Mi-To-Co 2026: il Coni divide i Giochi e moltiplica i guai

Tre sindaci da mettere d’accordo, che infatti hanno già cominciato a litigare. Tre città diverse (e addirittura quattro Regioni: si sconfina in Trentino), non proprio vicine tra loro. Addirittura tre villaggi olimpici da costruire e riutilizzare. La candidatura italiana moltiplica i problemi organizzativi per risolvere quello principale, politico. Ma è la soluzione che chiedeva il governo, per evitare tensioni tra Lega e M5s. E Giovanni Malagò, per cui i Cinque cerchi sono da anni un chiodo fisso, si è adeguato senza pensarci: ieri il Coni ha candidato ufficialmente Milano, Torino e Cortina, insieme e sullo stesso piano, ai Giochi invernali 2026.

Olimpiadi al cubo, allargate ma pure parcellizzate come mai prima d’ora: il progetto italiano – che Malagò definisce “unico, coraggioso e innovativo” ma su cui anche all’interno del Coni c’è qualche perplessità (“è complicato”) – avrà questo effetto. Lo studio di fattibilità garantisce che almeno i costi ne beneficeranno: solo 376,15 milioni di euro, meno delle candidature singole. In realtà nel dossier mancano le infrastrutture (si conta sui lavori già previsti e finanziati per i Mondiali di sci 2021): o andranno aggiunte in un secondo momento, oppure non ce ne sarà bisogno, accontentandosi di un’eredità modesta. Le distanze fra i centri non sono comode: Milano-Torino si fa in 50 minuti con l’alta velocità, ma dal capoluogo lombardo a Cortina passano oltre 400 km e 4 ore. Piaccia o meno, significa una visione diversa delle Olimpiadi: non più grande evento concentrato in una città, ma di fatto tante manifestazioni diverse in contemporanea in luoghi separati.

Il punto di forza della candidatura tripla, oltre al fascino di un progetto diffuso e tutto italiano, è di sicuro quello di poter prendere il meglio dai vari dossier. Per gli impianti, la selezione è di altissimo livello: slalom al Sestriere, salto a Predazzo, sci sulle Dolomiti. Tutto già pronto: andrà rifatto solo il vecchio catino di bob a Cortina (ben 35 milioni).

Di contro, aumentano le strutture non competitive e non poteva essere altrimenti: tre villaggi olimpici (ma non a Torino, che perde l’investimento sociale a cui teneva di più) e due hotel per gli atleti, tre medal plaza, quattro media center montani, e via dicendo. Non è tanto un problema di spesa (202 milioni, prendendo per buone le stime dello studio che però non è un vero e proprio dossier), ma di moltiplicazione dei problemi concreti e delle variabili da tenere sotto controllo: la logistica, i trasporti su tre città invece che una, l’incognita meteo e calendari, i rischi di ritardi e contenziosi nei lavori e nell’eredità, su più siti e strutture.

In parte è la questione della governance posta dal sindaco Beppe Sala (anche se forse per ragioni diverse). Non sarà facile, infatti, far convivere le tre città. Dopo Appendino (che continua a parlare di “logiche incomprensibili” nel progetto, ma intanto ha dato la sua disponibilità e ora rischia di perdere la maggioranza in Comune per l’opposizione di quattro consiglieri ribelli), ieri è toccato al milanese fare i capricci: “Stanno prevalendo ragioni politiche, così non entriamo nel comitato”. È il gioco delle parti: Milano si sente scippata del ruolo di capofila e vuole mantenere una leadership di fatto (e la cerimonia inaugurale, su cui stranamente il dossier tace). Al Foro Italico non sono troppo preoccupati: ci sarà tempo e modo per limare i dettagli, la governance si fa nel 2019, se il Cio avrà assegnato i Giochi all’Italia.

