Invasori, invasi, invasati

Come ha detto Antonello Ciccozzi, docente di Antropologia culturale all’Università dell’Aquila, intervistato in radio da Selvaggia Lucarelli, “in Ucraina alla rappresentazione dualistica invasi-invasori dovremmo aggiungere un terzo elemento: gli invasati”. Che però sono in grossa crisi. Le Sturmtruppen de noantri sognano la terza guerra mondiale, ma purtroppo i negoziati avanzano. E la caccia alle quinte colonne di Putin segna il passo: sgominato Povia, speravano in qualche emulo che li aiutasse a compilare liste di proscrizione un po’ meno ridicole di quelle di Pussy Riot, ma niente. Anche Al Bano ha disertato, mollando l’amico Vladimir e accogliendo addirittura dei profughi ucraini: il sempre acuto Gramellini puntava tutto su di lui e ora, deluso, lo squalifica sul Corriere chiamandolo “questo conterraneo del professor Canfora”. E dire che i nostri Ghostbuster ne troverebbero un sacco, di putinisti nostrani, se solo guardassero nella giusta direzione. Tipo l’inchiesta del consorzio Investigative Europe ha messo in fila i maggiori fornitori di armi alla Russia in barba alle sanzioni e all’embargo post-Crimea. E fra questi i più generosi furono Francia (152 milioni), Germania (121) e Italia (22). I soliti governi populisti di Conte? No, quelli di Renzi e Gentiloni, gli ultimi che piacevano alla gente che piace prima dell’avvento di SuperMario, ora ridotto a bonsai. Ne avete mai sentito parlare in qualche talk o giornalone? No, l’ha scritto solo il Fatto, notoriamente finanziato da Mosca.

I cacciatori di autocrati si son lasciati sfuggire anche la ghiotta occasione di prendere in castagna Orbán, il premier ungherese amato da Salvini che, rara avis in Europa, rifiuta pervicacemente di inviare armi all’Ucraina per non contrariare l’amico Putin. Perché non lo inchiodano alle sue responsabilità? Perché, da paria d’Europa bersagliato dalle procedure d’infrazione, è diventato buono. Ieri, in una spettacolare intervista alla Meli sul Corriere, il ministro della Guerra Lorenzo Guerini (con una erre sola) ha comunicato alla Nazione: “Ho intensificato le interlocuzioni con l’Ungheria, dove parteciperemo a esercitazioni militari congiunte”. Con le truppe di Orbán: evvai. Del resto, per difendere i “nostri valori”, non si butta via niente, nemmeno i nazisti con la svastica del battaglione Azov che stiamo alacremente armando: “L’Ucraina per difendersi usa anche i nazisti ma non è nazista”, è “liberaldemocratica” (Pietro Salvatori, Huffington Post). Intanto le tv di tutto il mondo ripristinano le corrispondenze da Mosca, tranne la Rai, perché sennò deve far parlare Marc Innaro. Però, volendo, Innaro potrà passare ogni tanto dietro la Maggioni con un cartello.

Dalla pandemia al caro benzina: il settore viaggia verso il baratro

Da tempo ormai raccontiamo che l’auto europea è messa male. I numeri del mercato continentale di febbraio (-5,4%, con poco più di 804 mila immatricolazioni) non fanno altro che confermarlo, allungando un trend negativo iniziato con l’emergenza sanitaria e proseguito lo scorso anno, che ha visto il Vecchio continente perdere circa un’auto su quattro rispetto ai livelli pre-pandemia. Si sperava che con l’attenuarsi di quest’ultima, la situazione sarebbe migliorata.

Nel frattempo, tuttavia, si sono palesate altre criticità: dall’aumento dei prezzi al rallentamento della domanda, passando per la crisi dei chip e le interruzioni a singhiozzo della produzione, dovute alla difficoltà negli approvvigionamenti della componentistica. Difficoltà, queste ultime, che risulteranno amplificate nei prossimi mesi a causa del conflitto tra Ucraina e Russia, che ha pure portato in “dote” l’aumento speculativo del costo dei carburanti. Come leggete in questa pagina la guerra mette nondimeno a rischio il 15% della produzione continentale, mentre a quella mondiale si stima mancheranno 5 milioni di auto a fine 2022. Insomma, viviamo una congiuntura storica ed economica che definire avversa è poco. Ancor più in Italia, che tra i grandi Paesi dell’auto è quella che il mese scorso ha fatto peggio (-22,6%) e dove regna più che mai l’incertezza. Perché nonostante siano stati annunciati un mese fa, gli incentivi statali per l’acquisto di vetture nuove a basso impatto ambientale non sono ancora arrivati. E di conseguenza la domanda rallenta, in attesa dei sussidi promessi.

