Tav, la storia della penali è una bufala

Questa è la lettera che Livio Pepino, giurista ed ex magistrato, ha inviato ai direttori de la Repubblica e de La Stampa per correggere le fake news diffuse in questi giorni sul Tav Torino-Lione. Ma non è stata pubblicata. La ospitiamo molto volentieri.

Gentile direttore,
un fantasma si aggira a margine del dibattito, che attraversa anche il Governo, sull’opportunità (o meno) di mettere in discussione la Nuova linea ferroviaria Torino-Lione: quello delle penali che l’Italia dovrebbe pagare in caso di rinuncia all’opera. Penali ingenti, si dice. Alcuni si spingono a parlare di ben due miliardi di euro. La notizia è stata riportata con grande evidenza anche dal Suo giornale.

Ho dunque cercato, con attenzione, di individuare la fonte di tale obbligo per l’Italia senza, peraltro, trovarla.

Infatti:

– non esiste alcun documento europeo sottoscritto dall’Italia che preveda penali di qualsiasi tipo in caso di ritiro dal progetto;

– gli accordi bilaterali tra Francia e Italia non comprendono alcuna clausola che accolli a una delle parti, in caso di recesso, forme di compensazione per lavori fatti dall’altra parte sul proprio territorio;

– la questione del risarcimento alle imprese danneggiate in caso di appalti aggiudicati e successivamente annullati (oggetto, per il Tav, di regolamentazione specifica ampiamente restrittiva) non si pone, comunque, nel caso specifico posto che, ad oggi, non sono stati banditi né, tanto meno, aggiudicati appalti per opere relative alla costruzione del tunnel di base.

Egualmente infondata è l’affermazione, talora affiancata a quella relativa alle penali, secondo cui l’eventuale rinuncia imporrebbe all’Italia la restituzione all’Unione europea dei contributi ricevuti per la realizzazione dell’opera. Infatti i finanziamenti europei sono erogati solo in base all’avanzamento dei lavori (e vengono persi in caso di mancato completamento nei termini prefissati), sì che la rinuncia di una delle parti interessate non comporterebbe alcun dovere di restituzione di contributi (mai ricevuti) bensì, semplicemente, il mancato versamento da parte dell’Europa dei contributi previsti. Si aggiunga che ad oggi i finanziamenti europei ipotizzati sono una minima parte del 40 per cento del valore del tunnel di base e che ulteriori (eventuali) stanziamenti dovranno essere decisi solo dopo la conclusione del settennato di programmazione in corso, cioè dopo il 2021 (e dopo le elezioni del Parlamento europeo nel 2019).

Certo l’assenza di penali non esclude l’esistenza di questioni politiche.

Ma si tratta, all’evidenza, di questioni diverse, suscettibili di soluzione – come assai frequentemente avviene – con negoziazioni e nuovi accordi tra gli Stati interessati.

Questo è quanto risulta da una attenta consultazione dei documenti relativi alla linea ferroviaria.

Forse mi sfugge qualcosa. Se è così, prenderò atto con la dovuta attenzione di quanto mi è sfuggito.

Se così non è, sarebbe forse opportuno non dare ulteriore credito a informazioni infondate che confondono i cittadini.

La ringrazio per l’attenzione.

Sono respingimenti senza responsabilità

Lo Stato italiano, sin dall’anno scorso, intende far valere al suo interno, nell’Unione europea e sulle coste del Mediterraneo un nuovo approccio dinanzi all’immigrazione irregolare. Un approccio che tre giorni fa, con il soccorso e la consegna di 108 migranti salpati dalla Libia, presi a bordo dal rimorchiatore italiano Asso Ventotto, poi trasbordati sulle motovedette libiche all’ingresso del porto di Tripoli, s’è spinto fin dove nessuno era mai arrivato: in sostanza un (potenziale) respingimento collettivo che però, giuridicamente, non si può qualificare tale. Rischiamo sanzioni? No – spiegano a ilfattoquotidiano.it i giuristi Francesco Del Freo ed Elda Turco Bulgherini – perché l’intervento è avvenuto nell’area di ricerca e soccorso libica; la Libia è legittimata a coordinare i soccorsi; il porto di Tripoli è sufficientemente attrezzato e presidiato.

La Asso Ventotto questa volta non ha contattato la Guardia Costiera italiana. E le ha consentito di evitare ogni ruolo nella vicenda. Ha contattato quella libica e così, sotto il profilo tecnico giuridico, è tutto in regola. Non è un caso: è un tassello della complessa strategia messa in atto dagli ultimi due governi. C’è però un contraltare al tecnicismo giuridico: la ricaduta del “non respingimento” su ogni singola vita respinta nei fatti a Tripoli. L’Onu denuncia da tempo che in Libia non sono rispettati i diritti umani e che in molti centri di detenzione avvengono stupri e torture. È in questo inferno che il “non respingimento” ha respinto 108 persone inclusi alcuni bambini.