Prima c’è da superare la concorrenza (Stoccolma la più pericolosa), ma soprattutto avere il sostegno del governo, fin qui prudente. “Valutiamo i costi”, ha detto il sottosegretario Giorgetti, a cui spetta l’ultima parola. Le sensazioni però sono positive, anche perché “abbiamo fatto esattamente quello che ci è stato chiesto”, sottolinea Malagò. Si stupirebbe se ora Palazzo Chigi dicesse no. Il nodo va sciolto entro l’ estate, perché a settembre il Cio deve concedere la deroga al regolamento che in teoria non permetterebbe all’Italia di candidarsi per il 2026, visto che Milano già ospita la sessione che assegna quell’edizione. Ah, c’è un’ultima questione: a questa strana candidatura a 3 teste bisognerà pur trovare un nome. Ma è davvero l’ultimo dei problemi.

Una raccolta firme contro la fondazione dedicata all’assassino

Ha raccolto più di 1.400 firme la petizione sul sito www.buonacausa.org contro la creazione della Fondazione “Federico Zini”, organizzazione che dovrebbe contrastare la violenza sulle donne e intitolata al 25enne che il 26 maggio scorso a San Miniato (Pisa) ha ammazzato la sua fidanzata, Elisa Amato, prima di togliersi la vita. La vicenda è stata denunciata da Selvaggia Lucarelli su Il Fatto Quotidiano dell’altroieri. “Una fondazione del genere non può portare il nome di uno dei carnefici che ha stroncato la vita ad una ragazza che l’aveva ancora tutta davanti – scrive la promotrice Viola Erbucci, amica della vittima –. Portandosela via senza alcun motivo, e distruggendo una famiglia dal dolore, assieme a tutte le persone che l’amavano”. L’obiettivo dei promotori è raccogliere diecimila firme, non soltanto online, ma anche in una decina di località tra Prato, Pistoia e Sesto Fiorentino. Intanto anche la politica si muove: le elette al consiglio comunale di San Miniato chiedono all’amministrazione un parere sulla fondazione: “Potrebbe rappresentare un deterrente per le donne a denunciare le violenze subite”.

Toninelli ammette: le motovedette libiche sono invisibili ai nostri radar

Le abbiamo pagate noi. Hanno personale addestrato in Italia. Facciamo anche la manutenzione e l’assistenza logistica. Si muovono in un’area Sar (ricerca e salvataggio) che i nostri ufficiali hanno di fatto disegnato. Ma le motovedette della Guardia costiera libica sono poco più di un fantasma sui monitor del comando generale delle Capitanerie di porto italiane. “Trattandosi di mezzi militari, sono esclusi dalla normativa civile che prevede strumenti di identificazione a bordo”, spiegano dal ministero delle Infrastrutture, confermando la notizia, emersa indirettamente ieri nel corso del question time con il ministro Danilo Toninelli alla Camera dei deputati.

Il deputato di Leu Erasmo Palazzotto aveva chiesto di conoscere l’elenco delle navi presenti nell’area del salvataggio di Josepha – la donna camerunense recuperata nelle acque internazionali di fronte alla Libia dalla Open arms – il 16 e 17 luglio, i giorni precedenti il salvataggio. Palazzotto era a bordo della nave spagnola ed ha seguito l’intera vicenda.

Nulla di fatto. L’elenco delle navi che Danilo Toninelli ha depositato alla presidenza della Camera non include le motovedette della Guardia costiera libica, ma solo i vascelli commerciali, oltre alle imbarcazioni della stessa Ong. Dati che il ministero non possiede, che però potevano essere decisivi per capire chi avesse abbandonato in acqua Josepha – sopravvissuta – e la donna e il bambino trovati cadaveri.

I libici hanno sempre negato la loro responsabilità nel caso del gommone distrutto dove è stata ritrovata la donna. Pochi giorni dopo il salvataggio erano state divulgate le immagini girate da una Tv tedesca dell’operazione di una motovedetta di Tripoli, avvenuta a diverse miglia di distanza dal punto dell’intervento del 16 luglio di Open Arms.

In quel video il gommone utilizzato dai migranti appariva vuoto. Successivamente, però, sono emerse testimonianze che parlavano di una seconda motovedetta presente in quell’area, poco prima del ritrovamento di Josepha. Questa imbarcazione non è stata al momento identificata. L’esistenza di una seconda motovedetta era emersa il 20 luglio con le dichiarazioni del colonnello della Guardia costiera di Misurata a La Stampa: “Lunedì 16 luglio all’ora di pranzo abbiamo ricevuto una chiamata dal mercantile spagnolo Triades che ci segnalava un’imbarcazione di migranti in difficoltà tra Khoms e Tripoli e ci siamo mossi per intervenire”. Il militare aggiungeva poi di aver lasciato a bordo due cadaveri, “una donna e un bambino”. Una descrizione che coincide con quanto trovato due giorni dopo dagli spagnoli. Poteva essere quella la nave della Guardia costiera di al-Sarraj che aveva abbandonato nelle acque le tre persone trovate dagli spagnoli.

