M5S, Regionarie in agosto contro le cordate: e c’è il caso Abruzzo

Si sono mossi con vari mesi di anticipo, “per prevenire cordate e accordi incrociati” giurano. E puntano sull’Abruzzo, da dove però arriva il primo intoppo, con il voto interrotto e rinviato, per un candidato “scomparso” dalla lista. Scivoloni da Regionarie a 5Stelle, le votazioni sul web per scegliere liste e candidati presidenti, il cui primo turno è andato in scena ieri dalle 10 alle 19 per gli iscritti alla piattaforma Rousseau di Basilicata, Trentino Alto Adige e Sardegna.

Tutti assieme appassionatamente, anche per far risparmiare denaro all’associazione Rousseau (“le votazioni sul web costano”, fanno notare). Anche se le scadenze elettorali non coincidono. Perché il consiglio regionale sardo si rinnova a febbraio, mentre in Trentino Alto Adige e Basilicata torneranno al voto in autunno. Difficile invece che si possa votare entro l’anno in Abruzzo, anche se ieri il Comitato per l’esame delle cariche del Senato ha ribadito che c’è incompatibilità tra le due cariche di senatore e governatore ricoperte dall’attuale presidente, Luciano D’Alfonso, il quale dovrà scegliere tra i due ruoli. Ed è proprio questa la regione che fa più parlare. Perché i 5Stelle sperano addirittura nella vittoria, nell’Abruzzo dove alle Politiche hanno sfiorato il 40 per cento. E perché ieri è scoppiato un piccolo caso, visto che il consigliere regionale uscente Pietro Smargiassi, pur candidatosi, non compariva in lista. Così sono arrivati i sospetti e i reclami. E il voto degli iscritti abruzzesi è stato fermato e rinviato. Mentre si è concluso per le altre regioni alle 19, con gli iscritti – divisi per province – che hanno potuto esprimere fino a tre preferenze per i candidati in lista e una per il candidato presidente. Tra qualche giorno, ci sarà il ballottaggio riservato agli aspiranti governatori. Anche in Sardegna, dove i 5Stelle nel 2014 non si presentarono, perché il M5S locale era diviso da guerre tribali. Ora va meglio, dicono. O sperano.

I sogni di Maria Elena non finiscono mai. Ora pensa pure lei alla segreteria dem

“Maria Elena sarebbe stata l’unica in grado di fronteggiare Salvini in campagna elettorale, ma ce l’hanno abbattuta con la storia delle banche”. Così ragionava Matteo Renzi qualche tempo fa. Riflessione che torna d’attualità oggi, dopo che la Boschi (deputata semplice) al Corriere della Sera alla domanda “Una segretaria donna è possibile?”, ha risposto: “Vedremo. Mai dire mai”. Parlava di se stessa? L’ambizione ce l’ha, il desiderio pure. Ultimamente passa molto tempo a fare pubbliche relazioni. Capita che spesso di giovedì incontri un gruppo di parlamentari renziani. Ci parla, se li cura. Per conto di se stessa e del “Capo”. Che questa aspirazione si traduca in realtà è tutto da verificare però. Lo stesso Renzi sa che una sua candidatura al congresso potrebbe essere un boomerang. Luca Lotti, l’altro petalo del Giglio magico sfiorito, sarebbe tutt’altro che entusiasta, anche se alla fine si adeguerebbe.

Visto che un’eventuale candidatura della Boschi non scalda i cuori (in nessuno dei mille rivoli del Pd) c’è chi pensa che quella possibile candidata donna sia Teresa Bellanova. Una delle (poche) di cui Renzi si fiderebbe abbastanza. Rimbalza, insistente, anche la voce di una ricandidatura di Renzi. I più realisti del re cercano di convincerlo a ripresentarsi da mesi. Lui resiste. Anche perché non è molto chiaro quali progetti abbia per il futuro. Di certo c’è solo che ha convocato la Leopolda (tra il 19 e il 21 ottobre), che la Fondazione Eyu raccoglie soldi e che Open ha ricominciato a funzionare, sotto la guida del fido Alberto Bianchi. Si tiene aperte svariate strade, dentro e fuori il Pd.

Maria Elena ha ottimi rapporti anche con quel che resta del Nazareno versione ridotta. Pochi giorni prima delle elezioni alla Luiss, Gianni Letta, tra i più inclini a ben considerare una rottura con Salvini, omaggiava così Maria Elena: “Si comincia Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, si finisce Primo ministro”. Istantanee di un’epoca fa, che però raccontano i buoni rapporti tra i due.