La Guardia Costiera libica, legittimata a coordinare e soccorrere, è la stessa che, come ha rivelato Il Fatto, non è addestrata per un pronto soccorso medico in mare e, a volte, per obbligare i migranti a salire sulle proprie motovedette, affonda i gommoni con la gente ancora a bordo. Certo – a parte i lettori del Fatto – il Governo può sempre far finta di non saperlo. Di certo sa che la Ong spagnola Proactiva, con la sua Open Arms, il 17 luglio ha recuperato in mare una superstite e due cadaveri lasciati dalle motovedette libiche.

Il punto è che “ogni campagna di guerra ha i suoi caduti”, ci dice un militare – ben informato perché direttamente impegnato sul fronte – che proteggiamo con l’anonimato. Vero. Il punto però è anche alzare la mano, metterci la faccia e farsi carico dei caduti. Si dirà: non li ho fatti mica partire io. Vero. Ma ripercorrendo la strada a ritroso rischiamo di ritrovarci a discutere delle guerre puniche.

Forse è il caso di assumersi la responsabilità delle scelte in vita, per questo minuscolo pezzetto di Storia che ci spetta, ciascuno nel proprio ruolo: elettore, intellettuale, politico o governante che sia. Stupri, violenze e annegamenti sono sofferenze di carne e sangue: meritano almeno la nostra consapevolezza e, nel caso, necessitano della nostra rivendicazione. Li rivendichi il Pd, per esempio. È Marco Minniti, da ministro dell’Interno, che ha precostituito le condizioni affinché la Libia rendesse operativa la sua Guardia costiera, fornendole mezzi e formazione, fino a ottenere il riconoscimento per coordinare i soccorsi: se la Asso Ventotto può riportare legittimamente i migranti dove sono assenti i diritti umani, Minniti deve rivendicarlo e, con lui, tutto il Pd. È quello che voleva. Il nuovo governo prosegue l’opera di Gentiloni e Minniti. Il 21 giugno scorso Matteo Salvini dichiara: “Se il ministro Toninelli dovesse ordinare alla Guardia costiera di non rispondere più agli Sos dei migranti io sarei d’accordo”. È facile non rispondere all’Sos se, nel caso della Asso Ventotto, si chiama solo il telefono libico. Gli armatori italiani – risulta al Fatto che l’ha scritto finora senza smentite – sono stati catechizzati dal ministero delle infrastrutture a comportarsi nelle acque Sar libiche esattamente come ha fatto la Asso Ventotto. E quindi: anche M5S e la Lega di Salvini dovrebbero rivendicare, oltre i successi, i “caduti” e i “non respinti” di questa campagna. Anche le Ong e i loro sostenitori – seppure prodigandosi esclusivamente per salvare vite umane – devono accettare un’idea che va al di là del bene e del male: l’essere strumentalizzati dai trafficanti che spacciano i loro salvataggi (o recuperi in mare) come bollino di sicurezza per chi salpa. Chi vi scrive – in assenza di altre prospettive – preferisce stare dal lato di chi – per di più volontariamente – si espone per salvare i migranti.

Con il nuovo corso, però, partenze dalla Libia e morti in mare, rispetto agli scorsi anni, sono diminuiti. È un fatto: il numero dei caduti, visto da questa prospettiva, può considerarsi inferiore. Inoltre – fatta eccezione per chi specula a fini elettorali – in molti mirano sinceramente a sradicare il traffico e scoraggiare i migranti dal percorrere questa rotta infernale. Il timore, purtroppo, è che riusciranno soltanto a deviarne le rotta geografica. E di stupri violenze e assassinii perderemo il conto solo perché, a contarli, saranno altri.

Mail box

 

Alta Velocità: Esposito dovrebbe confrontarsi coi fatti

Ma l’uomo dei Bingo Pd, ex senatore specializzato in “canguri”, non aveva dichiarato che sarebbe tornato al suo lavoro in Prefettura e non si sarebbe più occupato di politica? E invece Stefano Esposito si espone di nuovo a difesa del tunnel ferroviario dell’alta Valle di Susa. Lo aveva già fatto con un libro, a quattro mani con il suo compagno di merende Paolo Foietta (oggi Commissario di governo per l’opera), non proprio esente da fake news. Ancora oggi non ci dice nulla sulla tratta portoghese-spagnola, nè su quella oltre Milano di questa linea ad alta velocità o capacità (passeggeri o merci?) proiettata verso le magnifiche corti e progressive del sole dell’Est (ahimè non più nè socialista, ne dell’avvenir).