L’unica conferma che arriva dai dati forniti da Toninelli riguardano la presenza sul luogo della nave Triades, la stessa nave che avrebbe chiamato la Guardia costiera libica, segnalando la presenza del gommone. Per ora un piccolo tassello. L’inchiesta sulla vicenda è condotta dalle autorità spagnole, che a fine luglio hanno ricevuto un esposto della Open Arms.

Rimpatri veloci, decreto Salvini entro fine agosto

La fase “B” del governo sull’immigrazione irregolare è già operativa. La prima riguardava il contrasto alle partenze e la conseguente riduzione degli sbarchi. Il prossimo obiettivo è invece quello dei rimpatri per chi non ha diritto di asilo e protezione umanitaria. I tecnici del ministero dell’Interno stanno lavorando in questi giorni alla stesura di un decreto di urgenza che, secondo i desideri del vicepremier Matteo Salvini, dovrebbe essere annunciato per ferragosto, a San Luca, in provincia di Reggio Calabria, dove è stato fissato l’appuntamento per il prossimo Comitato per l’ordine e la sicurezza.

L’obiettivo è di rendere operativo il decreto d’urgenza al più tardi per la fine di agosto. In sostanza si punta a modificare la legge Bossi-Fini e le modalità di espulsione per chi non ha diritto alla protezione umanitaria: i migranti economici saranno rimpatriati nel minor tempo possibile.

In questo momento, secondo le leggi vigenti, a chi non ha diritto alla protezione umanitaria viene consegnato un decreto di espulsione che deve essere ottemperato in sette giorni. Dall’ottavo giorno in poi il migrante si trasforma in “clandestino” e rischia la reclusione nei centri di identificazione ed espulsione. L’idea di Salvini è quella di rimpatriarli nei Paesi di provenienza non appena viene verificato che non hanno diritto all’accoglienza umanitaria. Voli charter o militari, accompagnamenti coatti alla frontiera o nel Paese di partenza, il tutto in pochissimi giorni.

Il primo requisito necessario è di avere accordi bilaterali per i rimpatri con i paesi d’origine dei migranti da espellere. Molti accordi già esistono, per esempio con la Tunisia o l’Egitto, in altri casi esistono accordi che vanno perfezionati. Ma il governo sta valutando una soluzione ulteriore: individuare uno Stato africano disponibile ad allestire centri di accoglienza, finanziati dall’Italia o dall’Unione europea, dove smistare i migranti da espellere e rimpatriare.

Una manovra – ammesso che sia possibile – che sarebbe accompagnata da un incentivo economico per lo Stato disponibile a funzionare da hot spot intermedio.

Non è però semplice rendere operativo il progetto del governo senza mettere mano alle casse dello Stato. Innanzitutto per i costi dei rimpatri che, a questo punto, graverebbero interamente sulla spesa pubblica. Oltre ai voli charter già si stanno contabilizzando i costi per i viaggi dei nostri aerei militari. Costi che secondo il governo sarebbero però compensati dalle spese inferiori per sostenere la presenza dei migranti nei centri di prima accoglienza.

Altra componente essenziale del progetto sul quale i tecnici incaricati dal Viminale stanno lavorando: investire ulteriori fondi per potenziare le commissioni che devono valutare chi gode della protezione umanitaria e chi invece deve essere espulso.

