American Graffiti: primo passo verso le stelle

Locarno Film Festival, Piazza Grande. È la sera del 2 agosto 1973 e il più grande schermo d’Europa sta per programmare la première internazionale di un film destinato a fare la storia: American Graffiti. Alla regia firma un 29enne, tale George Lucas, uno che non aveva ancora abbastanza credenziali per gestire filmoni dal budget galattico come Guerre stellari, che al momento gli fu rifiutato. Doveva passare qualche anno e soprattutto doveva dimostrare di valere: American Graffiti è la carta vincente. Commedia profondamente autobiografica e nostalgica della prima giovinezza, rappresenta il suo secondo lungometraggio (dopo L’uomo che fuggì dal futuro) e a produrglielo è un signore – suo grande amico – che ne aveva già fiutato il talento, Francis Ford Coppola, reduce dai trionfi de Il padrino.

Al centro dei “Graffiti” di Lucas sono gli anni ’60, quattro amici e una notte, l’ultima a scorrazzare in libertà prima della partenza per il college di due di loro: la vogliono vivere alla grande, dal tramonto al parcheggio Mel’s Drive all’alba del giorno dopo. Ad accompagnarli sono automobili “rimaneggiate” da corsa, la voglia di rimorchiare e una colonna sonora (spesso suonata dal glorioso juke box) da pelle d’oca: da Rock Around the Clock di Haley & the Comets a Surfin’ Safari dei Beach Boys, da Smoke Gets in Your Eyes dei Platters a Johnny B. Goode di Chuck Berry. Davanti alla macchina da presa spiccano i giovani Richard Dreyfuss e soprattutto Ron Howard, che di lì a un anno sarebbe diventato il Ricky Cunningham degli intramontabili Happy Days. A Locarno fu naturalmente un trionfo, così come ai Golden Globe e agli Oscar con ben cinque nomination, mentre George Lucas aveva messo a segno il suo primo cult, preparandosi a farci volare fra le stelle.

La corsa all’interlocutore attivo: utente “online” anche su Instagram

Chi dice che i social network hanno ucciso la comunicazione tra le persone potrebbe sbagliarsi: l’errore più grande che potrebbe commettere oggi un’azienda digitale sarebbe mettere a tacere i propri utenti. Ogni social che si rispetti ha tanto la sua vetrina quanto un canale di comunicazione diretta, la chat privata in cui scrivere, verificare se l’altra persona sia online e anche cercare di capire quando ci sia stata per l’ultima volta. Insomma: ogni piattaforma, per trattenere a lungo gli utenti, non può esimersi dal renderli degli interlocutori attivi (o degli stalker, nei casi più gravi). E così, proprio mentre raggiungeva il traguardo del miliardo di utenti, anche Instagram (il social media delle fotografie e dei video) ha dotato i suoi messaggi privati di pallino verde che permette di capire se l’utente è online nonché di indicatore dell’ultimo accesso. Un modello vincente già utilizzato per la app di messaggistica Whatsapp (Instagram, come Wp, appartiene infatti alla grande famiglia di Facebook) che si sposta sul prodotto dalla crescita più veloce e soprattutto sul prodotto prediletto dagli adolescenti che, ormai, considerano Facebook una piattaforma superata e “per vecchi”. Perciò, le maggiori rimostranze per questo che viene considerato l’ennesimo attentato alla privacy, arrivano proprio dagli adulti. Ma la soluzione è dietro l’angolo: come per Whatsapp è possibile gestire ciò che si vuole far sapere agli altri semplicemente accedendo alle impostazioni e regolando la voce “Stato di attività”. Ovviamente la condizione è reciproca: se gli altri non potranno conoscere le vostre abitudini, voi non potrete conoscere quelle degli altri. Siete sicuri di volerlo fare?