Ci sbagliamo o è tutto fermo? A dimostrazione di un’opera strategica forse solo per le imprese, con targa partitica, che altrimenti rischiano il fallimento, non essendo in grado di costruire neppure un grattacielo… O per chi, come un ex sottosegretario forzaitaliota che sogna la Pianura padana trasformata da unico granaio italiano (alla faccia delle dichiarazioni sull’importanza strategica dell’industria agroalimentare) in grande base logistica a servizio della Russia e della Cina, nel trionfo di cemento e asfalto. E i 24 chilometri, dove li conta?

Delle due l’una: o ci hanno raccontato balle, o i tunnel geognostici scavati non hanno proprio nulla a che fare con quello di base, di cui non è pronto neppure un chilometro. Cose che forse ai cittadini, alla faccia della trasparenza democratica, nulla è dato sapere, stante l’occupazione “manu militari” del sito in cui si lavora.

A questo punto la gente vorrebbe conoscere la Verità. Più facile scriverla in una testata aspettando che il popolo, sempre più credulone perché sempre meno istruito, abbocchi. Preferibile è raccontare i Fatti con cui Esposito, con ostinazione, continua da decenni ad evitare di confrontarsi.

Melquiades

 

DIRITTO DI REPLICA

Con riferimento all’articolo di Fabio Pavesi, pubblicato il 1 agosto, segnaliamo che l’Associazione Bancaria Italiana ha fra l’altro promosso e ha contribuito a promuovere una serie di organismi, quali ad esempio la Feduf (la Federazione per l’educazione finanziaria e al risparmio), Abilab (il consorzio che segue le tematiche relative alle nuove tecnologie e la sicurezza telematica), CBI (il consorzio che gestisce la struttura tecnica a supporto dell’interconnessione e del colloquio telematico in campo finanziario), la fondazione Prosolidar (ente bilaterale con i sindacati del settore che persegue finalità di solidarietà sociale in Italia e all’estero). Con riguardo ad Abiservizi, – la società posseduta da Abi – che offre prodotti e servizi nel campo dell’editoria, della formazione e degli eventi, segnaliamo che non c’è alcun obbligo di acquisto per gli associati Abi: i prodotti e servizi sono liberamente offerti ad associati e a non associati Abi e sono offerti in piena concorrenza con altri importanti operatori. Tra i clienti della società Abiservizi sono presenti studi professionali, società di consulenza, Università e molti altri soggetti.

Gianfranco Torriero, Vice direttore generale Abi

Prendiamo atto che Abi fa tante cose e promuove iniziative. E meno male.

Resta la domanda cui la lettera non risponde. Cosa se ne fa un’associazione di settore no-profit di 70 milioni di liquidità in cassa mai impiegati? Forse si potrebbero restituire alle banche associate o no?

Fabio Pavesi

 

In merito all’articolo pubblicato ieri dal titolo “Ragazzi frustrati e progetti inutili: il parere al Miur stronca l’alternanza scuola-lavoro”. Nel testo non vi è alcun riferimento al fatto che il voto del Cspi in merito al giudizio sulla misura introdotta dalla Buona Scuola non sia stato unanime. Vi è stato un unico voto contrario, quello del rappresentante dell’Associazione Nazionale Presidi, aderente a Cida. Su tale questione avevamo diffuso nei giorni scorsi un comunicato che chiarisce meglio la nostra posizione e che chiedo la cortesia di voler prendere in considerazione per un chiarimento da riportare ai lettori.

Teresa Lavanga direttore cida

 

Ringrazio la dottoressa Lavagna per l’aggiunta. Il fatto che il voto al parere non sia stato unanime non ne cambia il destino e, soprattutto, il contenuto, che resta quello riportato nell’articolo.

L. Giar.

 

I NOSTRI ERRORI

Ho sbagliato “socialista” nel mio pezzo dell’altro ieri dal titolo “Ultimo suicidio della destra in tivù”.

È di Giampaolo Sodano l’idea di produrre per Rai2, e coraggiosamente mandare in onda il film con Antonio Banderas “Il Giovane Mussolini”, mentre il merito di Agostino Saccà – nello sfidare il tabù – fu di realizzare la fiction che raccontò al grande pubblico, per la prima volta, le Foibe. Mi scuso con gli interessati e con i lettori.

Pietrangelo Buttafuoco

 

A differenza di quanto riportato ieri per un refuso in un box, la Banca d’Italia non si è costituita parte civile contro Ubi nel processo in corso a Milano anche se tra le accuse ai banchieri c’è l’ostacolo alla vigilanza.