Per effettuare rimpatri in pochi giorni, infatti, è necessario che le commissioni ministeriali riescano a valutare in tempi rapidi la posizione di ogni singolo migrante. Questo significa incrementare il numero dei componenti della commissione, da un lato, confidando nella diminuzione degli arrivi, dall’altro. Nella situazione attuale, infatti, accade che i migranti attendano dai 6 ai 18 mesi prima di ottenere un responso dalla commissione che gli esamina. Tempi che vanificano lo spirito del decreto d’urgenza voluto da Salvini e dall’intero governo. Già lo scorso anno il suo predecessore Marco Minniti con un decreto, aveva aumentato di venti unità i centri di permanenza per i rimpatri da affiancare ai cinque Cie esistenti. Anche in questo caso la linea di Salvini segue quella solcata dal governo Renzi. Se riuscirà a chiudere l’operazione nei tempi voluti – annuncio per Ferragosto e decreto per la fine del mese – lo vedremo nelle prossime settimane.

Di certo il Viminale ha preteso un’accelerazione nelle scorse ore. E sull’immigrazione si continua a giocare la principale partita dei primi cento giorni di governo. Dopo lo slogan “porti chiusi” ora si avvia la fase degli “aeroporti aperti”. Per i rimpatri.

Strage di Bologna, il depistaggio era partito prima della bomba

Negli atti della Commissione Anselmi sulla P2 c’è traccia di una riunione svoltasi nell’estate del 1978 sul panfilo Trident al largo di Ustica. Si sa poco di quell’incontro cui avrebbero partecipato esponenti della massoneria internazionale e tale Joseph Miceli Crimi, il medico di Michele Sindona, che espose l’obiettivo di dare vita in Sicilia a “club” anticomunisti e filoseparatisti. In effetti, per dirla con le parole della commissione Sindona, si voleva “mettere in moto un tentativo separatista della Sicilia in una chiave che si ricollegasse agli ideali massonici, antiateisti e anticomunisti, per estendere quindi questi ideali a tutta l’Italia”.

Il progetto separatista ha attraversato l’Italia per decenni facendosi più incalzante tra il 1978 e le riunioni di Cosa Nostra nelle campagne di Enna nel febbraio 1992 che avrebbero portato alle bombe di Capaci, via D’Amelio e del ’93. Se dovessimo dare la palma del primo premio al nome più ricorrente fra i protagonisti di quegli anni, Licio Gelli lo vincerebbe a mani basse. Ad esempio, secondo alcuni pentiti sarebbe fra quanti, fra la fine del ’91 e gli inizi del ’92, proposero alle grandi organizzazioni criminali del Paese l’adesione al progetto eversivo.

Nello stesso processo che ha condannato Valerio Fioravanti e Francesca Mambro come esecutori materiali della strage del 2 agosto alla stazione di Bologna (Luigi Ciavardini, all’epoca minorenne, è stato giudicato separatamente, mentre il processo a Gilberto Cavallini è attualmente in corso), Licio Gelli è stato riconosciuto colpevole dei reati di calunnia per un depistaggio attuato dal Sismi di cui lui stesso controllava i vertici, occupati da uomini della P2.

Il 13 gennaio 1981 gli uomini del servizio segreto misero sul treno Taranto-Milano armi ed esplosivo compatibile con quello utilizzato per la strage. Scopo: orientare le indagini verso una pista internazionale, meglio se di matrice palestinese. Per questo la Corte d’Assise di Roma condannò gli ufficiali del Sismi per il porto e la detenzione delle armi. A Bologna la condotta del servizio piduista fu giudicata assieme a quella degli esecutori materiali della strage e la Corte d’Assise, l’11 luglio 1988, riconobbe colpevoli Gelli, Francesco Pazienza, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte, mentre il generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi, morì nel 1984, prima della sentenza di primo grado. Come mai Gelli e il Sismi piduista organizzarono un simile depistaggio?

Forse c’è una ragione già scritta nelle sentenze degli anni Ottanta. La Corte d’Assise di Roma espresse il fondato dubbio che i calunniatori di Stato, per mettere la valigia con le armi sul treno, si fossero avvalsi della collaborazione di un gruppo di terroristi neri che proprio in quei giorni si nascondeva in un covo di Taranto. Si trattava di Valerio Fioravanti, l’autore della strage, di Giorgio Vale e di Gilberto Cavallini.

