C’è posta per i magistrati: un lembo di seno di Nadine

Renzo Rontini negli anni aveva raccolto e consegnato agli inquirenti numerose piste investigative. Trovare l’assassino della figlia Pia era diventato il suo unico obiettivo.

Dopo l’omicidio del 29 luglio 1984 e fino all’estate successiva Rontini aveva ricevuto molte segnalazioni su Giovanni Calamosca. Almeno tre persone gli avevano riferito che l’uomo possedeva una beretta calibro 22, la stessa dei delitti attribuiti al mostro di Firenze. Non solo. Altri sostenevano di averla vista persino sporca di sangue. E proprio a casa di Calamosca era stato arrestato nell’agosto 1982 Francesco Vinci. Ce n’era abbastanza per informare la questura. Ma le indagini non portarono a nulla.

Nel giugno 1985 il giudice Rotella interrogò ancora una volta Stefano Mele, ormai scarcerato. Mele continuava ad accusare Salvatore Vinci per il delitto della moglie del 1968. La pista sarda rimaneva il filone investigativo sul quale gli inquirenti tornavano a impegnarsi ogni volta che le altre si rivelavano sbagliate. E ogni volta regalava novità, elementi importanti trascurati. Dopo l’omicidio del luglio 1984 la casa di Vinci venne perquisita e i Carabinieri trovarono uno straccio nascosto dentro una borsetta da donna, sporco di polvere nera e con numerose macchie rosse. Il reperto fu analizzato solamente nell’estate di un anno dopo. Si accertò che le macchie erano di sangue di due gruppi distini, 0 e B, mentre la polvere era composta da residui di sparo: era stato usato per pulire una pistola. Elemento ormai inutile. Come l’analisi dei gruppi sanguigni: non fu possibile collegarli con i delitti perché non ne era stato conservato nessun campione. Un altro errore investigativo. E non sarà l’ultimo.

Il procuratore Vigna e la dottoressa Silvia Della Monica hanno pochissimi elementi certi. Sì, la pista sarda, da lì è arrivata la pistola. Ma non è stata trovata. E come finisce nelle mani del serial killer? Vinci è un violento, una persona dotata di una straordinaria intelligenza dicono le perizie, ma durante la sua detenzione sono stati commessi altri due delitti. Quindi non può essere il mostro. E poi i reperti, le informative, le analisi della scientifica sono chiare: i tagli per asportare le parti intime delle vittime sono stati compiuti da una mano esperta, quasi certamente un medico, un chirurgo, non certo un pastore. Ma chi?

Gli esami balistici certificano che l’assassino è alto più di un metro e 75 centimetri. Cosa altro sanno gli inquirenti? Poco. Ci sono i metodi di esecuzione del serial killer, che prima spara dall’esterno dell’auto sorprendendo la coppia nell’abitacolo e poi li trascina fuori per finire la donna con colpi d’arma bianca, e i luoghi dei delitti, tutti a poca distanza da Firenze e in spiazzi all’inizio della campagna. Sulla mappa in cui con una X sono stati segnati, sono rimaste poche aree vuote. Il mostro, credono gli inquirenti, potrebbe colpire lì: forse a Nord, c’è un buco tra Fiesole e Sesto Fiorentino. Per gli inquirenti è una scommessa. L’unica speranza è aspettare che il mostro torni a colpire e arrivare presto sul luogo del delitto. Magari evitando di inquinare la scena del crimine.

Quel giorno arriva l’8 settembre 1985. Ma non verso Nord. Il killer sceglie uno spiazzo a San Casciano in Val di Pesa, a sud di Firenze. Luca Santucci, figlio di un ristoratore, trova il cadavere di un ragazzo nascosto nel fogliame. Corre dai Carabinieri e poi torna sul posto con gli uomini dell’Arma che poco distante dal cadavere trovano una Golf bianca parcheggiata e davanti una tenda con all’interno un altro cadavere, quello della donna. Le vittime sono due turisti, Nadine Mauriot e Jean-Michel Kraveichvili una ragazza e un ragazzo rispettivamente di 36 e 25 anni. Viene transennata la zona attorno alla tenda. Ma neanche questa volta gli sforzi degli inquirenti portano a risultati concreti. Perché la dinamica è strana.