Targhe estere: al via l’obbligo di iscrizione

Da lunedì entrerà in vigore la nuova norma che disciplina la circolazione delle targhe estere in Italia, secondo le modifiche al Codice della strada introdotte a partire da dicembre.

La normativa prevede l’iscrizione obbligatoria al nuovo Reve (Registro dei veicoli esteri) di auto, moto e rimorchi immatricolati all’estero, la cui circolazione superi 30 giorni nell’anno solare, consecutivi o meno, che siano intestati o soltanto concessi in uso a persone (fisiche o giuridiche) residenti in Italia.

Ciò significa anche che se si sceglie di prendere in leasing o con noleggio a lungo termine un mezzo immatricolato fuori dall’Italia, avendo la propria residenza nel Paese, si avrà l’obbligo di portare a bordo un documento di circolazione estero e un altro che specifichi il tempo di utilizzo del veicolo.

Per quanto riguarda i cittadini stranieri in attesa di ottenere la residenza italiana, l’immatricolazione nel Reve del veicolo immatricolato all’estero dovrà avvenire entro tre mesi dall’ottenimento della stessa, mentre per quanti manterranno la cittadinanza estera è consentita la circolazione con un veicolo o rimorchio con targa estera solo per un anno.

L’obbligo di iscrizione al pubblico Registro dei veicoli esteri, inoltre, interesserà anche i cosiddetti “frontalieri”, sia lavoratori dipendenti in un’azienda con sede nel Paese confinante, sia lavoratori autonomi ma con sede della propria attività in un Paese limitrofo.

L’iscrizione è sempre a carico dell’intestatario e si può fare prenotandosi al Pra oppure attraverso lo Sportello telematico dell’automobilista (Sta).

Alcune categorie di proprietari e conducenti saranno invece esonerati dal dover iscrivere il veicolo con targa estera nel Reve. Tra questi ci sono i residenti nel comune di Campione d’Italia, il personale civile e militare dipendente da pubbliche amministrazioni in servizio all’estero e il personale delle Forze armate e di polizia in servizio all’estero presso organismi internazionali o basi militari.

Nella stessa categoria di esentati rientrano anche i conducenti con residenza in Italia da più di 60 giorni, che circolano con veicoli immatricolati nella Repubblica di San Marino.

Aziende in fuga da Kiev. La guerra brucia anche la produzione di auto

La guerra in Ucraina sta avendo conseguenze disastrose anche per la già martoriata industria dell’auto: la maggior parte delle multinazionali del settore ha temporaneamente sospeso le attività commerciali in Russia, mentre il conflitto alle porte dell’Europa ha causato l’interruzione delle attività negli stabilimenti di assemblaggio di automobili del Paese e sta causando un effetto domino nella catena di approvvigionamento della componentistica di fabbricazione ucraina.

Ciò potrebbe mettere a rischio il 15 per cento della produzione automobilistica europea: la carenza riguarda, in particolare, i cablaggi – in Ucraina ci sono ben 17 fabbriche dedicate a questo business – e potrebbe “affliggere” già 700 mila veicoli. Del resto, senza cavi elettrici e relativi connettori è impossibile costruire un’automobile. L’Ucraina, ricca di materie prime, ha manodopera qualificata meno costosa rispetto a quella dei Paesi a Ovest: questo spiega perché aziende del settore – come la giapponese Fujikura, la francese Nexans e la tedesca Leoni – abbiano stabilimenti ubicati nel paese. E trasferire la produzione in fabbriche di altre nazioni – come Romania, Serbia o Tunisia – potrebbe non essere così semplice perché richiederebbe l’acquisto e l’installazione di nuovi macchinari. Le difficoltà sono pure logistiche: attualmente, la componentistica ucraina viene trasportata a sud, verso il confine con la Romania, in una zona dove i combattimenti non sono ancora arrivati. Tuttavia, un escalation del conflitto comprometterebbe anche tale corridoio. A causa dell’interruzione delle forniture, Volkswagen e Bmw hanno già tagliato la produzione in Germania e stanno cercando fornitori alternativi in Messico e in Cina. Mentre Mercedes-Benz ha ridotto la produzione nei suoi stabilimenti tedeschi e ungheresi. Stellantis, invece, ha spostato il suo approvvigionamento dall’Ucraina ad altre aree europee.