Aiuto, non c’è più il figlio di mezzo: il creativo di casa

Sono meno dipendenti dai genitori, sentono di più la tensione del gruppo, ma sono più aperti, hanno ricevuto meno attenzioni da piccoli e ne hanno fatto tesoro. Avevano da poco appreso da uno studio di non essere delle schiappe, e i fratelli mediani sono già in via d’estinzione. A lanciare l’allarme è Adam Sternberg sul New York Magazine e l’argomento è diventato subito trending topic su Twitter. “È una tragedia che il fratello di mezzo si avvii all’estinzione. Ma è così tanto da fratello di mezzo estinguersi”, faceva subito notare uno dei primi tweet di commento alla notizia. Tornando al trend, l’autore ha analizzato il modello di famiglia dagli anni 70 – in cui si facevano quattro figli in media – a oggi, che la media italiana ad esempio, è di 1,33 nati a nucleo familiare. Ecco qui che se quasi scompare il secondogenito, figuriamoci se ci potrà più un essere un terzogenito venuto per schiacciare il precedente dando così vita a quella che veniva definita la sindrome del bambino sandwich, il mediano appunto. Quello che deve trovarsi da sé il suo spazio tra il primogenito cocco di casa e il piccolo di mamma e papà. Questa dinamica per anni aveva portato psicologi e psichiatri a vedere nel figlio di mezzo la pecora nera della famiglia, l’eterno Peter Pan irrisolto, in fuga dalla vita e dalle responsabilità. Insomma, il sandwich non è mai stato il piatto forte della società. Quando, finalmente, nel 2017 uno studio aveva gettato nuova luce su questa figura sinistra non soltanto per le famiglie di mezzo mondo, ma per la società intera. Catherine Salmon docente di psicologia all’University of Redlands (California), dopo aver passato vent’anni a studiare e testare migliaia di secondogeniti aveva rassicurato tutti: “I nati di mezzo hanno alcuni tratti in comune, ma sono quelli che meno ci aspetteremmo”. Non è che non amino i genitori, ma non ne sono dipendenti e come punto di riferimento hanno gli amici. Questo perché abituati a non avere attenzioni esclusive da parte di chi li ha messi al mondo, diventano molto più adattabili, capaci di mediare, di negoziare e andare d’accordo con diverse personalità. “Un tipo sanguigno 0”, li definiva Salmon. I mediani sembrano i più scapestrati anche perché molti di loro sperimentano droghe ecc.., ma sono anche quelli mentalmente più aperti, pronti ad accogliere nuove idee. Insomma, secondo la scienziata il fatto che abbiano ricevuto meno attenzioni, rende i secondogeniti più sicuri di sé e indipendenti. Inoltre, essendo meno inclusi nella famiglia, guardano più verso l’esterno e quindi sono anche i più creativi. Ecco. Pare che se le statistiche sulla natalità non cambieranno, dovremo fare a meno di tutto questo talento. Provate a immaginare ora un mondo senza: Katy Perry, Sarah Jessica Parker, Anne Hathaway, Bella Hadid, Britney Spears, Jennifer Lopez, Madonna, Demi Lovato. Ma soprattutto di Donal Trump, che secondo Sternberg prima del 2016 veniva citato in tutti i testi come esempio perfetto di secondogenito, soprattutto per le sue “capacità di negoziare, tipica dei mediani”. “Qui nasce il dilemma: sicuramente è desideroso di attenzione, ma non è certo diplomatico e difficilmente lo si definirebbe un mediatore. Anzi, come apprendiamo dagli ultimi avvenimenti, probabilmente non è mai stato neanche un buon negoziatore”, conclude Sternberg. Si tratta di un’eccezione, oppure con l’estinzione non ci perderemmo poi tanto?

Quando Lucio salvò Dario Argento dall’attentato bomba Raf

Che Dario Argento sia vivo è merito suo: “Se Trentini – ha rivelato nel memoirPaura – non ci avesse distratto con le sue Mercedes avremmo fatto una brutta fine”. Monaco di Baviera, il set diSuspiria (1977, il remake di Luca Guadagnino è alla 75esima Mostra di Venezia), Argento e il direttore della fotografia Luciano Tovoli ripassano le location dell’indomani, con loro il direttore di produzione Lucio Trentini, notorio appassionato di Mercedes: un autosalone cattura la sua attenzione, i compagni lo seguono, alle spalle l’esplosione è devastante. La Raf (Rote Armee Fraktion) ha firmato l’ennesimo attentato, fossero rimasti dov’erano non l’avrebbero raccontato. A dar retta al figlio scenografo Marco, quella salvezza non fu casuale, ma programmata: l’organizzatore generale, il direttore di produzione, il produttore esecutivo, il “cercasoldi” prima di tutto deve badare alle persone sul set, deve farle stare bene perché il film venga bene. Sesto senso, gioco d’anticipo, messa in sicurezza: il pericolo è scampato.