Il mostro si è avvicinato alla tenda, con il coltello ha tagliato un lato e il ragazzo è uscito per controllare cosa stesse accadendo. Il mostro gli ha sparato ma senza ucciderlo, lui ha tentato di scappare e si è allontanato seguito dal mostro che solo a decine di metri lo ha ucciso e nascosto sotto il fogliame. Poi l’assassino è tornato alla tenda e ha colpito la ragazza, che ha tentato di difendersi tanto che per la prima volta sotto le unghie della vittima vengono trovate tracce di pelle che si ritiene appartengano all’aggressore. Dopo averle tolto la vita, il mostro ha messo in atto l’ormai consueto macabro rituale asportando pube e seno della ragazza. Poi si è allontanato per un sentiero lungo i campi. Si è fermato a un abbeveratoio per animali a lavarsi del sangue e se n’è andato. Qui sono state trovate macchie di sangue, così come altri reperti importanti sono stati rinvenuti lungo il tragitto. Ma purtroppo, ancora una volta, la scena del delitto è inquinata. La polizia scientifica individua una impronta strana in ogni punto delle fasi del delitto: dentro e fuori la tenda, nei pressi del cadavere dell’uomo, lungo il tragitto e accanto all’abbeveratoio. È quella del mostro? Si ipotizza. Alcuni giornali fiorentini lo riportano. Per giorni si rincorrono notizie tra il sensazionale e l’impossibile. Ma si scopre che a lasciarla è stato uno degli uomini delle forze dell’ordine accorsi sul posto. Altro tempo perso. E gli inquirenti si ritrovano ancora una volta con nulla in mano.

Sulla scrivania del magistrato Silvia Della Monica arriva una lettera inviata dal mostro due giorni dopo l’ultimo duplice omicidio. Una busta con dentro un lembo del seno della giovane Mauriot avvolto in un fazzoletto e sigillato nel cellophane. Il mostro vuole farsi trovare. E sfida gli inquirenti.

(4. continua)

 

Il Coni boccia l’Avellino: non basta il piano B (dei tifosi) per evitare la C

Fumogeni, tamburi, cori da stadio, striscioni e magliette verdi: no, non è stato un raduno leghista in stile Pontida quello che si è svolto ieri davanti al Coni, ma il ritrovo dei tifosi dell’Avellino, che si sono dati appuntamento davanti alla sede per supportare la loro squadra in una partita molto particolare. Alla fine, però, non hanno ottenuto il risultato sperato.

Il Coni ha infatti giudicato negativamente il ricorso del club irpino contro la decisione del Covisoc (Commissione di Vigilanza sulle Società di Calcio Professionistiche) di escluderlo dal prossimo campionato di Serie B a causa di una fideiussione presentata dal presidente della società Walter Taccone e ritenuta non congrua dalla commissione.

Pur di salvare la squadra dalla retrocessione i tifosi le hanno provate tutte: oltre al raduno che ha tramutato il piazzale del Coni in curva Sud, i supporter hanno scomodato il sindaco della città, che su Facebook aveva incoraggiato la squadra con un “Forza Avellino, sempre!”.

Ma c’è stato anche chi, non fidandosi dei poteri secolari, è ricorso direttamente al divino andando in pellegrinaggio al Santuario di Montevergine per chiedere aiuto alla Madonna. Purtroppo l’intrapendenza dei tifosi, alla fine, non è bastata alla società irpina, che ha visto il proprio ricorso rigettato anche dal Coni venendo così condannata a tornare in serie C.