La Corte d’Assise di Bologna ha fatto propri quei dubbi e ha aggiunto un particolare importante: secondo i giudici felsinei, il Sismi piduista avrebbe iniziato a preparare il depistaggio ancora prima della strage. Forse sarebbe stata opportuna una riflessione sulle responsabilità di chi, in anticipo rispetto all’esplosione del 2 agosto 1980, si metteva nelle condizioni di operare un depistaggio che poi, secondo le sentenze di Roma e di Bologna, potrebbe aver realizzato con la collaborazione degli autori della strage stessa.

Come mai non è successo? Forse ha nuociuto un diffuso approccio culturale basato su una rigida compartimentazione fra eversione politica e criminalità organizzata. In realtà tale impostazione viene superata dalla figura di un neofascista siciliano, Ciccio Mangiameli, che nelle vicende della strage di Bologna ha un ruolo rilevante.

Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, infatti, trascorsero nella sua abitazione in Sicilia un periodo di “vacanze” nel luglio 1980. Poi, verso la fine di quel mese, mentre i due estremisti dei Nar partivano per la loro missione di morte, Mangiameli andava a Taranto, dove, assieme a Mauro Addis, un ex componente del gruppo capeggiato dal bandito della Comasina Renato Vallanzasca, affittava un appartamento. In quel covo, occupato dai terroristi neri in concomitanza con il depistaggio piduista, Mambro e Fioravanti andarono a nascondersi nei giorni dopo la strage.

Senonché, il 9 settembre 1980 un commando dei Nar ammazza Mangiameli: era sospettato di aver parlato troppo della strage. Le sentenze non hanno mai avuto dubbi sull’importanza di quell’omicidio. Fu la sentenza dell’11 luglio 1989 scrisse parole cristalline sull’importanza di Ciccio Mangiameli, descritto allora come una sorta di snodo nella convergenza di interessi in Sicilia alla fine degli anni Settanta fra logge deviate, ambienti mafiosi ed estremisti di destra. È l’alleanza eversiva che, a suon di bombe, pur non riuscendo nel progetto separatista, ha accompagnato il tramonto della prima Repubblica e, pur in forma rivista, l’inizio della seconda.

Creato il Comitato: deciderà sul doppio incarico di D’Alfonso

Tutto rimandato. Luciano D’Alfonso, senatore dem che si divide tra il Parlamento e la presidenza della Regione Abruzzo, potrà mantenere il doppio incarico ancora per qualche giorno, o forse qualche settimana. Ieri però in Giunta per le elezioni del Senato si è formato il Comitato per l’esame delle cariche rivestite dai senatori, l’organo che dovrà decidere sull’incompatibilità di D’Alfonso. Questo è soltanto il primo passo verso la decisione che costringerà il governatore a rinunciare al posto in Regione. Maurizio Gasparri, presidente della Giunta, ha anche stabilito che il caso di D’Alfonso debba essere affrontato al più presto dal Comitato e ha convocato per domani una nuova riunione. D’altra parte il senatore porta avanti da mesi la propria melina sulle cariche: eletto il 4 marzo, non si è dimesso dalla Regione perché ha sempre sostenuto che il suo mandato da senatore diventasse ufficiale soltanto al momento della certificazione in Giunta per le elezioni. La stessa Giunta, però, è stata composta soltanto pochi giorni fa e appena ieri ha valutato per la prima volta il caso di D’Alfonso, pur rimandandolo a uno specifico Comitato.

“LeU è un po’ bollita e il Pd una storia chiusa”

Può sembrare il sorpasso dei poveri, ma dentro la lista di Potere al popolo c’è soddisfazione per aver superato, nel sondaggio Swg di lunedì scorso, la lista di Liberi e Uguali. Un 2,5% contro il 2,4. La radicalità di PaP batte lo sguardo rivolto alle dinamiche del Pd. Viola Carofalo, portavoce di Potere al popolo, pur senza farsi illusioni tiene a incassare il risultato: “I sondaggi valgono quel che valgono e quindi non è detto che si traducano in voti. Ma è una soddisfazione vedere che stiamo crescendo”.

Che spiegazione ne date?

Dipende da noi e dipende dagli altri. Noi dopo il 4 marzo non ci siamo mai fermati, abbiamo avviato un processo costituente, fatto iniziative nelle città, nel silenzio totale dei media.

E gli altri?

