017 e la decisione di una multa così salata è stata presa dall’Authority per “gravità della violazione” di Rfi che ora dovrà pagare entro 30 giorni o decidere di ricorrere al Tar o eccezionalmente al Presidente della Repubblica.

L’Air Force Renzi ha volato 88 volte: ecco chi l’ha preso

Sulla distanza vince Paolo Gentiloni, che, ancora ministro degli Esteri, il 28 ottobre 2016 fa un Roma-Marsiglia, andata e ritorno: il gigante ribattezzato Air Force Renzi si alza in volo per 600 chilometri, poco più che Malpensa-Fiumicino, a bordo giusto sette persone. Il record degli sprechi spetta però all’ex ministro degli Esteri Angelino Alfano che ha compiuto una trasvolata in solitaria: a bordo un solo passeggero, lui stesso, tra 299 posti vuoti. Era il 21 gennaio scorso. Dopo essere stato scarrozzato ad Abu Dhabi e ad Algeri con non più di sette compagni di viaggio, tornava a Roma da Bruxelles, dove nessuna compagnia al mondo si sognerebbe di fare quel volo con un bestione così ingombrante e costoso. Ma tant’è. Alfano ha usato l’Air Force Renzi per una ventina di missioni istituzionali: il 22 marzo 2017, per esempio, è tornato da Washington con almeno un altro passeggero a bordo, i posti vuoti in quel caso sono stati solo 298. La media è di 23,1 passeggeri a tratta.

Il Fatto Quotidiano pubblica, dopo aver fatto un accesso agli atti presso il segretariato generale della presidenza del Consiglio, i voli dell’Airbus della discordia, quello acquistato (o meglio affittato in leasing) dal governo Renzi con un contratto che il governo Conte ha deciso di rescindere e sul quale anche la Corte dei Conti ha avviato un’indagine.

Per la prima volta possiamo così conoscere il nome dell’autorità richiedente e il numero dei passeggeri. È così possibile farsi un’opinione non tanto sul contratto da 150 milioni circa di cui quasi tutto oramai si è detto (il Fatto ne ha rivelato i dettagli nei giorni scorsi), quanto sull’utilità effettiva di questo “investimento” alla luce dell’uso concreto.

Dall’11 luglio 2016 al 24 febbraio 2018 i voli sono stati in tutto 88: 47 sono riportati nell’elenco di cui il Fatto è in possesso, altri 41 sono relativi alle più alte cariche dello Stato e non sono stati resi noti per motivi di sicurezza. Da ulteriori verifiche sono risultati ascrivibili a Paolo Gentiloni, stavolta nei panni di premier, e al presidente della Repubblica. Il Quirinale conferma che Sergio Mattarella lo ha utilizzato in due occasioni soltanto: a maggio 2017 per una missione istituzionale in Argentina e Uruguay, il mese successivo per recarsi in Canada.

La vicenda dell’Airbus 340, acquistato da Renzi ufficialmente per voli di Stato su tratte a lungo raggio, è quindi finita con lui che non sale a bordo (per schivare prevedibili polemiche) ma lo mette a disposizione dei suoi ministri, come fosse un taxi per le tratte brevi, ma a costi stellari: il contratto iniziale prevedeva, oltre al leasing per 70 milioni, costi di manutenzione per 32 milioni, altri 12 milioni per l’handling (il supporto a terra) e il ricovero a Fiumicino, 4 milioni per addestramento piloti e altri 20 per il riallestimenti della versione “vip” (poi saltata).

Questo spiegamento di risorse forse ha indotto chi lo ha utilizzato a non sentirsi in soggezione. Non ha certo badato a spese Alfano, per esempio, quando ha utilizzato questo Airbus 340 per andare a Lubiana, facendolo alzare in volo per nemmeno 500 chilometri. A bordo una trentina di persone. Per avere un’idea dello spreco si può citare il suo viaggio del 9 gennaio 2017 sulla tratta Roma-NewYork con sole 8 persone a bordo. Secondo gli esperti, un’ora di volo del quadrimotore in questione costa dai 20 ai 25mila euro. Significa che quel viaggio da 19 ore è costato intorno ai 400mila euro, 50mila euro a passeggero. Un biglietto di linea può costare cento volte meno. Non proprio un affare.