Tra chi non potrebbe mai neanche prendere in considerazione una corsa della Boschi c’è Graziano Delrio. Per Renzi sarebbe ancora il candidato migliore. Peccato che lui non si convinca. C’è però un’altra affermazione interessante di “Meb”: “Noi un congresso lo dobbiamo fare sul serio. Martina guida il partito perché era il vicesegretario”. Come dire: è una specie di creatura di Renzi. Lui, Martina, si sta dando molto da fare tra segreteria, nomina dei responsabili dei Dipartimenti tematici, lavoro sull’organizzazione del partito. Tutto sembra, tranne uno che ha voglia di durare fino all’autunno.

“Il congresso prima delle Europee non si farà mai”, è la convinzione diffusa tra molti, renziani e non. Meglio il “congelamento” con ciascuno che muove i suoi fili. Anche perché c’è un’altra variabile: la durata del governo giallo verde. Ai vertici dem molti sperano che Salvini faccia qualcosa di inaccettabile per i Cinque Stelle e che l’esperienza naufraghi già prima delle Europee, data indicata da molti come possibile momento di rottura. A quel punto, il Pd sarebbe ansioso di rimettersi in gioco, di ricominciare a sedere ai posti di governo. Luigi Di Maio ha declinato l’invito alla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia. Si aspetta invece Roberto Fico, l’area più dialogante del Movimento. Atteso pure Giancarlo Giorgetti, l’uomo della Lega che ha relazioni a tutto campo. Il congresso potrebbe rapidamente sparire dall’agenda.

Il partito in rivolta con Tajani e Letta: B. si rimangia l’ok

Tormenti notturni di un Ottuagenario, ritrovatosi all’improvviso nell’inedita e triste veste di numero due. Le ultime ventiquattr’ore dell’anziano Silvio Berlusconi sono state convulse e amare. In una suite dell’amato San Raffaele, la clinica meneghina che lascerà oggi dopo alcuni “esami di routine” per paziente cardiopatico come lui. Telefonate e colloqui tutti assorbiti dal boicottaggio azzurro a Marcello Foa. Prima e dopo il voto di ieri mattina in Vigilanza.

B. è stato tentato fino all’ultimo di non rompere con Matteo Salvini, ormai sempre più padrone del centrodestra. Anzi, aveva persino deciso di dire sì a Marcello Foa, in “riparazione” del voto mattutino. Indi, il no minaccioso del Partito, stavolta con la maiuscola, dopo decenni di vassallaggio, che lo ha incatenato e fatto prigioniero.

In Vigilanza, dunque, si è votato da nemmeno un’ora, quando l’Ottuagenario come fallo di reazione alla decisione di Forza Italia concorda con i suoi collaboratori di fare un’uscita a favore dell’ex firma del Giornale di famiglia. La retromarcia berlusconiana viaggia alla velocità della luce e si completa con l’arrivo di Salvini al San Raffaele. E a puntellare la possibile ricucitura nel centrodestra ci sono pure la scelta di Foa di attendere gli eventi e le parole dello stesso vicepremier leghista che vanno in questa direzione.

La reazione del Partito si scatena alla fine dell’incontro in clinica tra il numero uno e il numero due di questo finto centrodestra. E vede unite le due anime del cerchio magico: il consigliori Niccolò Ghedini e il Gran Visir di rito romano Gianni Letta. “Silvio, Forza Italia ci rimette la faccia ma più di tutti ce la rimetteresti tu”. Ma agli occhi di B. la fatidica questione del metodo sollevata dagli azzurri – per la serie: Salvini ha deciso da solo – è subordinata a eventuali garanzie leghista sulla “roba” televisiva, da sempre nel cuore dell’Ottuagenario. Per questo, l’ex premier torna a insistere con i suoi ed è a quel punto che la gloriosa parabola decisionista del Capo carismatico di FI viene stroncata da una tempestosa telefonata con Antonio Tajani, grigio presidente dell’Europarlamento e grigio vice di B. nell’organigramma azzurro: “Presidente se torni indietro io mi dimetto da vice”.

È qualcosa di più di una semplice vittoria dell’ala moderata e antisalviniana di Forza Italia, affine al renzismo del Pd. È il segno che Berlusconi non comanda più. E non è la prima volta che accade in questa legislatura appena iniziata. Era successo pure nella travagliata notte di marzo che fu preludio all’elezione di Elisabetta Casellati alla presidenza del Senato. Quella notte, all’alba, B. e Salvini trovarono un accordo su Anna Maria Benini, votata il giorno prima dai soli leghisti per smuovere l’impasse.

Non solo: lo schiaffo del Partito al suo Capo è finanche messo nero su bianco, come dimostra la nota del tardo pomeriggio che suona come un tragico ossimoro crepuscolare.