Pur perdendo in sede giudiziari – ma ricorreranno al Tar – gli avellinesi hanno dato però una lezione agli ultrà delle squadre più blasonate, ormai sempre più rinchiusi nel tifo virtuale: i milanisti, quando la loro squadra è stata squalificata dall’Uefa, sono riusciti a scomodare – al massimo – il mouse del proprio computer.

Sbolognati di lusso: Higuain rossonero, Bonucci a “casa”

Metti un giorno alla tavola del calciomercato con Higuain (al Milan) e Bonucci (alla Juventus) serviti come accompagnamento al piatto forte di CR7; niente male, non c’è che dire. Sembrava fantacalcio, invece non lo è. E comunque la si pensi, la notizia è che è ufficialmente tornato a operare sul mercato Leonardo, il 48enne ex giocatore ed ex dirigente rossonero che nel suo primo periodo nella stanza dei bottoni, ai tempi di Berlusconi e Galliani, era riuscito nell’impresa di portare al Milan prima Kakà (8 milioni: quattro anni dopo avrebbe vinto il Pallone d’Oro), poi Thiago Silva (10 milioni, rivenduto al PSG per 39) e infine Pato, che solo per amore di Barbara B. rifiutò la cessione a peso d’oro al PSG impedendo al Milan di incassare un’altra plusvalenza e di ingaggiare, in sovrappiù, un certo Tevez. Insomma: potrà essere simpatico o antipatico, Leonardo, marito della giornalista di Sky Anna Billò, ma certamente di calciatori s’intende. E anche se stavolta non è un giovane brasiliano ad approdare a Milano, ma uno stagionato (e un po’ spelacchiato) bomber argentino, c’è da credere che per il Milan si tratti di un sicuro affare: se non dal punto di vista finanziario, sicuramente da quello tecnico.

Higuain sarà il nuovo centravanti del Milan di Rino Gattuso, che dopo il flop della stagione scorsa andrà all’assalto del quarto posto valido per il lasciapassare-Champions con una freccia molto appuntita al proprio arco. Due estati fa, la Juventus aveva acquistato il Pipita dal Napoli pagando una clausola da 90 milioni: pensava di vincere la Champions, ma aveva fatto male i suoi calcioli. Perché Higuain, campione dalle doti indiscusse, ha un difetto: a differenza di CR7, è forte con i deboli e debole con i forti. Traducendo: più la sfida è importante e più il Pipita se la fa sotto. Se si tratta di far gol nella serie A italiana, al Frosinone o al Sassuolo, al Napoli o alla Fiorentina, Higuain di reti ne sforna a caterve (111 nelle ultime 5 stagioni: più di tutti), ma quando l’asticella si alza, come quando negli stadi risuona l’inno della Champions, ecco che Higuain si nasconde. Un fantasma nella finale di Cardiff contro il Real Madrid (in cui CR7 firmò due gol), un fantasma nelle finali giocate dall’Argentina ai mondiali o in Coppa America, Allegri lo ha addirittura lasciato in panchina nella finale di Coppa Italia vinta 4-0 sul Milan a maggio. Se a 31 anni, dopo 11 Champions giocate in squadroni come Real Madrid (7), Napoli (2) e Juventus (2), Higuain vanta solo 23 gol segnati contro i 121 di Cristiano Ronaldo, alla misera media di 0,27 a partita, un motivo c’è: e il motivo è che il Pipita non regge l’emozione del grande palcoscenico. Detto questo, nell’orticello di casa è imbattibile. E al Milan, che paga alla Juve 18 milioni il prestito oneroso più 36 per il futuro riscatto, questo interessa. La parola d’ordine è tornare in Champions. E con Higuain si può.