La tabella fa chiarezza anche su un altro punto che è centrale nella vicenda e nello scontro politico. Ancora pochi giorni fa Matteo Renzi ha risposto alle polemiche e al blitz dei ministri Di Maio e Toninelli a bordo del gigante sostenendo che su quell’aereo lui non ha mai messo piede. Il costoso contratto di leasing è però sembrato a molti lo scotto da pagare per convincere gli arabi di Etihad (fuggiti dopo tre anni) a farsi carico del salvataggio di Alitalia. Renzi ha detto che l’Airbus serviva a promuovere l’export italiano, tanto che l’investimento si ripagava da solo, secondo il “business plan” citato dallo stesso Renzi: “Con la presenza di almeno i due terzi dei posti per gli imprenditori per i quali era previsto un contributo”. I dati però dicono che quei due terzi non sono mai stati raggiunti, l’aereo non ha mai portato più di 120 passeggeri.

Quello con destinazione India, a bordo il sottosegretario allo Sviluppo Ivan Scalfarotto, è il “viaggi d’affari” più riuscito. Gli altri sono ancora meno affollati, a partire dal volo inaugurale dell’11 luglio 2016, di cui si è parlato, a Cuba in compagnia di 50 imprenditori (su 70 passeggeri tra 230 posti vuoti) in missione per tre giorni all’Avana. Nessuno dei viaggi si è quindi “ripagato” grazie al biglietto degli imprenditori. Per essere portati a Cuba con le bandiere dell’Italia, per esempio, gli imprenditori hanno pagato 2.500 euro ciascuno per un totale di 125mila euro recuperati. Soldi con cui non si sono ripagate neppure le spese vive di quel singolo volo. Nulla del leasing, neppure un adesivo dell’aereo.

La Giunta dà 3 giorni a D’Alfonso: “Rinunci al posto in Regione”

Ieri la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato ha esaminato il caso di Luciano D’Alfonso, il senatore Pd che si divide tra Palazzo Madama e la Regione Abruzzo, dove è presidente. La Giunta ha rilevato “l’incompatibilità tra la carica di governatore della Regione Abruzzo e quella di senatore”. “In seguito alle decisione – ha dichiarato il presidente della Giunta Maurizio Gasparri – ho inviato al senatore D’Alfonso una comunicazione con la quale lo si invita ad optare per una delle due cariche”. La proposta formulata dalla vicepresidente Grazia D’Angelo, che dichiarava l’incompatibilità, è stata approvata a maggioranza dopo “un articolato dibattito”, come fa sapere la Giunta in una nota. Luciano D’Alfonso, pur essendo incompatibile dal giorno della sua elezione in Senato, lo scorso 4 marzo, ha sempre rinunciato alle dimissioni da governatore, sostenendo che la sua nomina in Parlamento diventasse ufficiale soltanto al momento della pronuncia della Giunta per le elezioni. Giunta che si è formata soltanto qualche settimana fa e che, dopo aver accertato l’elezione di D’Alfonso, ora gli ha concesso tre giorni per decidere.

E il figlio Leo nella squadra social del “Capitano”

Papà Marcello Foa si aggrappa alla Lega per sperare in una sempre più improbabile nomina alla presidenza della Rai, mentre si proclama “lontano dai partiti e dalla partitocrazia”. Il figlio Leonardo invece è talmente lontano dai partiti che ha trovato lavoro in quello di Salvini: è nello staff della comunicazione del ministro dell’Interno, che anche lui chiama “Il Capitano”. Questa piccola, imbarazzante circostanza – che dovrebbe affossare definitivamente le aspirazioni di Foa senior – è stata scoperta dall’Espresso ma in pratica autodenunciata dallo stesso Leonardo, la cui qualifica nello staff leghista del Viminale è scritta in cima al suo profilo pubblico su Linkedin, in un inglese un po’ pomposo: Communication staff member for Matteo Salvini, Italy’s Interior Minister and Vice Prime Minister. In pratica il giovane Foa – 24 anni, brillante carriera accademica tra la Bocconi e un master alla scuola di management di Grenoble – è nella squadra che si occupa della comunicazione sui social network, agli ordini di Luca Morisi, l’uomo che ha costruito gli impressionanti risultati di Salvini su Facebook e Twitter.

Leonardo Foa è lavoratore talmente zelante che condivide i contenuti della propaganda salviniana pure sui suoi profili privati. Sulla sua pagina Facebook si rincorrono le espressioni pensose del ministro dell’Interno e gli slogan di sostegno di Foa junior: “Il Capitano ce l’abbiamo solo noi”, “Salvini ha già vinto e Mattarella ha perso”, “Il Capitano è arrabbiato”, “Il Capitano è pronto, e tu?”.