Lucio Trentini ha passato una vita a far quadrare i conti, pianificare soluzioni, appianare divergenze: in sottrazione ha portato qualche spesa, mai le persone. A casa non parlava di lavoro, sicché Marco sapeva che il padre faceva il cinema, ma come non l’avrebbe potuto spiegare. Fermare l’auto per abbracciare Argento gliel’ha visto fare in un assolato pomeriggio al Quartiere Africano, ma di Monaco l’ha letto anche lui.

Per intendere quanto stretto e prezioso fosse il rapporto con un altro cineasta gli è servito un documentario di Silvia Giulietti,Gli angeli nascosti di Luchino Visconti: maestro dentro e fuori dal set, viene indagato e svelato dalle sue maestranze, tra cui l’organizzatore generale degli ultimi tre film,Ludwig(1973),Gruppo di famiglia in un interno(1974) eL’innocente(1976). È Trentini, con l’inganno, a mettere nella stessa stanza Luchino e l’imperatrice Elisabetta d’Austria, ovvero la Romy Schneider di Ludwig: i due avevano litigato pesantemente, ognuno esigeva pubbliche scuse, Lucio riuscì a mettere l’una davanti all’altro, e si mise fuori a origliare. Silenzio assenso, lo scazzo era superato.

Prima che conte Visconti era un signore, e ai collaboratori più stretti regalava Bulgari e Vuitton. Ludwigè in cantiere, Natale è alle porte, Lucio – rammenta Marco – vuole esprimergli la propria riconoscenza e il lusso pare la strada giusta: chiedi e richiedi in giro, il maestro non disdegnerebbe delle pantofole di Battistoni, e così se ne va un mese di stipendio.

Poco importa, se non fai della troupe una famiglia screzi, gelosie e litigi dilanieranno il set.Il tè nel desertonon fu film facile, in itinere tra Marocco, Algeria e Mali, zeppo di grandi nomi, e con gli egoismi che si sprecano: i collaboratori del direttore della fotografia, Vittorio Storaro, sono abituati a essere coccolati, Trentini deve mediare e accomodare.

I grandi esistono anche lì, nell’organizzare: Trentini, Laura Fattori, Pino Butti, e forse pure per il cinema l’essenziale è invisibile agli occhi. Di fatto, il pubblico ignora: il puzzle enorme che è, e che se manca un tassello il film va a rotoli.

Il produttore della vita è quello che, in buona compagnia, Lucio chiamava “il” produttore: Dino De Laurentiis. Ci fa una dozzina di titoli, anche gli ultimi, emendabili:U-571, con Matthew McConaughey e Jon Bon Jovi, eUnforgettable, con Ray Liotta. La fedeltà è fuori busta, l’ammirazione formato famiglia: “Mio padre aveva una venerazione per Dino. Era un uomo duro, ma di cuore, sapeva il mestiere, era il primo ad arrivare sul set, l’ultimo ad andarsene”. E, dice Marco, s’è inventato totem quali Arnold Schwarzenegger e Al Pacino. Il primo Lucio lo conosce quando non è ancora nessuno,Red Soniagirato in Italia, lo rincontra quando è più di qualcuno,Total Recallgirato in Messico: Schwarzy condivideva albergo e palestra con la troupe, nessuna bizza e, per lui, un sigaro di 30 centimetri da custodire come una reliquia.

Ce ne sono, di star della porta accanto: Trentini fa il barbecue con Liotta in Canada; dà del tu a Gregory Peck, la classe per antonomasia; prepara la pizza e balla con Halley Berry in mezzo al deserto marocchino. Ouarzazate, dove i Trentini contribuiscono a progettare gli ennesimi Studios di Dino, ad hoc per l’Alessandro il Grandedi Ridley Scott mai realizzato: è lì che, potenza della parabola, cast & crew dellaBibbiadi De Laurentiis guardano la finale dei Mondiali ’94.