Vincere la Champions è invece la parola d’ordine che risuona altissima in casa Juventus. Se Higuain si è dimostrato inadeguato allo scopo, non così dovrebbe essere per CR7: che non per niente alla bella età di 33 anni e mezzo verrà pagato 31 milioni netti a stagione e per 4 anni. Vecchi e costosi non ha importanza: conta il carattere, e infatti tutto è pronto, chez-Juve, per il ritorno del figliol prodigo Bonucci, 31 anni compiuti, che un anno fa con Allegri arrivò quasi alle mani addosso prima di essere sbolognato al Milan dei cinesi. Tutto dimenticato? Sì. Perché bisogna vincere e siccome Benatia e Howedes e Rugani non erano esattamente la stessa cosa, la Juve ha deciso che sì, nel cuore della sua difesa rimette ora il vecchio Bonucci a costo di scambiarlo alla pari con Caldara (24 anni) che con Romagnoli (23) potrebbe dar vita, nel Milan, alla miglior coppia difensiva italiana del prossimo decennio. Chiellini ha 33 anni (come CR7), Barzagli 37 e più di metà squadra viaggia sui 31-32? Chisseneimporta. Come diceva quello: vincere e vinceremo!

A giugno 49 mila occupati in meno. E quelli a termine crescono ancora

Quella di giugno è la prima seria frenata del mercato del lavoro dall’inizio del 2018. Rispetto a maggio, dicono i dati diffusi ieri dall’Istat, mancano 49 mila occupati.

Nel frattempo, però, il precariato ha comunque proseguito la sua inarrestabile crescita: i dipendenti a tempo determinato sono aumentati di 16 mila unità sul mese precedente, arrivando quindi al nuovo record di 3,105 milioni. Questo vuol dire che il calo generale è dovuto solo agli autonomi, 9 mila in meno, e soprattutto all’ennesimo crollo dei dipendenti stabili, che questa volta registrano un decremento di 56 mila unità.

Ad aumentare, di 60 mila, sono anche i disoccupati (cioè chi non ha un impiego ma lo cerca attivamente) che arrivano a quota 2,866 milioni. Il tasso di disoccupazione si è quindi attestato al 10,9%, per la precisione. A questo ha contribuito anche la diminuzione degli inattivi: quelli che nemmeno cercano, perché scoraggiati, sono 27 mila in meno rispetto a maggio. Il tasso di occupazione si è di poco riallontanato dai livelli pre-crisi, fermandosi al 58,7%. Contestualizzando i dati, bisogna ricordare che giugno è stato il mese in cui la situazione politica si è stabilizzata, con la nascita del governo Conte. Tra le imprese, però, a quanto pare è rimasta l’incertezza, tanto da indurle a tirare il freno sulle assunzioni. Un altro fattore che potrebbe aver influito sulle scelte sono le voci che, durante quel mese, si sono rincorse circa la stretta sui contratti a tempo determinato che poi è in effetti arrivata il 2 luglio con il decreto Dignità. Resta il fatto che comunque parliamo di dati mensili, quindi un periodo molto breve nel quale le oscillazioni vanno prese con le pinze prima di trarre qualsiasi conclusione. Ragionando in termini di trimestre, tra aprile e giugno gli occupati sono aumentati di 196 mila, anche in quel caso trainati dai dipendenti precari (più 123 mila) e dagli indipendenti (più 75 mila), mentre i permanenti sono rimasti stabili. Allargando ancora l’orizzonte, tra giugno 2017 e giugno 2018 gli occupati sono cresciuti in totale di 330 mila: gli 83 mila stabili in meno sono stati controbilanciati da 394 mila dipendenti a termine e 19 mila lavoratori autonomi in più.

I dati confermano l’esplosione del precariato e rendono interessante l’appuntamento del 31 agosto, quando saranno diffuse le tabelle di luglio, che risentiranno delle nuove norme sul tempo determinato: i rinnovi che passano da un massimo di cinque a un massimo di quattro, il tempo massimo che diventa di 24 mesi e non più 36, l’obbligo di causali per i contratti di durata superiore all’anno.