I danni economici derivanti dalla guerra rischiano di essere l’ennesima mazzata per un settore che ha dovuto già fare i conti col Covid e con la crisi dei semiconduttori: basti pensare che se la Vw non sarà in grado di ottenere la fornitura di cablaggi necessaria per più di tre o quattro settimane consecutive, la multinazionale dovrà necessariamente “rivedere al ribasso le sue prospettive finanziarie”, ha affermato il Ceo Herbert Diess. Peraltro, a causa delle interruzioni della sua catena di approvvigionamento europea, il colosso di Wolfsburg ha reindirizzato i (pochi) semiconduttori disponibili, a loro volta difficili da reperire, ai suoi stabilimenti americani e cinesi: serviranno per fabbricare 50/100 mila veicoli che sarebbero dovuti essere made in Europe.

Bob Dylan, male la prima. Sessant’anni fa il debutto flop

“Torna un’altra volta! Suoni come un montanaro, qui vogliamo cantanti folk!”. Glielo rinfacciano ogni sera quest’aspetto da hillbilly, da zoticone dalle scarpe grosse, così fuori posto nella Grande Mela. Bobby Dylan cerca di conquistarsi uno spazio nelle coffeehouse del Greenwich Village, attorno a Washington Square, ma sembra la caricatura di un vagabondo, con il cappellaccio di feltro, un cappotto oversize, la barba che non cresce, il puzzo di miniera che non si toglie mai di dosso a chi è venuto dal Minnesota, da quella Hibbing che quando rincasavi dovevi lavarti le orecchie invase dalla polvere di ferro.

Robert Allen Zimmerman, il nipote del vecchio Zigman sfuggito dai pogrom a Odessa nel 1905, il massacro degli ebrei per mano delle truppe zariste. Zigman si era rintanato in culo al mondo: i figli avrebbero formato un’orchestrina, il giovane Robert ha già consumato le suole attraversando l’America per diventare una star. Vuole prendersi la scena: ma New York, dove è approdato nel gennaio 1961, gli appare ostile.

Per arrivarci è ricorso a mille espedienti. Ha seguito le rotte del beat scendendo nella Denver di Kerouac, rubando i dischi con dentro i tesori della musica popolare. Dorme dove capita, si intrufola nelle case degli altri: bussa tre volte anche in quella dell’idolo Woody Guthrie: alla fine gli aprono, ma Woody sta languendo in un ospedale del New Jersey, consumato dalla Corea di Huntington. Lì, più volte, Dylan va a trovare il suo mito, che gli sorride. Nessuno può dire che riconosca il visitatore. La malattia ha reso sempre più penosa pure l’espressione vocale di Guthrie: Dylan, per imitarlo, ne trae uno stile. Strascicato, indolente, smargiasso, bofonchiante: è l’eco della Corea di Woody, pare un colpo di genio. Dylan tenta di farsi largo nei locali del Village, tra Bleecker e MacDougal Street: il Cafe Wha?, il Feenjon, le tane claustrofobiche dove lo prendono per il culo con la storiella del “montanaro” che presto riporterà, pari pari, nella sferzante Talkin’ New York. Lo spingono giù dai palchi anche nelle serate hootenanny, i lunedì a microfono aperto. Gli tolgono di mano il cestino con cui gli artisti elemosinano mance tra il pubblico. Gli tappano la bocca quando la polizia è di ronda: prima che gli agenti entrino per verificare i permessi, scatta una luce rossa. E si accende spesso, quando Dylan impugna la chitarra.