Berlusconi che dice di aver “preso atto” della decisione dei gruppi parlamentari azzurri e allo stesso tempo aggiunge di aver “naturalmente condiviso” la scelta. Delle due l’una, come insegna la logica politica: o si prende atto o si condivide. Ma, si sa, il berlusconismo è sempre stato un esercizio di geometriche acrobazie. Ossia farsi concavo e convesso anche contemporaneamente.

Solo che, in quest’Italia gialloverde del Quattro Marzo, la condizione di numero due dell’ex premier – numero due rispetto a Salvini – vale a 360 gradi, persino dentro Forza Italia.

Il re è nudo, e stavolta non per il Bunga Bunga.

Forza Italia “archivia” Foa Salvini va alla guerra in Rai

Marcello Foa non ce l’ha fatta. Ieri mattina alle 9 (l’orario in questa vicenda ha la sua importanza) la commissione di Vigilanza ha bocciato la sua nomina a presidente della Rai. Il giornalista ha ottenuto 22 voti a favore, espressi da Lega e M5S, ma lontano dal quorum di due terzi (27 voti su 40) per essere confermato alla presidenza a cui l’aveva indicato il cda di Viale Mazzini.

Forza Italia, Pd e Leu non hanno partecipato alla consultazione, ad esclusione del presidente Alberto Barachini (FI), che ha votato scheda bianca. Tutto come previsto, dunque. L’interlocuzione della maggioranza con il partito berlusconiano, necessaria per raggiungere la maggioranza qualificata, non è andata a buon fine. “Per noi il problema non è la persona, ma il metodo: non possiamo accettare un nome frutto di un’imposizione e non di una scelta condivisa”, era ed è stata la linea del partito berlusconiano. Partito che però, già nei giorni scorsi, si era mostrato assai diviso, con una parte che spingeva per un accordo: “È uno dei nostri. Come facciamo a non votarlo?”, si chiedevano in molti.

Se lo deve essere chiesto lo stesso Berlusconi se è vero, come raccontano fonti accreditate, che ieri mattina si era convinto a votare Foa. Era un pensiero che gli frullava in testa, ma a convincerlo è stato Matteo Salvini. All’alba, prima delle 8, il leader leghista ha varcato la soglia del San Raffaele di Milano per incontrare l’ex Cavaliere, in clinica per dei controlli. E qui – in un faccia a faccia definito “molto cordiale” – Salvini avrebbe incassato il suo sì. Tanto che dal San Raffaele sarebbe partito l’ordine di scuderia alle truppe che, a Roma, stavano entrando in Vigilanza.

La partita si gioca però sul filo dei minuti. Quando alcuni parlamentari ricevono il messaggio che il leader ha cambiato idea, nel partito scoppia una mezza rivolta: il più imbufalito di tutti è Antonio Tajani che arriva a minacciare le dimissioni. A quel punto è Berlusconi che si ferma: alle 8.40 la Vigilanza procede alla votazione senza gli esponenti di Forza Italia. E Foa viene bocciato. I leghisti fanno trapelare la storia che il sì di Berlusconi sarebbe arrivato, ma fuori tempo massimo. Altri invece sostengono che i parlamentari azzurri avrebbero disobbedito al leader.

Versione che trova conferma nelle parole che Luigi Di Maio pronuncia poco dopo, durante i lavori della commissione Affari Pubblici di Palazzo Madama: “Se in queste ore la forza politica con cui abbiamo sottoscritto il contratto di governo mi dice che il leader di un’altra forza politica è d’accordo su quel nome, ma i parlamentari esprimono un voto discorde dalla volontà del leader, credo che questo rappresenti per noi un’attenuante”, osserva il ministro del Lavoro. “Io sono il capogruppo in Vigilanza, non è arrivato nessun contrordine dal San Raffale, altrimenti lo avrei saputo”, sostiene invece il forzista Giorgio Mulè. Piccolo giallo, dunque. Mentre Foa, con una nota, si rimette alla decisione del governo. Nel tardo pomeriggio, un comunicato di Berlusconi sancisce che “la scelta di non votare è stata presa dai componenti forzisti della Vigilanza e da me condivisa” e che non si potrà ripartire dal nome di Marcello Foa perché “l’eventuale riproposizione dello stesso nome in commissione presenta problemi giuridici non superabili”.

Poco dopo arriva la risposta di Salvini: “La Lega prende atto che FI ha scelto il Pd per provare a fermare il cambiamento. Dispiaciuti, continuiamo sulla nostra strada”, afferma il leader leghista.