Una sana competizione tra gli enti per curare la burocrazia pubblica

La macchina pubblica è farraginosa ed è un freno allo sviluppo del Paese. Le ricette su come modificarla si sprecano, ma quel che serve è innanzitutto un incentivo al cambiamento. È la conclusione cui sono arrivati gli analisti di Fondazione Etica, ente no-profit, che da anni si occupa di misurare le performance e la trasparenza degli enti locali. Il primo incentivo è quello finanziario: si devono ricevere fondi in relazione alla qualità dei servizi che si offrono ai cittadini. Il secondo è quello reputazionale: la comparazione innesca processi virtuosi. A questo serve il Rating pubblico elaborato dalla Fondazione, di cui questo volume, scritto dal direttore Paola Caporossi, pubblica il secondo Rapporto. In base a un insieme di dati pubblici (tra cui bilanci, anti corruzione, efficienza, ambiente), si è stilata la classifica di un gruppo di comuni scelti a campione. Il primo classificato dovrebbe essere il riferimento per gli altri, creando una sana concorrenza, e un criterio per erogare le risorse.

 

Voucher, l’Italia non vuole privarsi dei super precari

Sembra risolversi in un eufemismo il decreto Dignità con l’ipotesi, sempre più realistica, di una nuova liberalizzazione dei voucher rispetto al regime attuale, introdotto poco più di un anno fa dal governo Gentiloni. I voucher, o buoni lavoro, erano stati oggetto di un vero e proprio scontro politico tra i governi delle larghe intese, da quello Monti fino a quello Gentiloni, e l’opinione pubblica e una parte dei sindacati, confederali e non. A oggi, l’ipotesi in discussione è quella di estendere i buoni lavoro al settore agricolo e a quello turistico alberghiero, mentre sembra meno probabile la loro reintroduzione anche per gli enti locali.

Il dibattito a cui si assiste in questi giorni ignora scientemente tutti gli argomenti e le analisi portate avanti fino al 2017, rispolverando la sempiterna idea per cui a maggiore flessibilità si accompagna un aumento occupazionale, come sottolinea Coldiretti che parla di un potenziale aumento di 30.000 rapporti di lavoro solo nel mese di agosto. Stesso discorso per gli attacchi all’introduzione delle causali per i contratti a termine oltre i dodici mesi prevista del decreto. Una idea superata dai fatti e dalla ricerca scientifica, ma difficile da scalfire nell’egemonia neoliberista che governa i processi politici degli ultimi decenni. Il tema elude non a caso ogni argomento in merito alla qualità di questi rapporti: durata, diritti, libertà, ma soprattutto sovrappone in modo errato il concetto di rapporto di lavoro con quello di nuova occupazione.

Rimanendo al tema dei voucher, ripercorrendone la storia, è utile ribadire che l’esplosione dei buoni lavoro tra il 2012 e l’ultimo trimestre del 2016 fu rallentata in modo consistente non tanto dalla loro fittizia abolizione, bensì dall’introduzione della tracciabilità per i datori di lavoro. Un riduzione intensificatasi a partire da giugno 2017 con l’abolizione degli originari voucher e l’introduzione dei contratti PrestO. L’occupazione non si è contratta da allora, ha mutato forme contrattuali: dai voucher al lavoro intermittente (o a chiamata), che torna ad aumentare a tassi elevati. Sarebbe interessante chiedersi e indagare se e quanto i nuovi strumenti telematici non abbiano raggiunto una diffusione proporzionalmente coerente con i livelli precedenti a causa dei limiti imposti o a causa della scarsa capacità dei datori di lavoro di adeguarsi agli strumenti telematici. Acquistare un voucher al tabacchi risultava operazione a portata di tutti contrariamente alla registrazione attraverso il portale dell’Inps che richiede quelle minime capacità digitali non ancora universali in Italia. Quanto ai dati, il tasso di crescita dell’ultimo trimestre 2016 sullo stesso periodo del 2015 è del 38%, mentre nel complesso del 2017 rispetto al 2016 il lavoro a chiamata aumenta del 120%. Non si tratta di stabilizzazioni ma di contratti brevi, a forte contenuto precario.