Fq

Chiedere di più non paga: gli italiani fuggono dagli abbonamenti

Dunque, alla fine, per vedere le prime partite importanti di serie A, molte delle quali del Napoli, devo rivolgermi a Perform. Perform? Ma chi è, da dove viene? Quante strane coincidenze! Circa un anno fa Sky lanciò Sky Q, un’offerta parallela della quale non riuscivo a comprendere il significato e cogliere la novità. All’improvviso Mediaset si arrese e regalò a Sky tanti bei canali. Poi venne la gara per l’aggiudicazione dei diritti tv vinta da una società spagnola che con la sua presenza ingombrante avrebbe messo in crisi Sky e le altre formichine nostrane. All’improvviso, in una girandola di colpi di scena, questa gara fu annullata e la nuova aggiudicazione, finalmente, consentì di scrivere la parola fine a una sceneggiatura che mi sembrava già scritta che, abbiamo poi scoperto, prevedeva un nuovo, sofisticato salasso dei tifosi italiani. Non so se l’ex onnipresente Cantone debba o possa interessarsi a questa storiella molto picaresca. Non so se uno dei tanti Garanti che vegliano su di noi avverta la necessità di chiarire se qualche diritto di questi sudditi italioti sia stato violato… Una cosa è certa: “E io pago”.

La notizia di questi giorni è che la Grande Rapina del Secolo perpetrata ai danni degli abbonati al calcio in pay.tv da Lega Serie A, Sky e Perform, di cui abbiamo parlato sul Fatto di lunedì, potrebbe miseramente abortire. Secondo un sondaggio Doxa-Findomestic, solo il 29% degli intervistati si dice intenzionato a sottoscrivere un abbonamento-tv: l’anno scorso erano il 37%, il che significa che lo spavento per l’aggravio di spesa cui l’abbonato è chiamato sta funzionando da sfollagente. Considerando che il 14% pensa di seguire le partite sui portali online di streaming gratuito e il 6% attraverso le radiocronache, il sospetto che i 4.873.000 abbonati con cui Sky Italia ha chiuso l’esercizio 2017 siano destinati a diminuire, più che ad aumentare, è fondato. E d’altronde gli italiani diventano ogni anno più poveri ma non più gonzi. Fino a ieri, per vedere le 10 partite della serie A l’utente spendeva 36,80 euro al mese: 21,60 per il pacchetto obbligatorio Sky Sport e 15,20 per Sky Calcio. Oggi con questi soldi si pagano solo 7 partite su 10 e per vedere le altre 3 (finite a Dazn) l’abbonato Sky deve dotarsi del decoder Q Platinum (199 euro la sola attivazione, 12,40 il canone mensile) o del decoder Q Black (79 l’attivazione, 5,40 il canone) oppure abbonarsi a Dazn (9,99 al mese), dotarsi di smart-tv o console PlayStation o Xbox o tablet e sottoscrivere un abbonamento a internet (costo dai 16 ai 25 euro mensili). Al tempo dei bandi dicevano che la gente avrebbe pagato di meno; invece lavoravano tutti alla truffa perfetta. La Stangata è in vista. Vedremo ora su chi si abbatterà.

L’Ilva, soldi quasi finiti. “A settembre previsto azzeramento cassa”

L’acciaieria Ilva sta per restare senza più un centesimo. A spiegarlo, ieri durante un’audizione presso la commissione Industria del Senato, sono stati i tre commissari dell’amministrazione straordinaria. La previsione finanziaria stima l’esaurimento di cassa a settembre 2018, mentre per ottobre i commissari hanno parlato di una cassa a meno 41 milioni, che diventerebbero 81 a novembre e 132 a dicembre. Sui risultati economici sono stati determinanti i vincoli alla produzione che, calando, ha fatto aumentare l’incidenza dei costi fissi. I commissari hanno anche comunicato di aver speso 800 milioni per le manutenzioni e aver investito 500 milioni per gli interventi ambientali di risanamento. Dal 2015, anno di avvio dell’amministrazione straordinaria, c’è stato anche un lieve calo dell’occupazione negli stabilimenti: i dipendenti erano più di 14 mila e ora sono circa 13.500 (quelli in cassa integrazione sono passati da 3.008 a 2.367). I commissari, infine, hanno detto di non saper quantificare in questo momento i costi che comporterebbe un’eventuale mancata vendita ad Arcelor Mittal. Né è stata data risposta a chi chiedeva le spese necessarie per una possibile nazionalizzazione.