La proposta di LeU è un po’ bollita, non attrattiva e non accattivante. È sempre lo stesso ceto politico che si ricicla e che porta responsabilità dirette e indirette delle politiche del centrosinistra. Quelle che hanno consentito la vittoria di Lega e M5S.

LeU sembra guardare alla possibile leadership di Zingaretti. Voi?

Al Pd non ci pensiamo nemmeno, è una storia chiusa perché appena si muovono fanno danni. Nessuna interlocuzione con loro, dobbiamo riprenderci la gente che si è astenuta o che ha votato M5S e Lega.

Ma cosa fate davvero, in concreto?

Se devo citare le cose importanti, penso alle aperture di nuove Case del popolo, ambulatori sociali, luoghi dove si fa davvero mutualismo e si risponde ai bisogni delle persone.

Farete anche un campeggio?

Sì, dal 23 al 26 agosto a Marina di Grosseto. Discussione politica per organizzarci in vista dell’autunno ma anche per conoscerci e rafforzare il progetto tra di noi.

E poi un congresso?

Preferiamo chiamarla assemblea costituente, il 6 e 7 ottobre.

Siete nati come coalizione di forze diverse, ma funziona ancora il patto tra di voi? Ho letto che il Pci se n’è andato.

Loro hanno valutato che vogliono rafforzare il proprio partito e hanno scelto di andare per la loro strada anche se manteniamo rapporti ottimi e di stima. Con il resto va tutto bene, si procede insieme.

È vero che state cercando di costruire una lista unitaria con Luigi De Magistris?

Abbiamo partecipato a due riunioni in cui si è parlato anche di questo. A ottobre stabiliremo le modalità con cui prendere questa decisione. Spero che lo faremo con una votazione su piattaforma online.

Non rischiate di esaltarvi troppo per un piccolo sorpasso?

Il sondaggio in sé non vale niente, ma siccome pensiamo di essere all’inizio di un progetto lo reputo un mezzo miracolo. E poi io sono esaltata di mio.

Sul governo non solo servi e nemici: c’è pure Cartesio

Buone notizie. Martedì pomeriggio a Zapping (RadioUno) intervista al ministro di Trasporti e Infrastrutture, Danilo Toninelli. Domande puntuali del conduttore Carlo Cianetti. Risposte puntuali. Si parla dei treni dei pendolari, brutti sporchi e cattivi (i treni). Toninelli annuncia di aver cancellato i venti milioni di euro destinati dal Trenitalia alla Coppa Italia Tim. Per dirottarli sulle tradotte (magari per un po’ di pulizia nei vagoni). Una goccia nel deserto? Forse, ma se le Ferrovie sponsorizzano i viaggiatori invece del pallone è cosa buona e giusta.

Dunque questo diario ha gettato la maschera? Dunque è al soldo dei Cinque Stelle? Calma. Sottoscrivo quanto scritto, sempre l’altro ieri, dal Fatto nelle pagelle di governo. “Toninelli: su porti e profughi è in balia del collega Matteo Salvini. Bene le mosse su nomine e grandi opere”. Noi tutti servi di Beppe Grillo? No, di Cartesio. Ricordate le idee chiare e (soprattutto) distinte studiate (mah) a scuola? Pensate, il Metodo cartesiano si può applicare non solo a Toninelli ma perfino a Salvini (sul quale sul momento non mi viene in mente niente di positivo). Filosofia spicciola? Per chi è abituato a giudicare il prossimo sulla base della cassettiera, certamente sì. Immaginate un grosso mobile con diversi cassetti, ognuno dei quali corrisponde a un problema politico. Il razzismo, per esempio. Il cartesiano distinguerà caso per caso sulla base delle proprie cognizioni (idee chiare).

Prendiamo l’aggressione subita dall’atleta Daisy Osakue. Che ha dichiarato: “Volevano colpire me come ragazza di colore”. Mentre per la procura di Torino in quel gesto orrendo non ci sarebbe odio razziale (dopodiché ognuno si farà un’opinione in proposito). Per risparmiarsi la fatica di pensare ci si può anche rivolgere al mobile che tutto sa dove troveremo due diversi cassetti. Sul primo l’etichetta porterà scritto: “L’Italia è sicuramente un paese razzista”. Non ci sarà neppure bisogno di aprirlo per sapere che il nostro paese sarà paragonato all’Alabama del Ku Klux Klan.