L’utilità dei voucher come unico strumento per regolarizzare rapporti di lavoro brevi è presto smentita dai dati sulla durata dei contratti a termine (il 78% dura meno di 365 giorni) e soprattutto quelli a termine in somminsitrazione (di cui il 99% ha una durata inferiore all’anno). Contratti sui quali non interviene in alcun modo la seppur lieve stretta sui rapporti a tempo determinato prevista dal decreto Dignità. Essa infatti si applica, se approvata, ai contratti oltre i dodici mesi, che sono una minoranza, non agendo in nessun modo sul vasto mondo del lavoro frammentato.

L’estensione dei voucher non farebbe che aumentare l’estrema precarietà del lavoro più vulnerabile, privandolo di quei diritti fondamentali previsti dalla Costituzione ma in fondo anche dal buon senso in una società pervasa sempre più aggressivamente da elevati livelli di povertà tra i lavoratori. La povertà nel lavoro è allo stesso tempo l’anticamera del disagio economico a fine carriera quando dovranno essere contati i contributi versati dai lavoratori in vista della pensione. A conti fatti, a prescindere dai voucher, le aziende hanno a disposizione una molteplicità di strumenti per perseverare nell’uso del lavoro discontinuo e a basso costo, potendo al contempo far leva sulla rotazione e la ricattabilità dei lavoratori. Questo aspetto ormai caraterizza la nostra economia e non si vede un’inversione di rotta di cui invece ci sarebbe un gran bisogno. Il costo del lavoro, fin troppo basso per molte forme contrattuali, a partire dai livelli salariali, deve essere considerato un freno alla crescita e non viceversa, rompendo definitivamente il solco ideologico attorno al quale si sono saldate sia la politica italiana sia buona parte delle istituzioni del lavoro.

Resta poi un ulteriore problema. La terziarizzazione a scarsa produttività verso cui è virata l’economia italiana, che vede tra i settori in maggiore espansione quello turistico-alberghiero e ristorativo: dal punto di vista sistemico questa dinamica non produrrà effetti solidi nel medio e lungo periodo. C’è da chiedersi se almeno la crescita contingente non debba essere distribuita equamente tra aziende e lavoratori, e allo stesso tempo se sia possibile avallare un sistema aziendale incapace di remunerare adeguatamente il suo maggiore fattore di produzione, il lavoro appunto. Relativamente all’agricoltura invece, dove sempre più spesso caporalato e schiavitù appaiono i tratti salienti delle relazioni industriali, l’estensione dei voucher appare un compromesso al ribasso che volta le spalle alle questioni fondamentali che caratterizzano questo ramo dell’economia e in cui i vinti e gli sfruttati continueranno a riempire le file della disperazione sociale a cui il paese risponde quotidianamente con atti di violenza tra gli ultimi.

Medicina, al test d’ingresso 67 mila aspiranti camici per 10 mila posti

Agosto non sarà un mese di vacanze per decine di migliaia di ragazzi italiani che dovranno prepararsi ai test di ammissione all’università in programma i primi di settembre. Come al solito, la fila più affollata è formata dai neo-diplomati che sognano un domani di vestire il camice. Ai test di ingresso per Medicina e Odontoiatria si presenteranno 67 mila studenti, in lieve crescita rispetto ai 66.900 del 2017. Ci sarà posto solo per 9.799 di loro (lo scorso anno erano 9.100). Questo vuol dire che uno su sei ce la farà, gli altri cinque dovranno decidere se rinunciare al sogno di diventare medici o riprovarci nel 2019, magari nel frattempo iscrivendosi a un corso di laurea con materie comuni a Medicina. Per quanto riguarda Veterinaria, invece, le candidature sono 8.136 (nel 2017 erano 8.431) ma per loro sarà ancora più difficile realizzare le proprie aspettative: i posti disponibili sono solo 759 (pochi di più rispetto ai 655 del 2017). Insomma, nove su dieci resteranno fuori, e anche qui dovranno trovare – almeno per il primo anno accademico – una strada alternativa. Più facile sarà la vita di chi ambisce a diventare architetto: abbiamo 7.211 posti per 7.986 iscritti al test di ammissione. Insomma, anche quest’anno la strada per la facoltà preferita resterà bloccata per decine di migliaia di giovani, a causa del sistema del numero chiuso, spesso oggetto di critiche da parte di diverse associazioni studentesche che lo ritengono una limitazione del diritto allo studio. Per superare questo ostacolo, bisognerà rispondere in 100 minuti a 60 quesiti. Le prime prove sono fissate per il 4 settembre, il calendario proseguirà fino al 26 ottobre.