In serata tocca ancora a Berlusconi tentare la pace a mezzo intervista all’Huffington Post: “Il centrodestra non è finito. Tra alleati ci possono essere delle divergenze, ma non condivido la demonizzazione che viene fatta di Salvini: non è né un razzista né un nemico della democrazia”. Sulla Rai, però, Berlusconi non arretra: “Il servizio pubblico non può essere espressione della sola maggioranza”, “dovrà essere proposta un altro nome”.

Oggi torna a riunirsi il cda Rai, ma un nome a questo punto verrà avanzato solo quando ci sarà un accordo politico che vada oltre la maggioranza.

Il problema è che si continua ad andare in ordine sparso. Di Maio dice che “senza un accordo il nome di Foa non può tornare, lo dice la legge”. La Lega insiste sul giornalista tornando a ribadire che “da consigliere anziano in Cda può svolgere tutte le sue mansioni e funzioni”. Mentre da FI, spunta, a sorpresa il nome di Riccardo Laganà, il consigliere dei dipendenti, che ieri è stato proposto per la presidenza anche dall’Usigrai.

Il derby dei cretini

La nostra miserevole politica, ridotta a chiacchiera da bar sport (nella nuova versione 2.0 dei social), si eccita da tre giorni attorno a un miserevole dibattito: chi fa il tiro a segno con le uova su una donna di colore è un razzista o una brava persona? La tesi “brava persona” non la sostiene apertamente nessun politico né commentatore, anche se sulle pareti dei cessi pubblici 2.0 (sempre i social) c’è chi riesce a scrivere questo e altro. La tesi “razzista” la sostengono i politici e i commentatori anti o non governativi, per additare come mandante morale chi il governo, chi Salvini, chi il M5S, chi i brutti tempi che viviamo (signora mia). Invece i leghisti, dal ministro dell’Interno in giù, dichiarano – bontà loro – che non stia bene fare il tiro a segno sulle persone, però il razzismo non c’entra mai, anzi non esiste proprio, nemmeno quando si guardano allo specchio, neppure se ogni giorno c’è qualcuno che fa il tiro a segno su chi ha la pelle scura. Poi ci sono gli unici titolati ad accertare cos’è accaduto: i carabinieri e la Procura (il cui capo Armando Spataro non è sospettabile di filosalvinismo o di indifferenza ai reati di stampo xenofobo, avendo appena lanciato un allarme sul tema ed essendosi beccato le rampogne del garrulo vicepremier): al momento – spiegano – l’aggravante del razzismo al reato di lesioni non regge perché la “banda delle uova” che ha aggredito Daisy Osakue aveva già fatto altrettanto con un paio di vecchietti e un gruppo di donne di pelle bianca.

Dunque per ora – aggiungiamo noi – quel che è certo è che si tratti di una gang di monumentali teste di cazzo e di colossali pezzi di merda, che vanno assicurati al più presto alla giustizia, in attesa di conoscere il loro movente (sempreché ne abbiano uno: il movente presuppone un cervello). Gentaglia che non ha certo atteso la nascita del governo giallo-verde (sempreché ne abbia avuto notizia) per colpire: basta scorrere le cronache nere degli anni scorsi per scoprire – si fa per dire – che le spedizioni punitive contro neri e immigrati erano all’ordine del giorno anche quando governavano i sinceri democratici: quelli che fanno nove tweet al giorno contro il razzismo senza se e senza ma, specialmente quando c’è di mezzo una vittima famosa; e poi naturalmente non muovono un dito contro la tratta degli africani, i ghetti alla Rosarno, i campi rom abusivi e lo schiavismo nei campi del Sud e nelle vigne del Nord. Il guaio di questo eterno derby fra opposti cretinismi sull’immigrazione e sulla sicurezza è che “cattivisti” e “buonisti” si elidono in una somma zero che non risolve alcun problema, anzi li complica tutti.

Alle paure irrazionali della gente semplice per chiunque è “diverso”, gli uni rispondono cavalcandole con slogan razzisti e annunci securitari perlopiù irrealizzabili, gli altri esorcizzandole con argomenti numerico-razionali: “i dati smentiscono l’invasione”, “gli sbarchi sono in calo”, “gli stranieri servono alle imprese e alle famiglie”, “i reati di strada sono in costante diminuzione”. Col risultato di far incazzare ancor di più chi vive ogni giorno a contatto col disagio e si sente, oltreché abbandonato, pure sbeffeggiato: perché le statistiche nazionali non corrispondono alla sua esperienza di vita quotidiana.

Ieri, a Tiezzo di Azzano Decimo (Pordenone), un 28enne del Burkina Faso con regolare permesso di soggiorno ha aggredito l’autista di un bus e accoltellato un carabiniere accorso a difenderlo. Poi gli altri militari l’han fermato per lesioni aggravate, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Si è così scoperto che il tizio era già stato arrestato per gli stessi reati un mese fa, il 28 giugno: processato per direttissima, aveva patteggiato 9 mesi di carcere ed era stato subito liberato. Notoriamente, in Italia le pene inferiori ai 4 anni non si scontano in carcere, ma ai domiciliari o ai servizi sociali, e non consentono neppure custodia cautelare.