Per avere la versione opposta basterà aprire l’altro cassetto (titolo: “Il razzismo è un’invenzione della sinistra e dei media ostili al governo”), contenitore di un’altra verità assoluta. Apprenderemo infatti – con i fattivi contributi di Libero, La Verità e Beppe Grillo – come l’uovo tirato sull’occhio di Daisy fosse in realtà un segno di simpatia e un invito alla convivenza razziale (anche se italiana sempre di pelle nera è, o no?). Sento già l’obiezione vociante dell’opposizione: quando eravamo noi a governare per la Lega e i grillini mai niente andava bene. Adesso è a loro che tocca subire.

In una comunità non intossicata dall’odio militante e dal pregiudizio di conferma (credo fermamente alle fake news se ribadiscono i miei peggiori convincimenti) ogni tanto si potrebbe concedere all’avversario l’onore delle armi. Pensate che novità sensazionale se un esponente del Pd a caso se ne uscisse apprezzando il gesto di un ministro Cinquestelle che ha tolto venti milioni al calcio per darli ai pendolari. Sento già la sirena di un’ambulanza. Stanno venendo a prendermi.

PS. Mi viene in mente che se Salvini riscuote tanta popolarità qualcosa di giusto lo avrà detto e fatto anche lui (entrano gli infermieri).

Il falò delle vanità e il famoso art. 18

È vero,la bibbia gialloverde anche detta “contratto di governo” (che poi è un volgare programma) non prevede il ripristino del vecchio articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che stabiliva il reintegro in caso di licenziamento ingiusto: la Lega, così sensibile alle ragioni dell’impresa anche se parla spesso di lavoratori (meglio se italiani, ovviamente), non vuole e il M5S è parso ben felice di adeguarsi. Insomma, nessuna sorpresa che ieri alla Camera sia stato bocciato l’emendamento di LeU al decreto Di Maio per il ripristino di questo benedetto articolo 18 col voto della maggioranza e l’astensione del Pd (è appena il caso di ricordare che l’abolizione era contenuta nel Jobs Act del Pd renziano a cui apparteneva buona parte del gruppo di LeU, compreso il primo firmatario dell’emendamento Guglielmo Epifani). Nessuna sorpresa, si diceva, però è bello ricordare quando si doveva ancora votare e Di Maio, a proposito di diritto al reintegro, parlava di “smantellamento dei diritti del lavoro” e diceva: “Noi il Jobs Act lo vogliamo abolire, crediamo che sotto i 15 dipendenti non serva, per il resto vogliamo ripristinarlo”. Altri tempi, basti dire che pure Salvini sosteneva che “la manfrina sull’articolo 18 non crea un solo posto di lavoro in più”. D’altronde non solo la rivoluzione, ma pure il falò delle vanità non è un pranzo di gala.

La Cgil in piazza contro i voucher: “No alla precarietà”

In piazzacontro la re-introduzione dei voucher nel decreto Dignità. Questa mattina la Cgil porterà davanti al Pantheon la mobilitazione #NoVoucher, proprio mentre in Parlamento si stanno discutendo misure per estendere l’utilizzo dei buoni lavoro. Il sindacato si ritroverà in piazza della Rotonda alle ore 11: “Dopo cinque giorni di presidio unitario davanti a Montecitorio – fa sapere la Cgil – insieme alle categorie delle lavoratrici e dei lavoratori del turismo, del commercio e del pubblico impiego, saremo ancora in piazza per chiedere ai parlamentari di avere il coraggio di stare dalla parte giusta, ovvero insieme a quel milione e mezzo di italiani che un anno fa ha detto ‘no’ al lavoro senza diritti, ‘no’ alla precarietà, ‘no’ ai voucher”. Il riferimento è alle persone che firmarono in favore di un referendum per abolire i voucher, poi eliminati dal governo Gentiloni proprio per evitare il ricorso alle urne. Nei giorni scorsi il sindacato aveva anche avviato una raccolta di firme dal titolo “Tu rimetti, io firmo”, con l’obiettivo di consegnarla poi direttamente ai parlamentari delle Commissioni Lavoro e Finanze.