A dargli una chance sarà, tra i primi, quel pazzo clown proto-hippie di Wavy Gravy, patron del Gaslight Club: “Ecco a voi una leggenda vivente!”, lo annuncia Wavy, che ignora il suo nome. “Com’è che ti chiami?”. A credere nel ventenne del Minnesota c’è pure Mike Porco, gestore del Gerde’s, che lo accompagna a prendere la tessera del Sindacato Musicisti. L’impiegato vuole che il padre o la madre di Bobby garantiscano, ma il ragazzo risponde che non ha genitori. “Cosa sei, un bastardo?”, lo apostrofa quello. Porco si propone come tutore, e Dylan comincia a esibirsi con continuità nel milieu folk dove operano Cisco Houston, Tom Paxton, i Clancy Brothers, Ramblin’ Jack Elliott. E il suo nuovo amico Dave Van Ronk. Si fidanza con una minorenne, Suze Rotolo (sarà immortalata, stretta a lui, sulla copertina di Freewheelin’), che venera Brecht ed è una fervente antinuclearista. Vanno a vivere insieme sulla Quarta Strada, malgrado Bobby sia intrigato da una nuova musa, Joan Baez. Ma riesce a sfangarla sempre, con la sua sfrontatezza. Fa gli incontri giusti. Roy Silver, un agente che cura anche gli interessi del debuttante attore Bill Cosby, lo prende con sé, finché Dylan si affiderà ad Albert Grossman, manager con il fiuto per gli affari.

Nel frattempo le maggiori etichette lo respingono: quasi tutte, non la più importante, la Columbia. A fargli firmare un contratto è il più avveduto discografico degli Stati Uniti, John Hammond, che aveva scoperto Billie Holiday e Benny Goodman. L’esordio su un palco “vero” è disastroso: appena 52 spettatori si affacciano alla Carnegie Chapter Hall, il 4 novembre 1981. Però il montanaro ha qualcosa, occorre insistere.

Il suo primo album, intitolato semplicemente Bob Dylan, costa 400 dollari in produzione e vende poche migliaia di copie. Un flop. Contiene quasi solo standard (compresa The House of the Rising Sun) più due pezzi a firma del ragazzo: Talkin’ New York e la struggente Song to Woody. Il disco esce il 19 marzo 1962. Nulla lascia presagire che, di lì a poco, Dylan diventerà il menestrello del folk politico e inventerà il cantautorato rock fino a trasformarsi in un gran vegliardo errante.

Sessant’anni fa: al tempo della crisi tra Kennedy e Krusciov. Prima la Baia dei Porci, poi le navi sovietiche cariche di atomiche in rotta verso Cuba. Il mondo sull’orlo di un conflitto nucleare. Con la storia che continua a soffiare nel vento, ancora oggi.

Draghi ‘Santo subito’? Insomma. Oggi il libro sui social del “Fatto”

Con “Santo subito” (Paper First, 16,50 euro, in libreria da ieri) Giovanni La Torre sfida la vulgata, sempre più accreditata dai soliti commentatori, che vede Mario Draghi come l’ultima risorsa, il salvatore della patria, affrontandolo nel campo in cui il novello messia si muove meglio: l’economia. Ne parliamo in diretta sui canali social di Paper First e del Fatto Quotidiano oggi alle 15.00, con l’autore Giovanni La Torre e l’economista e più volte ministro del Tesoro e delle Finanze, Vincenzo Visco. Modera Fabrizio d’Esposito.

Fedez, lacrime in video ‘Ho problema di salute’

“Ho un problema di salute che comporta un percorso importante”: in lacrime, Fedez ha annunciato su Instagram di essere malato. “Faccio questo video – ha detto l’artista milanese – per esorcizzare, nella speranza che possa far bene anche a me”. Il rapper ha riferito ai suoi fan che, a livello medico, il problema è stato riscontrato “con grande tempismo” e ha promesso che in futuro racconterà pubblicamente le tappe di questo difficile percorso, perché “se questo mio racconto riuscirà a dare conforto anche solo a una persona, potrei conferire a questa parentesi della mia vita un senso e un’utilità”. Due anni fa, Fedez rivelò che gli era stata diagnosticata la demielinizzazione, che in alcuni casi può portare alla sclerosi multipla.

Sicurezza sul lavoro, figuraccia del governo. Oggi gli ispettori scioperano in tutta Italia

L’appuntamento è per questa mattina alle 10. In piazza della Repubblica, a Roma, si ritroveranno centinaia se non migliaia di ispettori del lavoro per una protesta che, per forma e adesioni raggiunte (tutte le sigle sindacali, Usb compresa), non si era mai vista finora. L’obiettivo è anche bloccare l’attività di tutte le sedi in giro per l’Italia. Alla fine il governo non è riuscito a evitare la figuraccia del primo sciopero dei dipendenti dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl), mentre non passa giorno senza che il premier Mario Draghi, ministri vari e perfino il presidente della Repubblica non si spendano in promesse di ridurre la tragedia delle morti sul lavoro (1.221 nel solo 2021, più di tre al giorno).