Ovviamente le opposizioni hanno infierito sulla proclamata “equidistanza” di Foa padre dai partiti politici. Salvini fa spallucce e replica di non provare “nessun imbarazzo”. Dal Viminale spiegano: “Leonardo Foa ha studiato la comunicazione social di Salvini nell’ambito del progetto di tesi. In questo modo ha cominciato a collaborare con Salvini (nella società di Morisi e Andrea Paganella, ndr), esperienza proseguita da quando è diventato ministro”.

Salvini apre le gabbie: “Svuotiamo Fi”

“Io ricevo decine di messaggi quotidiani sui social network dai miei elettori infuriati: che ci fai con quelli lì, sei sprecata; vai con Salvini, gli altri sono morti”. Silvia Sardone, consigliera lombarda di Forza Italia, record-women alle Regionali con oltre 11mila preferenze, è da parecchio tempo con la valigia in mano. “Io sono ferma sulle mie posizioni, è Forza Italia che tradisce il centrodestra”, dice. Insomma, mica è lei che se ne va dal partito: è il partito che se ne va da lei. Sono in tanti a pensarlo tra gli azzurri; decine di consiglieri, eurodeputati e anche parlamentari in diversi territori: nel partito del Cavaliere si respira un’aria sempre più agonica, il futuro è la Lega.

L’affaire Foa peraltro ha fatto cadere gli ultimi scrupoli dei leghisti. Se prima c’era una sorta di patto tra gentiluomini per evitare un brutale saccheggiamento delle truppe berlusconiane (limitandosi a quello dei consensi), dopo il voltafaccia sulla Rai queste remore sono cadute. L’ha minacciato lo stesso Salvini in un’intervista al Quotidiano Nazionale: “Io fino ad oggi ho detto di no (a chi vuole passare alla corte del Carroccio, ndr), però se Forza Italia sceglie il Pd è giusto che chi si sente di centrodestra possa fare politica con la Lega”. Concetto ancora più chiaro nelle parole del salviniano Alessandro Morelli: “Ci sono richieste dai territori come sindaci, consiglieri comunali, consiglieri regionali, perché non è la Lega che sta scegliendo di allontanarsi dal centrodestra, ma Forza Italia che non vota Foa e quindi non vota il cambiamento”.

La transumanza è in atto a Nord come a Sud. Elena Donazzan è un’assessore regionale azzurra in Veneto, anche lei con in dote migliaia di preferenze (oltre 6mila alle Regionali del 2015). È di fatto fuori dal partito, dopo un’intervista al Corriere del Veneto in cui ha sostenuto che Forza Italia “rischia di andarsi a schiantare” e per evitare che succeda “deve fare un partito unico con la Lega”. Anche il capogruppo in Regione Massimo Giorgetti è vicino all’addio, dopo essersi rifiutato di confermare la tessera del partito.

In Campania hanno lasciato Forza Italia, nelle ultime ore, il sindaco di Eboli Cosimo Pio Di Benedetto e l’ex senatore Franco Cardiello, che andrà a lavorare nella segreteria di Alessandra Mussolini, pure lei in transito da Arcore a Via Bellerio. In Piemonte è prossimo all’addio Alberto Cirio, eurodeputato di Forza Italia vicino al filoleghista Giovanni Toti: era in predicato di correre da presidente della Regione per il centrodestra, ma è finito indagato nel nuovo filone della Rimborsopoli piemontese (relativo all’èra Bresso); la sua candidatura rischia di saltare e dovrebbe accontentarsi di essere riconfermato a Strasburgo. Anche Marco Perosino, senatore di Forza Italia e sindaco di Priocca (Cuneo), è dato in fuga verso il partito di Salvini.

A decidere l’entità della migrazione – paradosso – sarà più che altro la capacità della Lega di accogliere: il Carroccio sta già svuotando l’elettorato del Cavaliere. Gli eletti interessano meno: non servono peones e vecchi transfughi in cerca dell’ennesima collocazione. A meno che non portino con sé mucchi di preferenze.

Rai, tutto fermo su Foa. E il governo pensa ai tg

Il Cda della Rai “è nel pieno delle sue funzioni”, può “essere convocato e operare, secondo i termini riconosciuti dalla legge”. Perché il dg “dispone delle deleghe che gli sono assegnate”. Questo il parere che l’ufficio legale della Rai ieri ha fatto avere al settimo piano di Viale Mazzini su precisa richiesta dei consiglieri. Il Cda, infatti, riunitosi ieri mattina alle 11, per prima cosa ha voluto sciogliere il nodo sulla sua operatività. Da qui l’esigenza di sottoporre la questione all’ufficio legale. Questo significa che il Cda, anche senza presidente, ma convocato da Marcello Foa in quanto consigliere anziano, può procedere alle nomine. Anche quelle dei Tg. E sembra essere proprio questa l’intenzione di Lega e M5S. E questo intendeva Salvini quando parlava di un Cda “che può svolgere funzioni e mansioni”.