Fuga dall’Italia, siamo tornati ai livelli record degli Anni 50

Se la cosiddetta “emergenza immigrazione”, con i suoi drammi umani e le sue polemiche politiche, occupa le prime pagine dei giornali e le aperture dei Tg, c’è un altro fenomeno migratorio in Italia più consistente ma più trascurato: l’emigrazione degli italiani. Secondo i dati elaborati dal centro studi Idos (organizzazione indipendente sponsorizzata tra gli altri da Unar, Caritas e Chiesa Valdese) nel 2017 se ne sono andati dall’Italia circa 285 mila cittadini. È una cifra che si avvicina al record di emigrazione del Dopoguerra, quello degli anni ‘50, quando a lasciare il Paese erano in media 294 mila Italiani l’anno.

L’Ocse segnala come l’Italia sia tornata ai primi posti nel mondo per emigrati, per la precisione all’ ottavo, dopo il Messico e prima di Viet nam e Afghanistan.

Del fenomeno dell’espatrio degli italiani, ha parlato a inizio luglio il presidente dell’Inps, Tito Boeri, presentando il rapporto annuale dell’Istituto. “Nel confronto pubblico degli ultimi mesi si è parlato tanto di immigrazione e mai dell’emigrazione dei giovani, del vero e proprio youth drain

cui siamo soggetti”, ha detto Boeri, “la fuga all’estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non sembra essersi arrestata neanche con la fine della crisi. Nel 2016, l’ultimo anno per cui sono disponibili i dati dell’Anagrafe italiani residenti all’estero, abbiamo perso altre 115.000 persone, l’11% in più dell’anno precedente. E potrebbe essere una sottostima”. È proprio sull’ipotesi di sottostima a cui ha accennato Boeri che hanno lavorato i ricercatori dell’Idos. “I dati ufficiali, quelli dell’Istat”, spiega il presidente Luca Di Sciullo, “si riferiscono alle cancellazioni anagrafiche registrate dall’Aire, ma la cancellazione dal comune di residenza non è un obbligo, molti italiani si trasferiscono senza spostare la residenza, anche se poi la fissano nel nuovo Paese”. Per ottenere dati più realistici si è guardato agli archivi dei principali paesi d’accoglienza, relativi ad adempimenti obbligatori come la registrazione di residenza o la copertura previdenziale. Mettendo insieme questi dati viene fuori che la cifra registrata dall’Istat, circa 114 mila italiani espatriati nel 2017 (in linea con il 2016) va moltiplicata per 2,5, portando il dato a 285 mila persone, un flusso che è aumentato del 50% negli ultimi 10 anni.

Dal lato dei rimpatri, l’incidenza negli ultimi anni è scesa a meno di un terzo, circostanza che, se abbinata al recente calo dell’immigrazione (16 mila sbarcati nel primo semestre 2018, contro i 76 mila del primo semestre 2017), e al costante calo della natalità, è destinata, a impoverire il Paese e metterne sotto pressione il sistema previdenziale.

I nuovi emigranti non aderiscono al cliché anni ‘50 del bracciante del Sud che lascia il paesello con la valigia di cartone. Oltre la metà espatria dalle regioni del Nord; circa un quarto dal Centro, mentre quelli che espatriano dal Sud e dalle Isole sono meno di un quarto del totale. Il grosso dell’emigrazione dal Sud, come indica il rapporto Svimez (articolo sopra), si trasferisce nelle regioni del Centro Nord italiano.

Chi espatria, va principalmente in Europa (Germania e Gran Bretagna in testa). E se fino al 2002 il 51% degli emigrati con più di 25 anni aveva al massimo la licenza media, ora quasi un terzo sono laureati. Questa “fuga di cervelli” per il Paese rappresenta una perdita in tutti i sensi. Ogni emigrato istruito è infatti come un investimento che se ne va: mediamente 164 mila euro per un laureato, 228 mila un dottore di ricerca, secondo i dati dell’Ocse. Circostanza che però non ne fa necessariamente i candidati per lavori più qualificati.

Secondo il “Rapporto italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes, la maggior parte continua a trovare impiego in occupazioni poco qualificate, ristoranti e pizzerie in cima alla lista.

Scelta comunque preferibile a quella di rimanere con le mani in mano, o accettare quei lavori a intermittenza e sottopagati che nel mercato del lavoro italiano sembrano essere diventati la principale prospettiva per i giovani.