Ora, mettiamoci nei panni dei due italiani aggrediti: se le pene scritte nelle sentenze fossero una cosa seria, cioè se “9 mesi di reclusione” (fra l’altro patteggiati dallo stesso imputato) significassero davvero “9 mesi di reclusione” e non l’immediata liberazione, il tizio sarebbe in galera per la prima aggressione e non avrebbe potuto perpetrare la seconda, così i due si sarebbero risparmiati l’uno le botte e l’altro le coltellate. Mettiamoci ora nei panni dell’immigrato: immaginiamo la faccia che ha fatto quando il gup, dopo averlo condannato, gli ha comunicato che era libero di tornare a casa e, volendo, di ricominciare (cosa che puntualmente ha fatto). Avrà sgranato gli occhi. Avrà chiesto conferma all’avvocato d’ufficio (“Sì, caro, in Italia si usa così: prima ti condannano e poi ti mettono fuori. È la legge e vale per tutti”). Si sarà fatto l’idea che questo sia il paradiso dei delinquenti. Avrà capito che qui, a infrangere la legge, non si rischia un bel nulla. Si sarà sentito incoraggiato a rifarlo. E magari avrà avvertito qualche “collega” del suo paese di precipitarsi in Italia, il paese del mondo più generoso con i criminali e più feroce con le vittime. Mettiamoci infine nei panni di chi legge queste cronache: persone che magari vivono in quartieri periferici, ad alto tasso di povertà, disoccupazione, immigrazione, criminalità (italiana e straniera) e ogni tanto trovano il coraggio di denunciare spacciatori o violenti, per poi ritrovarseli – casomai arrivino le condanne – a spasso in un paio di giorni, dediti alle consuete attività. Sentono Salvini invocare più armi per tutti e applaudono. Poi ascoltano il solito trombone di sinistra snocciolare statistiche sul calo dei reati, spiegare che la giustizia fai-da-te è una brutta cosa, dare del razzista e del fascista a chi chiede pene più certe. E quel formicolio che già sentivano alle mani non se ne andrà mai più.

Musei, l’annuncio a sorpresa: stop alle domeniche gratis

“Dopo l’estate saranno aboliti gli ingressi gratis ai musei le prime domeniche del mese”. L’annuncio a sorpresa è arrivato ieri dal ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli, il quale ha specificato: “Lascerò maggiore libertà ai direttori: se un direttore vuole mettere una domenica gratuita non c’è niente di male, è l’obbligo che non funziona”. Il titolare della Cultura ha poi cercato di spiegare la ratio della decisione: “Faccio un esempio, ci sono alcuni siti, a novembre chi va a Pompei? Magari a novembre va bene, apriamo gratis anche tutte le domeniche. Ma quando sono costretto ad aprire gratis la prima domenica di agosto – ha spiegato il ministro – con migliaia di stranieri che arrivano e pensano che gli italiani sono pazzi a farli entrare gratis. Non avete idea dei commenti che sento a livello internazionale. ”. Bonisoli è stato subissato di critiche dagli esponenti dem: per l’ex ministro Dario Franceschini è una “festa di popolo che ha fatto aumentare anche gli ingressi a pagamento, oltre a essere un fatto educativo e pedagogico. Eliminare questa abitudine, buona, per una discontinuità politica è molto grave”. “È già pronto lo slogan: meno cultura per tutti”, il commento su Facebook del segretario Pd Maurizio Martina. Di “ruspa” contro la cultura ha parlato anche Matteo Renzi.

“Il lato umano di Escobar ci fa capire perché poi è diventato un mostro”

“Sono il fuoco che brucia la tua pelle / sono l’acqua che ti disseta…” canta Rodrigo Amarante nella struggente Tuyo, colonna sonora della fortunatissima serie Netflix Narcos, dedicata al narcotraffico. Parole e musica che hanno fatto conoscere il cantautore e musicista brasiliano in tutto il mondo. Una canzone diventata tutt’uno con le immagini che hanno raccontato l’epopea criminale di Pablo Escobar, interpretato dall’attore brasiliano, Wagner Moura.

Rodrigo Amarante è venuto in Italia per una serie di concerti, tra cui il Locus Festival di Locorotondo, dove si è presentato vestito interamente di bianco con la sua chitarra, bianca, del 1920. E per più di un’ora ha incantato il pubblico pugliese con le canzoni di Cavalo, il disco d’esordio solista uscito nel 2013, e i successi dei suoi gruppi storici: Los Hermanos, Little Joy e l’Orquestra Imperial.