In sostanza, anche se la situazione della presidenza non si dovesse sbloccare – e ieri in Parlamento si ipotizzava addirittura un rinvio a settembre -, si vuole procedere subito, la prossima settimana, al rinnovo dei direttori dei Tg. In modo da lasciare ai nuovi il mese di agosto come periodo di rodaggio, per essere pronti a settembre con l’inizio della stagione televisiva (e politica). I nomi che girano sono quelli Gennaro Sangiuliano per il Tg1, Alberto Matano al Tg2 e Luca Mazzà confermato al Tg3. La terza rete, dunque, resterebbe così al Pd. Con la garanzia, dicono i boatos di Saxa Rubra, di avere un Tg3 comunque “non ostile” al governo.

Non è detto però che l’accelerazione avvenga. Anche perché ieri il Pd ha tirato in ballo il Quirinale. “Se l’occupazione di Foa in Rai continuerà, chiederemo a Mattarella di riceverci, perché si deve procedere al più presto al voto su una nuova candidatura”. Altro ostacolo è di natura legale. Perché diversi soggetti non concordano con il parere degli avvocati Rai. A cominciare da Fnsi e Usigrai, secondo cui “Foa come consigliere anziano può convocare il Cda solo per procedere a nuova votazione sul presidente, ma niente altro”. Quindi “qualunque altro atto sarebbe una frode della legge e noi siamo pronti a impugnare eventuali atti illegittimi”. “Se i consiglieri si riuniranno per prendere decisioni, come nomine o altro, rischiano di pagare personalmente”, avverte il dem Michele Anzaldi.

Foa, che sembra finito in un tritacarne più grande di lui, attende sempre segnali da Palazzo Chigi. Che non arrivano. “Sebbene molti continuano a provocarmi, non cederò mai a queste provocazioni e attenderò con serenità e fiducia che l’azionista mi dica cosa sia opportuno fare nell’interesse della Rai”, ha detto, un po’ criptico, con un video su Fb. La sua posizione, però, sembra sempre più in bilico, anche alla luce della vicenda del figlio, Leonardo, assunto al Viminale da Salvini.

Sul fronte politico, però, è stallo. Ieri per Forza Italia e Lega è stata una giornata interlocutoria, quasi di decantazione, per far sbollire gli animi dopo le tensioni di mercoledì per la bocciatura di Foa. E lo strappo interno ai forzisti, con il partito che si è rivoltato contro il suo leader. Ufficialmente, tutti restano sulle loro posizioni. “Il mio nome per la presidenza è sempre Foa”, ha ribadito ieri sera Salvini. “Lo ripropongono? Foa da presidente Rai a presidente mai”, la risposta dell’azzurra Mara Carfagna.

Nei corridoi, però, trapela che, tra Lega, M5S e Fi, si sta comunque cercando una soluzione che, a questo punto, dovrà passare dal sacrificio di Foa. Tra gli attuali consiglieri restano in pista i nomi di Laganà e Rossi, ma è possibile anche una soluzione esterna, un volto noto che metta d’accordo Salvini e Berlusconi, e venga accettato da Di Maio. Ma tutto ciò potrebbe avvenire anche a settembre. Non c’è fretta. La fretta è sui Tg.

Berluscomiche

Pensavamo che la lunga, interminabile stagione berlusconiana avrebbe avuto un crepuscolo degno della tragedia che è stata. Invece sta finendo in farsa, anzi in pochade. L’altroieri quel che resta del centrodestra forza-leghista che, fra alti e bassi, è stato maggioritario in Italia per 24 anni ininterrotti, s’è schiantato in mille pezzi contro un nome di tre lettere: Foa, nel senso di Marcello, l’ex caporedattore esteri del Giornale, dove tuttora tiene un blog sul sito. Dopo un quarto di secolo trascorso a strillare contro l’egemonia gramsciana della sinistra sulla cultura e sulla tv e a cercare (invano) un intellettuale conservatore che ne incarnasse il contraltare, il centrodestra pareva averlo trovato in Foa. Non grazie a una rigorosa selezione, ma per puro caso, come accade nei boschi ai cercatori di tartufi o di funghi. I 5Stelle, il ministro Tria e il perfino il premier Conte avevano detto no alla candidata di Salvini e Giorgetti: il ronzino di ritorno Giovanna Bianchi Clerici, già parlamentare della Lega e poi consigliera d’amministrazione della Rai, a cui aveva procurato (in combutta con gli altri colleghi berlusconiani) un danno erariale di una dozzina di milioni con la nomina illegittima del dg Alfredo Meocci, e si era beccata una condanna per danno erariale dalla Corte dei Conti e un processo penale per abuso d’ufficio finito in prescrizione. Promuoverla a presiedere l’ente pubblico che aveva così ben amministrato non pareva un’ottima idea.