Si può stare molto bene sul set, accade a Orbetello perL’isola del gabbiano: l’amministratore Adalberto Spadoni per scherzo mette a soqquadro la camera di Lucio, che subodora e assapora la vendetta, invitandolo con i colleghi di reparto fuori a cena per sistemare le cose. Pesce e vino ad libitum, Lucio non sente ragioni e paga per tutti, con un assegno che equivale alla paga di una settimana: l’ha preventivamente staccato dal blocchetto di Adalberto, di cui falsifica la firma.

“Famme lavora’”, quando è all’apice del successo è un mantra, e Trentini non si tira indietro. Ma la riconoscenza non la conoscerà: il 29 dicembre del 2010 la figlia Paola muore in seguito a un incidente, lascia due bambini e un vuoto che Lucio, già malconcio, non sa affrontare. “Ha chiuso gli occhi e s’è lasciato andare”. Raggiunge Paola un anno più tardi, i funerali sono in forma privata al Circeo: salvo sparute eccezioni, il direttore di produzione Stefano Spadoni, Mimmo Stefanucci di Roma Trasporti, il cinema l’aveva già sepolto.

 

 

 

Armi “stampate”: è plastica, ma fa male

“Un’arma di plastica stampata in 3D è molto più pericolosa per chi ce l’ha in mano piuttosto che per l’eventuale bersaglio”. Terry Wohlers, presidente di una delle aziende più attive nella realizzazione e commercializzazione delle stampanti in tre dimensioni, è chiaro: “La mia più grande paura è che degli innocenti, credendo fico scaricare i dati per farsi una pistola, prendano come obiettivo quello di sparare finendo per ferire se stessi o qualcuno altro”.

Grazie a un accordo tra l’amministrazione Trump e Defense Distributed, la società produttrice dei file delle spiegazioni per pistole “fai da te”, da ieri negli Usa potevano essere distribuiti on line le istruzioni per ottenere armi da fuoco stampate in 3D. Ma il clima di generale cautela che accompagna l’argomento ha indotto 8 Stati più il District of Columbia a ricorrere alla giustizia. E il giudice distrettuale di Seattle, Robert Laskin, ha vietato temporaneamente la diffusione online degli schemi numerici con cui riprodurre le armi con stampanti 3D private e programmato un’udienza per il 10 agosto.

Persino lo stesso Trump aveva fatto marcia indietro sulle “pistola fantasma” (definite così perché, pur funzionando come un’arma tradizionale, non vengono rilevate dai metal detector) e in un tweet aveva dichiarato: “Ho parlato con la Nra (National rifle association, la principale lobby pro armi, ndr), non sembra avere molto senso” sottointendendo la diffusione delle istruzioni on line.

Barbara Underwood, procuratrice generale di New York, esulta: “È una grande vittoria per senso comune e pubblica sicurezza. Sarebbe una follia dare ai criminali gli strumenti per costruire armi stampate in 3D non tracciabili e non rilevabili”. Non la pensa così Cody Wilson, fondatore di Defense Distributed e del sito Defcad che avrebbe dovuto diffondere gli schemi. Per Wilson, che ha promesso di intentare battaglia legale contro la decisione del tribunale di Seattle, “l’accesso alle armi da fuoco è un diritto umano fondamentale. Tutto ciò che sto facendo è protetto per legge e ricorrerò in appello, andrò fino alla Corte suprema, dedicherò tutto il mio tempo”.

Intanto, mentre il sito è stato chiuso mercoledì, vari file con istruzioni per stampare le armi erano già stati pubblicati online prima dell’ordine del giudice e sono stati scaricati migliaia di volte. In rete circolano da molto tempo testimonianze di costruttori improvvisati che hanno documentato attraverso le immagini le loro “creature”.

Nel 2016 un carpentiere di 47 anni del West Virginia – noto con lo pseudonimo di Derwood – avrebbe realizzato “nel suo garage un’arma semiautomatica con una stampante 3D. Si tratta di un fucile funzionante e pienamente legale senza alcun tipo di licenza o numero di serie”. Lo stesso Derwood però avverte: “La plastica attorno alla canna del fucile, dopo 18 colpi, inizia a fondersi. Se continui a sparare, i proiettili non raggiungono l’obiettivo”.

Lo strano caso del turista rapito dai “terroristi”

“La Farnesina segue sin dall’inizio con la massima attenzione la vicenda del connazionale Alessandro Sandrini. Come in precedenti casi analoghi il ministero mantiene, nell’interesse esclusivo del connazionale, il più stretto riserbo sulla vicenda”.