La “grande frenata” del Sud Si dimezza la crescita 2019

La “grande frenata” del Sud è alle porte, dopo una crescita tutto sommato positiva ma non entusiasmante: è la sintesi delle anticipazioni del Rapporto Svimez 2018. Dopo un triennio di crescita – seppur troppo debole per recuperare gli effetti della crisi e spinta soprattutto dal settore degli idrocarburi – l’economia meridionale, senza politiche adeguate, potrebbe dimezzare il ritmo di sviluppo. “In assenza di un quadro chiaro per la politica economica – si legge – il ‘tendenziale’ di crescita dell’area, nel biennio, potrebbe dimezzarsi, passando dal 1,4% del 2017 allo 0,7% del 2019”. L’economia del Sud, tra il 2015 e il 2017, è stata trainata dalle imprese sopravvissute alla crisi mentre il settore pubblico ha continuato il suo declino (causa tagli). Gli investimenti privati hanno compensato il crollo di quelli statali, arrivati a 4,5 miliardi annui in meno rispetto al 2010. E non si vede una inversione di rotta. Il 64% delle risorse stanziate in più per il rinnovo dei contratti pubblici (1,7 miliardi all’anno) riguarderà il Centro- Nord mentre i consumi della Pa registrano un +0,5% al Nord e – 0,3% nel Sud. “Un euro di minore spesa da parte della Pa nel Sud – spiega Svimez – induce una perdita di Pil, nell’area, di 0,84 centesimi; nelle regioni centro-settentrionali la perdita sarebbe di 44 centesimi”. Poi le conclusioni: “Nel 2019, la variazione congiunturale del Pil meridionale sarebbe dunque pari alla metà di quella registrata nel 2017” ma solo “in un contesto di neutralità della policy”. Servirebbe, in pratica, un intervento significativo per evitare che vada anche peggio, come il recupero dei 4,5 miliardi di investimenti persi dal 2010: “Darebbe luogo a una crescita aggiuntiva, rispetto a quella prevista (+0,7%), di circa un punto percentuale. Il differenziale si annullerebbe: anzi, sarebbe il Sud a crescere di più”.

Sul fronte lavoro, la situazione è drammatica: è raddoppiato il numero di famiglie con tutti i componenti in cerca di occupazione (passati da 362 mila a 600 mila) e il numero di famiglie senza alcun occupato è cresciuto nel 2016 e nel 2017 del 2% all’anno. Eppure i dati parlano di crescita dell’occupazione complessiva: in pratica, aumentano i “working poor”, il lavoro a bassa retribuzione, la dequalificazione delle occupazioni e l’esplosione del part time involontario. “Il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud – si legge poi – è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di occupati nella fascia 35-54 anni (-212 mila) e di una crescita quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila)”. Non sorprende, quindi, che negli ultimi 16 anni abbiano lasciato il Sud 1 milione e 883 mila residenti, la metà tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati. “Il 16% si è trasferito all’estero – spiega Svimez -. Quasi 800 mila non sono tornati”. Dati che spiegano quanto accaduto alle urne il 4 marzo.

Il Tav non è solo inutile. È un danno per l’economia

Tre giorni fa i lobbisti del Tav Torino-Lione hanno arruolato a difesa dell’opera minacciata dal governo M5S e difesa dal governo leghista nientemeno che la Confagricoltura, scesa in campo con un tweet surreale: “In Piemonte lavorano 52.000 imprese agricole che aspettano lo sblocco delle grandi opere perché gli attuali limiti logistici equivalgono a dazi”. I viticoltori delle Langhe vogliono distribuire le loro bottiglie via treno come gli agricoltori dell’Iowa? È solo la più colorita delle balle spaziali che roteano in difesa di un’opera inutile. Il Commissario governativo per la Torino-Lione Paolo Foietta – già coautore di un libro di propaganda Sì-Tav col pasdaran dell’alta velocità Stefano Esposito, ex senatore Pd – serve lo Stato come lobbista del tunnel ferroviario. Fa propaganda come se fosse portatore di interessi anziché dire come stanno le cose al ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. C’è solo una strada per capire: opporre alla propaganda i dati ufficiali pubblicati dai siti dello stesso Commissario e della Telt, società pubblica italo-francese incaricata di realizzare l’opera.

1) I lavori sono già avanti?

Foietta ha parlato in tv di 24 chilometri di gallerie “preliminari” già scavati. Il sito della Telt parla di 16 chilometri, il 10 per cento dei 160 previsti (“57,5 per ogni canna del tunnel, oltre ai by-pass di collegamento”). Restano da fare il tunnel di base (115 chilometri in tutto) e 200 chilometri di tratte di accesso.

2) Fermare l’opera costa due miliardi?

Foietta dice che sono stati già spesi 1,4 miliardi e che, se la spesa si rivelasse inutile, l’Ue e la Francia chiederebbero indietro il miliardo che ci hanno messo. Poi si perderebbero gli 813 milioni di ulteriore finanziamento europeo già assegnato e con le spese di chiusura dei cantieri si arriverebbe a 2 miliardi. Non si capisce con quale logica considera un finanziamento non utilizzato come una spesa. Né si può escludere che il presidente Emmanuel Macron converga sull’azzeramento di un’opera che considera assurda, anche se deve assecondare l’entusiasmo dei politici locali, assatanati come i piemontesi. In ogni caso, andare avanti costerebbe all’Italia almeno 3 miliardi (il 35 per cento del costo previsto del tunnel, 8,6 miliardi, fonte Telt) più i 2 (fonte Foietta) del collegamento fino al tunnel dalla parte italiana. Cinque miliardi per un’opera inutile.