Così, nell’ultima notte utile, dal cilindro di Salvini era saltato fuori Foa, autore di duri attacchi all’euro e a Mattarella, nonché simpatizzante di Putin e Savona. Il fatto che Foa non fosse un politico trombato, né un portaborse di partito, ma avesse un mestiere per conto suo, fra l’altro nel ramo televisivo – amministra il gruppo multimediale del Corriere del Ticino – faceva di lui un presidente Rai certamente migliore dei precedenti targati centrodestra: tipo “Lottizia” Moratti, che la tv l’aveva vista solo nel salotto di casa sua, o Antonio Baldassarre, che a stento distingueva un televisore da un tostapane però era amico di Previti. Ma ecco il capolavoro di B.: anziché felicitarsi per l’approdo in Rai di un bel conservatore anticomunista, ex dipendente del suo Giornale, esperto di tv ma non sospettabile di conflitti d’interessi perché non viene da Mediaset, lettore e addirittura autore di diversi libri, per giunta accusato da sinistra di simpatizzare per il suo amico Putin e di antipatizzare per il suo nemico Mattarella, lo boccia. In tandem col Pd. E ora gli eventuali elettori forzisti si domandano cosa gli sia passato per il capino.

Nessuno può credere che abbia detto no perché Salvini l’ha avvertito solo all’ultimo, o perché non gli ha chiesto il permesso: lui, quando occupava la Rai, faceva la stessa cosa con la Lega. E nemmeno il berlusconiano più impermeabile al sense of humour, sentendo i forzisti e i pidini tuonare all’unisono contro la lottizzazione gialloverde, riesce a trattenere le risate al pensiero di quel che han fatto questi spudorati per 25 anni sulle spoglie esanimi del servizio pubblico. Nel nuovo Cda il Pd ha appena ripiazzato una consigliera uscente che per cinque anni era sempre sfuggita ai radar: tal Rita Borioni, laureata in storia dell’arte, già autrice e conduttrice di Red Tv (la tv clandestina del Pd, ovviamente fallita), ma soprattutto segretaria-portaborse di quei gran geni di Orfini e Marcucci. E FI ha votato Giampaolo Rossi, l’ex fidanzato dell’ex portavoce di B., Deborah Bergamini, ora in quota FdI, mentre alla presidenza della commissione di Vigilanza voleva riciclare Gasparri, poi fra le risate generali ha sistemato il neosenatore ed ex mezzobusto Mediaset Alberto Barachini. Si dirà: FI fa parte della minoranza antigovernativa, normale che voti contro il presidente della maggioranza. Vero. Ma non s’era mai vista una coalizione con un partito che sta al governo e l’altro sta all’opposizione ma consente al primo di cornificarlo col proprio peggior nemico. E poi, come ha ricostruito Fabrizio D’Esposito, il no di FI a Foa non l’ha voluto B., che anzi sul letto di dolore del San Raffaele s’era convertito al sì: gliel’hanno imposto Letta&Tajani, i due tordi che si credono colombe.

Il primo ha detto a B. che, cambiando idea, avrebbe “perso la faccia”, come se ne avesse mai avita una. Il secondo gli ha ricordato di essere il vicepresidente di FI (cosa di cui nessuno si era accorto) e ha minacciato le dimissioni (di cui nessuno si sarebbe accorto). Così il pover’ometto ha dovuto comunicare di aver “preso atto” della decisione del partito e di averla “naturalmente condivisa”, sconcertando quanti pensavano che chi condivide non prende atto e chi prende atto non condivide. La verità è che a B. del presidente Rai non frega niente, specie ora che quella carica conta poco o nulla. Di più: a B. non frega niente neppure della idee del presidente Rai. Anzi, per dirla tutta: a B. non frega niente delle idee, punto. Infatti ha sempre preferito i servi sciocchi ai berlusconiani intelligenti e dunque incontrollabili, tipo Vittorio Feltri. E, appena ha potuto, s’è liberato pure di Del Debbio, Belpietro e Giordano. Se ora Salvini gli avesse promesso un tg, o una rete, o entrambe le cose, B. avrebbe votato non solo Foa, ma pure Lenin e Trotzkij. Invece Salvini s’è recato al capezzale a mani vuote, senza nemmeno una poltroncina-omaggio. E l’anziano infermo se n’è lavato le mani, mettendosi in quelle di Letta, Tajani e altri reduci del Nazareno. Se ora qualcuno non lo riconosce più e gli rinfaccia l’incoerenza con le idee di centrodestra, vuol dire che non l’ha mai conosciuto. Montanelli, che lo conosceva bene, lo diceva già vent’anni fa: “Berlusconi non ha idee: ha interessi”.