L’Inl è nato nel 2016 accorpando le funzioni di vigilanza di ministero del Lavoro, Inps e Inail e che dall’autunno scorso ha assunto anche compiti di vigilanza sulla sicurezza, prima affidata solo alle Asl. I suoi 4mila lavoratori hanno sempre operato in condizioni di estrema difficoltà, scontando una pesante carenza di organico (a cui solo ora si sta ponendo rimedio) e stipendi non proprio all’altezza. A far scattare la protesta (che va avanti dal 4 marzo) è stata la decisione di escluderle loro (e i lavoratori dell’Anpal, l’agenzia nazionale per il lavoro) dall’aggiornamento della cosiddetta “indennità di amministrazione”. La norma è prevista dalla legge di bilancio 2020, che ha stanziato 80 milioni per “armonizzare” i trattamenti accessori dei dipendenti dei ministeri. Problema: il ministero della Funzione Pubblica e il Tesoro l’hanno vincolata solo al personale ministeriale, tagliando fuori tutte le agenzie strumentali dei ministeri, tra cui l’Ispettorato, il cui personale però viene proprio dal ministero del Lavoro e ha lo stesso contratto nazionale dei ministeri. Il mancato adeguamento varia dai 1.500 euro per le fasce di inquadramento più basse ai 2.500 euro per quelle più alte (non poca cosa visto che un ispettore, nei primi anni di lavoro, ha uno stipendio intorno ai 24 mila euro lordi annui, che non si alza molto nel corso della carriera).

Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando aveva chiesto al Tesoro e al ministero di Renato Brunetta di aprire subito un tavolo tecnico. L’Inl ha inviato il calcolo degli oneri necessari per estendere la norma al Tesoro, che dovrà trovare una soluzione. Finora non è arrivata e così il governo si troverà gli ispettori in piazza.

Invasione russa “Qui la metafora dello stupro è fuorviante e lesiva”

 

Cara Silvia Truzzi, si sente paragonare l’invasione dell’Ucraina allo stupro. Di recente la sua collega Silvia Sciorilli Borrelli ha detto che le analisi che non condannano con decisione l’intervento della Russia, e che parlano di responsabilità anche della Nato, si potrebbero paragonare ai discorsi di chi dopo uno stupro parla dell’abbigliamento della vittima. Anche la sottoscritta, pur considerando inaccettabile l’azione di Putin, ritiene che alcune responsabilità ci siano state anche dall’altra parte. L’estensione a Est della Nato, che ha riguardato anche Paesi che non facevano parte dell’Ue, a Putin può essere sembrata una minaccia; bisognerebbe riconoscere che civili innocenti sono morti anche sotto i bombardamenti della Nato. Vorrei tentare di servirmi della metafora dello stupro per capovolgerne completamente il senso, vorrei provare a sostituire i due blocchi contrapposti con donne da una parte e uomini dall’altra, in particolare quelli che appartengono a culture diverse dalla nostra. Le ultra femministe sembrano interpretare le legittime rivendicazioni delle donne riguardo alla libertà e alla parità come una vera guerra, se non un conflitto nucleare. Non ho mai pensato che l’emancipazione della donna, anche se oppressa per secoli, dovesse passare attraverso la “provocazione”: per raggiungere la nostra indipendenza dobbiamo per forza adottare gli stessi metodi degli uomini, e acquisirne addirittura i difetti?

Enza Ferro

 

Carissima Enza, lei pone questioni che meriterebbero un lungo approfondimento. Quanto alla metafora dello stupro, come tutte le metafore, va presa con le pinze di una figura retorica. È vero che la guerra d’invasione della Russia è un’aggressione a uno Stato sovrano. Il guaio è che ci si aspetterebbe da chi è chi è chiamato a spiegare/opinare la capacità di ascoltare e argomentare le proprie tesi (cosa che non succede), oltre gli slogan. Eppure sembra che oltre la dinamica vittima/carnefice (cioè buoni/cattivi) non si riesca ad andare. Ma, mi domando: come si può uscire da questa spaventosa situazione senza capire?