Sandrini, 32 anni, di Folzano (Brescia), da ieri appare sul web indossando una tuta arancione, con alle spalle due persone armate e con il volto coperto.

Il video è stato rilanciato dal Site, il sito gestito dall’americana Rita Katz che si è specializzata nella diffusione del materiale di propaganda jihadista; non sempre questi video, o altre notizie diramate, sono risultate veritiere.

Sandrini è scomparso nell’ottobre 2016, dopo essere partito per un viaggio in Turchia; aveva lavorato in una azienda di Brescia ma era in cassa integrazione. L’italiano avrebbe soggiornato in un albergo di Adana, città turca a 180 chilometri da Aleppo, lì si perdono le sue tracce. Adana non è un sito turistico ma teatro di diversi episodi legati al terrorismo; nel 2016 gli Stati Uniti – i cui jet partivano dalla vicina base di Incirlik per colpire l’Isis – diffusero un allarme per possibili attentati intimando ai familiari dei militari della base di lasciare la città. Una bomba esplose il 25 novembre di quell’anno, vicino alla sede del governatore, uccidendo due persone. Fino al maggio dell’anno scorso le forze speciali turche hanno condotto operazioni contro estremisti islamici legati a Daesh che si nascondevano in quella provincia.

Non è chiaro se Sandrini sia in mano a jihadisti; potrebbe trattarsi di criminali che hanno adottato una messa in scena con lo stile di Daesh per ottenere il riscatto. Passaggi poco chiari che sono al vaglio di chi in Italia – Ros e Squadra mobile di Brescia – indaga sulla sua scomparsa. Il primo allarme su Sandrini è stato lanciato nel dicembre 2017 dalla madre che raccontò di aver ricevuto appelli telefonici: quattro, fra ottobre 2017 e gennaio 2018. In uno di questi il figlio raccontò: “Mi hanno sequestrato il secondo giorno di vacanza. La sera, mentre ero in strada, a piedi. Chi mi tiene sotto sequestro parla arabo e quando mi porta da mangiare ha il volto coperto. Non ce la faccio più”.

Assieme all’italiano vi sarebbe un giornalista indipendente giapponese, Jumpei Yasuda che è al suo secondo rapimento, nel 2004 era stato preso da un gruppo armato in Iraq e poi rilasciato grazie all’intervento di religiosi islamici.

Yasuda era tornato in Siria nel 2015 per raccontare la vicenda di Kenji Goto, un collega rapito e ucciso dallo Stato Islamico. I due video appaiono simili nei contenuti e nello stile: non vi sono bandiere dietro i rapitori, e il fatto che i due ostaggi siano nelle mani di affiliati ad al Nusra – il ramo siriano di al Qaeda che a sua volta si è diviso in diverse fazioni – resta una supposizione.

Gianfranco Sandrini, il padre di Alessandro, dopo la pubblicazione del video ha dichiarato all’Ansa: “Nessun politico ci ha aiutato, ci sentiamo abbandonati. Mio figlio non può essere lasciato morire. L’Italia intervenga”.

La vicenda di Sandrini riporta a quella di un altro bresciano, Sergio Zanotti, imprenditore; anche lui nel 2016 era partito per la Turchia. Poi i video e gli appelli fra due persone armate e mascherate. Il suo ultimo messaggio è arrivato alla fine di agosto 2017.

Altro che Spetsnaz, il Cremlino manda i bikers

Gli Spetsnaz? No. Il Gru? Nemmeno. La ‘forza d’invasione’ del Cremlino sono i Night Wolves, la banda di motociclisti guidata da Alexander Zaldostanov detto “Il chirurgo” (non è chiaro se l’appellativo sia legato all’abilità con le lame o al passato di laureato in Medicina).

I Night Wolves sono fra i gruppi sanzionati dall’Unione Europea per la loro partecipazione alla guerra di Ucraina dalla parte dei filorussi; in Slovacchia sono preoccupati perché la banda sta organizzando una propria base a Dolna Krupa – una vecchia caserma abbandonata – a 70 chilometri dalla capitale, Bratislava. Il ministro degli Esteri Peter Susko ha esternato alla Bbc i suoi timori, confermando che la scelta dei Lupi della Notte è vista come una vera e propria invasione in una nazione che ora fa parte della Ue ed è sotto l’ombrello della Nato.