Musica per la mente o Ferretti: guida pratica a un’estate anti-hit

“Accetta il consiglio”, recitava il filosofo Manlio Sgalambro in apertura di uno dei live del suo partner artistico e intellettuale prediletto, Franco Battiato, un adagio che oggi rilanciamo per porgere qualche suggerimento di buona lettura e lieto ascolto sotto l’agognato ombrellone. Cominciamo subito con due titoli della casa editrice Arcana, Dance per la mente e Song Analysis. Il primo, a firma di Giovanni Coppola, è un bel viaggio in quella parte di elettronica che, pur strizzando l’occhio al mondo della dance, non ha mai rinunciato a una vera e propria cifra compositiva e dunque autoriale: facciamo riferimento all’IDM, quell’intelligent dance music che trova in nomi come Aphex Twin, Moderat, Autechre, Boards of Canada e Squarepusher i suoi più alti e noti rappresentanti, e che Coppola intende raccontare collegandola, ineditamente quanto concretamente, ai grandi della storia: “Artisti come Aphex Twin, Boards of Canada, Autechre e The Orb sembrano inconsciamente – eppure abilmente – apprendere tecnicismi e prerogative di composizioni dalla storia: da Beethoven ai Kraftwerk, passando per Luciano Berio e Brian Eno”. Leggere per credere. È Dino Mignogna invece a parlarci di analisi della canzone, in un periodo storico nel quale l’attenzione verso questa piccola, breve ma a volte sorprendente forma musicale inizia a destare un’attenzione diffusa che giunge ben al di là del mero racconto cronachistico: “La diffusione delle tecnologie digitali ha avvicinato negli anni più recenti un’ampia platea di musicisti al mondo della produzione musicale. La potenza dei personal computer ha reso definitivamente possibile concentrare in spazi ridottissimi interi sistemi di produzione”, ragione più che valida per essere introdotti da un esperto di settore a quelli che sono i segreti della produzione musicale pop.

Spostiamoci ora nell’emisfero classico segnalando due volumi afferenti a quel secolo detto breve che però, a livello musicale, ha certamente offerto moltissimo. Edito da Manzoni Editore e firmato da Piero Mioli, L’opera italiana del Novecento si propone di dar luce e lustro a quei compositori d’opera che, essendo giunti dopo la divisoria Turandot di Giacomo Puccini (1926), hanno sofferto più dei propri predecessori la disaffezione di un pubblico sempre più appassionato al repertorio ottocentesco ma al tempo stesso diffidente verso quello moderno e contemporaneo. Sul versante monografico, ma sempre col giusto proposito di portare al pubblico autori molto poco blasonati, segnaliamo poi Bruno Mugellini musicista: vita, luoghi, opere, che, curato da Paola Ciarlantini e Paolo Perretti ed edito da Andrea Livi Editore, è il primo libro ad approfondire l’arte e la vita di Mugellini grazie ai preziosi saggi, tra gli altri, di Alessandra Gattari, Roberto Domenichini, Danilo Tarquini, Carlo Lo Presti e gli stessi Ciarlantini e Perretti: un’occasione unica per conoscere uno dei più precoci pianisti italiani del primo Novecento nonché autore, tra poemi sinfonici e pezzi per pianoforte, di notevoli pagine musicali.

Avendo sufficientemente rimpinguato la nostra libreria, passiamo ora in rassegna un paio d’ascolti che avranno il sicuro merito di rendere più interessanti gli assolati pomeriggi estivi. Il Brad Mehldau Trio ha infatti pubblicato qualche mese addietro un nuovo, piccolo grande capolavoro di quel jazz dove la forma non è seconda all’improvvisazione, dove la comunicazione rende le regole del gioco trasparenti, prerogativa di quei rari musicisti contemporanei dotati di un pensiero musicale di ampio respiro. Parliamo di Seymour Reads the Constitution, strepitoso album di nove tracce all’interno delle quali non mancano interessanti citazioni a repertori distanti anni luce, come quella che troviamo in Spiral, primo brano in scaletta, ai più che noti Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Chiudiamo infine tornando in Italia, perché è di pochissimi giorni addietro la pubblicazione di Bella gente d’Appennino, di madri e di famiglie, recital del celebre “crooner” d’appennino emiliano, Giovanni Lindo Ferretti, che, con diversi dei più celebri successi del repertorio CCCP-CSI riarrangiati per violino, tastiere, fisarmonica, chitarra e drum machine, diviene oggi album. Buona estate.