A breve uscirà la quarta stagione di Narcos, cosa pensa della serie?

Penso sia utile, le più grandi storie sui “mostri” mirano a umanizzarli, in modo da mostrarci quello che è dentro di noi. Sebbene Pablo Escobar fosse un mostro terribile, lo scopo di quella storia dovrebbe essere quello di non separare mai noi stessi da lui, ma provare a comprendere cosa abbiamo fatto per produrre quel mostro.

Ma “umanizzandolo” non crede si rischi di mitizzare ancora di più la sua figura?

Sì, potrebbe accadere che raccontandolo si celebri il gangster. Io ho provato con la mia canzone a dare a questo mostro un cuore. Faccio un esempio: Donald Trump è una persona orribile. Ma gli Stati Uniti devono capire che Donald Trump è il risultato della loro cultura; quindi lo dobbiamo vedere come uno dei nostri figli. Quale cultura produce un bambino del genere? È a questo che dovremmo pensare e sentirne la responsabilità. La missione è guardare al futuro, porre il focus sui bambini di oggi.

Ha scritto Tuyo pensando a una canzone che la madre di Pablo avrebbe potuto ascoltare quando Pablo era bambino.

M’interessava tornare indietro, per vedere Pablo bambino, per capire cosa l’ha portato ad essere Escobar, cosa è accaduto nel suo cuore. E quindi l’ho avvicinato a noi, mi sono caricato della responsabilità di Pablo.

In che senso?

Credo che Pablo volesse diventare l’uomo che sua madre voleva che fosse, voleva diventare l’uomo “di sua madre”. E sua madre era una persona dura, diceva a Pablo, secondo me: “Non credere a nessuno. Non ti fidare di nessuno. Prenditi ciò che vuoi”. Quindi, io ho dato a lei la responsabilità, e in quel senso, l’ho data a tutti noi laddove cresciamo i nostri figli, in qualità di famiglia e di Stato.

Era già stato in Italia?

Sono venuto poche volte e una volta ho guidato da Milano a Napoli, mangiando e ingrassando moltissimo (ride indicando la pancia, ndr), e provando a imparare un po’ di italiano.

Qual è la città italiana che preferisce e perché?

Potrebbe sembrare che io voglia compiacerla, ma Napoli è la mia preferita. Forse perché la mia famiglia proviene dal sud Italia, mia nonna napoletana e mio nonno siciliano, e quando sono stato a Napoli ho potuto sentire il senso di umanità, nei modi, nella parlata, nel cibo.

Qual è il suo piatto italiano preferito?

Mi piace mangiare le specialità della tradizione di ciascun posto in cui vado.

Che tipo di musica ascolta?

Tutti i tipi. Mi piace molto la musica d’annata, folk, africana, latina, mediorientale. Mi piace la musica che c’era prima dei cambiamenti globali, perché in quella posso assaporare gli accenti, i ritmi, le melodie, le loro espressioni originali.

Se dovesse descriversi con tre parole, quali sceglierebbe?

“Singer pretending to write”, un cantante che fa finta di scrivere.

Fuori Warhol, dentro i neri: a Baltimora il #MeToo dell’arte

Quando il 1° dicembre 1955 nella città di Montgomery, Rosa Parks non cedette il proprio posto sull’autobus non sapeva di fare la Storia, era solo una donna di colore che si ribellava a un uomo bianco che le ordinava di alzarsi e, più in generale, a un sistema razzista che le imponeva l’idea che la sua vita non fosse importante. Allo stesso modo, quando nel maggio di quest’anno Christopher Bedford, il direttore del Baltimore Museum of Art, decide di vendere opere di artisti come Warhol, Rauschenberg o Kline per acquisire opere di artisti neri e artiste donne non sa se farà o meno la Storia, ma spera certamente di riappacificarsi con essa e risanare ai Suoi errori.

“L’intento dell’operazione” spiega infatti Bedford, “è dimostrare che il racconto della nostra collezione è incompleto perché si basa sui principi dell’esclusione”. Ma più in generale, sono i criteri vigenti nel mondo dell’arte globale a essere limitanti, sostiene il direttore del BMA, poiché “hanno istituzionalizzato il razzismo e la discriminazione di genere all’interno dei musei e condizionato l’approccio di tutti alla storia dell’arte”. Rosa Parks venne arrestata e di lì divenne un’icona, mentre su Bedford – che aspira solo a essere d’esempio – sono piovute accuse di eccessivo sfruttamento del “deaccessioning” (la pratica di vendita di opere appartenenti alle proprie collezioni permanenti legalmente concessa ai musei americani, a patto che tutti i ricavi vengano investiti nuovamente nella collezione). Alla celebre Sotheby’s di New York, vengono vendute all’asta sette opere per una cifra che oltrepassa i 10.000.000 di dollari: si tratta di Oxidation Painting – che da solo è stato venduto a ben 3.375.000 dollari – e Hearts di Andy Warhol, Bank Job di Robert Rauschenberg, Green Cross, dell’espressionista astratto Franz Kline, Lapis Lazuli e In-Vital di Kenneth Noland e Before Darkness II di Jules Olitski.