A condividere la base con i bikers russi, un gruppo di nazionalisti slovacchi – NV Europa – il cui leader è Jozef Hambalek. Il motivo ufficiale dell’arrivo dei Night Wolves è “culturale”: vorrebbero trasformare il compound in un museo dedicato ai soldati russi motociclisti della II Guerra Mondiale. Il governo slovacco può fare poco: i Lupi della Notte non sono una organizzazione governativa, dunque è inutile lamentarsi con il Cremlino.

I bikers non saranno legati in modo ufficiale a Mosca, ma il loro leader è stato fotografato più volte con il presidente Putin di cui è sostenitore appassionato: nel 2011 Putin ha partecipato ad un meeting di bikers a Novorossiysk proprio con i Night Wolves e nel 2013 il Cremlino ha concesso al “Chirurgo” una onorificenza ufficiale, la medaglia d’onore.

Gli Stati Uniti interpretano questi fatti come la conferma che la banda non è formata solo da un manipolo di romantici fuorilegge che hanno come eroe il Marlon Brando de Il Selvaggio. Per il Dipartimento di Stato i Night Wolves “sono stati strettamente collegati ai servizi speciali russi, hanno contribuito a reclutare combattenti separatisti per Donetsk e Luhansk, in Ucraina, e sono stati schierati nelle città di Luhansk e Kharkiv”.

La Bbc ricorda che durante l’annessione della Crimea da parte di Mosca i Lupi della Notte “parteciparono alla presa del quartier generale delle forze navali ucraine a Sebastopoli”. Nei mesi recenti i bikers avevano organizzato un tour nell’Est ma gli ex alleati non hanno ben accolto l’idea: in Bosnia Zaldostanov è stato bandito per questioni di ‘sicurezza nazionale’: nel 2016 la Lituania ha espulso il capo locale dei Lupi della Notte, Igor Lakatosh. Sempre nel 2016 Alkdandr Sindjelic, affiliato del ramo serbo, avrebbe avuto un ruolo in un tentato colpo di stato in Montenegro con il supporto dell’intelligence di Mosca. Per il Chirurgo, è solo propaganda occidentale: “In Slovacchia vogliamo rendere omaggio agli eroi che hanno liberato il mondo dal fascismo”.

Saluti dal Donbass: “Torno in Italia e sparo a tutti”

“Tagliagole”, così raccontano di essere definiti. Avvertono: gli amici di Facebook “mi dicono torna in Italia, veniamo con te a fare la rivoluzione!… ma se torno indietro mi viene voglia di prendere la pistola e sparare a destra e a sinistra! Adesso c’ho il grilletto facile!”. Ecco le intercettazioni dei presunti mercenari italiani che, secondo i pm di Genova, andavano in Ucraina a combattere per Putin.

Un mondo dove fascismo e nazismo si fondono con ultras, con frange deviate della sicurezza privata. E lambiscono ambienti vicini alla Lega con gli indagati che sui social postavano video di Pontida e like a Matteo Salvini. È il ritratto di un’estrema destra che imbraccia il mitragliatore in giro per il mondo e in Italia pare chiedesse soldi per operazioni umanitarie. Sono 15 gli indagati tra Liguria, Lombardia, Emilia, Veneto, Toscana e Campania.

Le accuse, a vario titolo, vanno dall’associazione a delinquere al combattimento, dal reclutamento all’istigazione all’odio razziale. Tre sono stati arrestati ieri: Antonio Cataldo; l’albanese Olsi Krutani che a Milano risultava dipendente (si occupava di sicurezza) di uno dei più grandi studi legali internazionali. Poi Vladimir Verbitchii, moldavo. Mancano all’appello Andrea Palmeri di Lucca, chiamato il “Generalissimo”; Gabriele Carugati, figlio dell’ex segretaria della Lega Nord di Cairate (Varese). Infine Massimiliano Cavalleri, bresciano. Un’inchiesta, hanno raccontato Repubblica e Secolo XIX, che prende spunto da scritte inneggianti a Priebke e al messaggio comparso sul muro di una chiesa di La Spezia: “Anna Frank non l’ha fatta Frank”. Macché bravata, dietro c’erano davvero ambienti nazi-fascisti che, altro legame che preoccupa gli investigatori, “sono in contatto con milizie putiniane”.