3) È necessario il nuovo tunnel?

Con buona pace del partito del cemento, le merci non cercano la ferrovia ma la evitano. Il tunnel del Moncenisio che si vuole sostituire ha portato 8 milioni di tonnellate di merci nel 1984 e 2,9 milioni nel 2016. In Francia la quota della strada nel trasporto merci transalpino è passata dall’80 per cento del 1999 al 90 del 2014. Anche in Svizzera, dove pure la modalità ferro ha superato i due terzi del totale, sta arretrando. L’asfalto è più economico e più flessibile. Pochi mesi fa lo stesso Foietta ha ammesso in un documento ufficiale (http://presidenza.governo.it/osservatorio_torino_lione/Verifica_esercizio/relazione_it.pdf) che le previsioni di traffico su cui sono stati firmati i trattati internazionali erano sballate. Però “in buonafede”, così almeno c’è scritto.

4) È utile il nuovo tunnel ferroviario?

No. Scrive Foietta: “L’obiettivo condiviso a livello europeo di conseguire una ripartizione modale che veda la ferrovia trasportare almeno il 50% del trasporto terrestre, richiede che l’infrastruttura ferroviaria assicuri una capacità di trasporto di almeno 20-25 milioni di tonnellate nel 2030”. L’Europa ci chiede una cosa senza senso comune. Attualmente passano tra Italia e Francia circa 42 milioni di tonnellate di merci ogni anno, solo 3 milioni via treno. Il grosso passa sull’autostrada a Ventimiglia (20 milioni di tonnellate) e sull’autostrada del Frejus (10 milioni). Per avere 20 milioni di tonnellate di merci nel nuovo tunnel ferroviario bisognerebbe vietare ai mezzi pesanti l’autostrada del Frejus e spostare 200 chilometri più a nord metà del traffico di Ventimiglia.

5) Si possono spostare le merci dalla strada al treno?

C’è solo un modo di attirare le merci sulla nuova ferrovia: penalizzare con divieti e alti pedaggi le autostrade transfrontaliere. Con buona pace dei liberisti alla vaccinara per i quali lo sperpero di denaro pubblico è un trionfo del mercato, l’allegato 3 all’accordo italo-francese del 2012 stabilisce l’impegno dei due governi per “una politica tesa a favorire il trasferimento modale del trasporto dalla strada alla ferrovia nelle Alpi”, anche attraverso “l’aumento dei pedaggi stradali e la messa in atto di misure normative”. Ma lo sanno gli imprenditori piemontesi che vanno a spellarsi le mani ai convegni Sì-Tav che in nome del nuovo dirigismo ad alta velocità gli verrebbero vietati gli amati camion per costringerli al più costoso trasporto ferroviario? Altro che dazi.

6) Ci sarà domanda di traffico passeggeri?

A regime, sostiene il Commissario, “l’obiettivo di trasportare 20-25 milioni di tonnellate di merci con la ferrovia (…) richiede il transito di un numero di treni compreso tra i 125 e i 156 treni giorno”. Ogni giorno dovrebbero partire in ciascuna direzione una settantina di treni da sessanta vagoni, uno ogni venti minuti. Nelle brevi pause dovrebbero infilarsi 22 treni passeggeri. La Torino-Lione nasce come sogno piemontese di agganciarsi all’alta velocità francese, e solo per parare l’evidente assurdità si è inventata la storiella delle merci. La domanda di trasporto passeggeri tra Torino e Lione è talmente pressante che oggi nessun treno collega le due città. E non c’è nemmeno un volo diretto. Perché, checché ne dicano i politicanti locali capitanati dal governatore Sergio Chiamparino, torinesi e lionesi non hanno niente da spartire.

Cura al cortisone Daisy potrebbe saltare gli Europei

Daisy Osakue, la 22enne campionessa di lancio del peso e del disco ferita a un occhio domenica a Moncalieri dall’uovo lanciato da ignoti, rischia di non partecipare agli Europei di atleti a Berlino. La sua partecipazione “è a forte rischio”, ha detto ieri il presidente del Coni, Giovanni Malagò: “Il presidente della Fidal, Alfio Giomi, ci ha spiegato che deve usare una dose di cortisone che, malgrado ci possa essere l’esenzione, è talmente in quantità eccessiva che non potrebbe averla”. Osakue ha sostenuto ieri una visita oculistica di controllo: “L’atleta, visitata in data odierna dallo specialista oculista della Asl ‘Città di Torino’, presenta abrasione ed edema retinico importante all’occhio sinistro post traumatico, trattata dallo specialista con terapia antibiotica e corticosteroidea per via locale e sistemica”. Domani si sottoporrà a un nuovo un controllo per valutare se le condizioni cliniche e la terapia sono compatibili con la partecipazione agli Europei. “Stiamo compilando tutti i moduli per dimostrare che abbiamo preso il cortisone per motivi eccezionali – spiega la sua allenatrice, Maria Marello -. Non perdiamo la speranza. Daisy è una tosta e non molla”.

