Tre sindaci da mettere d’accordo, che infatti hanno già cominciato a litigare. Tre città diverse (e addirittura quattro Regioni: si sconfina in Trentino), non proprio vicine tra loro. Addirittura tre villaggi olimpici da costruire e riutilizzare. La candidatura italiana moltiplica i problemi organizzativi per risolvere quello principale, politico. Ma è la soluzione che chiedeva il governo, per evitare tensioni tra Lega e M5s. E Giovanni Malagò, per cui i Cinque cerchi sono da anni un chiodo fisso, si è adeguato senza pensarci: ieri il Coni ha candidato ufficialmente Milano, Torino e Cortina, insieme e sullo stesso piano, ai Giochi invernali 2026.
Olimpiadi al cubo, allargate ma pure parcellizzate come mai prima d’ora: il progetto italiano – che Malagò definisce “unico, coraggioso e innovativo” ma su cui anche all’interno del Coni c’è qualche perplessità (“è complicato”) – avrà questo effetto. Lo studio di fattibilità garantisce che almeno i costi ne beneficeranno: solo 376,15 milioni di euro, meno delle candidature singole. In realtà nel dossier mancano le infrastrutture (si conta sui lavori già previsti e finanziati per i Mondiali di sci 2021): o andranno aggiunte in un secondo momento, oppure non ce ne sarà bisogno, accontentandosi di un’eredità modesta. Le distanze fra i centri non sono comode: Milano-Torino si fa in 50 minuti con l’alta velocità, ma dal capoluogo lombardo a Cortina passano oltre 400 km e 4 ore. Piaccia o meno, significa una visione diversa delle Olimpiadi: non più grande evento concentrato in una città, ma di fatto tante manifestazioni diverse in contemporanea in luoghi separati.
Il punto di forza della candidatura tripla, oltre al fascino di un progetto diffuso e tutto italiano, è di sicuro quello di poter prendere il meglio dai vari dossier. Per gli impianti, la selezione è di altissimo livello: slalom al Sestriere, salto a Predazzo, sci sulle Dolomiti. Tutto già pronto: andrà rifatto solo il vecchio catino di bob a Cortina (ben 35 milioni).
Di contro, aumentano le strutture non competitive e non poteva essere altrimenti: tre villaggi olimpici (ma non a Torino, che perde l’investimento sociale a cui teneva di più) e due hotel per gli atleti, tre medal plaza, quattro media center montani, e via dicendo. Non è tanto un problema di spesa (202 milioni, prendendo per buone le stime dello studio che però non è un vero e proprio dossier), ma di moltiplicazione dei problemi concreti e delle variabili da tenere sotto controllo: la logistica, i trasporti su tre città invece che una, l’incognita meteo e calendari, i rischi di ritardi e contenziosi nei lavori e nell’eredità, su più siti e strutture.
In parte è la questione della governance posta dal sindaco Beppe Sala (anche se forse per ragioni diverse). Non sarà facile, infatti, far convivere le tre città. Dopo Appendino (che continua a parlare di “logiche incomprensibili” nel progetto, ma intanto ha dato la sua disponibilità e ora rischia di perdere la maggioranza in Comune per l’opposizione di quattro consiglieri ribelli), ieri è toccato al milanese fare i capricci: “Stanno prevalendo ragioni politiche, così non entriamo nel comitato”. È il gioco delle parti: Milano si sente scippata del ruolo di capofila e vuole mantenere una leadership di fatto (e la cerimonia inaugurale, su cui stranamente il dossier tace). Al Foro Italico non sono troppo preoccupati: ci sarà tempo e modo per limare i dettagli, la governance si fa nel 2019, se il Cio avrà assegnato i Giochi all’Italia.
Prima c’è da superare la concorrenza (Stoccolma la più pericolosa), ma soprattutto avere il sostegno del governo, fin qui prudente. “Valutiamo i costi”, ha detto il sottosegretario Giorgetti, a cui spetta l’ultima parola. Le sensazioni però sono positive, anche perché “abbiamo fatto esattamente quello che ci è stato chiesto”, sottolinea Malagò. Si stupirebbe se ora Palazzo Chigi dicesse no. Il nodo va sciolto entro l’ estate, perché a settembre il Cio deve concedere la deroga al regolamento che in teoria non permetterebbe all’Italia di candidarsi per il 2026, visto che Milano già ospita la sessione che assegna quell’edizione. Ah, c’è un’ultima questione: a questa strana candidatura a 3 teste bisognerà pur trovare un nome. Ma è davvero l’ultimo dei problemi.