In 130 pagine il gip di Genova racconta il mondo dei mercenari italiani. Come vengono reclutati, tanto per cominciare. Parlando delle assunzioni promesse da una nota società di guardie giurate, Krutani rivela: “A quella società non interessa formare il personale”, l’annuncio è solo un “…magnete per attirare mercenari”. C’è anche di mezzo il calcio perché Palmieri è uno storico capo ultras della Lucchese. Ma ci sono ex poliziotti, ex militari della Folgore. Il gruppo ha anche contatti con movimenti dell’estrema destra. “Palmeri – scrive il gip – aveva creato, unitamente a militanti di Forza Nuova, una sigla denominata savedonbasspeople per raccogliere fondi da destinare a un orfanotrofio”. Contatti, ma senza risvolti penali, come con “Lealtà e azione”, il gruppo che a Genova ha commemorato i caduti di Salò in una cerimonia guidata da un consigliere comunale con fascia tricolore.

Le carte riferiscono altri episodi, seppur non collegati all’inchiesta. In un brano dedicato all’associazione Lombardia-Russia è scritto: “Al Forum Internazionale Conservatore Russo, tenutosi a San Pietroburgo nel mese di marzo 2015 ed organizzato dal partito Rodina con il patrocinio del Cremlino, avevano preso parte, oltre ai coindagati Gnerre e Pintaudi, anche numerosi militanti neonazisti, antisemiti ed omofobi”.

Il giudice ricorda che al Forum c’erano inoltre “Milckakov Alexey, comandante dell’unità neonazista inquadrata nel Battaglione Batman dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk; Zhivov Aleksej, del movimento di estrema destra denominato Lotta per il Donbass; Fiore Roberto, leader di Forza Nuova; Bertoni Luca di Lombardia-Russia (leghista come tutti i fondatori dell’associazione, ndr); Osipova Irina, dell’associazione italo russa Rim che sta collaborando al lancio di Sovranità, forza politica di cui è promotrice Casapound nell’ambito dell’alleanza con la Lega”. Nessuna accusa, ma il gip Ferdinando Baldini lo riporta. L’ordinanza parla di combattenti che andavano in Ucraina per soldi. Pochi, 400 euro al mese. Ma soprattutto, ritengono i pm, per combattere. Una febbre: “C’è il Congo!”, urla un indagato, “poi l’Iraq… ormai mi pigliano da tutte parti!”. Si va anche in Siria, Libia e Kurdistan. E qui sarebbero schierati italiani che vengono da destra e sinistra, uniti da parole d’ordine, come sovranismo e anti-imperialismo.

Penitenziagite e pallottoliere! Il Corriere e i conti pubblici

Noi siamo persone impressionabili. Per questo ieri, dopo aver letto i due editoriali a quattro mani del CorSera, siamo corsi a investire tutti i nostri risparmi in bund tedeschi. D’altra parte come non reagire? Prima gli economisti dei due mondi, Alesina e Giavazzi, ci informano che “gli investitori che fuori dall’Italia detengono un terzo del nostro debito pubblico” e un bel po’ di “obbligazioni” di imprese private “stanno per rientrare dalle vacanze”. Rilassati? Macché: incazzati neri per un’intervista in cui Di Maio dice che va applicato il programma di governo invece che quello di Alesina e Giavazzi. E adesso? “Camminiamo lungo la cresta di un ghiacciaio. Un passo falso, una mossa azzardata, possono farci scivolare giù”. E fosse solo questo… La coppia Cottarelli&Galli ci racconta che questi gialloverdi vogliono aumentare la crescita con la spesa pubblica per abbassare il rapporto debito-Pil. Pazzi! “Calcolatore alla mano, questo richiede un effetto del deficit sul Pil, il cosiddetto ‘moltiplicatore’, di circa 1 o più”. Ora, sulla nostra calcolatrice, in realtà la cosa funziona anche col moltiplicatore del Tesoro di Padoan – che è 0,8 ed è il più basso in circolazione – il quale peraltro non finisce di operare il primo anno, mentre per C&G, a deficit costante, la spesa pubblica non ha più effetti sul Pil a partire dal 13° mese (così, senza spiegazioni: forse è stanca). La nostra ipotesi è che “il calcolatore” di cui si è servito il duo sia un pallottoliere, tecnologia con la quale, com’è noto, solo i più sgamati riescono a calcolare le frazioni.