Intanto il Censis ha aggiornato la classifica dei migliori atenei italiani. Al primo posto per Medicina c’è Pavia, seguita da Milano Bicocca e dall’Università di Bologna. Ferrara vince per Architettura, che stacca Trieste e Catania. Per Veterinaria, il più alto gradino del podio è occupato da Sassari, seguita da Padova e Teramo. Per Odontoiatria, infine, l’Università dell’Insubria (in Lombardia) è al primo posto, seguita da Foggia, mentre per il terzo posto compare anche questa volta l’Università di Milano Bicocca.

 

Enac, Riggio il recordman lascia dopo 15 anni, ma senza fair play

Dopo tre lustri alla guida dell’Enac, l’ente nazionale dell’aviazione civile, il recordman di permanenza su una poltrona pubblica, Vito Riggio, lascerà il 21 ottobre. Non è ricandidabile. Ma prima di lasciare ha voluto mettere alcune cose in chiaro, tentando di mettere qualche bastone tra le ruote, al ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. All’Enac, “abbiamo fatto un sacco di cose, adesso si tratta di non tornare indietro”, ha detto ai giornalisti. Sul sistema aeroportuale il ministro, “ha annunciato alcune revisioni. Io gli ho detto che revisioni senza l’Enac non le può fare”. Per Riggio le questioni critiche sono soprattutto la nuova pista di Firenze e il raddoppio di Fiumicino. “Il nostro programma – ha detto – è stato approvato con il parere della Conferenza Stato-Regioni e un decreto del presidente della Repubblica, quindi non si cambia così. Uno può fare tutti gli studi che vuole ma, se l’Enac non è d’accordo, si va avanti a Firenze e si fa il raddoppio a Fiumicino, oppure si cambiano le leggi”.

Jindal promette: “Dal 2020 a Piombino riparte l’acciaio”

Ieri il magnate indiano Sajjan Jindal, patron della Jsw (che ha appena acquisito le acciaierie di Piombino dopo il flop del progetto dell’algerino Issad Rebrab), ha incontrato gli operai per illustrare il progetto di rilancio del sito con l’obiettivo, dopo il 2020, anche di tornare a produrre l’acciaio.

Quello di Piombino “è il primo investimento in Ue, e vogliamo che sia di successo“, “vi garantisco che sarà uno dei più importanti siti di produzione di acciaio in Europa”: così ha esordito Jindal. Nelle intenzioni di Jsw il rilancio di Piombino avverrà in due fasi: la prima è la ripresa della laminazione. Entro 18 mesi seguiranno studi di fattibilità per la demolizione di alcuni spazi dello stabilimento così da liberare le aree necessarie per sviluppare i successivi investimenti. La “fase due” del piano, dal 2020, prevede la nascita di due acciaierie elettriche per tre milioni di tonnellate, ed eventualmente una terza, sempre elettrica, per i cosiddetti “prodotti lunghi”.