“Ci troviamo in un precipitato storico in cui i più importanti artisti contemporanei sono di colore”, commenta sempre Bedford. Ne ha piena consapevolezza nella sua veste di direttore di un museo civico di una città in cui il 64% della popolazione è nera.

A fine giugno, dunque, grazie ai proventi, il BMA ha annunciato l’acquisizione di 23 nuove opere, tra cui spiccano per rilievo la video-installazione Baltimore di Isaac Julien (1960), film-maker inglese di colore che si interroga da sempre sulla rappresentazione dei neri nella cultura visiva, Water Woman, una scultura in bronzo dell’artista keniana Wangechi Mutu raffigurante una sirenetta nera che ben testimonia il crossing tra immaginario letterario nordico e tradizione africana; e ancora 9.11.01 di Jack Whitten, anch’egli afroamericano, un dipinto-murales di affabulante ferocia che fonde realtà e spirito in ricordo degli avvenimenti dell’11 settembre, Planes, rockets, and the spaces in between della pittrice Amy Sherald, diventata famosa per il ritratto della ex first lady Michelle Obama che ha avviato un proficuo dibattito pubblico sui codici di rappresentazione dei neri americani nella tradizione iconografica; ma anche Untitled (Buoy) di Mark Bradford, indiscussa star del padiglione americano all’ultima Biennale di Venezia, due scatti della fotografa sudafricana Zanele Muholi, una tela della nigeriana Njideka Akunyili Crosby; e per finire opere di artisti cinesi e giapponesi come Noh Suntag, Yoshihiro Tatsuki, Kenji Nakahashi, Wang Qingsong e Toshio Saeki.

Certo il direttore del BMA non è lo scopritore del melting-pot socio-culturale, ma prima di altri ha l’intelligenza e l’onestà di ammettere i limiti del mercato dell’arte e il coraggio di tentare di riparare a tale ingiustizia culturale con un’azione. “Ampliare il canone e la narrazione storica raccontata attraverso l’arte” è infatti il desiderio di Bedford, un immenso desiderio, certo, che però scaturisce da un gesto concreto, che può essere grande come vendere un Warhol ma anche piccolo come non alzarsi da un posto sull’autobus.

“Uma furiosa e la rincorsa di Verdone: ‘Ma ’ndo vai?’”

“Il branco doveva uscire oggi e non nel 1994, troppo in anticipo sui tempi”. Andrea Carraro, classe 1959, 24 anni fa è stato l’autore della narrazione cruda di uno stupro di giovani della periferia romana a danno di due turiste tedesche. Marco Risi nello stesso anno ne ha tratto un film con protagonista, tra gli altri, Luca Zingaretti. Fino a oggi sono quattordici i libri pubblicati, tra romanzi racconti e reportage. Lo scorso anno è uscito per Castelvecchi “Sacrificio”: storia di un disperato e commovente tentativo di un padre di salvare la propria figlia tossicodipendente. Il critico Filippo La Porta reputa Carraro uno dei nostri maestri della forma breve.

Ha pubblicato in passato con grandi editori, vedi Feltrinelli e Rizzoli. Oggi alcuni suoi libri sono fuori catalogo, altri vengono riproposti da piccole sigle come Elliot che riporta quest’estate in libreria “Il branco”. Perché questo percorso discontinuo?

Non ho mai trovato una collocazione editoriale stabile. Forse perché i miei libri sono scomodi e vendono poco, forse perché nel corso degli anni ’90 ho stroncato qualche “intoccabile”, forse perché sono appartato e solitario, e non ho mai frequentato i salotti che contano.

Pensa di scontare una certa marginalità anche a causa dei suoi anni di recensore militante su l’Unità? Sparò a zero su tanti nomi della nostra narrativa.

Sì e mi pento di averlo fatto. Mi feci molti nemici. Se potessi tornare indietro non lo rifarei. Mi limiterei a quello che so fare davvero: il romanziere. Come critico sono troppo idiosincratico. Oggi cerco di parlare soltanto dei libri che mi piacciono.