Caso Brizzi, non è stato affatto tutto inutile

Bisogna domandarsi, ora, alla conclusione dell’inchiesta a carico del regista Fausto Brizzi, che cosa resta sul tavolo di questa gigantesca questione, dopo mesi di polemiche e discussioni. La procura di Roma ha chiesto l’archiviazione perché il fatto non sussiste. Alcune attrici avevano accusato il regista di averle molestate o costrette a rapporti sessuali con lui, dopo averle “provinate” nel suo appartamento. Tre avevano presentato un esposto ai pm: in un caso il racconto non è stato ritenuto plausibile (gli sms scambiati con la ragazza erano cordiali, non compatibili con la violenza); gli altri due invece erano in ritardo. Le denunce si riferivano a episodi avvenuti in un tempo troppo risalente per i termini di legge, che consente la procedibilità d’ufficio solo se la vittima ha meno di 14 anni, se l’aggressore ha con lei rapporti di parentela, affinità o è un pubblico ufficiale. Come ha giustamente fatto notare Fiorenza Sarzanini sul Corriere il termine di sei mesi per presentare denuncia, previsto in tutti gli altri casi, è troppo breve: bisognerebbe aumentare il tempo a disposizione delle donne o allargare la tipicità dei casi procedibili d’ufficio: “Si tratterebbe di una misura di protezione necessaria proprio per convincere le donne a parlare, per rassicurarle”. Sacrosanto.

Non si deve, per nessuna ragione, però pensare che il fausto (è il caso di dirlo) esito per l’indagato in un episodio archivi una questione con cui le donne devono fare i conti, e non solo nel mondo del cinema. Vale, in questo senso, lo stesso ragionamento fatto tante volte a proposito dei procedimenti a carico dei politici, e di quella grottesca frase che si sente tanto sovente ripetere “aspettiamo il terzo grado di giudizio”. Il giudice non è un’autorità “etica”, è deputato a stabilire una verità processuale, cioè se un fatto sia effettivamente accaduto e se questo configuri o meno una fattispecie di reato. Qui i magistrati non ravvisano, per questioni di fatto e di procedura, la possibilità di procedere. Ma il tema, anche se non riferito a questi singoli casi, resta. E sbaglia Alba Parietti quando sostiene che è stato tutto inutile. In un’intervista al Giorno ha detto: “Sarebbe stato positivo se si fosse arrivati a un risultato invece si è arrivati a un bel niente: la mentalità non è cambiata, le leggi non sono cambiate, è tutto come prima, forse peggio. Lo vedo come un regresso invece di un progresso. Abbiamo fatto il Mani Pulite del #MeToo ma senza concludere niente. Si è chiacchierato e basta”. Non è così: intanto la legge di Bilancio 2018 ha introdotto una serie di misure a tutela delle donne vittime di violenza e molestie sui luoghi di lavoro. Agli sportelli dedicati della Uil, fino a novembre 2017, le denunce di casi relativi a molestie sul luogo di lavoro erano circa il dieci per cento. Sono poi saliti al 15, probabilmente proprio grazie al velo che il dibattito pubblico, per quanto sgangherato, ha sollevato su questa questione.

I dati, certo, sono sconfortanti: secondo l’Istat sono 425 mila le donne (2,7%) che hanno subito molestie fisiche o estorsioni sessuali sul posto di lavoro negli ultimi tre anni, l’8,9% nel corso della vita. L’1,1% ha subito un ricatto per essere assunta o promossa. Chi non ha il coraggio di denunciare preferisce lasciare il lavoro (22%), tace per vergogna o timore di essere giudicata o non creduta (14,6%). Per questo, anzi per queste donne, bisogna continuare a tenere desta l’attenzione dei media e del legislatore. Senza inquisizioni, ingiuste e controproducenti, ma senza mettere una polvere che è vecchia di decenni sotto il tappeto.