“Con un cinepanettone Aurelio ci rifà pure lo stadio”

“Mi ha scritto un amico napoletano: ‘Ci doveva comprare un top player, invece ci ha preso un’intera squadra’”. Alessio Giannone, noto alle cronache come Pinuccio, scrittore, inviato di Striscia la Notizia, è in viaggio verso la Calabria per presentare il suo libro (Trumpdvisor, Mondadori), ma ha avuto modo di respirare l’aria di Bari dopo l’annunciaziò: Aurelio De Laurentiis è il neo proprietario del, anzi della, come dicono in città, Bari Calcio. A un passo dalla serie D (“Servirà un miracolo per sperare nella C”), dopo la rocambolesca fine della società targata Cosmo Giancaspro, il buco (apparente) di tre milioni di euro e la mancata cordata degli imprenditori baresi, il patron del Napoli è stato scelto tra gli undici partecipanti all’aggiudicazione del titolo sportivo.

Pinuccio, lei è barese doc: come l’ha presa?

Non sono rimasto spiazzato, il nome girava giù da un po’. Sono contento, De Laurentiis è stato autore della risalita del Napoli, sa come gestire le categorie minori. Lui oggi (ieri, in conferenza stampa, ndr) ha precisato che non saremo la società satellite del Napoli. È vero che in una serie non ci possono essere due squadre in mano alla stessa persona, ma per arrivare in A il cammino è lungo… Fanno in tempo a cambiarla quella regola.

Ma secondo lei perché De Laurentiis ha comprato la Bari?

Credo sia stata una scelta anche politica, in contrapposizione a Lotito e alla Figc, di cui non parla benissimo.

Tra baresi e napoletani c’è una rivalità atavica, però.

La rivalità calcistica rimarrà, ma ho sentito molti napoletani contenti per l’acquisto.

Nel frattempo ieri è scaduto l’ultimatum dato dal Comune all’Fc Bari 1908 per lasciare lo stadio San Nicola, ma quando i vigili si sono presentati lì hanno trovato ancora tutti i dipendenti al lavoro.

E magari Giancaspro si è barricato dentro… Che fosse un personaggio oscuro lo si sapeva, si sapeva – come dicono a Bari – che quello manco i carabinieri paga. Qualcuno politicamente ha taciuto.

A chi si riferisce?

Parlo del nostro assessore allo Sport. Giancaspro non pagava le tasse comunali, addirittura prima del concerto di Vasco Rossi gli avevano staccato l’acqua. E del resto, da uno che festeggia il compleanno della figlia dentro lo stadio cosa ci si poteva aspettare? La politica avrebbe dovuto preoccuparsi, invece a maggio gli avevano rinnovato la convenzione dopo la sua minaccia di andare a giocare a Foggia.

A proposito dello stadio, il San Nicola è messo malissimo.

I petali non esistono quasi più, dentro mancano i seggiolini: sembra una cattedrale nel deserto, anche perché tutta la zona intorno sarebbe da riqualificare.

Un progetto che richiede tanti soldi.

A De Laurentiis basta un cinepanettone, e ci rifà tutto.

Anche la zona intorno?

Non credo ai benefattori. Per chi fa una spesa del genere è interessante sapere che nelle vicinanze c’è un’area da lottizzare. Non ci vedo un male, l’importante è che salvaguardi sport e ambiente.

Ma possibile che la salvezza sia dovuta arrivare da fuori?

Questa è la cosa triste: a Bari non abbiamo un imprenditore miliardario capace di tirar fuori i soldi per la città. Spero almeno che ora i tifosi vigilino sull’operato del neo proprietario.

Quindi adesso si riparte dalla serie D?

Se succede il miracolo che qualcuno non si iscrive alla C possiamo rientrarci. So che ci sono squadre in difficoltà, ma è brutto sperare nelle disgrazie altrui (ride).