Il branco fu pubblicato in prima battuta nel 1993 sulla rivista Nuovi argomenti diretta da Enzo Siciliano. Perché tutti gli editori rifiutarono il romanzo?

Per ragioni morali. Opponevano questioni di stile ma la verità è che non digerivano il punto di vista tutto maschile, l’asprezza del racconto, la scelta radicale del dialetto. Enzo Siciliano e l’intera redazione di Nuovi argomenti di allora (Veronesi, Manica, Colasanti), bontà loro, decisero di pubblicarlo per intero in aperta polemica con un’editoria che mancava di coraggio. Il libro, quando poi uscì l’anno dopo con Theoria, fece molto rumore, anche per via del film.

La pellicola di Risi, di cui ha cofirmato la sceneggiatura, scandalizzò la Mostra del cinema di Venezia. La rappresentazione dello stupro provocò reazioni di rigetto.

Mi raccontano che Uma Thurman, una delle giurate di quell’anno, durante la proiezione abbandonò la sala esclamando indignata: “Violenza conformistica!”. Carlo Verdone, anch’egli giurato, pare la richiamò invano per le scale, gridando: “Aho! A Uma, ndo’ vai? Aspe’…”. In sala grande fu fischiato aspramente. Qualche eccezione comunque ci fu. Per esempio Tullio Kezich, che sul Corriere della sera difese appassionatamente film e libro.

Perché scelse di raccontare uno stupro?

Il tema dello stupro è sempre stata una mia ossessione. Anni prima mi aveva sconvolto il delitto del Circeo. Conoscevo di vista i protagonisti di quel massacro. Frequentavano la mia stessa scuola, il San Leone Magno, sebbene loro fossero un po’ più grandi e io non appartenessi a un ceto alto-borghese. Questo ebbe sulla mia formazione umana un ruolo decisivo.

Edoardo Albinati, come lei studente del SLM, ne La scuola cattolica racconta clima e protagonisti di quell’efferato caso di cronaca nera. I suoi criminali appartengono alla periferia romana.

La mia idea di romanzo è lontanissima da quella di Albinati. Volevo raccontare lo stupro dalla parte degli stupratori ma non vi riuscii perché il loro disprezzo di classe mi impediva una giusta distanza. Con quei ragazzi nazistoidi e ricchi mi risultava impossibile qualunque pietas, che io ritengo necessaria anche nel raccontare i più feroci criminali. Ecco perché decisi di effettuare una sorta di regressione sociale-culturale. Non certo per cercare giustificazioni sociologiche alla violenza ma per riuscire a penetrare nell’animo di quei dannati senza pregiudizi.

Quanto parla Il branco ai lettori di oggi, alla realtà che viviamo?

Moltissimo. I femminicidi sono purtroppo all’ordine del giorno. Credo che Il branco doveva uscire oggi e non nel 1994, troppo in anticipo sui tempi. C’è un conformismo della violenza pericoloso, tanto a destra come a sinistra. Un conformismo che oggi si sta trasformando in populismo razzista.

Il sollievo nel gelo con il caffè di Manfredi

Ormai Café Express di Nanni Loi (1980) è un rito annuale anti-calura estiva per rinfrescarsi con le prime scene invernali alla stazione di Vallo della Lucania, mentre la telescrivente batte l’ordine del ministero dei Trasporti. La nottata degli intirizziti ferrovieri, raccolti in sciarpe e cappotti (qui il sollievo di chi scrive), è sconvolta da quel foglio di carta che li catapulta in un incubo: uscire dall’ufficio, affrontare il gelo, salire sulle carrozze di un convoglio in arrivo e dare la caccia al “pericoloso” Michele Abbagnano. Uno straordinario, ed è poco, Nino Manfredi interpreta un partenopeo con una mano offesa che per campare è costretto a vendere caffè, da abusivo, sul treno che corre verso Napoli.

Abbagnano – ispirato a una persona reale – diventa simbolo del Sud che cerca il riscatto: quelle tazzine di caffè sono necessarie per mantenere il piccolo Cazzillo, suo figlio, imprigionato dalla miseria e dall’asma, ma coraggioso nel nascondersi tra i vagoni per aiutare il padre. La “fuga” dei nostri eroi, mentre i tragicomici ferrovieri li inseguono, è ostacolata da malavitosi feroci e violenti: il duello tra Manfredi-Abbagnano e Vittorio Mezzogiorno nei panni di Diodato Amitrano detto ’o pazzo provoca tensione emotiva e desiderio di giustizia. E alla fine lo Stato, col volto di Adolfo Celi, l’ispettore capo Ramacci Pisanelli, una volta tanto chiude un occhio, sacrificando la cieca legalità burocratica in nome dell’umanità. Viva Abbagnano Michele.