Cnr, le stabilizzazioni non fermano le proteste

Il Cnr, il più grande ente pubblico di ricerca italiano, ha avviato lunedì il processo che darà finalmente un posto fisso a 1.200 dipendenti, tra ricercatori, tecnologi e amministrativi. Un risultato che si concretizzerà entro fine anno, e che però non allevia la tensione nell’istituto, visto che la platea degli “stabilizzabili”, automaticamente o tramite concorsi riservati, è di circa 2.500 persone.

Per il momento, però, le risorse stanziate dalla legge di stabilità 2018, e quelle garantite dal bilancio del centro, faranno sorridere circa metà degli aventi diritto; gli altri dovranno ancora aspettare. Ieri i Precari uniti Cnr hanno organizzato una nuova protesta nei corridoi dell’istituto. Per ricordare che, nonostante il passo in avanti del consiglio di amministrazione che dà il via alle formalità per arrivare alle assunzioni (i precari non hanno ancora ottenuto la delibera ufficiale e ancora nessuno è stato assunto), resta molto popolosa la galassia dei dipendenti “a scadenza” dell’ente. Sono 4.500 ma, come detto, non tutti rispettano i requisiti fissati dalla legge Madia che, approvata dal precedente governo a maggio 2017, non obbliga le pubbliche amministrazioni, quindi anche i centri di ricerca, a stabilizzare i precari. Semplicemente, permette ai vertici degli enti di assumere a tempo indeterminato i dipendenti che abbiano almeno tre anni di anzianità negli ultimi otto, i cosiddetti precari storici. Gli istituti di ricerca – sono 22, quasi tutti vigilati dal ministero dell’Istruzione – sono pieni di personale “flessibile”, anche perché in Italia il settore non gode di grandi investimenti (la spesa pubblica e privata si ferma all’1,3% del Pil) e molti ricercatori vengono retribuiti solo grazie a progetti finanziati esternamente (quindi non stabili). La legge Madia, tra l’altro, si limita a tracciare il quadro di norme, ma non garantisce le risorse necessarie per dare un posto fisso a chi ne ha diritto. Per scucire qualche decina di milioni al governo sono serviti mesi di manifestazioni dei ricercatori precari che hanno trascorso tutto l’autunno tra occupazione e presidi sotto i ministeri di Economia e Istruzione. Il risultato si è materializzato con l’approvazione della legge di Stabilità. Per le assunzioni negli enti di ricerca sono andati 57 milioni. In primavera è arrivato anche il decreto che ha ripartito i fondi per ognuno degli enti: al Cnr sono andati 40 milioni. La regola prevede che gli istituti debbano partecipare al finanziamento di questi contratti con almeno il 50% della dotazione statale. Quindi il centro ha dovuto mettere sul piatto altri 20 milioni reperiti nelle proprie casse, per un totale di 60 milioni. Nel frattempo, un aumento del fondo ordinario ha portato altri 14 milioni. Lunedì il cda del Cnr ha annunciato la delibera per assumere 1.200 precari. Sono quelli che, avendo contratti a tempo determinato, hanno diritto alla stabilizzazione automatica. Ci sono però altri 1.300 “atipici”, come co.co.co. e assegni di ricerca: loro non possono essere assunti direttamente e devono passare nuovi concorsi a loro riservati.

Ci sarà spazio solo per 300 persone, per il momento. Ma le selezioni bandite dal Cnr per inserirli in pianta stabile sono contestate dagli stessi precari. “I criteri dei concorsi – dicono i Precari uniti Cnr – non valorizzano l’anzianità, e rischiano di essere fonte di esclusione per molti, in evidente contraddizione con lo spirito della legge che si prefigge l’obiettivo di risolvere il problema del precariato. Resta in sospeso il destino di chi ha maturato i requisiti all’università, o è stato assunto con chiamata diretta o non era in servizio alla data di pubblicazione del decreto (casi che escludono dal diritto alla stabilizzazione, ndr). Ci sono nuove risorse economiche destinabili alle stabilizzazioni: nessuna scusa è più tollerabile”.