Silvia Truzzi

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Lanciamo una nuova petizione per la pace

Siamo sicuri che sia utile agitare cartelli con la scritta “Pace” se con l’altra mano alimentiamo le guerre? Propongo una presa di posizione diversa, più responsabile e impegnativa per le coscienze, più libera e consapevole: “Io non voglio fare la guerra”. Un’affermazione molto semplice, che però significa moltissimo. Potrebbe diventare una petizione, una raccolta firme. Se nessuno incomincia, non ne usciamo più.

Maurizio Piovano

 

Mai con i potenti, sempre con le vittime

Sono nata sotto le bombe della Seconda guerra mondiale (a mia madre e a me è andata bene), ma non voglio che questo accada ai miei nipoti e a tutti i bambini del mondo. Per questo io non sto né con Putin, né con Biden, né con Zelensky. Io sto con le madri dei soldati mandati ad ammazzarsi. Sto con i giovani che vogliono girare il mondo e sono ricacciati entro i confini dei loro paesi. Sto con chi oggi non riesce a campare. Sto con chi è consapevole che nel Terzo millennio la Pace si deve costruire grazie alla cooperazione e lo scambio, con la comprensione e l’accoglienza del diverso, e non con la retorica del 900 e l’aumento degli armamenti. Io sto con chi crede che non siamo come alberi, che hanno radici piantate in un unica terra, ma come fiumi, arricchiti da mille rivoli che attraversano il pianeta. Che è solo uno.

Gabriella Fratini

 

DIRITTO DI REPLICA

Gentile direttore, la disturbo per smentire alcuni contenuti dell’articolo apparso sulla vostra edizione di mercoledì, a firma di Andrea Sparaciari, dal titolo “La versione di Fontana & C: il disastro lombardo colpa di Oms e Carnevale”. A parte una serie di imprecisioni e inesattezze, forse dettate dalla fretta o da fonti non pienamente in buona fede, come presidente della Commissione di inchiesta Covid-19 di Regione Lombardia chiedo fermamente che sia smentita l’affermazione: “È stato lui a decidere di secretare tutte le audizioni e di avvalersi per le indagini non di esperti esterni ma di Polis (ente regionale controllato da Fontana)”. Ritengo queste affermazioni gravemente lesive della mia reputazione e per questo pretendo vengano prontamente rettificate. Facciamo un po’ di chiarezza. Il regolamento regionale recita che “le sedute della commissione (d’inchiesta) non sono pubbliche, salvo diversa decisione della commissione stessa”. Come risulta chiaramente dai verbali, la minoranza (in particolare il Pd) ha chiesto fin dal principio di de-secretare le sedute, procedendo, nel caso, a tenerne segrete alcune, laddove necessario. La commissione (e non il presidente di minoranza) ha deciso però a maggioranza di rispettare alla lettera il regolamento e tenerle secretate. Ciò premesso, il mio parere personale, noto a tutti e ribadito anche ieri, era che tutte le sedute dovessero essere pubbliche.

Gian Antonio Girelli, Presidente commissione Covid-19, Regione Lombardia

 

Gentile Presidente, ha ragione. Dal punto di vista procedurale, è stata la maggioranza della commissione a decidere di secretare tutte le udienze. Riconosco il mio errore. Dal punto di vista politico, però, mi permetta di aggiungere che da un presidente di minoranza di una commissione tanto importante ci si sarebbe aspettati prese di posizione chiare, anche pubbliche, pur nei limiti della segretezza delle procedure stesse. Per esempio sui tanti documenti mai forniti alla commissione dalla Regione, come si legge nella relazione del suo stesso partito. Relazione che racconta, tra le tante cose, di un’audizione del presidente Fontana che lei stesso aveva ritenuto non risolutiva (e mai riaggiornata); della mancata conclusione dell’audizione del dottor Giuseppe Marzulli (interrotto da una dimostrazione dei consiglieri di centrodestra e mai più riconvocato). Nessuno nega le difficoltà del suo ruolo, tuttavia 114.800 malati e 16.994 deceduti avrebbero forse meritato un’indagine condotta diversamente.

A. Spar.

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo pubblicato ieri dal titolo “Oggi il decreto: addio Green pass. Ecco le regole”, ho scritto per errore che il ricorso contro la sospensione da lavoro e stipendio per mancata vaccinazione contro il Covid, presentato dall’avv. Giulia Monte per alcuni militari, è stato respinto dal Tar Lazio. Non è così, il tribunale ha negato ai ricorrenti la sospensiva, ma si è riservato sul merito. Me ne scuso con gli interessati e con i lettori.

A. Man.