“La mia libertà è anche non avere nulla da dire”

Mondo cane, tu fatti gli affari tuoi. Più parla, Calcutta, più sembra abbia prestato la carne e le ossa a quello che scrive. E no, non vale per tutti i cantautori. I testi sono i suoi occhi e le melodie hanno lo stesso suo incedere. Quel misto di purezza e indolenza che in molti riconoscono come propri e altri proprio non sopportano. Tre anni fa, davanti a caffè e spritz per parlare del suo Mainstream, arrivato come un pugno in faccia a far vedere che il pop italiano provenisse da territori fin lì considerati della scena indipendente, si era fatto elencare la lista dei pezzi più “paraculi” del disco. Oggi, nel suo Evergreen, di brani di quel tipo non ne vede. “Zero, neanche uno”. Nella stessa occasione disse che l’album a venire sarebbe stato ancor più mainstream: “No, non lo è stato. Cambio idea frequentemente”. Due risposte secche così, all’inizio dell’intervista, e cominci a pensare che avrebbe preferito stagliuzzare le zucchine per il riso in santa pace. Invece no. Forse è che Edoardo D’Erme, fosse per lui, non starebbe lì a fare l’esegesi davanti a una che gioca a fargli da memoria storica. “Mi sembra che le cose stiano andando per il verso giusto e che il percorso in generale sia soddisfacente – risponde alla richiesta di un bilancio –. Io non ho una grande forza, mi lascio prendere da istinti e paura”. Paura? “Di tutto”. Di non essere mai pronto, mai all’altezza, mai soddisfatto. Per questo la data allo Stadio di Latina del 21 luglio gli ha dato l’impressione di avergli fatto guadagnare “un piccolo diploma nella gestione del tempo”.

La sua città, le aspettative. Insomma, una data importante: “Sono stato così male nei giorni precedenti che appena son salito sul palco ho pensato ‘Ma sì, ma che può succedere? Di certo non mi ammazzano. Cioè, po’ pure esse’… ma no’”.

E alla fine ha fatto un concerto dritto, ha chiesto al pubblico di salutare la nonna che magari da lì vicino avrebbe potuto sentire l’urlo dello stadio (spoiler: non ha sentito, ma le hanno mandato un video del momento) ha fatto un ultimo blocco di scaletta che è valso da bis, senza entrate e uscite di rito. Davanti a lui, un pubblico in festa. Sul palco gli imperdibili sketch dell’“Acqua Parda”, di un divertentissimo Pierluigi Pardo: “Mi faceva ridere l’idea delle finte pubblicità, alla ‘Cacao Meravigliao’ di Arbore”. I visual – bellissimi – realizzati con Filippo Rossi, partivano dalla grafica del vecchio Windows e arrivano a evocare Instagram. Facebook no, ché non lo usa più: “Non me ne voglia Zuckerberg, ma non si sta benissimo lì sopra. Anche questa cosa che ti chiede ‘A cosa stai pensando?’ è un’ossessione. Il contrario della libertà, secondo me. Non è una vergogna non avere niente da dire. Io non ce l’ho un’opinione su tutto. In rete ho visto un odio senza senso… anti cristiano”. Al di là degli attacchi personali, questa storia dell’opinione prêt-à-porter non gli va giù: “La cosa che mi sono stufato di leggere sul mio conto? Che canto per gli oppressi, che sono un insicuro”.

Ma come, poco fa non lo aveva detto lui stesso? “Ma sì, ma scusa, la mia inadeguatezza non mi sembra niente di eccezionale; la maggior parte della musica e della poesia nasce da condizioni simili. Quelli che dicono che canto il disagio, il disagio ce lo vedranno loro! Non puoi mica accollarmi un tuo problema… Però oh, dice che funziona, quindi alla fine che me ne frega…”. Così, a proposito di purezza e indolenza. Sembra quasi sfuggirgli che quando qualcuno è capace di scrivere testi come “La cosa più bella che hai è la tua saliva, che risbatte forte come il mare i miei pensieri a riva” o “ti presterò i miei soldi, per venirmi a trovare”, chi li racconta poi, deve cercare dei riferimenti, per spiegarlo agli altri.

E non vuole crocifiggersi per questo. “I paragoni ti semplificano la vita, è vero, ma non hanno senso, se non davanti a qualcosa davvero derivativo. Basta pensare che tutto sia figlio del tempo. Se ci lasciasse distrarre un po’ meno dalla linea del tempo, dall’uno più uno che fa due, forse si noterebbero componenti più interessanti delle cose”. Anche una certa poetica, aggiunge. Che indubbiamente possiede, nei suoi accostamenti tra lo Svelto e la libertà, tra Frassica e l’ipocondria. Neorealismo si potrebbe dire, se non fosse un paragone. Con l’inizio dell’anno arriveranno nuove date in tutta Italia, ma intanto il 6 agosto lo attende l’Arena di Verona, già sold out. La teme, più dello Stadio Francioni: “Saranno tutti seduti… mi sembrerà imbarazzante”.