Il “percorso ottimale” del matematico

Nel 1958 un matematico italiano, Ennio de Giorgi, risolse un importante problema aperto da mezzo secolo e sfiorò la medaglia Fields. L’avrebbe probabilmente vinta, se non avesse tagliato il traguardo quasi simultaneamente a un altro matematico statunitense, di nome John Nash. Il risultato fu che non la vinse nessuno dei due, anche se il secondo nel 1992 ricevette come “premio di consolazione” il Nobel per l’economia, dopo una vita avventurosa e tragica raccontata nel famoso film A beautiful mind.
Nel 2018, sessant’anni dopo, un altro matematico italiano, Alessio Figalli, “nipote” intellettuale di De Giorgi, in quanto allievo del suo allievo Luigi Ambrosio, ha raggiunto il traguardo sfuggito per un pelo al “nonno”, mostrando che la matematica italiana non è fatta soltanto di geni isolati, ma di vere e proprie scuole d’avanguardia.

Purtroppo Figalli ha preso molto presto il volo dall’Italia, compiendo tutta all’estero una fulminante carriera. A 23 anni aveva già due dottorati, ottenuti simultaneamente in un solo anno nelle due Scuole Normali di Pisa e Parigi. Queste credenziali da “normalissimo” matematico gli aprirono la strada per andare in cattedra a soli 28 anni, in Texas. E a 34 ha ottenuto ieri il riconoscimento più ambìto per un matematico.

La motivazione del premio cita i suoi “contributi alla teoria del trasporto ottimale”, che lungi dall’essere soltanto un’area esoterica del sapere astratto, è anche un punto nevralgico della scienza applicata. Lo dimostra il primo testo che fu scritto al proposito, dal matematico francese Gaspard Monge nel 1781: Memoria sulla teoria degli scavi e dei riempimenti

, che si preoccupava di trovare il modo migliore per smaltire la terra accumulata nella costruzione delle fortificazioni.

Tipici problemi della teoria sono quelli risolti dal gps della nostra automobile, quando cerca il modo ottimale per farci arrivare a destinazione, in base al criterio che gli diciamo di preferire: il percorso di minima lunghezza, o di minima durata, o di minimo costo. Problemi del genere sono ubiqui della ricerca operativa, che si preoccupa appunto di allocare al meglio le risorse.

La loro utilità è così evidente da risultare chiara persino ai politici. O almeno a qualcuno come l’ex presidente Cossiga, che dichiarò di essere “rimasto colpito dal fatto che, a volte, per rendere un sistema più gestibile bisogna renderlo meno complesso: ad esempio, in certe situazioni può essere meglio diminuire il numero dei posti di distribuzione del rancio, invece che aumentarle”.

Il problema a cui alludeva Cossiga, di suddividere una certa risorsa (come il rancio) in un certo numero di parti, in modo da distribuirla in maniera ottimale, fu affrontato negli anni Quaranta dal matematico russo Leonid Kantorovich, in una serie di lavori che gli valsero il premio Nobel per l’economia nel 1975. E in seguito sono stati affrontati e risolti anche aspetti teorici di questi problemi, come l’esistenza, l’unicità e la calcolabilità delle lor possibili soluzioni.

Figalli ha scoperto, in questo campo, che la Natura spesso si pone e risolve problemi di ottimizzazione analoghi a quelli posti e risolti dagli uomini: un po’ come fece Darwin con la teoria dell’evoluzionismo, quando scoprì che la Natura crea specie biologiche nuove mediante un processo di selezione naturale analogo a quello di selezione artificiale seguito dai coltivatori e gli allevatori.

In particolare, Figalli si è accorto che le particelle di cui sono composte le nuvole si muovono seguendo percorsi ottimali: una sorta di applicazione del famoso principio di minima azione enunciato nel 1744 da Pierre-Louis de Maupertuis, secondo il quale “la Natura è economa e ottiene i migliori risultati con il minimo sforzo”. Anche Figalli sembra esemplificare questo principio, vista la facilità con cui ottiene i propri risultati, che oltre alle ovvie applicazioni alla meteorologia hanno per ora fatto meritatamente piovere su di lui la seconda medaglia Fields della matematica italiana.